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Posts Tagged ‘Giovanni Gentile’

00052BCC-fascisti-bruciano-i-libriIl segno caratteristico delle recenti elezioni regionali è stato soprattutto la “paura del fascismo”, simbolicamente rappresentato da Salvini nei panni del duce. Un’invenzione mediatica di forte impatto, ma totalmente priva di fondamento, che ha fatto breccia in un popolo la cui cultura di base è segnata da un forte analfabetismo di ritorno. Sarebbe bastato conoscere la storia a livello anche solo scolastico, per capire che sul piano personale dieci Salvini non valgono un Mussolini; per capire che parlare di fascismo vuol dire anche individuare tra i leghisti uomini della statura culturale e talora politica di Giovanni Gentile, Alfredo Rocco, Giuseppe Bottai, Bruno Barilli, Ugo Spirito e tanti altri, che, nonostante le gravi scelte, avrebbero molto da insegnare a Di Maio, Zingaretti, Salvini  e compagnia cantante.
Tanti, troppi elettori hanno votato per salvare l’Italia dal fascismo, ma nessuno potrebbe dire di aver visto la cavalleria di Caradonna  fare le prove generali della marcia imminente, nessuno ha visto Camere del Lavoro, giornali, case del Popolo, leghe, cooperative agonizzare sotto i colpi degli squadristi. Diciamocelo chiaro: Salvini, un teppista di tendenze reazionarie, si guarderebbe bene dall’accettare un ruolo da dittatore. Razzista per calcolo politico, più che per convinzione, non ha versato il sangue di migliaia di oppositori e non ha fatto uccidere politici e intellettuali quali Amendola, Matteotti, Gobetti e Don Minzoni, massacrati di botte e pugnalate per aver difeso la loro fede democratica. Morti sulla coscienza il leghista certamente ne ha, ma fanno il paio con quelli voluti dal democratico Minniti: giacciono in fondo al mare o sono stati uccisi dai carnefici libici e costituiscono una delle pagine più buie nella storia della repubblica. Una pagina che porta anche la firma del PD.
Confusa da una battente e fuorviante propaganda, la gente, che soffre ma non ha preso coscienza del fatto che, svuotata la Costituzione dei suoi valori fondamentali, non c’è bisogno di dittature, ha votato contro un inesistente pericolo fascista.  Siamo tornati così alla situazione di due anni fa, quando trentadue elettori votanti su cento rifiutarono di affidarsi ai responsabili riconosciuti dello sfascio del Paese: il PD, Berlusconi e la sua corte dei miracoli.
A ben vedere, il dato centrale del voto non è, come si tende a farci credere, l’inesistente vittoria del PD sul “fascismo”, che ha preso montagne di voti in Emilia Romagna e ha tolto la Calabria a Zingaretti e soci; il dato centrale è che siamo tornati a un bipolarismo pernicioso, all’alternativa tra due partiti corrotti, tra uomini che hanno governato spesso assieme il Paese e hanno prodotto la rabbia da cui è nato il partito di Grillo. E’ vero, i 5Stelle si avviano a sparire, ma per quanto tempo la speculazione sulla paura terrà a freno la rabbia che percorre trasversalmente il Paese?
Durante la campagna elettorale non si è mai parlato di autonomia differenziata, sanità, formazione, lavoro, pensioni, precarietà e guerra e non è emerso perciò il dato di fatto che fu alla radice dell’affermazione dei Pentastellati: Salvini e PD non hanno politiche diverse su nessuno dei temi centrali per la povera gente. Entrambi mirano a scaricare la  crisi sulle spalle dei più deboli. Com’era prevedibile, stretto nella morsa di un falso problema, di una polarizzazione feroce quanto artificiosa, Potere al Popolo ha avuto difficoltà a far passare un messaggio che, per la sua natura squisitamente politica, non si rivolge sterilmente contro qualcuno, ma propone scelte alternative su problemi di importanza centrale. Noi non vogliamo l’autonomia differenziata che vogliono Salvini e il sedicente antifascista che ha vinto in Emilia Romagna; siamo per un ritorno al Sistema Sanitario Nazionale pubblico, qual era quando fu varato; crediamo in una scuola che coltivi lo spirito critico e l’indipendenza di pensiero, formi cittadini e sia un autentico ascensore sociale; lottiamo per tornare allo Statuto dei lavoratori, per la cancellazione del fiscal compact e del pareggio di bilancio dalla Costituzione; noi riteniamo che la crisi economica vada affrontata in senso costituzionale secondo il principio per cui ognuno paghi secondo le sue possibilità e se se necessario si giunga a una “patrimoniale”; in senso costituzionale, siamo anche per l’abbattimento delle spese militari, che sono un controsenso per un Paese che “ripudia la guerra”.
Al di là dell’inesistente fascismo e di un antifascismo da operetta, sepolto tra i ferrivecchi e tirato fuori strumentalmente per motivi elettorali, è storicamente provato: le destre classiche e reazionarie e quella costituita dall’ultra liberista e non meno reazionario PD, non intendono mettere in campo politiche che risolvano i problemi della povera gente.
Nel collegio 7 di Napoli, nel quale si voterà il prossimo 23 febbraio, a marzo del 2018 la vittoria toccò ai 5Stelle, che sono stati poi traditi dai loro dirigenti. Io mi chiedo e chiedo a questi elettori, giunti a disprezzare con fondate ragioni il PD, Berlusconi e i suoi soci,  se per loro esistano davvero due sole alternative: disertare le urne o tornare al voto utile per sostenere Sandro Ruotolo e l’odiato PD, o abboccare all’amo dell’antimeridionalista Salvini. Mi chiedo e chiedo a questi elettori, se non sarebbe meglio, invece, riconoscere una terza alternativa, quella che, recuperando le ragioni della “rivolta elettorale” del marzo 2018, consentirebbe di contrastare allo stesso tempo sia chi li aveva disgustati, che chi li ha traditi. Se, per farla breve, non sarebbe meglio votare per Potere al Popolo, un movimento politico che non ha nessuna responsabilità per lo sfascio e la corruttela in cui affondiamo e per molti aspetti e su tanti temi non è lontano dalle loro ragioni tradite.

Agoravox, 30 gennaio 2020

 

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ImmagineHo letto con molto interesse un’acuta riflessione sul Decreto Minniti, scritta da Laura Bismuto, Consigliera DemA al Comune di Napoli. La offro ai miei tre lettori e di mio ci metto la convinzione che siamo molto più preparati di quanto si pensi e abbiamo la qualità e la passione civile necessarie a rintuzzare l’attacco. Come accade assai spesso, una riflessione ne provoca un‘altra e le ho scritto un commento che desidero riportare qui, sul mio Blog.

«Cara Laura, la volontà di distruggere la scuola pubblica, sottomettere la ricerca storica alla valutazione di agenzie governative ed estromettere gli storici dal dibattito politico dei “salotti buoni” ha avuto uno scopo preciso. Quanto accade in questi giorni costituisce il primo frutto velenoso di questo lavoro: l’imposizione violenta di quella che tu molto efficacemente definisci “pedagogia dell’ubbidienza”, Non ho trovato scritto da nessuna parte – ecco il peso del silenzio degli storici – di dove venga e quale ben definita radice culturale abbia quest’idea di “decoro” intesa come “orpello estetico che cela in sé una grave indecenza”. E’ verissimo e condivido pienamente l’autentica indecenza nasce dal fatto che chi rende la vita un inferno, precarizza, ruba il futuro e distrugge, pretenda poi di costruire una sorta di vasca per i pesci, nella quale la disperazione non ha voce e la realtà è prigioniera di una acquario. vita è un acquario. Non sarebbe andata così, se qualcuno avesse potuto dirlo: questa indecenza non è figlia di Minniti. Lui l’ha solo rubata. A chi? A un decreto del 1934, anno XIII dell’Era Fascista… E’ il passato che non passa. A noi però la storia l’insegnano i servi del potere. E dirò di più. I fascisti avevano Giovanni Gentile. Noi abbiamo Paolo Mieli. Il paragone è tutto a favore di Mussolini, Una vergogna, ma la gente non se ne accorge nemmeno. Basta ascoltare le notizie dai fronti di guerra e dai confini di terra e di mare disseminati di morti, per capirlo: se e quando la ragione si risveglierà, i nostri nipoti scopriranno che abbiamo assistito indifferenti a un nuovo e più atroce genocidio».

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Un bellissimo commento giunto poco fa da una collega per replicare a un dirigente scolastico che aveva commentato un articolo, cantando le lodi di Renzi su “Fuoriregistro”:
In bocca al lupo a Matteo Renzi che vuol fare una delle cose più difficili in Italia: cambiare la scuola, migliorare l’edilizia scolastica, premiare il merito, in un contesto dove si boicottano le prove Invalsi e come sempre si minaccia di bloccare gli scrutini!
Volere la buona scuola e attuarla sarà il compito di tutti coloro che alla scuola ci credono!
Francesco Semeraro, dirigente scolastico in pensione dal 1/9/2010″.

Potrà insistere quanto vuole il DS Semeraro, la collega lo ha fulminato:

In bocca al lupo ai nostri ragazzi. Per cambiare la scuola occorrono almeno tre qualità: cultura, onestà intellettuale e capacità di governo. Renzi è un analfabeta, sia sul piano delle conoscenze che dei valori; è molto disonesto intellettualmente, come ha dimostrato ampiamente in mille occasioni senza lasciare spazio a dubbi (e cito per tutte la vicenda Letta); in quanto alle capacità di governo, è riuscito a fare peggio di Berlusconi e pareva davvero impossibile.
Credere nella scuola? Anche Gentile ci credeva. Ciò non toglie che ne costruì una fascista, classista e nemica dei lavoratori
”.

Brava Cristina!

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bravagentePer Napolitano, tornato al Senato nei panni di Presidente emerito, lo Stato libico non è mai esistito. La storia, Napolitano, l’ha studiata in un liceo fascista e si vede che, tra libro e moschetto, il segno Giovanni Gentile l’ha lasciato. Non a caso, perciò, l’improvvida sortita conserva i caratteri inconfondibili di una visione colonialista così deteriore, che persino Italo Balbo si sarebbe dissociato.
L’ex presidente lo ignora, ma Balbo, politico evidentemente più duttile e preparato, fu così rispettoso del paese colonizzato, da scegliere una linea di distensione, che agevolò il culto musulmano e favorì l’insegnamento della lingua araba. Balbo, quindi, sapeva ciò che Napolitano ignora: lo Stato libico non solo è una entità viva sia storicamente che politicamente, ma richiede alla diplomazia quella prudenza che solo tre anni fa il nostro ex Presidente ripudiò sprezzante, inventandosi una sanguinaria reazione di Gheddafi, cui l’Italia non poteva assistere indifferente. Così, mentre la Francia faceva carta straccia del diritto internazionale, attaccando uno Stato sovrano senza mandato Onu, l’ex Presidente spinse l’Italia ad accodarsi all’aggressione. Da quella dissennata scelta nascono la tragedia libica e la «politica delle cannoniere» che, nel silenzio complice di Mattarella, taciturno ospite del Quirinale, Renzi resuscita inviando truppe e navi da guerra verso la costa libica, pronte a intervenire in difesa dei «nostri interessi».
Eppure, sin dagli anni Settanta, storici come Maurice Crouzet non solo riconobbero l’esistenza di uno Stato libico ma, ciò che più conta, individuarono le radici della nuova Libia, tornando indietro nel tempo, fino alla metà degli anni Cinquanta, allorché la Libia, benché in regime di semi-indipendenza, partecipò a Bandung alla prima conferenza internazionale dei popoli di colore, a cui non fu invitata nessuna potenza bianca. Ventinove Paesi, rappresentanti di più della metà della popolazione del pianeta, davanti a delegati sovietici e statunitensi ammessi solo come ospiti, condannarono all’unanimità ogni politica di discriminazione e di segregazione razziale e puntarono il dito sul colonialismo: «Noi abbiamo conosciuto e qualcuno di noi ancora conosce l’ignominia di essere umiliato nel proprio paese, di essere sistematicamente respinto ad una condizione inferiore […] dal punto di vista politico, economico, militare, […] razziale». Sul banco degli imputati le potenze occidentali e le loro tremende responsabilità, che una frase riassumeva meglio di tutte: «Il più sciocco e il più vile degli ubriaconi era il superiore degli uomini migliori del popolo assoggettato nella scienza, nella cultura o nell’industria».
Sotto il documento finale c’era anche la firma dello Stato libico di cui Napolitano nega l’esistenza. Di fronte a queste parole, un’affermazione come quella dell’ex Presidente dimostra che nulla purtroppo è cambiato e che, per quanto dissimulato, il sentimento di superiorità razziale è più vivo che mai in un Paese che non solo rinnega la sua Costituzione – dove vanno, Presidente Mattarella, le nostra navi da Guerra con a bordo truppe da sbarco? – ma continua a ignorare che la cosiddetta «minaccia islamica» è solo il rovescio del neocolonialismo visto con occhi arabi. Sono trascorsi decenni da quando Andrew Barnes, studioso della Nigeria, spiegava alla nostra cecità le ragioni per cui in Africa la concorrenza tra cristianesimo e Islam si risolve nel rapporto di uno a dieci: un solo cristiano acquistato, per dieci convertiti all’Islam. Il matrimonio tra neocolonialismo e neoliberismo non aveva ancora partorito l’integralismo e Barnes poteva perciò serenamente scrivere che l’Islam crea una salda unione tra i suoi credenti perché insegna l’eguaglianza dei diritti, delle classi e delle razze e si afferma perché non porta su di sé il peso della collusione con l’imperialismo europeo. L’Islam appare, anzi, una forte tutela nei confronti dell’Occidente e, pur considerandosi alfiere di un’elevata civiltà, non distrugge le culture ancestrali, non pretende di trasformare abitudini di vita e usanze indigene. Un’alta lezione che non abbiamo mai appreso, sicché descriviamo ancora i nostri soldati come «esportatori di democrazia» e copriamo le nostre infamie con lo scudo dei crociati.
Dopo aver armato alleati inaffidabili, ora ci prepariamo a stracciare la Costituzione. Mattarella tace. Al suo posto, qualora fossimo costretti a difendere con le armi gli interessi del nostro capitale, parlerebbe un redivivo generale Albany in divisa italiana, per annunciare al mondo, oggi, nel 2015, come nel 1917, che «gli ultimi crociati sono entrati a Gerusalemme».

Fuoriregistro, 2 marzo 2015 e Agoravox, 3 marzo 2015

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851c641b-f5ab-43ae-bddc-edbb9f62ccb2Nella polemica di Renzi coi «professoroni» e nell’esaltazione di un «fare» che non sposa il “bene” e non si traduce nel «far bene», non c’è l’ansia, a suo modo nobile, di un leader pragmatico che «sente» la gravità della crisi e intende agire; c’è una filosofia politica che rimanda alla peggiore storia del Paese. Svalutando la riflessione sul sistema di valori etici, sulle radici storiche e sulla filosofia del diritto su cui poggia la Costituzione, il giovane leader del «nuovo che avanza», è diventato d’un tratto la più compiuta espressione di un’antica miseria morale e di una povertà culturale che incarna la crisi della nostra democrazia.
Dietro il sedicente «nuovo», si coglie, infatti, il fastidio tipico dei progetti politici autoritari per quella riflessione teorica che forma e nutre il pensiero critico, educa al dubbio e mette alla prova presunte certezze. Non a caso Giovanni Gentile, in tema di filosofia del regime autoritario, sposava la «polemica di cui si compiacciono molti scrittori contro la filosofia». Nonostante il lungo tempo trascorso e la platea cui si rivolgeva – Gentile se ne occupava su «Educazione Fascista» – la polemica è di incredibile attualità, soprattutto per l’intimo legame che il filosofo instaurava con un «pensiero che […] si enuncia ed afferma non con le formule ma con l’azione». Una sorta di antenata della «politica del fare», che ben risponderebbe alle attese degli intellettuali fascisti e della loro polemica con la filosofia. Una contesa che Gentile spiegava con parole molto simili a quelle che ci ripete ogni giorno chi afferma che è l’ora dei fatti, che la «ricreazione è finita» e occorre agire, muoversi a ogni costo, senza cavillare. Le critiche non sono all’ordine del giorno; fatele, se non rubano tempo, ma sia chiaro: poi decide il capo. «Il sospetto e l’avversione di molti fascisti contro la filosofia sono essi stessi indizi e manifestazioni del carattere proprio del pensiero fascista», spiegava Gentile, «sono la polemica di una filosofia contro altre filosofie. Il Fascismo, infatti polemizza contro le filosofia astratte e intellettualistiche».
Per carità, Renzi non è fascista – non sa neanche chi sia stato Gentile – ma oggi sappiamo che la condanna dell’intellettualismo, degli intralci della democrazia e degli impicci del pensiero critico – un punto fermo del regime – si tradusse in una scienza della storia priva del crociano «problema storico» e perciò incapace di interrogare le coscienze; partorì una cultura del diritto che rinnegò Beccaria, costrinse i rapporti tra classi sociali nella camicia di forza corporativa e generò persino una dottrina della razza che ci marchiò d’infamia. E’ naturale che, quando una filosofia politica autoritaria prevale sul libero pensiero, la propaganda ci presenti gli oppositori come sabotatori e Socrate come un perditempo. La storia però ricorda un uomo così temuto dai padroni della verità, che gli toccò di bere la cicuta.
Renzi non ne parla e forse lo ignora – gli Atti della Costituente li leggono gufi e parrucconi – ma la scelta del «bicameralismo paritario» non fu capriccio o superficialità. Quando si trattò di dare un ordinamento alla Repubblica, Il problema che si pose all’Assemblea elettiva chiamata a scrivere lo Statuto, fu quello della scelta tra parlamentarismo e presidenzialismo. E fu chiaro subito: repubblica parlamentare e bicameralismo paritario erano i termini inscindibili d’un binomio; oggi, perciò, non si può modificare l’idea di Senato così com’è, senza modificare anche la Camera dei Deputati. Non a caso l’articolo 55 descrive il Parlamento come un «unicum», composto dalla Camera e dal Senato. Se si tocca un termine del binomio, l’equilibrio si spezza e l’edificio crolla.
Non si scelse a caso e non si decise in base a interessi di parte. Ci fu chi parlò a sostegno dell’uno e dell’altro tipo di reggimento politico, se ne valutarono i rispettivi pregi e i limiti, si tennero presenti la necessità di garantire stabilità di governo e di sfuggire a deformazioni «parlamentaristiche». Si decise, infine, per la repubblica parlamentare, protetta dal meccanismo della fiducia, col Governo che non cade automaticamente per un voto contrario di una o di entrambe le Camere, ma deve la sua vita all’esito di un voto nominale su una mozione motivata di fiducia o di sfiducia. Non a caso Costantino Mortati, grande giurista del secolo scorso, poté dichiarare senza contrasti che si era evitato di far derivare il Governo esclusivamente dal Parlamento e che la vita dell’Esecutivo sarebbe stata più stabile di quella garantita dell’instaurazione di un regime presidenziale. Così è stato, al di là delle deformazioni propagandistiche.
Fissato il principio – regime parlamentare – la discussione si polarizzò necessariamente sulla scelta fra bicameralismo e unicameralismo. Qui lo scontro tra le opinioni fu lungo e vivace; due i campi: da una parte chi vedeva nel sistema unicamerale i rischi di una dittatura di assemblea, dall’altra chi guardava al bicameralismo come a un inutile doppione; a tutti era chiaro, però, che una seconda Camera che non traesse legittimità dal voto del popolo, avrebbe mutilato il principio della sovranità popolare. Fu un cattolico, Egidio Tosato, anch’egli studioso di diritto, a ricordare che una seconda Camera si costituiva per attuare quel principio generale di equilibrio, comune ai più avanzati ordinamenti costituzionali. Equilibrio nell’organizzazione di uno Stato che divide i suoi organi e crea fra loro contrappesi per impedire a un singolo organo di avere poteri tali da poter instaurare forme più o meno larvate di assolutismo. L’opinione che una repubblica ne sia per sua natura immune è del tutto errata. L’assolutismo democratico è dietro l’angolo: basta concentrare i poteri in un solo organismo.
Renzi non lo sa, ma i padri Costituenti si occuparono inconsapevolmente della sua riforma e gli opposero con unanime convinzione un no che il Governo non può liquidare con l’osceno slogan dei «frenatori». Frenò, certo, la Costituente, ma il freno fu posto a possibili ambizioni sconsiderate; contro avventure e avventurieri, quindi, una volta approvato il sistema bicamerale, si volle una seconda Camera con i medesimi poteri della prima. Lo si fece, perché, come spiegò Mortati, la parità è d’obbligo. La impongono il ruolo di reciproca integrazione che esse rivestono per il principio di equilibrio, la necessità di una eguale efficacia rappresentativa che nasce dalla legittimità del voto e non può essere negata senza negare la sovranità popolare. Per queste ragioni, quindi, l’Assemblea Costituente volle due organi in condizioni di reale e totale parità. Modificare questa condizione di parità, ebbe a dire a chiare lettere Mortati, sarebbe legittimo ma qualunque scelta di cambiamento «non potrebbe essere presa così a sé stante, avulsa da tutto il resto, giacché questo problema è intimamente connesso con tutta l’architettura del progetto e quindi anche con la posizione delle Camere nella attività politica». Così com’è oggi la Costituzione, non si può cambiare il Senato, lasciando immutata la Camera dei Deputati. Non si tratterebbe di un cambiamento, ma di uno stravolgimento. E tanto più vale questo principio, quanto più delicato è il ruolo di chi si fa promotore delle modifiche – il Governo – e più evidente la direzione in cui volge lo squilibrio: un inaccettabile rafforzamento dell’Esecutivo, che non sarebbe più sottoposto al voto di sfiducia del Senato e – di fatto – al controllo del popolo sovrano.
Di questo rovello, non c’è traccia nella «riforma Boscgi», per la quale la discussione è un dato tutto formale, un impiccio di cui liberarsi al più presto: «parlate, dice Renzi, fate presto e votiamo. I numeri sono con noi». Un’idea di democrazia strana, malata e peraltro smentita dai fatti: minacce e tagliole imbrigliano il dissenso, poi, però, al primo voto segreto, il Governo fa i conti con la realtà: anche i numeri mancano. Si va avanti così, dice Renzi. Bisogna «fare». Non importa se si fa sempre più male. La storia ne ha viste tante e c’è stato persino un assolutismo illuminato. Noi marciamo però verso l’autoritarismo nel più totale buio della ragione.

Fuoriregistro, 2 agosto 2014

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MINOLTA DIGITAL CAMERAPuò darsi che siano chiacchiere, ma l’apologia del «privato» e le affermazioni sibilline di Stefania Giannini preoccupano. Vedere nella svalutazione della riflessione sull’uomo, sull’esistenza umana, sulla natura e sui limiti della conoscenza, un attacco mirato al sapere umanistico è fuorviante. Dietro l’idea che la filosofia sia una disciplina specialistica, che non educa gli educatori, si cela in realtà una filosofia politica che ha radici nella peggiore storia del Paese. Da lì, dalle sue pieghe buie, nasce il filo che lega la ventilata abolizione della filosofia dai corsi di laurea in Pedagogia e Scienze dell’Educazione al progetto di «scuola breve» – un anno in meno e solo due di filosofia – e conduce difilato all’attuale crisi della democrazia.
Questa non è l’ennesima trovata di un ceto politico rozzo e culturalmente povero, che mira a «far cassa» come comanda il dio dei liberisti. E’ molto peggio. C’è, e si vede chiaro, il fastidio che ogni progetto politico autoritario prova per quella riflessione teorica che forma e nutre il pensiero critico, educa al dubbio e mette alla prova presunte certezze. Ben lo sapeva Giovanni Gentile, quando, in tema di filosofia del fascismo, non solo sosteneva che «ogni concezione politica degna veramente di questo nome è una filosofia», ma si fermava sulla «polemica di cui si compiacciono molti scrittori fascisti contro la filosofia». Una polemica di impressionante attualità, sia per perché, non a caso, Gentile se ne occupava su una rivista intitolata «Educazione Fascista». Sia per la stretto legame che instaurava con un «pensiero che […] si enuncia ed afferma non con le formule ma con l’azione». Una sorta di antenata di quella «politica del fare», oggi così alla moda, che ben risponderebbe alle attesa degli intellettuali fascisti e della loro polemica con la filosofia. Una polemica che Gentile spiegava con parole molto simili a quelle che ci ripete ogni giorno chi afferma che è l’ora dei fatti, che la «ricreazione è finita» e occorre agire, muoversi a ogni costo, senza cavillare. Le critiche non sono all’ordine del giorno; fatele, se non rubano tempo, tuttavia sia chiaro: poi decide il capo. «Il sospetto e l’avversione di molti fascisti contro la filosofia sono essi stessi indizi e manifestazioni del carattere proprio del pensiero fascista», spiegava Gentile, «sono la polemica di una filosofia contro altre filosofie. Il Fascismo, infatti polemizza contro le filosofia astratte e intellettualistiche».
Oggi sappiamo che la condanna dell’intellettualismo, degli intralci della democrazia e degli impicci del pensiero critico non fu solo un punto fermo del regime, ma si tradusse in una scienza della storia priva del crociano «problema storico» e perciò incapace di interrogare le coscienze, una cultura del diritto che rinnegò Beccaria e costrinse i rapporti tra classi sociali nella camicia di forza corporativa e persino in una scienza della razza che ci marchiò d’infamia.
Qui non si tratta di difendere solo la cultura umanistica. In gioco è l’autonomia stessa del pensiero, sempre più a rischio in un Paese in cui il filosofo dei padroni si chiama Marchionne e tutto si va schiacciando su una verità che non ammette dubbi, come insegnano i sacerdoti di fede liberista. E’ naturale che, quando una filosofia politica autoritaria prevale sul libero pensiero, la propaganda ci presenti Socrate come un perditempo; la storia però ricorda un uomo così temuto dai padroni della verità, che gli toccò di bere la cicuta.
Gli esiti dell’educazione di Gentile li raccontò Giacomo Ulivi, prima di essere fucilato dai camerati del filosofo. Non aveva vent’anni, il partigiano, ma la tragedia seguita al trionfo di chi non voleva troppa filosofia, era stata tragica maestra : «È il più tremendo risultato di un’opera di diseducazione ventennale, di diseducazione o di educazione negativa, che martellando per venti anni da ogni lato è riuscita ad inchiodare in molti di noi dei pregiudizi», scrisse il giovane partigiano. «Ci hanno detto che la politica è lavoro di specialisti. […] Lasciate fare a chi può e deve; voi lavorate e credete, ci dicevano: e quello che facevano lo vediamo ora, che nella vita politica ci siamo stati scaraventati dagli eventi». Occorre perder tempo con la filosofia, spiegava il giovane ai compagni, «dobbiamo prepararci. Può anche bastare, sapete, che con calma cominciamo a guardare in noi, e ad esprimere desideri. Come vorremmo vivere domani? No, non dite di essere scoraggiati, di non volerne più sapere. Pensate che tutto è successo perché non ne avete più voluto sapere». Ulivi fu ucciso il 10 novembre 1944. Settant’anni dopo, le sue parole sono più attuali che mai.

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ImmagineIl Parlamento vive ormai di ricatti e Letta è il vero protagonista del degrado morale e dello sfacelo politico della Repubblica. Dopo Alfano, è toccato a Cancellieri: impunità in cambio della sopravvivenza del governo. Meglio, per certi versi molto meglio, la delinquenza politica aperta, col capo che si assume la responsabilità dei crimini – «se il fascismo […] è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione!» –, sfida i deputati – «fuori il palo e fuori la corda!» – e apertamente minaccia: «state certi che nelle quarantott’ore successive a questo mio discorso, la situazione sarà chiarita su tutta l’area». In questa maniera di aggredire il Parlamento e il Paese, c’è un nemico che ti dichiara guerra.
Noi non abbiamo di fronte né una destra nemica che si firma, né una sinistra debole perché separata. Renzi e D’Alema non sono certo Bordiga e Gramsci, giganti contrapposti, e nella polemica astiosa non senti la stima per l’avversario, narrata da ammirati testimoni oculari: «Caro  Antonio, tu ti fai influenzare dalla filosofia di Benedetto Croce… Non sono mai stato un crociano; piuttosto in te, Amadeo, si vede bene che affiora l’ingegnere». Nessun lampo di occhi febbricitanti, nessun palpito di animo nobile prigioniero in un corpo deforme, contrapposto a una durezza teorica estrema che sa, tuttavia, essere umana e cortese con l’avversario tanto più valoroso, quanto più debole malato. Noi non abbiamo contro né il pensiero d’un filosofo, foss’anche Giovanni Gentile, né l’audacia di un reprobo socialista, egocentrico e violento, giunto dalla piazza al palazzo. A noi toccano «sinistri» pentiti e preti più o meno spretati, mezze calze senza cuore e cultura, privi persino dell’illusione allucinata, che fu per un attimo il sogno presto abortito d’una generazione tirata su a «biberon di sangue», tra baionette e shrapnel, nelle trincee della «grande guerra» tra potenze industriali. A noi tocca una gentaglia incolta, che non ha nemmeno il nero coraggio degli «arditi»; ci fa fronte la viltà d’una soldataglia mercenaria e senza sogni, addestrata a esser forte coi deboli nei rari rischi di «guerre umanitarie», che si combattono per lo più contro  civili inermi, lungo le vie del petrolio e i bui canali della droga. L’attacco ci viene da chi baratta miseria morale con interesse di bottega, chi ha per manganello il ricatto e per olio di ricino il «metodo Boffo».
Letta ed  Epifani non si sono nutriti alla scuola dello spirito fondante di Gentile o all’idea di società gerarchica che vive nella perizia giuridica di Rocco, nell’ideologia corporativa e nell’aberrante, ma «politico» slogan del Duce: «tutto per lo Stato, nulla al di fuori dello Stato». Epifani e Letta volano rasoterra e lo confessano: sanno di fare scelte vergognose, ma una passione ignobile – la libidine di potere – gli impone di garantire la fiducia e chi non ha titoli per meritarla. Mussolini, alla resa dei conti, si appellò al suo «amore sconfinato e possente per la patria», Letta si limita a ricattare il suo partito: anche se è una vergogna, questo governo è tutto ciò che sappiamo esprimere, è il «nostro governo», colpisce la povera gente, ma per noi e per i nostri interessi è una scelta senza  alternative. Gli interessi personali e quelli del PD. La gente gli ha votato contro al governo delle ammucchiate, la gente non lo voleva, questo governo della paralisi, e tornerebbe a dirglielo chiaro se non glielo impedisse la legge Calderoli, di gran lunga peggiore di quella del fascista Acerbo. Letta lo sa e perciò non la cambia. Attende di escogitarne una più disonesta.
Siamo a questo. Peggio delle peggiori pagine della nostra storia. Un Parlamento di «nominati», eletto con una «legge truffa» che da anni si dovrebbe cambiare e non si cambia mai; un ministro dell’Interno che o ignora il diritto d’asilo o le malefatte del suo Ministero; la Guardasigilli colta sul fatto, mentre ricambia l’amicizia di un amico latitante in Svizzera; un Presidente della Repubblica che ha fatto carte false per non rendere pubblico il contenuto delle sue conversazioni con un imputato per reati in cui spunta la mafia. Degli ultimi tre Presidenti del Consiglio, Letta è una nullità incline alla megalomania – «après nous le déluge» ripete ad ogni piè sospinto per ricattare il Parlamento – Monti è senatore a vita per meriti ignoti e, massacrati i diritti dei lavoratori, passa alla storia per la concezione reazionaria del governo che ha funzione pedagogica rispetto al Parlamento e in quanto al terzo, Berlusconi è un pregiudicato che tiene in piedi il governo.
Inutile girarci più attorno: occorre organizzare una nuova Resistenza, civile e pacifica, se possibile, come quella di Genova in questi giorni o, se non ci si lascia altra via, degna di quella che seppero fare i nostri nonni. Se nel volgere di pochi mesi lavoratori, giovani, precari, disoccupati e sfruttati non risponderanno alla inaudita violenza delle classi dirigenti, provando a spazzare via la peggior classe dirigente della nostra storia, di noi si dirà che ci meritammo ciò che avemmo e che fu colpa nostra se i padroni ci ridussero in servitù.

Uscito su Report on line e su Liberazione il 22 novembre 2013

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