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Archive for agosto 2009

Non mi dilungo sul tema dell’egemonia culturale. A che servirebbe? Mi limito ad osservare che l’eccesso di attenzione dedicata alla ditta “Noemi e associate” e, per legge di contrappasso, alla spazzatura messa in circolo quotidianamente dal pennivendolo di turno, fa il gioco dei “padroni del vapore”, quale che ne sia la parte politica, se di politica a questo punto si può ancora parlare. Dopo il “vuoto a perdere” del sedicente federalismo fiscale, dopo gli esempi di pochezza politica, indigenza culturale e miseria morale, confezionati, impacchettati e messi in vendita sotto l’etichetta di quel lucido delirio chiamato “emergenza sicurezza”, la “riscoperta” delle “gabbie salariali”, non è una stravagante “trovata” della Lega Nord, alla quale quel genio di Sacconi copre prontamente le spalle con la formula del salario differenziato. Quella che ognuno di noi che sa “leggere, scrivere e far di conto” si trova ormai di fronte va ben oltre la volontà e la consapevolezza che appartengono anche a chi è fazioso, egoista e ferocemente razzista. Dietro la cosiddetta “Questione settentrionale“, così come la pongono Cota, Bricolo e Calderoli, c’è, deformato, il problema del “dualismo“: è l’alfabeto della vicenda storica e della vita economica e politica del Paese. Il tono del dibattito, la debolezza dell’analisi, l’insufficienza delle soluzioni, persino le timide e parziali risposte che provengono dal campo sedicente “democratico” dimostrano ampiamente che di questo si tratta: alfabeto. Manca, s’è perso, se n’è andato via assieme alla memoria storica e ci ha ridotti, come temeva Arfè, a un popolo di “senzastoria”. Il testo che qui ripropongo, con sincera umiltà, uscì sulla rivista “Prospettiva Settanta”, diretta da uno studioso di grande valore come Giuseppe Galasso, alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, è perciò certamente “datato” – e non ha altra pretesa se non quella di tornare al tema centrale e irrisolto della nostra vita nazionale: la “questione meridionale”. Per Cota e compagni potrebbe essere un primo strumento per porre rimedio a quello che appare un evidente e pericoloso “analfabetismo di ritorno”.

Il «risorgimento» industriale di Napoli a inizio secolo

Un corretto inserimento nella storia dello sviluppo economico italiano della legge 8 luglio 1904 per il ‘risorgimento’ industriale di Napoli non può prescindere dalla definizione degli obiettivi politici complessivi in cui la scelta industriale per Napoli certamente rientrò (1).
In tal senso, una ricerca a carattere locale sarebbe fine a se stessa. Se ad inizio secolo, infatti, Napoli non era più la capitale di uno Stato, era certa­mente capitale della più ampia area d’arretratezza economica del Regno d’Italia. È evidente, quindi, che solo una corretta individuazione delle linee di tendenza e delle scelte di fondo che caratterizzarono lo sviluppo economico italiano dai primi anni dell’unità all’età di Giolitti può servire a comprendere la funzione reale che, in quello sviluppo, era chiamato ad assumere il tardivo processo d’industrializzazione avviato nel Napoletano (2).
Questi brevi appunti, utili, all’eventuale elaborazione di un discorso più articolato sulla storia dell’industria in Campania, intendono solo mettere a fuoco alcuni aspetti della questione. In tal senso appare necessario accennare, anzitutto, a quella linea di tendenza della ricerca storiografica, che addebita lo sviluppo dualistico dell’economia italiana alla mancata attuazione nel Sud del Paese di grandi opere di bonifica, alla sopravvivenza del latifondo e del sistema feudale, ad una borghesia riluttante ad incrementare gli investimenti e a modificare i contratti agrari, proclive ad attività industriali dai caratteri meramente speculativi. In altri termini, alla condizione di debolezza e di rista­gno in cui versava l’economia meridionale nel 1860.
Su questa linea si muovono quegli studiosi che non assumono l’entità del divario economico tra le regioni italiane nel 1861 come parametro attraverso cui valutare la complessiva crescita economica del Regno d’Italia, ma subordinano a quella disparità iniziale l’accentuarsi sempre più marcato del dualismo e, quindi, l’esistenza delle cosiddette ‘due Italie’.
Gino Luzzatto, ad esempio, uno dei più autorevoli esponenti di questo indi­rizzo storiografico, rilevando come, in un Paese che nel 1861 versava in condi­zioni di arretratezza secolare (3), già negli anni successivi alla crisi del 1873-74 fosse nata un’industria concentrata quasi esclusivamente nelle regioni nord­occidentali, prima è indotto a sopravvalutare i progressi compiuti poco prima dell’unità da alcune regioni, poi, per giustificare gli errori della Destra Storica, ricorda la necessità di « riparare all’inerzia dei passati governi» (4).
Seguendo questa linea, egli giunge così a giustificare una politica che, dal 1861 al 1875, aveva sì portato la ferrovia da Bologna ad Otranto e la rete ferroviaria del Sud dal 7,25 % al 32 % del totale nazionale, ma aveva anche espropriato in soli sei anni, dal 1873 al 1878, ben 29.554 agricoltori meridionali (1’88 % degli espropriati del Regno) per l’irrisorio debito complessivo d’imposte di £. 2.948.110, pari ad una media di £. 99,75 per ogni espropriato (5).
Persino la ripartizione territoriale della spesa sostenuta dal 1870 al 1876 per l’acquisto di macchine agricole (77% al nord, 12 % al centro 11 % al sud) sembra giustificata al Luzzatto

«dalla mancanza, nell’area centro meridionale, di vaste pianure, dalla maggior dif­fusione delle colture arboree, distribuite spesso a breve distanza dei campi seminativi, !’impiego di aratri, specialmente adatti a scavi profondi », insomma da motivi di ordine tecnico per cui «l’impiego di aratri […] di seminatrici e di falciatrici risulta – il più delle volte – inopportuno» (6).

Soffermarsi sulle contraddizioni di uno studio per tanti aspetti fecondo di positive indicazioni sarebbe, però, solo sterile esercizio polemico. Più utile mi pare notare come ognuna di esse, in fondo, sia determinata dal fatto che altro è rilevare come, nel 1860, il Sud versasse in condizioni di maggiore arre­tratezza economica nei confronti del Nord, altro che la disparità fosse tale che al Nord esistessero già le premesse dello sviluppo che vi si è realizzato, mentre il Sud fosse condannato sin da allora al sottosviluppo.
Ciò è difficile da accettare, perché equivale a dire che la maniera in cui avvenne l’unificazione nazionale e la politica dei governi postunitari non abbiano influito sulla vicenda economica dell’Italia o, peggio ancora, come afferma il Morandi, che lo sconcerto economico e lo squilibrio erano fatali (7).
Questo significa, in pratica, che ad un’Italia politicamente unita dovevano, per forza di cose, corrispondere ‘due Italie’ economicamente separate dalla diversità del loro sviluppo.
In verità, io non credo alla fatalità della Storia. Mi pare inoltre che, pur giungendo a spiegazioni diverse del dualismo, gli studiosi che rilevino dispa­rità tra le strutture economiche del Nord e del Sud, esprimano tutti serie per­plessità sulle prospettive complessive di sviluppo dell’Italia del 1861 (8).
Morandi stesso, del resto, scrive che il dominio austriaco sulla Lombardia era stato durissimo e che il Piemonte e la Liguria avevano languito sotto i Savoia. Insomma che l’Italia era fuori della partita che metteva in gara i paesi del continente

«nel dare impulso all’industria come fattore principale di innovazione del vecchio sistema della produzione e degli scambi» (9).

Escludendo un raffronto tra l’entità della produzione e del patrimonio indu­striale, egli afferma che un altro distacco

«che si accentuerà tanto più rapidamente in pochi decenni, è invece già segnato molto nettamente nel processo capitalistico che ha avuto l’avvio nel Nord e che va incatenando cospicue masse della popolazione rurale. Il mercante imprenditore è ormai sulla soglia di trasformarsi in industriale» (10).

Morandi individua così una figura sociale che al Sud era lontana dal configurarsi e che fece sentire il suo peso nello sviluppo successivo del Paese; una figura che non poteva, tuttavia, avere da sola la forza: di imprimere al Nord la spinta che condusse alla formazione di un’industria moderna e proiettò «la sua ombra cupa nella involuzione parallela del Sud» (11).
Resta infatti da chiarire come il mercante-imprenditore abbia potuto tra­sformarsi in capitalista e mutare in industriale un’economia. la cui base agri­cola era così prevalente pochi anni prima, da riflettere i suoi caratteri anche su quel settore tessile, che solo pare al Morandi degno di menzione (12).
Come che stiano le cose, appare evidente che le contraddizioni sin qui rile­vate derivano da analisi diverse, ma tutte fondate su un comune, errato presup­posto. Intendo dire che, non solo è inesatto addebitare l’origine del duali­smo al divario esistente fra gli Stati italiani al momento dell’unità, ma addi­rittura che, avviata in tal senso, una ricerca si muova su un terreno imprati­cabile. La consistenza di materiali informativi sulle singole economie regionali, infatti, è eterogenea, offre dati disparati e scarse possibilità di raffronti tra lo stato dei vari settori industriali e le condizioni dell’agricoltura tra una zona e l’altra del Paese, ad una data più o meno precisa o in un arco di tempo ampio abbastanza per esser valutato (13).
È qui, nello iato tra l’inconsistenza dei dati a disposizione eterogenei e dif­ficili da compararsi, e l’entità dei problemi cui si vorrebbe dar risposta, che esiste probabilmente il difetto di analisi: nel vedere all’origine delle ‘due Italie’ quel dualismo preesistente all’unità, del quale non è poi possibile valutare con esattezza l’entità.
A me pare che il problema vada ribaltato e che non da un dualismo ‘in nuce’ occorra partire, ma da ciò che dopo l’unità fu fatto perché esso, anziché aumentare a dismisura, diminuisse.
Partire dall’assunto che l’economia italiana nel suo complesso, al momento dell’unità, offriva ben poche prospettive di sviluppo industriale, e poi argo­mentare sulla maggiore o minore arretratezza di singole realtà territorialmente limitate è, in sostanza, fuorviante, perché realtà tali da presentare compiuta­mente i caratteri di un’economia in grado di produrre un autonomo sviluppo di tipo industriale sono, in fin dei conti, escluse proprio dalla considerazione iniziale.
Inoltre, riferirsi ad esperienze e possibilità economiche realizzate in alcune regioni a metà Ottocento, significa introdurre nell’analisi una variabile dai caratteri indefiniti, già difficile da valutare in relazione a un ristretto ambito territoriale e in un quadro politico definito, impossibile da determinare in una realtà territoriale diversa e più ampia, in un quadro politico del tutto mutato e in fase di stabilizzazione, in una situazione assai carente di prospettive di sviluppo industriale.
Anche a voler condividere, infine, i giudizi positivi espressi sulla politica seguita nel Regno di Sardegna prima del 1860, va notato che la stessa politica produsse nel Regno d’Italia più guasti che sviluppo. Ma ciò non meraviglia: la politica degli Stati regionali mal s’adattava ad uno Stato più vasto e dalla realtà ben più complessa, qual era quello italiano.
Quando osserva che, dopo l’unità, i provvedimenti presi dal governo aggra­varono gli squilibri tra il Nord e il Sud (14), non ad un preesistente dualismo il Candeloro imputa il carattere territorialmente parziale dell’industrializzazione italiana, ma alla persistente crisi agricola del Sud (15). Sia stata o meno questa la causa prima della limitatezza territoriale della base industriale italiana e della sua incapacità di estendersi al Sud, egli scinde correttamente la realtà degli Stati regionali da quella dello Stato unitario e pone l’accento sulle scelte della classe governante italiana.
In questa ottica si può ritenere che la causa storica del dualismo sia nella maggior precocità della rottura col sistema feudale registratasi nel Nord del Paese (16). Storica, in quanto ereditata dallo Stato unitario, e, come tale, destinata a essere eliminata dal nuovo Regno.
Quando i primi governi italiani, con scelte conservatrici della struttura agraria e con il salvataggio del latifondo meridionale, impedirono che la rot­tura col sistema feudale avvenisse anche al Sud, quando le disparità tra Stati regionali furono ereditate da uno Stato unitario che non operò per equilibrare il quadro economico, allora quelle che erano solo diverse potenzialità si muta­rono in elementi portanti di ciò che definiamo ‘sviluppo dualistico’. Prima no. Prima le realtà regionali erano entità a sé, che nulla avevano a che dividere con la successiva realtà del Paese. Costituivano, questo sì, uno dei nodi che la classe dirigente italiana doveva sciogliere, ma non sono l’origine del problema centrale della nostra storia nazionale.
Non al malgoverno borbonico o alla politica degli Asburgo occorre, quindi, risalire, e nemmeno alla lungimiranza di Cavour (17), ma ai programmi economici dei primi governi italiani e alla concezione dello Stato che guidò i successori di Cavour. A quei Ministeri, insomma, che posero in sincronia la politica econo­mica con gli interessi di proprietari fondiari e ceti professionali emergenti, la politica estera con le ambizioni dei Savoia, cercando sostegno diplomatico in Inghilterra e Francia ed estendendo l’indirizzo liberista piemontese ai territori annessi.
Naturalmente il liberismo garantì alle aree più equilibrate e moderne nella suddivisione e conduzione della terra un primo accumulo di capitali, maggior occupazione e circolazione di manodopera, crescita e consolidamento di ceti sociali più attivi sul piano economico. Colpì duramente, invece, le regioni in cui latifondo, arretratezza nella gestione delle terre e immobilismo fondiario impedivano di profittare di nuove opportunità commerciali e richiedevano ben altri interventi legislativi (18).
Ristrutturare i catasti, intaccando il latifondo senza generare una polve­rizzazione della proprietà fondiaria, e ridistribuire gli oneri sociali, avrebbe potuto favorire un aumento di produttività agricola e colpire lo strapotere di baroni e, ‘galantuomini’. Sarebbe stato possibile avviare opere di bonifica, incoraggiare investimenti produttivi, favorire il credito agricolo. Nulla di ciò fu fatto.
Mentre l’artigiano era proletarizzato e il piccolo proprietario espropriato, l’agricoltura del Sud non tornava utile nemmeno all’attività manifatturiera e commerciale legata alla produzione rurale; di conseguenza,

«con il crollo improvviso delle vecchie bardature protezioniste si riducevano le potenzialità dell’industria napoletana» quando «al Nord numerosi erano gli stabili­menti sorti negli ultimi anni con grande dispendio di mezzi e di capitali» (19).

Che ciò sia poi accaduto perché a governare erano

«reduci dalle lotte per l’unità nazionale che, proprio per l’importanza” assegnata “alla causa dell’indipendenza politica, ritenevano pressoché concluso il loro compito» (20),

ha scarso rilievo, perché, più che mediocre statura politica, mi pare che quei ‘reduci’ dimostrarono la volontà egemonica della classe sociale minoritaria di cui furono espressione. Talune scelte economiche sembrano così poco chiare, da indurre il Luzzatto a scrivere che sarebbe assai utile

«spingere l’occhio molto più addentro in alcune vicende» per «scoprirne la vera natura, su cui gli atti ufficiali ci lasciano sovente all’oscuro» (21).

Come che sia, non v’è dubbio che, individuando due realtà distinte della società italiana al momento dell’unità, due logiche evolutive diverse e poco comunicative tra loro, e inserendole in un ‘fenomeno’ duali­stico verificabile in ogni Paese in cui un processo di sviluppo sia avviato in condizioni di partenza caratterizzate da separazione originaria e fortemente ineguali quanto a livello (22), si è compiuto l’errore di negare il nesso di causa ­effetto che è insito nel maggior sviluppo di una sezione in rapporto al minore sviluppo dell’altra.
In effetti, senza inserire nel modello adottato una variabile ad esso estra­nea, e cioè il legame organico che l’azione politica determina tra lo sviluppo del Nord e quello del Sud, una simile operazione restringe solo in una astratta staticità un fenomeno del tutto dinamico. Se è vero infatti che al momento dell’unità

«la questione fondamentale per le regioni del Nord era di trasformarsi, da una sezione per tanti versi periferica e subalterna, in un’area autonoma di sviluppo; altrove invece, nel resto del Paese, il problema essenziale era ancora il riscatto da condizioni mortificanti di miseria endemica e di secolare arretratezza» (23),

è altrettanto vero che, solo venticinque anni dopo, al Nord il problema era di difendere e potenziare lo sviluppo economico che la politica liberista vi aveva determinato, mentre al Sud era quello del sottosviluppo che si era aggravato.
Sulle condizioni dell’industria meridionale al momento dell’unità si è discusso spesso con l’intento di dimostrare che gli scrittori meridionali ne sopravvalutarono l’entità (24). I problemi in effetti sono due: le possibilità di sopravvivenza di una parte dell’industria borbonica e la distribuzione delle commesse dello Stato dopo l’unità.
Dalla vicenda della Wenner, un’industria tessile costituita da un complesso di opifici ubicati tra Napoli e Salerno e che fu prospera fino al 1860, narrata dal suo proprietario, si ricava che essa si salvò dal disastro che colpì l’industria meridionale dopo l’unità grazie alla disponibilità di forti capitali, che permisero una rapida ristrutturazione (25).
Il successo del cotonificio, contemporaneo a quello di altri della zona e rea­lizzato nel corso di una profonda crisi internazionale del settore (26), è partico­larmente significativo, perché lascia supporre, infatti, che, se al Sud fossero stati reperibili quei capitali che, come ammette l’Einaudi. furono trasferiti al Nord, alcuni opifici meridionali avrebbero potuto sopravvivere e riprendersi. Su una tale ipotesi, cui fa cenno anche Luzzatto, non sarebbe forse inutile tornare a riflettere (27).
Alcuni indizi sembrano indicare che anche il disastro toccato all’industria bellica meridionale, che certamente risentiva poco della concorrenza straniera, non fu determinato solo da congenita debolezza ma anche da pregiudicanti scelte politiche.
Nel 1861, ad esempio, lo Stato italiano ereditò il complesso che sfruttava il minerale estratto dalle miniere di Stilo in Calabria, lo fondeva nel vicino stabilimento di Mongiana e riforniva l’Arsenale di Napoli. La sua produzione di ghisa costituì in quell’anno circa 1/10 di quella nazionale (28). Nel 1866 il complesso passò in appalto gratuito a un privato; condizione unica, l’esauri­mento delle giacenze di magazzino. Scaduto il contratto, l’azienda fu vendute ad azionisti francesi, inglesi e torinesi che facevano capo al Credito Mobiliare (29). L’officina meccanica di Pietrarsa a Napoli, nata dalla fusione con una fabbrica dei Granili, tra le migliori d’Italia e attrezzata per produrre rotaie, non ebbe miglior sorte: ricevette commesse solo per un sesto delle locomotive previste dal piano d’incremento della rete ferroviaria del Sud e negli anni ‘80 era già in crisi (30). È almeno naturale chiedersi, a questo punto, se tra l’esiguità delle commesse e la cessione dell’Officina a un gruppo finanziario napole­tano nel 1863, non corra più d’un legame.
La sorte dei cantieri navali non è più chiara. In Italia, è vero, l’industria cantieristica per costruzioni in ferro non

«avrebbe potuto sorgere […] grazie alle commesse […] della Marina, perché lo Stato da anni costruiva nei propri arsenali tutto il materiale necessario alla flotta» (31).

Ma quale Stato, quali arsenali? Prima dell’unità, i cantieri liguri lavora­vano per i Savoia, quelli campani per i Borboni. Chi costruì per la Marina da guerra italiana?
I cantieri navali di Castellammare di Stabia, che, proseguendo un lavoro iniziato per i Borboni, dopo l’unità, vararono per la Marina la prima coraz­zata (32) e, dal 1864 al 1881, la fregata ‘Messina’ e le corazzate ‘Duilio’ e, ‘Italia’ non erano certo inferiori a quelli liguri per efficienze e potenzialità (33).
Nel 1884, però, in vista d’un riarmo navale a sostegno di ambizioni espan­sionistiche in Africa, il governo italiano invitò la società inglese Armstrong ad aprire un cantiere navale a Pozzuoli, presso Napoli (34). Perché si scelse la Campania e non la Liguria non è dato sapere, ma è fin troppo chiaro che l’Armstrong col tempo avrebbe sottratto commesse ai suoi ‘vicini’. Alla scelta, poi, non fu certo estranea la considerazione che, come vedremo, al Sud ,la forza-lavoro era molto meno cara che al Nord (35).
I dati che possediamo sulle fabbriche d’armi sono scarsi, ma sono anche i meno utili: il Regno dei Borboni non dipendeva dall’estero per fucili e baionette più che gli altri Stati italiani. Se pochi anni dopo l’unità le sole industrie di armi degne di esser menzionate erano quelle bresciane (36), ciò può significare solo che, anche in questo settore, le commesse statali al Sud vennero a mancare.
Troppo frettolosamente, mi pare, si è giunti alla conclusione che l’industria meridionale non possedeva in sé forza vitale né radici (37). È probabile, invece, che là dove radici esistevano o potevano esser messe, la politica economica dei primi governi italiani provvide a reciderle.
Quando, a inizio secolo. il capitale settentrionale scese al Sud (di dove in qualche misura probabilmente proveniva), il campo era sgombro. Come per un lapsus freudiano non si parlò però di far sorgere, ma ‘risorgere’ l’industria a Napoli. Un risorgimento che non sarebbe stato nemmeno tentato se liberismo prima, protezionismo poi, non ne avessero determinato i presupposti e la legge speciale non avesse garantito materie prime a buon prezzo e decennali esen­zioni fiscali.
In effetti, la politica di protezione doganale non mirava a correggere errori del passato, ma a sostituire quella liberista che aveva esaurito la sua funzione. Essa fu adottata, del resto, solo quando gli agrari, pressati dal crollo dei prezzi, dalla crisi di produzione agricola e zootecnica e dall’abolizione del corso forzoso, invocarono dallo Stato una ‘protezione’ che già gli ambienti industriali ritenevano indispensabile per sostenere una concorrenza straniera che metteva a nudo la debolezza dell’economia nazionale.
Frutto di un’equivoca comunanza d’interessi, che ben s’accordava, del resto, con le ambizioni di casa Savoia e dei nazionalisti, ormai pronti per l’avventura coloniale, la nuova politica doganale servì a meraviglia a tacitare gli agrari, a soddisfare gli industriali e a potenziare una debole industria pesante, chiamata a rafforzare la Marina militare.
Dall’unità non erano trascorsi più di trent’anni. Non era chiaro, ma si delineava in quell’ambigua fusione d’interessi, il progetto egemonico dell’ala più avanzata della borghesia nazionale che, in nome del prestigio e della sicurezza del Paese, mirava alla totale subordinazione degli interessi pubblici a quelli privati, del potere politico a quello economico.
In realtà, l’allineamento della componente più dinamica della borghesia sulle posizioni tenute da radicali e socialisti durante la crisi di fine secolo, il favore stesso con cui fu accolta la mediazione giolittiana, furono scelte tattiche consapevoli nel quadro d’una strategia già sperimentata anni prima, quando il protezionismo era stato ottenuto mediante un compromesso con gli agrari che, alla fine, aveva indebolito proprio la posizione politica di questi ultimi (38).
Anche la crisi di fine secolo si risolse con un compromesso, quello liberal-­socialista attuato da Giolitti e Turati, che consentì all’economia italiana di pro­seguire nel suo sviluppo, anzi di assumere i suoi caratteri definitivi. In quegli anni, infatti, inserendosi sempre più profondamente nei gangli dell’or­ganizzazione statale, il potere economico (alta finanza e grossa industria al Nord e, in posizione sempre più subalterna, gli agrari del Sud) prese a spin­gere a senso unico lo. politica italiana (39). Questo non sarebbe accaduto senza un avvenimento dalla portata ben più ‘rivoluzionaria’ dell’avvento della Sinistra al potere: l’appoggio socialista alla politica di Giolitti, che significò il passaggio da una opposizione dura e di principio del gruppo parlamentare socialista, a un atteggiamento di confronto più costruttivo.
Una delle conseguenze della politica di Giolitti fu la totale emarginazione del Sud dal processo di sviluppo economico del Paese. Un’emarginazione che, a lungo andare, indebolì le potenzialità complessive del Paese e ne rallentò lo sviluppo democratico e civile. Essa però fu determinata, non meno che dalla politica di Giolitti, dalla incapacità dei socialisti di valutare il senso del « rifor­mismo» giolittiano e di elaborare un progetto politico alternativo a quello borghese.
Persino i sindacalisti rivoluzionari, che si opponevano ad ogni compro­messo con la borghesia, nel dibattito sull’intervento speciale per il Sud, furono decisi assertori d’una opzione industriale che, senza effettive contro­partite per il proletariato meridionale, offriva a imprenditori e finanzieri l’op­portunità di investire capitali garantiti dalla più ampia esenzione fiscale, di accedere a mercati poveri, ma utili come riserva, e di sfruttare una manodopera tanto più economica quanto più abbondante, dequalificata e poco organizzata a livello sindacale (40).
Pur tenendo conto della perdurante debolezza del movimento operaio nazionale negli anni immediatamente precedenti il varo della legge speciale per Napoli, il 1898 appare particolarmente adatto per tentare un confronto tra le capacità organizzative e combattive del proletariato nelle diverse aree del Paese. In quell’anno, 256 scioperi scossero il Paese da un capo all’altro, scate­nando la dura reazione governativa e preparando il terreno a quella svolta desti­nata a identificarsi col nome e la politica di Giolitti (41).
Benché le organizzazioni politiche e sindacali, più presenti nell’area centro­settentrionale del Paese, fossero state sciolte, al Nord si registrò il 56 % degli scioperi del settore industriale, con il 61 % degli scioperanti e il 67% delle giornate di sciopero. Nell’Italia centrale gli scioperi furono il 29 % del totale nazionale con il 22 % degli scioperanti e il 18 % delle giornate di sciopero; in quella meridionale invece gli scioperi attuati furono solo il 15 % del totale con il 17 % dei partecipanti e il 15 % delle giornate lavorative perdute (42).
Anche la durata degli scioperi separa nettamente le tre aree del Regno. Infatti 6 sono al Nord e 5 al Centro gli scioperi che superano la durata di un mese, solo 2 (entrambi attuati in Sicilia) quelli registrati al Sud. Ancora all’Italia del Nord tocca il primato per gli scioperi durati dai 10 ai 30 giorni 43, per quelli durati da 4 a 10 giorni (44) e quelli vhe non andarono oltre i 3 giorni (45).
Il diverso esito delle agitazioni conferma le disparità sin qui rilevate. La percentuale degli scioperi terminati al Sud con esito completamente o parzial­mente favorevole, il 46 %, è inferiore sia a quella dell’Italia centrale [62 %], che settentrionale [52 %].
Al contrario, la percentuale degli scioperi terminati con esito sfavorevole agli operai è di gran lunga più alta al Sud che non al centro e al Nord: 54 % contro 38 % e 48% (46).
Per quanto concerne i motivi che li determinano, gli scioperi si possono dividere in rivendicativi (richieste di aumenti di salario e di riduzione di lavoro), difensivi (resistenza contro la riduzione del salario o 1’aumento delle ore di lavoro) e, infine, di carattere indefinito, determinati da cause diverse dalle precedenti (47). Anche in questo caso, la situazione di debolezza del Sud appare evidente. Al Nord si hanno infatti il 48 % degli scioperi rivendicativi, il 56 % di quelli difensivi e il 75 % di quelli determinati da altre cause. Le percentuali al centro sono rispettivamente del 33 %, del 23 % e del 16 %; al Sud, infine, del 19 %, dell’8 % e del 9 % (48).
È evidente che quello meridionale rappresentava, in un proletariato già disgregato come quello italiano, l’elemento più debole, più disposto, cioè, a produrre di più e a più basso costo, il parametro inferiore, la variabile su cui contare per gestire sia l’asfittico processo di sviluppo che la legge speciale per Napoli innescava sia le inevitabili crisi cui esso conduceva.
Sulle disparità salariali tra le diverse aree del Regno e all’interno dei me­desimi comparti industriali mancano dati precisi, ma alcuni confronti confer­mano !’ipotesi d’una netta sperequazione tra Nord e Sud (49).
Fino al 1877 il salario medio risulta in Campania inferiore a quello di Lombardia, Liguria e Piemonte. Le differenze variano per gli uomini da un minimo di £. 0,28 ad un massimo di £. 1,25; per le donne dai 15 ai 30 centesimi; per i ragazzi dai 16 ai 28 centesimi. È un dato generico, ma non insignificante (50).
Per gli anni successivi sono possibili confronti più attendibili. Nel 1891, ad esempio, alla Keller, uno stabilimento tessile di Villanovetta, in provincia di Cuneo, 13 operai di diversa specializzazione percepivano assieme, per un giorno di lavoro, £. 10,74. Se avessero lavorato in una fabbrica tessile di San Leucio, in provincia di Caserta, avrebbero percepito £. 2,49 in meno. In pratica, pagando i salari corrisposti al Sud, la Keller avrebbe risparmiato il costo dell’intero reparto delle incannatrici (51).
Paragonato a quello di una fabbrica di Forlì, la Brassini, il salario degli operai di San Leucio era ancora più basso: assieme, nove operai casertani ricevevano infatti in una giornata £. 2,60 in meno di nove operai della Brassini con identica specializzazione. Coi salari di San Leucio la Brassini avrebbe risparmiato il costo di cernitrici, strusere e mazzanti (52).
Disparità non meno chiare emergono dal settore meccanico. Nel 1893, all’Ansaldo di Sampierdarena, il lavoro di ventuno operai, divisi in sette specia­lizzazioni con tre livelli salariali ciascuno, più quello di cinque capi laboratorio costava £. 150,50, cioè £. 7,69 in meno che alla Hawthorn & Guppj di Napoli (53). Sommando la retribuzione media delle sei specializzazioni che, nel 1898, costituivano l’organigramma operaio delle due aziende, si ricava che, alla Hawthorn & Guppj si risparmiavano, in media, £ 2,60 al giorno per ogni sei operai (54).
Più indicativi sono i dati sulla Società Strade Ferrate del Mediterraneo, con sede a Milano e opifici a Torino, Genova, Milano e Napoli, perché con­sentono di confrontare salari di operai di uguale mansione occupati in sedi diverse d’una medesima azienda. Nel 1899 la giornata di trenta operai era pagata a Torino con £. 110,90, a Milano con £. 109,38 e a Napoli con £. 103,79: una differenza di £. 7,1I in più rispetto a Torino e 5,29 rispetto a Milano. L’officina napoletana era quella di Pietrarsa (55).
Il basso costo della forza lavoro non giovava molto al capitale meridionale, praticamente inesistente (56). Su di esso, al contrario, poteva ben contare chi, senza molto temere da un proletariato disgregato, s’accingeva a ‘industrializ­zare’ il Napoletano, allettato da protezioni ed esenzioni fiscali e rassicurato per­sino dai socialisti, i quali, ricordando che

«la prudenza e la moderazione è una necessità per ogni specie di movimento operaio, ma in modo particolare in un ambiente che soffre appunto per difetto d’industrie» (57),

assicuravano:

«a Napoli […] scongiuriamo quasi sempre lo sciopero e lo consigliamo solo nei mo­menti di assoluta legittima difesa» (58).

Enrico Leone trascinava addirittura i sindacalisti rivoluzionari sulle posi­zioni duramente contestate ai riformisti, invitandoli a favorire la formazione del capitale (59). Paradossalmente, il patto di tregua sociale che legava Turati a Giolitti trovava garanti al Sud proprio in Labriola e Leone, nei suoi critici cioè più severi. Ecco dunque che, proprio negli anni in cui la borghesia italiana perse­guiva obiettivi ormai abbastanza definiti e, movendosi su  una linea strate­gica sperimentata, finalizzava gli indirizzi politici a quelli economici, il dibattito nel P.S.I. si faceva più lacerante, la sua strategia più confusa, più incerti gli strumenti per realizzarla.
Quando iniziò l’esperienza liberal-riformista, il P.S.I., impegnato a conci­liare una dottrina rivoluzionaria con una prassi parlamentare riformista, si trovò subito costretto a contentarsi di piccoli e mai determinanti successi e ad offrire il fianco all’azione di logoramento che la borghesia andava compiendo, utilizzando l’innegabile perizia tattica di Giolitti.
Nell’attesa messianica che vi si compisse ad opera della borghesia la ‘rivo­luzione democratica’, il Sud rimaneva intanto del tutto estraneo al progetto riformista di Turati (60), che, attrezzato il partito per una navigazione di cabotaggio lungo la rotta liberaI-socialista, contribuì non poco a consolidare l’anomalo meccani­smo di sviluppo del Paese e agevolò, in ultima analisi, l’affermazione non solo economica, ma anzitutto politica del grosso capitale (61).
Non a caso, quando Turati volle sintetizzare il programma meridionalista del P.S.I., parlò di egemonia

«della parte più avanzata del Paese sulla più arretrata, non per opprimerla anzi per emanciparla e sollevarla» (62).

Era una formula inaccettabile, che codificava l’esistenza delle ‘due Italie’, quella progredita e in progresso al Nord, quella arretrata e da emancipare al Sud. In pratica riduceva il Sud a soggetto passivo dello sviluppo del Paese e ne relegava il proletariato in posizioni subalterne rispetto a quello del Nord. Sbandierando i vessilli della socializzazione delle terre e della conquista del Parlamento, Turati abbandonava il Sud al trasformismo (63).
Se alla fine dell’Ottocento la pratica trasformista, offrendo favori e spazio politico agli agrari, aveva consentito di far passare senza proteste le numerose protezioni e i sussidi concessi all’industria settentrionale (64), negli anni del ‘boom industriale’ quel sistema di forzature divenne pienamente operante: ciò avvenne, in pratica, quando Giolitti, approfittando della crisi d’identità del P.S.I., portò a perfezione quel meccanismo per il quale sin dall’Unità le zone depresse del Paese si erano trasformate in aree di sfruttamento e il sottosvi­luppo del Sud era sempre più diventato funzionale allo sviluppo del Nord.
C’è chi tende a far passare per fisiologico l’instaurarsi d’un tale rapporto, come se avesse generato un meccanismo di sviluppo in grado di funzionare autonomamente. Al contrario, il meccanismo non avrebbe funzionato senza che, a Nord e Sud territorialmente intesi, non avessero fatto da complemento un Nord e un Sud della classe lavoratrice, senza che il compromesso liberal-socialista non avesse fatto da contraltare al trasformismo, conferendo all’ala riformista del P.S.I. la funzione che, nella prassi parlamentare, era stata assolta dai 1atifondisti.
Non fisiologico, ma patologico fu, a ben vedere, quel rapporto. Da esso non poteva nascere che uno sviluppo economico ma1certo, limitato a un’area del Paese e garantito dalla miseria di quelle rimanenti; uno sviluppo in cui la povertà d’una classe sociale fu istituzionalizzata e resa funzionale alla prospe­rità di un’altra, quanto il sottosviluppo del Sud lo fu allo sviluppo del Nord.
È in questa ottica che si inserì la legge per Napoli, una legge altrimenti inspiegabile per la sua estraneità al contesto sociale ed economico cui si appli­cava, tanto discordante nei presupposti e negli obiettivi che Savarese, pur ritenendo che senza di essa l’industria a Napoli avrebbe rischiato di sparire, non può evitare di precisare che questa constatazione non ne contraddice altre,

«altrettanto fondate, sull’esito deludente dei programmi di rapida preindustrializ­zazione» (65).

Ma quell’esito deludente, più che indurre a ripensare criticamente gli indi­rizzi meridionalisti intorno alle specializzazioni concretamente incentivabili, nel quadro unitario dei meccanismi di produzione operanti, che non sono poi così generici come sembrano al Savarese (66), dovrebbe proporre interrogativi sulla volontà politica di elaborare un progetto di sviluppo economico del Sud. A me pare addirittura che non si possa parlare dell’esito deludente della legge spe­ciale per Napoli come di un non riuscito aggancio delle regioni del Sud alla crescita della società italiana (67). Non si può, perché quell’aggancio non fu nemmeno tentato. In realtà, la legge del 1904 non si inquadra in una ‘politica per il Sud’ nel senso stretto della parola, perché elude i motivi di fondo della tematica del Nitti, che sembra ispirarla, e si modella sullo stereotipo dello sviluppo della borghesia nazionale, a cui risulta, in definitiva, funzionale. È per questo che riesce difficile condividere l’opinione di chi ritiene la linea politico-economica seguita dopo l’unità pienamente rispon­dente all’interesse della collettività e il sacrificio di interi settori economici e di gran parte della classe lavoratrice necessari e reversibili (68).
Di recente Savarese ha provato a fondare su basi diverse l’analisi del dualismo dell’economia italiana e, pur sopravvalutando probabilmente la comprensione del problema del Sud da parte dei fautori del ‘filone industriale’, ha colto importanti contraddizioni nell’abusata prassi delle leggi speciali, osservando come, con l’epilogo del decollo industriale del periodo giolittiano,

«il patrimonio produttivo meridionale ha aumentato la sua incapacità a far fronte persino alle più elementari necessità delle popolazioni locali», che la Campania, la zona più industrializzata, ha assunto «una funzione trainante anche nei processi di sottosviluppo»

e che Napoli, infine, ha subito

«paradossalmente tanto la solidità ben superiore della struttura produttiva del Nord, che la desolante miseria dell’area eco­nomica in cui è inserita» (69).

Anche Giovanni Aliberti, del resto, osserva giustamente che qualsiasi tentativo di sviluppo economico della Campania, incapace di

«cogliere il nesso che legava l’eventuale crescita dell’industria urbana alla trasforma­zione economica del retroterra regionale mediante l’ammodernamento dell’impresa agraria e il rinnovamento della vita sociale nelle campagne» (70),

era destinato a fallire. Egli, come altri studiosi, addebita tale incapacità e, quindi, il fallimento della politica d’intervento speciale agli imprenditori (71). A noi pare, invece, che abbia ragione il Galasso, quando invita a non sottovalutare o deformare il ruolo e la figura dell’imprenditore campano, estromettendolo dalla struttura economica e sociale in cui si forma e opera (72). Ciò, aggiungerei, anche per evitare all’imprenditore la sorte dell’operaio campano, troppo spesso valutato nel suo comportamento sull’astratto metro della ‘coscienza rivoluzionaria’ maturata, più che in relazione alle concrete modificazioni economiche e sociali in atto. Non mi pare esatto, del resto addossare alla classe dirigente industriale del Sud un ruolo più che marginale nel fallimento della politica di legislazione speciale, almeno ad inizio secolo. E non è nemmeno del tutto esatto, a ben vedere, parlare di fallimento, perché la legge per Napoli produsse quanto si attendeva il legislatore. Se poi già nel 1908 i sindacalisti rivoluzionari scoprono di aver sbagliato ad associarsi

«all’inno degli arditi industriali settentrionali », perché «gli avvenimenti successivi han chiarito […] l’inganno di Napoli industriale» (73),

ciò non serve ad altro che a meglio inserire la vicenda economica della Campania e, in pratica, del Sud in quella complessiva del Paese. In quegli anni, in effetti, l’Italia s’avviava a pagare il prezzo della sconfitta patita da un partito operaio ancora incerto e immaturo, incapace quindi di contrastare effi­cacemente una strategia di sviluppo della borghesia che si fondava sullo sfrut­tamento e che affondava le sue radici nei rapporti di forza determinatisi già all’indomani dell’unificazione nazionale.
Nel periodo di Giolitti, e mi pare di poter così concludere le mie note, quel progetto economico divenne sempre più esplicitamente progetto politico. In tal senso va vista l’equivoca funzione della Banca, legata ormai a filo doppio alle Istituzioni e il ruolo determinante da essa assunto nella drastica mobilita­zione del risparmio. Privilegiando gli impieghi industriali del risparmio, la Banca risolse infatti il problema di un’industria che si sviluppava in un Paese dove né l’agricoltura né il commercio avevano dato luogo alla formazione di grossi capitali privati, né tanto meno il piccolo risparmiatore investiva in titoli industriali (74). In una simile situazione, assai più grave al Sud (75), un sistema di rigorosa distinzione tra banca commerciale e società di investimenti finanziari non poteva sopperire alla cronica deficienza di capitali. Di qui l’introduzione di un organismo capace di mediare le due funzioni: le cosiddette ‘banche miste’, che completarono il progetto economico della borghesia italiana.
La simbiosi tra Banca e Industria e il legame con le Istituzioni dello Stato, che si faceva garante di una settoriale politica d’investimenti, finirono per costi­tuire l’asse portante d’un sistema economico e politico che sacrificava, in pratica, le ragioni e gli interessi d’un sano sviluppo economico a quelli dei grossi gruppi finanziari, favorendo processi di crescita industriale e facendo sì che la nostra industria, tecnicamente deficiente e complessivamente arretrata, cre­scendo all’ombra dell’apparato di garanzie offerto dal sistema di protezioni, si trasformasse in un organismo parassitario.
La crisi del 1907, spingendo il mercato azionario a preferire ai titoli indu­striali i depositi bancari e le obbligazioni di Stato, indusse l’industria a ricor­rere sempre più al sostegno dello Stato e determinò fenomeni di accentramento di sempre più vasta mole, acuendo i fattori di squilibrio insiti nel sistema (76).
L’intreccio di partecipazioni e di interessi che si andava sempre più conso­lidando intorno al nucleo d’una industria pesante ch’era il settore più malato della nostra industria, anziché quello trainante, contribuiva d’altro canto alla radicalizzazione delle posizioni politiche, mentre i problemi di sovrapproduzione da cui era afflitta gran parte dell’industria italiana sembravano poter esser risolti solo da una intensificata domanda da parte delle Amministrazioni militari (77).
Ormai la mediazione giolittiana non tornava più utile e Giolitti fu allontanato dal centro della scena parlamentare. Quando vi fece ritorno, l’asse politico s’era spostato a destra e i bilanci non permettevano più di conciliare una politica di spese militari con una di riforme. Le forze che all’aprirsi del secolo avevano giudicato Giolitti l’uomo adatto al momento erano le stesse che, quindici anni dopo, lo mettevano in disparte, sostituendo ad ogni altra possibile prospettiva per l’economia italiana quella della guerra.
Che la guerra non sia una conseguenza ineluttabile di una crisi del capitale è opinione da condividere (78). È innegabile però che dall’inizio del secolo le guerre del Regno d’Italia furono combattute tutte nell’illusione di risolvere una crisi e tutte ne generarono un’altra di dimensioni più gravi. Si dirà che è difficile dimostrare che esiste un nesso tra le crisi economiche del Regno d’Italia e le sue guerre, e può essere vero; altrettanto difficile, tuttavia è negare che tra crisi e conflitto esiste un nesso che non si può definire congiunturale, a meno di volerle ritenere tutte accidenti casuali (79). In realtà il nesso esiste e va cercato nell’identificazione tra classe dirigente economica e politica. Sintetizzando, si può dire che, in effetti, la prima produceva la seconda sicché, quando la classe economica era di fronte alla crisi, quella politica la soccorreva con la guerra.
Questo discorso, però, condurrebbe lontano. A me basta osser­vare che a ogni guerra si registrava un ampliamento dei settori dell’industria pesante più presenti al Nord che al Sud, che c’erano secche perdite di capitale monetario colmate dallo Stato mediante la tassazione indiscriminata, che a ogni guerra, infine, diminuiva o si bloccava l’emigrazione. In altre parole, ogni guerra aggravò lo squilibrio economico del Paese, sicché paradossalmente si può dire che ognuna fu combattuta da ‘due Italie’ delle quali una, quella del sottosviluppo, il Sud, uscì sempre e comunque sconfitta.

Note

1) Sulla legge speciale per Napoli del 1904, cfr. Marcella Marmo, L’economia napoletana alla volta dell’Inchiesta Saredo e la legge dell’8 luglio 1904 per l’incremento industriale di Napoli, in «Rivista Storica Italiana », 1964, IV, pp. 954-1023; Francesco Barbagallo, Stato e lotte politico-sociali nel Mezzogiorno, Arte Topografica, Napoli 1976; Alfonso Scirocco, Politica e Amministrazione a Napoli nella vita unitaria, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1972; Ferdinando Del Carretto, La legge del 1904 per Napoli e la sua applicazione, Napoli 1908; Giuseppe Russo (a cura di), L’avvenire industriale di Napoli negli scritti del primo Novecento, Unione Industriali, Napoli, 1963.
2) Per gli studi più significativi sui problemi dell’industrializzazione della Campania e sullo sviluppo economico del Napoletano, si veda Giovanni Brancaccio, La Campania industriale. Bilancio storiografico, in «Prospettive settanta », n. s. VIII (I986), n. 2-3, pp. 213-231.
3) Cfr. Gino Luzzatto, L’economia italiana dal 1861 al 1894, Einaudi, Torino 1968, p. 15.
4) Ivi, p. 19.
5) Ibidem, p. 41. Le elaborazioni sono mie. Pro­seguendo nella sua politica, il fisco espropriò, dal 1885 al 1897, altri 89.347 proprietari meridionali (1’82 % del totale nazionale), trascinando cosi nella rovina anche fittavoli e mezzadri e producendo effetti devastanti su piccola e media proprietà terriera del Sud. Il rapporto medio tra espropri ed abitanti (uno su 6.154 a livello nazionale, uno su 18.357 al Nord e uno su 2.835 nell’Italia centrale) fu al Sud di un abitante su 374. I dati riportati sono in Italo Giglioli, Malessere agrario ed alimentare in Italia. Relazione di un giurato italiano all’Esposizione universale di Parigi, nel 1900, sulle condizioni dell’agricoltura in Italia, in paragone colle condizioni all’estero, Stabilimento Tipografico Vesuviano, Portici 1903. Le elaborazioni sono mie.
6) Per i dati e la citazione, cfr. Gino Luzzatto, L’economia italiana…,cit., p. 113. Le percentuali sono mie. Il Candeloro, al contrario, scrive che dopo il 1871 si evidenziarono problemi nati dal modo in cui fu attuata l’unità, dal tipo di Stato costruito e dalla politica economica seguita nel primo decennio unitario e coglie il nesso tra crisi agraria, malgoverno e dualismo, affermando «che la crisi agraria degli anni ‘80 e i provvedimenti presi dal governo aggravarono gli squilibri esistenti […] tra il Nord e il Sud ». Cfr. Giorgio Candeloro, Storia dell’Italia moderna, Feltrinelli, Milano, 1970, VI, pp. I4 e 2I6.
7) Cfr. Rodolfo Morandi, Storia della grande industria in Italia, Einaudi, Torino, I959, p. 279. Forse gli scrittori meridionali sbagliano «a rappresentare quasi una parità di livello tra il Nord e il Sud al momento dell’unificazione e ad attribuire quasi esclusivamente alla legislazione dello Stato Unitario la disparità che si stabilirà e si accrescerà di decennio in decennio ». Non è meno errato però sostenere che a tale disparità fu estranea una legislazione che fu «chiara espressione della totale impreparazione e della vacuità letteraria di una classe diri­gente disarticolata all’estremo e impregnata di un infantile provincialismo ». Ivi, pp. 278-279.
8 ) Con Luzzatto, anche Castronovo, come vedremo, esprime dubbi in tal senso. Grifone, poi, afferma che l’Italia nel I86I soffriva di «penuria di capitali […], scarsezza di materie prime, assenza di un grande mercato […] » e che «l’unità di per sé sola non crea il mercato, ma soltanto una delle condizioni essenziali perché un grande mercato sorga. Perché il paese offra possibilità d’investimento, di smercio, occorre attrez­zarlo». Cfr. Pietro Grifone, Il capitale industriale in Italia, Einaudi, Torino, I971, p. 5. Cafagna, a sua volta, scrive che alla data dell’unità, la condizione economica dell’Italia non consente di parlare minimamente di base industriale. Cfr. Luciano Cafagna, La formazione di una base industriale fra il I869 e il I9I4, in «Studi Storici », II, nn. 2-3 luglio-dicembre I961. p. 290. Per una critica alla tesi di chi vede il Sud, già prima dell’unità, in posizione irrimediabilmente compromessa e per un’efficace analisi delle cause del dualismo, cfr. Renato Zangheri, Dualismo economico e formazione dell’Italia moderna, in La formazione dell’Italia industriale, a cura di Alberto Caracciolo, Roma-Bari, 1969, pp. 285-296.
9) Cfr. Rodolfo Morandi, Storia della grande industria … , cit., p. 274.
10) Ivi, p. 276.
11) Ibidem, p.281.
12) Ibidem, p. 276.
13) L’Eckens ha provato a cercare un metodo di comparazione tra le fonti, ottenendo però esiti tanto inferiori alle intenzioni, che meglio sarebbe stato dire a conclusione del saggio, quanto, in tutta onestà è scritto all’inizio. «I dati […] sulle relative situazioni economiche del Nord e del Sud all’epoca dell’unificazione -egli osserva – non consentono un giudizio immune da […] interpretazione soggettiva. Non è infatti possibile sommare i dati regionali e confrontarli fra loro sulla base di un calcolo ‘pro capite’ ma è necessario confrontare alla meno peggio tipi di dati tra loro disparati». Cfr. Richard. S. Eckens, Il divario Nord-Sud nei primi decenni dell’Unità, in La formazione dell’Italia …, cit., p. 223.
14) Cfr. Giorgio Candeloro, Storia dell’Italia … , cit., VI, p. 216.
15)  Ivi, p.231.
16) Ibidem, p. 231.
17) Per spiegare i Fasci Siciliani, ad esempio, il Luzzatto risale alla sfiducia della Sicilia nel potere centrale e periferico, accenna ai Vespri, alle illusioni sorte con la spedizione dei Mille, all’azione politica della dittatura garibaldina e, finalmente, alla divisione dei beni demaniali, all’alienazione di quelli ecclesiastici e al malcontento suscitato dall’iniqua distri­buzione degli oneri fiscali. Cfr. Gino Luzzatto, L’economia italiana … , cit., pp. 207-208.
18) Per il Morandi, il liberismo è una ‘mazzata’ calata su quel poco d’industria cre­sciuta al Nord.. È un’opinione difficile da condividere. Al Nord non c’erano ancora né industria né industriali. C’era, come scrisse lui stesso, una figura di mercante-imprenditore che governava con gli agrari e cercava una politica che, tacitando questi ultimi, consentisse la sua trasformazione in capitalista. Cfr. Rodolfo Morandi, Storia della grande industria … , cit., p. 279.
19) Cfr. Valerio Castronovo, L’industria italiana dall’Ottocento a oggi, Mondatori, Milano, 1980, p. 27. Al Castronovo, in verità, pare sfuggire che nuove ‘bardature’, avrebbero di lì a poco tute­lato i «numerosi stabilimenti» sorti al Nord. In quanto al ‘dispendio’ di capitali, persino l’Einaudi ammise che, con la vendita di beni ecclesiastici e del demanio e coi prestiti pub­blici, molta ricchezza del Sud fu trasferita al Nord, dove si contribuì di meno e si approfittò di più delle spese fatte dallo Stato, ottenendo la maggior parte dei pubblici appalti. Cfr. in proposito Renato Zangheri, Dualismo economico … , cit., p. 286.
20) Cfr. Valerio Castronovo, L’economia italiana … , cit., p. 24.
21) Cfr. Gino Luzzatto, L’industria italiana … , cit., p. 5.
22) Cfr. Il Nord nella Storia d’Italia. Antologia politica dell’Italia industriale, a cura di Luciano Cafagna, Laterza, Bari 1962, p. V.
23) Cfr. Valerio Castronovo, L’industria italiana … ,cit., p. 22.
24) Una ricostruzione completa della realtà economica meridionale al momento dell’unità non esiste, per quanto non manchino lavori anche pregevoli su suoi aspetti particolari e determinate realtà settoriali o locali, per i quali rimandiamo a Giovanni Brancaccio, La Campania industriale. Bilancio…, cit.
25) Cfr. Giovanni Wenner, L’industria tessile salernitana dal I824 al I918, s.l. e s.n., 1953. Del lavoro esiste una ristampa della Società Editrice Napoletana, (Napoli 1983) con un’Appendice curata da Ugo Di Pace.
26) La ristrutturazione fu avviata quando si avvertivano ancora le ripercussioni della guerra di secessione americana e ben prima dell’entrata in vigore del protezionismo doganale.
27) Cfr. Gino Luzzatto, L’economia italiana … , cit., pp. 24-25.
28) Nel 1861 la produzione nazionale di ghisa fu di 26.000 ton. Ivi, p. 121.
29) Ibidemi, p. 133. Si tratta di operazioni da cui il Sud non trae in verità vantaggio alcuno.
30) Per una storia dell’Opificio di Pietrarsa, si vedano gli Atti della Commissione di Inchiesta sull’esercizio delle Ferrovie, Roma 1881, parte II, voI. I, p. 449 e ss.
31) Cfr. Gino Luzzatto, L’economia italiana … , cit., p. 125.
32) Cfr. Angelo Mangone, L’industria nel Regno di Napoli, Fiorentino, Napoli, 1976, pp. 50-51.
33) Cfr. Giorgo Candeloro, Storia dell’Italia … , cit., VI, p. 245.
34) Cfr. Valerio Castronovo, L’industria italiana … , cit., p. 44. Un invito a dir poco incoerente, dopo che s’era fatto di tutto per smantellare gli stabilimenti militari del Napoletano, allo scopo – si disse – di evitare a Napoli, «troppo bella città », il pericolo d’un bombarda­mento! Cfr. Francesco Saverio Nitti, Il bilancio dello stato dal 1862 al 1896-97. Prime linee di una inchiesta sulla ripartizione territoriale delle entrate e delle spese pubbliche in Italia, ora in Scritti sulla questione meridionale, Laterza, Bari 1958, p. 214. In realtà i cantieri non furono poi mai aperti.
35) Cannoni e proiettili di ogni arma si producevano a Pietrarsa, alla Guppj, alla Fon­deria Reale e all’Arsenale di Napoli. Il Mangone cita anche, ma non specifica la fonte, fabbriche di armi di Torre Annunziata, Napoli e Lancusi. Cfr. Angelo Mangone, L’industria nel Regno … , cit., pp. 52-53.
36) Cfr. Gino Luzzatto, L’economia italiana … , cit., p. 123.
37) Cfr. Rodolfo Morandi, Storia della grande industria … , cit., p. 278.
38) È stato giustamente osservato che a fine secolo il Paese non era in grado di sostenere il peso d’una politica d’espansione che, inoltre era estranea agli interessi dei gruppi più accorti dell’alta borghesia. Cfr. Valerio Castronovo, L’industria italiana … , cit., p. 69. Appena gli agrari imboccarono la via del colpo di Stato, l’al1eanza fu rotta.
39) Il giudizio più penetrante sul ‘sistema’ di Giolitti resta ancora quello del Carocci, che lucidamente ha avvertito come «la democrazia giolittiana trapassava verso una oligarchia plutocratica nella misura in cui l’industria si avviava verso forme sempre più concen­trate e potenti ». Cfr. Giampiero Carocci, Giolitti e l’età giolittiana, Einaudi, Torino 1971, p. 53.
40) Sulle contraddizioni della campagna socialista per l’industrializzazione di Napoli, cfr. Giuseppe Aragno, Socialismo e sindacalismo rivoluzionario a Napoli in età giolittiana, Bulzoni, Roma 1980.
41) Il numero degli scioperi fu il più alto fatto registrare fino a quell’anno; gli scioperi terminati con la vittoria totale o parziale dei lavoratori furono il 54%. I dati sono in Ministero Agricoltura,.Industria e Commercio (MAIC), «Annuario Statistico Italiano. Statistica degli scioperi », Roma 1900, Tav. I, Rie­pilogo, p. 527. Le elaborazioni sono mie.
42) Ivi, p. 325, elaborazioni mie.
43) 22 scioperi contro i 7 del centro e i 4 del Sud. Cfr. «Annuario », cit., p. 527.
44) 37 contro i 10 del centro e del Sud. Ivi.
45).79 contro i 51 del centro e i 23 del Sud. Ibidem.
46) La Campania è al nono posto per numero di scioperi (superando Umbria, Puglia, Sardegna, Liguria e Calabria), al decimo per numero di scioperanti e giornate di sciopero (superando Puglia, Sardegna, Liguria e Calabria). Ibidemi, p. 325. Nessuno sciopero vi dura più di 30 giorni, uno se ne registra tra quelli di durata 10-30 giorni, due tra quelli di 4-10 giorni. Persino per gli scioperi di durata non superiore ai tre giorni, la Campania è superata da Lombardia, Piemonte, Emilia, Sicilia, Toscana, Veneto, Lazio e Marche. Ibidem.
47) Cfr. «Annuario … », cit., p. 526.
48) Ivi, pp. 526-527. Elaborazioni mie. In Campania gli scioperi rivendicativi sono solo 3 e impegnano 48 operai in 68 giornate di lotta. Altrettanti gli scioperi difensivi, con 197 scioperanti e 1.574 giornate lavorative perdute. Un solo sciopero, infine si registra per cause diverse dalle precedenti con 60 scioperanti e 780 giornate perdute. Ibidem.
49) Sulla storia del salario industriale in Italia cfr. Stefano Merli, Proletariato di fabbrica e capitalismo industriale, La Nuova Italia,Firenze 1972, pp. 373-457, che si occupa, però, del salario in relazione al rapporto tra proletariato operaio e sviluppo del capitalismo italiano. In effetti, dai dati a disposizione, scarsi e spesso alterati dagli imprenditori, è impossibile ricavare un esatto quadro salariale. Io ho confrontato situazioni del Nord con realtà campane, ma le osservazioni sono senza dubbio valide per il Sud nel suo complesso.
50) Le medie erano le seguenti: in Campania £. 1,60 (uomini), £. 0,85 (donne), £. 0,65 (fanciulli); in Lombardia rispettivamente £. 1,88, £. 1, £. 0,53; in Piemonte £. 2,25, £. 1,15, £. 0,65; in Liguria £. 2,75, £. 1,15, £. 0,55. Cfr. MAIC, Direzione. Generale della Statistica, Ricerche sopra la condizione degli operai nelle fabbriche, Roma 1877, pp. 85 e 107 per la Campania, pp. 12, 41 e 62 per la Lombardia, pp. 112 e 77 per il Piemonte, p. 70 per la Liguria.
51) I dati sono in Stefano Merli, Proletariato di fabbrica … , cit., pp. 400-401. Le elaborazioni sono mi3.
52) Ivi, pp. 400-401. Le elaborazioni sono mie. Su 26 operai che svolgevano la medesima mansione, 26 percepivano a Genova un salario più alto.
53) Cfr. M.A.I.C, «Annuario Statistico Italiano », Mercedi agli operai, Roma 1900, cit., p. 504. Le elaborazioni sono mie.
54) II risparmio, che ben ripagava i 50 centesimi dati in più ad ogni fabbro era di £. 1,30 per calderaio, 20 centesimi per congegnatore, 30 per fonditore, 40, per operaio generico e 90 per addetto alla trazione. Ivi, p. 505. Le elaborazioni sono mie.
55) A Napoli 10 salari su 15 erano inferiori a quelli di Torino e 11 a quelli di Milano.
Abbiamo escluso i dati di Genova perché incompleti. Cfr. «Annuario … », cit., p. 505. Le elaborazioni sono mie.
56) Nel 1901, il capitale locale a Napoli era pressoché inesistente nell’industria e le azioni appartenevano tutte a stranieri o settentrionali. Cfr. Ernest Lémonon, Naples. Notes historques et sociales, Mayenne e Colin, Plon-Nourrit, Parigi 1912, p. 199. La legge speciale non mutò, in sostanza, la situazione. Ancora nel 1913 in Campania era collocato il 22% del capitale straniero inve­stito in Italia. In Liguria la percentuale era del 16 % e in Lombardia e Piemonte del 12. Cfr. Francesco Saverio Nitti, Il capitale straniero in Italia, Stab. Tipogr. Federico Sangiovanni, Napoli, 1915, pp. 42-43 e 94-123. Le elabora­zioni sono mie.
57) Cfr. «Avanti! », 13-2-1902, art. Bizantinismo, firmato A. Lucci.
58) Ivi, 11-2-1902, Artuto Labriola, Lo sciopero della Pattison: il movimento operaio napoletano. Ci pare che di rado si sia gettato lo sguardo su un panorama così vasto. A Napoli, infatti, è possibile verificare come l’industria italiana si trovò in condizioni ambientali e legislative che le permisero uno sviluppo privilegiato in un mercato quasi ine­sauribile di manodopera e mostrò, nonostante ritardi storici e tecnologici, un dinamismo legato alle capacità di domare e sfruttare la classe operaia, in cui sono da vedere i primi passi della grande industria italiana. Cfr. Stefano Merli, Proletariato di fabbrica … , cit., p. 39. Ancor più evidente risulta come quei ‘primi passi’ non avrebbero condotto lontano, se non fossero stati accompagnati, per così dire, da una strategia socialista confusa e perdente.
59) Cfr. «La Strada », 1-5-1903, art. La nuova fase del partito socialista a Napoli.
60) Probabilmente l’appoggio all’industrializzazione del Sud fu determinato dall’illusione di vedervi nascere una borghesia capace di porsi a capo d’una tale rivoluzione, borghesia della quale pochi anni prima s’era riconosciuta la mancanza in due terzi deI Paese. Cfr. Lettera di Anna Kulisciov ad Engels, in Marx ed Engels. Scritti italiani, a cura di Gianni Bosio, s.n., Milano 1955, p. 164.
61) Invano Antonio Labriola intravedeva il ‘socialismo’ nelle lotte dei contadini del Sud, cui mancava una direzione capace di dettare parole d’ordine unificanti e d’indicare obiettivi graduali, finalizzati alla disgregazione deI blocco agrario. Non era lontano dal vero il Labriola quando paventava la degenerazione del partito in strumento di requisizione del ‘bestiame votante’ e l’appiattimento su di una linea politica da cui «nasce, e vegeta poi, la setta, la consorteria, la combriccola, ma non sorge e vive il Partito ». Cfr. lettera di Antonio Labriola a Bosco Garibaldi in Arturo Labriola, Democrazia Socialismo in Italia, a cura di Luciano Cafagna, Universale Economica, Mi­lano 1954, p. 78.
62) Cfr. « Critica Sociale », 16-6-19°0, art. A proposito di Nord e Sud; per fatto personale.
63) La prassi dell’alleanza con forze ‘affini’ identificate nella comunanza d’interessi momentanei, produsse fatalmente, quando non vero e proprie collusioni, un’ambigua fusione tra maggioranze e opposizioni, governanti e governati, che aggravò le condizioni del Paese in generale, del Sud in particolare. E su questo dato, a nostro avviso, dovrebbero meditare seriamente i politici, più che gli storici.
64) Le tariffe doganali del 1887 garantivano un mercato interno riservato a produttori d’acciaio, manifatture tessili, coltivatori di barbabietola da zucchero, raffinatori e produttori di frumento, mentre emarginavano gli interessi di piccoli coltivatori ed esportatori di colture specializzate. Cfr. R. Webster, L’imperialismo italiano, Torino 1974, p. 31.
65) Cfr. Guido Savarese, L’industria in Campania (I9II-I940), Guida, Napoli 1980, p. 28.
66) Ivi.
67) Ibidem, p. 29.
68) Cfr. Rosario Romeo, Breve storia della grande industria in Italia, Cappelli, Bologna 1961. Per una critica alle tesi del Romeo cfr. Alexander Gersghenkron, Rosari Romeo, Consensi, dissensi, ipotesi in un dibattito, e Luigi Dal Pane, Alcuni studi recenti e la teoria di Marx, in Alberto Caracciolo, La formazione dell’Italia … , cit., pp. 53-81 e 83-92.
69) Cfr. Guido Savarese, L’industria … , cit., passim. Sulla politica ‘speciale’ per il Sud, interessanti risultano le osservazioni di De Marco e quelle più recenti di Galasso. Cfr. Paolo De Marco, L’industria italiana dal fascismo alla ricostruzione, in «Archivio Storico delle Province Napoletane », 1974, pp. 154-171 e Giuseppe Galasso, Il Mezzogiorno: ancora politica spe­ciale’?, in «Prospettive Settanta », n.s. VIII (1986), n. 2-3, pp. 232-239.
70) Cfr. Giovanni Aliberti, Struttura industriale e organizzazione del territorio nell’Ottocento, in Storia della Campania, a cura di Francesco Barbagallo, Guida, Napoli 1978, II, p. 380.
71) Cfr. Marcella Marmo, Il proletariato industriale a Napoli in età liberale, Guida, Napoli 1978; S. Sciarelli, P. Stampacchia, Imprenditore locale e sviluppo industriale. Il caso della Cam­pania, Isfa, Salerno 1978; Augusto Graziani, Radiografia del sistema industriale, in AA.VV., Napoli dopo un secolo, Napoli 1961.
72) Cfr. Giuseppe Galasso, L’altra Europa. Per un’antropologia storica del Mezzogiorno d’Ita­lia, Mondatori, Milano 1982, pp. 191-216.
73) Cfr. «La Propaganda», 20-10-1908.
74) Al 30-6-1900 i depositi delle 184 Casse di Risparmio ordinarie del Regno ammon­tavano a £ 499.410.060. Di tali depositi, il 59 % era in banche del Nord, il 34 % in quello dell’Italia centrale e il 7% in quelle del Sud, il cui patrimonio collettivo costituiva peraltro solo il 4 % di quello complessivo delle Casse italiane. Cfr. M.A.I.C., «Divisione Credito e Previdenza», Bollettino sul Credito e sulla Previdenza, Roma 1901, II, pp. 218-219. Le elabo­razioni sono nostre.
75) Nel 1901 il capitale delle Società per azioni industriali costituiva a Napoli il 4% del totale nazionale, mentre quello di Genova, Torino e Milano rappresentavano rispetti­vamente il 10,34 il 10,35 e il 26,39 %, In pratica il capitale del nascente ‘triangolo industriale’ costituiva da solo il 47,09% del capitale azionario industriale del Paese. I dati sono ricavati da Ferdinando Piccinelli, Le società industriali italiane per azioni, Hoepli, Milano 1902; le elaborazioni sono mie. Ancora nel 1916, le poche società per azioni esistenti in Italia erano così suddivise: 66,35% delle società con il 63.69% dei capitali al Nord; 17,92 % con il 28,98 al Centro; il 15,73 % con il 7,33 % al Sud. Queste percentuali sono in Guido Savarese, L’industria … , cit., Tab. XI, p. 186. Le successive elaborazioni sono mie. La percentuale media del capitale investito, rispetto a quella delle Società esistenti, pur nel­l’estrema genericità del dato, offre forse l’elemento più significativo per una rilevazione il più possibile vicina alla realtà. Al nord la media è dello 0,9 %, al Centro dell’1,6 % e al Sud dello 0,4 %. La percentuale campana, 0,6 % supera quella dell’intero Sud e del Sud continentale, 0,4 % in entrambi, e quella delle Isole, 0,3 %, ma è inferiore a quella del Nord e del Centro. Questi dati mostrano come, nei primi 15 anni del secolo, il Sud veda aumentare il suo distacco dal Nord, si conferma il ‘sottosviluppo’ della Campania in rap­porto alle altre aree del Regno.
76) Le nuove emissioni di azioni, giunte a superare i 500 milioni annui, si ridussero negli anni 1910-13 ad una media di 361 milioni, scendendo, alla vigilia del conflitto mon­diale, a 342 milioni. Cfr. Francesco Saverio Nitti, Il capitale straniero … , cit., p. 19.
77) Le spesse militari, che nel biennio 1906-1907 costituivano il 16,5 % di quelle complessive dello Stato, nel 1913-14 salirono al 30 %. Cfr. Richard. Webster, L’imperialismo industriale italiano, einaudi, Torino 1974, p. 106.
78) Cfr. Guido Savarese, L’industria…, cit., p. 31,
79) Ivi., p. 32.

Da “Prospettive Settanta”, Nuova Serie, anno X, n. s. x (1988), n. 2-3-4, pp. 513-534.

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Risponderai

Chiederanno che cerchi,
se comodi silenzi
e parole pagate
lasci a figli di servi.
Risponderai me stesso
e libertà di sogni.
Forse un clamore che desti chi dorme.

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I cinquantaquattro chilometri che separano Lecce da Racale Vittorio Corvaglia li aveva fatti molto raramente nella sua vita. Della città pugliese non conosceva molto, ma ricordava bene la prima volta che c’era stato, una sera di febbraio del 1959, quand’era partito soldato con una valigia sgangherata, le scarpe grossolane della campagna, due giacche di rigatino blu tinto e stinto indossate l’una sull’altra e un cono di lana floscio calcato sui capelli neri, folti e ricciuti per proteggersi dal freddo. La “cartolina rosa” lo spediva al Car dell’84° Reggimento di fanteria “Venezia”, di stanza a Pistoia nella “Caserma Marini”,Caserma Marini e il pianto inatteso e quasi isterico della sorella Ida aveva reso fatalmente cupo lo spiazzo davanti alla stazione, col vento che fischiava tra il tufo dei palazzi, la pioggia battente e i coni di luce dei fanali che disegnavano mulinelli sullo stradone che conduceva al centro.
E proprio alla stazione, tornando a casa col congedo in tasca, aveva trovato il manifesto della Federazione Carbonifera belga che gli aveva cambiato la vita. Non poteva sfuggirgli, era un pugno negli occhi: fondo lilla, caratteri neri e marcati e lo slogan pensato apposta per invitare alla lettura: “L’operaio italiano è uno dei migliori”. Come s’aspettavano i belgi impegnati nella “battaglia del carbone”, Vittorio aveva letto fino in fondo dapprima incuriosito, poi attento e interessato: “Operai Italiani, approfittate dei vantaggi particolari che il Belgio assicura ai suoi minatori..Federazione carb Il viaggio dall’Italia è del tutto gratuito per i lavoratori italiani firmatari di un contratto annuale di lavoro per le miniere. Il viaggio dall’Italia al Belgio si fa in ferrovia e dura solo 18 ore Poche semplici formalità d’uso, e anche la vostra famiglia potrà poi raggiungervi in Belgio”.
A Racale Vittorio aveva amici e una ragazza ma, partendo soldato, l’aveva capito: fidanzata e amici sono cose serie e un uomo senza lavoro è solo uno sbandato. Il manifesto era preciso e dettagliato. C’era tutto ciò che poteva servire: le condizioni di vita che sembrarono buone, il salario, che in Puglia un “caporale” non ti avrebbe mai pagato, la promessa di un alloggio dignitoso, e di un lavoro duro, ma fisso e tutelato.

Ida stavolta l’aveva salutato senza piangere. Il distacco da Vittorio soldato era stato lezione di vita. E senza piangere l’avevano lasciato alla stazione persino i genitori: meglio belga che schiavo di caporali. 
Il giovane pugliese era entrato così a far parte del grande esercito dei “costruttori dell’Europa” dei popoli. Non era quella immaginata da Spinelli a Ventotene, ma questo Vittorio non poteva saperlo. Tempo dopo scoprì che stava dando una mano all’Italia, cui toccavano 2500 tonnellate di carbone al mese per ogni mille migranti che si lasciavano ingoiare dalla “mina”, ma non gli venne in mente che qualcuno l’aveva “venduto al Belgio per un sacco di carbone”, come dicevano in tanti giù in miniera, e fu contento di quell’incontro felice col manifesto lilla e la Federazione carbonifera di un paese che non conosceva, ma prometteva di regalargli un futuro che a casa non aveva.
Federazione manifestoLa Federazione, in realtà, non regalava nulla, ma per molto tempo Vittorio si rifiutò di capirlo e, quando finalmente l’ammise, tra dare e avere, decise di restare; chi se ne andava via in anticipo sul contratto la somma pattuita la vedeva dal cannocchiale e, d’altra parte, in quel mangiar veleno ch’era di fatto il lavoro in miniera, qualcosa c’era che aveva un suo valore: lavorava e si sentiva più libero di quand’era a Racale. Una libertà pagata a peso d’oro, gli veniva in mente talvolta, mentre si guardava attorno coi suoi occhi neri che non stavano mai fermi, ma chi fa mai l’avaro con se stesso, se ha conosciuto la fame e in gioco ci sono futuro e dignità?
Se la tentazione di piantare baracca e burattini e andare via si faceva sentire, Vittorio, testardo, spiegava a se stesso che nessuno lascia la sua casa con piacere, ma non c’è paese più terribile d’una terra disperata e l’Italia, distrutta dalla guerra fascista, era ridotta davvero alla miseria.
Il Belgio per Vittorio ebbe così due volti: quello della fatica massacrante e pericolosa, che metteva in discussione la salute e la vita, e il suo rovescio, il volto della speranza che non ha prezzo, neanche se t’ammazza.
La speranza non è merce di scambio, diceva spesso Vittorio a Luigi Sango, ch’era nato falegname in un paese del Trevigiano, e fuori della miniera era tutto capelli biondi, muscoli possenti e una valanga di allegria loquace.
Luigi scuoteva la testa come per dire no, ma poi conveniva obiettando:
Della speranza questi fanno commercio, non diciamo scemenze, ma l’accordo è libero e la speranza non è una patacca. Dalle mie parti lavoro non ce n’era e la Federazione Carbonifera la sua merce sa venderla bene. In Belgio ci sono certamente dei carogna e la salute qui sotto te la giochi, ma sei tu che ci vieni. E poi guardati attorno: in miniera razzisti non ce n’è; nei cunicoli che scaviamo assieme, uno vicino all’altro, sporchi di polvere, irriconoscibili, mischiati e tutti neri, non c’è diversità, tutto s’annulla. Io sono stato prigioniero dei tedeschi in un fetentissimo campo di concentramento e sai che dico? Anche lì, volere o volare, le differenze non c’erano più.
Pare che funzioni proprio così, rispondeva Vittorio, peggio stai, più ti fa pena chi soffre. La solidarietà di cui parlano tanto i preti e i comunisti, secondo me funziona solo in questo modo. Domani, caro Luigi, se tu diventi ricco, i compagni tuoi te li scordi. Qui dentro però, fino a quando ci sei, disgraziato tra disgraziati…
Erano nudi, ma il sudore colava e si soffocava. A 1500 metri di profondità, con 44 gradi di temperatura, sentivano sulla pelle un fuoco che bruciava opeai nella minierae Ahmed Azilal, il marocchino lungo e nodoso come una canna, si sfilò le mutande, le strinse tra la mani callose per spremere via il sudore e poi se le infilò con un sospiro di sollievo.
Luigi lo guardò con un moto di rabbia e di pietà:
Quando ti vedo, penso che sono ridotto come te e mi incazzo come un toro. Ma come hai fatto tu a venire dal tuo Marocco fin qua, disgraziato d’un africano?
E’ stata la Federazione che è arrivata in Marocco. A Beni Mellal spesso fa caldo come in questo cunicolo, ma nessuno ti paga se sudi. Non si muore di silicosi, questo è vero, ma t’ammazza la fame, ch’è peggio. Sono venuto qua come ci sei venuto tu. Ho saputo che la Federazione cercava operai e mi sono “arruolato”. Arrivato a Milano non so come, mi sono presentato al Centro di Accoglienza nei pressi della Stazione Centrale e mi è andata bene. Qualche giorno d’attesa, poi ho superato le visite mediche e mi hanno infilato nell’elenco destinato a formare un “convoglio”. Un treno di legno mi ha portato qui e Allah ha voluto che incontrassi voi.
Bell’incontro, sibilò Vittorio, addentando un pezzo del suo pane, mentre Luigi, guardando il marocchino, esclamò ridendo come un pazzo:
Che affare abbiamo fatto col tuo Allah! 
Per quanto incredibilmente diversi tra loro, erano diventati veramente amici. Tanto era furbo e chiacchierone Luigi, il trevigiano, quanto rigoroso e poco loquace Ahmed, il marocchino che si muoveva con incredibile naturalezza in quell’inferno di pale, scavatrici, puntelli e corpi nudi e sudaticci. Più riflessivo e calcolatore, come ogni buon contadino, si mostrava il pugliese Vittorio, e meglio si vedeva quanto immediato e impulsivo era Luigi. Figli di tre mondi, un cattolico, un musulmano e un senza dio come l’anarchico Luigi, i tre minatori sembravano completarsi a vicenda e formavano una piccola squadra efficiente e solidale. Ciò che li univa era soprattutto la speranza. Ahmed sperava di tornare alla sua oasi senza aver più paura della fame. Luigi contava di tornare al paese con un gruzzolo che gli consentisse di aprire un laboratorio di falegname e mettersi a fare mobili senza aver padroni. Vittorio era incerto, non aveva deciso se tornare o restare, ma era sicuro di poter sperare in qualcosa e gli bastava. Ahmed era un lavoratore che conosceva diritti e doveri, Vittorio aveva i ritmi lenti della sua campagna, Luigi, invece, era apertamente scansafatiche e marcava visita tutte le volte che in testa gli frullava un pensiero bislacco, ma gli ingegneri della Federazione controllavano la situazione con estrema efficienza e l’unica legge che conoscevano bene era quella feroce del profitto. In quanto ai medici, non volevano rogne e s’erano adeguati. 
Stamattina ero a pezzi, fece d’un tratto Luigi, e mi sono presentato dal dottore per un po’ riposo.
Ahmed si limitò a sorridere. Vittorio cambiò voce e, imitando il tono sibilante del medico dell’infermeria, anticipò Luigi:
Piantala, Songa, e ringrazia il padreterno. Te l’ho già detto, è presto per riposare: nei tuoi polmoni non c’è polvere a sufficienza. Fa presto, è ora di montare.
Luigi, che s’era messo a strisciare come un serpente in un budello di meno di mezzo metro, stava per bestemmiare in trevigiano, quando scoppiò l’inferno. La volta del cunicolo cedette di schianto e un rumore sordo coprì un urlo disumano di paura e dolore.tragedia La polvere spessa e veloce inondò i polmoni, chiuse gli occhi e arrochì le voci. Ci volle un tempo che sembrò infinito prima che Ahmed riuscisse a prendere una pala e si lanciasse accecato dalla polvere verso il cunicolo nel quale Luigi non dava segni vita. Vittorio lo seguì tossendo e correndo alla cieca, ma si avvilì quando si accorse che il marocchino teneva tra le mani la testa di Luigi e sussurrava:
Sta calmo, non è nulla.
Luigi aveva le gambe nascoste dai massi caduti e la testa sanguinante, ma era vivo. Non urlava. Si lamentava piano e ogni tanto implorava:
Aiutatemi, aiutatemi. Sto morendo.
Tiravano via i massi a uno a uno. Ahmed metodico e silenzioso, Vittorio contratto e disperato.
Non perdere la calma, ripeteva il marocchino, mentre scavava ed estraeva pietre. Vittorio non capiva se parlava a Luigi oppure a lui, ma se il trevigiano intrappolato girava gli occhi dalla sua parte, non lo guardava. Era terrorizzato.
Aiutatemi, sto morendo…

E sarebbe morto davvero se la forza, il coraggio e l‘anima stessa di Ahmed non fossero entrati nel cunicolo, risucchiando i massi e l’ombra della morte, facendo spazio miracolosamente e tirando Luigi fuori dalla sua bara polverosa con la forza d’un leone e la delicatezza d’una madre.
Così, con queste poche parole rotte dall’emozione, Vittorio, curvo per gli anni, coi capelli bianchi ma ancora folti, molti anni dopo aveva raccontato ai suoi concittadini quei tragici momenti. Poi aveva aggiunto in un soffio:
Luigi si salvò, ma all’ultimo momento un nuovo, imprevedibile crollo schiacciò Ahmed sotto una valanga di massi.
La cerimonia era giunta alla fine. Il sindaco aveva ormai scoperto la lapideminatore%20salentino%20monumento che rammentava ai racalini il sacrificio dei loro minatori e l’eroismo del Ahmed
Luigi, diceva Vittorio, quel giorno uscì vivo dalla miniera perché Ahmed il marocchino, che aveva un cuore immenso, non ci pensò due volte e si giocò la pelle. Il suo Allah gli avrà certamente riservato l’accoglienza dovuta ai santi islamici, se Maometto, lo consente o quella che attende i più grandi sultani. Anche Luigi se n’è andato anni fa, ma il suo sogno s’è avverato e i suoi mobili hanno fatto il giro del mondo. Il Belgio fu duro con noi, ma non fu mai veramente razzista. Molti dei miei compagni ci sono rimasti e vivono bene.
Era stanco Vittorio e, dopo tanto lottare e penare per quella lapide, non si sentiva davvero felice. I suoi occhi neri e irrequieti non correvano più a cercare chissà cosa e gli applausi affettuosi dei concittadini non cancellavano un velo di tristezza dallo sguardo che s’era fatto mesto. A pesargli non erano i ricordi. I conti col passato quadravano tutti e la vita non era stata avara. Gli pesava il presente, questo nostro tempo più duro e feroce della “mina” e certamente indegno del suo amico Ahmed. Come un eterno immigrato, Vittorio si sentiva straniero a casa sua.
Forse avrei fatto meglio a restarmene in Belgio, mormorò tra sé, e si avviò verso casa rimuginando. Chissà che avrebbe detto Luigi. Il figlio, invitato più volte a Racale per la cerimonia, s’era inventato mille scuse e alla fine non s’era mosso dal Trevigiano. Vittorio e il suo paese, quel piccolo paese del Sud con la sua lapide e il suo marocchino, non facevano parte dell’orizzonte di un sindaco leghista.

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Mediterraneo

Col cuore in gola faccio la mia guerra.
La mia casa è la terra.
Non ho patria o bandiera: sono un uomo.
Ho perduto i compagni
e intorno a me sono caduti i sogni,
miliziani di Spagna,
le braccia aperte a croce
in questo tempo atroce.
Su un filo teso in alto
ai limiti estremi di un precipizio
in equilibrio ho scelto:
sto con quelli che dannate al supplizio,
sto con chi respingete
e con i disperati che annegate
con la vostra atroce legalità.
Io sono figlio dell’umanità.
In alto sul mio filo
c’è l’eco della storia.
Se l’antica memoria
di fatti, uomini e cose.
come un vento improvviso
viene a gelarmi il viso,
mi fermo a braccia aperte,
miliziano di Spagna,
e grido a chi non sente
la mia rabbia impotente.
Col cuore in gola faccio la mia guerra.
Non ho patria o bandiera: sono un uomo.
E se mai leggerete,
voi che uomini siete,
voi che vie percorrete
oneste e coraggiose
voi che d’uomini e cose
conservate memoria,
date voce al disprezzo della storia.

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Terra, terra!

Sono stato una vela
sul ponte della vita,
anima mia ferita,
e m’è rimasto il vento
nelle pieghe del petto
e un urlo – lo ricordi? –
Terra, terra, ecco la terra, terra…
Palpiti di speranza, un’illusione:
ma la terra trovata
è una vela ammainata.

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Uocchie ca nun vede, core ca nun sente“, sostiene con ragione una saggezza tutta meridionale. E non traduco: Cota, Bricolo e Calderoli sanno perfettamente di che parlo e se davvero non sanno, studino lingue e leggano vangeli.
Un mistero glorioso. Ormai non sbarcava davvero più nessuno, ma lo sanno tutti: prima di fermarsi a Eboli, Cristo è passato per la cattolicissima Padania.

E’ un po’ che i direttori d’orchestra del circo mediatico stanno costruendo un paese cieco e sordo – altrimenti perché pagarli profumatamente? – e i nostri cuori accecati s’agitano solo per le quotidiane capriole del mibtel, per le urne lontane dei brogli afgani, per l’imprenditore poverino che non conosce al mattino il destino serale del suo borsellino, per le banche malate che vanno curate coi quattrini tassati ai contribuenti, per quei mariuoli dei pensionati che si ostinano a campare e non basta riformare e, dulcis in fundo, per il destino cruciale di Villa Certosa.

Gli sbarchi s’erano fermati per un mistero miracoloso, ma bastava cercare e sulla rete scoprivi che il mare ogni tanto restituisce corpi suicidati. Maroni e soci, che lo sanno benissimo, si segnano con la croce, perché sono credenti, e tirano avanti tranquilli e contenti: i pesci sono muti e chi ne ha voglia li chiami a testimoni.

Gli sbarchi s’erano fermanti, ma un incidente può sempre capitare e il vento esiste. Non c’è Lega che tenga: benché sia certamente clandestino, il vento non lo ferma un questurino, non lo blocca un ministro, nemmeno il più destro per quanto sinistro, il vento non l’acchiappa una ronda, non lo chiudi in un campo per sei mesi, non c’è galera attrezzata che lo metta a tacere. Il vento – come il pensiero e gli ideali – esiste e non lo puoi ammazzare.

E’ stato il vento a portare a terra l’eco d’un urlo disperato, sicché, sfuggiti a un’atroce condanna a morte – anche questo è un miracolo – cinque sventurati son diventati per caso cinque capi d’accusa: eravamo in tanti…

Il ministro Maroni, notissimo esportatore di democrazia, che al vento non può chiedere conto, ha domandato perciò prontamente un’inchiesta: i fantasmi che gli si sono parati davanti sono un incubo che fa paura, e lui, l’arruolatore di ronde padane, verde, come sa esserlo solo un leghista, s’è difeso: l’incubo sta mentendo.
E tuttavia lo sa. Se i pesci potessero parlare, per ogni morto ci sarebbe un assassino.

Uscito su “Fuoriregistro” il 21 agosto 2009

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Imbarbarite

Mettetevi d’attorno uomini armati,
inquisite, arrestate, processate,
sentitevi potenti
e ignorate la gente.
Avanti, imbarbarite,
infliggete tormenti,
mentite ch’è politica sociale
questo gioco infernale
giocato su stragi pianificate
e bambini destinati a morire
a milioni per la fame e la sete
nei trent’anni a venire.
Avanti, imbarbarite.
Mettetevi d’attorno uomini armati,
inquisite, arrestate, processate.
Il destino è segnato.
Avete poco tempo e non c’è scampo.
Tutto avverrà in un lampo.

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