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Posts Tagged ‘Lina Merlin’

 

lina-merlin-un-busto-in-senato-07983Perché perder tempo in archivi e biblioteche? Massimo Gramellini, che la sa lunga, l’ha scritto: il «fascista perfetto» è uno che inveisce contro i poliziotti, mentre protesta per un comizio elettorale di Casapound. Per questo, ha aggiunto il noto opinionista, Lavinia Cassaro, l’insegnante che se l’è presa con la polizia è stata giustamente licenziata.
Non immagino che intendano quelli come Gramellini per fascismo, ma so per certo che la docente è stata licenziata «in considerazione della gravità della condotta tenuta», incompatibile con la sua funzione. Aggiungo – e sfido Gramellini a smentire – che per la «gravità della condotta tenuta» fu licenziata la maestra Lina Merlin, che rifiutò di prestare giuramento al fascismo. So per certo – e anche Gramellini dovrebbe saperlo – che quando la risposta a una docente che esprime un’opinione, quale che sia il modo in cui la manifesta, è una sanzione disciplinare grave come il licenziamento in tronco, vuol dire che la democrazia è molto malata. Così malata, che la sanzione giunge senza che ci sia stata nemmeno la sentenza di un  magistrato.
Se un Paese assiste in silenzio a episodi di questo genere e gli opinionisti non sanno trovar di meglio che applaudire, i docenti sono destinati a fare la fine del professor Nicola Conte, che nella primavera del 1939 fu prima licenziato in tronco perché spiegava ai suoi studenti cosa s’intende per democrazia, poi – a scanso di equivoci – fu spedito al confino politico, dove, però, inaspettatamente scoprì di essere in buona compagnia. Per le stesse ragioni che avevano causato la sua punizione, infatti, perché esprimevano opinioni diverse da quelle prevalenti nel Paese, quale che fosse la maniera di farlo, con rispetto o con rabbia, in quegli anni furono licenziati in tronco Augusto Somenzini, Rosario Scaffidi, Arturo Bruno, Renato Tenga,  Lelio D’Alessandrinis, Federico Torretta e tanti altri loro colleghi, di cui Gramellini ignora l’esistenza. Erano insegnanti, ed erano stati licenziati tutti, proprio com’è stata licenziata Flaminia Cassaro. Gli storici un tempo li definivano antifascisti. Gramellini e soci oggi li definiscono «cattivi maestri».
La verità è che si è lavorato molto per troncare il filo della memoria storica, sicché oggi non è facile che la gente ricordi come proprio per il principio di compatibilità con il pensiero dominante e con la morale considerata obbligatoria per la funzione docente, Bianca Bianchi, futura deputata alla Costituente come Lina Merlin, fu allontanata dall’insegnamento perché in tempi di leggi razziali inserì nel programma didattico l’insegnamento della cultura ebrea. Fuori dalla scuola finì a sua volta Vincenzo Tangaro, colpevole di tenere nella vita privata una condotta incompatibile con la sua funzione: era antifascista e non menava vita da fascista.
Non so cosa intenda Gramellini per fascismo, ma so che, quando a commento della sorte toccata a Flavinia Cassaro, si leggono articoli come i suoi e si vedono intanto studenti minacciati di sanzioni disciplinari perché non accettano l’alternanza scuola lavoro, vengono in  mente gli anni in cui la giovane Teresa Mattei, studentessa nella scuola fascista, fu espulsa da tutte le scuole del Regno perché rifiutò di assistere alle lezioni sulla difesa della razza.
E’ vero, con la caduta del fascismo la studentessa, ormai donna, fu riabilitata ed eletta deputata alla Costituente. Tra l’espulsione e la riabilitazione, però, ci furono infinite tragedie e sessanta milioni di morti. Tanto era costato  affermare un principio semplice che oggi si revoca in dubbio: non esiste un’opinione che valga più di un’altra e per quanto m’indigni, non dirò che Gramellini è fascista. Gli dirò che i fascisti non espressero opinioni, le imposero con la forza e colpirono quelle degli altri, come lui ha chiesto si facesse con la Cassaro. Mi chiederò, senza trovare risposta, perché l’opinionista non abbia chiesto con pari determinazione il licenziamento di Luperi, condannato ad anni di carcere in Cassazione per i fatti di Genova e diventato poi capo del dipartimento analisi dell’Aisi, ex Sisde, quello di  Gratteri, anch’egli condannato ad anni di carcere per Genova 2001 e diventato poi prefetto, o degli agenti pregiudicati e mai licenziati.
Per loro il principio della «gravità della condotta tenuta» forse non vale?
Mi conforta una certezza: i docenti antifascisti licenziati e perseguitati, Nicola Conte, Lina Merlin, Teresa Mattei e tanti altri, cui oggi si aggiunge Falvinia Cassaro, restano un esempio di amore per la libertà per i giovani di ieri, di oggi e di sempre. Gli opinionisti che applaudirono quando essi furono colpiti sono invece spariti dalla storia e se qualcuno li nomina, è solo per ricordare una vergogna.

Fuoriregistro,  Agoravox, 3 luglio 2107; Officina dei saperi, 9 luhglio 2018

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Devo essere grato all’amico che mi ha donato i documenti legati alla storia di militanza di un suo ormai lontano parente, l’avvocato Luigi De Filippis, antifascista e perseguitato politico dall’avvento del fascismo fino alle Quattro Giornate di Napoli, delle quali fu un combattente.
Coraggioso direttore responsabile della “Rivista del Mezzogiorno” – che ebbe tra i collaboratori uomini come Giovanni Amendola, Errico De Nicola e Roberto Bracco – il De Filippis, fu giurista di valore e uomo di forte tempra morale. Con le “leggi fascistissime” e la stretta repressiva più feroce, finì come tanti nel mirino del regime, ma non volle piegarsi. Sul numero del luglio-agosto 1926, pur riportando, come imposto dalla legge, l’ordine di sequestro della rivista, che per i fascisti mirava “nel suo complesso a turbare l’ordine pubblico”, reagì al sequestro, ospitando un articolo in memoria di Amendola, morto in quei giorni per una feroce aggressione fascista, e un trafiletto prezioso riportato dall’Avanti, “sul caso interessantissimo […] della professoressa Lina Merlin, insegnante nelle scuole elementari di Padova” alla quale erano stati notificati “la delibera di dichiarazione di decadenza dal posto di insegnamento nelle scuole elementari di Padova, per essersi rifiutata di prestare il giuramento di fedeltà al fascismo”, e l’invito “a lasciare il servizio il giorno successivo a quello della notifica”. La prof., scrive il giornale, “si è rifiutata di prestare il giuramento richiesto ed ha inviato alla Commissione una lettera” di risposta. Sono parole, quelle della Merlin, che bisognerebbe far leggere a figli  e nipoti, perché restituiscono alla parola “politica”, oggi così discreditata, la sua immensa nobiltà morale.
Io, sottoscritta insegnante nelle scuole elementari di Padova”, scriveva la Merlin, “fui assente dalla cerimonia del giuramento celebrata in Municipio. La ragione è semplice e chiara.
Ho l’onore di appartenere al Partito Socialista Italiano  ed ho la volontà di rimanervi, convinta della nobiltà del mio ideale. Non vedo nessuna ragione che renda incompatibile la professione del mio pensiero e delle mie idee politiche coll’alto valore del ministerio di educatrice”. Di fronte alla richiesta di giurare «che non appartengo né apparterrò a Partiti la cui attività non si concili con i doveri del mio ufficio»”, proseguiva la maestra, pur consapevole “delle sanzioni disciplinari che il prefetto può adottare a carico degli impiegati che svolgono atti incompatibili con le generali direttive politiche del Governo, obbedisco all’imperativo categorico della mia coscienza che mi impedisce di nascondermi nella indeterminata formula del giuramento. Per tutto questo mi pregio di avvertirla che non mi presenterò a giurare.
Con ossequi
Padova 11 marzo
Merlin Angelina”.
La coraggiosa maestra – che prima del licenziamento era stata già arrestata più volte e fu poi confinata – diventò poi partigiana, rischiò più volte la vita e il 27 aprile del 1945,  assieme ai compagni della Brigata Rosselli occupò il Provveditorato agli Studi di Milano, costringendo i fascisti alla resa. Nel 1946 fu eletta all’Assemblea Costituente, diede un notevole contributo alla garanzia dei diritti delle donne, sanciti dalla Costituzione. Eletta al Senato nel 1948, condusse una vittoriosa battaglia per l’abolizione della prostituzione legalizzata, che si concluse il 20 febbraio 1958, dopo un lavoro durato dieci anni, con la legge che porta il suo nome. Chiudendo la sua carriera parlamentare in un discorso degno di essere ricordato affermò un principio: che le idee sono importanti, ma alla fine camminano purtroppo sulle gambe degli uomini e lei, che era stata una vera combattente, era stanca di «fascisti rilegittimati, analfabeti politici e servitorelli dello stalinismo».
In quanto a Luigi De Filippis, partigiano delle Quattro Giornate, durante il ventennio fu perseguitato per i rapporti con gli antifascisti Gino Doria, Floriano Del Secolo ed Emilio Scaglione. Liberata la città, De Filippis, fu chiamato dal Comitato di Liberazione Nazionale a far parte delle Deputazione provinciale, di cui fu vice presidente. Morì nel 1951 ma, come scrisse Mario Palermo, ispirò quella sua esperienza politica “ai principi della lotta di resistenza per un rinnovamento del nostro Paese e della Provincia di Napoli”.
Figure apparentemente lontane tra loro, e certamente diverse per formazione, la veneta Lina Merlin e il campano Luigi De Filippis, entrambi partigiani, si trovarono uniti nella lunga e spesso dolorosa battaglia per la democrazia. Una lotta di profilo così nobile che oggi, nel crescente degrado della vita politica, rappresentano modelli preziosi per giovani generazioni alle quali non mancano solo il lavoro e la certezza del futuro, ma quei valori che danno un senso alla vita.

Repubblica, Napoli, 23 aprile 2018.

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downloadVoi mi perdonerete se talora, nei giorni difficili in cui più forte e doloroso si fa sentire il morso dell’ansia, ormai compagna di vita, io mi rifugio nella fortezza delle mie vecchie carte ingiallite dal tempo e sperimento le vie della scrittura terapeutica.
Devo essere grato all’amico Luigi De Filippis, che mi ha donato i documenti legati alla storia di militanza del suo omonimo e ormai lontano parente, l’avvocato Luigi Fe Filippis, antifascista e perseguitato politico dagli anni difficili dell’avvento del fascismo fino alle Quattro Giornate di Napoli, che visse da combattente nelle vie della città.
Coraggioso direttore responsabile della “Rivista del Mezzogiorno” – che ebbe tra i suoi collaboratori uomini come Giovanni Amendola, Errico De Nicola e Roberto Bracco – l’avv. Luigi De Filippis, fu uomo di notevole spessore culturale e morale. Mentre si approssimavano le “leggi fascistissime” e la stretta repressiva più feroce, sul numero 7-8 del luglio-agosto 1926, pur riportando, come imposto dalla legge, l’ordine di sequestro della rivista “atta nel suo complesso a turbare l’ordine pubblico”, non esitava a reagire al sequestro, ospitando un articolo in memoria di Amendola e un trafiletto prezioso “sul caso interessantissimo e… raro della professoressa Lina Merlin, insegnante nelle scuole elementari di Padova”, riportato dall’Avanti.
Non benedirò l’ansia, ma in qualche modo devo ringraziarla per avermi condotto a questo articolo che occorrerebbe imparare a memoria per ricordarlo bene e insegnare ai nostri figli  e nipoti quale alto valore ha la parola “politica”, oggi così discreditata e quanta nobiltà d’animo ebbero i nostri nonni, dei  quali putroppo rapidamente e superficialmente  abbiamo dimenticato la storia.
Ecco l’articolo:

Lina Merlin

“In data 10 marzo il commissario regio notificava alla compagna professoressa Merlin la delibera di dichiarazione di decadenza dal posto di insegnamento nelle scuole elementari di Padova per essersi rifiutata di prestare il giuramento prescritto dal Regio Decreto 23 ottobre 1925 n. 2115. Delibera approvata e resa esecutiva dal prefetto con ‘visto’ del 3 marzo 1926, e la invitava a lasciare il servizio il giorno successivo a quello della notifica.
La prof. Lina Merlin si è rifiutata di prestare il giuramento richiesto ed ha inviato alla Commissione la seguente lettera:
Io, sottoscritta insegnate nelle scuole elementari di Padova, fui assente dalla cerimonia del giuramento celebrata in Municipio: La ragione è semplice e chiara.
Ho l’onore di appartenere al Partito Socialista Italiano  ed ho la volontà di rimanervi, convinta della nobiltà del mio ideale. Non vedo nessuna ragione che renda incompatibile la professione del mio pensiero e delle mie idee politiche coll’alto valore del ministerio di educatrice; ma io, ponendo in comparazione alcune affermazioni della formula del giuramento  – tra le quali la seguente: «giuro che non appartengo né apparterrò a Partiti la cui attività non si concilii con i doveri del mio ufficio» – con il disposto del R.D. 23 ottobre 1925 n. 2115 relativamente alle sanzioni disciplinari che il prefetto può adottare a carico degli impiegati che svolgono atti incompatibili con le generali direttive politiche del Governo, obbedisco all’imperativo categorico della mia coscienza che mi impedisce di nascondermi nella indeterminata formula del giuramento. Per tutto questo mi pregio di avvertirle che non mi presenterò a giurare.
Con ossequi
Padova 11 marzo
Merlin Angelina  

La coraggiosa maestra fu poi partigiana, rischiò più volte la vita e il 27 aprile del 1945, assieme ai compagni della Brigata Rosselli occupò il Provveditorato agli Studi di Milano, costringendo i fascisti alla resa. Nel 1946 fu eletta all’Assemblea Costituente, diede un notevole contributo alla garanzia dei diritti delle donne, garantiti dalla Costituzione. Eletta al Senato nel 1948, condusse una vittoriosa battaglia per l’abolizione della prostituzione legalizzata, che si concluse il 20 febbraio 1958, dopo un lavoro durato dieci anni, con la legge che porta il suo nome.Chiudendo la sua carriera parlamentare in un discorso degno di essere ricordato affermò un principio: che le idee sono importanti, ma alla fine camminano sulle gambe degli uomini e lei, che era stata una vera combattente, era stanca di «fascisti rilegittimati, analfabeti politici e servitorelli dello stalinismo».

Onore all’antifascismo, onore a Luigi De Filippis, onore alle donne, onore eterno a Lina Merlin

 

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Dal Blog di Carlo Mazzucchelli

Dal Blog di Carlo Mazzucchelli

«Non è ammessa la pena di morte». Così recita, lapidario, l’articolo 27 della Costituzione. E sai che ha dietro Beccaria, il secolo dei lumi e valori universali. L’articolo 37, che riconosce alle donne «gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore», non sarebbe nato senza Anna Kulisciov, Argentina Altobelli, Maria Montessori, Anna Maria Mozzoni, Lina Merlin, Teresa Mattei e tante altre donne. Tutto oro, quindi? No. Dietro c’è anche quella «essenziale funzione familiare», che fa della donna anzitutto la moglie e la madre, e ci sono i limiti del movimento operaio, con Di Vittorio che fino al ‘45 ritiene demagogica la parità salariale. Anche l’articolo 29, che fonda il matrimonio «sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi», reca i segni dei colpi di conservatori come Vittorio Emanuele Orlando, per il quale «finirà per prevalere l’anarchia», e persino di Togliatti, che, per motivi tattici, definisce il divorzio «innaturale e anzi dannoso». Molti hanno votato «sì» con una riserva mentale: per le leggi ordinarie, la donna è ancora soggetta al marito e l’articolo è indebolito da un comma che richiama «i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare». Limiti che il cattolico Camillo Corsanego fissa nella «naturale gerarchia della famiglia», in cui «ci vuole pure qualcuno […] che dia il cognome, che scelga il domicilio, che abbia diritto di rappresentanza, che amministri i beni dei minori». Divorzio, riforma del diritto di famiglia e aborto verranno negli anni Settanta.
L’articolo 51, che prevede l’accesso a tutte le carriere senza distinzione di sesso, è una vittoria storica che rimanda a Lidia Poët, Teresa Labriola e alla loro lotta per esercitare la professione di avvocato, ma la partita non è vinta se, nel ’69, Mortati, difendendo Rosa Oliva, otterrà che si cancelli la legge che esclude le donne dalla magistratura e dalla carriera militare.
La Costituzione non cambia il Paese nascendo, ma impegna al cambiamento la legge futura; è un «programma» da attuare, uno strumento da utilizzare. Tornare indietro, tenendosi il Codice Rocco, invocando il feticcio della «governabilità» e la foglia di fico dei «principi» che non si sono toccati, significa arretrare. Abbiamo visto quanto pesa sull’articolo 41 la cancellazione dell’articolo 99, ma è facile immaginare gli effetti devastanti che avrebbe sull’intero impianto l’abolizione della XII disposizione, che vieta la riorganizzazione del partito fascista. Non si tratta di un principio fondante, ma individua un disvalore in contrasto con ogni valore su cui fonda la Costituzione. Chi l’ha scritta conosceva la storia, sapeva che pochi anni prima il nazifascismo aveva utilizzato istituti democratici per cancellare la democrazia, perciò volle un corpo unico e organico di norme unite tra loro da un criterio di «socialità» che ispira ogni sua parte. Non c’è un articolo che ne parli, ma la cultura dell’antifascismo è la sua anima vera.
Se le cose stanno così, perché invece di attuarla pienamente, si vuole cambiarla? La risposta è semplice: per la sua natura «sociale», perché il lavoro è il cuore della Repubblica e l’utilità sociale prevale sull’utile aziendale. Perché disegna uno Stato interventista, garante di equilibri democratici e protagonista in campo economico e sociale. Un’idea antifascista, nemica di ogni assolutismo, dice il cattolico Tosato alla Costituente, parlando di bicameralismo: «come v’è stato un assolutismo monarchico, così si potrebbe avere un assolutismo democratico, se tutti i poteri fossero concentrati in un solo organismo. Di qui la necessità, una volta approvato il sistema bicamerale, di istituire una seconda Camera con i medesimi poteri della prima». E’ una scelta di fondo, un «principio», ma anche un elemento di riflessione: la Costituzione non è un corpo imbalsamato, si può cambiare. Mettere mano al Senato, però, nei modi e con le ragioni che accampa il Governo vuol dire mettere mano all’equilibrio del sistema.

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Le commemorazioni non guardano indietro, però – sembra fatale – diventano una sorta di “memoria a scadenza fissa”, il “gesso” che immobilizza fratture scomposte tra un mitico “passato” e un infelice “presente”. Per un giorno inni bandiere al vento e valori universali, poi il limbo d’un realismo rinunciatario, che è quasi sempre rassegnazione o, se si vuole, identità annacquata in cerca di consensi. D’accordo, anche questo è politica, ma dirlo onestamente non ci farà male: esistono due “memorie”. Una, ufficiale e condivisa, non lascia segni, non fa domande. E’ Narciso allo specchio: guarda se stessa e ignora il presente. L’altra, sempre più rara, indaga il passato per capire il presente. E’ la storia “maestra di vita”, che racconta la verità nuda e cruda, parla alle coscienze, ma non trova ascolto, non insegna più niente a nessuno e dà fastidio, perché ci mette davanti noi stessi, così come siamo davvero. E non è un bel vedere.
Me lo chiedono spesso: “Ci dici delle Quattro Giornate?”. Da me si attendono retorica e poesia: “o campana, campana, campana, / la mia favola breve è finita / la breve mia favola vana”. Io, invece, tiro fuori il presente. Il primo pensiero non è per ciò ch’è stato, m’importa quel che accade e, più che raccontare, faccio domande. Perché, mi chiedo, qui a Napoli, superato il liceo Vico, alla Cesarea, la vecchia sede del PCI ospita ancora un partito antifascista, ma non porta più il nome di Maddalena Cerasuolo? Sono avvenute cose che non so? Non è più decorata al valor militare, non è la donna che “trattò ” al Vico delle Trone coi tedeschi? Non fu lei che lottò come un veterano assieme ai partigiani di Materdei e della Stella, salvando dalla distruzione il Ponte della Sanità e consentendo agli Alleati di avanzare verso quel Nord nel quale oggi Bossi resuscita il razzismo?
Risposte non ne ho e quindi insisto. Perché non ricordiamo più ciò che a Longo sembrò decisivo: “dopo Napoli la parola d’ordine dell’insurrezione finale acquistò un senso e un valore e fu allora la direttiva di marcia per la parte più audace della Resistenza italiana“? Cos’è cambiato? Guastiamo la festa a Brunetta, che ci accusa d’essere un “cancro“? Ma che sanno Brunetta e Bossi dell’Italia, del Sud e dell’antifascismo? Qualcuno glielo spieghi, per favore, chi era Ezio Murolo che, a Poggioreale, con Tito, il fratello anarchico, organizzò e guidò gli insorti contro i nazisti, in una battaglia che, come molti esponenti di questa maggioranza, li avrebbe visti assenti o, peggio, dall’altra parte della barricata. “Ardito” nella Grande Guerra, dannunziano a Fiume, poi giornalista al “Mondo” di Giovanni Amendola, infine coinvolto “nei maneggi sovversivi” ai tempi della guerra di Spagna e spedito al confino, Ezio Murolo fu “guastatore paracadutista” dietro le linee naziste e si batté per liberare il Nord, la Padania di Bossi, dopo aver meritato qui a Napoli una medaglia d’oro. Non possiamo dirlo perché oggi i partigiani passano spesso per “terroristi”? Io lo racconto, checché ne pensino l’elettorato più o meno moderato a centro ed a sinistra e Cota a destra: Murolo contribuì a liberare il Nord. Erano i giorni in cui, a dar retta a Galli Della Loggia e gli storici della destra fascio-leghista, la “Patria” moriva. Quale Patria? Quella fascista, che un pugno di inqualificabili nostalgici prova a rivalutare? La patria razzista, resuscitata dalle leggi sui clandestini? Qualcuno glielo spieghi che, prima ancora di Rosselli e di Altiero Spinelli, prima di quel miracolo di passione politica che fu il Manifesto di Ventotene, Antonio Ottaviano, uno dei tanti combattenti delle Quattro Giornate, s’era già fatto processare dal Tribunale Speciale, per aver provato a dar vita a una federazione di Stati europei, “L’Europa Unita”, come baluardo contro il pericolo nazifascista. Ben altra Europa che quella di Bossi, Brunetta, Berlusconi e Marchionne, nella quale si negano i diritti dei lavoratori, torna il razzismo, contano solo le banche e i banchieri, si riduce a merce il sapere, si precarizzano i docenti e si attacca la scuola pubblica, di cui nessuno più ricorda il ruolo nella Resistenza. Se ne trova traccia in un prezioso e sconosciuto “numero unico” del “Comitato di Liberazione Nazionale”, che ricorda i nomi dei suoi martiri e militanti; gente di ogni parte del Paese, checché ne pensi la Lega: Quintino Vona, vice preside “in una Scuola Media di Milano, caduto sotto il piombo di sgherri della ‘Muti’ il pomeriggio del 7 settembre”; Salvatore Principato, siciliano di Piazza Armerino, che, massacrato a Piazzale Loreto con 14 compagni “dopo essere stato torturato nelle carceri fasciste” aveva saputo “incoraggiare, nel momento estremo, le povere vittime, allargando le braccia: coraggio, è questione di pochi istanti”. Bisognerebbe tornarci su, ricordarla, la scuola delle maestre napoletane Giovanna Annunziata e Anna Bonagura, “arrestate e denunziate per reato di istigazione e oltraggio alla persona di S. E. il capo dello Stato” perché i loro studenti “hanno strappato dai libri di testo una effige del Duce” e uno addirittura “la ridusse in due parti e la lanciò dal balcone“. Si capirebbe perché si vuole distruggere la scuola, sarebbe chiaro che essa è stata e può essere presidio della democrazia. Si capirebbe che forse non è un caso se i precari della scuola stiano dando oggi luogo a una lotta che sa di Resistenza. Scuola e politica, nel senso alto e nobile della parola, nel senso di pensiero critico e non di puro e semplice addestramento al lavoro dipendente o alle professioni. La scuola di Lina Merlin, che non fu solo la socialista delle “case chiuse”, la partigiana e la deputata alla Costituente, ma la giovanissima maestra antifascista che si lasciò licenziare per non giurare fedeltà al regime. Occorrerà che qualcuno lo dica al leghista Maroni e lo ricordi ai nostri studenti: quando gli “scienziati” fascisti scoprirono la tragica purezza “ariana” del nostro popolo, che è stato e sarà sempre un’inestricabile e meravigliosa fusione di geni e culture, studenti come Teresa Mattei rifiutarono di assistere alle tragicomiche lezioni sulla razza e furono espulsi da tutte le scuole d’Italia. E pazienza se anni dopo, ormai deputata e dirigente del PCI e dell’Unione Donne Democratiche, l’ex comandante di compagnia di una “Brigata Garibaldi”, entrò in rotta di collisione con Togliatti e conobbe l’onta di una nuova espulsione.
Il passato non cambia e non si cancella. Arfè non sbagliava. Per le forze politiche di radice antifascista, la Resistenza non è più un riferimento e la globalizzazione ha sconvolto rapporti e modi di produzione, sistemi di valori, prassi politica, ideologie, mentalità, costumi e rapporti sociali. Questa, tuttavia, è la storia, queste le profonde radici politiche delle Quattro Giornate, rivolta di popolo da cui ricevono linfa vitale la guerra di Liberazione e quella Costituzione che, non a caso, è nel mirino di un Parlamento di “nominati” e di un governo sostenuto da forze politiche che non hanno tradizione e cultura antifascista. Di questo si tratta. Non di altro. Di riaffermare e, se occorre, difendere i principi della democrazia. Costi quel che costi. Non solo Napoli, ancora “milionaria“, come amaramente la definì Eduardo De Filippo, ma l’intero Paese, tornato povero, privato della cultura, della scuola e del lavoro, ridotto a terra di razzismo e malaffare, di pennivendoli, guitti e velinari, l’intero Paese ha bisogno di ricordare. Senza memoria non si ricomincia.

Articolo uscito, con qualche ritaglio, sull’edizione napoletana di “Repubblica” il 28 settembre 2010 e, nella sua  versione originale, Su “Fuoriregistro

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Da qualche parte, in città, la mia e, c’è da giurarci, quella di tanti come me che non hanno ancora alzato la bandiera bianca, ci si riunisce, si mettono insieme forza e debolezza, coraggio e disperazione, analisi e propositi e una volta ancora, fosse la millesima non sarà l’ultima, una volta ancora ci si prepara a dire “no, noi non ci stiamo!, Ora basta, la misura è colma!“.
Lo sentiremo dire, il 12 marzo, e lo ripeteremo con le parole che scrive un collega che della sua precarietà ha fatto la leva orgogliosa su cui poggiare la volontà d’un cambiamento vero:

più determinati che mai, mettiamo in campo la nostra forza, difendiamo la nostra categoria di lavoratori pubblici precari e non, attaccati, vessati e massacrati da questo governo e dai suoi ministri con riforme che ledono la nostra dignità professionale e le nostre famiglie!“.

Tanto più forte sarà questa dichiarazione di guerra a chi ci fa la guerra, tanto più agguerrita sarà – senza retorica – la trincea nella quale ci attesteremo e dalla quale partiremo all’attacco, quanto più voci unite si leveranno, più gambe insieme marceranno, più braccia leveranno un’unica bandiera, più teste lavoreranno per unire alla base ciò che al vertice si continua a dividere.
C’è un pensiero in queste mie parole, una convinzione che ritengo forte e non velleitaria, che riguarda allo stesso tempo la natura politica dell’attacco che si è portato da ogni lato in Parlamento alla formazione, lo “specifico” della nostra professione e la crisi in cui il capitale ci ha cacciato e sulla quale intende inchiodarci come su una croce inevitabile e fatale. Per assoggettarci. Smantellare il sistema formativo vuol dire indebolire, se non forse annientare, la coscienza critica e, quindi, la resistenza delle classi popolari. Quelle classi popolari alle quali noi insegnanti, tessuto connettivo del pianeta cultura, possiamo agevolmente volgerci per denunciare, seminare dubbi, costruire opposizione, produrre dissenso e avviare una “resistenza” diffusa che coinvolga gli ampi strati dell’utenza. Uniti possiamo e dobbiamo. E’ nelle nostre forze ed è compito “specifico” della nostra professione. Noi non passiamo carte e nozioni a seconda dei capricci del potere. Noi insegniamo percorsi critici e produciamo il seme fertile del dubbio. E’ un mestiere che sappiamo fare tutti e meglio faremo se troveremo la via della solidarietà. Ogni precario colpito è uno di noi che va difeso. E poi la crisi. Non è stato aggredito solo il sistema-scuola e non rischiano di cadere solo i precari. C’è un mondo colpito. Ci sono gli operai gettati sul lastrico, gli immigrati schiavizzati, i giovani pugnalati nella schiena da un progetto autoritario, molto moderno nella forma, antico e feroce nella sostanza come accade con ogni dispotismo. Noi possiamo essere, noi anzi siamo in un solo momento operai, giovani, cassintegrati, immigrati, disoccupati. Noi siamo tutto questo e non ci sono insegnanti precari, giovani ridotti alla disperazione, stranieri discriminati. C’è la scuola aggredita per aggredire i precari, gli immigrati, i giovani, gli operai. La reazione che s’è scatenata non vincerà senza espugnare la scuola, ma nessuno di noi salverà se stesso se non sapremo difendere la scuola assalita. Occorre farlo. Le armi si troveranno, si farà quadrato e le parole d’ordine sono quelle di sempre: solidarietà e lotta. E gli esempi non mancano: Lina Merlin, maestra elementare negli anni del delirio littorio non volle giurare fedeltà al regime e fu licenziata. Teresa Mattei nella vergogna del 1938, rifiutò di assistere alle lezioni sulla “salute della razza” e fu espulsa da tutte le scuole d’Italia. Non si piegarono al regime che cadde sotto il peso delle sue colpe. Entrambe portarono nella Costituente il loro contributo e oggi ci indicano la via: le mezze misure non bastano più. Occorre dire no, costi quel che costi, perché – lo dico con Don Milani – “se a fare lo stesso lavoro nella stessa bottega, il padrone arrichisce e l’operaio resta povero, vuol di che qualcosa è marcio“, vuol dire che “c’è tanto di quel disordine che non c’è molto rischio di peggiorare il mondo […] sicché non mi pare che un po’ di ribellione, se venisse, sarebbe la fine del mondo“.

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