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Archive for the ‘Interventi e riflessioni’ Category

Silvestro_Lega_-_Mazzini_morente,_1873A commento di un mio articolo su Mimmo Lucano  un lettore mi invia un link che rimanda a un reportage:
http://www.recnews.it.
Non ci vuole molto a capirlo: Mimmo Lucano per lui è un volgare delinquente.
Do uno sguardo, mi faccio un’idea della cosa e gli rispondo:
«Di mestiere faccio lo storico e quando racconto fatti cito le fonti. Qui non ci sono; di conseguenza sono chiacchiere».

LD – così si firma il lettore – replica dopo poche ore, non so se ironico o irritato:
«Se lei è uno storico dovrebbe notare che c’è della documentazione debitamente citata».

Mi sorge il dubbio di non aver prestato la necessaria attenzione, torno sul link, ma ne ricavo solo una conclusione: la discussione è inutile. Due posizioni inconciliabili. Per non essere scortese, provo tuttavia a spiegarmi:

«Quali sono le fonti? Tutto rimanda alle accuse mosse dai giudici, che però, almeno per ora, non hanno praticamente valore».

LD se ne sta zitto per cinque giorni. Quando non me ne ricordo più, lo ritrovo però sul mio blog. Ha deciso di riprendere la discussione:
«Sta dicendo che il lavoro della Procura della Repubblica non ha valore? La vicenda è stata comunque trattata grazie a una copertura documentale che va dal 2010 a oggi. Non c’è solo l’ordinanza. Questo ha molto più valore delle chiacchiere fatte senza nessuna base».

Può darsi che sbagli, ma a me pare ormai un dialogo tra sordi e non mi va di perdere altro tempo. Decido di chiudere e glielo dico:
«Sì, finché non si giunge a una sentenza definitiva, non ha valore.
Anni fa, secondo una Procura della Repubblica, io ero una sorta di pericolo pubblico, colpevole persino di istigazione alla rivolta. Si trattava solo di chiacchiere, firmate da un magistrato incapace o in malafede. Fui assolto perché il fatto non sussisteva.
Il lavoro di una Procura va preso con le molle. Negli archivi di Stato esistono prove inoppugnabili che riguardano processi truccati da funzionari di polizia che mentono sapendo di mentire. Ho trovato una lettera di Crispi che chiede ai magistrati una sentenza rapida ed esemplare – giusta o ingiusta non gli interessa, quello che conta è che gli consenta di sciogliere il PSI. L’ottiene, ma il processo è una tragica farsa. Ho trovato persino la lettera di un Questore che raccomanda ad alcuni commissari di Pubblica Sicurezza di concordare una versione comune da fornire alla stampa e al magistrato. I commissari obbediscono e gli assassini in divisa, che hanno ucciso a colpi d’arma da fuoco un giovanissimo operaio, evitano il processo.
In quanto a Lucano, che dire? La disobbedienza civile prevede reati che i Tribunali condannano. E’ la storia poi che processa i tribunali e assolve gli imputati. Ci sono migliaia e migliaia di antifascisti spediti in galera e al confino per reati previsti dalle leggi fasciste. Violarono la legge? Certamente. Oggi però meritano quel rispetto che non hanno meritato i giudici che li condannarono. Nell’Italia liberale, Mazzini morì esule in patria sotto falso nome. Negli anni del fascismo Pertini finì in galera, in quelli della Repubblica fu considerato un uomo integerrimo. L’antimilitarista Don Milani morì da imputato nella Repubblica che ripudia la guerra, ma oggi è ritenuto un maestro.
Questo è. Si rassegni e non speri di convincermi. Spreca il suo tempo. Si tenga la sua legittima opinione e aspetti. Mi creda, però, e ci rifletta: la storia, non i cronisti e i tribunali, dirà se Mimmo Lucano è un criminale, come lei crede o, come invece penso io, un esempio di virtù civile.
Qui si chiude. Non pretendo di aver ragione e rispetto la sua opinione, ma non abbiamo altro da dirci».

Perché riporto la discussione? Perché non so trovare un modo migliore per spiegare una sensazione di straniamento che mi accompagna da qualche tempo: è come se fossi sceso da un treno per errore in un paese che non è il mio. Io non capisco gli altri e gli altri non capiscono me.

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Read Full Post »

downloadVeniamo da lontano. Non si direbbe, ma da lontano vengono soprattutto Saso, Viola, Matteo, Beniamino, Federica, Giampiero e buona parte dei cosiddetti “giovani” dell’ex OPG je so’ pazzo”. Nei miei ricordi fanno parte di un percorso complesso e di un rapporto profondo, costruito nel tempo e nelle lotte vissute assieme dagli anni dell’Onda, quando erano per lo più i giovani studenti del CAU, diventati poi “quelli del ME.TI”.
Se ci penso, dal punto di vista del pensiero politico che la produce, l’idea da cui nasce Potere al Popolo ha mosso i suoi primi passi molto tempo fa tra quei militanti – allora sì poco più che ragazzi – ed è gradualmente cresciuta grazie a un’esperienza quotidiana fondata su una costante ricerca di coerenza tra studio teorico e pratica politica sul territorio.
Come appare evidente nella conclusione di una splendida recensione a un mio libro, intitolato Antifascismo e potere. Storia di storie, scritta nel 2012 da Salvatore Prinzi, l’idea di costruire una rete collettiva, di “sedimentare le esperienze, […]  far durare l’insorgenza”,  unire le singole “resistenze” per farne un “altro potere” hanno radici lontane. Chi conosce gli uomini e le donne dell’ex OPG, sa che a scrivere queste parole non è semplicemente Saso. Dietro di lui c’è una lunga e acuta riflessione collettiva sul potere che non è solo  dominio e repressione, ma anche “un poter fare, da cui ognuno di noi è investito” per “imporre, alle logiche di potere della borghesia, l’altra logica del potere popolare”.
Più che le mie parole, però, sarà certamente utile leggere la conclusione della recensione:

«[…] VI. In ogni caso, è su questo punto dell’opposizione al potere – di cosa sia il potere e di cosa voglia dire opporvisi – che il libro […] apre davvero la discussione, lasciandoci anche liberi di obiettare o completarne il pensiero. Innanzitutto da un punto di vista storico. Se infatti è certamente decisivo che alle tante esperienze di opposizione al fascismo venga dato finalmente rilievo, se è importante tenere a mente ogni torto subito, è altrettanto fondamentale ricordare che la capacità degli antifascisti, e in particolare di quelli comunisti, è stata la capacità di costruire, nel contesto difficile di una dittatura, reti di contatto e di coordinamento che sono riuscite a sopravvivere alle infiltrazioni e alle retate del regime, che hanno permesso che non si spezzasse, almeno nelle fabbriche e nei quartieri popolari, il filo rosso dell’opposizione. Insomma, dietro e attorno alle vite che Aragno ci presenta, che in ultima istanza sembrano così sole, ci sono invece sindacati, partiti, culture politiche, famiglie, reti amicali, insomma, tutta una vicenda collettiva che bisogna stare attenti a non mettere troppo sullo sfondo. E questo ci porta al problema centrale del testo.
Se infatti uno dei suoi scopi è di far sì che dal passato si traggano degli insegnamenti, c’è indubbiamente un insegnamento che subito balza agli occhi: che è impossibile combattere il potere da soli, che l’attività principale della repressione è proprio quella di dividere, di isolare e semmai marchiare il soggetto, davanti al pubblico e davanti a se stesso, come folle. Molti degli esiti tragici di queste storie fanno cioè pensare che – se il “no” che si pronuncia è sempre una questione privata, è un atto di responsabilità personale, un’invenzione assolutamente singolare – l’unico modo per far durare questo “no” è quello di posizionarlo e stringerlo in una rete collettiva, che lo sostenga nei momenti di difficoltà, che lo renda più forte, in modo da non poter essere facilmente attaccato e distrutto. Ma fare questo non vuol dire appunto creare organizzazione? E l’organizzazione non è anche una forma, per quanto embrionale e relativa, di potere? E d’altronde, che cos’è il potere? È una forza che sta solo dal lato del dominio, pura coercizione, o non è anche e innanzitutto un poter fare, da cui ognuno di noi è investito? E se così è, se cioè il potere trova anche in noi il suo momento iniziale o terminale, mettersi insieme e produrre effetti non vuol dire già contrastare il potere, praticando forme di contropotere? Forme che sappiano ostacolare quella temporalità lunga del potere costituito, quel suo perenne poter aspettare, con una temporalità rivoluzionaria, quella che riesca a mantenere il “no” pronunciato un giorno, a sedimentare le esperienze, a far durare l’insorgenza
D’altra parte, se il libro […] vuole appunto fare presente un’altra storia, oggi non facciamo proprio esperienza dell’assenza radicale di questa organizzazione e di quest’altro potere? Dai singoli militanti alle piazze “indignate”, non circola ossessivamente la domanda – dopo trent’anni di smantellamento di contenitori collettivi, di istituzioni che potessero tenere insieme e dar conto delle diverse volontà – di programmi e strumenti che possano imporre, alle logiche di potere della borghesia, l’altra logica del potere popolare? Da questo punto di vista, denunciare il «pragmatismo politico» come «tecnica di dominio» tout court (p. 7), come a volte sembra fare Aragno, non rischia piuttosto di condannarci all’impotenza? La “ragion di Stato” ha il suo più tremendo avversario nell’autenticità e nelle moralità individuali, o nel contropotere effettivo che pone già nell’ordine esistente un’altra moralità, collettiva e niente affatto individuale? Insomma, fra il realismo senza scrupoli del potere e un’utopia incantata quanto inefficace, non c’è forse lo spazio, risicato ma certificato storicamente, di un altro realismo, che ha di mira qualcosa che ancora non si vede, ma può essere qui?
C’è forse da scegliere fra purezza dei mezzi e pragmatico perseguimento dei fini o il movimento è lo stesso? Fra eroismo e rinuncia, fra il non venire mai a patti e l’esserci già venuti, non si apre forse una strada, quella che è stata percorsa – e ancora oggi, se abbiamo il coraggio di allargare lo sguardo oltre la provinciale Europa, viene percorsa – dai movimenti rivoluzionari, quella che Che Guevara indicava con il celebre motto: siamo realisti, vogliamo l’impossibile?
Certo, non sono domande a cui questo libro può rispondere. Ma di sicuro, ponendole, facendoci riflettere a partire dalla concretezza storica, Aragno dà un contributo importante a questo realismo dell’impossibile oggi ancora tutto da pensare e da praticare. A patto che il lettore voglia davvero ricominciare le sforzo di questi antifascisti, e magari portarlo fino in fondo, verso un esito – anche solo un poco – più felice».

Salvatore Prinzi, Un libro e una nota sul realismo dell’impossibile. “Antifascismo e potere. Storia di storie”, n. 2, 2012 e Storia e futuro n. 31, marzo 2103

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io e Viola

Cresce e si fa sempre più violenta la campagna di stampa orchestrata ad arte contro la portavoce di Potere al Popolo. Non solo il patetico Primato Nazionale, ma Il Giornale, Il Messaggero , Il Mattino  e chi più ne ha più ne metta. Sono attacchi barbari e feroci rivolti con furia crescente a Viola Carofalo, con me nella foto con cui ho voluto aprire questo articolo perché senta la mia affettuosa solidarietà. E’ un coro osceno: Viola Carofalo contro le ragazze bionde, contro una malata di cancro, contro Desirée, la 16enne stuprata e uccisa da immigrati africani a Roma. Una serie di stupidaggini che tutto sommato farebbero sorridere, se qualcuno tra i militanti del giovane movimento, colpito dalla virulenza dell’aggressione, non suggerisse di studiare meglio parole e forma dei messaggi. Voglio dirlo chiaro: questa miserabile “normalità italiana” non mi preoccuperebbe più di tanto, se non temessi che Potere al Popolo abbocchi all’amo e dia una lettura sbagliata al tema della “comunicazione”.
Mi pare evidente: se ormai non ci aggrediscono più solo fisicamente ma anche e ripetutamente sul piano mediatico, è perché hanno riconosciuto un nemico pericoloso. Da questo riconoscimento ricavo una verità semplice, ma incontestabile: Viola Carofalo è stata all’altezza della situazione anche sul piano comunicativo. Conviene che cambi registro per evitare gli attacchi, o prendiamo atto che l’attaccano proprio perché vogliono costringerla a cambiare?
Pensiamoci bene. A chi ha parlato finora Viola? A gente disgustata di una sinistra che cerca consensi facendo la controfigura delle destre. Gente che comincia ad ascoltare. Che facciamo, cambiamo? Regaliamo a chi attacca il risultato che cerca e lo facciamo subito dopo i primi colpi tirati? Sarebbe un errore imperdonabile: Proprio perché è sempre e comunque se stessa Viola ha intelligentemente evitato la trappola in cui intendono cacciarla gli scienziati della comunicazione pagati dai neofascisti.
Certo, se continuerà per la sua strada, la riempiranno di insulti, ma tutti gli sputi che le indirizzeranno finiranno in faccia a chi sputa. Tenga la rotta, piuttosto, come ha fatto finora, li faccia correre appresso a lei sempre più affannati e i risultati continueranno a venire. Quelli che sputano vanno controvento. Sputano perché sentono che la forza di Potere al popolo è la loro debolezza, sentono che c’è un treno sul quale corriamo, un treno che insegue una necessità della storia. Coraggio, perciò. Nessuno tocchi il freno e non offriamo tregue: chi oggi sputa domani sarà travolto.

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secessione

È partita dalla Regione Veneto, ma si sta allargando a tutto il Nord Italia, la richiesta di autonomia regionale che farebbe gestire da queste Regioni il 90% del gettito fiscale per sostenere il welfare delle singole regioni. Se dovesse realizzarsi questo progetto, le Regioni meridionali sarebbero duramente penalizzate e verrebbe meno il principio costituzionale della parità di trattamento di tutti i cittadini italiani. Il divario Nord/Sud, già allargatosi durante la recente recessione economica, si trasformerebbe in abisso.
La Lega di Salvini rimane la Lega Nord e ha ingannato i meridionali con il suo slogan “prima gli italiani”. Non vogliono il reddito di cittadinanza perché ne beneficerebbero in gran parte i giovani meridionali disoccupati, e hanno ottenuto di spostarlo ad aprile 2019 quando faranno cadere il governo. Non hanno rinunciato alla secessione, ma sono diventati più furbi e la stanno facendo passare, in silenzio, puntando sulla ignavia del M5S che se non ferma questi provvedimenti si renderà complice della definitiva emarginazione della società meridionale.
Fermiamoli!!!
Chiunque ha coscienza della gravità di questo passaggio storico, chiunque ha a cuore l’unità del nostro paese, chi non vuole essere complice della Secessione del Nord, faccia stampare questo appello e lo faccia affiggere nelle scuole, negli uffici pubblici, nelle fabbriche,nei supermercati, presso le edicole e dovunque sia ben visibile e crei opinione. Ogni voto, ogni forma di consenso dato alla Lega costituisce un tradimento della Costituzione e del Sud, un’ ingiustizia perpetrata contro le sue popolazioni.

Osservatorio del Sud

Per firmare: osservatoriodelsud@gmail.com

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Tornando a rifletterci qualche giorno dopo, quando le emozioni sono lontane e c’è spazio per la riflessione, l’Assemblea nazionale di Potere al Popolo ha una qualità su cui vale la pena di fermarsi: tanti giovani in gamba, che per la prima volta parlavano in pubblico emozionati, non si vedevano da moltissimo tempo.
Tra i molti meriti di Potere al Popolo c’è anche e forse soprattutto questo: non ha messo assieme solo un manipolo di vecchi e indomabili militanti, ma ha saputo avvicinare alla politica giovani preparati, ricchi di qualità e mossi solo dalla passione.
Non è cosa da poco in tempi come questi. Chi ha voglia e pazienza, guardi il video dell’assemblea e si renderà conto di quello che si sta muovendo.

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E’ un coro funereo: la sinistra è finita. Io credo invece che non ci siano sogni impossibili, quando si va nella direzione in cui si dipana il filo della vicenda umana. La sinistra per me è più viva e vitale che mai; le mancavano interpreti adeguati e riferimenti credibili. Ora che a poco a poco emergono, nonostante le difficoltà, saranno in molti a scoprire che non ci sono funerali da preparare ma sogni da realizzare.
Uno di questi sogni ha finalmente un nome: si chiama Potere al Popolo. Avanti, perciò, sempre avanti! Gridiamolo forte come i primi socialisti e ricordiamolo sempre: nessuno lo avrebbe immaginato, ma quegli uomini e quelle donne furono i protagonisti del secolo dei lavoratori e scrissero uno dei capitoli più belli della vicenda umana. Quel capitolo non si è mai chiuso.

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L’internazionale delle destre non è solo una minaccia, ma un fatto compiuto. Dopo l’arresto di Riace, la chiusura alle 21 dei negozi etnici e il divieto per i migranti di uscire fuori dai centri di accoglienza dalle 20 alle 8 – una sorta di coprifuoco – l’attacco delle destre si sposta in Francia. Apprendo in questo momento con angoscia e stupore che a Parigi è in corso una perquisizione in casa di Mélenchon, leader di France Insoumise. Non c’è contestazione  di reato. Ecco un drammatico filmato in cui Mélenchon parla di repressione politica.
Mentre scrivo, anche i collaboratori di Mélenchon subiscono perquisizioni domiciliari. Tutto ormai somiglia a un incubo, ma è purtroppo la realtà. Mentre mi domando in che mondo vivranno i nostri figli e come si possa provare a fermare la reazione che ci sta travolgendo, Mélenchon chiama alla mobilitazione i francesi davanti alla sede della France Insoumise. Viene in mente la lucida analisi di Piero Grifone che ci regalò una bussola: il fascismo è il regime del capitale finanziario. Forse quella bussola avremmo dovuto utilizzarla meglio e ora non c’è più tempo. Che fare? Anzitutto questo: ragionare in termini di resistenza.

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