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Archive for giugno 2013

Insegnare non è una missione. Checché ne pensino i predicatori dell’Invalsi, la condizione materiale dei docenti può seriamente condizionare la qualità dell’insegnamento. Lo sostiene implicitamente l’ultimo rapporto Ocse sulla scuola che riconosce i meriti dei docenti italiani – i meno considerati in assoluto e tra i peggio pagati nel mondo cosiddetto “civile” – e rende loro l’onore delle armi. I dati, infatti, per quel che riguarda la nostra scuola, sono così desolanti, che viene da chiedersi in quali condizioni verserebbe da noi oggi il sistema formativo, se gli insegnanti rendessero in proporzione di quanto ricevono, e con quale animo Carrozza, Rossi Doria e compagnia cantante prendano posto tra i loro colleghi ai convegni internazionali per parlare di valutazione.
Valutare chi e misurare cosa? Sono ormai 15 anni che da noi i numerosi, variopinti e ben pasciuti governi non spendono un centesimo bucato per migliorarla. Negli stessi 15 anni, la spesa annua per studente dei Paesi Ocse si è incrementata mediamente del 62 %. Se non siamo di fronte a una banda di sciuponi matricolati e i soldi, com’è ovvio, li spendono per migliorare, a conti fatti, dovremmo valere 62 punti meno degli altri. Il condizionale è d’obbligo, però, perché non è così, perché 15 anni non sono bastati a distruggere del tutto una scuola che valeva molto più di quanto i suoi governanti sapessero. Dovremmo, ma non è così, perché qui c’è una classe docente che aveva ed ha ancora un alto livello di professionalità; un patrimonio che non è stato possibile sperperare del tutto nemmeno dopo quindici anni di politiche omicide, tese a far fuori la scuola per ridurre un popolo a docile bestiame votante e rassegnato esercito di giovani e disciplinati soldatini del capitale. Certo, la mediazione al ribasso dei sindacati confederali e l’inevitabile stanchezza della categoria un risultato l’hanno centrato: gli insegnanti, infatti, hanno rinunciato al conflitto e si limitano ormai a difendere la dignità. Errore, grave, limite pesante, ma anche esito fatale di una sconfitta della democrazia che non riguarda solo la scuola, ma la società italiana nel suo insieme.
Non bastasse, c’è un ulteriore elemento di sofferenza: quelli italiani sono gli insegnanti più vecchi dell’area Ocse e anno dopo anno le politiche da rapina per l’occupazione rendono il dato sempre più penalizzante: l’Italia, annota l’Ocse, ha docenti vecchi – e fatalmente stanchi, si potrebbe aggiungere – perché “negli ultimi anni un numero relativamente limitato di giovani […] è stato assunto nella professione d’insegnante”. Se le astrazioni tipiche dei teorici alla Abravanel, facessero i conti con i dati reali e l’esperienza che si fa sul campo, l’interesse per la misura del merito lascerebbe posto a quello per la valutazione del rischio: ancora un po’, infatti, poi, stanchi di tirare la carretta, i docenti manderanno a carte e quarantotto il sistema. Se finora non è stato così, il merito non è dei signor nessuno che hanno governato la scuola. Se i dati Ocse meritano credito ed è vero che a confronto col 2000 gli “esiti per gli studenti quindicenni nella valutazione PISA 2009 sono risultati stabili nelle competenze di lettura” e rispetto al 2003-2006 “sono migliorati significativamente in matematica e in scienze”, beh, se tutto questo è vero, non ci sono dubbi: è accaduto nonostante la pessima qualità dei ministri, le interferenze di sedicenti esperti, il “delirio tremens” di economisti alla Giavazzi e la macelleria sociale di Berlusconi e Monti, costantemente sostenuti dai tradimenti di Bersani e soci.
Se la nostra classe dirigente avesse ancora un briciolo di dignità, c’è un punto del rapporto Ocse che avrebbe provocato la definitiva rinuncia all’attività politica e le irrevocabili dimissioni di una buona metà dei nostri politici, primo tra tutti Giorgio Napolitano. E’ il punto nel quale il rapporto Ocse, annota secco e senza nulla concedere alla diplomazia: “Grazie alla dedizione del personale della scuola, l’azione di contenimento della spesa non ha nuociuto alla qualità della preparazione degli studenti, che anzi ha mostrato segnali positivi di miglioramento nei test OCSE-PISA”.
Come se nulla fosse accaduto, invece, Carrozza licenzia e Letta, che di scuola non sa e non vuole sapere, torna tronfio e trionfante dall’Europa delle banche e si presenta come l’uomo della Provvidenza. L’ennesimo venditore di tappeti non avverte la gravità dell’ora – gli mancano strumenti culturali e spessore politico – non sente il peso della sofferenza che spinge in piazza la protesta brasiliana e turca e non è in grado di andare oltre le scelte fallimentari imposte ai popoli dalla cieca avidità di classi dirigenti pronte alla guerra di classe. Bisogna capirlo ora, o sarà tardi: la sola via per uscire davvero dalla crisi è quella che mette in gioco il capitale inestimabile prodotto dalla formazione dei giovani, una risorsa che non costa praticamente nulla, se non il coraggio di anteporre al mercato le infinite risorse della conoscenza. Nulla, solo il coraggio di tornare ad essere umani.

Uscito su “Fuoriregistro” il 29 giugno 2013

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Agli studenti, in questi anni di guerra che non è guerra, non ho mai nascosto di essere di parte. Ho detto a chiare lettere che una cosa sono i fatti, altra la loro interpretazione. E mi sono sforzato di essere estremo. I ragazzi devono sapere che si può esserlo.
Ho messo molta passione parlando delle idee in cui credo, non ce ne ho messa nessuna presentando quelle in cui non credo, ma le ho descritte come avrebbe fatto un insegnante di idee opposte alle mie.
Mi sono ostinato su un concetto: io ho abbracciato ideali che hanno fatto piangere sangue a intere generazioni. Dall’altra parte c’erano ideali diversi e altrettanto sangue. Un sistema di valori, i comportamenti che ne conseguivano, i fatti che essi determinavano, i rapporti economici che ne erano alla base e producevano le leggi, gli statuti, la realtà sociale, la visione del mondo, questo groviglio, per il quale vivere e nel quale perdersi, era il mondo in cui ho vissuto buona parte della mia vita. Sapevo benissimo che un altro groviglio esisteva. Lo disprezzavo, ci potevo far la guerra e sapevo che poteva portarla al mio groviglio. Si contrapponevano sempre almeno due concezioni del mondo – oggi si dice ideologia e ci si scandalizza – e nessuno si spingeva sino al punto di coinvolgere le verità assolute. Lasciavamo da parte volutamente il bene ed il male, affidati alla dimensione dell’etica e della fede, ci scontravamo su ciò che è giusto o ingiusto e avevamo il rispetto necessario a fare una guerra: stimare di avere un nemico per cui valga la pena di farla. Guerra e pace erano agli antipodi, e nessuno faceva confusione tra esercito e polizia.
Oggi non è più così. Oggi che non esistono ideologie, regna l’integralismo. La quarta guerra mondiale, quella che non poteva cominciare, perché il nemico non ci sarebbe stato, è iniziata probabilmente nel 2001 in nome del bene. E’ il conflitto del bene contro il male. Il bene si autodefinisce, fonde in sé, confonde, anzi, senza separazione alcuna, i tre poteri classici della democrazia di Montesquieu e individua il suo contrario, portandogli guerra. Non riesce a fermarlo nemmeno la considerazione elementare per cui senza male non troveresti bene. Non è consentito ragionare: è un delirio lucido che prevede l’assassinio delle libertà individuali e civili, perché il bene universale le trascende e le comprende. Come ogni verità assoluta è solo una menzogna. Falsa soprattutto quando è divinità politica.
Estrema è la mia attuale opinione sui fatti – che sono di per sé estremi -estreme le conseguenze cui giungo, estremo il momento che viviamo: non credo ai fatti, perché sono chiamato a crederci per fede. Sono ormai così profondamente corrotto dall’inveterata pratica ideologica, che giungo a ritenere che i fatti siano virtuali. Di fronte al condizionale assurto al rango di indicativo, nego la presunta verità: se tutto si riduce ai “sarebbero” delle “fonti attendibili”, se le congetture degli analisti sono il prodotto finito della ricerca, non credo alla ricerca. Non ci sono torri cadute, non ci sono terroristi, non c’è un casus belli. C’è un’alterazione tragica della realtà. Quanto basta per invitare i ragazzi a rivoltarsi in armi per difesa legittima.
Quando sulle rovine di antichissimi imperi, donne, vecchi e bambini muoiono perché non è possibile curarli, aiutarli, sollevarli dal dolore, sotto il volume crescente del fuoco omicida del bene che porta la libertà al male, quando tutto questo accade, alzare le mani in segno di pace può essere disertare. Io non sono religioso, ma credo davvero che la scelta finale di campo tocchi a noi. Non c’è dio che tenga. Forse sarebbe il caso di cominciare a disobbedire in massa; l’armata dei mercenari liberatori deve sapere che dopo millenni di storia l’abbiamo imparato: il bene ed il male non esistono. Esistono scelte giuste e scelte sbagliate in relazione a interessi economici, sistemi di valori che ne derivano e disegni politici. Se il potere diventa religione, ai popoli non resta che una via: la rivoluzione.

Uscito su “Fuoriregistro” il 7 aprile del 2003

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Da oggi la maggiominoranza può controllare i nostri conti, così non perderà tempo quando vorrà derubarci. Intanto, pare che nello scontro tra gruppi di potere e ceti borghesi, l’Europa delle banche stia mettendo sotto la parte che sta con un vecchio cialtrone. In giro c’è aria di festa grande. Controllino pure quello che vogliono, oggi si fa festa perché qualcuno fa tintinnare le manette – un tempo dicevamo forcaioli – e a nessuno viene in mente che, piaccia o no, sia furbizia o populismo, perde la parte che sta provato a dire un qualche no agli strozzini di Bruxelles. Nessuno ricorda che a novembre del 2011, mentre si cantava “bella ciao”, festeggiando la nuova Liberazione, una lettere dell’Europa di Trichet. ci imponeva Monti e Fornero che ci hanno massacrati.

Ormai siamo controllati come muoviamo un passo – telecamere, cellulari, pc, facebook e chissà quali altre diavolerie – eppure si fa festa per una galera minacciata dopo un processo strano che stuzzica pruriti e abbaglia. Un processo in cui dovrebbe esserci un omicidio, ma il morto è un testimone che si dichiara vivo. A me di Berlusconi non interessa nulla. E’ un cialtrone che ha fatto il bello e il cattivo tempo grazie a milioni di voti liberamente dati, a parlamentari venduti, opposizioni complici e leggi ignorate. Se fa schifo lui, non sono meglio gli altri e si vede chiaro: stiamo assistendo a un imbroglio colossale, c’è un governo che tradisce il voto degli elettori, un presidente che non se n’è andato, un Parlamento che non abbiamo eletto; non c’è nessuno che possa dirsi innocente, nemmeno la magistratura, ma sono in tanti a stare coi giudici  perché così vuole il lavaggio del cervello che dura da decenni.

Andando aventi di questo passo, applauso dopo applauso, controllo dopo controllo, verrà la censura sulla posta, verrà l’obbligo di firma al tramonto prima di chiudersi in casa. Verrà tutto questo, ma noi applaudiremo i giudici perché in questa sorta di immensa galera in cui ci stanno chiudendo, se non daremo troppo fastidio, ci consentiranno l’ora d’aria e un colloquio mensile con la famiglia.

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bottai36[1]Tiene banco il mercato. I tempi dalla riflessione sono perciò fatalmente affannosi e fanno posto alla notizia» da «consumare». Tutto si brucia così nello spazio d’un momento e pazienza se indietro ti lasci una zona d’ombra e il bisogno di far luce e provare a capire. Oggi è un processo pruriginoso, domani sarà la dichiarazione che minaccia lo sfascio e via così, toccata e fuga, a riempire l’archivio dei fatti inesplorati. Sono passati solo pochi giorni dalla scoperta del filo rosso che lega pericolosamente i disegni del capitale e le riforme costituzionali, ma non se ne parla più e il «caso» appare chiuso. «Occorre liberarsi delle costituzioni antifasciste», consigliava JP Morgan a chi ha poteri decisionali, e non è cosa da poco, perché conferma ciò che Pietro Grifone ha sostenuto in un lontano saggio che più passano gli anni e più diventa prezioso: per sua natura, il fascismo è il regime del capitale finanziario. Il dato, tutt’altro che marginale, ci dice che l’attacco alla Costituzione non è il prodotto di riflessioni nuove e originali, ma ha radici lontane ed è uno dei risvolti più pericolosi di quella lotta di classe dall’alto scatenata in questi ultimi anni da ceti dirigenti propensi all’eversione. Di fatto, poiché la Resistenza fu prevalentemente rossa, la Costituzione, che ne è figlia naturale, è da sempre un serio ostacolo per le aspirazioni autoritarie del capitalismo in crisi. La destra ne è perfettamente consapevole, il centro sinistra finge d’ignorarlo per connaturata doppiezza, ma dietro la ricetta suggerita da uno dei colossi della finanza globale ci sono le ragioni profonde delle «larghe intese» e i motivi cari a quella parte del fascismo che, dopo la guerra, conservò impunemente le sue radici, dando frutti via via più velenosi.
In questo senso, non è un caso se nella nascita della sedicente «seconda repubblica», gli azionisti di maggioranza della «pacificazione-parificazione», gli «sdoganatori» di Larussa e Gasparri e i più convinti fautori  della Bicamerale provengano per lo più dalle file dei comunisti pentiti, decisi a convergere a centro e pronti perciò a benedire i «ragazzi di Salò», ad agevolare l’operazione Foibe, a liquidare l’antifascismo e a tacere sui vergognosi processi alla Resistenza. A voler fare nomi, c’è l’imbarazzo della scelta: Luciano Violante, che per il ventennale della morte di Giorgio Almirante, partecipò alla giornata di lettura di passi dei discorsi tenuti alla Camera dall’ex sottosegretario di Salò, Massimo Dalema e il Napolitano del «giorno della memoria».
L’anticomunismo berlusconiano, che affligge buona parte degli ex comunisti, ha di fatto spianato la via alla formula dei «totalitarismi» tutti uguali tra loro e non c’è scelta: di fronte allo scandalo della Costituzione aggredita, non basta tenersi fuori dal centrosinistra, occorre riconoscere che è un pericoloso avversario politico, efficace protagonista di quel revisionismo che Gaetano Arfè definì giustamente «sovversivismo storiografico»; un revisionismo che ormai ha nel mirino la Carta costituzionale e si rivela così alleato fidato del capitalismo e acerrimo nemico dei lavoratori.
Alle radici della «seconda repubblica» c’è anzitutto l’equiparazione del fascismo al comunismo. Checché ne pensino i sostenitori della politica senza ideologie, l’equazione è fascista e, in quanto tale, ideologica; il valore della ics per cui essa risulta verificata l’aveva già trovato uno dei teorici dello Stato Corporativo, che nel dicembre 1945, scriveva: «Un antifascismo comunista, fondato sull’accusa di liberticidio, di dittatura, di pugno duro, d’accentramento di poteri, di statalismo, di ‘dirigismo’, e chi più ne ha più ne metta, è un non senso. Lo stesso non senso d’un anticomunismo fascista, basato sui medesimi argomenti. […] Quei democratici che collaborano coi comunisti in nome dell’antifascismo non sanno quel che fanno. L’antifascismo che intenda “restaurare” la libertà democratica, […] è implicitamente anticomunista e coincide col migliore e più autentico fascismo».
Il «democratico» così seriamente preoccupato delle sorti dell’antifascismo era nientemeno che Giuseppe Bottai,  fondatore e direttore di «Critica Fascista» e governatore di Addis Abeba, che aveva guidato il Ministero dell’Educazione Nazionale e legato il suo nome alla «Carta del Lavoro». Protagonista di primo piano del ventennio, alla resa dei conti  pensò e impose con Grandi l’ordine del giorno che al Gran Consiglio mise in minoranza Mussolini. «Custodito» in Vaticano, si era poi arruolato nella legione straniera, combattendo i nazisti, e si era evitato l’ergastolo cui era stato condannato per il suo passato di altissimo gerarca fascista, grazie alla sanatoria che consentì l’ennesimo «tutti a casa» di questo nostro disgraziato Paese. Tornato a Roma nel 1948, Bottai rifiutò di rientrare in politica – la DC premurosa gliene aveva offerto l’occasione – ma fu l’ispiratore del «Popolo di Roma», che seppe aggregare monarchici, liberali, missini e uomini della destra democristiana – fascisti riciclati come lui – pronti a sostenere la DC in modo che non dovesse fare apertamente ricorso al MSI di Almirante.
Bottai, che a suo modo da giovane era stato repubblicano e non fu repubblichino, non poteva giungere a vedere la crisi del sistema politico nato dalla Resistenza, ma la sua idea fascista di Italia antifascista ce la troviamo ormai davanti ogni giorno: è viva, concreta, ha anima e corpo. E’ l’Italia che vorrebbe JP Morgan e si propongono di costruire, Napolitano benedicente, Letta i suoi saggi. Vendetta postuma di uomini come Bottai e miseria morale di quanti a sinistra, badando a carriere e poltrone, hanno aperto la via a chi ha come principale fine politico la morte della Costituzione. Paradossalmente Bottai in forte dissenso con Violante, non avrebbe appuntato medaglie sul petto dei «ragazzi di Salò» che, se l’avessero avuto tra le mani, gli avrebbero fatto la pelle. Da fascista convinto e coerente, salvata la vita, egli non cercò «riabilitazioni». A riabilitarlo, ci penserà di fatto la «nuova repubblica», quella che ha le sue radici nella Bicamerale, nel sangue dei vinti e nei giorni della memoria smemorata. La repubblica che da giovane aveva sognato il fascista Bottai.

Uscito su “Report on line” e “Liberazione.it” il 26 giugno 2013; sul “Manifesto” il 3 luglio 2013.  

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Un’amica mi inoltra questo incredibile  comunicato stampa:

«Riapre il caso Moro, ma la casta dei partigiani non si tocca.
Sulla vicenda dello statista assassinato dalle BR emergono scottanti verità dalla “Storia segreta del PCI” di Rocco Turi

Proprio qualche giorno prima della notizia della riapertura ufficiale del caso Moro, Rubbettino ha lanciato in libreria una “Storia segreta del PCI”. Un libro che va a indicare con precisione quali furono i fili segreti che spinsero le BR a commettere quell’omicidio politico destinato a cambiare per sempre la storia d’Italia.
Storia segreta del Pci” ha di fatto già riaperto il caso Moro coinvolgendo a pieno titolo la casta dei partigiani mediante la pubblicazione di decine di documenti inediti destinati a porre in grande imbarazzo anche esponenti di spicco della politica italiana. Si tratta di un filone di indagine ignorato dalla diplomazia, dalla ricerca, dalla stampa e da una miriade di pubblicazioni. “Storia segreta del Pci” parte dal fallimento della Commissione parlamentare d’inchiesta su via Fani per esibire “rivelazioni politiche per un pubblico italiano forse non ancora pronto a recepirle e per una lobby partigiana che teme la verità”, come dice l’autore, il sociologo Rocco Turi; “ne è sintomo il silenzio eloquente sul mondo dei partigiani devianti, utilizzato per moltissimi anni come oggetto di scambio e come elemento di ricatto nel dibattito politico”.

Fu proprio a seguito del fallimento della Commissione d’Inchiesta su via Fani che nel 1981 il Governo italiano bandì una borsa di studio per indagare sui nodi irrisolti del caso Moro e sulle connessioni con i partigiani devianti aiutati dal Partito comunista italiano a fuggire in Cecoslovacchia. Rocco Turi fu riconosciuto come unico studioso italiano idoneo a compiere l’indagine promossa e, attraverso documenti di archivio, riuscì a stabilire la connessione fra i partigiani e il caso Moro. I risultati delle sue analisi furono recepite e pubblicate il 26 aprile 2001 nell’elaborato conclusivo della COMMISSIONE PARLAMENTARE D’INCHIESTA SUL TERRORISMO IN ITALIA E SULLA CAUSE DELLA MANCATA INDIVIDUAZIONE DEI RESPONSABILI DELLE STRAGI, presieduta dal senatore Giovanni Pellegrino.
Ma molti partigiani comunisti, continua Rocco Turi, costruirono carriere lungimiranti in ogni attività “sensibile” e sulla conoscenza dei fatti fecero tutto il possibile (riuscendovi) per arginare, proteggere, deviare, canalizzare, occultare, minimizzare ogni riferimento al caso Moro e trasferire – tuttora – le responsabilità su altri scenari. Ne è sintomo il fatto che l’indagine sulla Gladio Rossa fu più volte archiviata dalla magistratura; che la Gladio Rossa non dovesse far parte di indagine della Commissione sul caso Mitrokhin, voluta dal Parlamento italiano; che la pubblicazione di un libro che dimostra scientificamente l’evidenza dei legami tra il caso Moro e la Cecoslovacchia, come “Storia segreta del Pci”, raccolga positivi riscontri di pubblico ma anche il silenzio imbarazzato di parte dell’opinione pubblica, nonostante siano trascorsi ben 35 anni da quei drammatici fatti.
Rocco Turi ha scritto “Storia segreta del Pci – Dai partigiani al caso Moro” a seguito di borse di studio assegnate dal Governo della Repubblica Socialista cecoslovacca e dal Governo italiano, dal Consiglio Nazionale delle Ricerche e dall’Accademia delle Scienze della Repubblica Ceca, nell’ambito dell’Accordo di cooperazione scientifica. All’Università degli Studi di Cassino ha insegnato Sociologia della devianza, Sociologia del mutamento sociale, Metodi di ricerca nelle scienze sociali.
Da 30 anni analizza i mutamenti sociali e si occupa di devianza politica utilizzando i più sofisticati metodi della sociologia investigativa. In Ungheria è impegnato negli studi comparati sulla vita quotidiana ai tempi della guerra fredda».

Prima di precipitarmi nella chiesa più vicina per ringraziare domineddio che ha creato San Rubettino e la sociostoriografia, ho risposto alla lettera illuminante:

«Cara amica, mi fa piacere sapere che in questi tempi rivoluzionati di Paesi Nato che, dopo i fatti di Istanbul, non sanno più quale modello di democrazia esportare, tu lavori e studi da storica – non da sociologa prestata alla storia – e ti occupi di argomenti terreni, come i cinesi in Africa. Insomma, che tu non ti sia messa a ricostruire “storie segrete” di marziani, come i “partigiani deviati” e le loro “lobby”. Manderò la presentazione del libro di Turi a Renato Curcio e a Oreste Scalzone, che, ingenui e nulla sapendo di una Resistenza deviata e di sociostorici devianti, continuano a credere di aver tentato una qualche loro rivoluzione autonoma, mentre li tenevano in pugno e li manovrano a piacimento le lobby, li guidavano gli immancabili cecoslovacchi e dio sa quali altri “mutanti” scovati da Turi e Rubettino, grazie a innocenti borse di studio e democraticissimi governi come quello ungherese…
In quanto a me, che da un po’ mi sono messo in testa di studiare con metodi da ricercatore di storia le Quattro Giornate, il repubblicano Pansini, il socialista istriano Zvab, l’ex dannunziano Murolo e una manica di sedicenti partigiani, devo a tutti i costi contattare Turi. Ci metto le mani sul fuoco: appena mi avrà messo a parte dei suoi infallibili strumenti di ricerca sociale, scoprirò che, grazie a quel diavolo di Stalin e del togliattiano e deviato Pci, le Quattro Giornate, quelle vere, si sono combattute contro l’Armata Rossa, abilmente truccata da Divisone Goering.
E’ proprio vero: non c’è più limite all’indecenza.
Buon lavoro e stammi bene.
Giuseppe».

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A Genova, nel luglio 2001, Francesco Puglisi non uccise e non torturò. La Cassazione, però, che per Bolzaneto e la Diaz ha evitato la galera ai poliziotti, gli ha dato 14 anni e chi s’è visto s’è visto. Un avviso chiaro: se ti prudono le mani, fa la trafila legale e passa all’incasso. Una «guerra per la pace», un’idea di democrazia da esportazione, tutta ammazzamenti umanitari e bombe intelligenti, che se centrano ospedali e scuole è un caso di fuoco amico o nemico sbagliato, poi la carriera in polizia. Ai modi bruschi lì si bada poco.
Genova, per dirla con Labriola, evoca gli «spettri del ’98» e chi sa di storia ricorda processi politici messi su ad arte contro gli operai e Giovanni Bovio che dava voce alle loro ragioni e ammoniva le classi dirigenti: «Noi chiediamo di rimuovere gli ostacoli che fanno il lavoro impossibile e voi ci rispondete con aspre sentenze e i figli armati contro i padri. Per carità di voi stessi, giudici, per quel pudore che è l’ultimo custode delle società umane, non fateci dubitare della giustizia. Noi fummo nati al lavoro, non fate noi delinquenti e voi giudici!». I tribunali li «fecero delinquenti» e Umberto I, che aveva premiato le fucilate sul popolo inerme, pagò con la vita. La violenza del potere genera violenza e il tribunale nazista che volle morti i cospiratori della «Rosa Bianca», quello repubblicano che da noi assolse i responsabili morali del delitto Rosselli, benché legalmente costituiti, non hanno legittimità storica. Tra Bruto e Cesare la storia non cerca colpevoli ma registra un dato: il tiranno arma la mano dell’uomo libero.
Sul terreno della giustizia siamo fermi a Crispi che, accusato di violare la legge proclamando lo stato d’assedio, antepose la sicurezza alla legalità: «una legge eterna impone di garantire l’esistenza delle nazioni; questa legge è nata prima dello Statuto». Un principio eversivo, che fa dell’eccezione la regola, ignora la giustizia sociale, unica garante della sicurezza dello Stato e di fatto ispira ancora i nostri legislatori in materia di ordine pubblico e conflitto sociale. Nel 1862, all’alba dell’Italia unita, la legge Pica sul cosiddetto «brigantaggio», mezzo «eccezionale e temporaneo di difesa», prorogato però fino al 31 dicembre 1865, apre l’eterna stagione delle leggi speciali. Di lì a poco, in una riflessione affidata a un volantino sfuggito al sequestro, Luigi Felicò, un internazionalista che conosce la galera borbonica, non ha dubbi: con l’unità, la sorte del dissidente politico è peggiorata.
Cultura della crisi, normativa emergenziale, indeterminatezza e strumentale confusione tra reato comune e reato politico, sono da allora i perni della gestione e della regolamentazione del conflitto sociale. Un’impostazione che non muta nemmeno nel gennaio 1890, col codice Zanardelli. Per il giurista liberale, la sanzione rispetta i diritti dell’uomo. Di qui la libertà condizionale, l’abolizione della pena capitale e la discrezionalità del giudice nella misura dell’effettiva colpevolezza del reo. Zanardelli, però, affida la tutela dello Stato nei momenti di crisi sociale a un “Testo unico” di Polizia, cui offre forti basi teoriche e strumenti efficaci, ma pericolosi: vilipendio delle istituzioni, incitamento all’odio di classe e apologia di reato, crimini imputati a chi esalta «un fatto che la legge prevede come delitto o incita alla disobbedienza […], ovvero all’odio tra le varie classi sociali in modo pericoloso per la pubblica tranquillità». La definizione volutamente vaga del reato offre agili strumenti repressivi e lo Stato, deciso a non dare risposte positive al malessere delle classi subalterne, può criminalizzare le lotte operaie, grazie a norme che sono contenitori vuoti, pronti ad accogliere le strumentali “narrazioni” di una polizia per cui anche il generico malcontento è pratica sovversiva. Indeterminatezza, crisi e natura emergenziale della regola – un’emergenza spesso creata ad arte e più spesso figlia legittima dello sfruttamento – diventavano così dato storicamente caratterizzante di una giustizia fondata su una “legalità ingiusta”, sulla tutela di privilegi a danno dei diritti, mediante apparati normativi che consentono di tarare gli strumenti repressivi sulle necessità dei ceti dirigenti.
Il fascismo al potere sterilizza molte norme introdotte da Zanardelli, finché nel 1930 si dà un «suo» codice firmato da Alfredo Rocco e destinato a sopravvivere al regime. La repubblica, infatti, sacrifica alla continuità dello Stato l’iniziale intento di tornare a Zanardelli e conferma Rocco, molto più autoritario, ma “tecnicamente” più moderno, in attesa di un nuovo codice che non verrà. E’ grazie a quell’attesa delusa, a quella grave scelta, che oggi, in un clima di nuovo autoritarismo, si può tornare al reato di «devastazione e saccheggio» e spezzare così la vita di un giovane, senza che in Parlamento una voce denunci la natura classista dell’operazione e i «caratteri permanenti» che segnano trasversalmente le età della nostra storia contemporanea: la criminalizzazione del dissenso, l’indeterminatezza di norme volutamente discrezionali e l’impunità assicurata alla «genetica devianza» di alcuni corpi dello Stato. Una voce libera che domandi perché il codice penale italiano che non prevede il reato di tortura, consente al torturatore di perseguire il torturato che si ribella.
Si fa un gran parlare di democrazia, ma si finge d’ignorare il nodo storico che la soffoca, un nodo che non si è sciolto col mutare della vicenda storica e ha impedito cambiamenti radicali persino nel passaggio dalla monarchia alla repubblica: liberale, fascista o repubblicana, in tema di ordine pubblico, l’Italia ha un’identità che non muta col mutare dei tempi. Da un lato, infatti, l’uso intimidatorio e per certi versi terroristico dell’emergenza legittima la ferocia delle misure repressive presso l’opinione pubblica; dall’altro l’indeterminatezza della norma lascia mano libera alle repressione. E’ una sorta di blando “Cile dormiente”, che si desta appena una contingenza negativa fa sì che, per il capitale, mediazione e regole democratiche siano merci costose e prive di mercato. Su questo sfondo si inseriscono le più o meno lunghe fasi repressive – lo stato d’assedio nel 1894, le cannonate a mitraglia nel maggio ‘98, la furia omicida in piazza durante i moti della Settimana Rossa, il fascismo, Avola, e, per giungere ai nostri giorni, Genova 2001. In questo quadro si spiegano l’indifferenza per la tortura, le impunite morti «di polizia» e i loro tragici connotati: Frezzi ammazzato di botte in una caserma di Pubblica Sicurezza, Acciarito torturato, Passannante ridotto alla pazzia, Bresci «suicidato» e il suo fascicolo sparito, Anteo Zamboni linciato dopo un oscuro attentato a Mussolini che consente di tornare alla pena di morte, e via via, Pinelli, Cucchi, Uva, Aldrovandi e i tanti sventurati che nessuno paga.
Non è questione di momenti storici. Se nel 1894, per colpire il PSI, Crispi si «affida» all’esperienza di un prefetto per un processo che non lasci scampo – e il processo truccato si farà – la repubblica cancella la verità col segreto di Stato. In ogni tempo, indeterminatezza e discrezionalità della legge consentono di colpire il dissenso come e quando si vuole. In età liberale a domicilio coatto ti manda la polizia, col fascismo il confino non riguarda i magistrati e il “Daspo” che Maroni e la Cancellieri, avrebbero voluto estendere al dissenso di piazza, è sanzione amministrativa. Quale criterio regoli da noi il rapporto legalità, tribunali e dissenso emerge da dati che non ci parlano di età liberal-fascista, ma repubblicana: dal 1948 al 1952, mentre nei grandi Paesi europei si contano in piazza da tre a sei morti, qui la polizia fa sessantacinque vittime. Nove furono poi i morti nel 1960, in due caddero ad Avola nel 1968 e si potrebbe proseguire. Nel 1968, quando una legge poté deciderlo, l’Italia scoprì che la repubblica aveva avuto quindicimila perseguitati politici con pene carcerarie dure come quelle fasciste. Di lì a poco, all’ennesima emergenza – stavolta è il terrorismo – si replicò col fermo di polizia, la discrezionalità della forza pubblica nell’uso delle armi e leggi sulla detenzione, nate per essere eccezionali, ma ancora vigenti, quasi a dimostrare che di eccezionale da noi c’è stata solo la stagione democratica nata con la Resistenza.
Così stando le cose, mentre una protesta di piazza costa a un giovane dodici anni di galera e un poliziotto che uccide per strada un ragazzo inerme se la cava con nulla, una domanda è d’obbligo: perché si fanno carte false per archiviare la Costituzione antifascista e nessuno si preoccupa di cancellare il codice fascista?

Uscito su “Report on Line” il 19 giugno 2013 e su “Liberazione.it” il 30 giugno 2013

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Il senso del ridicolo è un dono che manca a Letta e ai suoi ministri. Quando si trattò di vender tappeti e sbrigare la «pratica fiducia» in un simulacro di Parlamento, il Presidente del Consiglio, benché complice del mancato omicidio volontario di Profumo, non esitò a dichiarare: «La società della conoscenza e dell’integrazione si costruisce sui banchi di scuola e nelle università. Dobbiamo ridare entusiasmo e mezzi idonei agli educatori». In altri tempi, quando alle Camere c’era gente che se non altro leggeva, scriveva e faceva di conto, Letta e le sue piroette da avanspettacolo sarebbero stati sepolti sotto una risata e lì sarebbero caduti. Tutto invece filò come l’olio ed è segno dei tempi.
La scelta delle parole, si sa, non è mai neutra e dopo le coltellate di Gelmini e le virulente campagne di Brunetta, che oggi sostengono il governo delle «larghe intese», recitando da cani, Letta si guardò bene dal dare ai quei «mezzi idonei» la concretezza d’uno «stipendio europeo». In quanto alla genericità del riferimento, il neo presidente citò gli «educatori» evitando volutamente i professori. Non si trattò solo di un escamotage per risparmiarsi una parola caduta in disgrazia e ormai sinonimo di «mangiapane a tradimento»; la ragione vera era un’altra: piaccia o no, se dici professori chiami in causa una “professionalità” che andrebbe retribuita ben diversamente da quello che accade. Di qui la reticenza.
Sono passati mesi, ma la linea è sempre quella. Si va avanti così, tra pochi fatti insignificanti e un diluvio di parole vaghe e reticenti, degne del lettino d’un analista. Finora il governo Letta non ha avuto dimensione storica e qualità politica e la chiave di lettura delle sue scelte rimanda a Freud e all’analisi dei processi mentali. In una logica di equilibri tutti interni al Palazzo, infatti, ha scelto di auto paralizzarsi, nell’illusione che l’immobilismo cristallizzi il devastante conflitto di classe di cui in realtà è ormai una delle cause principali.
In questo senso va la patetica ripresa del discorso sulla scuola tentata dalla ministra Carrozza. Dopo il lungo silenzio e la ridicola altalena tra minaccia di piantar baracche e burattini, se non si tirano fuori almeno i quattrini per la respirazione bocca a bocca, e minaccia di licenziamenti, siamo tornati alle dichiarazioni d’intenti: «piano piano vogliamo riportare la scuola al centro delle strategie del governo», ha dichiarato infatti a Firenze la titolare di Viale Trastevere, parlando ai giornalisti in occasione di un convegno. Sia pure reticente, la confessione è chiara: da quando è nato, il governo se n’è disinteressato. La ministra, però, non si riferiva al sistema malato nel suo insieme, La sua preoccupazione reale, in realtà, è emersa, inevitabile come un lapsus freudiano, quando ha precisato che le politiche per la formazione vanno pensate «in funzione dell’occupazione giovanile».
C’è poco da fare. Nella neolingua adottata dal governo, cambiare la scuola per cambiare il Paese vuol dire solo pensare al mercato. Nella fattispecie a quello del lavoro. Le priorità, per Carrozza e Letta, quindi, non vanno ricercate assieme alle associazioni professionali dei docenti e agli studiosi di didattica e pedagogia e non servono nemmeno ingegneri per frenare l’inarrestabile degrado del patrimonio edilizio scolastico. Interventi e priorità, ha chiarito la Carrozza, riguardano il ministro dell’Economia. Sbaglia, perciò, chi, fermo a Socrate, vede nella scuola lo strumento di formazione della coscienza critica e si perde dietro l’idea costituzionale che «l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento». La libertà del sistema formativo è condizionata dai parametri dettati dall’economia e la logica della ministra è a suo modo stringente: «Dobbiamo vedere la scuola come uno strumento per l’occupazione». In questo senso, quindi, il Governo parla di centralità del tema dell’istruzione. Il giorno in cui potremo provare a Marchionne, alla Troika e a Confindustria che stiamo puntando davvero «sull’alternanza scuola-lavoro» o meglio, su percorsi che «vedono uno scivolo verso il lavoro», allora saremo usciti da una crisi culturale che è anzitutto analfabetismo di valori. Una crisi che chiama alla mente l’Italia di Coppino e della lunga lotta per l’alfabetizzazione delle masse. In quanto allo stato fatiscente delle strutture, il governo danza il minuetto con le parole. Ci vuole rapidità: «Dal bando all’assegnazione, fino al cantiere occorre troppo tempo e bisogna velocizzare il processo per l’edilizia scolastica». Carrozza lo sa e proclama: «stiamo lavorando alla semplificazione e alla sburocratizzazione». Sburocratizzare non è cosa da poco. Poi, certo, giunti al dunque, occorreranno quattrini, ma qui tutto diventa vago. E’ vero, «la società della conoscenza e dell’integrazione si costruisce sui banchi di scuola…», ma di ridare mezzi idonei agli educatori, nessuno parla più. Per tirar fuori i soldi il governo pensa forse a corsi accelerati per la moltiplicazione dei pani e dei pesci; per il momento è il solito bla bla: si pensa «a una valutazione dei fondi immobiliari» e si va, cappello in mano, a elemosinare «una misura di finanziamento alle nuove scuole anche attraverso la Banca europea degli investimenti», mentre i controllori europei son lì per stringere il cappio.
Incredibile a dirsi, nessun giornalista azzarda la bestemmia: «e i soldi dei cacciabombardieri?». In uno Stato che ha per Corano il mercato selvaggio e le guerre umanitarie, bestemmiare è reato grave. Si dice che la storia non insegni niente e forse è vero. Bisognerà convincersi che anche la cronaca è una docente scadente. Ognuna delle ragioni per cui la Turchia brucia vive e opera nella nostra realtà quotidiana. Come se non c’entrassero nulla, però, Letta e i suoi ministri continuano a raccontarsi un Paese che non c’è.

Uscito su “Fuoriregistro” il 15 giugno 2013

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