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Posts Tagged ‘fascismo’

CopertinaL’ultimo capolavoro di Minniti, uomo di punta del PD e quindi sostenitore di Paolo Siani, è la battaglia delle “notizie false”, che fa tornare alla mente il Minculpop del famigerato Ventennio. Eppure, se esistono verità false, costruite scientificamente su un insieme di fatti inventati o decisamente deformati, una mistificazione che immerge il cittadino in una dimensione virtuale  estranea alla realtà, bene, di questa mistificazione Minniti è parte integrante.
Recentemente l’Onu, per esempio, scioccato dalle violenze e dagli abusi commessi in Libia pur di fermare gli sventurati in fuga dall’Africa, ha definito disumani gli accordi voluti da Minniti, ministro più o meno fascista. In Italia però l’informazione non la fa l’ONU ma una stampa tra le meno libere dell’Occidente. Una stampa che infatti non ci racconta Minniti come il carnefice libico dei migranti, ma come l’uomo di Stato che ha drasticamente ridotto gli sbarchi. A quale prezzo noi non dobbiamo saperlo, come nulla seppero i nostri nonni dei gas utilizzati in Etiopia contro le truppe nemiche e contro la popolazione, colpendo paesi, bestiame e acque di laghi e fiumi
Se il progetto autoritario dovesse riuscire, avremmo di nuovo una verità di Stato di cui sarebbero garanti le autorità di polizia. La fascistizzazione del Paese prosegue a passo spedito, quindi, ma Paolo Siani, il democratico galantuomo candidato dal PD di Minniti per ripulire l’immagine di un partito impresentabile, su questo tema tace. E non c’è dubbio: chi tace acconsente.

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Le Quattro giornate di Napoli bTrecento. Trecento donne e uomini sepolti dalla Storia ufficiale, livellante, quella «Storia secondo il manuale» che col pretesto della plausibilità e organicità della ricostruzione d’insieme veicola formule liquidatorie o elusive, cancella volti, sorvola su immani sacrifici, tace su persecuzioni accanite, durate una vita intera, e nega gli «appuntamenti» con la storia e con l’opprimente nazifascismo che tanti, apparentemente domati o arresi, si sono dati per quel Settembre di fuoco del ’43 che vide Napoli sollevarsi scientemente e non picarescamente, per un intero mese ed oltre, e non per le sole memorabili «4 Giornate», contro l’abiezione politica e morale dell’Europa fattasi ideologia totalitaria.
Ecco. A queste donne e questi uomini ha ridato viso, fame, dubbi, figli, ferite, voci, disperazione, vigliaccheria, eroismo, ingegno e, soprattutto, riflessione e scelta politica il Prof. Giuseppe Aragno con il suo preziosissimo, attesissimo e sofferto volume «Le Quattro Giornate di Napoli. Storie di antifascisti», edito da Intra Moenia. Il libro è stato presentato giovedì scorso nella cornice quanto mai azzeccata dell’Ex Opg, ex manicomio criminale significativamente riscattato, grazie ai meravigliosi giovani che lo animano, dal suo destino di luogo di pena coatta anche per tanti «indesiderati» e «riottosi» che il Fascismo non esitava a relegare in questi luoghi di alienazione e tortura, per piegarne il corpo e lo spirito.
Proprio il riscatto delle esistenze dei vinti, delle vite dimenticate, che, come è stato ricordato in apertura, richiamando Benjamin, è già di per sé un atto rivoluzionario, abilita a capire quanto la Storia sia sempre contemporanea, sempre presente e pressante, nelle sue istanze sostanzialmente identiche e fenomenicamente diverse. Il libro del Prof. Aragno, scritto in quest’epoca di revisionismi parificanti e pericolosi, nonché di regresso sconcertante nel campo dei diritti civili, come ben sanno e sperimentano duramente le donne, anch’esse protagoniste assolute dell’orditura teorica della Resistenza come della lotta armata, e tuttavia dolosamente messe sotto il tappeto della Storia dal dominante e trasversale maschilismo italico, merita un’analisi dettagliata e un’esposizione meticolosa, partecipe, che mi riprometto di fare.
Quello che egli stesso ha magistralmente spiegato, strappando un lunghissimo applauso alla platea incantata soprattutto dalla sua appassionata immedesimazione nelle difficili vite dei partigiani come degli opportunisti, raccontati senza mitografie né condanne moralistiche, è che il suo libro dimostra in modo evidente e carte alla mano (carte volutamente neglette fino ad oggi!) che la lettura minimalista e sottilmente razzista delle «4 Giornate» come jacquerie «in salsa napoletana» di scugnizzi affamati, di lazzari esasperati e casalinghe improvvisatesi infermiere o vivandiere, senza alcuna idealità o programmatico intento alla base, è offensivamente falsa, ed è stata costruita ad arte da forze politiche (non solo di destra!) che stavano parallelamente costruendo la Repubblica del dopo-liberazione su accordi e scambi non sempre trasparenti e confessabili, i cui esiti ed assetti sono sottesi alle tante tragedie della vita democratica del nostro paese.
Altre due verità inconfutabili sono emerse, che voglio registrare, qui, per indurre tutti a leggere questo libro e per spronare i colleghi a farne uno strumento didattico. La prima è che chiunque vorrà parlare delle «4 Giornate», adesso, non potrà non tener conto di questa pubblicazione ribaltante e dirompente. La seconda è quella, intimamente risonante, con cui il prof. Aragno ha chiuso il suo denso e straordinario intervento, e cioè che un libro di Storia della Resistenza deve servire soprattutto a legittimare la lotta che in ogni tempo si conduce contro la sopraffazione che cerca di legittimarsi politicamente. Questo libro ci riesce. Dà forza alla forza che ciascuno, ciascuna di noi cerca in se stesso, in se stessa, ogni giorno. Io ne sono personalmente, immensamente grata al fecondo ingegno e al tenace impegno del prof. Aragno.

Fuoriregistro, 7-11-2017

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Migranti: Msf non firma codice Ong

Non mi stupisce che Renzi si studi di scavalcare Salvini a destra sull’infamia dei migranti. Tempo fa, un giorno parlava del Sud dei piagnistei con toni da Salvini, e l’altro di un suo piano miracoloso che in breve avrebbe chiuso quella «Questione meridionale» che già Mussolini prima dichiarò risolta e poi per anni finse di non vedere. Qui da noi la gente si è ormai convinta che la storia non insegni niente a nessuno, mentre è vero il contrario: poiché per sua natura produce libero pensiero e opposizione, la politica l’ha sottomessa, creando l’Anvur, un’agenzia di valutazione che ingabbia la ricerca, premia i servi sciocchi e punisce quelli che non si piegano al sistema.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: la gente pensa che l’Italia razzista fu la  dolorosa conseguenza dell’alleanza con la Germania nazista di Hitler. Le cose però non stanno così. Sin dai tempi dell’unificazione nazionale, i settentrionali che ricoprirono ruoli di primo piano nutrirono un autentico disprezzo per la gente del Sud. Per Ricasoli, essa era «un lascito della barbarie alla civiltà del secolo XIX» e per la stampa piemontese dell’epoca i meridionali erano figli di una terra «da spopolare», sicché ci fu chi propose di spedirne gli abitanti «in Africa a farsi civili». Una razza inferiore, insomma, da educare col bastone. «Qui stiamo in un Paese di selvaggi e di beduini», affermò il deputato Vito De Bellis e, di rincalzo, Carlo Luigi Farini, che sarà poi Presidente del Consiglio, nel dicembre 1860, nei panni di luogotenente del re nelle terre del Sud, scriveva a Minghetti che «Napoli è tutto: la provincia non ha popoli, ha mandrie […]. Con questa materia che cosa vuoi costruire? E per Dio ci soverchian di numero nei parlamenti, se non stiamo bene uniti a settentrione».

Muovendo da queste posizioni, la Desta storica e i suoi «galantuomini» produssero infamie come la Legge Pica, processi sommari, fucilazioni, villaggi bruciati assieme agli abitanti, deportazioni e carcere a vita. Fu un fiume di sangue a battezzare la «nazione unita» prima del macello di proletari che alcuni chiamano «Grande Guerra».

In realtà, ieri come oggi dietro il razzismo ci sono ceti dirigenti, interessi di classe e la ricerca di un alibi per la feroce difesa di privilegi. In questo senso, non basta ricordare che il 5 agosto del 1938 il fascismo scoprì la superiorità della «razza italiana» e si dotò di leggi razziali. Occorrerebbe aggiungere un dato molto significativo, che invece si preferisce tacere: Businco, Franzi, Landra, Savorgnan e tutti gli altri «scienziati», autori o sostenitori del Manifesto della razza, conservarono la cattedra dopo il fascismo; ci fu chi fece addirittura una brillante carriera e tutti conservarono il ruolo di «formatori» delle giovani generazioni.

Ciò che accade oggi affonda le sue radici in un passato con il quale non si sono mai fatti i conti con un minimo di serietà. Il giornale che pubblicò il famigerato «Manifesto» del 1938 – «La difesa della razza» – aveva come segretario di redazione un equivoco personaggio, che anni fa Giorgio Napolitano, presidente della «Repubblica nata dall’antifascismo», volle commemorare in Parlamento: il fascista Giorgio Almirante, ch’era stato capo di gabinetto del ministro Mezzasoma a Salò, nella tragica farsa passata alla storia come «Repubblica Sociale». Almirante, coinvolto poi in oscuri rapporti con bombaroli neofascisti, sfuggì al processo, trincerandosi dietro l’immunità parlamentare e sfruttando, infine, un’amnistia.

Un caso eccezionale? Tutt’altro. Caduto il fascismo, i camerati di Almirante pullulavano nei gangli vitali della Repubblica «antifascista» e non fu certo un caso se l’amnistia di Togliatti si applicò solo a 153 partigiani e salvò 7106 fascisti. Magistrati, Prefetti e Questori avevano fatto tutti carriera nell’Italia di Mussolini e nel 1955, quando si giunse a tirare le somme, i numeri erano agghiaccianti: 2474 partigiani fermati, 2189 processati e 1007 condannati. Quanti finirono in manicomio giudiziario non è dato sapere, ma non ci sono dubbi: ce ne furono tanti.

In quegli anni cruciali trova le sue radici la sottocultura che ispira la linea «politica» di Salvini, che Il PD insegue ora a destra. Anni in cui la scuola di polizia fu affidata alla direzione tecnica di Guido Leto, capo dell’Ovra prima di Piazzale Loreto, e Gaetano Azzariti, che aveva guidato il Tribunale fascista della razza, prima collaborò con il Guardasigilli Togliatti, poi fu nominato giudice della Corte Costituzionale, di cui, nel 1957, divenne il secondo Presidente, dopo la breve parentesi di De Nicola. Confermato il Codice Penale del fascista Rocco, Azzariti, ex fascista, fu incredibile relatore sulla competenza della Consulta a valutare la costituzionalità delle leggi vigenti prima della Costituzione repubblicana.

Di lì a qualche anno, nel dicembre del 1969, quando Pino Pinelli volò dal quarto piano della Questura di Milano, essa – è inutile dirlo – era affidata a un fascista, quel Marcello Guida che a Ventotene era stato carceriere di Pertini, Terracini e dello stato maggiore dell’antifascismo. E’ questo il mondo dal quale, senza che probabilmente se ne renda conto, proviene la concezione della politica che esprime Renzi. Il mondo che, dal 1948 al 1950, secondo i dati inoppugnabili di una legge varata nel 1968, creò 15.000 perseguitati politici, condannati a 27.735 anni di carcere dai giudici che la repubblica aveva ereditato dal fascismo. In proporzione, molto peggio di quanto fecero in vent’anni Mussolini e i suoi.

Mentre la riforma della scuola cade come una pietra tombale sulla conoscenza della storia e chi vorrà insegnarla nelle nostre scuole dovrà fare i conti col rischio del licenziamento, un moderno fascismo si va imponendo nel Paese. Nell’antica tradizione razzista e nella scuola di cultura razzista si inseriscono i provvedimenti di Minniti e l’attacco senza precedenti alle navi delle Ong. Se e quando sarà possibile ricostruire la storia di questi anni, di noi si dirà ciò che si dice dei popoli che furono spettatori indifferenti dei crimini nazifascisti.

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rossoni“Vi racconto cos’è un fascista, anche oggi”, scrive il grande amico di Napolitano e s’avventura in una lucida e puntigliosa critica a quanti, con troppa superficialità sottovalutano la crescente, “abominevole sensualità” presente “nel nazionalismo, nel sovranismo, nel razzismo, nell’antiparlamentarismo, tutte cose alle quali i popoli soccombono nel modo più penoso”.
Gli farei un applauso se non ricordassi bene che nel luglio di sei anni fa, quando il sindacato si inchinò senza nemmeno tentare la lotta alle regole imposte da Marchionne, la mia denuncia del fascismo che avanzava nella nostra società, pubblicata sul Manifesto, fu bollata proprio da Macaluso come “chiacchiere da bar”. Naturalmente sono lieto che finalmente egli scopra che da anni il fascismo sta rimettendo radici nel nostro Paese, nell’inerzia di una sinistra distratta o complice. Sei anni non sono molti, ma sono bastati purtroppo a condurci alla situazione in cui siamo. Quando si poteva fare molto, Macaluso non fece niente, oggi che siamo praticamente spalle al muro, il vecchio “migliorista” suona l’allarme. Perché meravigliarsi? Macaluso ha sempre strenuamente difeso Giorgio Napolitano, uno dei principali protagonisti della crisi della nostra democrazia.
Ecco il mio articolo, non così lontano da essere oggi illeggibile.

 

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Aldo Romano, storico, socialista, fascista, spia dell’Ovra, comunista

Dai, su, ma che fai? Ti metti a criticare persino un libro che non hai letto?
Ma no, sta tranquillo. Parlo solo del titolo. E lo faccio perché, grazie al titolo, non leggerò il libro. Eccolo qua: La continuità necessaria. Università e professori dal fascismo alla Repubblica.

Forse c’è scritto “la continuità obbligata”.
No,   non mi sbaglio, dice proprio necessaria…
Sei sicuro che non sia “la continuità inevitabile?”.
No, è proprio come ti dico: necessaria.

Necessaria?!? Ma allora ci voleva almeno il coraggio di completare, confessando: La continuità necessaria. Università e professori dal fascismo alla Repubblica e dalla Repubblica al fascismo. Magari con il sottotitolo chiarificatore: Dalla camicia nera a quella rossa e viceversa. Va dove ti porta il vento.

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LIBERIAMOCI! DAL FASCISMO, DAL RAZZISMO, DALLA GUERRA, DALLO SFRUTTAMENTO

NAPOLI, 25 APRILE 2016, PIAZZA MANCINI ORE 10

LiberiamociIl 25 Aprile del 1945 l’Italia si liberava, grazie alla lotta partigiana, dalla dittatura fascista e dall’occupazione nazista. Per moltissimi quella liberazione doveva significare anche liberazione dalla guerra, dalla fame, dallo sfruttamento. Un nuovo inizio.

Se ci pensate, anche noi abbiamo bisogno di liberazione, di un nuovo 25 Aprile.

Anche noi oggi abbiamo un Governo sempre più autoritario, che scavalca il parlamento, distrugge la scuola, attacca i lavoratori e i sindacati.
Anche oggi veniamo sfruttati e facciamo la fame, lavoriamo a nero, siamo disoccupati, ricattati da organizzazioni criminali in combutta con poteri economici e politici, costretti ad emigrare.

Anche oggi i nostri Stati fanno la guerra in giro per il mondo, e anzi ormai la guerra ci è entrata in casa, con i militari armati in ogni piazza.

Anche oggi l’Europa alza muri di fili spinati, mette su campi di concentramento, crea profughi e rifugiati.
Anche oggi bande di violenti, di razzisti, di nostalgici del nazifascismo aggrediscono i “diversi”, i più deboli, cercano di dividerci e metterci l’uno contro l’altro.

Anche oggi insomma siamo davanti alla barbarie, a un grande pericolo.

Ma anche oggi c’è chi è stanco di tutto questo, e sta iniziando a unirsi, a organizzarsi, perché è convinto che questa situazione debba cambiare. Perché può davvero cambiare.

A Napoli sono tanti gli esperimenti che dal basso ci parlano di un altro modello di società, fondato sull’uguaglianza, sulla libertà, sul riscatto e sulla giustizia sociale. Da Napoli può partire un messaggio diverso, contro le politiche di austerità, contro le decisioni dall’alto imposte ai territori.

Scendere in piazza il 25 Aprile vuol dire far vedere a tutti che esiste un’altra umanità, che non è tutto come raccontano i media, che non dobbiamo lasciarci terrorizzare, né dai nostri governi né dall’ISIS, né dalla faccia repressiva dello stato e dai suoi servi né dalle bande fasciste come Casa Pound che, protetti dai loro padrini politici e forti dell’impunità, aggrediscono i giovani che stanno cercando di cambiare le cose.

Scendere in piazza il 25 Aprile vuol dire lottare, sottrarre terreno a chi ci impone sfruttamento e precarietà, a ci reprime, a chi omologa, a chi cammina sui corpi e uccide. Vuol dire rivendicare e riprenderci tutto quello che ci hanno tolto, dando parola a chi fino a oggi, sulla propria pelle, ha vissuto le conseguenze delle contraddizioni di questa società, dai lavoratori agli studenti, dai disoccupati a chi vive nei quartieri popolari.

Scendere in piazza il 25 Aprile vuol dire quindi incontrarsi, prendere coraggio, comunicare alle tante persone di questa città, ancora troppo rassegnate o sole, che un’alternativa a questa barbarie è possibile.
Liberiamoci!

Rete cittadina “Napoli verso il 25 Aprile!”

qui il video di lancio:

https://www.facebook.com/Napoli25Aprile/videos/1693774120879853/

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fascismo1137165583Chiamate un medico, presto! La signora non sta bene!
«Non ci sono manifestazioni libere! Anche solo due persone costituiscono un assembramento».
Non è una storia degli anni Venti, nessuno ha lasciato Matteotti crivellato di colpi nella selva della Quartarella e non ci sono in giro squadristi che ammazzano di botte Amendola e Gobetti. Siamo a Napoli, il 6 aprile del 2016 e in città c’è Renzi, che ormai non va più in bicicletta. Quelle che riporto tra virgolette sono parole pronunciate ieri pubblicamente da una funzionaria della Digos, incurante di una telecamera che la riprendeva e nel pieno esercizio delle sue delicate mansioni, mentre sequestrava un «pericolosissimo» foglio bristol a Elena Lopresti, una giovane giornalista, una professione che – non c’è dubbio – fa proprio rima con terrorista.
Se i numerosi colleghi della funzionaria presenti sul posto non hanno ritenuto necessario  chiamare in soccorso una unità operativa del più vicino Centro di salute mentale, bisogna credere che anche per loro non ci sono più manifestazioni libere e la libertà è morta. Ancora non si sa chi l’abbia uccisa e alla polizia non interessa nulla prendere l’assassino: per il Questore di Napoli siamo tornati al fascismo e la signora non manifestava segni inquietanti di una improvvisa pazzia. Eseguiva solo disposizioni venute dall’alto; le avevano assegnato un compito e lei ha eseguito con spirito garibaldino: obbedisco! Di qui la lezione alla stampa sulle le libertà democratiche cancellate, il ritorno all’adunata sediziosa e al divieto di manifestare liberamente il dissenso.
C’è qualcuno che voglia e possa spiegare al Questore di Napoli che non siamo nel Cile di Pinochet e il diritto di manifestare è garantito dalla Costituzione, o dobbiamo sopportare che la Polizia Politica si faccia una sua legge sugli assembramenti perché non le sta bene nemmeno il Codice del fascista Rocco? Almeno su questo si può contare sui cittadini parlamentari pentastellati? Si può dire, senza temere arresti e processi per lesa maestà, che Napoli è stata ieri il laboratorio sperimentale del regime che il capitale finanziario sta costruendo lentamente, ma inesorabilmente nel nostro Paese?
Ieri il presidente di un Consiglio dei Ministri la cui moralità è stata sinora incarnata alla perfezione dalla signora Guidi, il massimo esponente di un governo eticamente illegittimo e politicamente delegittimato da una sentenza della Corte Costituzionale, è giunto in città senza sentire il dovere istituzionale di passare per il palazzo del Comune. Ci è venuto come un padrone si presenta nella tenuta di famiglia e scioglie i cani per badare comodamente ai suoi affari personali; come l’azionista di maggioranza va in azienda; come un boss mafioso, che riunisce la «famiglia» e mette le guardie armate a coprirgli le spalle.
C’è venuto in aperto dispregio di un sindaco democraticamente eletto, del Consiglio Comunale e dei cittadini pacifici e inermi, trattati come ultras delle curve sugli stadi.
Quello che si è visto ieri a Napoli riconduce ai tempi delle camicie nere: la polizia contro i cittadini e le piazze di spaccio, i vicoli degli affari illeciti e i palazzi della corruzione, completamente incustoditi. La camorra ieri ha fatto festa: ha avuto un giorno di libera uscita. Per Renzi, come per gli squallidi ras della bassa padana ai tempi di Matteotti, il pericolo vero è la democrazia e contro il dissenso ha schierato la Polizia Politica e il fior fiore dei questurini, ma era onestamente difficile capire chi stesse dentro le divise sudaticce per il primo caldo e dietro gli scudi antisommossa: i custodi della legalità repubblicana che ci costano un occhio della testa, o guardie del corpo al servizio di interessi privati?
Quanto c’entrano Renzi e Alfano con le deliranti affermazioni della Digos e gli ordini del Questore?

Il filmato che linko è stato girato da una valorosa troupe di “Identità Insorgenti”, e non ha bisogno di commenti. Ringrazio di nuovo le giovani giornaliste per la passione civile e mi associo al loro bellissimo grido: Viva la democrazia!”.

Agoravox, 7 aprile 2016

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