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Archive for settembre 2017

Immagine.pngSe la gigantiasi in natura è una condizione di carattere patologico, perché in economia può essere un obiettivo? La domanda, ripetutamente posta, non ha mai trovato risposte convincenti e l’Occidente, che esporta a suon di cannonate la sua “democrazia laica”, mostra così di avere un’incurabile anima integralista. Prendiamone atto: l’economia ha divorato la politica, privandola dell’ultima parola sui temi economici e della sua specifica facoltà di decidere sui conti pubblici, sull’uso degli investimenti, sui movimenti di capitali e sull’ingigantimento delle finanza. Le conseguenze gravissime di questo fenomeno sono da tempo ormai sotto gli occhi di tutti: distruzione dello stato sociale, cancellazione dei diritti dei lavoratori, precarizzazione della vita di intere generazioni, guerre tra poveri che fanno da fertilizzanti per le rozze, ma efficaci formule di un fascismo che rinasce, come dimostrano le recenti elezioni tedesche.
Poiché le parole hanno un peso spesso decisivo, è bene dirlo: il rovesciamento del rapporto tra economia e politica è figlio di uno “spossessamento”.  Non sono stati i cittadini italiani a dare ai governi con il loro voto la facoltà di sottoscrivere gli accordi internazionali che ci hanno condotti a questo disastro. Con una legge riconosciuta incostituzionale da una sentenza della Consulta si sono, infatti, creati Parlamenti privi di legittimità politica ed etica e sono stati quei Parlamenti illegittimi che hanno inserito nella Costituzione repubblicana i provvedimenti che sottomettono la politica all’economia: pareggio di bilancio e fiscal compact. Un colpo di Stato interno, quindi, e non la libera volontà di un popolo, ci ha ridotti in una condizione di servitù. Siamo, per intenderci, ben oltre i timori della critica internazionalista ad ogni potere che sia superiore a un altro. Qui da noi non è diventato oppressivo un potere legittimamente delegato, transitorio e limitato nel tempo, come Bakunin riteneva che dovesse inevitabilmente accadere. E’ stata l’alta borghesia a rinnegare Montesquieu e i pilastri della società nata dalla rivoluzione borghese. Siamo di fronte a una controrivoluzione.
Le conseguenze di questo delirio integralista, che uccide in maniera mille volte più feroce e più efficace di ogni terrorismo, si vedono chiare negli Enti locali, dove i sindaci non sono più in grado di assicurare alle popolazioni dei territori che amministrano il rispetto dei diritti costituzionalmente garantiti.
Dovremmo quindi rassegnarci e arrenderci? Tutt’altro. Poiché la Costituzione è la fonte primaria del diritto e prevale su ogni direttiva, sia del governo nazionale, che della Commissione di quell’aborto che i pennivendoli chiamano “Unione Europea”, i Comuni possono contare su un’arma micidiale, che non uccide, ma restituisce la vita: costituire commissioni per valutare la natura e le origini del “debito”, contestarne la tirannia e intanto seguire alla lettera il dettato costituzionale, utilizzando tutte le risorse per soddisfare diritti.
L’Unione Europea, quella dei popoli, può nascere solo così: come alternativa legale – la legalità della giustizia sociale – al mostro illegittimo che da Bruxelles soffoca i popoli. In quanto al sedicente “governo romano”, a che serve parlarne? L’esito del referendum del 4 dicembre ha il valore legale di un autentico certificato di morte.

Agoravox, 30 settembre 2017

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Le Quattro giornate di Napoli a - CopiaFondazione Humaniter, Piazza Vanvitelli, 15

Mercoledì 27 settembre, ore 17,00 – Aula 11- 1° piano

Presentazione del libro del prof. Giuseppe Aragno “Le Quattro giornate di Napoli – Storie di antifascisti” Ed. Intra Moenia
Ne parlerà con l’autore il prof. Francesco Soverina, storico, già direttore dell’Archivio dell’Istituto Campano per la storia della Resistenza

Ingresso libero

 

 

In occasione del Premio Artistico Arte e Rivoluzione,

il 28 settembre 2017, h. 17,30, nella Biblioteca Comunale “Benedetto Croce”, F. De Mura 2, Napoli,
sarà presentato il libro di Giuseppe Aragno, Le Quattro Giornate di Napoli. Storie di antifascisti, edito da Intra Moenia.

Ne parleranno con l’autore, il sindaco Luigi De Magistris, lo storico Francesco Soverina, gli esponenti dell’ANPI Antonio Amoretti e Gennaro Morgese. il consigliere della Municipalità Vomero-Arenella, Daniele Quatrano.  Interverrà Serena Colonna, segretaria dell’ANPPIA, che ha contribuito alla realizzazione del volume. Modererà la curatrice del premio Arte&Rivoluzione, Daniela Wallman.

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CoopPer Wikipedia i punti vendita Coop vanno aumentando la loro presenza nel Sud e nelle isole, ma il sito ufficiale della Coop dichiara la sua assenza dalla Sardegna in un quadro di presenze territoriali evidentemente squilibrato. Su un totale di 1167 punti vendita, infatti, 708 si collocano nelle Regioni del Nord (il 60 %), 390 in quelle del Centro (34 %) e 69 al Sud (6 % del dato nazionale). Se storicamente la prima finalità delle cooperative di consumo è la tutela del potere d’acquisto e la garanzia della qualità, non ci sono dubbi: il dato è avvilente e, sommato a quello dei livelli di occupazione, dimostra che anche in questo settore il Sud è purtroppo fanalino di coda.
All’origine dello squilibrio ci sono certamente ragioni storiche. La pratica dell’«acquisto collettivo» nasce infatti a Torino nella seconda metà dell’Ottocento e la prima «resistenza» allo strapotere privato e alla costosa intermediazione dei grossisti si organizza al Nord. Non vale qui la pena di ricostruire le linee di sviluppo storico del movimento, ma è significativo – e va segnalato – un dato «snaturante»: i 249 milioni di euro di utili ottenuti dalle vendite nei negozi, contro gli 889 milioni prodotti da operazioni finanziarie negli anni tra il 2009 e il 2013. Un bilancio che dimostra come l’asse degli interessi aziendali si sia spostato dalla gestione per così dire «industriale» a quella finanziaria, sicché i maggiori ricavi delle Coop provengono dagli investimenti speculativi, che non solo producono profitti molto più alti di quelli realizzati dalle vendite nei negozi, ma possono anche causare serissime perdite. Si tratta di uno spostamento che spiega probabilmente la natura reale dei problemi ed è lì che vanno cercate le cause dell’ulteriore  taglio alle attività in Campania, dov’è prevista la chiusura di due dei cinque punti vendita della Regione. Una scelta cui De Luca non ha finora prestato attenzione, benché le conseguenze siano drammatiche e aggravino una situazione già insostenibile: 100 posti di lavoro persi e 100 famiglie gettate sul lastrico senza alcuna prospettiva e alternativa.
Dopo l’approvazione del piano industriale del 2006, che prevede la chiusura o la cessione dei due punti vendita in Campania, il 23 dicembre 2013 un accordo tra Azienda e Sindacati, firmato anche dalla Regione, ha imposto ai lavoratori pesanti perdite  salariali, in cambio di rassicurazioni su futuri tagli al personale. Ipercoop Tirreno, infatti, ha messo nero su bianco la sua decisione di continuare a gestire i cinque punti vendita della Campania. A gennaio dello scorso anno, poi, la fusione di tre società (Adriatica, Estense e Consumatori Nord Est), con la nascita della Coop Alleanza 3.0 e la costituzione della Distribuzione Centro-Sud s.r.l. per la gestione dei tre Ipermercati campani di Afragola, Quarto ed Avellino, Unicoop Tirreno ha acquisito la proprietà dei punti vendita di S.Maria Capua Vetere e Napoli-Arenaccia, i due soli superstore campani . Benché la complessa operazione abbia portato nella sue casse una notevole liquidità, Unicoop Tirreno ha deciso che, se entro il 31 Dicembre 2017 non troverà qualcuno disposto a rilevare le due strutture con il relativi personale, chiuderà le due Coop.
Nell’inerzia della Regione, DemA condivide e sostiene la lotta del Sindacato, che combatte una battaglia dura e difficile, chiedendo il rispetto degli impegni presi, affinché i due punti vendita in questione, che attualmente operano già sotto organico, e il loro intero personale facciano ancora capo al sistema cooperativo. Non si tratta di richieste ideologiche campate per aria. Le due strutture insistono infatti su aree geografiche popolose, che consentono all’azienda di garantire ottimi standard commerciali, qualitativi e occupazionali. Ha ragione quindi l’USB, quando accusa l’azienda di non voler investire decisamente su due strutture che hanno un notevole potenziale e le chiede di non abbandonare l’identità storica delle Coop e non affrontare le conseguenze di scellerate speculazioni finanziarie, che nel 2016 hanno prodotto una perdita totale di esercizio di 44,7milioni di euro, ricorrendo a chiusure inaccettabili. Il costo del personale, che incide per appena l’11% sul totale dei costi della produzione, è totalmente estraneo alla crisi, mentre un peso decisivo ce l’hanno la svalutazione di obbligazioni bancarie subordinate che ammontano a 15,8mln di euro, gli sprechi nei costi per servizi e lo strozzinaggio dei canoni di locazione, che l’azienda paga all’Unicoop Firenze (proprietaria degli stabili), calcolati in misura tre volte più alta degli attuali valori di mercato.
In questa situazione DemA si schiera a fianco dei lavoratori in lotta contro chiusure o cessioni a piccoli privati, decise per rimediare a una gestione finanziaria fallimentare, a scelte manageriali dissennate, a costi fuori controllo e a scarsi investimenti in comunicazione. Una situazione in cui i lavoratori e le loro famiglie non c’entrano nulla, sicché non si capisce perché debbano pagare colpe che non sono loro.
Ciò, senza contare i diritti costituzionali dei lavoratori calpestati e i costi sociali della perdita di posti di lavoro in territori in cui la disoccupazione ha raggiunto livelli da incubo, lo sfruttamento del lavoro è sempre più disumano e intere generazioni non hanno futuro. In questo senso il progetto della Coop è nei fatti un favore alla criminalità organizzata. Contro questa ennesima tragedia occupazionale e le sue conseguenze, DemA si schiera compatta e sosterrà sul terreno politico e su quello della partecipazione attiva ogni iniziativa e lotta che il sindacato vorrà organizzare.

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presentazione

SET                        Le quattro giornate di Napoli. Storie di antifascisti
21                           Presentazione e dibattito con l’autore Giuseppe Aragno

h. 17, Ex OPG Ocupato Je so pazz
Via Matteo Renato Imbriani 218, 80136, Napoli

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 Alcuni-ribelli-680x458_c«Gino Strada che dà dello “sbirro” a Marco Minniti è la certificazione – ce ne fosse ancora bisogno – della morte della sinistra italiana». Così Michele Serra apre il suo epicedio per una sinistra che ha frequentato come infiltrato e di cui ignora evidentemente la storia.
Variante di “birro”, in italiano “sbirro”  sta per “guardia in servizio di polizia in Comuni, repubbliche e signorie medievali e rinascimentali e indica oggi il “poliziotto” in senso spregiativo. Per il lavoro svolto nel Mediterraneo, Marco Minniti, ministro di polizia, non è semplicemente uno “sbirro” e Gino Strada è stato perciò decisamente generoso; dal momento che consegna a carcerieri e boia di Libia i “clandestini” sorpresi nel Canale di Sicilia, Minniti ricorda direttamente lo sbirro fascista, di cui l’Italia dovrebbe avere ancora vergognosa memoria.
Serra non lo sa, ma Turati chiamò “tirapiedi” i poliziotti che gli sequestravano la “Critica Sociale”, definì pubblicamente “bambino demente e scemo” il reazionario Sonnino  e “teppisti di destra furono per lui i deputati ministeriali. In quanto al moderatissimo Treves, ritenne che Bresci avesse fatto benissimo ad ammazzare Umberto I, e definì l’omicidio “una bellissima cosa”.
In tema di “divisioni” tra anime inconciliabili della sinistra, a Serra conviene di non ricordarlo, ma il Psi nacque a Genova nel 1892 dall’aspra separazione tra i libertari anarchici e i cosiddetti “legalitari” e il Pci sorse a Livorno dall’inconciliabile dissenso tra riformisti e rivoluzionari. Una sinistra unita non s’è mai vista e le sinistre non sono state mai così vive, come quando hanno vissuto divise. E’ perciò che quelli come lui le vogliono unite…
Quella che Serra conserva nel suo cortile non è la sinistra. E’ la sua mostruosa degenerazione neoliberista, la sinistra degli “sbirri”, un aborto che ha il suo padre naturale nel socialismo di Mussolini.

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Le Quattro giornate di Napoli a - CopiaAntonio Salzano, un amico blogger mi chiede una sintetica biografia, una breve scheda sul libro e le date delle presentazioni. Parlare di se stessi non è mai facile e la mia storia, lunga e complicata ha pagine sulle quali è meglio tacere. Dovrà contentarsi perciò di una versione riveduta e corretta di quella che si trova in questo blog dietro la parola About.
Le presentazioni previste per ora sono due: una, certa, il 21 settembre alle 17 all’ex OPG Occupato; un’altra, molto probabile, il 2 ottobre stessa ora alla Biblioteca Croce, a conclusione delle celebrazioni per le Quattro Giornate.
In quanto alla scheda, la riporto qui, perché in fondo spiega meglio e più della quarta di copertina.

Anzitutto ciò che il libro non è, per non ingannare chi pensa di acquistarlo. Come in parte annuncia il sottotitolo, con il suo esplicito cenno agli antifascisti, il lavoro non è – e non vuole essere – una ricostruzione di scontri armati, di cui altri si sono già occupati con una dovizia di particolari spesso in contrasto tra loro. Tranne sporadici cenni, la rivolta “militare” non c’è. Ci sono, invece, sono stati finora i grandi assenti della ricostruzione storiografica, i combattenti antifascisti e la loro lunga lotta contro la dittatura. Ci sono – e anche qui si tratta di un vuoto che andava colmato, le loro idee politiche, i motivi profondi per cui giungono a metter mano alle armi e l’idea di Paese per cui si battono. Un’idea che naturalmente non è uguale per tutti, perché tra i combattenti troviamo non solo comunisti, anarchici e socialisti, subito divisi dopo l’insurrezione, ma monarchici, repubblicani, cattolici, liberali e qualche fascista che salta abilmente sul carro dei vincitori o – sembra incredibile – attacca i nazisti per patriottismo e pensa di regolare poi i  conti con i comunisti. Di lì a qualche tempo alcuni di questi combattenti si ritrovano nelle formazioni paramilitari neofasciste. Ci sono, anch’esse di fatto “dimenticate”, splendide figure femminili, che combattono da protagoniste e una pattuglia di ebrei. A conti fatti e calcolando per difetto, oltre trecento antifascisti; una percentuale significativa sul totale di quanti sono coinvolti nella lotta, che non dura quattro giorni, ma inizia l’8 settembre con l’armistizio, prosegue senza interruzione durante la feroce occupazione della città e non termina l’uno ottobre, con la ritirata dei tedeschi. Una banda partigiana, infatti, non consegna le armi, dà la caccia ai fascisti e si ferma solo quando i carabinieri – ex fascisti, diventati badogliani e futuri “repubblicani” – arrestano il loro capo. In quanto agli altri, non manca chi prosegue la lotta partecipando alla Resistenza.
Con questa impostazione il libro è, di fatto, un andirivieni tra l’Italia prefascista, quella fascista e il Paese che nasce nel dopoguerra. Non è stato facile tenere insieme i fili del ragionamento ma, grazie ai percorsi di vita e alle esperienze politiche dei protagonisti, il libro non solo smantella lo stereotipo  degli “scugnizzi” e della “città di plebe”, ricostruendo il volto politico dell’insurrezione, ma fa luce sulle divisioni spesso aspre tra i combattenti negli anni successivi, su una “epurazione alla rovescia”, che vede la sinistra del Pci e del Psi messa ai margini e spesso cancellata dalla storia e gli squadristi impuniti, che conservano le loro posizioni nei gangli del potere non più fascista ma repubblicano. In questo senso Napoli, in cui si trovano a convivere Togliatti, Croce, De Nicola e Giovanni Leone, diventa il laboratorio politico in cui prende inizialmente corpo la repubblica con le sue luci e le moltissime ombre. Il libro, che restituisce la parola a chi non l’ha avuta, fa giustizia delle ricostruzioni ideologiche e dei luoghi comuni. Non ultimo, quello della celebrata disciplina e correttezza dei tedeschi, che sono invece collusi con i contrabbandieri della borsa nera, responsabili con i fascisti della fame che tormenta una popolazione che prende a disprezzarli ben prima che scoppi la rivolta. Il saggio diventa così anche una secca risposta all’intollerabile retorica sulla “formichina tedesca”, che assegna i “compiti a casa” alle “cicale” meridionali.

Contropiano, 12 settembre 2017

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Le Quattro giornate di Napoli a

Che fine ha fatto il libro di Aragno? Non l’ha voluto nessuno e lui, deluso, l’ha dovuto riporre in un cassetto? Tranquilli. Per tutta l’estate l’editore ha pensato di tenerlo fermo nei suoi depositi ma domani le mie «Quattro Giornate» entreranno finalmente nelle grandi librerie di Napoli; in settimana, poi, le troverete anche in quelle minori. Il libro, però, non ha nessuna intenzione di stare ancora fermo: vuole uscire fuori le mura e farsi conoscere un po’ dovunque. Naturalmente molto dipenderà da voi: andate a chiederlo ai librai nelle vostre città, acquistatelo on line e lui farà il viaggio che ha programmato. Vale la pena? Io dico di sì e per invogliarvi eccovi intanto la copertina, la quarta di copertina, l’inizio del primo capitolo e l’indice un po’ stravagante.
Di che si tratta? Sulla quarta di copertina c’è scritto che il «libro racconta una “storia civile”. Al centro della scena uomini e donne che vincono la paura e lottano per la dignità in una notte disperata. Sullo sfondo, la dittatura, la repressione, la guerra e un’occupazione spietata. E’ l’alba della Resistenza.

Il libro ha i toni e l’andamento di un romanzo storico. Non rinuncia al rigore della ricerca, ma dà la parola a chi non l’ha mai avuta e diventa il canto corale della Napoli antifascista. Questa ricostruzione storica delle Quattro Giornate non solo smantella lo stereotipo della città di plebe, ma restituisce alla memoria collettiva i nomi, le storie umane e la vicenda politica degli sconosciuti protagonisti di una delle più belle pagine della millenaria storia di Napoli: quella dell’antifascismo popolare colto nel suo momento più alto, fatto di speranza e sacrificio.
Un messaggio di grande attualità nel nostro tempo che torna ad essere buio».
Segue una premessa, che potrete leggere a casa con calma, poi comincia la ricostruzione.

I

Le fotografie di De Val

C’è un mito da sfatare. A Napoli la Resistenza non è durata sì e no quattro giorni e non è stata la sommossa degli eterni «scugnizzi», improbabili eroi di un popolo di «senza storia». Tra settembre e ottobre del 1943, dall’armistizio all’arrivo degli Alleati, la lotta ai nazifascisti presenta alla storia una delle più belle «foto di massa» della guerra di liberazione, ma nell’immaginario collettivo prevalgono sin dall’inizio la «città di plebe», con il suo «popolino» e rari, effimeri lampi «individuali». Poco dopo la rivolta, l’8 novembre del 1943, alcune foto di «scugnizzi» in armi, firmate da Robert Capa per «Life», diventano subito il simbolo fuorviante di un evento improvviso, spontaneo e disperato, un misto di rabbia, folclore e lotta per la sopravvivenza, assolutamente privo di connotati politici. Quelle foto, però, il fotografo americano non le ha mai scattate; l’autore, un giovane partigiano poco più che ventenne, gliele ha vendute per fame in cambio di qualche dollaro. Si chiama Alessandro Aurisicchio De Val, è un comunista militante e ha portato nella lotta una così forte identità politica, che in qualche misura la sua storia personale smentisce l’ambiguo messaggio trasmesso dalle sue foto.
Dopo la sommossa, il De Val continua la sua militanza nel Pci e diventa un collaboratore della «Voce». Nel 1948, dopo una perquisizione domiciliare, la polizia, che ha in organico agenti e funzionari del ventennio fascista e continua a tenere d’occhio i «rossi», lo spedisce in galera per possesso di bossoli e caricatori. I bossoli sono senza proiettili e i caricatori vuoti, ma alla Squadra politica questo non importa. In tribunale, il comunista si difende nell’unico modo possibile, raccontando la verità: si tratta di innocui ricordi delle sue Quattro Giornate. Il giudice lo assolve, ma nessuno si scandalizza per l’incredibile montatura poliziesca contro un partigiano. Da tempo ormai l’insurrezione non rappresenta più il primo, significativo episodio della Resistenza, ma è una sorta di anacronistica rivolta di «Jaques Bonhomme» o forse, e peggio, un’esplosione di «sanfedismo» alla rovescia, in cui per la prima volta nella storia i «lazzari» hanno preso miracolosamente posto dalla parte giusta. De Val lo ha scoperto a sue spese: nessuno crede che gli antifascisti c’entrino davvero con la lotta che ha sostenuto dall’8 settembre all’1 ottobre del 1943. La rivolta ha perso ogni carattere politico, si è trasformata in una delle momentanee esplosioni della «collera cupa che sempre fermenta sotto la scorza della secolare umiliazione del Sud». Una collera così lontana dalla consapevolezza politica, che non solo «l’insurrezione vera e propria non c’è», ma c’è chi crede che utilizzare questa parola per definire le Quattro Giornate di Napoli, significhi «dire qualche cosa di troppo preciso» per un evento che ha i connotati «indefinibili di un fenomeno della natura». Un fenomeno i cui protagonisti sono diventati ormai gli occasionali scugnizzi delle sue foto.
Chiunque provi oggi a capire quanti furono gli antifascisti militanti come De Val che presero parte alle Quattro Giornate, cercherà inutilmente le loro storie nei saggi che si occupano della vicenda. Perché è andata così? Perché siamo più o meno fermi alle foto di Capra e non conosciamo i volti, le storie e le idee politiche dei combattenti? Perché gli elenchi di nomi, che pure esistono da decenni, non corrispondono a vicende umane e percorsi di militanza, in grado di definire posizioni politiche? […]

Ecco l’indice:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Qui si ferma la promozione. Il resto tocca a voi.

 

 

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