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Posts Tagged ‘fascismo’

Clotilde Peani nasce a Torino il 18 aprile 1873, mentre una crisi economica semina disperazione e il liberista Marco Minghetti, per quadrare il bilancio, non taglia le spese militari, ma i fondi per la scuola e impone tributi e balzelli ai ceti popolari. Clotilde, figlia di povera gente, ha il futuro segnato. A scuola va quanto basta per leggere, scrivere e far di conto, ma in fabbrica le sono maestri i «sovversivi»; studia opuscoli e giornali proibiti e capisce che il lavoro è sfruttamento, ma anche emancipazione. Quando rifiuta di essere «angelo del focolare», per la polizia diventa donna «di cattiva condotta morale» ed è malvista dalla società della “Belle époque”, che, trasgressiva nel “café chantant”, esclude le donne dalla cosa pubblica e le rinchiude nel limbo delle mura di casa. Una società ipocrita, fatta di madri e sorelle sante, di mogli vigilate e donne libere ridotte al rango di prostitute e cocottes
La fine del secolo dona a Clotilde una vita nuova. L’incontro con Dionigio Malagoli, un anarchico con cui vive a Napoli «more uxorio», come annota sprezzante e allarmata la polizia, nasce da un affetto profondo, ma la giovane Clotilde non è pronta a fermarsi. I due infatti si separano presto e Clotilde parte per Londra dove si forma alla scuola dell’anarchismo internazionale e frequenta per la redazione dell’autorevole «Les Temps Nouveaux». Nel 1905, quando lascia l’Inghilterra col falso nome di Angela Angeli è un’antimilitarista convinta e convincente, incompatibile con la morale puritana e maschilista dell’Italia liberale.
Giunta in Toscana, frequenta il fior fiore del «sovversivismo» locale, tiene giri di propaganda e affollate conferenze, poi, fermata a Livorno, torna a Napoli, ritrova Malagoli, l’uomo della sua vita, e nel 1906 torna alla militanza. Coperta da un falso nome – ora si chiama Angiola Mallarini – fa circolare la stampa antimilitarista ed è applaudita conferenziera al circolo «Germinal» di Pisa, a Roma, Milano, Londra e Parigi. «Come donna, riferisce un questurino, è pericolosa, perché suscita eccitamento tra la folla e con la sua audacia può trascinare i compagni».
A dicembre del 1910, dopo anni di lotte, è schedata come «sovversiva pericolosa», ma è in prima fila contro la guerra e contro il fascismo, mentre la violenza squadrista insanguina le piazze. Nel 1923, quando la polizia fascista nota che «fa vita ritirata», è vedova, ha cinquant’anni e quattro figli cui badare, ma non si è arresa. Nel 1925 benché «tormentata da problemi di salute che spesso la tengono a letto, ha contatti con gli anarchici» e cinque anni dopo non la fermano le perquisizioni, ma un esaurimento nervoso che il regime trasforma in «squilibrio mentale” – tra i sovversivi è ormai un’epidemia – per seppellire Clotilde nell’ospedale psichiatrico provinciale.
Nel calvario inatteso, la donna non è sola. In manicomio, per ignoti legami tra sovversione e pazzia, trova compagni di fede e sventura e qualche «oppositore occasionale», sepolto a vita per due parole nate dal vino o dall’ira. Teresa Pavanello, mentre il duce parlava alla radio di guerra, ha urlato: «Lui fa i discorsi e la gente va a morire». Al confino l’ha presa poi «un delirio cronico d’interpretazione» che la medicina non spiega; è un morbo senza sintomi: sta nell’ombra, poi esplode. La sua origine vera però è nei meandri d’un regime che rifiuta «sbandati», «irregolari» e dissenzienti e riduce alla disperazione chi si oppone.
Con la Peani, nei tragici corridoi del manicomio vagano Tommaso Serino, un disoccupato sorpreso a criticare il regime e d’un tratto «impazzito», e Salvatore Masucci, un socialista, che ha affrontato armi in pugno i fascisti e non ha avuto scampo: confino, carcere e manicomio. Con loro, Vincenzo Guerriero, anarchico irriducibile, schiantato dal manicomio, dopo che a Ustica, Tremiti e Ventotene non s’era piegato. Ormai – scrive la Questura – non è «in grado di concepire un’idea politica».
E’ il 1930: Londra, Parigi, le conferenze, tutto per Clotilde Peani è lontano. Dove ha fallito il manganello, hanno fatto centro manicomio, camicia di forza e farmaci convulsivanti. L’ultima notizia è del 1942: Clotilde è ancora ricoverata e tutto lascia credere che lì sia finita per sempre senza sapere nemmeno che i suoi figli furono tutti partigiani.A Napoli, a Port’Alba, dove a lungo ha trascorso i suoi giorni, né un fiore né un marmo ricordano ai giovani che passano il suo nome e il suo impegno per un mondo migliore.

Repubblica, red. di Napoli, 25 aprile 2020

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Latino americano

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Quando quel maledetto convegno sul fascismo terminò, non ne potevo veramente più. Invitato come ospite, l’avevo scoperto solo quando era cominciato: i relatori utilizzavano esclusivamente l’inglese e non c’era traduzione simultanea, perché, mi era stato poi detto con falsa cortesia, “di questi tempi tutti gli storici capiscono certamente l’inglese”.  Senza scompormi, avevo risposto che tutte le regole hanno un’eccezione e avevo preso posto. 
La giornata fu lunga, noiosa e sonnolenta. Non capii una parola, ma mi rassegnai. Per la bontà di un giovane ricercatore seppi che l’ultima comunicazione, aveva un titolo che mi sembrò decisamente sconcertante: “Il Fascismo regime inclusivo”. Ci misi un po’ a capirlo, poi mi convinsi che non sbagliavo: lo storico che stava parlando era stato da giovane un militante convinto della sinistra estrema rivoluzionaria e bolscevica. Riscosse consensi unanimi e concluse l’intervento ricevendo l’abbraccio plateale di un gigante che per poco non lo stritolò. Il ricercatore gentile, notando il mio sguardo stupito, mi disse che il colosso era un “maestro” americano. Alzai le braccia in segno di resa e il ricercatore mi regalò un sorriso decisamente enigmatico.
Un’ora dopo, a cena, il gigante era seduto di fronte a me. A farci compagnia c’erano due portaborse impacciati e ossequiosi, pronti a fare salamelecchi anche a me. Secondo la loro scienza, infatti, se ero seduto al tavolo del “maestro”, non potevo essere certamente l’ultimo della compagnia. Eravamo in Italia e col cameriere non ebbi problemi. Con i commensali, che utilizzavano invece rigorosamente l’inglese, feci scena muta, finché il “maestro” americano non manifestò, tradotta dai portaborse, la sua meraviglia: “esistono storici che non conoscono l’inglese?”.
Ricevuto il messaggio, chiesi ai due sconcertati compagni di cena la cortesia di tradurre la mia risposta per l’americano, al quale non giunse così solo la conferma della mia “ignoranza”, ma anche una domanda: “il professore non conosce l’inglese, ma parla il francese. C’è modo di comunicare?”. L’anglosassone, preso chiaramente in contropiede, pregò i portaborse – che avevano assunto d’un tratto un’aria da zerbino – di farmi sapere che non conosceva la lingua di Napoleone.
Dopo questo breve scambio di notizie, il “maestro” tacque. Intanto, ritrovato l’italiano, gli zerbini mi chiesero garbatamente chi fossi. Probabilmente stavano cercando di definire una gerarchia e stabilire quale contegno tenere. Mentre i due calcolavano le rispettive misure, guardai il “maestro” silenzioso e il viso, che non conosce lingue ma si legge molto facilmente, mi disse che l’eguaglianza ristabilita – io non conoscevo l’inglese, ma a lui mancavano francese e italiano – non andava a genio all’americano. Pochi minuti dopo, infatti, ritrovati i modi sicuri del maestro, l’uomo parlottò con i portaborse e assunse un’aria chiaramente furba. Un po’ incerti, ma pronti a tutto fare per non scontentare il capo americano,  i due tradussero in coro quella che si presentava come un’offerta originale e persino geniale, ma puntava invece molto probabilmente a ripristinare l’iniziale presunta distanza: “il professore chiede se lei conosce il latino. Lui lo parla e l’ha spesso utilizzato come strumento di comunicazione”.
Mi avevano posto la domanda così ad alta voce, che dai tavoli circostanti qualche grande nome si avvicinò incuriosito. L’offerta nascondeva evidentemente un’insidia e molti sperarono di godersi la mia inevitabile figuraccia. Per la prima volta in quella maledetta serata sorrisi divertito. Poiché, tranne la ricerca storica, non ho mai amato nulla più dei versi di Catullo veronese, mi sembrò che l’americano mi avesse offerto una splendida occasione di riscatto. Per nulla intimorito, chiesi ai due zerbini di manifestare il mio consenso, sottoponendo al “maestro” generoso il significato profondo che aveva avuto per me quella giornata. Non dissi ai traduttori  che si era trattato per me di una squallida e sconcertante ostentazione di potere; affidai il messaggio a un piccolo foglio di carta su cui scrissi a memoria le immortali parole del mio Catullo:

Nil nimium studeo, Caesar, tibi velle placere,
nec scire utrum sis albus an ater homo.

Gli zerbini, istintivamente preoccupati, tradussero l’italiano e consegnarono il latino al divertito americano. Per un po’ il “maestro” si mostrò fiducioso. Lesse, rilesse, si passò ripetutamente la mano tra i capelli folti e bianchi come le neve, socchiuse gli occhi, li riaprì, pensò, litigò con le sue conoscenze romane, faticò, sospirò, ma non cavò un ragno dal buco.
I “grandi nomi”, tutti suoi amici, provarono a sbirciare per suggerire, ma li fermai con l’indice puntato e non osarono riprovarci. Attesi la resa, poi tradussi in italiano i versi per gli zerbini e affidai loro l’ingrato compito di tradurre in inglese Catullo, tradotto dal latino nel mio italiano e di consegnare la loro traduzione all’americano con una mia giovanile poesia in italiano, che mi sembrò particolarmente adatta alla situazione. Agli zerbini atterriti, ma incapaci di ribellarsi, il compito di tradurre anche il commento. Sul foglio che gli affidai c’era una lezione che l’americano e i suoi amici italiani non potranno mai capire davvero, nemmeno se sostituiranno gli zerbini con traduttori miracolosi .
Prima naturalmente Catullo:

“Cesare, non faccio nulla per poterti piacere
e non voglio sapere se sei un uomo bianco o nero”.

Seguiva a ruota semplice ma, in quella occasione, micidiale quella ch’è stata la bussola della mia vita: 

“Amico, se ti compri,
pagati quanto vali.
Non un quattrino in più.
Credimi, non sentirti prezioso,
tanto nemmeno serve e poi si muore.
Ma se ti vendono un giorno per caso
e magari all’incanto,
tu non avere prezzo:
Stattene duro e il banditore
invano attenda di picchiare il martelletto”.

Non aspettai risposte. Andai via salutando la compagnia con un cenno della mano e riservai ai pallidi zerbini i primi versi d’una ironica poesiola del mio immortale Catullo: 

“Ameana puella defututa,
tota milia me decem poposcit,
ista turpicolo puella naso […].
Proprinqui, quibus est puellae curae, 
amicos, medicos convocate:
non esta sana puella, nec rogare
qualis sit solet: est imaginosa”:
(“Ammiana, fanciulla un po’ avvizzita,
 diecimila sesterzi ben mi chiese,
questa bimba dal naso bruttino:
Parenti, che alla fanciulla badate,
convocate gli amici ed i dottori:
la bimba non è sana e non chiedete
di quale male soffra; s’è ammattita).  


 

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Orwell-1984

La recente risoluzione che condanna Fascismo e Comunismo pone anzitutto una domanda inquietante: un organismo politico qual è il Parlamento Europeo ha la potestà giuridica di formulare condanne su eventi della storia? Com’è noto, anche lo storico più imparziale, oggettivo ed estraneo agli eventi che ricostruisce, risente delle emozioni, delle passioni e degli interessi suoi e della realtà sociale in cui vive. Immaginiamoci quale intreccio di interessi si celi dietro la condanna storica espressa da organismi politici, i cui rapporti col passato sono in stretta continuità col presente attraverso partiti politici e ideologie in grado di  orientare le forme stesse della percezione delle realtà. *
In calce alla Costituzione della nostra repubblica, alla quale hanno il dovere di essere fedeli tutti i cittadini italiani, c’è la firma di Umberto Terracini. Che faremo domani, stamperemo una nuova copia della nostra legge fondamentale, passando tratti di inchiostro di china indelebile sul suo nome e sulle centinaia di pagine degli Atti della Costituente che contengono gli interventi dei parlamentari comunisti o, come mi pare più giusto, chiederemo le immediate dimissioni dei parlamentari traditori, che col loro voto hanno infangato donne e uomini  comuniste, che hanno contribuito a scrivere la Costituzione?
In quanto alla stucchevole discussione sulla data d’inizio della seconda guerra mondiale, se non fosse accecato dalla miseria morale, il Parlamento dell’Unione avrebbe dovuto partire da Versailles, dalla folle rapacità dei capitalisti vittoriosi, dalla feroce guerra scatenata in Spagna da tedeschi e italiani, complice l’inerzia dei governi occidentali convinti che le armate naziste si sarebbero poi rovesciate contro i bolscevichi.
Dal momento poi che il Parlamento europeo ha scoperto questa sua discutibile vocazione di tribunale della storia, è legittimo domandarsi quando pensa di riunirsi per imporre alla Germania di restituire alla Grecia il frutto delle sue passate e attuali rapine e dichiarare gli Usa criminali di guerra per le bombe nucleari lanciate sull’inerme popolazione giapponese.

*  Piero Bevilacqua, Storia della politica o uso politico della storia? “Meridiana”, n. 3, 1988,  pp. 172-73.

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storiadiunaladradilibri-08Purtroppo non si tratta semplicemente di fascismo e stalinismo, confuso peraltro avventatamente col comunismo. E’ che una banda di politici analfabeti, incapace di distinguere tra la storia e la sua filosofia, ha avuto l’arroganza di ergersi a giudice di aventi consegnati alla complessità del passato e pronunciare sentenze.
E’ un oltraggio all’intelligenza dell’uomo, ma oggi l’insolubile nodo del tirannicidio, la controversa memoria di Bruto e Cassio (violenti parricidi o sacri tutori delle libertà repubblicane?) non ha più ragione d’essere. Non chiederemo lumi a Plutarco, che pone Bruto accanto a Dione, ma alle marionette sedute sugli scranni del Parlamento Europeo ed essi, dall’alto della loro totale ignoranza  della vicenda umana, li collocheranno sui più sacri altari del neoliberismo o li condanneranno come criminali nemici dell’umanità.
Se questo potere nuovo – previsto a annunciato da Orwell – non finirà sepolto sotto il prezzolato ridicolo che l’ha creato, nessuno potrà mai più capire quale dignità possa toccare ai simboli vaticani dopo Giordano Bruno, Tommaso Moro, Serveto e l’Inquisizione e, per quanto acuta, non ci sarà intelligenza storica in grado di conciliare i simboli della pretesa civiltà occidentale, con la tragedia del colonialismo e la ferocia dell’imperialismo.
Si può, infatti, porre sullo stesso piano il nazifascsimo e lo stalinismo levato a simbolo del comunismo, fingendo d’ignorare la lezione di Fanon sulla degenerazione e le aberrazioni dei sentimenti umani che colonialismo e imperialismo hanno prodotto sull’idea di politica, sull’etica e sulla psicologia dei colonizzatori?
Cosa è stato e cosa è il nazismo, se non il fiore maligno seminato dal colonialismo nella mente dei colonizzatori, e come si fa a negare che tutta la storia del nazismo si riduce all’applicazione feroce contro gli europei, dei principi e dei metodi che gli europei avevano utilizzato contro tutto il pianeta sottomesso?
Stalin non c’è più. Ci sono, invece, e dettano legge i neocolonialisti, eredi diretti del nazismo. Di nuovo c’è – ed è paradossale – che oggi i criminali sono giudici dei loro reati.

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Giuseppe-Aragno-Tre-620x465Desidero ringraziare Ciro Crescentini per questa intervista che ha pubblicato sul “Desk”, il suo giornale indipendente. Da quando è iniziata questa breve, intensa, ma soprattutto inquietante campagna elettorale, questa è di fatto una delle rare occasioni in cui un candidato prova a parlare di politica. Sono state le sue domande a consentirmelo e di questo non posso che essergli grato.

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Giuseppe Aragno, 72 anni, professore in pensione, storico dell’antifascismo e del movimento operaio si è  candidato con Potere al Popolo, il movimento politico che si ispira  al Partito laburista inglese di Jeremy Corbyn, alla France insoumise di Jean-Luc Mélenchon e agli spagnoli di Podemos provando a rifondare la sinistra nel nostro Paese. Aragno è candidato nel Collegio Uninominale Napoli 5 (comprende  i quartieri di Arenella, Vomero, San Carlo all’Arena, Piscinola e Miano).
Il Desk ha incontrato Aragno per un’intervista con l’obiettivo di affrontare le questioni politiche di merito senza formalismi e giri di parole. Una bella conversazione, un significativo documento storico. Siamo soddisfatti!

Professore Aragno, è ancora possibilità  fare politica nel nostro Paese e ipotizzare un nuovo modello di società?
Come scrisse Aristotele, l’uomo è un «animale politico» e tende per natura a vivere con i propri simili e a formare comunità. Quali che siano le condizioni in cui vivranno, gli uomini faranno perciò comunque politica. Divisi da interessi diversi, essi lottano fra loro, ma non possono isolarsi e lavorano per costruire e modificare la società; è un processo che vive di contrasti e produce  miglioramenti e peggioramenti. Non a caso, prima di Aristotele, Eraclito intuì che nella relazione di reciproca dipendenza tra due opposti concetti è implicita l’idea di conflitto e individuò il binario sul quale viaggia la storia politica e sociale dell’umanità: il bene, infatti, esiste solo perché c’è il male. Senza l’uno non avremmo l’altro, così come la fame è in stretta relazione con la sazietà, la pace con la guerra, l’acqua col fuoco. E via così. E’ vero, con la caduta del muro di Berlino e la dissoluzione dell’Unione Sovietica, i sacerdoti del neoliberismo hanno decretato la “fine della storia”. Con una sconcertante rozzezza ci hanno presentato il capitalismo e il suo mondo come un paradiso terrestre in cui, sparito il bisogno, non ci sarebbe stata più ragione di contrasto tra gli interessi. I fatti hanno dimostrato che il momentaneo trionfo del capitalismo ha prodotto invece una sorta di inferno, in cui il conflitto è ancora una volta il vero motore del cambiamento. Un nuovo modello di società, quindi, non solo è possibile, ma è già in corso di costruzione, perché non c’è ordine costituito che non contenga in sé i germi della sua dissoluzione e i semi di un mondo nuovo.

Si intensificano forme di qualunquismo e razzismo, soprattutto tra i ceti popolari. Questa regressione politica e culturale è prodotta dall’assenza dei partiti e dei sindacati di massa?
In alcune, interessanti e per molti aspetti attualissime pagine della sua storia del capitale finanziario, scritta nel 1940 al confine di Ventotene come dispense per i compagni confinati, Pietro Grifone, antifascista ed economista di notevole spessore, individuò nei sistemi politici autoritari, in particolar modo nel fascismo, il regime del capitale finanziario. La storia dell’Italia – che non a caso è la patria del fascismo – si può leggere anche alla luce di questa analisi. E’ significativo, per esempio, che l’autoritarismo di Crispi e la successiva crisi del 1898, corrispondano a due momenti di acuta crisi economica: quella determinata dalla “guerra doganale” con la Francia e l’altra, causata dalla guerra ispano-americana, dal conseguente collasso del commercio atlantico e dal fortissimo rialzo del prezzo del grano. I costi della guerra e lo scontro durissimo tra capitale e lavoro su chi dovesse pagarli, in altre parole la crisi del primo dopoguerra con l’inevitabile codicillo del discredito della politica, della guerra tra i poveri, del qualunquismo e del razzismo, condussero al fascismo. Certo, allora come oggi l’inadeguatezza dei partiti di massa e l’allontanamento delle masse dal sindacato agevolarono la reazione. Oggi, poi, mentre i partiti sono diventati organizzazioni personali di un leader e sono ridotti a comitati d’affari e strumenti di raccolta di un consenso cercato ad ogni costo, c’è una componente nuova che nessuno sembra avere interesse ad affrontare: una nuova rivoluzione industriale devasta a ritmi mai visti il mondo del lavoro e la società. E’ un quadro particolarmente fosco, nel quale non a caso si fanno largo intolleranza e razzismo e si disegna all’orizzonte un nuovo e pericoloso fascismo.

Potere al popolo non è stato costruito troppo in fretta? Non era opportuno rafforzare, estendere, i radicamenti territoriali?
In condizioni ordinarie risponderei sì. Ma noi viviamo davvero condizioni ordinarie? Io penso di no. Penso, al contrario, che Potere al Popolo sia la risposta necessaria che nasce nel momento in cui occorreva nascesse. Una risposta che il vecchio ceto politico, quello che ha guidato la “sinistra che non c’è”, non è in grado di dare. Forse la questione andrebbe vista in maniera del tutto diversa. Forse Potere al Popolo coglie in tempo il treno della storia; come spesso capita, lo fa perché ha saputo guardare lontano, così lontano, che non tutti hanno avuto la voglia, la capacità o anche solo l’umiltà per seguirne l’esempio. Se un limite può avere, è quello di essere una risposta necessaria ma apparentemente debole. Colpa di chi l’ha fatto nascere o di chi ha scelto di attendere, di stare a guardare con la segreta speranza di fare irruzione sul palcoscenico della crisi nelle vesti di chi raccoglie i cocci delle forze alternative e risolve la crisi? Non mi pare che la risposta sia difficile da dare. Mi riferisco, per esempio, a uomini che stimo, come Montanari e De Magistris, che hanno scelto di “saltare il giro” e di attendere un altro treno. Una scelta legittima, perché forse non hanno grandi forze che li seguano. Sta di fatto, però, che nessuno saprà quante ne avrebbero risvegliate. Spero sinceramente di sbagliare. Spero che un altro treno possa ancora passare, ma non ci credo. La storia non aspetta; il suo treno passa una volta e non torna. Per me Potere al Popolo ha un indubbio merito: ha colto lucidamente il momento storico che attraversiamo e ha lanciato l’allarme. Se ha visto bene  – e mi pare che sia così – non poteva aspettare. Toccava ad altri, a tutti gli altri, mettere da parte le ambizioni personali e prendere umilmente posto in trincea. Non è andata così. Ora occorre dare quanta più forza è possibile a chi ha avuto il coraggio di agire. I segnali sono purtroppo inquietanti e in discussione stavolta è la democrazia.

C’è ancora spazio per la sinistra sociale e di classe nel nostro Paese?
C’è un disperato bisogno di sinistra sociale e la lotta di classe è chiaramente in corso: la conducono i ceti dominanti, tornati d’un tratto razza padrona. Gramsci direbbe che si tratta di “sovversivismo dall’alto”. Molto probabilmente il degrado culturale e l’analfabetismo di valori che accompagnano la crisi, lo stato comatoso della scuola e dell’università, i rapporti di forza nei luoghi di lavoro, impediscono che questo bisogno sia sentito con forte consapevolezza, ma è un bisogno fortissimo, che esiste ed è destinato a crescere. Si salderà, ecco un elemento sul quale riflettere, con la coscienza più alta della repressione e della negazione di diritti che posseggono i giovani immigrati, spesso colti, spesso politicizzati e comunque più pronti alla lotta, perché più maltrattati. In questo senso, a me pare che il modello che si costruisce nell’ex OPG sia l’indicazione di un metodo, una via “internazionale” per quanto locale. D’altra parte, come non vedere quali possibilità apra la crisi a un movimento che si proponga di creare rapporti con gli sfruttati di altri Paesi? Certo, la storia del movimento dei lavoratori, così come l’abbiamo conosciuta nel secolo scorso, è un capitolo chiuso, ma l’esperienza, la lezione sono più vive che mai e occorre rendersene conto: ci sono mille ombre, ma gli spiragli esistono e le luci filtrano. Sull’ultima spiaggia si sono già fermati eserciti agguerriti. Soprattutto quando pensavano di aver vinto e intendevano stravincere.

Professore, crede ancora nella costruzione di una società socialista?
Ci credo, sì, e non è per una fede “religiosa” o perché mi difendo chiudendo gli occhi sulla realtà. La verità è che ho una sconfinata fiducia nell’uomo e nella forza delle ragioni, che nei tempi lunghi prevale sulle ragioni della forza. La storia ha terribili inverni e noi ne stiamo vivendo uno. A ogni inverno, però, segue sempre il tepore di una primavera. Non ci vorrà un giorno e nemmeno un anno. Probabilmente non farò in tempo a vederlo, ma non ci credo per inguaribile utopismo. La barbarie ci minaccia da ogni parte. La barbarie ci assedia. Oggi come e più di ieri, però, la sola alternativa è il socialismo.

Ciro Crescentini, “Il Desk”, 22 febbraio 2018

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CopertinaL’ultimo capolavoro di Minniti, uomo di punta del PD e quindi sostenitore di Paolo Siani, è la battaglia delle “notizie false”, che fa tornare alla mente il Minculpop del famigerato Ventennio. Eppure, se esistono verità false, costruite scientificamente su un insieme di fatti inventati o decisamente deformati, una mistificazione che immerge il cittadino in una dimensione virtuale  estranea alla realtà, bene, di questa mistificazione Minniti è parte integrante.
Recentemente l’Onu, per esempio, scioccato dalle violenze e dagli abusi commessi in Libia pur di fermare gli sventurati in fuga dall’Africa, ha definito disumani gli accordi voluti da Minniti, ministro più o meno fascista. In Italia però l’informazione non la fa l’ONU ma una stampa tra le meno libere dell’Occidente. Una stampa che infatti non ci racconta Minniti come il carnefice libico dei migranti, ma come l’uomo di Stato che ha drasticamente ridotto gli sbarchi. A quale prezzo noi non dobbiamo saperlo, come nulla seppero i nostri nonni dei gas utilizzati in Etiopia contro le truppe nemiche e contro la popolazione, colpendo paesi, bestiame e acque di laghi e fiumi
Se il progetto autoritario dovesse riuscire, avremmo di nuovo una verità di Stato di cui sarebbero garanti le autorità di polizia. La fascistizzazione del Paese prosegue a passo spedito, quindi, ma Paolo Siani, il democratico galantuomo candidato dal PD di Minniti per ripulire l’immagine di un partito impresentabile, su questo tema tace. E non c’è dubbio: chi tace acconsente.

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Le Quattro giornate di Napoli bTrecento. Trecento donne e uomini sepolti dalla Storia ufficiale, livellante, quella «Storia secondo il manuale» che col pretesto della plausibilità e organicità della ricostruzione d’insieme veicola formule liquidatorie o elusive, cancella volti, sorvola su immani sacrifici, tace su persecuzioni accanite, durate una vita intera, e nega gli «appuntamenti» con la storia e con l’opprimente nazifascismo che tanti, apparentemente domati o arresi, si sono dati per quel Settembre di fuoco del ’43 che vide Napoli sollevarsi scientemente e non picarescamente, per un intero mese ed oltre, e non per le sole memorabili «4 Giornate», contro l’abiezione politica e morale dell’Europa fattasi ideologia totalitaria.
Ecco. A queste donne e questi uomini ha ridato viso, fame, dubbi, figli, ferite, voci, disperazione, vigliaccheria, eroismo, ingegno e, soprattutto, riflessione e scelta politica il Prof. Giuseppe Aragno con il suo preziosissimo, attesissimo e sofferto volume «Le Quattro Giornate di Napoli. Storie di antifascisti», edito da Intra Moenia. Il libro è stato presentato giovedì scorso nella cornice quanto mai azzeccata dell’Ex Opg, ex manicomio criminale significativamente riscattato, grazie ai meravigliosi giovani che lo animano, dal suo destino di luogo di pena coatta anche per tanti «indesiderati» e «riottosi» che il Fascismo non esitava a relegare in questi luoghi di alienazione e tortura, per piegarne il corpo e lo spirito.
Proprio il riscatto delle esistenze dei vinti, delle vite dimenticate, che, come è stato ricordato in apertura, richiamando Benjamin, è già di per sé un atto rivoluzionario, abilita a capire quanto la Storia sia sempre contemporanea, sempre presente e pressante, nelle sue istanze sostanzialmente identiche e fenomenicamente diverse. Il libro del Prof. Aragno, scritto in quest’epoca di revisionismi parificanti e pericolosi, nonché di regresso sconcertante nel campo dei diritti civili, come ben sanno e sperimentano duramente le donne, anch’esse protagoniste assolute dell’orditura teorica della Resistenza come della lotta armata, e tuttavia dolosamente messe sotto il tappeto della Storia dal dominante e trasversale maschilismo italico, merita un’analisi dettagliata e un’esposizione meticolosa, partecipe, che mi riprometto di fare.
Quello che egli stesso ha magistralmente spiegato, strappando un lunghissimo applauso alla platea incantata soprattutto dalla sua appassionata immedesimazione nelle difficili vite dei partigiani come degli opportunisti, raccontati senza mitografie né condanne moralistiche, è che il suo libro dimostra in modo evidente e carte alla mano (carte volutamente neglette fino ad oggi!) che la lettura minimalista e sottilmente razzista delle «4 Giornate» come jacquerie «in salsa napoletana» di scugnizzi affamati, di lazzari esasperati e casalinghe improvvisatesi infermiere o vivandiere, senza alcuna idealità o programmatico intento alla base, è offensivamente falsa, ed è stata costruita ad arte da forze politiche (non solo di destra!) che stavano parallelamente costruendo la Repubblica del dopo-liberazione su accordi e scambi non sempre trasparenti e confessabili, i cui esiti ed assetti sono sottesi alle tante tragedie della vita democratica del nostro paese.
Altre due verità inconfutabili sono emerse, che voglio registrare, qui, per indurre tutti a leggere questo libro e per spronare i colleghi a farne uno strumento didattico. La prima è che chiunque vorrà parlare delle «4 Giornate», adesso, non potrà non tener conto di questa pubblicazione ribaltante e dirompente. La seconda è quella, intimamente risonante, con cui il prof. Aragno ha chiuso il suo denso e straordinario intervento, e cioè che un libro di Storia della Resistenza deve servire soprattutto a legittimare la lotta che in ogni tempo si conduce contro la sopraffazione che cerca di legittimarsi politicamente. Questo libro ci riesce. Dà forza alla forza che ciascuno, ciascuna di noi cerca in se stesso, in se stessa, ogni giorno. Io ne sono personalmente, immensamente grata al fecondo ingegno e al tenace impegno del prof. Aragno.

Fuoriregistro, 7-11-2017

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Migranti: Msf non firma codice Ong

Non mi stupisce che Renzi si studi di scavalcare Salvini a destra sull’infamia dei migranti. Tempo fa, un giorno parlava del Sud dei piagnistei con toni da Salvini, e l’altro di un suo piano miracoloso che in breve avrebbe chiuso quella «Questione meridionale» che già Mussolini prima dichiarò risolta e poi per anni finse di non vedere. Qui da noi la gente si è ormai convinta che la storia non insegni niente a nessuno, mentre è vero il contrario: poiché per sua natura produce libero pensiero e opposizione, la politica l’ha sottomessa, creando l’Anvur, un’agenzia di valutazione che ingabbia la ricerca, premia i servi sciocchi e punisce quelli che non si piegano al sistema.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: la gente pensa che l’Italia razzista fu la  dolorosa conseguenza dell’alleanza con la Germania nazista di Hitler. Le cose però non stanno così. Sin dai tempi dell’unificazione nazionale, i settentrionali che ricoprirono ruoli di primo piano nutrirono un autentico disprezzo per la gente del Sud. Per Ricasoli, essa era «un lascito della barbarie alla civiltà del secolo XIX» e per la stampa piemontese dell’epoca i meridionali erano figli di una terra «da spopolare», sicché ci fu chi propose di spedirne gli abitanti «in Africa a farsi civili». Una razza inferiore, insomma, da educare col bastone. «Qui stiamo in un Paese di selvaggi e di beduini», affermò il deputato Vito De Bellis e, di rincalzo, Carlo Luigi Farini, che sarà poi Presidente del Consiglio, nel dicembre 1860, nei panni di luogotenente del re nelle terre del Sud, scriveva a Minghetti che «Napoli è tutto: la provincia non ha popoli, ha mandrie […]. Con questa materia che cosa vuoi costruire? E per Dio ci soverchian di numero nei parlamenti, se non stiamo bene uniti a settentrione».

Muovendo da queste posizioni, la Desta storica e i suoi «galantuomini» produssero infamie come la Legge Pica, processi sommari, fucilazioni, villaggi bruciati assieme agli abitanti, deportazioni e carcere a vita. Fu un fiume di sangue a battezzare la «nazione unita» prima del macello di proletari che alcuni chiamano «Grande Guerra».

In realtà, ieri come oggi dietro il razzismo ci sono ceti dirigenti, interessi di classe e la ricerca di un alibi per la feroce difesa di privilegi. In questo senso, non basta ricordare che il 5 agosto del 1938 il fascismo scoprì la superiorità della «razza italiana» e si dotò di leggi razziali. Occorrerebbe aggiungere un dato molto significativo, che invece si preferisce tacere: Businco, Franzi, Landra, Savorgnan e tutti gli altri «scienziati», autori o sostenitori del Manifesto della razza, conservarono la cattedra dopo il fascismo; ci fu chi fece addirittura una brillante carriera e tutti conservarono il ruolo di «formatori» delle giovani generazioni.

Ciò che accade oggi affonda le sue radici in un passato con il quale non si sono mai fatti i conti con un minimo di serietà. Il giornale che pubblicò il famigerato «Manifesto» del 1938 – «La difesa della razza» – aveva come segretario di redazione un equivoco personaggio, che anni fa Giorgio Napolitano, presidente della «Repubblica nata dall’antifascismo», volle commemorare in Parlamento: il fascista Giorgio Almirante, ch’era stato capo di gabinetto del ministro Mezzasoma a Salò, nella tragica farsa passata alla storia come «Repubblica Sociale». Almirante, coinvolto poi in oscuri rapporti con bombaroli neofascisti, sfuggì al processo, trincerandosi dietro l’immunità parlamentare e sfruttando, infine, un’amnistia.

Un caso eccezionale? Tutt’altro. Caduto il fascismo, i camerati di Almirante pullulavano nei gangli vitali della Repubblica «antifascista» e non fu certo un caso se l’amnistia di Togliatti si applicò solo a 153 partigiani e salvò 7106 fascisti. Magistrati, Prefetti e Questori avevano fatto tutti carriera nell’Italia di Mussolini e nel 1955, quando si giunse a tirare le somme, i numeri erano agghiaccianti: 2474 partigiani fermati, 2189 processati e 1007 condannati. Quanti finirono in manicomio giudiziario non è dato sapere, ma non ci sono dubbi: ce ne furono tanti.

In quegli anni cruciali trova le sue radici la sottocultura che ispira la linea «politica» di Salvini, che Il PD insegue ora a destra. Anni in cui la scuola di polizia fu affidata alla direzione tecnica di Guido Leto, capo dell’Ovra prima di Piazzale Loreto, e Gaetano Azzariti, che aveva guidato il Tribunale fascista della razza, prima collaborò con il Guardasigilli Togliatti, poi fu nominato giudice della Corte Costituzionale, di cui, nel 1957, divenne il secondo Presidente, dopo la breve parentesi di De Nicola. Confermato il Codice Penale del fascista Rocco, Azzariti, ex fascista, fu incredibile relatore sulla competenza della Consulta a valutare la costituzionalità delle leggi vigenti prima della Costituzione repubblicana.

Di lì a qualche anno, nel dicembre del 1969, quando Pino Pinelli volò dal quarto piano della Questura di Milano, essa – è inutile dirlo – era affidata a un fascista, quel Marcello Guida che a Ventotene era stato carceriere di Pertini, Terracini e dello stato maggiore dell’antifascismo. E’ questo il mondo dal quale, senza che probabilmente se ne renda conto, proviene la concezione della politica che esprime Renzi. Il mondo che, dal 1948 al 1950, secondo i dati inoppugnabili di una legge varata nel 1968, creò 15.000 perseguitati politici, condannati a 27.735 anni di carcere dai giudici che la repubblica aveva ereditato dal fascismo. In proporzione, molto peggio di quanto fecero in vent’anni Mussolini e i suoi.

Mentre la riforma della scuola cade come una pietra tombale sulla conoscenza della storia e chi vorrà insegnarla nelle nostre scuole dovrà fare i conti col rischio del licenziamento, un moderno fascismo si va imponendo nel Paese. Nell’antica tradizione razzista e nella scuola di cultura razzista si inseriscono i provvedimenti di Minniti e l’attacco senza precedenti alle navi delle Ong. Se e quando sarà possibile ricostruire la storia di questi anni, di noi si dirà ciò che si dice dei popoli che furono spettatori indifferenti dei crimini nazifascisti.

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rossoni“Vi racconto cos’è un fascista, anche oggi”, scrive il grande amico di Napolitano e s’avventura in una lucida e puntigliosa critica a quanti, con troppa superficialità sottovalutano la crescente, “abominevole sensualità” presente “nel nazionalismo, nel sovranismo, nel razzismo, nell’antiparlamentarismo, tutte cose alle quali i popoli soccombono nel modo più penoso”.
Gli farei un applauso se non ricordassi bene che nel luglio di sei anni fa, quando il sindacato si inchinò senza nemmeno tentare la lotta alle regole imposte da Marchionne, la mia denuncia del fascismo che avanzava nella nostra società, pubblicata sul Manifesto, fu bollata proprio da Macaluso come “chiacchiere da bar”. Naturalmente sono lieto che finalmente egli scopra che da anni il fascismo sta rimettendo radici nel nostro Paese, nell’inerzia di una sinistra distratta o complice. Sei anni non sono molti, ma sono bastati purtroppo a condurci alla situazione in cui siamo. Quando si poteva fare molto, Macaluso non fece niente, oggi che siamo praticamente spalle al muro, il vecchio “migliorista” suona l’allarme. Perché meravigliarsi? Macaluso ha sempre strenuamente difeso Giorgio Napolitano, uno dei principali protagonisti della crisi della nostra democrazia.
Ecco il mio articolo, non così lontano da essere oggi illeggibile.

 

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