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Archive for the ‘Interventi e riflessioni’ Category

Ha un titolo credo: La nostra salute non è in vendita. Ringrazio Raffaele Paura che me l’ha inviato e per chi legge un invito a scoprire di che si tratta: vale davvero la pena e basta solo cliccare…

https://www.facebook.com/giuseppearagno/videos/3281575395205304/

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Prima di chiarire le ragioni del mio intervento, accennerò a un episodio recente che per una volta ha messo insieme la politica e la responsabilità morale che ogni politico si assume quando accetta di servire il pubblico interesse.
Mi riferisco al caso – immediatamente dimenticato e mai ricordato durante questi terribili giorni – di Lorenzo Fioramonti, ministro dell’Istruzione, dell’università e della ricerca del governo Conte bis, che il 23 dicembre scorso, più o meno un mese prima che iniziasse la pandemia, si dimise, indirizzando al Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, una lettera in cui spiegava la sua scelta con la decisione del Governo di non stanziare i fondi necessari per il suo Ministero. Poche parole e una lezione di onestà, che diventano oggi una pietra miliare nella valutazione delle responsabilità morali e materiali di chi ha occupato e occupa posti di responsabilità nel Sistema sanitario nazionale e ha finto di non vedere le condizioni penose in cui essa versava. Ha anteposto, cioè, l’interesse personale a quello dei cittadini.
Le parole di Fieramonti sembrano oggi un atto di accusa: “ho accettato il mio incarico con l’unico fine di invertire in modo radicale la tendenza che da decenni mette la scuola, la formazione superiore e la ricerca italiana in condizioni di forte sofferenza”. Gli assegnarono le briciole e lui ritenne inutile scaldare la poltrona. Se gli avessero proposto di governare la Sanità, avrebbe scritto la stesse parole, perché sono decenni ormai che la politica mette in sofferenza il Sistema sanitario.
Ricordato quest’episodio e riconosciuto a Fieramonti il merito di aver subordinato i suoi interessi personali e le sue ambizioni agli interessi della collettività, è più facile spiegare le ragioni per cui trovo scandaloso ciò che sta accadendo in Parlamento, mentre la stampa insiste sul sacrificio eroico del personale sanitario, che sta davvero sacrificando tutto, persino la vita, al senso del dovere, alla dignità professionale e all’amore per l’umanità.
Mentre gli inconsapevoli “eroi” continuano a morire in trincea assieme a tanti malati che non possono curare, come non possono proteggere se stessi, perché non hanno gli strumenti per farlo, in Parlamento circola una bozza di decreto che scarica di ogni responsabilità gli uomini e le donne, ma sarebbe molto meglio dire gli assassini, che per anni hanno assistito in silenzio alla distruzione della Sanità.
Voglio essere chiaro: se una cosa del genere fosse vera, se i responsabili di questa tragedia e dei loro crimini contro l’umanità si autoassolveranno, approvando una legge scritta apposta per questo, ci troveremmo di fronte a una inaccettabile provocazione. Così inaccettabile, che la reazione della popolazione potrebbe essere feroce. E’ bene perciò dirlo subito, a scanso di equivoci: dal bipresidente Napolitano, ai ministri, ai Presidenti delle Regioni, ai manager, tutti coloro che, strapagati, hanno taciuto, quando occorreva parlare e non si sono dimessi, dovranno rispondere davanti alla legge dei morti che piangiamo, delle nostre vite sconvolte e della  povertà in cui precipiteranno milioni di italiani.

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Vincenzo Boccia non se n’è accorto. Ieri, uccisa dal Coronavirus, se n’è andata una bambina di dodici anni. L’avesse saputo, probabilmente avrebbe fatto spallucce: cosa volete che valga la vita di una bambina di fronte alla scienza del profitto?
Presidente della onorata società che risponde al nome di Confindustria, Boccia non si sente affatto responsabile del disastro che ha provocato pretendendo che tutto funzionasse come se l’epidemia fosse solo un brutto sogno. Per non smentire se stesso, in questi giorni è anzi tornato alla carica: bisogna riaprire le fabbriche. I morti aumenteranno? Se abbassiamo la guardia, sarà un’ecatombe, come ci dicono gli scienziati? Per Boccia il problema non c’è.
Nella sua scala di valori, mercato e profitto hanno la precedenza su tutto, anche sulla vita umana. Se i lavoratori riprenderanno a contagiarsi e a morire come mosche, se torneremo a numeri lombardi, pazienza. Ciò che conta davvero è che gli imprenditori non perdano milioni di euro e fette di mercato.
Bisogna riconoscerlo: il virus finora la sua parte l’ha fatta e non ci ha solo uccisi. Con scrupolo insospettato, ci ha mostrato addirittura una via: se non vi prenderete cura di voi e del pianeta, ci ha detto, non ci sarà scampo, farete la fine dei dinosauri. Ha parlato pure a Boccia che però non gli dà retta .
Come lo scienziato tomista negava la verità evidente dell’anatomista, perché – diceva – Aristotele non l’ha prevista, così l’invasato sacerdote del neoliberismo va diritto per la sua strada. La sua legge, la sua fede, la sua morale sono quelle del mercato e il suo dio è il profitto.
Purtroppo l’intelligenza di un virus è limitata. Se gli potessimo insegnare a scegliere gli obiettivi, faremmo un grande passo avanti e forse ci tireremmo fuori da questa tragedia. Poiché però non si può e Boccia continua a far guerra alla povera gente, bisogna avere fede nella natura e sperare che nasca infine un virus proletario, amico della povera gente e killer preparato e selettivo.
Quando accadrà, non produrremo vaccini. Faremo ponti d’oro a quel figlio di pipistrello che, cacciando i mercanti dal tempio, mirerà nel verso giusto e accoglieremo il crollo del mercato come il regalo celeste di un dio giusto e vendicatore.

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Leggo da più parti – e spesso sono firme autorevoli – dichiarazioni cupe che trasformano uno stato d’animo comprensibilmente timoroso, in un dato di fatto: la democrazia è morta, si dice e si ripete con crescente insistenza.
L’affermazione è così convinta, da assumere quasi i contorni plastici della realtà e diventare una sorta di manifesto funebre, listato a lutto e scritto con lettere color pece. La democrazia è morta e – come accade in questi casi – il passato diventa bello. E’ un’ipocrita convenzione che, forse sotto i colpi del virus, rischiamo di introdurre anche nella valutazione politica: dopo morti, sui manifesti che ci ricordano, diventiamo tutti mariti fedeli, donne pie, padri, madri, nonne e nonni esemplari. Non sempre è vero, ma nessuno osa contestare.
Intendiamoci, non sto dicendo che di questi tempi ci sia da stare allegri e festeggiare, però, lasciatemelo dire, se quella che di questi tempi chiamiamo democrazia fosse morta davvero, non avremmo certo perso un paradiso terrestre.
Mai come oggi, comunque, è meglio stare ai fatti. E i fatti dicono che la pandemia ha ucciso migliaia di persone e qualche simulacro di diritto. La democrazia, invece, quella che aveva un senso e pareva tutela, l’abbiamo persa che ormai sono decenni, ma ci ha lasciato in eredità una Costituzione ferita che sopravvive però all’attacco feroce del neoliberismo.
E sono proprio i pochi spazi che essa riesce ancora a garantite a tenere testa validamente agli attacchi portati dal Coronavirus, utilizzato come foglia di fico del potere. In ogni caso, se guardiamo ai fatti con la dovuta freddezza, la situazione, da un punto di vista politico, non è più disperante di quella che viviamo ormai da anni. Se qualcosa di cambiato anzi emerge davvero, è che il malato più grave, il morto che parla oggi è il capitalismo. Dalle mie parti si dice che, quando mette le ali una formica è destinata a morire. E’ andata così anche col capitalismo. Negli ultimi anni l’abbiamo visto vincere e volare, poi è precipitato giù come una formica e più i giorni passano, più lo vediamo contorcersi negli spasimi dell’agonia. Certo, i medici sono costantemente al suo capezzale, le provano tutte, ma pare proprio che non sappiano più a che santo votarsi.
Intanto attorno ai diritti si combatte disperatamente, ma i segnali che vengono dal fronte non sono affatto negativi. Dopo tempo immemorabile, per esempio, scioperi spontanei di lavoratori hanno costretto i padroni alla resa. Non è cosa da poco, così come non va trascurata la consapevolezza di larghi strati popolari, ai quali il virus ha mostrato coi fatti le promesse tradite e la Sanità distrutta. Mai come in questi giorni, davanti a occhi sempre più aperti e disgustati, il re non solo è nudo, ma debole, incerto e impaurito.
Pendiamone atto: questo non è tempo di dettare necrologi. A chi è stanco di subire tocca organizzare la lotta. Dopo trenta e più anni di sconfitte, la pandemia ha svelato d’un tratto al popolo indignato la ferocia di un sistema assassino e la gente ora lo sa: le sofferenze che viviamo hanno un nome e mostrano un bersaglio da colpire: capitalismo e classi dirigenti.
Recuperiamo i nostri valori e ricaviamone armi, senza farci prendere da facili entusiasmi e senza cedere a ingiustificati timori. Facciamolo. Tutto quello che accade conduce a una conclusione: di fronte al popolo stanco di tradimenti abbiamo un gigante dai piedi di creta.

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La mattina, mentre continuano gli arresti domiciliari e ti va anche bene, perché attorno a te si soffre e si muore, dialogare tra noi, compagne e compagni, non serve solo a far passare il tempo. Ci aiuta a conoscerci, a riflettere assieme e a ricavare un piccolo guadagno anche da un’esperienza tragica e feroce.
Prendi, per esempio, quanto scrive una compagna con un filo di amarezza:
– Ho la sensazione che a seguito di giudizi dati senza avere chiaro le dinamiche di cosa sia successo, alcune pagine non pubblicano più i miei post o alcune persone che prima mettevano i like apprezzando il mio impegno, sono sparite.
Che non si tratti della lamentela sterile di chi si piange addosso, diventa chiaro appena provo a capire:   
Mi piace pensare – prosegue infatti la compagna – che siano troppo occupate a lottare per il bene di tutti e tutte, come io sono impegnata costantemente nel tutelare il benessere dei lavoratori e delle lavoratrici in questo momento di grande emergenza. Ho fatto un errore? Può essere. Ma voi per un errore mi state a lapidare? Fate come volete, ma io non mi tiro indietro; sono aperta al confronto e state pur certi: quando possibile, ci sarà.
Brava compagna, mi sono detto leggendo. In fondo non capire o, perché no?, non condividere qualcosa di ciò che scrivono compagne e compagni è possibile e direi  che ci fa anche bene. Il mondo sarebbe un manicomio se pensassimo tutti sempre alla stessa maniera. Uno dissente, te lo dice, ci si spiega… È così che dovrebbe andare, no? Se invece si giunge al punto di mettere al bando, beh, qualcosa non va, o meglio, per essere chiari, c’è qualcuno che ha sbagliato collocazione. E qui mi accorgo che una cosa da dire ce l’ho anch’io.
Cosa?
Voglio dire che non c’è nulla di più stupido dei portatori di verità. 
La vuoi chiudere qui?
No, non basta. Se dialogo dev’essere in una mattina di arresti domiciliari, andiamo avanti e diciamocela tutta. Non te la prendere, compagna. Non sono cristiano ma ricordo parole antiche e chiarificatrici: chi non ha sbagliato scagli la prima pietra. Quante  volte l’abbiamo sentito dire! E’ solo buon senso comune, d’accordo. Sarà un caso, però, ma chi tira sassi per lapidare e punta il dito sull’eresia, in genere non ha capito niente.
Se ci penso bene, noi ci siamo riuniti in un movimento anzitutto perché non siamo individualisti e vogliamo capire assieme. In fondo non abbiamo nulla da insegnare e molto da imparare.
E qui mentre la giornata prende la sua via, due parole le dico a me stesso. Questa maledetta tragedia che ci ha colpiti dalla sera alla mattina, ogni giorno ti impone soliloqui e una cosa ti diventa chiara: quando arrivi alla fine del percorso, e io ci sono ormai vicino, ti accorgi che la vita è spesso una tempesta. L’hai imparato con gli anni: la sola bussola che ti può condurre al riparo in un porto ha il dubbio come  stella polare. Chi vive di certezze è destinato a naufragare. 

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Chiusa in casa la gente, lasciata mano libera ai padroni, data la precedenza al mercato e al profitto, è cominciata la strage.
Quando sono comparsi i primi segnali di stanchezza e d’insofferenza, si sono messi in campo l’esercito e un messaggio chiaro: fate i buoni e badate a voi stessi perché se non vi ammazza il virus, ci pensa il fucile.
Poiché, però, si continua a morire e non solo di virus, ma anche di fame, lo scontro sui diritti, è diventato scontro di classe e quando nelle fabbriche gli operai hanno incrociato le braccia, la risposta è giunta immediata: vietato scioperare.
Ieri in alcune città s’è vista gente fare la sua “spesa proletaria”: prendo e non pago, se mangi tu, voglio mangiare anch’io!
Il virus – l’imprevisto incidente di percorso – non ha trovato gli ospedali impreparati per caso. E’ accaduto perché sulla salute per anni si sono fatti affari da non credere. Più gente uccide, più il virus mette e nudo un’atroce realtà: è il capitalismo che ci sta uccidendo. Dopo la caduta del muro di Berlino, avrebbe dovuto regalarci un paradiso terrestre e invece ci ha portato un inferno.
Come tante volte nella storia, dietro la rabbia momentaneamente muta spuntano minacciosi i primi segni di un conflitto sociale vasto e dagli esiti imprevedibili. Chi, di fronte alla morte di tanta povera, gente continua a parlare dei milioni che perde, non ha capito che gli resta ancora un po’ di tempo per cambiare sistema e trattare la pace. Se cercherà la guerra, come ha fatto finora, quando l’epidemia sarà passata, dovrà fare di corsa le valigie. Quando quel giorno verrà, gli andrà bene davvero se porterà la pelle a casa.

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Ogni giorno un virus micidiale contagia migliaia di cittadini. Nonostante il coraggio e il sacrificio di chi cura i malati, è una strage dolorosa e continua.
La scienza e la storia diranno domani che sta accadendo davvero, cosa sarebbe stato opportuno fare o non fare.
Una domanda precisa però ha già la sua dannata risposta. Sarebbe andata così se nel bilancio dello Stato i medici, il personale ospedaliero e gli strumenti necessari alla tutela della salute avessero avuto la necessaria e naturale precedenza sugli uomini e sugli strumenti di guerra? Certamente no e diciamolo chiaramente: questa inaccettabile scelta tra guerra e salute non è stata semplicemente un inaccettabile errore. Di fronte alla strage che ci colpisce impotenti, lo sperpero di risorse spese in armamenti, tagliando l’ossigeno al Servizio Sanitario, è stato un feroce crimine di guerra.

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