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Posts Tagged ‘Piazzale Loreto’

Mussolini_e_Petacci_a_Piazzale_Loreto,_1945La foto di Mussolini e dei gerarchi esposti a Piazzale Loreto è indiscutibilmente tragica e non ci sono dubbi: qualcuno tra quelli che inveiscono e oltraggiano i cadaveri era stato fascista. Così va la vita e non c’è che fare. Da un po’, tuttavia, i commenti delle anime pie, i giudizi moralistici, il dissenso e l’aperta condanna della violenza partigiana si sono moltiplicati. Non sarà male perciò ricordare che proprio lì, a Piazzale Loreto, alcuni mesi prima, il 10 agosto del 1944, quindici partigiani erano stati trucidati dai militi repubblichini che operavano con le SS, le famigerate forze di sicurezza naziste.
Pochi giorni prima, l’8 agosto, in viale Abruzzi, un autocarro tedesco era saltato in aria in seguito allo scoppio di due bombe.C’erano state vittime tra i passanti ma non era morto nessun tedesco. I partigiani, che in genere non si nascondevano dietro un dito, non si assunsero la responsabilità dell’attacco. A Milano i Gap erano guidati dal comunista Giovanni Pesce, combattente di Spagna, reduce dal confino politico a Ventotene e medaglia d’oro al valor militare. Uno dei più esperti e coraggiosi comandanti partigiani, particolarmente abile nella guerriglia urbana. Tutto lascia credere, perciò, che non aveva torto il Tribunale Militare di Torino allorché, nel 1999, processando in contumacia Theodor Saevecke, capo dei servizi di sicurezza tedeschi e della Gestapo, la Polizia Politica, ritenne l’attacco al camion un colpo premeditato dai nazisti, che miravano evidentemente a rendere i partigiani odiosi alla popolazione, per isolare la Resistenza. A cose fatte, Saevecke, che alla fine della guerra si trovò sulla coscienza quasi molte centinaia di ebrei deportati e numerosi partigiani morti sotto tortura, tirò in ballo il bando di Kesserling, benché non ci fossero stati tedeschi uccisi, e pretese la rappresaglia, con la fucilazione di quindici partigiani italiani prigionieri.
Piazzale_Loreto_10_agosto_1944Non contento, dopo la strage, avvenuta il 14 agosto, il boia di Piazzale Loreto ordinò che i cadaveri, definiti “assassini” da un cartello tirato su per l’occasione, fossero lasciati sul posto senza essere ricomposti, atroce monito per la popolazione. Come i criminali tedeschi e fascisti avevano previsto, le vittime si decomposero rapidamente sotto il caldissimo sole estivo davanti agli occhi della città atterrita. Venti lunghe ore, tra nugoli d’insetti, un’insopportabile puzza e l’oltraggio feroce alla pietà e alla dignità umana. Venti ore, coi fascisti armati che vietarono a tutti, persino ai parenti, di portare un fiore o chinarsi a pregare.
Mussolini, che si limitò a una formale protesta con l’ambasciatore tedesco, di li a poco prese il posto delle sue vittime. Non ci sono giudizi morali da pronunciare. Dopo settant’anni, si possono solo ricordare i nomi onorati dei quindici partigiani, gridando con tutte le forze:
Ora e sempre, Resistenza!

Gian Antonio Bravin, Giulio Casiraghi, Renzo del Riccio, Domenico Fiorani, Umberto Fogagnolo, Tullio Galimberti,Vittorio Gasparini, Angelo Poletti; Andrea Ragni, Eraldo Soncini, Libero Temolo, Vitale Vertemati e i meridionali Andrea Esposito, Salvatore Principato ed Emidio Mastrodomenico.

Non sapevano di morire per la libertà di gente come Salvini.

Fuoriregistro, 24 aprile 2015 e Agoravox 25 aprile 2015

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Copia di 122226371320146_PUPO2Palazzo Chigi produce l’ennesimo capolavoro. Manca solo la colonna sonora; qualcuno suggerisce “Bella Ciao”, ma non si vorrebbe suonarla a Piazzale Loreto. Dopo “La cura Monti” e “L’omicidio Letta”, il copione è pronto e il titolo è tutto un programma: “Renzi shock”, l’ha chiamato il regista Napolitano. Da mesi ormai l’asta batte e ribatte sulla tavoletta e il rumore secco scuote i torpidi addetti: “Ciak! Motore, azione! Silenzio! Si Gira!”. Puntualmente, però, qualcuno sbaglia e si ricomincia.
Dopo la lacrimante Fornero, ministro del lavoro e delle politiche sociali nel disastro guidato da Monti, tocca ora alla sorridente Madia, Dio sa perché ministro della Pubblica Amministrazione nel governo incubo guidato dal pupo fiorentino. La Fornero bloccò gli insegnanti in servizio nell’anno 2011/2012 e non li mandò in pensione; il puffo di Rignano aveva solennemente promesso di voltare pagina, poi, come al solito, è cambiata la scena. Ciak! Motore, azione! Silenzio! Si gira!” e i docenti sono stati bloccati di nuovo con la valigia in mano sul piede di partenza. I conti ormai non li sa fare nessuno, nemmeno quelli facili facili che basta un pallottoliere. Mancano 45 milioni di euro: l’illusionista fiorentino se li è fregati per darli ai generali.
Le cose ora stanno così: trovati i soldi per le pallottole afghane – 450 milioni di euro sull’unghia in fruscianti biglietti firmati Bicciè – non c’è un soldo bucato per i sempre più vecchi docenti da pensionare e ormai pare chiaro: i 4.000 mila “Quota 96” in pensione ci andranno a novant’anni.
Il pupo fiorentino che governa l’Italia è come la Regia Marina: ciò che dice la sera non vale la mattina.

Uscito su Fuoriregistro il 5 agosto 2014.

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Al Prefetto di Pordenone, che per il 25 aprile intendeva proibire “Bella Ciao”,
a chi a Roma ha pensato che la Costituzione sia cartastraccia e ha vietato le manifestazioni,
ai poliziotti che a Piazza Barberini hanno preso a calci in faccia i manifestanti,
a chi pensa di essere abbastanza forte da imporre l’ingiustizia,

sarà bene spiegare che domani l’Italia fa festa proprio perché ricorda di essersi liberata di politici, funzionari, poliziotti e ducetti convinti che bastasse proibire, picchiare e arrestare per costringere la gente a subire. Domani chi conosce la storia ricorderà che Piazzale Loreto ha due volti, entrambi tragici.
ImmagineIl primo, disegnato da chi ciecamente pensava di poter avere ragione con la forza, si presentava con i lineamenti agghiaccianti di una strage. Dieci agosto 1944, quindici antifascisti fucilati, i corpi uno sull’altro, un cartello che li definiva «assassini», militi di sentinella, attorno ai corpi scomposti e insultati, assieme ai poveri parenti accorsi sul posto. Così, sotto il sole di agosto per un’intera giornata. Si era ottenuto lo scopo? La gente, terrorizzata, aveva rinunciato a lottare? No, non ci fu nessuna rinuncia. Il calcolo era completamente sbagliato. Proibire, arrestare, picchiare, non ferma i popoli che chiedono giustizia sociale. Quando fu chiaro era tardi e – piaccia o no – il 28 e il 29 aprile Piazzale Loreto, di nuovo insanguinato, spiegò a potenti e prepotenti come finisce chi pensa di rendere un popolo servo.

SARA’ BENE CHE TUTTI SE LO RICORDINO, PERCHÉ NON E’ VERO CHE LA STORIA NON SI RIPETE.

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 Il prossimo 25 aprile troverà Renzi sul palcoscenico della storia e gli vedrà recitare il ruolo che più sente suo: per istinto il sindaco fiorentino è un Lucifero, l’apice dell’inferno e un mostro a tre teste che, dopo aver tradito, divora i Inciucio_contro_i_Lavoratoritraditori. Renzi incarna il «male», ma anche la sua condanna; è il rovescio del «bene» e lo specchio della bestia umana.
Pugnalando alla schiena Letta, che aveva definito «il bene del Paese», accecato dall’ambizione, s’è guadagnato un posto di prima fila  nell’Antenora e finirà come tutti i traditori della patria. Il 12 aprile Roma glielo ha annunziato: i popoli non perdonano e prima di quanto creda si troverà sepolto dalla cintola in giù, col tronco esposto al gelo dei venti infernali, dove la tormenta è pioggia di sputi ghiacciati. Prima o poi va così per tutte le «anime prave» e c’è un principio di civiltà che afferma il diritto dei governati a scacciare – a schiacciare, se occorre – chi sogna di ridurre un popolo in servitù. Poiché la storia presenta i suoi esempi immortali e non è un cuor di leone, Lucifero, terrorizzato, ha subito chiamato in soccorso il capo dei suoi scherani, quell’Angelino Alfano comprato coi trentatré denari, che al listino dei titoli oggi valgono un ministero che conta e l’esercizio abusivo del potere. Il parricida di Berlusconi non s’è fato pregare, ma non s’è trattato certo di fedeltà. Si dice ed è vero: Iddio li fa e li accoppia. Chi ha tradito tradirà sempre, ma i due sconci compari, che Cassio e Bruto rifiuterebbero come compagni nella Giudecca, condividono la paura: prima del ghiaccio di Cocito, li attende il fuoco della piazza; o insieme faranno fronte, o insieme cadranno.
Come il suo capo luciferino, Angelino Giuda è subito entrato in azione. L’uomo del «lodo», che non esitò a far sospendere i processi a carico delle massime cariche dello Stato, per salvare il suo padrone, ha paura come Renzi. Sa bene che stavolta non basteranno i voti chiesti alla mafia di Racalmuto, sa che non si tratta di far passare nel silenzio di Napolitano e nell’indifferenza delle Camere dei Fasci e delle Corporazioni un lodo che sospenda un processo. Quello fu un gioco da ragazzi. Stavolta c’è poco da manovrare ed è solo questione di tempo: i palazzi del potere, nei quali da servo s’è fatto padrone, non reggeranno all’urto della piazza sconsideratamente sfidata.
Da che mondo è mondo, non s’è trovato manganello in grado di fermare chi lotta per i diritti negati. Anche stavolta non basteranno teppisti coperti dall’anonimato o teste rotte in piazza a ridurre al silenzio chi chiede un tetto, un lavoro e il diritto alla dignità. Non basteranno lacrimogeni a fermare una generazione alla quale si è scippato il futuro e non servirà minacciare o colpire. Giuda nei panni di Alfano racconta dì una inesistente guerriglia urbana, ma si vede che ha paura del terremoto che si annuncia, scatenato dalla violenza del potere che ha voluto incarnare; si vede che trema all’idea che lavoratori, precari, disoccupati e uomini e donne amanti della libertà, gli si rivoltino contro, uniti, per chiedergli conto del disastro che ha provocato. Conosce le domande che vengono dalla piazza, sa che occorrerebbero risposte politiche, ma non è in grado di darle, perché è ostaggio di chi ha armato la sua mano e quella di Renzi in cambio del potere. Pupi tenuti in piedi dalla benevolenza dei padroni, Renzi e Alfano hanno una sola risposta da dare alla sacrosanta protesta di un popolo stanco: la violenza. Una violenza cieca e senza sbocchi. Più teppismo poliziesco, più gas lacrimogeni, più pestaggi, più galera. Sempre di più.
«Gli attacchi di questi giorni alla polizia sono inaccettabili», sostiene Alfano dopo il 12 aprile di Roma, ma sa bene che inaccettabili sono le sue parole. «Noi siamo dalla parte degli uomini e delle donne in divisa che difendono il paese ogni giorno» afferma, ma sa bene che ormai le forze dell’ordine sono impiegate come milizia privata, braccio armato dei padroni. Lo sa e perciò, mentre parla, gli trema la mano. «Chi ha sbagliato pagherà», afferma e più che una promessa, è un’ombra pesantissima che cala sul suo futuro. Pagherà, non c’è dubbio. E non basteranno uomini armati a difendere i traditori e aspiranti tiranni: il gelo di Cocito è sempre più vicino.
La sola via di scampo, dopo la sentenza della Corte Costituzionale sulla legge Calderoli sarebbero state le elezioni col sistema proporzionale e senza premio di maggioranza. Chi ha voluto la prova di forza, ora si scopre debole e cerca soluzioni fasciste: basta diritti, basta scioperi, basta proteste in piazza… Ci provi Alfano, se la paura lo rende cieco, provi. E tuttavia ricordi: dopo vent’anni di guerra ai diritti, Mussolini prima di sparire nel Cocito, giunse puntualmente a Piazzale Loreto. Ognuno ha il 25 aprile che merita.

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L’immagine dell’Italia giunta dalla Germania è un film-denuncia che dalle nostre parti non ha superato la censura. Da noi l’informazione, serva o prezzolata, tratta i tedeschi come se avesse a che fare coi nazisti della «società del crollo» nell’«ora zero», sguazza nella polemica, evoca lo spettro della “Grande Germania” e in casa nostra non guarda. Ci voleva perciò un Parlamento straniero per ricordare a un popolo di senzastoria che il 25 aprile seguì la Resistenza e si concluse a Piazzale Loreto. Se Berlusconi fu un Mussolini, anche un cieco lo vede: è lì dov’era e tiene in piedi questo governo di pedagogisti che nessuno ha eletto, ma apertamente dichiarano di voler educare il Parlamento, in nome di un decisionismo tecnocratico che fa carta straccia della Costituzione. C’è un arbitro è vero, Napolitano, ma è distratto. Dopo aver “preso a cuore” i guai di un ex ministro, accusato di falsa testimonianza, è intervenuto impropriamente su temi di stretta competenza del Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, andando ben oltre i suoi poteri, poi, forte del silenzio del Parlamento, ha scatenato un putiferio contro magistrati che rischiano la pelle in trincea combattendo la mafia e s’è concentrato su una speciosa difesa delle sue prerogative.
In questo clima, Monti, uscito allo scoperto, sostiene che ha il dovere di salvare l’Italia e perciò deve anzitutto educare il Parlamento. Da qui, da quest’dea ossessiva d’una funzione pedagogica e didattica dell’azione di governo, i guai che toccano alla scuola. I tecnici, infatti, che stupidi non sono, sanno che per centrare in pieno l’obiettivo, educare e se necessario privatizzare il Parlamento, bisogna disarticolare le strutture che educano il cittadino. Scuola e università in altre parole, sono il vero macigno da rimuovere, poi la strada sarà tutta in discesa.
Si spiegano così le tappe forzate di un’aziendalizzazione del mondo della formazione, che parte dalla scuola e mira all’università. E’ vero, qualcuno in modo flebile e tardivo prova a resistere ma, tutto è abilmente coperto dal taglio ai diritti contrabbandato per riforme, dal polverone levato ad arte attorno a micidiali manovre, imbellettate d’inglese à la page e presentate come spending review. Nel silenzio delle Camere che mostrano ormai segni di assuefazione alla pedagogia di Monti, la proposta Aprea, tenuta in serbo dopo mille bufere, nei convulsi passaggi Prodi-Berlusconi Monti, è giunta con Profumo in vista del traguardo. Mentre l’accademia s’attarda in calcoli di bottega e a un fronte comune con la scuola ci pensano in pochi, i colpi partono duri come mazzate e vanno tutti a segno. L’aumento delle contribuzioni studentesche, manda in soffitta il diritto allo studio e mette alla porta i figli della povera gente per farne – nella migliore delle ipotesi – lavoratori rasseganti e docile bestiame votante. In quanto alla scuola statale, prima è diventata genericamente pubblica, poi è stata tramortita dall’autonomia squattrinata e dal “privato paritario” di Berlinguer. Il resto l’hanno fatto la crociata della Moratti per spostare risorse dello Stato al privato e il “giravite” sabotatore del cattolico Fioroni. Contro la Gelmini la battaglia campale l’hanno data da soli gli studenti; i docenti erano a casa, la società civile alle prese con l’immancabile colpo di sonno dei momenti decisivi e a chi diceva che, fabbrica o scuola, la guerra è proprio la stessa, s’è dato del demente. Ormai la logica di mercato portata nelle scuola e l’educazione alla democrazia che Monti propone agli scandalizzati tedeschi hanno davanti un’autostrada.
Ne abbiamo viste tante: il maestro unico e prevalente, il tempo scuola confuso col tempo pieno, il dirigente scolastico che non sa di scuola ma è bravo perché batte la concorrenza vendendo fumo, ma stavolta siamo al dunque e non serve nemmeno la foglia di fico dell’«Europa che ce lo chiede». L’Europa, anzi, ci mette in guardia: l’Italia ha un grave problema di democrazia. Però pare tardi.
Ora che l’autonomia è ridotta all’autogoverno della miseria materiale e dell’indigenza culturale e l’inevitabile crisi del sistema formativo agevola processi di disgregazione, indebolendo la tenuta democratica della repubblica, ora si ufficializza un’aziendalizzazione pensata ben prima della crisi, che non ha cause economiche e mira a colpire la scuola come presidio di democrazia. E’ per questo che si svuotano di contenuti la facoltà d’intervento concreto di docenti e studenti nella vita delle istituzioni scolastiche, per questo che si ragiona di governance garantendo poteri straordinari ai dirigenti scolastici, con l’apporto di privati e sponsor, di fronte a corpi docenti frantumanti, divisi in fasce e spinti alla solita guerra tra morti di fame: io ti “valuto”, tu ci perdi. Diventata azienda, la scuola garantirà la linea “educativa” della “proprietà”. Come accade in tutte le aziende degne di questo nome.
Il risparmio, insomma, si fa sui diritti e passerà: in questo contesto nasce storicamente ogni tragedia politica. L’esito sarà violento? Impossibile dirlo, però m’hanno colpito le parole d’un libro che ho appena recensito: “la violenza è già in campo. E’ quella di un sistema economico e politico colluso, la violenza di strutture che si muovono sul piano mediatico e non sulla realtà quotidiana, la violenza delle rivendicazioni del singolo individuo a discapito della collettività, uno contro tutti, tutti contro uno, tutti contro tutti”*.

* AA.VV., Sulla pelle viva. Nardò: la lotta autorganizzata dei braccianti immigrati, Derive e Approdi, Roma.

Uscito su “Fuoriregistro” il 7 agosto 2012 e sul “Manifesto”, col titolo Italia di incapaci, Monti pedagogista, l’11 settembre 2012

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Odio le mezze verità. Fanno più male d’una menzogna e sono pericolose come un inganno.
Il governo di Napolitano ha deciso di fare della mazzata contro lo “Statuto dei lavoratori” il forcipe per dare alla luce la Terza Repubblica”, scrive strabico Flores D’Arcais, che qui si ferma, a metà del guado, e non vede la piazza. Questo attaccare il Palazzo, senza guardare cosa accade fuori, questo tenere in conto i colpi del potere, senza dare la parola ai contraccolpi, sterilizza l’analisi e disarma le masse. Le mezze verità sono la minestra senza sale di chi si schiera al coperto e fa la guerra dalle retrovie.

Qui c’è poco da star coperti e fare chiacchiere politologiche. Il Palazzo sfida la piazza, Napolitano e il suo “governo dei padroni” sparano ad alzo zero sulla dignità del lavoratore. Non è più tempo di analisi fini a se stesse o buone tutt’al più per l’ennesimo papocchio elettorale e la millesima battaglia nei parlamenti squalificati. Un regime si va consolidando. Non sarà un intervento asettico e indolore, però, una di quelle cose tutta palazzi e niente piazze. E nemmeno sarà un minuetto, coi passi già scritti: tu decidi, io protesto, levo la bandiera e marcio in corteo, così l’onore è salvo. La servitù si impone con la forza e l’ambiguo rapporto tra legalità e giustizia sociale ha sempre macchiato di sangue le pagine della storia. Chi guarda alle nostre radici, lo vede chiaro: uomini nati alla pace – chi direbbe Salvemini un violento? – decisero di “Non Mollare“. Ne venne fuori la sfida fatalmente armata – “non vinceremo subito, ma vinceremo” – che condusse Rosselli a Gualajara e il dittatore di turno a Piazzale Loreto. No, l’intervento non sarà asettico e indolore.

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Non lo dice nessuno, ma si sa: Cota è notoriamente abortista. Non si tratta di sfatare un mito e non c’entra nemmeno il Garibaldi frà massone, pirata e faccendiere dei sussidiari sfascisti su cui si forma la gioventù leghista. In discussione, se ma, c’è il modello “culturale” – si fa per dire – che Cota, Maroni e Goisis rappresentano al meglio. Lo ha ripetuto a lettere chiare persino Napolitano, che di solito, ama collocarsi “fuori della mischia”: la criminalità organizzata “meridionale” fa affari d’oro con le complici regioni del Nord. La “questione settentrionale” del Nord leghista, perciò, non passa certamente, come piacerebbe a Cota, l’ineffabile ex secessionista, per la “pillola abortiva”, ma un problema di aborto in casa leghista esiste certamente e riguarda la scelta di interrompere lo sviluppo di un popolo civile. In questo senso, non c’è pillola più abortiva della legge elettorale di Calderoli e, da Pontida a Lampedusa, la tragedia che incombe non sono gli immigrati che ci “islamizzano“, ma le leggi sull’immigrazione che ci imbarbariscono, la scuola e la ricerca sfasciate che sopprimono la ragione critica e fanno dell’egoismo individualista italiota la base “culturale” del fanatismo scatenato dalla Lega padana.
Saviano, che il Sillabo leghista metterebbe volentieri all’indice assieme al Corano, l’ha dimostrato senza possibilità di dubbio: il sistema economico “legale”, che il Carroccio si vanta di rappresentare, non sta a galla senza quello illegale. E qui la geografia politica non c’entra; non ci sono un Sud “mafioso” e un Nord “virtuoso“. Esistono cittadini onesti – e sono italiani – e ci sono delinquenti che non hanno patria e cittadinanza, ma riferimenti politici in ogni parte del Paese. Dal mondo dell’alta moda alle sempre più malconce fabbriche del nord-est, sono in tanti a smaltire, in accordo con le ecomafie, rifiuti a basso costo in barba alle norme sull’inquinamento. In quanto alla buffonata del sedicente “federalismo fiscale”, nessuno si fa illusioni: Cota non ha mai letto gli studi di Nitti sul bilancio dello Stato. Gli farebbe bene, ma a lui basta Bossi. Dopo cinquant’anni di cieca “piemontesizzazione”, dopo vent’anni di fascismo nato e prosperato soprattutto in terre padane, dopo il craxismo che, spiace dirlo, ebbe la sua culla nella patria di Turati, “marca padana” hanno anche berlusconismo e leghismo e, non bastasse, lo spostamento di risorse dal Sud al Nord è stato tale che solo una banda di incoscienti si lascerebbe tentare dall’impresa. Si dice, mentendo, che il Sud pesi sul Nord. Basterebbe saper contare fino a dieci e usare almeno un pallottoliere per capire che non è così. Il reddito del Nord – il dato è del 2003 e oggi sarebbe ulteriormente sbilanciato – ammonta al 53 % del totale nazionale mentre al Sud è solo il 26.3 %, e non è tutto. Il 54.3 % del reddito da lavoro dipendente – vale a dire salari, stipendi, pensioni, ammortizzatori sociali e compagnia cantante – un settore in cui l’evasione è pari a zero in tutto il Paese – si colloca al Nord, mentre il sud non giunge al 25 %. La metà. Ciò significa, ad esempio, che per ogni pensione pagata al Sud, la previdenza ne paga due al Nord. In quanto ai redditi da capitale, le percentuali sono del 57,3 % al Nord e del 21,4 % al Sud. Anche qui, il doppio o la metà, a secondo dei punti di vista. Un dato per certi versi sconvolgente. Se fosse vero, ma è molto improbabile, che nel Piemonte di Cota l’evasione Irap supera di poco il 30,53 %, appare chiaro: anche se l’evasione calabrese fosse totale, il Piemonte di Cota sottrarrebbe molto più che la Calabria. Rimane il sommerso, la terra senza nome in cui miseria del Sud e ricchezza del Nord si incontrano fatalmente sul terreno degli affari sporchi. Bene, solo tre anni fa i dati relativi al lavoro nero o irregolare vedevano al primo posto assoluto con l’88,1 % la provincia di Bolzano. A livello regionale, il Piemonte di Cota col 64,4 % era di poco più virtuoso della Calabria, ma registrava dati negativi rispetto a tutte le altre aree del Mezzogiorno.
In questo quadro, non ci sono dubbi, Cota, Maroni e Calderoli sostengono il più pericoloso e immorale degli aborti: quello che nega la vita alla solidarietà. Mettano in campo, se li hanno, i minacciati 400.000 fucili, gli sfascisti in verde, ma ricordino: giocando coi numeri e le armi, Benito Mussolini mise in campo otto milioni di baionette. Non salvarono il Paese dalla disgregazione e non gli evitarono Piazzale Loreto.

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