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Posts Tagged ‘Quattro Giornate di Napoli’

Una bellissima recensione di Gian Luigi Bettoli, uscita oggi su “La Storia le Storia”. Non mi nascondo dietro l’ipocrisia della falsa modestia: ringrazio l’autore per quello che ha scritto e sono orgoglioso del mio lavoro.

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Maurizio Valenzi, Incubo su Napoli, 1973

Giuseppe Aragno, Le Quattro Giornate di Napoli. storie di antifascisti, Napoli, Intra Moenia, 2018, pp. 344, € 18.

A proposito di una foto

img286-296x420La chiave del libro è tutta in quella foto di copertina, resa famosa da Robert Capa, ma probabilmente scattata dal giovane partigiano comunista napoletano Alessandro Aurisicchio De Val, che vendette per poche lire al famoso corrispondente di guerra un rullino di immagini realizzate durante la rivolta.
Quella che figura al centro sembra una scugnizza, una tra i tanti ragazzi che parteciparono alla rivolta del settembre 1943 e poi ne divennero i simboli. Si chiamava Maddalena Cerasuolo, soprannominata Linuccia. In realtà quella ragazzina, protagonista della difesa del Ponte della Sanità contro le truppe tedesche, e per questo decorata con la medaglia di bronzo al valore militare, non stava lì per caso. Operaia, era figlia di Carlo, un cuoco licenziato per rappresaglia, dopo essere stato arrestato a seguito di un incontro con un attivista del Partito Comunista clandestino. Antifascista, in collegamento con il Pcd’i, ma anche monarchico. E già questo basterebbe come ouverture ad un libro tanto complesso ed approfondito, quanto vivace e scorrevole nella lettura.
Non prima però di ricordare coincidenze che partono da assai prima, e ci portano fino ai giorni nostri.

Attorno al Ponte della Sanità

Il Ponte della Sanità – oggi intitolato proprio a Maddalena/Linuccia, che dopo aver combattuto sulle barricate fu arruolata dal britannico SOE per missioni oltre le linee nazifasciste – fu edificato in seguito all’arrivo delle truppe francesi a Napoli, dopo la Grande Révolution e le sue propaggini giacobine in Italia. La sua funzione era quella di sorpassare, passandoci letteralmente sopra, quel quartiere popolare che si arrampicava sinuoso verso le alture su cui sorge la Reggia di Capodimonte.
Ancor oggi le guide turistiche locali riproducono un plurisecolare sentimento antifrancese e danno voce al rancore suscitato da quell’invasione di oltre due secoli fa, prevalente nella memoria popolare sul ricordo delle decine di nobili e borghesi giacobini, impiccati ai pennoni delle navi dell’ammiraglio Nelson dopo la repressione della Repubblica Partenopea. Quella “direttissima” francese – spiegano – dritta come un fuso, come voleva il razionale pensiero illuminista, fu anche la causa della marginalizzazione del quartiere Sanità, trasformato in un profondo fondovalle ed espulso dal fulcro della vita cittadina.
Sopra, salendo a destra per Via Santa Teresa degli Scalzi, poco prima del ponte, c’è pure il ricordo di uno scomodo paragone tra Pordenone e Napoli. Paragone ingenerosamente negativo, come se i festeggiamenti della monarchia sabauda, con i suoi ufficialetti di cavalleria e magnati industriali “foresti” – e pure il suo ospite Emilio Wepfer, fondatore con Alberto Amman dell’omonimo cotonificio a Borgomeduna, veniva dalla Campania – potessero in qualche modo coinvolgere moralmente il proletariato della piccola “Manchester del Friuli”, che in quell’epoca stava pronunciando i suoi primi vagiti antagonisti. Si tratta della famosa frase di Umberto I, accorso precipitosamente a Napoli nel 1884 durante un’epidemia di colera, abbandonando le esercitazioni militari sui magredi a monte di Pordenone: “A Pordenone si fa festa, a Napoli si muore. Vado a Napoli”.
Ma la storia continua. Sotto il ponte, nelle catacombe di San Gaudioso sottostanti la Basilica di Santa Maria della Sanità, ed in quelle vicine di San Gennaro, è nata nel 2006 una cooperativa sociale: La Paranza, promossa dai giovani della parrocchia impegnati nella lotta per il risanamento del quartiere, contro la camorra. Una cooperativa che ha assunto cooperatori qualificati ed ha investito risorse per restaurare un importantissimo patrimonio archeologico, contribuendo così alla riscoperta di questa grande metropoli, attraverso l’autogestione dei lavoratori. Una realtà quanto mai vivace e protagonista, come dimostrano i veri e propri “comizi” con cui gli operatori spiegano ai visitatori la loro impresa, collegata ad una fondazione di partecipazione. Non può stupire che – a dimostrazione che la lotta di classe non risparmia la Chiesa Cattolica, e che comunque viene più spesso scatenata da chi possiede il Capitale – l’anno scorso il Vaticano (proprietario delle catacombe) abbia chiesto gli affitti arretrati alla cooperativa, rischiando di chiudere questa esperienza e facendo comunque una pessima figura. Non tutto ciò che luccica è oro, e Papa Francesco non esaurisce la complessità del Vaticano. Cose che capitano: a Trieste pochi anni fa era successo ad un’altra cooperativa, La Melagrana, di ricevere il benservito dai religiosi, dopo aver valorizzato il tempio mariano di Monte Grisa.

La realtà dell’antifascismo contro il mito dell’insurrezione spontanea

L’ultimo libro di Giuseppe Aragno segue altre opere dedicate alla meticolosa ricostruzione dei percorsi dell’antifascismo popolare durante il ventennio fascista. Un programma di lavoro che trovo – mutatis mutandis, se mi è permesso paragonare la minuta realtà friulana con la vulcanica capitale morale del Sud – molto simile a quello che altri, tra cui buon ultimo il sottoscritto, stanno conducendo, sia nelle motivazioni che nell’approccio alle fonti. E proprio tante simiglianze in una così stridente differenza ecologica sottolineano alcune riflessioni comuni.
Differenza che non è mai lontananza, come dimostra l’emergere, tra i protagonisti della narrazione di Aragno, del comandante partigiano Federico Zvab da Sesana, sloveno compaesano di Danilo Dolci, che crea sotto la copertura dell’Ospedale degli Incurabili un’intera rete militare, cui fanno capo il futuro dirigente del movimento di liberazione croato dell’Istria Giuseppe Matas e l’udinese Giuseppe Colombaro. E, come altri antifascisti del “nord” e stranieri sbarcati a Napoli dal confino di Ventotene, il futuro deputato comunista Giordano Pratolongo: un triestino eletto alla Costituente e riconfermato al Parlamento nel 1948, rispettivamente otto e sei anni prima del ritorno della città giuliana all’Italia, checché possano berciare gli “italianissimi” nazionalisti sull’orientamento del Pci al proposito. Pratolongo morirà nel 1953 dopo un pestaggio fascista subito a Monfalcone, in 30 contro uno: otto anni dopo la Liberazione! A dispetto di chi ritiene che i conti con il fascismo siano finiti tra il 25 aprile ed il 10 maggio 1945 e pensa che al “confine orientale” ci fossero solo trinariciuti titini infoibatori.
Fin dall’introduzione, Aragno polemizza fortemente con l’anestetizzazione politica compiuta a discapito della più grande tra le prime insurrezioni popolari antifasciste e antinaziste dell’Italia meridionale dell’autunno 1943. Infatti, prima di Napoli e dell’organica costruzione di un movimento resistenziale in tutta l’Italia occupata, occorre ricordare Matera, la prima città che si libera da sola, e ad ai primi di ottobre Lanciano, dove combatterono insieme insorti italiani e prigionieri di guerra jugoslavi… sempre a proposito degli “italianissimi” e della loro paranoia antititina. Le Quattro Giornate di Napoli sono state generalmente retrocesse, anche da grandi storici della Resistenza, ad insurrezione spontanea e naturalistica di una plebe priva di coscienza politica, interpretata da ragazzini al limite del mondo delinquenziale, e quindi priva di ogni significato politico; degna semmai di quel Meridione di “lazzari” incapaci di prendere in mano le loro sorti, se non in improvvisi ed irrazionali scoppi di violenza ribellistica, destinati inesorabilmente per rifluire nelle file della reazione sanfedista.
L’autore ricostruisce, attraverso i vari archivi della polizia fascista e del movimento resistenziale, le storie di chi non si era mai arreso alla dittatura, dei figli cui era stato trasmesso familiarmente il patrimonio politico antifascista, di chi si era distaccato dal regime, delle donne che non rinunciano al protagonismo politico, anche al momento della scelta delle armi. Fili tessuti ostinatamente, che nel settembre 1943 si riannodano insieme per combattere nelle vie di Napoli: spesso insieme padri e figli e madri e figlie. Percorsi biografici ancora parzialmente in fieri, più numerosi di quelli cristallizzati dalle autorità postbelliche al fine della corresponsione dei benefici agli ex partigiani – moltissimi combattenti delle Quattro Giornate si rifiutarono di fare richiesta, per motivi politici – e riassunti al termine del libro in un abbozzo di futuro dizionario biografico ricco di centinaia di schede, che integrano le notizie riportate nel testo.
Ricostruendo i percorsi familiari degli antifascisti, Aragno inoltre porta un ulteriore tassello alla decostruzione del mito ideologico defeliciano del “consenso” al fascismo, testimoniando le tante adesioni per necessità – dettate dalla necessità di sopravvivere per venti interminabili anni di dittatura, violenza e sofferenze di ogni genere, non ultima la discriminazione a lavorare e guadagnare per mantenere la famiglia – terminate con la partecipazione non a quattro, ma a ben più di venti giornate di lotta, durate dall’occupazione nazista dell’8 settembre fino alla cacciata del 1° ottobre. Perché non ci sono solo i 4 giorni di insurrezione popolare armata che caccia i nazisti ed i loro servi fascisti, ma ci sono le bande – anche in questo caso, costituite da napoletani, antifascisti sbarcati dalle isole di confino e prigionieri alleati liberati – che iniziano precocemente a resistere fin dai giorni dell’armistizio e della vergognosa resa della monarchia e delle autorità militari e civili. Accompagnando con le loro iniziative resistenziali il dispiegarsi della violenza tedesca, che certamente contribuisce a scatenare la reazione popolare, fino all’insurrezione che anticipa l’arrivo degli alleati; questi ultimi fermi nella sacca di Salerno, dopo uno degli infelici sbarchi nell’Europa occupata e tenuta fermamente dall’esercito tedesco fino all’estate 1944. Alla fine della lotta, Napoli si ritroverà in gran parte distrutta dalla violenza nazista e dai non meno terroristici bombardamenti angloamericani, con decine di migliaia di morti (23.000 secondo Maurizio Valenzi: cfr. il libro citato oltre, a p. 121) e di senza tetto, ridotta alla fame. Ma l’antica capitale del Regno delle Due Sicilie avrà lanciato all’Italia occupata l’esempio dell’insurrezione popolare liberatrice, che si ripeterà progressivamente, anticipando per gran parte delle città del centro-nord l’arrivo dell’esercito alleato.
Attraverso lo studio dei percorsi degli antifascisti, si giunge ad una conclusione anche statistica: una percentuale oscillante attorno ad un decimo degli insorti è costituita da antifascisti di lunga durata e dalla loro rete amicale e familiare. Chiunque sappia come funziona un’organizzazione, può riconoscere in questa la percentuale media su cui si assesta un gruppo dirigente con la sua struttura organizzativa.
Aragno ricostruisce la pluralità dell’antifascismo: le forze storiche del movimento operaio – comunisti e socialisti – ma anche movimenti spesso sottovalutati, come gli anarchici ed i repubblicani e – particolarità soprattutto napoletana – i comunisti di sinistra fedeli ad Amadeo Bordiga (ed a Leone Trozki), intrecciati con la giovane generazione liberalsocialista di Giustizia e Libertà, non trascurando le componenti monarchiche: i vecchi liberali crociani ed i giovani che hanno maturato il distacco dalla dittatura durante la catastrofica esperienza bellica. L’analisi di questa pluralità di contributi arricchisce un quadro altrimenti incomprensibile: come può la prima grande metropoli italiana insorta contro il nazifascismo votare poi per re Umberto il 2 giugno 1946, e consegnare a lungo il governo cittadino ad una destra continuista, traghettata attraverso il partito monarchico di Achille Lauro?
L’autore analizza in particolare le vicende dell’associazionismo degli ex combattenti delle Quattro Giornate, e della contrapposizione di molti tra loro e le organizzazioni politiche che si formano dopo la liberazione della città. Ne emerge un quadro complesso, in cui vengono frustrate le spinte di rinnovamento, trasversali tra i vari gruppi politici, di fronte ad una normalizzazione governata dalle truppe di occupazione e costretta nelle troppe mediazioni della “nuova” politica dei governi antifascisti; in particolare dopo la “svolta di Salerno” con cui la direzione comunista di Palmiro Togliatti gestisce la mediazione con la monarchia ed il suo rappresentante politico, maresciallo Badoglio. Si tratta di una fase che la sinistra pagherà duramente, sia con la stessa scissione della Federazione del Pci, che con quella del sindacato, ma che soprattutto sarà segnata dalla emarginazione della forte componente bordighiana del comunismo napoletano, che aveva partecipato sia alla cospirazione antifascista che all’insurrezione (e proprio la normalizzazione del Pci comporterà la damnatio memoriae dei comunisti di sinistra napoletani, ad iniziare dal loro massimo dirigente e primo segretario del Pcd’i). Questa debolezza della sinistra – secondo Aragno – sarà anche favorita dalla marginalizzazione di componenti estranee al movimento operaio, sia sul fronte repubblicano che su quello monarchico, con una delusione e distacco che andrà a tutto vantaggio della destra. Insomma: i combattenti napoletani – molti dei quali proseguiranno il loro impegno resistenziale andando al Nord, in Jugoslavia oppure arruolandosi nelle ricostituite forze armate della monarchia – verranno “cancellati” dal “Vento del Nord” (come lo definì Pietro Nenni), così unilaterale e miope nei confronti di quel precoce “Vento del Sud” che si era espresso con forza nel settembre 1943.
Si archivia così una fase in cui giovani di estrazione borghese e liberale si erano incontrati nella clandestinità con militanti comunisti, insieme avevano combattuto e addirittura, nella fase immediatamente successiva, avevano lavorato alla costruzione di un modello di sindacato libero da quei partiti che avrebbero firmato poi il “Patto di Roma”, affidando il governo della nuova CGIL unitaria ai tre “partiti di massa” (Pci, Psi e Dc), escludendo deliberatamente le componenti operaiste e gielliste, emarginate insieme alla loro prima “CGL rossa” del Sud. Mentre i compromessi politici avrebbero lasciato spazio ad opportunisti in carriera – come lo storico Aldo Romano, passato da spia dell’Ovra a storico di fiducia del Pci – ed ai quadri di partito giunti dall’esilio. Prefigurando così un fenomeno tipico di altre esperienze politiche: lo scontro tra le nuove generazioni cresciute nella clandestinità e nella lotta contro i regimi e le “vecchie guardie” all’estero (come nella Grecia degli anni della dittatura dei “colonnelli”, che vide prodursi nel 1968 la scissione del partito comunista KKE, da parte del KKE “dell’interno”, nucleo di quella che oggi è Syriza). Si posero così le basi per la mancata defascistizzazione e la continuità istituzionale, che garantì tra guerra e dopoguerra la conservazione dei rapporti di classe e delle strutture di potere in Italia.
E’ interessante mettere a confronto l’analisi di Aragno con la tarda testimonianza, relativa ai mesi immediatamente successivi alla rivolta, di un protagonista delle vicende del Pci napoletano come Maurizio Valenzi (dalla cui copertina abbiamo tratto l’immagine in evidenza: un quadro dello stesso autore). Un testo memorialistico, appunto – anche se basato sul materiale d’archivio conservato da Valenzi – che riproduce la versione togliattiana di questo inizio di dopoguerra italiano, ma che è soprattutto interessante per i tardivi ripensamenti sulle vicende di allora, definite pomposamente i “cento giorni che cambiarono l’Italia e che cominciarono con il ritorno di Palmiro Togliatti”. Ripensamenti tipici dei dirigenti comunisti, soprattutto dopo la fine del loro partito, e che ritornano su errori di settarismo e su debolezze e cedimenti di allora. Un rimpianto su quello che avrebbe potuto essere, e non fu, e che ebbe luogo a Napoli, tra la fine del 1943 e l’inizio del 1944.

Gian Luigi Bettoli,  La Storia, le Storie, 9 maggio 2019.

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Passo dopo passo, umilmente, ma senza falsa modestia, con la consapevolezza di chi sa di aver dato un contributo decisivo, ringrazio Giuseppe Chielli e la “Bottega Scriptamanent”.


Bottega Scriptamanent
L’ultimo saggio di Giuseppe Aragno, Le Quattro Giornate di Napoli. Storie di antifascisti (Intra Moenia edizioni, pp. 344, € 18,00), pone al centro la rivolta avvenuta fra 27 e il 30 del settembre 1943 (pochi giorni dopo l’Armistizio di Cassibile dell’8 dello stesso mese). L’Italia era una nazione allo sbando più totale, nessuno sapeva più per chi doveva combattere. I tedeschi erano pronti a mettere a ferro e fuoco la città, anzi come impartì Hitler ai suoi e come ricorda lo storico Roberto Battaglia nel suo testo Storia della Resistenza italiana – 8 settembre 1943 – 25 aprile 1945 (Einaudi, pp. 624), Napoli deve essere un cumulo di «fango e cenere», prima della ritirata. Già in un altro testo, del 2012 – Antifascismo e potere. Storia di storie (Bastogi editrice italiana, pp. 152) – l’autore aveva accennato a questo tema, anche se sotto diverse sfaccettature. In quest’ultima opera, l’intento è, in primis, quello di analizzare queste giornate storiche. Infatti Aragno sostiene che sono un grandissimo prodotto della coscienza popolare, a dispetto di quanto se ne dica, e hanno dato inizio a tante rivolte che ci sono state in tutta Italia. Senza questa insurrezione Napoli sarebbe stata distrutta, si diceva. L’autore osserva nelle prime pagine del libro una ferocissima critica nei confronti di diversi studiosi, i quali considerano queste giornate solo come il frutto di qualche facinoroso, e di qualche poco di buono. Steinmayr, ad esempio, direttore dello Stern, come Aragno ricorda nel testo, sostenne che «la rivolta contro lo straniero oppressore, nella città dei mandolini e delle pizze, non può essere altro che un parapiglia tra papponi e prostitute». Da queste righe, dunque, si intuisce la considerazione che taluni studiosi avevano di Napoli e dei suoi abitanti, paragonandoli a sempliciotti, o alla peggio, a delinquenti. Si considerano questi episodi come atti di teppismo, e vengono dissociati da delle vere e proprie motivazioni di ordine politico. Aragno, nel raccontare Napoli, nega il suo valore e la sua grandezza, parlando di una città umiliata, derisa e derubata. A tal proposito Aragno si ritrova a scrivere di «internazionale del linguaggio classista» per esprimere i pregiudizi dai quali era, ed è tuttora, ricoperta la città partenopea.
La grandezza del testo sta nel dare spazio ai cosiddetti ultimi, al popolo, e concedere loro il palcoscenico che la Storia non gli ha riconosciuto. Per fare tutto questo e per identificare coloro i quali furono parte attiva delle Quattro giornate, Aragno compie un’operazione impeccabile: ovvero confronta i nomi dei diciassettemila condannati dal regime al confino con l’elenco dei rivoltosi della città partenopea che poi andarono ad unirsi alle formazioni partigiane al Nord e all’esercito italiano della Liberazione.

I protagonisti della rivolta
Si tratta di un vero e proprio unicum per opere di questo genere.
Come nel suo precedente testo, viene dato spazio a persone delle quali poco o nulla era stato detto prima. Per lo più si trattava di gente del popolo, tranne per alcune importanti figure, e di queste, attraverso un uso capillare delle fonti, ne viene raccontata la vita. Sono stati anche riportati molte volte i verbali della questura sul loro conto. Non sempre si è trattato di partigiani, al contrario: tuttavia molti di essi hanno lottato contro il regime, sono stati confinati, alcuni hanno persino partecipato alla Guerra civile spagnola del 1936/1939, o ad altri moti di insurrezione. I personaggi al centro di queste vicende sono stati moltissimi. Tra tutti i fratelli Wanderlingh, i quali avevano già partecipato ai moti del maggio del 1898, e sono stati tra gli ispiratori della rivolta; il primo maggio 1943, insieme a un gruppo di persone manifestarono in nome del partito socialista e dell’«Italia Libera». Importante per le Quattro giornate fu anche la famiglia Grossi. Una dei suoi componenti, Ada, raccontava da una radio che trasmetteva nel 1937 da Barcellona quanto succedeva della guerra in quel periodo. Era seguita da molti degli antifascisti.
Tra i rivoltosi, bisogna anche ricordare tale Federico Zvab, il quale aveva una lunghissima trafila, come altri, di varie espulsioni e confinamenti. È stato direttore dello Stern, ma soprattutto partecipò alla Guerra civile spagnola del 1936/1939. Intellettuali, operai, ma anche donne (anche se di quest’ultime si conosce poco) presero parte attiva in quei giorni. Tra queste bisogna citare Maddalena “Lenuccia” Cerasuolo. A lei nel saggio vengono dedicate pagine importanti e, dopo una descrizione dettagliata della sua vita, corredata da un notevole apparato bibliografico, si ricorda che con la sua azione salvò il ponte della Sanità. Le donne in tempo di guerra costituivano anche l’ossatura della famiglia, priva degli uomini chiamati alle armi. Così la propaganda antifascista degli alleati si rivolgeva anche a loro: «Donne di Napoli! Dove sono i vostri uomini che andarono in Africa? Da quanto tempo non avete loro notizie? Vi svelano che la metà delle navi vengono affondate? Madri di Napoli! […] Le vostre sorelle di Palermo, Genova, Brindisi, agiscono già.
Spose di Napoli! SEGUITE IL LORO ESEMPIO. Fate la guardia alle navi […]. Nascondete l’equipaggiamento dei vostri amati soldati […]. Il mare significa la morte».
Infine, una menzione speciale deve essere accordata a Alessandro Aurisicchio De Val, comunista di vecchia data, il quale scattò le foto degli eventi e dei personaggi di quei giorni. Forse, senza i suoi scatti, non avremmo nemmeno idea dei volti di tale rivoluzione e, forse, non sarebbe stato possibile raccontare la loro vera storia. Un libro dunque a difesa della Storia, ma soprattutto a difesa di Napoli che, spesso molti lo dimenticano, costituisce, nel bene e nel male, uno dei pilastri del nostro paese. Senza il coraggio dei suoi abitanti, non sarebbero subito seguite le successive rivolte nelle altre città, italiane, ma anche d’Europa.

Giuseppe Chielli

(www.bottegascriptamanent.it, anno XIII, n. 138, marzo 2019)

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Lettera aperta a Vincenzo Delehaye che mi chiede giustamente una mano nella sua battaglia di studioso e di antifascista militante per “rendere fruibili i Fascicoli su Napoli dell’Armadio della Vergogna” e contrastare il dilagare del revisionismo storico.

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Caro Vincenzo,
ho trascorso tanti anni della mia vita cercando in archivio documenti preziosi e riportandone il significato profondo nella battaglia politica. Un tempo si diceva “storico militante”; e in testa avevo un’idea ben precisa: ricostruire col rigore dello storico e la passione del militante pagine di storia decisive non solo della nostra città, ma per il Paese. La storia dell’antifascismo – quello popolare soprattutto – e di quella Resistenza al nazifascismo, che da questa nostra città imboccò la sua via. Pagine di storia che sono state purtroppo cancellate o stravolte. L’anno scorso, come sai, è uscito un mio libro sulle Quattro Giornate, che – lo dico senza falsa ipocrisia o simulata modestia – è il primo libro di storia delle Quattro Giornate. Come se avessi lasciato in archivio i documenti faticosamente scovati o scritto sull’acqua, anche in questo settembre che muore i soliti ciarlatani sono andati in giro a raccontare la storiella che piace al potere. Siamo giunti anzi ai carabinieri che suonano al San Carlo in onore dei partigiani!
Prima di me, con uguale impegno e ben altro spessore, fece sua questa lotta purtroppo vana Gaetano Arfè, maestro non a caso rapidamente dimenticato, che autorevolmente puntò il dito contro la malafede e la miseria morale di quel “sovversivismo storiografico”, che oggi raccoglie i suoi frutti velenosi.
Credo che capirai ciò che intendo, perché ormai è chiaro: non siamo finiti dove ci troviamo per il valore delle destre, ma per la cialtroneria e l’opportunismo di chi ha preteso e pretende di rappresentare la sinistra, la rivoluzione e persino il riformismo. Poiché non si vede all’orizzonte nemmeno l’ombra di un Matteotti o di un Pansini, per restare alle Quattro Giornate, è inutile farsi illusioni: prima di uscire da questa tragedia, dovremo toccare il fondo dell’ignominia, come ormai sta accadendo.
A me resta comunque una consapevolezza amara, ma ferma: quando cominceremo la risalita, perché anche quel tempo verrà, puoi giurarci, occorrerà partire anche dal lavoro degli storici intellettualmente onesti. Quelli ai quali si è colpevolmente messo il bavaglio. Io non potrò farlo, ma tu sì, perché hai una vita davanti: non dimenticare quello che accade oggi e ricordarlo alle nuove generazioni. Devono sapere che nella vicenda storica hanno certamente un ruolo il caso e l’imprevisto, ma stavolta né l’uno, né l’altro hanno avuto un peso. Sono stati i “nostri” non il caso o il destino “cinico e baro” a condurci dove siamo.
In quanto a me, che sono sempre più stanco di vivere tra le macerie che ci circondano, lo scrivo a futura memoria: prima di togliere di mezzo i Salvini e i Di Maio, bisognerà chiudere i conti con i responsabili veri di questa catastrofe. Altro che fronte antifascista!
Tuo Giuseppe

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34065902_1619893124786634_150451695061565440_nOggi, martedì 5 giugno a partire dalle ore 18:00, allo Spazio ARTienda presso La Tienda Bottega Equosolidale, Giuseppe Aragno ci parlerà del suo ultimo lavoro, intitolato Le Quattro Giornate di Napoli Storie di Antifascisti.

Il libro ha i toni e l’andamento di un romanzo storico, non rinuncia al rigore della ricerca e dà la parola a chi non l’ha mai avuta. Diventa, così, il canto corale della Napoli Antifascista

Una pagina indelebile della nostra storia, un racconto più che mai forte e vivo in tutti noi.

Spazio ARTienda presso La Tienda Bottega Equosolidale, ti aspettiamo!

Siamo al Forum Scarlatti in Via Scarlatti 198 ed ingresso anche da Via Solimena 143 – Vomero Napoli.

Sarà presente l’autore, Giuseppe Aragno

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Mi permetto sommessamente di consigliare la lettura di questo libro sulle 4 Giornate di Napoli a firma Giuseppe Aragno. Un lavoro che finalmente rende giustizia a una delle pagine più importanti e meravigliose della lotta partigiana al nazifascismo. Non una rivolta incolore o peggio “tricolore” di scugnizzi mossi solo dalla miseria come vuole la storiografia ufficiale (anche e soprattutto togliattiana), ma una insurrezione popolare guidata dai migliori quadri comunisti (che per lo più diedero poi vita alla scissione di Montesanto), anarchici e socialisti. Assieme a “Fedeli alla classe” di Francesco Giliani, sono i due migliori lavori su una pagina della storia del movimento operaio, quella della resistenza al sud, volutamente dimenticata o vilmente contraffatta dagli storiografi ufficiali di partito. Avvenimenti che se raccontati mettono in discussione uno degli argomenti più usati dai vertici del PCI dell’epoca per giustificare la propria scelta (imposta dagli accordi di Yalta) di non fare la rivoluzione e non portare il proletariato in armi al potere. Ovvero una fantomatica arretratezza politica del Sud rispetto al Nord.

Paolo Brini

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Le Quattro giornate di Napoli bTrecento. Trecento donne e uomini sepolti dalla Storia ufficiale, livellante, quella «Storia secondo il manuale» che col pretesto della plausibilità e organicità della ricostruzione d’insieme veicola formule liquidatorie o elusive, cancella volti, sorvola su immani sacrifici, tace su persecuzioni accanite, durate una vita intera, e nega gli «appuntamenti» con la storia e con l’opprimente nazifascismo che tanti, apparentemente domati o arresi, si sono dati per quel Settembre di fuoco del ’43 che vide Napoli sollevarsi scientemente e non picarescamente, per un intero mese ed oltre, e non per le sole memorabili «4 Giornate», contro l’abiezione politica e morale dell’Europa fattasi ideologia totalitaria.
Ecco. A queste donne e questi uomini ha ridato viso, fame, dubbi, figli, ferite, voci, disperazione, vigliaccheria, eroismo, ingegno e, soprattutto, riflessione e scelta politica il Prof. Giuseppe Aragno con il suo preziosissimo, attesissimo e sofferto volume «Le Quattro Giornate di Napoli. Storie di antifascisti», edito da Intra Moenia. Il libro è stato presentato giovedì scorso nella cornice quanto mai azzeccata dell’Ex Opg, ex manicomio criminale significativamente riscattato, grazie ai meravigliosi giovani che lo animano, dal suo destino di luogo di pena coatta anche per tanti «indesiderati» e «riottosi» che il Fascismo non esitava a relegare in questi luoghi di alienazione e tortura, per piegarne il corpo e lo spirito.
Proprio il riscatto delle esistenze dei vinti, delle vite dimenticate, che, come è stato ricordato in apertura, richiamando Benjamin, è già di per sé un atto rivoluzionario, abilita a capire quanto la Storia sia sempre contemporanea, sempre presente e pressante, nelle sue istanze sostanzialmente identiche e fenomenicamente diverse. Il libro del Prof. Aragno, scritto in quest’epoca di revisionismi parificanti e pericolosi, nonché di regresso sconcertante nel campo dei diritti civili, come ben sanno e sperimentano duramente le donne, anch’esse protagoniste assolute dell’orditura teorica della Resistenza come della lotta armata, e tuttavia dolosamente messe sotto il tappeto della Storia dal dominante e trasversale maschilismo italico, merita un’analisi dettagliata e un’esposizione meticolosa, partecipe, che mi riprometto di fare.
Quello che egli stesso ha magistralmente spiegato, strappando un lunghissimo applauso alla platea incantata soprattutto dalla sua appassionata immedesimazione nelle difficili vite dei partigiani come degli opportunisti, raccontati senza mitografie né condanne moralistiche, è che il suo libro dimostra in modo evidente e carte alla mano (carte volutamente neglette fino ad oggi!) che la lettura minimalista e sottilmente razzista delle «4 Giornate» come jacquerie «in salsa napoletana» di scugnizzi affamati, di lazzari esasperati e casalinghe improvvisatesi infermiere o vivandiere, senza alcuna idealità o programmatico intento alla base, è offensivamente falsa, ed è stata costruita ad arte da forze politiche (non solo di destra!) che stavano parallelamente costruendo la Repubblica del dopo-liberazione su accordi e scambi non sempre trasparenti e confessabili, i cui esiti ed assetti sono sottesi alle tante tragedie della vita democratica del nostro paese.
Altre due verità inconfutabili sono emerse, che voglio registrare, qui, per indurre tutti a leggere questo libro e per spronare i colleghi a farne uno strumento didattico. La prima è che chiunque vorrà parlare delle «4 Giornate», adesso, non potrà non tener conto di questa pubblicazione ribaltante e dirompente. La seconda è quella, intimamente risonante, con cui il prof. Aragno ha chiuso il suo denso e straordinario intervento, e cioè che un libro di Storia della Resistenza deve servire soprattutto a legittimare la lotta che in ogni tempo si conduce contro la sopraffazione che cerca di legittimarsi politicamente. Questo libro ci riesce. Dà forza alla forza che ciascuno, ciascuna di noi cerca in se stesso, in se stessa, ogni giorno. Io ne sono personalmente, immensamente grata al fecondo ingegno e al tenace impegno del prof. Aragno.

Fuoriregistro, 7-11-2017

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Le Quattro giornate di Napoli a

Che fine ha fatto il libro di Aragno? Non l’ha voluto nessuno e lui, deluso, l’ha dovuto riporre in un cassetto? Tranquilli. Per tutta l’estate l’editore ha pensato di tenerlo fermo nei suoi depositi ma domani le mie «Quattro Giornate» entreranno finalmente nelle grandi librerie di Napoli; in settimana, poi, le troverete anche in quelle minori. Il libro, però, non ha nessuna intenzione di stare ancora fermo: vuole uscire fuori le mura e farsi conoscere un po’ dovunque. Naturalmente molto dipenderà da voi: andate a chiederlo ai librai nelle vostre città, acquistatelo on line e lui farà il viaggio che ha programmato. Vale la pena? Io dico di sì e per invogliarvi eccovi intanto la copertina, la quarta di copertina, l’inizio del primo capitolo e l’indice un po’ stravagante.
Di che si tratta? Sulla quarta di copertina c’è scritto che il «libro racconta una “storia civile”. Al centro della scena uomini e donne che vincono la paura e lottano per la dignità in una notte disperata. Sullo sfondo, la dittatura, la repressione, la guerra e un’occupazione spietata. E’ l’alba della Resistenza.

Il libro ha i toni e l’andamento di un romanzo storico. Non rinuncia al rigore della ricerca, ma dà la parola a chi non l’ha mai avuta e diventa il canto corale della Napoli antifascista. Questa ricostruzione storica delle Quattro Giornate non solo smantella lo stereotipo della città di plebe, ma restituisce alla memoria collettiva i nomi, le storie umane e la vicenda politica degli sconosciuti protagonisti di una delle più belle pagine della millenaria storia di Napoli: quella dell’antifascismo popolare colto nel suo momento più alto, fatto di speranza e sacrificio.
Un messaggio di grande attualità nel nostro tempo che torna ad essere buio».
Segue una premessa, che potrete leggere a casa con calma, poi comincia la ricostruzione.

I

Le fotografie di De Val

C’è un mito da sfatare. A Napoli la Resistenza non è durata sì e no quattro giorni e non è stata la sommossa degli eterni «scugnizzi», improbabili eroi di un popolo di «senza storia». Tra settembre e ottobre del 1943, dall’armistizio all’arrivo degli Alleati, la lotta ai nazifascisti presenta alla storia una delle più belle «foto di massa» della guerra di liberazione, ma nell’immaginario collettivo prevalgono sin dall’inizio la «città di plebe», con il suo «popolino» e rari, effimeri lampi «individuali». Poco dopo la rivolta, l’8 novembre del 1943, alcune foto di «scugnizzi» in armi, firmate da Robert Capa per «Life», diventano subito il simbolo fuorviante di un evento improvviso, spontaneo e disperato, un misto di rabbia, folclore e lotta per la sopravvivenza, assolutamente privo di connotati politici. Quelle foto, però, il fotografo americano non le ha mai scattate; l’autore, un giovane partigiano poco più che ventenne, gliele ha vendute per fame in cambio di qualche dollaro. Si chiama Alessandro Aurisicchio De Val, è un comunista militante e ha portato nella lotta una così forte identità politica, che in qualche misura la sua storia personale smentisce l’ambiguo messaggio trasmesso dalle sue foto.
Dopo la sommossa, il De Val continua la sua militanza nel Pci e diventa un collaboratore della «Voce». Nel 1948, dopo una perquisizione domiciliare, la polizia, che ha in organico agenti e funzionari del ventennio fascista e continua a tenere d’occhio i «rossi», lo spedisce in galera per possesso di bossoli e caricatori. I bossoli sono senza proiettili e i caricatori vuoti, ma alla Squadra politica questo non importa. In tribunale, il comunista si difende nell’unico modo possibile, raccontando la verità: si tratta di innocui ricordi delle sue Quattro Giornate. Il giudice lo assolve, ma nessuno si scandalizza per l’incredibile montatura poliziesca contro un partigiano. Da tempo ormai l’insurrezione non rappresenta più il primo, significativo episodio della Resistenza, ma è una sorta di anacronistica rivolta di «Jaques Bonhomme» o forse, e peggio, un’esplosione di «sanfedismo» alla rovescia, in cui per la prima volta nella storia i «lazzari» hanno preso miracolosamente posto dalla parte giusta. De Val lo ha scoperto a sue spese: nessuno crede che gli antifascisti c’entrino davvero con la lotta che ha sostenuto dall’8 settembre all’1 ottobre del 1943. La rivolta ha perso ogni carattere politico, si è trasformata in una delle momentanee esplosioni della «collera cupa che sempre fermenta sotto la scorza della secolare umiliazione del Sud». Una collera così lontana dalla consapevolezza politica, che non solo «l’insurrezione vera e propria non c’è», ma c’è chi crede che utilizzare questa parola per definire le Quattro Giornate di Napoli, significhi «dire qualche cosa di troppo preciso» per un evento che ha i connotati «indefinibili di un fenomeno della natura». Un fenomeno i cui protagonisti sono diventati ormai gli occasionali scugnizzi delle sue foto.
Chiunque provi oggi a capire quanti furono gli antifascisti militanti come De Val che presero parte alle Quattro Giornate, cercherà inutilmente le loro storie nei saggi che si occupano della vicenda. Perché è andata così? Perché siamo più o meno fermi alle foto di Capra e non conosciamo i volti, le storie e le idee politiche dei combattenti? Perché gli elenchi di nomi, che pure esistono da decenni, non corrispondono a vicende umane e percorsi di militanza, in grado di definire posizioni politiche? […]

Ecco l’indice:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Qui si ferma la promozione. Il resto tocca a voi.

 

 

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