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Archive for the ‘Interventi e riflessioni’ Category

no ai nominati

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171648673-2cf5a7c4-f960-44f4-96c7-7ae447b65adeDopo la sentenza della Consulta, che nel gennaio 2014  ha dichiarato illegittima la legge che li ha condotti in Parlamento, i sedicenti parlamentari, gli abusivi che nessuno ha mai eletto non si sono dimessi e non ci hanno consentito di andare a votare con la costituzionalissima legge indicata dai giudici della Consulta. Sono rimasti tutti incollati alle poltrone, hanno difeso tutti i privilegi e colpito tutti i diritti. Per loro mano è morto di morte violenta l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, la scuola è diventata riserva di caccia dei padroni e gli studenti involontari crumiri. Casa, salute, ricerca, ambiente, non c’è una conquista sociale o bene comune che non sia a rischio. I sedicenti “eletti dal popolo”, non rappresentano nemmeno se stessi, ma pretendono di rappresentarci.
Dopo il risultato del referendum del dicembre scorso, che li ha licenziati e invitati a fare velocemente le valigie, si sono trincerati nelle aule parlamentari, decisi a rimanrci vita natural durante.  Per riuscirci, ogni giorno studiano inganni, apprestano trappole e inventano truffe; la “nuova” legge elettorale, per esempio, il cosiddetto “Rosatellum”, è un osceno inganno, che fa cartastaccia della Costituzione.

Il “Rosatellum” non è solo una mina vagante per la credibilità del Paese – la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo nel 2005 censurò i bulgari quando mutarono la legge elettorale alla vigilia del voto per colpire il partito degli ambientalisti –  ma è un oltraggio alla dignità degli elettori. Il popolo del referendum, però, i cittadini che hanno impedito a questa gentaglia di cambiare la Costituzione non assisteranno inerti a questa autentica infamia. Hanno già una bandiera – la Costituzione – e un programma vincente, come vincente fu il “no”: ripristinare le regole e i diritti negati, restituire ai lavoratori l’articolo 18 e cancellare tutte le leggi antipopolari, dal pareggio di bilancio, al fiscal compact, al patto di stabilità.  Contro la vergognosa ammucchiata Renzi, Verdini, Alfano e Berlusconi si radunerà la parte sana del Paese, che è di gran lunga maggioritaria. Avanti così non si può più andare!

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A me piacerebbe che, quando si commenta, ci si attenesse a quello che si è letto e perciò chiedo:

E’ vero o no che due governi europei di fronte allo stesso problema si sono comportati in modo diametralmente opposto, uno democratico e l’altro fascista?

E’ vero o no che la nostra stampa questo lo sa bene, ma non lo dice?

E’ forse falso che prima di arrivare a questi giorni dolorosi per quasi quattro anni Barcellona ha avanzato proposte puntualmente respinte senza discussione? E questo in nome di cosa? Della “nazione spagnola” che è riconosciuta dalla frettolosa Costituzione del 1978?

E’ vero o no che la polizia catalana è stata commissariata e il personaggio ambiguo che ora la guida è Diego Pérez del los Cobos, fratello di Francisco, ex Presidente della Corte Costituzionale che ha pervicacemente impedito ogni soluzione “inglese” della questione?

E’ vero o no che entrambi provengono dall’ultradestra?

Potrei continuare, consigliando ai nostri iperdemocratici difensori di Rajoy di informarsi sull’ospitalità che alcune navi passeggeri assicurano ai poliziotti spagnoli protagonisti delle epiche imprese del referendum. Scoprirebbe che si tratta di natanti affittati a compagnie italiane – grandi navi veloci e Moby/Tirrenia – cancellate dalle corse di Sardegna. Sarebbe materia per una interrogazione parlamentare, ma chi dovrebbe farla? I “nominati” accampati nella Camera dei Fasci delle Corporazioni?

 

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Immagine.pngSe la gigantiasi in natura è una condizione di carattere patologico, perché in economia può essere un obiettivo? La domanda, ripetutamente posta, non ha mai trovato risposte convincenti e l’Occidente, che esporta a suon di cannonate la sua “democrazia laica”, mostra così di avere un’incurabile anima integralista. Prendiamone atto: l’economia ha divorato la politica, privandola dell’ultima parola sui temi economici e della sua specifica facoltà di decidere sui conti pubblici, sull’uso degli investimenti, sui movimenti di capitali e sull’ingigantimento delle finanza. Le conseguenze gravissime di questo fenomeno sono da tempo ormai sotto gli occhi di tutti: distruzione dello stato sociale, cancellazione dei diritti dei lavoratori, precarizzazione della vita di intere generazioni, guerre tra poveri che fanno da fertilizzanti per le rozze, ma efficaci formule di un fascismo che rinasce, come dimostrano le recenti elezioni tedesche.
Poiché le parole hanno un peso spesso decisivo, è bene dirlo: il rovesciamento del rapporto tra economia e politica è figlio di uno “spossessamento”.  Non sono stati i cittadini italiani a dare ai governi con il loro voto la facoltà di sottoscrivere gli accordi internazionali che ci hanno condotti a questo disastro. Con una legge riconosciuta incostituzionale da una sentenza della Consulta si sono, infatti, creati Parlamenti privi di legittimità politica ed etica e sono stati quei Parlamenti illegittimi che hanno inserito nella Costituzione repubblicana i provvedimenti che sottomettono la politica all’economia: pareggio di bilancio e fiscal compact. Un colpo di Stato interno, quindi, e non la libera volontà di un popolo, ci ha ridotti in una condizione di servitù. Siamo, per intenderci, ben oltre i timori della critica internazionalista ad ogni potere che sia superiore a un altro. Qui da noi non è diventato oppressivo un potere legittimamente delegato, transitorio e limitato nel tempo, come Bakunin riteneva che dovesse inevitabilmente accadere. E’ stata l’alta borghesia a rinnegare Montesquieu e i pilastri della società nata dalla rivoluzione borghese. Siamo di fronte a una controrivoluzione.
Le conseguenze di questo delirio integralista, che uccide in maniera mille volte più feroce e più efficace di ogni terrorismo, si vedono chiare negli Enti locali, dove i sindaci non sono più in grado di assicurare alle popolazioni dei territori che amministrano il rispetto dei diritti costituzionalmente garantiti.
Dovremmo quindi rassegnarci e arrenderci? Tutt’altro. Poiché la Costituzione è la fonte primaria del diritto e prevale su ogni direttiva, sia del governo nazionale, che della Commissione di quell’aborto che i pennivendoli chiamano “Unione Europea”, i Comuni possono contare su un’arma micidiale, che non uccide, ma restituisce la vita: costituire commissioni per valutare la natura e le origini del “debito”, contestarne la tirannia e intanto seguire alla lettera il dettato costituzionale, utilizzando tutte le risorse per soddisfare diritti.
L’Unione Europea, quella dei popoli, può nascere solo così: come alternativa legale – la legalità della giustizia sociale – al mostro illegittimo che da Bruxelles soffoca i popoli. In quanto al sedicente “governo romano”, a che serve parlarne? L’esito del referendum del 4 dicembre ha il valore legale di un autentico certificato di morte.

Agoravox, 30 settembre 2017

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Le Quattro giornate di Napoli a - CopiaFondazione Humaniter, Piazza Vanvitelli, 15

Mercoledì 27 settembre, ore 17,00 – Aula 11- 1° piano

Presentazione del libro del prof. Giuseppe Aragno “Le Quattro giornate di Napoli – Storie di antifascisti” Ed. Intra Moenia
Ne parlerà con l’autore il prof. Francesco Soverina, storico, già direttore dell’Archivio dell’Istituto Campano per la storia della Resistenza

Ingresso libero

 

 

In occasione del Premio Artistico Arte e Rivoluzione,

il 28 settembre 2017, h. 17,30, nella Biblioteca Comunale “Benedetto Croce”, F. De Mura 2, Napoli,
sarà presentato il libro di Giuseppe Aragno, Le Quattro Giornate di Napoli. Storie di antifascisti, edito da Intra Moenia.

Ne parleranno con l’autore, il sindaco Luigi De Magistris, lo storico Francesco Soverina, gli esponenti dell’ANPI Antonio Amoretti e Gennaro Morgese. il consigliere della Municipalità Vomero-Arenella, Daniele Quatrano.  Interverrà Serena Colonna, segretaria dell’ANPPIA, che ha contribuito alla realizzazione del volume. Modererà la curatrice del premio Arte&Rivoluzione, Daniela Wallman.

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CoopPer Wikipedia i punti vendita Coop vanno aumentando la loro presenza nel Sud e nelle isole, ma il sito ufficiale della Coop dichiara la sua assenza dalla Sardegna in un quadro di presenze territoriali evidentemente squilibrato. Su un totale di 1167 punti vendita, infatti, 708 si collocano nelle Regioni del Nord (il 60 %), 390 in quelle del Centro (34 %) e 69 al Sud (6 % del dato nazionale). Se storicamente la prima finalità delle cooperative di consumo è la tutela del potere d’acquisto e la garanzia della qualità, non ci sono dubbi: il dato è avvilente e, sommato a quello dei livelli di occupazione, dimostra che anche in questo settore il Sud è purtroppo fanalino di coda.
All’origine dello squilibrio ci sono certamente ragioni storiche. La pratica dell’«acquisto collettivo» nasce infatti a Torino nella seconda metà dell’Ottocento e la prima «resistenza» allo strapotere privato e alla costosa intermediazione dei grossisti si organizza al Nord. Non vale qui la pena di ricostruire le linee di sviluppo storico del movimento, ma è significativo – e va segnalato – un dato «snaturante»: i 249 milioni di euro di utili ottenuti dalle vendite nei negozi, contro gli 889 milioni prodotti da operazioni finanziarie negli anni tra il 2009 e il 2013. Un bilancio che dimostra come l’asse degli interessi aziendali si sia spostato dalla gestione per così dire «industriale» a quella finanziaria, sicché i maggiori ricavi delle Coop provengono dagli investimenti speculativi, che non solo producono profitti molto più alti di quelli realizzati dalle vendite nei negozi, ma possono anche causare serissime perdite. Si tratta di uno spostamento che spiega probabilmente la natura reale dei problemi ed è lì che vanno cercate le cause dell’ulteriore  taglio alle attività in Campania, dov’è prevista la chiusura di due dei cinque punti vendita della Regione. Una scelta cui De Luca non ha finora prestato attenzione, benché le conseguenze siano drammatiche e aggravino una situazione già insostenibile: 100 posti di lavoro persi e 100 famiglie gettate sul lastrico senza alcuna prospettiva e alternativa.
Dopo l’approvazione del piano industriale del 2006, che prevede la chiusura o la cessione dei due punti vendita in Campania, il 23 dicembre 2013 un accordo tra Azienda e Sindacati, firmato anche dalla Regione, ha imposto ai lavoratori pesanti perdite  salariali, in cambio di rassicurazioni su futuri tagli al personale. Ipercoop Tirreno, infatti, ha messo nero su bianco la sua decisione di continuare a gestire i cinque punti vendita della Campania. A gennaio dello scorso anno, poi, la fusione di tre società (Adriatica, Estense e Consumatori Nord Est), con la nascita della Coop Alleanza 3.0 e la costituzione della Distribuzione Centro-Sud s.r.l. per la gestione dei tre Ipermercati campani di Afragola, Quarto ed Avellino, Unicoop Tirreno ha acquisito la proprietà dei punti vendita di S.Maria Capua Vetere e Napoli-Arenaccia, i due soli superstore campani . Benché la complessa operazione abbia portato nella sue casse una notevole liquidità, Unicoop Tirreno ha deciso che, se entro il 31 Dicembre 2017 non troverà qualcuno disposto a rilevare le due strutture con il relativi personale, chiuderà le due Coop.
Nell’inerzia della Regione, DemA condivide e sostiene la lotta del Sindacato, che combatte una battaglia dura e difficile, chiedendo il rispetto degli impegni presi, affinché i due punti vendita in questione, che attualmente operano già sotto organico, e il loro intero personale facciano ancora capo al sistema cooperativo. Non si tratta di richieste ideologiche campate per aria. Le due strutture insistono infatti su aree geografiche popolose, che consentono all’azienda di garantire ottimi standard commerciali, qualitativi e occupazionali. Ha ragione quindi l’USB, quando accusa l’azienda di non voler investire decisamente su due strutture che hanno un notevole potenziale e le chiede di non abbandonare l’identità storica delle Coop e non affrontare le conseguenze di scellerate speculazioni finanziarie, che nel 2016 hanno prodotto una perdita totale di esercizio di 44,7milioni di euro, ricorrendo a chiusure inaccettabili. Il costo del personale, che incide per appena l’11% sul totale dei costi della produzione, è totalmente estraneo alla crisi, mentre un peso decisivo ce l’hanno la svalutazione di obbligazioni bancarie subordinate che ammontano a 15,8mln di euro, gli sprechi nei costi per servizi e lo strozzinaggio dei canoni di locazione, che l’azienda paga all’Unicoop Firenze (proprietaria degli stabili), calcolati in misura tre volte più alta degli attuali valori di mercato.
In questa situazione DemA si schiera a fianco dei lavoratori in lotta contro chiusure o cessioni a piccoli privati, decise per rimediare a una gestione finanziaria fallimentare, a scelte manageriali dissennate, a costi fuori controllo e a scarsi investimenti in comunicazione. Una situazione in cui i lavoratori e le loro famiglie non c’entrano nulla, sicché non si capisce perché debbano pagare colpe che non sono loro.
Ciò, senza contare i diritti costituzionali dei lavoratori calpestati e i costi sociali della perdita di posti di lavoro in territori in cui la disoccupazione ha raggiunto livelli da incubo, lo sfruttamento del lavoro è sempre più disumano e intere generazioni non hanno futuro. In questo senso il progetto della Coop è nei fatti un favore alla criminalità organizzata. Contro questa ennesima tragedia occupazionale e le sue conseguenze, DemA si schiera compatta e sosterrà sul terreno politico e su quello della partecipazione attiva ogni iniziativa e lotta che il sindacato vorrà organizzare.

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