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Archive for ottobre 2010

Si faceva la guerra così: mancavano gli elmetti e in prima linea contadini e operai, dietro sacchi di sabbia e filo spinato, portavano berretti di feltro a sghimbescio. Per i mortai degli Asburgo era gran festa e i cecchini andavano a nozze nell’aria appestata di sangue rappreso su marci brandelli di cuoio capelluto e materia celebrale schizzata via coi proiettili e le schegge. Dietro – riparata ma pronta al tiro – la polizia militare tirava addosso a chi, preso dal panico, tentava di darsela a gambe. Di 600mila morti sventurati, 100mila si contarono tra i prigionieri che il governo non volle mai aiutare: un prigioniero è sempre un disertore, urlavano i nazionalisti imboscati e gli eroi da operetta. Vigliacchi i soldati, eroi gli strateghi, quelli morivano al fronte come mosche e questi si preparavano a casa per la guerra futura. E l’intento era buono: chi faceva cannoni s’arricchiva e si poteva sperare di far soldi poi anche con gli elmetti. Prima o poi il generale ministro avrebbe capito che occorreva produrli…

Per lo più delle scuole non c’è ancora la guerra – di qua e di là da Adro ci sono scaramucce – ma ovunque senti ormai l’aria di scontro. Il ministro generale, che se ne sta al riparo e gioca a far la guerra coi fucili di latta e i soldatini di piombo, ti dice sprezzante “sessantottino!” – è proprio il massimo della vergogna – e licenzia docenti quanti più ne può, così risparmia i soldi per reggimenti amici: le scuole cattoliche, apostoliche e romane. In quanto al suo collega preferito – “aver compagno al duol scema la pena” – una figura di mezzo tra il furiere e l’usciere, lui se n’è fatto un vanto di battere la fiacca, ché tanto se ne sbatte, e se la prende poi coi “fannulloni“. Son tutte storie. Il campione dei campioni è lui, il genio che comanda, e n’è convinto: “una scossa all’ambiente, ti sollevo il morale e tu ti batti meglio, sei un leone. Monumento all’imboscato, ché di rischiar la testa sua col feltro non ci pensa nemmeno, si limita a una guerra un poco sporca, ma il sangue non si vede – è guerra psicologica – e, se ci scappa il morto, c’è poco da fare, un successo gli pare: è un posto di lavoro per precari.

Si faceva la guerra così: con ottomilioni di baionette, morte di fame e freddo in grigioverde – “m’era compagno, / m’era compagno il pugnale, / il mio pugnale sol…” – contro i Katiuscia, le immacolate divise nemiche, i soldati invisibili e le armi automatiche dell’armata rossa. I soliti cecchini pronti per i fuggiaschi, bersagli sulla neve per rossi e per neri, le mitragliatrici Fiat Revelli puntualmente inceppate – la rottamazione del ’15-’18, ma la Fiat di Marchionne non ha conti in sospeso con l’Italia – e il duce dei fascisti ce l’aveva con gli italiani troppo borghesi, i generali se la prendevano coi soldati e gli antenati di Limina s’affannavano: “Taci! Il nemico ti ascolta…

A scuola ormai ci manca l’essenziale; non è la guerra, no, non sono i mitra, non le cartucce e manco i carri armati; manca la carta igienica, il gesso non si trova e le lavagne ormai son merce rara. Non c’è il “nemico“, o almeno non si vede, ma abbiamo i discendenti di Limina col bavaglio, le nuove, nuovissime disposizioni sulla razza, la continuità didattica che s’è suicidata, il sostegno che non si regge, il tempo scuola disastrato e il tempo pieno che s’è dileguato. Il furiere mezzo usciere delira di fannulloni e il suo collega Ministro generale, che non fa la guerra ma in pace non sta, ha trovato la panacea di tutti i mali, mentre i proconsoli colonnelli, stesi a zerbino, assentono per la carriera: “nella scuola c’è voglia di valutazione“. In queste condizioni, valutazione?!?… “Va lu ta zio ne!“, scandiscono assieme – salvo le debite e intollerabili eccezioni – i capi dell’armata fannullona. Non più presidi, ormai, ma dirigenti d’un grave fallimento. “Sono anni che aspettiamo provvedimenti di questo tipo“, fanno sapere. Manca solo chi canti: “Giovinezza, giovinezza…“. E’ un inno alla bellezza.

Guerra o pace, i grandi assenti sono gli insegnanti. Da valutare ormai non c’è più niente, tranne forse il Ministro generale, ma lì non serve certo un grande studio: “Onore al merito! E’ il ministro generale di Caporetto!“.

Uscito su “Fuoriregistro” il 28 ottobre 2010 e su “il Manifesto“, 20-10-2010 ( Flc-Cgil)

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Non è questione di linguaggio, benché qualcosa con la sostanza c’entri anche la forma. La povertà del lessico rivela non di rado la miseria dei contenuti e la loro somma conduce difilato a un desolante analfabetismo dei valori.
Analfabeta, naturalmente non è la Gelmini – che pure i suoi problemi col sistema dei valori costituzionali e con l’alfabeto dei diritti certamente li ha – ma i saggi e incompetenti Soloni che, lavorando nell’ombra, le confezionano il prodotto finito. L’avvocato, in fondo, mette solo l’etichetta: “Vino Gelmini“. E’ vino, non c’è dubbio. Tra l’accademia e la scuola barcollanti, i segni di etilismo sono così evidenti che non occorre essere esperti: vino e per giunta, adulterato. Occorrerà cercare la cantina. D’altra parte, lo stornello ripeturo ad ogni pié sospinto ricorda l’antico cantiniere: Però non annacquiamo. Lo ripetevano un tempo, nelle luride bettole dei sottoproletari abbrutiti dallo sfruttamento, i venditori del “mezzo bicchiere“, è diventato ormai la sintesi perfetta del pensiero politico del ministro dell’istruzione: Non annacquiamo. Se chi ascolta, per caso poi ride, il protocollo è rigido: Feltri, Sallusti, Porro e Belpietro puntano il dito e passano all’attacco: “è il sorriso dell’odio, un reato penale, guardate che questa è istigazione a delinquere“. Il trattamento, è noto, s’applica soprattutto a chi conta qualcosa: un diluvio di notizie vere, probabili, inventate e “sbolognate come verità di fede, col codicillo messo in preventivo: valanghe di fango e agnelli sacrificali.
Questo è l’amore!
Il vino Gelmini ha caratteristiche inconfondibili. Per quanto riguarda la scuola, ecco i dati salienti, valutati per difetto:

1] Più alunni per classe, meno insegnanti e meno tempo scuola;
2] impoverimento delle risorse economiche e mortificazione di quelle umane;
3] autorità invece che autorevolezza;
4] discriminazione razziale;
5] cancellazione dell’idea stessa di continuità didattica;
6] disprezzo della pedagogia e rifiuto della sperimentazione;
7] centralità della morale e della religione cattolica con conseguente educazione alla rassegnazione e cancellazione dell’idea di conflitto;
8] svilimento della democrazia e svuotamento degli organi di governo democratico della scuola in una logica di repressione di classe e di “gerarchizzazione” della società;
9] prevalenza del privato sul pubblico con la sottrazione di fondi alla scuola statale per il finanziamento di quella privata e confessionale
.

In poche parole omicidio dell’intelligenza critica della funzione di crescita civile. Il cittadino non si forma più. Occorrono soldatini del capitale e un ottuso “bestiame votante“.

In quanto all’università, l’elenco della spesa è presto fatto:

1] tagli indiscriminati;
2] svilimento del ruolo del ricercatore;
3] impoverimento delle risorse umane con l’assunzione di un docente per ogni cinque pensionamenti e perdita secca di quattro docenti per l’attività formativa degli studenti;
4] aziendalizzazione con logiche di profitto ed esproprio delle funzioni di indirizzo strategico, di programmazione, di vigilanza sulla sostenibilità economica e, quindi, del bilancio, affidati a un Consiglio di amministrazione con forte presenza “esterna” e potere di attivare o sopprimere corsi e sedi e di intervenire sui fondi per la ricerca.
5] istituzione di un fondo speciale per il merito, teoricamente finalizzato a sviluppare l’eccellenza, ma concepito per utilizzare il polverone sulla meritocrazia come lo strumento di una radicale trasformazione dell’università in un’azienda;
6] divisione di classe tra gli studenti e formazione come selezione sociale;
7] privatizzazione delle università, trasformate in fondazioni, con la ricerca indirizzata al soddisfacimento di interessi privati e istituzione di un fondo gestito direttamente dal ministro dell’Economia e delle Finanze, che cancella il diritto allo studio per garantire gli interessi di pochi.
8] in barba alla meritocrezia, i professori ordinari sono più che mai i padroni del campo
.

Dopo questa massiccia produzione, l’avvocato Gelmini non è certamente benvisto e pare che ci sia addirittura chi è giunto a minacciare. Può darsi e non è bello, ma va detto: chi vende pessimo vino, prima o poi, un ubriaco rischia d’incontrarlo. Un Governo degno di questo nome inviterebbe il ministro a cambiare mestiere, ma qui cominciano i guai. Un governo: a chi lo trova, mancia competente.

Uscito su “Fuoriregistro” il 22 ottobre 2010

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 Maschera del potere, il pragmatismo politico è “tecnica” del dominio e, in quanto tale, premia “la lealtà priva di coscienza dei servitori dello Stato”[1] e condanna l’utopia, canto alla libertà contro i cilici del pregiudizio, solo perché crede possibile ciò che la “saggezza” del palazzo vuole insensato, Si chiama realismo, ma è rinuncia all’amore e, in nome degli interessi dei gruppi dominanti, coltiva la “paura superstiziosa degli uomini davanti a dio, alla provvidenza e al destino”, ne ignora le naturali aspirazioni e si fa strumento di temibili, talora fatali pulsioni individuali, quali l’ambizione, la boria e il tradimento[2]. In realtà, il potere teme l’utopia, perché essa non solo coglie “un bisogno sociale, più o meno confusamente sentito, ma anche l’imminenza” di un “mutamento politico destinato a soddisfarlo” [3], le esigenze di autenticità e le istanze etiche che spingono l’uomo a smascherare l’ipocrisia e la superstizione e a rifiutare la miseria morale della “ragion di Stato”. Il pragmatismo, tuttavia, ha un vantaggio; poiché l’utopia ingaggia spesso battaglie perse in partenza e combatte un eccesso di realismo con un’eccessiva speranza, è facile sostenere che supera i limiti naturali imposti all’uomo, quelli sui quali poggia l’ordine costituito. E’ così che, non di rado, si dice utopia e s’intende pazzia.

E’ vero, una storia dell’uomo in relazione alla categoria del pregiudizio non esiste, ma il problema è presente nel pensiero filosofico. A proposito di follia saggezza e pregiudizio, Voltaire scrive, tagliente, che, discutendo con un folle, i medici “si crederanno saggi e non saranno meno pazzi di lui”. Tuttavia, prosegue, “quando il folle domanderà: di grazia, voi che sapete tanto, ditemi, perché sono pazzo?” non c’è dubbio: “Se ai dottori rimane ancora un po’ di buon senso, gli risponderanno: Non ne so nulla”. Indugiando, poi, sul caso esemplare di quel monaco il quale “scrive che Clodoveo, trovandosi in grave pericolo durante la battaglia di Tolbiac, fece voto di farsi cristiano se l’avesse scampata”, il pensatore si interroga acutamente: “ma è normale che ci si rivolga a un dio straniero in una simile circostanza? Non è proprio allora che la religione in cui si è nati agisce più potentemente?”. La risposta è illuminante: è il pregiudizio che induce a prestar “fede a tutte le storielle di questo genere”. Certo quelli che conoscono la natura umana sanno bene che gli usurpatori come Clodoveo “si fecero cristiani per governare con maggiore sicurezza i cristiani”, ma i più pensarono che quella fosse fede, perché “in tutta la terra si ispirano nei bambini tutte le opinioni che si vuole, prima che essi possano giudicare” [4]. Voltaire smaschera così i processi di manipolazione usati dal potere.

Si dirà che cose del genere oggi non possono accadere, ma non è vero. Il confine tra giudizio e pregiudizio è incerto e confuso e, in quanto al rapporto tra realismo, utopia e pazzia, è difficile negarlo: se esiste “una infinità di cose sagge […] condotte in maniera estremamente folle, vi sono anche delle follie che sono condotte in maniera estremamente saggia” [5]. Sembrerà solo un paradosso, ma è la lucida riflessione d’un pensatore che ha lasciato segno di sé nella storia della società. Dal punto di vista del potere, del resto, la democrazia borghese non bada alla ragionevolezza d’un pensiero che crea consenso, ma teme e colpisce un’autonomia critica così radicale da indurre al dissenso. Sano diventa pertanto il pregiudizio – “opinione senza giudizio”, direbbe Voltaire [6] – “insania” dannosa e “sovversiva” risulta, invece, la coerenza critica perché l’ordine costituito è soprattutto ragion di Stato e “verità di fede”, il contrario di quella fede laica contro la quale il potere scatena i sacerdoti della morale dominante, la forza manipolabile dei numeri e della statistica, i magistrati e la filosofia repressiva della “pubblica sicurezza” . D’altro canto, il potere non ha scelta, perché i valori fondanti dell’edificio borghese – la libertà, l’eguaglianza e la fraternità – sono in insanabile contrasto con un modello economico che, per non crollare su stesso, obbedisce a una necessità inderogabile prodotta dalla legge del profitto: lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. L’utopia pone al potere una domanda che svela l’inganno: “che pensare di una libertà che coesiste con una necessità […] se non che questa libertà è tragica per essenza?”[7]. Nel silenzio che risponde a questa domanda ci sono la chiave di lettura di una ricostruzione della storia dal punto di vista delle classi subalterne e la ragione per cui la follia integralista del potere non si contenta di incarcerare o uccidere il dissenso. Ha bisogno di sancirne l’anomalia e disconoscerne l’etica. E’ significativo perciò che oggi, in un tempo buio come quello che viviamo, nel vivere quotidiano di una società civile assediata dall’ingiustizia sociale, dalla corruzione e dalla violenza, una ‘questione morale’ torni a proporsi a coscienze avvertite, riannodando il filo tra passato e presente e ricordando, infine, che spesso un esempio vale più di cento vibranti discorsi.
Diamolo quest’esempio: ribelliamoci!

1) Ekkehart Krippendorff, Shakespeare politico. Drammi storici, drammi romani, tragedie, Fori, Roma, 2005, p. 138.
2) Ivi.
3) Auguste Comte, Ouvres, Atropos, Paris, 1968-1972, V, pp. 241-242, in Idem, Dizionario delle idee. Scienza, politica, morale, a cura di Stefania Mariani, Editori Riuniti, Roma 1999, p. 105.
4) Voltaire, Dizionario filosofico, introduzione di Angelo G. Sabatini, traduzione di Maurizio Grasso, Newton Compton, Roma, 2010, pp. 145 e 247.
5) Charles Louis de Montesquieu, L’esprit des lois, in Ouvres complete de Montesquieu, Nagel, Paris, libro XXVIII, cap. 25, riportato da Idem, Dizionario delle idée. Le radici liberali della politica e del diritto, a cura di Marco Armandi, Editori Riuniti, Roma, 1998, p. 52.
6) Voltaire, Dizionario filosofico, cit. p. 247. 
7) Maximilien Rubel, Karl Marx. Saggio di biografia intellettuale, Prolegomeni per una sociologia etica, Colibrì, Milano, 2001, p. 405.

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Napoli affronta ogni giorno con estrema fatica il grave problema di una criminalità così aggessiva, da sembrare talvolta fuori controllo. Non occorrono inchieste e studi approfonditi, per valutare l’impatto micidiale che le devastanti politiche di smantellamento della scuola e dell’università pubblica hanno su un tessuto sociale disgregato. La città, afflitta dal pauroso binomio licenziamento-disoccupazione, soffocata dal malcostume politico, ridotta spesso a vivere dell’economia del vicolo e avvilita dallo stereotipo della “città di plebe“, subisce ora l’oltraggio di politiche repressive reazionarie, volute da un governo in cui la figura del Ministro dell’Interno, il leghista Roberto Maroni, assume un ruolo centrale e inequivocabile. Ieri, come risulta chiaramente da un comunicato stampa dei Cobas Scuola, ingenti forze dell’ordine non hanno trovare impiego migliore che la sorveglianza di quella pericolosissima e nota combriccola di “sovversivi” costitutita da professori, studenti e ricercatori che attraversavano la città raccolti in un pacifico e democratico corteo di protesta per chiedere le sacrosante dimissioni del ministro Gelmini. Un ricercatore è stato così “assicurato alla Giustizia“. A piede libero rimane, dopo che un Parlamento di “nominati” non ne ha consentito l’arresto, chiesto dai magistrati per sospette attività camorristiche, l’ex sottosegratario e collega del ministro Maroni, on. Cosentino.
Ecco il comunicato Stampa dei Cobas Scuola.

Oggi 15 ottobre 2010, a Napoli, in varie migliaia hanno manifestato con un corteo regionale in difesa della scuola pubblica: docenti, precari scuola, precari della ricerca, personale ATA , studenti medi e universitari, genitori.
Erano presenti delegazioni di lavoratori di aziende campane in lotta e di pensionati dell’AL.P.I.
Il corteo, attraversato dagli slogan contro la Gelmini di cui si chiedevano le dimissioni, esprimeva la gioia della scadenza riuscita per la forte partecipazione al corteo, tanto che si chiedeva ai responsabili Digos di poter prolungare il corteo fino alla prefettura. Cosa che, purtroppo, veniva rifiutata.
Pertanto il corteo giungeva correttamente alla conclusione in Piazza Matteotti.
Dopo la conclusione un’ ampia delegazione di precari scuola e ricerca, insieme a gruppi di studenti, imboccavano il percorso pedonale di via Cervantes fermandosi, però, dubbiosi dopo meno di dieci metri, anche perché superati velocemente da circa sette, otto agenti in borghese della Digos che correvano verso un gruppo di studenti che si trovavano al lato del corteo improvvisato e fermo, colpendo violentemente quegli studenti con pugni, tanto che sono stati visti alcuni giovani con sangue sul volto e ragazzine terrorizzate. Sembravano cercare alcuni ragazzi in particolare?!!!
A diversi metri di distanza, immotivatamente veniva fermato un precario della ricerca, Salvatore Prinzi, che non faceva neanche parte del corteo abbozzato.
Il precario veniva tenuto per ore in questura senza nessuna informazione alla famiglia e ai compagni, rimasti in attesa in presidio improvvisato. Persino gli avvocati sono stati ammessi o informati fino alle 17,00.
Successivamente, abbiamo saputo che il giovane è stato incriminato per resistenza, oltraggio e lesioni perché un agente avrebbe dichiarato di essere caduto durante il fermo ferendosi e questo sarebbe stato determinato dal precario che si sarebbe divincolato.
Questi eventi sono gravissimi perché rappresentano una novità nelle logiche che hanno fino a ieri guidato chi gestiva l’ordine pubblico.
Non possiamo che ritenere che questi eventi siano dovuti ad una volontà di criminalizzare le lotte sociali.
Chi perde il lavoro, o il diritto allo studio o il futuro non può più neanche protestare, in una situazione dove anche i commercianti di quel tratto di via Cervantes, che hanno assistito alla scena, parlano di un clima di minacce e di timore determinate dalla polizia.
Domani mattina alle nove saremo tutti al tribunale in presidio.

CONFEDERAZIONE COBAS

Uscito su “Fuoriregistro” il 16 ottobre 2010

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Non è una barzelletta da salotto snob e nemmeno una battutaccia da guitto di avanspettacolo della Belle Époque, sparata via così, dal palcoscenico del vecchio”Salone Margherita“. No. E’ la versione ignobile della nobile e antica saggezza latina. Se è vero, infatti, che “Carmina non dant panem“, sostiene Giulio Tremonti dall’alto delle sue poltrone di ordinario di Diritto Tributario e Ministro della Repubblica, non meno vero è che “ la cultura non si mangia“.
Non dirò ch’è farina del mio sacco. L’idea me l’hanno suggerita, ma davvero mi pare non ci siano dubbi: ha il crisma della santità. La fulminante sintesi del pensiero economico-politico trionfante è un vero e proprio “manifesto del regime” che governa l’Italia berlusconiana, tutta ignoranza di veline, autentiche patacche, verità di pennivendoli, trionfo di mediocri, scienza di ballerine e arte da postribolo. La cultura non si mangia, ma si taglia alla radice nel bilancio del Paese, per cancellarne storia, identità e coscienza critica e piegarlo ai voleri d’una classe dirigente vile, corrotta, autoritaria e classista.
Povera e nuda vai, Filosofia / dice la turba al vil guadagno intesa, scriverebbe nuovamente Petrarca, ma non troverebbe facilmente lettori. Qui la poesia è bandita. Il cardine attorno al quale gira il nostro Paese, sventurato e complice, è la violenza autoritaria delle sue classi dirigenti. Checché ne pensino Bossi e la sua traballante scienza politica, è questo il nodo per cui, da Sud a Nord, fatta l’Italia, non si sono mai fatti davvero gli italiani. Sembra incredibile, ma è così, in un secolo e mezzo di vicenda nazionale, qui da noi, la storia contraddice se stessa e si ripete. La verità nuda e cruda l’intuirono in epoche diverse, ma lucidi e impotenti, Federico De Roberto e Tomasi di Lampedusa: qui tutto muta, perché nulla cambi. Perché così accada, è necessario naturalmente che l’ignoranza affligga perennemente gli italiani. La storia della nostra scuola è per questo soprattutto storia di un’eterna indigenza e d’una incurabile miopia: classismo, provincialismo, mancanza di disponibilità economiche, carenza di strutture e di risorse umane, timore di una crescita popolare. Poche le aperture e tutte volte alla formazione delle élites. Fu così con la riottosa Destra storica, che badò soprattutto ai problemi del Bilancio e, quando si trattò di scuola, abbandonò al suo destino quella primaria, e si è andati avanti allo stesso modo di tempo in tempo, col lombardo Depretis, il siciliano Crispi e il romagnolo Mussolini, che fece della scuola di Gentile la più “fascista” delle leggi del regime. Se la Dc di De Gasperi dichiarò “sovversivo” il giorno dedicato alla festa del libro, il sedicente Popolo delle Libertà di Tremonti e Gelmini è giunto a teorizzare la prevalenza della pancia sul cervello. La ragione di tutto questo la spiegava Don Milani ai suoi ragazzi e pareva parlasse a Tremonti: “il fin ultimo della scuola è tirar su dei figlioli più grandi di lei, così grandi che la possano deridere“. Tremonti, lo sa bene, e per questo ha in odio la scuola: teme i ragazzi che ragionano con la loro testa.

Uscito su “Fuoriregistro” il 10 ottobre 2010

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