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Archive for luglio 2015

imagesOnore al merito! Renzi e i suoi hanno trovato finalmente una sintesi fulminante per eseguire a puntino il programma del governo Draghi-Trichet, che prevede di cancellare dalla spesa pubblica il peso vergognoso dei costi per la salute dei poveri e dei vecchi. Soprattutto di quei cialtroni che, nonostante la Fornero, prendono ancora una maledettissima pensione. Per dire che vuoi mandare al camposanto rapidamente i poveri malati, ora c’è il verbo “efficientare”.

Il governo, infatti, sta efficientando le Asl, i medici di base e il “Soccorso troppo pronto” che hai sotto casa e finisce che poi qualcuno se la cava.

Sia chiaro, l’ASL non ti abbandona al tuo destino! Specchietto, carta e penna non mancheranno e il certificato di morte non costa niente. Tutto il resto, si sa, è uno spreco e se ci tieni a sapere come ti va il colesterolo, vecchio parassita, metti mano alla tasca e paga!

Di buono però c’è l’esempio. Come accade per le siringhe e gli aghi, ci sono pistole e pallottole per ogni tasca e i ragazzini delle babygangs trasformano una pistola giocattolo in un’economica colt a un colpo solo. Il tiratore, s’intende, non deve scialacquare, ma con l’applicazione ci si riesce presto: a ogni colpo, un cavaliere a terra. Il maestro ti detta il tempo: un colpo, un pupo, un colpo un pupo, un colpo un pupo… Di tutti i necessari risparmi, questo sta diventando il più necessario: un colpo un pupo, un colpo un pupo… Poi sarà il turno dei pupari.

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parlamento_illegittimoLa scuola che lotta non è ferma e si discute molto, programmando riunioni persino ad agosto. Non era mai accaduto e non sono gruppi sparuti. Proibito fermarsi. Alla ripresa di settembre, sarebbe necessario che alle riunioni dei comitati partecipassero tutte le realtà di movimento, anche i NO Tav, perché il nemico è uno, la lotta è comune e socialmente trasversale. Il campo di battaglia è il Paese. A settembre dovrà funzionare una rete di riferimenti ampia e differenziata.
Ha ragione chi si preoccupa per la frattura tra gli studenti e quella parte dei docenti che ricorre a pratiche repressive, per impedire le occupazioni. Il problema si riproporrà certamente in termini anche più duri. E’ una situazione da cui uscire, volando alto e trovando un tema unificante per partire dalla scuola e coinvolgere non solo le lotte del lavoro, ma anche e soprattutto i “cittadini”, nel senso più lato possibile della parola.
Inutile negarlo: nelle recenti discussioni sulla scuola c’è qualcosa di non detto. Lasciamo da parte il referendum. Farà la sua lunga via, potrà pure spuntarla, ma difficilmente assicurerà risultati certi, come dimostra la faccenda dell’acqua. Ciò che non si dice perciò va chiarito: a settembre si andrà all’attacco di una legge approvata apparentemente con i crismi della “legalità repubblicana”. Questo vuol dire che – a parte il referendum – sarà facile per la stampa di regime, anche se il movimento si terrà sul terreno delle cose possibili, “scomunicare” le lotte, far passare per “cattivi maestri” i docenti più esposti, disorientare gli incerti e intimidire i “benpensanti”. Il tema di fondo della discussione dovrebbe quindi essere proprio la “legalità”, ma occorrerebbe farlo a parti rovesciate. E’ legale questo governo? E’ legittimo moralmente e politicamente questo Parlamento che cambia la Costituzione, dopo una sentenza della Corte Costituzionale che lo lo ha dichiara eletto con una legge incostituzionale?
Ci fu, nel dibattito sulla Costituente, una proposta di Dossetti – moderatissimo, ma onestissimo e lucido democristiano – che propose di inserire nella Carta il diritto alla ribellione di fronte a leggi incostituzionali. La proposta non passò, ma il tema aveva una sua rilevanza e torna di attualità. E’ su questo problema che va aperto un urgente dibattito, per coprire le spalle a chi lotta. Questo non vuole dire che poi ci si dovrà per forza ribellare; significa solo affermare un principio che da solo fa vacillare le basi del governo. Se ne potrebbe parlare con quelli del Manifesto e, al limite, coi “liberali” del Fatto Quotidiano”; si potrebbe chiedere un incontro con le redazioni, come comitati, spiegare la cosa e vedere se i giornali accettino di fare da cassa di risonanza. Non sarebbe male – avrebbe anzi un valore simbolico altissimo – che si organizzasse una sorta di referendum popolare ufficioso, senza nessuna trafila burocratica, sulla legittimità del governo Renzi; si potrebbe scrivere un “manifesto” delle realtà di lotta – a partire dalla “terra dei fuochi”, per arrivare ai No Mous e no Tav, raccogliere quante più firme possibili e dichiarare Renzi e i suoi decaduti.
Se la raccolta di firme fosse ampia e trasversale, sarebbe una decisione senza valore giuridico, ma di grande impatto politico. Ormai è inutile girarci attorno: è necessario creare un movimento ampio, che al momento la scuola può promuovere e guidare e che potrebbe coinvolgere molta più gente di quanta crediamo, perché la misura è colma e mancano solo parole d’ordine e riferimenti. Anche per i 5 Stelle sarebbe un banco di prova e da qui si potrebbe partire per aprire uno scontro vero.
Cose complicare, certo. Ma complicata e straordinaria è la situazione e non se ne uscirà per le vie ordinarie.

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Probabilmente non se n’è accorto nemmeno ma, se gliel’hanno spiegato, il pupo fiorentino non Renziavrà mai il coraggio di confessarlo: il suo sperticato amore per lo Stato d’Israele è sembrato un po’ eccessivo persino agli interlocutori ebrei, tant’è che un diplomatico, una vecchia volpe infastidita dalla raffica di fesserie, in una pausa dei colloqui ufficiali gli ha raccontato una vecchia e irridente storiella popolare israeliana:
«In un’antica città della terra di Palestina», gli ha detto, «un vecchio ebreo se ne va in giro con il nipotino. Giunti all’ombra di un viale alberato, i due si fermano, l’uomo indica al bambino un albero e gli dice con l’aria seriosa: Lo vedi quell’albero, figlio mio? L’ho piantato io, quand’ero giovane.
Ripreso il cammino e giunti a un crocevia, il nonno si ferma di nuovo, punta il dito verso una casa e dice al nipote con aria solenne: Quella casa lì, di fronte a noi, l’ho costruita io con le mia mani, quand’ero ancora giovane e forte!
Vanno avanti e però, quando il nonno si ferma per la terza volta e mostra al bambino un altro prodotto del suo lontano lavoro, il bambino lo guarda stupito e gli fa: Caspita nonno, non sapevo che prima che io nascessi tu eri arabo.».
Il pupo naturalmente non ha capito nulla, si è messo a ridere divertito e come un serafino stupido ha commentato: Questi palestinesi ne sanno una più del diavolo!

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Non so se è una “bufala”, ma finora non sono giunte smentite e la fonte è solitamente rigorosa. Non credo si tratti di un”delirio”, come ritiene l’ottimo “Contropiano“, che ringrazio per il risalto dato alla notizia. Quelli del SAP probabilmente non lo sanno, ma sono nati come allievi di Guido Leto, primo responsabile tecnico della formazione della polizia repubblicana.
Leto era stato capo dell’OVRA, la polizia politica fascista. Queste sono le radici “culturali” dei “tutori dell’ordine” dalla nascita delle “repubblica antifascista”. Fino a qualche anno fa evitavano di scoprirsi. Si muovevano con questo spirito, ma se ne stavano prudentemente zitti.  Ora, nello stato comatoso in cui versa la democrazia, tirano la testa fuori dal sacco. Bisognerà fargliela rimettere, come si fece dal 1943 al 1945. A cose fatte, però, dovremo evitare di commettere due volte lo stesso errore, perché ora si vede chiaro: quando si tratta di certa gente, fare prigionieri è un lusso che non ci si può permettere.

Post Scriptum:
Il segretario del SAP, smentisce.
“Vicenda Bifolco e falso manifesto SAP a Napoli. Smentiamo categoricamente il nostro coinvolgimento nella vicenda (da attribuirsi ad evidente azione contro di noi del partito dell’Antipolizia) e preannunciamo esposto denuncia in Procura contro autori di questa vergognosa diffamazione a nostro danno!”.

Prendo atto, ma penso che non esista un “partito dell’Antipolizia”. La gente vorrebbe solo poliziotti affidabili e riconoscibili, come da tempo chiede l’Europa.
Quand’è che il SAP chiederà i numeri identificativi?

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caligolaOra la legge consente a Renzi di uccidere la scuola e il fondo è ormai vicino. Lo sappiamo probabilmente sin dal lontano 12 dicembre del 1969, da quando giornali e telegiornali hanno preso a narrarci una storiella sedativa: dopo Piazza Fontana, Pino Pinelli – guarda caso, un anarchico – aprì una finestra della Questura di Milano e si lanciò nel vuoto, annunciando la morte dell’anarchia. Col tempo l’esito delle indagini è diventato verità di fede: si trattò di un «malore attivo». Un malore che non aveva precedenti e non ha avuto poi seguito, perché mai nessuno era morto così e a nessuno è più accaduto dopo. Il circo mediatico, però, storicamente sensibile alle ragioni del potere e geneticamente reticente, ha scelto di portarsi dentro i dubbi mai espressi finché la malattia d’un tratto è esplosa. La diagnosi ormai parla chiaro e la prognosi è disperata: elettroencefalogramma piatto e coma irreversibile.
La stampa italiana di oggi, non vale più di quella fascista ai tempi del Minculpop e dell’«Istituto Luce» di Ezio Maria Gray. Vespa farebbe invidia a Telesio Interlandi, che in gioventù fu la passione del fascista e poi «democratico» Mario Missiroli, Mentana aggiunge quotidianamente la «C» di complicità alle cinque «W» del modello anglosassone, riducendolo così a un WC, Travaglio uccide l’idea di politica e un esercito di pennivendoli e servi sciocchi si fa strada ringhiando ogni giorno come vuole il padrone: l’immigrato «terrorista», invece dell’Europa razzista, il «sangue dei vinti» per far strada ai picchiatori di Casa Pound sponsorizzati da intellettuali alla Rossi Doria, i «fannulloni» a copertura di un feroce sfruttamento e chi più ne ha più ne metta. Ognuno ringhia e morde, così come ai suoi tempi ripetutamente inveiva Ansaldo contro «l’ebreo Morghentau».
A farci la lezione sul merito e sulla valutazione, insomma, c’è una vera e propria fabbrica di menzogne, serva di chi comanda, che «Reporter senza Frontiere» pone generosamente al 73° posto dietro gran parte dell’Europa e molti Paesi dell’Africa e dell’Asia. Persino dietro la Colombia dei narcotrafficanti e dopo quell’Ungheria, che pure si è data apertamente leggi per controllare i mezzi d’informazione e chiudere giornali e programmi televisivi. Da noi non servono. A noi bastano giornalisti intimiditi, aggrediti fisicamente e colpiti nei beni e nelle persone; a noi basta che, come i grandi cartelli della droga, l’Isis e Boko Haram, politici e mafiosi soffochino l’informazione.
Siamo tra gli ultimi per libertà di stampa. La notizia però non «fa notizia» per i nostra media, sicché, quando si parla del massacro mediatico della scuola pubblica, la premessa sulla stampa è d’obbligo, se si vuol capire da quale pulpito viene la predica, quanto valga e dove vada a parare la difesa d’ufficio dei «velinari» al servizio di Confindustria.
Occuparsi di scuola ormai, non significa più discutere di strutture, investimenti, programmi, obiettivi, metodologia, didattica e centralità del rapporto docenti-discenti. All’ordine del giorno ci sono i dogmi della religione neoliberista, i versetti di una Bibbia fondamentalista che, allo scoppio della più grande crisi economica del mondo capitalista, consentì a monsignor Giavazzi di ringraziare il Dio della finanza: «questo – affermò impunemente l’economista – è un grande giorno per il capitalismo». Non l’hanno fatto papa, questo è vero, ma continua a firmare ricette che ammazzano i malati. E’ gente di questa levatura a far da sponda all’analfabetismo di valori che ispira la Riforma Renzi, un Presidente del Consiglio che stenta a parlare un italiano corretto ed è stato eletto solo dal «popolo delle primarie».
Tutti sanno quanto contino poco i referendum abrogativi e basta pensare alla vicenda dell’acqua per capirlo. I manutengoli delle «riforme europee» fingono però di essere preoccupati perché la scuola tenterà quella via. E’ davvero questo che li spaventa? Sono davvero in prima linea perché c’è il rischio di non poter affidare a una banda di kapò il compito di mantenere l’ordine nei campi d’internamento per docenti e studenti progettati da Renzi? Non è possibile che i propagandisti di Confindustria pensino davvero che abbiamo una scuola tutta studi umanistici e docenti attestati a difesa di privilegi corporativi. E non è possibile nemmeno credere che non abbiano letto la proposta di legge di iniziativa popolare ignorata dal Parlamento. Perché allora l’attaccano, ricorrendo a grossolane menzogne e a giudizi stroncativi che non hanno né capo e né coda? Perché non si fermano mai a discutere seriamente le obiezioni di incostituzionalità? Perché citano a casaccio le statistiche sulla scuola, falsificando i dati? Perché ignorano il deficit strutturale della nostra edilizia scolastica rispetto a quell’Europa che ci chiede di investire mentre sono decenni che tagliamo e ci condanna per il barbaro sfruttamento del personale, imponendoci assunzioni ben più consistenti di quelle proposte da Renzi? Si tratta solo di indigenza culturale o c’entra per caso la miseria morale?
In realtà, essi temono ben altro. Hanno paura che la preannunciata disobbedienza civile negli istituti scolastici diventi pubblica e aperta denuncia dell’illegalità su cui fonda il governo Renzi. Temono che la protesta si trasformi in esplicita delegittimazione di un governo che ha moralmente e materialmente usurpato la sovranità popolare. La malafede, insomma, nasce dalla paura che la piazza esploda e si colleghi direttamente alla vicenda greca, che ha dato colpi mortali all’Europa tedesca, di cui Renzi è lo scodinzolante servo sciocco. Sanno – ed è qui il punto – che il governo naviga in rotta di collisione con un’opposizione sociale fortissima e va, pari avanti tutta, verso gli scogli della formazione rischiando il naufragio. Sanno che la vicenda greca alimenta speranze e legittima sogni. Sanno – e perciò tremano – che non si tratta di organizzazioni sindacali o partiti coi quali si scende a patti. E’ il Paese che si sveglia da un incubo, è la gente consapevole di una realtà drammatica: dopo la Grecia toccherà all’Italia e nessuno vuole farsi rappresentare a Bruxelles da un fantoccio che non sa di che parla e dalla banda di incompetenti che Renzi ha portato al governo come cavalli di Caligola.

Fuoriregistro, 19 luglio 2015 e Agoravox, 20 luglio 2015

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Era il 1968. Il mondo cambiava e noi facevamo la nostra parte, ma ci piaceva vivere e giocare. Questa non fu una partita come tante. Ci capitarono in sorte i ragazzi del Napoli e ce le suonarono di santa ragione, ma tu gli facesti un goal da levarsi il cappello e salvasti la bandiera. Io ne tolsi dalla porta almeno quanti ne presi e di tutto rimane una foto, scattata un momento prima di mettere palla al centro, al campo del Macello, che ormai non c’è più.
Sulla mia spalla c’è la tua mano.
Ciao, Bruno, lettore attento e appassionato di questo povero Blog che stasera è piegato su se stesso. Ciao, compagno dal cuore immenso. Non fare scherzi e aspetta. che il più l’ho fatto e manca poco ormai. Un po’ di pazienza e mi vedrai arrivare. Gli amici veri non si perdono mai.

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Dopo molte riflessioni, ho maturato una convinzione. Ferma e naturalmente opinabile. La Troika ha inflitto il massimo delle perdite possibili a Tsipras. E’ un fatto. Perché ha cercato la via dell’umiliazione? Credo che il principale obiettivo della sedicente Unione Europea nella terribile vicenda greca sia stato, sin dall’inizio, eminentemente politico: disgregare Syriza e far cadere il governo Tsipras. Se questo accadrà, al di là di chi ha sbagliato o fatto bene, otterrà ciò che voleva.
Saranno naturalmente i compagni greci a decidere e rispetterò le loro scelte, quali che esse siano. Personalmente, però, spero che l’unità più volte sbandierata da tutti, si possa salvare in base a una considerazione di semplice buon senso: se la Troika desidera qualcosa, i Greci dovrebbero fare tutto, tranne che agire in modo che si realizzi.

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