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Posts Tagged ‘Brunetta’

20629Alfano farebbe bene a stare sul chi vive: alla sua età con la memoria corta non c’è da scherzare. Lui non ricorda più, ma per Berlusconi, condannato ad anni di galera per falso in bilancio e frode fiscale con sentenza passata in giudicato, pretendeva la permanenza in Senato e il ruolo di padre costituente, che il pregiudicato poi si è ritagliato. Per il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, accusato di un improbabile abuso d’ufficio e condannato in primo grado, il ministro, invece, più veloce del lampo, in nome della Legge Severino, ha voluto l’immediata sospensione. E non si tratta solo di un’idea che cambia. Per Alfano, dalla sera alla mattina, i colori dell’arcobaleno si sono ridotti a sfumature di grigio.
Il Presidente del Senato Grasso, ex magistrato, non ha invocato la maestà della legge e non ha mai pensato di dimettersi, quando la Corte Costituzionale l’ha informato che era stato eletto con una legge truffa, un vero e proprio inganno per gli elettori e la Costituzione. Grasso non ha gridato allo scandalo nemmeno quando la banda dei nominati sistemati in Senato come lui grazie a una legge incostituzionale, ha messo mano alla riforma della Costituzione. Come se nulla fosse, tuttavia, l’ineffabile presidente del Senato, con invidiabile scelta di tempo, ha subito chiesto le dimissioni di De Magistris.
Questa è l’Italia ormai, al settimo anno di regno di Giorgio Napolitano, alloggiato per la seconda volta al Quirinale perché – guarda un po’! – la Costituzione non vieta esplicitamente la rielezione del Presidente della Repubblica. Che è come dire: possiamo eleggerlo anche dieci volte, tanto la Costituzione non ce lo proibisce. Pazienza se la repubblica parlamentare diventa una monarchia incostituzionale. Questo è lo stato dell’arte, e il fior fiore dei «nominati», a cominciare dal candido Brunetta, punta il dito su De Magistris che non ha la «sensibilità politica» di farsi graziosamente da parte proprio mentre si sente l’odore di quattrini e i lupi affamati calano in branco dai monti, per spartirsi la torta.
Sarà l’idea sbagliata di un napoletano che non può guardare la faccenda con imparziale distacco, ma il colpo portato a De Magistris, più che figlio di un improvviso e miracoloso bisogno di legalità, sembra una pugnalata alla schiena della città. Attenti perciò a dire con Travaglio che il sindaco avrebbe dovuto dimettersi e accontentare i lupi, perché la «legalità» somiglia molto alle bandiere con cui si giustificano gli interessi inconfessabili celati dietro le guerre: guerra per la democrazia, guerra per libertà, guerra umanitaria e chi più ne ha più ne metta, ma poi si tratta sempre di oro, mercati e petrolio. Non importa nemmeno che le legge Severino sia chiaramente incostituzionale, perché cancella la presunzione d’innocenza e ha un inaccettabile valore retroattivo. Il punto è che si tratta di un colpo azzardato, che potrebbe rivelarsi un passo falso e ridare senso politico a un’esperienza che rischiava di svilirsi nel silenzio, nelle divisioni e nelle difficoltà di comunicazione. Un colpo che pare restituire De Magistris alla città per quello che è stato all’inizio: speranza di cambiamento, bastone tra le ruote dei giochi di potere, degli intrallazzi e delle larghissime intese sulle spartizioni tra i «grandi partiti», che per decenni, fingendo di farsi la guerra, hanno arricchito pessimi politici e ridotto alla fame chi già stentava.
Il rischio è che, fuori De Magistris, i soliti noti – Bassolino, Lettieri, Migliore e dietro di loro Renzi e l’alleato Berlusconi – vincano la partita e mettano ancora una volta le mani sulla città. Perché non accada, è necessario anzitutto che la difesa di Palazzo San Giacomo non si riduca a quella di un uomo. Non servirebbe al sindaco, non sarebbe utile alla causa della città. Occorre che questo sia chiaro: si tratta anzitutto di difendersi dalla peggiore speculazione, lottare per quel tanto di democrazia – sia pure formale – che sopravvive alla crisi. Se si saprà creare mobilitazione su questi temi – e per farlo occorre volare alto – forse si otterranno ad un tempo una ripresa di interesse e di iniziativa politica attorno a Luigi De Magistris e una rinnovata presa di coscienza del sindaco: senza un dialogo fitto con la gente, l’esito è scritto e lo si vede chiaro.
Per quanto mi riguarda, ho un ricordo limpido: una lontana serata di fine luglio del 2012 e una breve discussione con De Magistris sul concetto di legalità. Tutto sommato ci si intese, anche se poi non sempre mi è sembrato che il suo lavoro abbia seguito la rotta iniziale. E questo va detto. Attestarsi su una generica idea di «legalità» è stato un errore di prospettiva solo a tratti corretto. Un errore di cui ora il sindaco paga le pesantissime e ingiuste conseguenze; non è un caso se una malintesa idea di «legalità» sia la base da cui parte l’attacco che non è riuscito sul terreno politico. Occorre distinguere tra legalità e giustizia. La legalità è un’arma a doppio taglio: «legali» furono anche le condanne di Gramsci e Pertini, che certo non erano giuste o accettabili; «legale» è la condanna ingiusta che colpisce De Magistris. C’è stata una «legalità fascista» e ce n’è una che si va imponendo a sostegno della «democrazia autoritaria» che si sta costruendo. Partendo da questa riflessione, si può forse riaprire il dialogo coi movimenti, riprendere il percorso ed evitare l’accusa strumentale che si fa circolare: «così diceva anche Berlusconi». Falso, ma micidiale. Bisogna uscire da questo terreno minato e recuperare la centralità della giustizia, quella sociale soprattutto, l’elemento comune che aggregò forze diverse attorno a De Magistris.

Uscito su Agoravox il 6 ottobre 2014

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Il senso del ridicolo è un dono che manca a Letta e ai suoi ministri. Quando si trattò di vender tappeti e sbrigare la «pratica fiducia» in un simulacro di Parlamento, il Presidente del Consiglio, benché complice del mancato omicidio volontario di Profumo, non esitò a dichiarare: «La società della conoscenza e dell’integrazione si costruisce sui banchi di scuola e nelle università. Dobbiamo ridare entusiasmo e mezzi idonei agli educatori». In altri tempi, quando alle Camere c’era gente che se non altro leggeva, scriveva e faceva di conto, Letta e le sue piroette da avanspettacolo sarebbero stati sepolti sotto una risata e lì sarebbero caduti. Tutto invece filò come l’olio ed è segno dei tempi.
La scelta delle parole, si sa, non è mai neutra e dopo le coltellate di Gelmini e le virulente campagne di Brunetta, che oggi sostengono il governo delle «larghe intese», recitando da cani, Letta si guardò bene dal dare ai quei «mezzi idonei» la concretezza d’uno «stipendio europeo». In quanto alla genericità del riferimento, il neo presidente citò gli «educatori» evitando volutamente i professori. Non si trattò solo di un escamotage per risparmiarsi una parola caduta in disgrazia e ormai sinonimo di «mangiapane a tradimento»; la ragione vera era un’altra: piaccia o no, se dici professori chiami in causa una “professionalità” che andrebbe retribuita ben diversamente da quello che accade. Di qui la reticenza.
Sono passati mesi, ma la linea è sempre quella. Si va avanti così, tra pochi fatti insignificanti e un diluvio di parole vaghe e reticenti, degne del lettino d’un analista. Finora il governo Letta non ha avuto dimensione storica e qualità politica e la chiave di lettura delle sue scelte rimanda a Freud e all’analisi dei processi mentali. In una logica di equilibri tutti interni al Palazzo, infatti, ha scelto di auto paralizzarsi, nell’illusione che l’immobilismo cristallizzi il devastante conflitto di classe di cui in realtà è ormai una delle cause principali.
In questo senso va la patetica ripresa del discorso sulla scuola tentata dalla ministra Carrozza. Dopo il lungo silenzio e la ridicola altalena tra minaccia di piantar baracche e burattini, se non si tirano fuori almeno i quattrini per la respirazione bocca a bocca, e minaccia di licenziamenti, siamo tornati alle dichiarazioni d’intenti: «piano piano vogliamo riportare la scuola al centro delle strategie del governo», ha dichiarato infatti a Firenze la titolare di Viale Trastevere, parlando ai giornalisti in occasione di un convegno. Sia pure reticente, la confessione è chiara: da quando è nato, il governo se n’è disinteressato. La ministra, però, non si riferiva al sistema malato nel suo insieme, La sua preoccupazione reale, in realtà, è emersa, inevitabile come un lapsus freudiano, quando ha precisato che le politiche per la formazione vanno pensate «in funzione dell’occupazione giovanile».
C’è poco da fare. Nella neolingua adottata dal governo, cambiare la scuola per cambiare il Paese vuol dire solo pensare al mercato. Nella fattispecie a quello del lavoro. Le priorità, per Carrozza e Letta, quindi, non vanno ricercate assieme alle associazioni professionali dei docenti e agli studiosi di didattica e pedagogia e non servono nemmeno ingegneri per frenare l’inarrestabile degrado del patrimonio edilizio scolastico. Interventi e priorità, ha chiarito la Carrozza, riguardano il ministro dell’Economia. Sbaglia, perciò, chi, fermo a Socrate, vede nella scuola lo strumento di formazione della coscienza critica e si perde dietro l’idea costituzionale che «l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento». La libertà del sistema formativo è condizionata dai parametri dettati dall’economia e la logica della ministra è a suo modo stringente: «Dobbiamo vedere la scuola come uno strumento per l’occupazione». In questo senso, quindi, il Governo parla di centralità del tema dell’istruzione. Il giorno in cui potremo provare a Marchionne, alla Troika e a Confindustria che stiamo puntando davvero «sull’alternanza scuola-lavoro» o meglio, su percorsi che «vedono uno scivolo verso il lavoro», allora saremo usciti da una crisi culturale che è anzitutto analfabetismo di valori. Una crisi che chiama alla mente l’Italia di Coppino e della lunga lotta per l’alfabetizzazione delle masse. In quanto allo stato fatiscente delle strutture, il governo danza il minuetto con le parole. Ci vuole rapidità: «Dal bando all’assegnazione, fino al cantiere occorre troppo tempo e bisogna velocizzare il processo per l’edilizia scolastica». Carrozza lo sa e proclama: «stiamo lavorando alla semplificazione e alla sburocratizzazione». Sburocratizzare non è cosa da poco. Poi, certo, giunti al dunque, occorreranno quattrini, ma qui tutto diventa vago. E’ vero, «la società della conoscenza e dell’integrazione si costruisce sui banchi di scuola…», ma di ridare mezzi idonei agli educatori, nessuno parla più. Per tirar fuori i soldi il governo pensa forse a corsi accelerati per la moltiplicazione dei pani e dei pesci; per il momento è il solito bla bla: si pensa «a una valutazione dei fondi immobiliari» e si va, cappello in mano, a elemosinare «una misura di finanziamento alle nuove scuole anche attraverso la Banca europea degli investimenti», mentre i controllori europei son lì per stringere il cappio.
Incredibile a dirsi, nessun giornalista azzarda la bestemmia: «e i soldi dei cacciabombardieri?». In uno Stato che ha per Corano il mercato selvaggio e le guerre umanitarie, bestemmiare è reato grave. Si dice che la storia non insegni niente e forse è vero. Bisognerà convincersi che anche la cronaca è una docente scadente. Ognuna delle ragioni per cui la Turchia brucia vive e opera nella nostra realtà quotidiana. Come se non c’entrassero nulla, però, Letta e i suoi ministri continuano a raccontarsi un Paese che non c’è.

Uscito su “Fuoriregistro” il 15 giugno 2013

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Non si comprende bene ciò che significa il ddl 953 (già legge Aprea), se non si hanno presenti l’articolo 3 della Costituzione, che attribuisce alla scuola il ruolo essenziale di rimozione degli ostacoli che impediscono il pieno esercizio della cittadinanza, e l’articolo 5, che limita il campo delle autonomie locali alle esigenze del decentramento amministrativo. Sono questi articoli che danno valore di dettato costituzionale alla libertà d’insegnamento e all’istituzione della scuola della Repubblica per sua natura gratuita e obbligatoria.
Non ci sono dubbi: letto senza pregiudizi, il Decreto 953 si rivela del tutto incompatibile con i vincoli normativi definiti dalla Carta costituzionale. E non si tratta, come si tenta di insinuare da più parti, di un giudizio nato all’interno del mondo della scuola per ragioni puramente ideologiche, spinte conservatrici e ostilità preconcetta a non meglio identificati venti di cambiamento. E’ vero, al contrario, che il governo affronta una questione di fondamentale importanza per la società italiana come se si trattasse di una dettaglio privo di rilievo, senza coinvolgere in alcun modo né i cittadini, che non possono certo essere estranei o indifferenti nei confronti della scuola, né i docenti e gli studenti, che la scuola la “fanno” e ne vivono perciò la realtà e i bisogni. E’ inaccettabile che l’ex legge Aprea, mutata in alcuni dettagli ininfluenti, si faccia passare sotto le spoglie di un anonimo decreto, nell’ombra fidata degli incontri tra segreterie dei partiti, e si discuta “al chiuso”, in Commissione.
Nel merito, la legge, prodotta da politici piovuti in Parlamento dall’alto, cancella gli organi collegiali, nati dai decreti delegati nel 1974, sotto la spinta di un “riformismo” prodotto dal basso, e li sostituisce con organi di autogoverno che ciascuna scuola regolamenta a suo piacimento, con un suo statuto e propri regolamenti. Non bastasse questa sorta di Torre di Babele, la legge consente a privati e soci in affari di entrare in pompa magna negli organi di governo della scuola, compreso quello che si occupa della valutazione, il nuovo feticcio del neoliberismo.
All’intelligenza del ministro Profumo e dei suoi sottosegretari Rossi Doria e Ugolini, tutto questo appare materia priva di importanza nazionale.

La verità, per tornare al contesto del dettato costituzionale, è ben diversa, perché è evidente che una scuola statale affidta a una pluralità di principi soggettivi, fissati in statuti e regolamenti autonomi, l’uno diverso dall’altro e magari contrapposti, significa creare una istituzione che non ha nulla a che vedere con il sistema formativo diseganto dalla Costituzione. La legge ha una sua logica interna e produce un effetto devastante: non avremo più un sistema formativo fondato su caratteri comuni a livello nazionale, ma una miriade di “aziende”, legate a scelte discrezionali, diverse e – perché no? – divergenti. Non più una scuola della Repubblica, quindi, ma migliaia di repubbliche chiamate scuole, l’una scollata dall’altra, tutte condizionate delle più svariate ingerenze di interessi privati particolari e dal ruolo predominante del capo d’Istituto, cui corrisponde l’indebolimento di quello svolto da docenti e studenti. A ben vedere, una vera nebulosa di repubbliche autoritarie. E’ l’epilogo fatale di una concezione dell’autonomia voluta dalla sedicente “sinistra” di Berlinguer, che sin dall’inizio minacciava di stravolgere la natura di una scuola nata come patrimonio della Repubblica, chiaramente definita da una Costituzione che fissa i criteri oggi violati: il finanziamento esclusivamente statale, per vincolo di legge, della scuola della Repubblica e la sua distinzione netta da quella privata, finanziata invece esclusivamente e per obbligo di legge dalla proprietà privata, senza alcun concorso di denaro pubblico.
Così stando le cose, non ci sono dubbi: Aprea e i nominati che la sostengono, stanno disegnando una scuola che rinnega i principi su cui si fonda il sistema formativo voluto dai deputati eletti nell’Assemblea Costituente. Anche da un punto di vista puramente linguistico, che non è ovviamente formale, ma sostanziale, Aprea e Profumo si collocano agli antipodi del dettato costituzionale. Cercare nella Carta costituzionale una scuola definita “servizio”, un sistema formativo degenerato nell’indeterminatezza del “bene comune” o, peggio ancora, nell’ambigua formula della “comunità educante” sarebbe fatica vana. In quanto al linguaggio mutuato dal mercato, di cui l’esempio classico è l’offerta formativa, chiunque può da solo verificare: siamo su un altro pianeta. In un quadro di valori fatto di un merito anteposto alla solidarietà e di una qualità che sfocia nella concorrenza, Aprea volutamente nega il ruolo primario della rimozione di ogni ostacolo, sia economico che sociale, della promozione dell’eguaglianza tra cittadini come garanzia di libertà e democrazia.

Passa in Parlamento, senza discussione tra i cittadini, il frutto avvelenato di un leghismo inaccettabile nella sua ispirazione separatista, figlio di un volgare, acritico e astorico egoismo regionalista, che sacrifica il principio della pari opportunità e mette a repentaglio il ruolo di un sistema formativo che muta col mutare dei “confini” territoriali, per fare del Nord un corpo estraneo al Sud e disarticolare la Repubblica. Passa per la porta di servizio, ma non fa danni minori, un attacco alla libertà d’insegnamento, delineatosi nelle reiterate richieste di “controllo” politico sui libri di testo, nell’imposizione di una “verità storica di Stato”, che legge le foibe in senso antislavo e anticomunista, che aggredisce l’antifascismo e la Resistenza, spezza il filo della trasmissione della memoria come patrimonio comune delle diverse generazioni e apre la porta a un autoritarismo di fatto. Aprea segna così la fine della scuola della repubblica e dimostra che anche in questo delicatissimo campo della vita nazionale, la crisi si fa strumento di un progetto politico sempre più chiaramente orientato in senso classista, sempre più connotato come attacco ai diritti e alla democrazia di cui è garante per quello che può una Costituzione che non è figlia del “libro nero del comunismo”, ma del compromesso tutto sommato nobile tra forza di ispirazione antifascista, siano state esse moderate o progressiste .
In questa bufera fare scuola, difendere la libertà del pensiero critico, la trasmissione quanto più possibile corretta e pluralista della nostra memoria storica, della nostra identità culturale e del patrimonio di lotte sociali che sono garanzia di un rapporto fecondo tra le generazioni, non è impresa facile, ma sarebbe davvero un crimine rinunciare alla lotta. Un insegnante privato della libertà d’insegnamento non può più assolvere alla sua funzione docente. Si può piegare il capo, in fatto di stipendi, non si può cedere sul terreno dei principi. I titolari della scelte dei contenuti e delle impostazioni metodologiche e didattiche sono i docenti e nessuna legge può legalmente imporre a un insegnante della scuola statale di dipendere su questo terreno da soggetti e interessi privati, da finanziatori e sponsor che si statuiscono allo Stato. A scuola non possono esistere altri “datori di lavoro” se non le Istituzioni repubblicane definite e riconosciute dalla Costituzione. E’ tempo di obiezione di coscienza o, se non dovesse basta, tempo di una lotta senza quartiere della quale la responsabilità è tutta e solo di chi ha scelto la via autoritaria. Noi siamo di fronte a un dilemma tragico: ubbidire a una violenza legale – come avvenne ai tempi del fascismo – o sopportare con coraggio e fermezza le conseguenze di un no. Ed è chiaro a tutti: più numerosi saremo, più possibilità ci saranno di limitare i danni. Da Bassanini a Brunetta si è lavorato per condurci al bivio. C’è chi dice che questa legge si tiene volutamente al limite della legittimità costituzionale e si prepara alla resa mentre il Ministro Profumo programma aumenti d’orario e diminuzione di stipendi: “più bassi per chi vuole lavorare solo la mattina“, uguali a quelli attuali “per chi accetta l’aumento delle ore“. Chi è più attento coglie la portata della ferita arrecata al tessuto democratico del Paese, intuisce che un attacco eversivo viene ormai apertamente dall’alto e sa che di fronte abbiamo un bivio: ci tocca scegliere tra dignità e quieto vivere, rassegnata vergogna e orgogliosa ribellione. La sorte della democrazia, i diritti conquistati lottando e il destino stesso dei nostri figli, tutto è ancora nelle nostre mani.

Uscito su “Fuoriregistro” il 12 ottobre 2012

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Per Berlusconi era l’«azienda Italia» e ne menava vanto: a guidarla l’aveva voluto il «popolo sovrano». Il voto non è dettaglio banale, ma dopo il lavoro forsennato dei curatori d’immagine e le utili idiozie dei pennivendoli, l’amore per la democrazia si fa passione per la «sobrietà». L’opinione pubblica si costruisce: è la fabbrica del consenso che si studia nelle scuole non a caso ridotte alla fame. L’intelligenza critica non cede al ricatto dello spread.
Monti, che pare vada per la maggiore, nei sondaggi sarebbe al 50%, ma si finge d’ignorare che metà degli elettori non intende votare, sicché il dato reale d’un consenso virtuale non va oltre il 25%. Ai rischi legati a statistiche manipolate è molto attento il libero insegnamento, ma Profumo dovrebbe saperlo: chi investe in formazione punta sui tempi lunghi e lavora quasi a futura memoria. Sapendo che è un imbroglio e nell’aula sorda e grigia sta in piedi solo col voto dei nominati di Berlusconi, Monti va in scena col nuovo che avanza, raffina l’arroganza padronale del suo predecessore-sostenitore e specializza l’impresa: la sua «azienda Italia» è ora una «merchant bank» che, per dirla volgarmente, fa intermediazione finanziaria, colloca titoli, trasforma risparmi in capitale di rischio, arricchisce così le “sue”banche e manda alla malora la povera gente. Per farla breve, se Berlusconi badava alle imprese di famiglia, Monti sfascia le famiglie per aiutare le imprese che l’hanno messo dov’è. E’ un gioco di specchi.
Per il «self-made man» il «mattone era volano dell’economia»; il professore mette all’arco altre frecce e tira colpi con la miope sicumera di chi passa per scienziato. In comune, però, i due hanno una verità di fede: il capitalismo, sottratto al destino dell’evento storico che nasce, cresce e muore. Entrambi, forzano verso l’idealismo la filosofia della storia che, farsa o tragedia, nei fatti si ripete, in un delirio di astrazioni estraneo alla fenomenologia storica degli avvenimenti. A scuola, ove la Grecia di Socrate ancora non prende ordini dalle banche, c’è chi ricorda il dissidio tra platonici e aristotelici, con l’anatomista che mostrava nel cervello il centro del sistema nervoso e l’aristotelico, gelido e tronfio, che a stento concedeva: «se Aristotele non avesse affermato ch’è il cuore il motore del nostro sentire, direi che hai ragione». Si andò avanti per secoli così.
Il nuovo che avanza non vola più alto e tiene per assioma che il debito si è accumulato per colpa dei lavoratori che – ipse dixit – hanno vissuto al disopra delle proprie possibilità. E va per la sua strada: paga gli strozzini e sacrifica dignità e diritti al feticcio del mercato. Metafisica, direbbe Comte, ma non c’è scampo. Triviale avanspettacolo berlusconiano o humor volgarmente britannico di Monti, non c’è limite all’indecenza: dai laureati sfigati al titolo di studio svalutato, dall’oltraggiosa monotonia del posto fisso, all’impresa da aprire con un euro, al giovane che non è imprenditore di stesso, alla sperequazione livellata in basso per smantellare le tutele, tutto fa a pugni con la realtà, la banca che non concede mutui, il lavoro, quale che sia, sfruttato, il futuro negato; tutto è propaganda di guerra e la differenza è solo un’apparenza. I velinari hanno versato fiumi d’inchiostro sul loden e il doppiopetto ma se Berlusconi avesse parlato di posto fisso coi toni di Monti, se di articolo 18 avesse discusso Sacconi con le parole di Fornero, se Brunetta avesse attaccato gli studenti lavoratori come Martone, l’enfant prodigio che “brucia le tappe“, qualcuno l’avrebbe detto: sono pugni allo stomaco della democrazia.
A scuola, con lo scandalo della Banca Romana diventa subito chiaro: la storia del debito è un imbroglio scandaloso. Ai più bravi, poi, di questi tempi, chi può fa leggere con la dovuta cautela un celebre brano sull’Economia Politica alla Monti, sui problemi di una teoria storica sulle scienze e sulla «inutilità delle pretese scientifiche dei nostri economisti» ai quali manca lo «spirito abituale di razionalità positiva che credono di aver trasferito nelle loro ricerche». Un paradosso anacronistico di Comte, se ogni parola di Monti, che solo due mesi fa ha scoperto l’esistenza di pensionati a 500 euro mensili, non confermasse il giudizio e non lo completasse: sacerdoti di un liberismo che parte da verità di fede, Monti, Fornero e soci sono «inevitabilmente estranei […] ad ogni idea di osservazione scientifica, a ogni nozione di legge naturale, a ogni sentimento di vera dimostrazione». Senza giungere a Marx, converrebbe anche Keynes: non hanno saputo applicare «convenientemente alle analisi più difficili un metodo del quale non conoscono affatto le più semplici applicazioni», sicché, «l’insieme delle loro opere manifesta [ ..], ad ogni giudice competente ed esercitato, i caratteri più decisivi delle concezioni puramente metafisiche».
Avanti così noi non andremo a lungo: la nostalgia per l’umanità del passato esploderà in rabbia.

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Legge finanziaria. La parola al segretario dell’opposizione che non c’è:

E’ vero, se il Titanic affonda, affoga anche la prima classe. E affoghi, perdio! Affoghi! La seconda e la terza classe sono completamente vuote: la strage l’avete fatta prima. Non è vero che siamo tutti sulla stessa barca, come ripetete ossessivi e terroristici, non solo voi maggioranza, ma i giornali del regime, i sedicenti esperti e il loquacissimo Quirinale. La povera gente è affogata da tempo e chi ancora si tiene a galla, dio sa come e in che disperate condizioni, la povera gente, se vi salverà, l’ammazzerete domani a tradimento: tasse, balzelli, manganellate e galera a volontà. Andate alla malora, voi e la vostra nave. Noi, chi di noi è sopravvissuto alla vostra barbarie, ha solo un modo per potersi salvare: essere l’iceberg del vostro stramaledetto Titanic. E’ questo che occorre. Null’altro, prima che i vostri scherani armati a costo del nostro sangue, sangue nostro possano versare nelle piazze ribelli.

Voi, che avete annegato la solidarietà nel Mediterraneo per scatenare guerre tra i poveri, voi che a Genova ci avete torturato, voi che ai giovani negate il lavoro in nome del profitto e ai vecchi imponete di lavorare fino alla morte, voi che difendete i vostri privilegi con infami galere, voi che col vostro mercato ci affamate, voi che incarnate alla perfezione l’uomo lupo di Hobbes, voi, proprio voi domandate aiuto per il vostro Titanic? Tanto osate?

Voi siete i lupi e noi siamo l’agnello. Noi siamo il peggio del Paese, voi l’avete detto. Brunetta, Sacconi, Gelmini: noi siamo la feccia, siamo i fannulloni. Il patto che proponete va contro natura. Affondate. Siamo al punto in cui non abbiamo altro da perdere e possiamo guadagnare un mondo. Voi siete i nostri nemici naturali. O vi rassegnate alla resa e vi rendete nostri prigionieri, o non sperate aiuto. Non l’avrete. State zitti e lasciateci godere lo spettacolo: affonda la barca dei padroni.

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In maniera subdola, i pedagogisti che fanno capo al PD si schierano per le prove Invalsi e non fa meraviglia. Berlusconi e Gelmini hanno solo chiuso il cerchio e non a caso quel galantuomo di Berlinguer ha elogiato più volte il ministro della distruzione. Come si può, rispondiamo tutti. Io ci ho provato così. Ma è come affrontare i tank con una cerbottana…

Si dice – e l’attenzione va alle prove Invalsi – che “il test è uno strumento di indagine finalizzato a rilevare dati oggettivi“. Si aggiunge, con rivelatrice “prudenza difensiva” – che è vero, sì sono strumenti “poveri” e ce ne sono di più “ricchi“. I “reattivi, le conversazioni mirate, certi tipi di questionari, gli elaborati scritti. Nasce così il paradosso di un riconoscimento che afferma e nega: ci sono strumenti “ricchi” ma scegliamo quelli “poveri“. Perché? Anacronistica passione proletaria? Evidentemente no. Nobile o ignobile, sono punti di vista, la ragione è un’altra. E’ che la Costituzione, sputacchiata in tema di privatizzazione del sistema formativo, guerra, uguaglianza di fronte alla legge, libertà di stampa, opinione, ricerca, diritto allo studio e chi più ne ha più ne metta, la Costituzione formalmente c’è, esiste ancora e, se qualcuno ne ha bisogno, la tira in ballo per sostenere tesi peregrine, allinearsi al potere e far la guardia armata del “pensiero unico“. Quel pensiero che sottende il sedicente “mondo globalizzato” e tiene insieme, di volta in volta, senza problemi di comune senso del pudore, Gheddafi e Berlusconi, la “democrazia” di Obama e il cinese disprezzo dei diritti umani.

La Costituzione, quindi. Ecco la colpevole del paradosso! I test Invalsi non hanno grandi pretese, ma c’è un obbligo: “verificare“. Cosa? Se si sono raggiunti finalità e obiettivi prescritti da Indicazioni nazionali e norme generali pubblicate dal Miur, il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca, non più pubbliche, ormai, ma qui siamo permissivi e della Costituzione antifascista … ce ne freghiamo. Lo prescrive e fa comodo stavolta rispettarla.
Si sussurra anche, ma puntuali piovono smentite, di utilizzazioni politiche improprie, che starebbero a cuore alla tecnocrazia: valutare scuole e docenti come fossero aziende e “quadri“, a fini retributivi, dividere i fedeli dagli infedeli al verbo del Capitale, “orientare” l’insegnamento verso “obiettivi formativi” cari a Confindustria e in linea con la mercificazione del sapere che impazza nel letamaio nobilmente etichettato come “Unione Europea”. Che dire? Sarebbe auspicabile, anzitutto, una verifica della competenza del Ministero, ma qui la docimologia fa posto alla politica e conta solo il consenso, che, tuttavia, non è sinonimo di competenza.

Certo, una verifica nazionale delle competenze, che non sia decontestualizzata, che punti ad accertare, in primo luogo, se stiamo tirando su intelligenze critiche e cittadini che non si rivelino poi “bestiame votante“, che investa più risorse, dove più si registrano insuccessi e problemi, una verifica nazionale di questo genere sarebbe non solo necessaria, ma auspicata da tutti gli insegnanti degni di questo nome. E sono la maggioranza, checché ne pensino Gelmini, Brunetta e Berlusconi. La resistenza non nasce dalla volontà di chiudersi in classe e fare da riferimento di se stessi. Si chiedono, piuttosto, verifiche che non abbiano fini aziendalistici, non accertino semplicemente il numero di chi sa quanto fa due più due, ma mostrino anche quanti hanno capito che la somma di due asini e due gatti non fa quattro. Verifiche che riconoscano il valore “relativo” di un risultato, perché, teorie a parte, che due più due faccia o no quattro, una cosa è che risponda bene il figlio d’un analfabeta, in una classe piena zeppa d’immigrati abbandonati a se stessi, in una scuola fatiscente che non ha un soldo da spendere, un’altra che risponda – o non risponda – chi alle spalle ha famiglia colta e benestante, in una classe “equilibrata“, con un “numero di problemi” e un rapporto numerico docenti-studenti accettabile, in una scuola attrezzata che ha risorse da investire.

A Scampia, terra di camorra, il gatto non esiste, c’è la “iatta“, femminile che comincia per i, e il topo si chiama “zoccola” maschile che comincia con zeta. I maestri, meglio se non “unici, “creeranno” gatti e topi in un percorso che non si misura coi parametri della “Milano bene”. Se l’Ispettore o l’Invalsi di turno si presentano a metà del percorso, coi loro test sul gatto e sul topo e, come accade talvolta, con le domande “à la page” sui colori dei pois della cravatta di papà, il risultato è uno e già noto e la domanda antica: chi custodirà i custodi?. Tra ragazzi e docenti, a Scampia, ci sono intelligenze lucide e valorose. E’ mancato sinora lo Stato. Se ora, si presenta per “verificare”, benvenuto. Nessuno ricordava più che esistesse, ma va bene. Per favore, però, prudenza e umiltà. Non sono i gradi a fare i buoni generali.

Uscito su “Fuoriregistro” il 12 marzo 2011

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Qualcosa di attuale? Direi di sì. Basta leggere:

«Siccome la stampa è un elemento prezioso, in ragione di questa funzione altissima bisogna creare anche i doveri e la disciplina relativi. Quando si pensa che per gelosie editoriali e per miserabili insuccessi di vendita, all’infuori dell’odio di parte, si possono gettare in discussione le cose più delicate della nostra vita politica, e dare le notizie assurde, fantastiche, sensazionali, che creano allarmi e danneggiano il credito, non la sospensione ma la condanna di un tribunale e la fustigazione sarebbero le punizioni adeguate».

Di chi è? Non è facile dirlo, perché da tempo capita spesso di leggere o ascoltare interventi di questo tipo su argomenti così delicati e, a ben vedere, la riflessione non giunge certo nuova. Nel cliché del conduttore televisivo moderato, attento agli equilibri politici, all’audience e alle sue decisive ragioni, l’articolo è solo un “tentativo serio e onesto di ragionare sull’informazione senza noiose ingessature ideologiche del Novecento“. E non ci sono dubbi: pochi dissenzienti. Non dico tutti, ma il nuovo che finalmente avanza ce lo vedranno in molti e non mancherà la nota polemica di chi da tempo invita a smetterla di maledire il tempo nostro “incolto”. Chi è? Inutile insistere, per ora. Più che sull’autore, la gente si ferma giustamente sui contenuti: Quale ruolo per la stampa oggi? Quali i poteri e i limiti di chi “fa opinione“? Non son cose da poco e non è il caso di levar gli scudi per “lesa maestà“. Il tema è complesso – la libertà di stampa – però diciamolo: ce ne riempiamo la bocca ogni giorno, s’è fatto un gran parlare di “bavaglio” a giornali e televisioni, ma è chiaro che occorre regolare la discussione. Inutile insistere su una libertà astratta senza approfondire il concetto. Cos’è la libertà? Occorrerà pur darne una definizione. Una “penna felice” e, per suo conto, nota s’è già posto il problema e una risposta l’ha tentata. Senza arroccarci come giacobini integralisti del pensiero liberale, leggiamo e vediamo che dice. Può darsi che una lettura attenta riveli la firma:

«Ma che cos’è questa libertà? Esiste la libertà? In fondo è una categoria filosofico-morale. Ci sono le libertà: la libertà non è mai esistita» e un Governo ha «il diritto di difendersi».

Brunetta, Sacconi, o il capo in persona, Berlusconi? Lasciamolo da parte l’autore. Piaccia o no, prima dell’inevitabile discussione, c’è un dato inoppugnabile che conta forse anche più dell’autore. Buona parte del Paese vota per un governo che lo dice chiaro: regolamentare la stampa non è una misura eccezionale. Chi è che non ha letto cose di questo tipo negli ultimi tempi e non ha trovato pronto il salotto buono che, sotto l’occhio vigile delle solite telecamere ne ha discusso, senza scatenare mai un insanabile scontro politico? Ci sono contributi d’ogni tipo, basta scegliere a caso e poi se ne discute. L’autore, la matrice ideologica? Ma quale ideologia? Poi vedremo l’autore. Conta, per ora, la grande attualità delle critiche e, pur nei toni decisamente aspri, la modernità delle soluzioni individuate:

«Mentre in questi ultimi mesi tutto è cambiato in Italia, una parte di quel giornalismo che in mille occasioni ha dimostrato di non meritare la sconfinata libertà concessa a molte delle sue penne criminose, è rimasto quello che era. Giornalismo da macchia e da libelli torbido e tortuoso. Ed è questo il giornalismo che oggi sbraita e si scandalizza […]. Ubriaco, invasato della inverosimile potenza della sua penna senza scrupoli, questo giornalismo crede oggi con l’agitarsi, di poter commuovere l’opinione pubblica […] per permettere il perpetuarsi delle campagne tendenziose, delle diffamatorie congiure a danno della buona fede delle masse che non hanno nessun mezzo di controllo. Il Governo ha il dovere di salvaguardare la tranquillità di queste masse».

E si potrebbe andare avanti senza fermarsi. Tutto s’è detto così, toni e parole, in questi ultimi, drammatici due anni. Tutto. Nel consenso vittorioso delle urne. Tutto riguarda il presente. Che importa ai lettori se il giornale è “Il Popolo d’Italia” e l’autore degli articoli è Benito Mussolini? [1]? Era l’Italia fascista del 1923. Noi che c’entriamo? Qui regna la democrazia.

1) La stampa e la sua libertà, “Il Popolo d’Italia”, 15 luglio 1923; La fiducia al Governo con 303 voti, “Il Popolo d’Italia”, 17 luglio 1923; Battaglia di una minoranza di giornalisti contro il decreto sulla stampa, “Il Popolo d’Italia”, 22 luglio 1923.

Uscito su “Fuoriregistro” il 23 novembre 2010

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