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Posts Tagged ‘Zaia’


Vi domanderete perché, discutendo di elezioni amministrative, chiami in causa l’articolo 116 della Costituzione, che riguarda le regioni e la loro autonomia. Un po’ di pazienza e mi direte poi se l’argomento entra legittimamente nella discussione.
Prima che Massimo D’Alema ci regalasse la sciagurata riforma del Titolo V, sulle Regioni a Statuto speciale, la Costituzione era chiarissima: «Alla Sicilia, alla Sardegna, al Trentino-Alto Adige, al Friuli-Venezia Giulia e alla Valle d’Aosta sono attribuite forme e condizioni particolari di autonomia, secondo statuti speciali adottati con leggi costituzionali». Meuccio Ruini, antifascista, perseguitato politico e padre Costituente, aveva chiarito i motivi della scelta nella sua relazione al progetto di Costituzione. Poche, ma fondamentali parole: «la Regione non sorge federalisticamente. Anche quando adotta con una legge lo statuto di una Regione, lo Stato fa atto di propria sovranità». Pur non potendo nemmeno lontanamente immaginare che qualche decennio dopo avremmo dovuto fare i conti con le folli richieste leghiste, le donne e gli uomini che  scrissero lo Statuto posero così  un limite insormontabile agli egoismo locali e all’avventurismo di gente come Salvini.
Ignorando questa impostazione che aveva radici profonde nella storia di un Paese ridotto a «una espressione geografica» dalla lunga vicenda degli Stati regionali, la miopia di D’Alema e degli uomini che oggi formano il PD, violentarono l’articolo 116, sicché oggi basta una legge ordinaria per accordare alle Regioni «ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia». Unico limite – di fatto formale – un’intesa fra Stato e Regione. Com’era scontato, quando le verità di fede del neoliberismo hanno scatenato la crisi disgregante che attraversiamo, le Regioni che dall’Unità a oggi più hanno preso e meno hanno dato a un processo di armonica crescita economica e sociale della Repubblica, hanno messo in campo iniziative incompatibili con lo spirito Costituente esposta da Ruini all’inizio della storia repubblicana.  
E qui il nesso tra elezioni amministrative di Napoli e cosiddetta «autonomia differenziata» si fa chiarissimo. Allo stato attuale delle cose, tranne Alessandra Clemente, che ha dichiarato la sua netta avversione allo scellerato cambiamento, i candidati a sindaco che dicono di «amare Napoli» provengono tutti, o sono sostenuti, da aree politiche, partiti e liste che sono invece apertamente favorevoli. A parole promettono uno splendido futuro alla città; sanno però che alla resa dei conti chi li presenta e li sostiene non glielo consentirà.
Maresca, per esempio, tutto cuore e passione partenopea, è sostenuto dalla Lega di Matteo Salvini e di Luca Zaia, così attento alla sorte dei napoletani, del Sud e in generale dell’Italia, che nel 2014 ha tentato di indire un referendum che la Consulta dichiarò illegittimo. Qual era l’obiettivo? Voleva l’indipendenza del Veneto, di cui è Presidente. Sì, avete capito: l’indipendenza. Sempre con Napoli nel cuore, Zaia è tornato alla carica nel 2017 con un referendum rivelatore dei rapporti che i ricchi autonomisti intendono instaurare con i poveri napoletani: Zaia vuole tenere per il Veneto una percentuale non inferiore all’ottanta per cento dei tributi pagati annualmente dai suoi cittadini all’amministrazione centrale, per poterli utilizzare in termini di beni e servizi per la sua Regione; non contento, vuole che il Vento tenga per sé l’ottanta per cento dei tributi riscossi nel territorio regionale. Per Zaia, infine, il gettito derivante dalle fonti di finanziamento della Regione non deve essere soggetto a vincoli di destinazione.
Gli amici di Maresca, quindi, vogliono uno Stato che non possa e non debba attuare il principio costituzionale che consente di destinare risorse aggiuntive per promuovere lo sviluppo economico di territori bisognosi a fini di coesione e solidarietà sociale. L’esercizio concreto dei diritti della persona? Gli squilibri economici e sociali? La salute? La formazione? Sono questioni che al Veneto e alla Lombardia, che ha seguito a ruota Zaia, non interessano. Di fatto, i sostenitori di Maresca con la loro «autonomia differenziata» dichiarano guerra a Napoli e al Sud.
Si può sperare sull’ex ministro Gaetano Manfredi? Nulla da fare. Il PD di Manfredi canta a coro con la Lega di Salvini e non ha fatto nemmeno il referendum. In Emilia Romagna, infatti, sono stati più sbrigativi e l’Assemblea legislativa ha dato mandato al Presidente della Regione Stefano Bonaccini, di avviare  trattative con il Governo. Bonaccini, passato da Bersani a Renzi, uomo della destra del PD, il partito che è probabilmente il principale responsabile dello sfascio del Paese e del Sud in particolare. Non ho parlato di Bassolino? No. Ma lui fa parte a buon diritto e storicamente del gruppo dei distruttori.
Alessandra Clemente e la sua coalizione hanno, com’è noto, una posizione completamente diversa, ma invano chiedono ai candidati avversari di prendere posizione sul tema: Manfredi, Maresca e Bassolino hanno cambiato idea e sono contrari? Se è così, possono spiegarci per favore perché si fanno sostenere da forze che sono invece tutte favorevoli?

Candidato di Potere al Popolo

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4207658665_bf6e64c452_oAnche se probabilmente collegato a un’eccessiva dimestichezza col Prosecco – Zaia si è diplomato alla scuola Enologica di Conegliano – l’invito alla rivoluzione rivolto ieri ai Veneti è indiscutibilmente un reato di cui dovrà giocoforza occuparsi la Magistratura.
Il «rivolgimento» chiesto infatti dal Presidente della Regione Veneta non riguarda genericamente il significato scientifico della parola. Benché probabilmente avvinazzato, Zaia sapeva quello che diceva e non ha chiesto infatti ai cittadini di girare l’uno attorno all’altro per compiere un giro completo e nemmeno di trasformarsi in singolari solidi di rotazione. Nel suo delirio, Zaia non ha confuso cittadini e corpi celesti e la situazione non si è presentata come un serio problema di salute mentale.
Con incoscienza caratteristica dei leader della Padania, Zaia ha incitato la popolazione a realizzare una trasformazione radicale dell’ordine Costituzionale dello Stato e della Società italiana, in modo rapido e violento, sovvertendo le Istituzioni e minacciando i Meridionali: voi non ci date la secessione camuffata da autonomia? Noi ce la prendiamo con la forza!
Chi ricorda la recente tragedia nei Balcani ora sa sin dove siamo giunti e capisce che i casi sono due: o Zaia sarà immediatamente incriminato per i suoi reati, o i cittadini settentrionali e meridionali minacciati dalle bande di Zaia e non più tutelati dallo Stato, dovranno prepararsi a difendersi assieme dal Masaniello veneto.

 

 

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Il primo, inconscio segnale di un doloroso tormento interiore è stata la corona mariana baciata nella pubblica piazza, alla maniera di «battuti» e «flagellanti». Lo dicono in pochi, ma è facile capirlo: l’«autonomia differenziata» è da qualche tempo il tormentoso cilicio di Salvini, stritolato tra l’antico  delirio secessionista a la recente, misteriosa passione unitaria e garibaldina.
Capo di tre Leghe, infatti – la Lega Nord per l’indipendenza della Padania, creata da Bossi nel 1991, la Lega per Salvini premier, nata nel dicembre 2017, e la Lega-simbolo elettorale, aggiunta alle altre due per inventarsi un movimento nazionale che guarda a tutti gli italiani, compresi gli ascari meridionali – Salvini, giunto al governo grazie ai Cinque Stelle, ha ormai davanti la sua inevitabile Caporetto. Non a caso Giorgetti, gelido e tagliente come un serpente, l’ha già avvisato: «ha fatto tutto da solo e risponderà  del risultato».
Poiché fuori dal governo Salvini non potrà mai realizzare il demenziale progetto, consegnando a Zaia e compagni il trofeo della separazione dal Sud, i vecchi arnesi della Lega Nord per l’indipendenza della Padania ripudieranno il capitano e verranno alle mani con quelli della «Lega Nazionale», che, intanto, mangiata la foglia, da giorni non muovono un dito di fronte al trattamento che il Sud sta riservando all’immigrato in camicia verde. Fallito lo sfondamento nelle colonie meridionali e mollata dalla Lega per l’indipendenza della Padania, la Lega di Salvini tornerà a essere rapidamente  l’antica, e asfittica e formazione  locale.
Noi, intanto, usiamo per legittima difesa l’arma che la sua legge ci ha regalato e acceleriamo il processo: teniamo vivo il tema e facciamo che Salvini muoia rapidamente del suo secessionismo autonomista.

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Sono anni che Bossi prende soldi a palate per governare l’Italia che intende affondare. A Roma fa il ministro della repubblica, a Pontida, il “padre della patria” d’una barzelletta che chiama Padania e smania, minaccia sfracelli e promette macelli. Come la gru di Chichibbio sta in equilibrio precario: nessuno sa se ha due zampe o una sola. In quanto alla testa è piuttosto modesta. A Pontida protesta ma a Roma è ortodosso, si veste da fesso e domanda perdono se la spara più grossa. Ce l’ha duro a Milano e s’ammoscia per lo scirocco romano. A Pontida è guerriero feroce, A Roma si tace, a Bergamo pare Brighella, sui colli fatali è un gran Pulcinella, a Strasburgo domanda insistente un brevetto per l’inesistente. E’ un delirio che prende i padani, la repubblica dei ciarlatani a spese dei contribuenti italiani. Ogni giorno fa guerra il carroccio, ma in pace, da vero fantoccio, si tace rapace quando mette i piedi e le mani nei salotti e gli affari romani.

In un Paese normale Bossi e compagni sarebbero il paranormale, un fenomeno da baraccone, la rissa d’un ubriacone. Qui da noi governano l’Italia per conto della Padania, con un grande programma nazionale: la graduatoria regionale dei docenti, non importa se deficienti, bambini neri affamati nella scuola privatizzata, un ghetto per alunni stranieri in una scuola specializzata in negrieri, sputi alla bandiera, campi di concentramento e l’obbligo d’insegnamento della lingua di Cassano Magnago, Verona, Pastrengo e Legnago. Il programma è centrato sui discorsi politici di Bossi, sul federalismo targato Cota, sulla musica e il folclore di Zaia governatore, sulla politica delle integrazioni pensata dal geniale Maroni.

Ameana puella defututa
Tota milia me decem poposcit,
[…] Propinqui, quibus est puella curae,
amicos medicosque convocate:
non est sana puella…

Amici e voi che avete la ragazza in cura, i medici convocate! E’ malata, si vede, non è sana, è impazzita davvero la fanciulla.

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