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Archive for the ‘Interventi e riflessioni’ Category


Se io parlo di green pass e tu insisti sui vaccini e sull’incoscienza dei no vax, puoi dire anche cose giuste, ma sei «fuori tema». Mi sono vaccinato due volte, come mio fratello che, però, malato a rischio della vita, non è stato ricoverato finché non gli hanno fatto un tampone. Perché negli ospedali il green pass non conta nulla? Semplice: i vaccinati possono essere infetti. Il green pass, quindi, non li protegge e potrebbe, anzi, paradossalmente addirittura facilitare i contagi.
Se ci rifletti, perciò, il nostro vero problema, non è la salute mentale dei no vax, ma quella della democrazia, sempre più esposta ai colpi di un governo reazionario.

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Le regole hanno però eccezioni. Nel mio blog scrivo io, ma questo articolo di Dante Barontini uscito oggi su “Contropiano” merita davvero di essere letto. Il “governo dei migliori” ne esce com’è: una esempio di pericolosa miseria morale.


La stronzata galattica del green pass esplode alla luce del sole – senza più la “distrazione di massa” egemonizzata dai fascisti – nel porto di Trieste, dove i “camalli” del Coordinamento Lavoratori Portuali di Trieste (Clpt), la forza sindacale più rappresentata nel porto sono pronti ad entrare in sciopero da venerdì 15 se non verrà annullato il decreto in tutte le sue varianti.
Davanti alla minaccia, il “governo che va avanti” ha innestato una mezza marcia indietro, convocando le imprese che agiscono nello scalo per chieder loro di caricarsi il costo dei tamponi ogni 48 ore per quanti non hanno il “certificato verde” perché non vaccinati.
Ma neanche questa frenata risolve il problema. Un comunicato del Cplt, infatti, sottolinea che «Non scendiamo a patti fino a quando non sarà tolto l’obbligo di Green pass».
Dunque la patata bollente diventa tutta politica, perché chiede al governo – non alle singole aziende – una marcia indietro totale.

Il caso è emblematico, dicevamo, della follia amministrativa combinata da Draghi & co, quando hanno deciso di lasciare “facoltativo” il vaccino, creando però un “documento” obbligatorio che poteva essere ottenuto soltanto da vaccinati, ex malati ed esentati per ragioni mediche.
Una scelta che abbiamo criticato fin dall’inizio proprio perché sostituiva una misura sanitaria facilmente spiegabile “alle masse” – nonostante l’insopportabile “nazionalismo occidentale” per cui gli unici vaccini ammessi sono quelli delle multinazionali anglo-statunitensi – con un foglietto burocratico di nessuna rilevanza ai fini del combattere il contagio.
La scelta del green pass era però sembrata molto “furba” a governanti interessati solo a creare strumenti coercitivi a disposizione delle imprese contro i lavoratori. Da un lato lasciati “liberi di scegliere” in materia di vaccinazione, ma dall’altra discriminati in base alla scelta.

Tra i portuali di Trieste la percentuale di non vaccinati è molto alta (il 40%, mentre nella popolazione over 12 è solo del 15%), e dunque per tutti i lavoratori è scattato il bisogno di restare uniti contro le minacce di sospensione dal lavoro e dallo stipendio esplicitamente contenute nel decreto governativo, di cui si chiede ora il ritiro puro e semplice.
La richiesta di mostrare il green pass, in questo caso specifico, è particolarmente strumentale, visto che la totalità delle operazioni condotte dai portuali avviene all’aperto, ossia in condizioni in cui – fuori dai posti di lavoro – non viene chiesto alcunché. Neanche più di indossare le mascherine.
La natura strumentale e “padronale” del green pass è illuminata in particolare da alcuni passaggi delle “disposizioni urgenti per l’applicazione del green pass sui luoghi di lavoro”. In cui si possono leggere perle come questa:

Come illustrato in apertura il lavoratore privo di Green Pass non potrà essere ammesso sul luogo di lavoro, indipendentemente dal fatto che tale luogo di lavoro sia in luoghi chiusi o all’aperto.
Il lavoratore è tenuto a presentarsi sul luogo di lavoro anche se non in possesso del Green Pass e solo dopo l’esito negativo della verifica (o dopo l’eventuale diniego di esibizione del certificato) può essere allontanato.
La mancata presentazione quotidiana sul luogo di lavoro, potrà dare luogo a provvedimenti disciplinari per assenza non giustificata.”

Insomma: devi andare tutte le mattine sul posto di lavoro e farti dire, tutte le mattine, “tu non puoi entrare”. Altrimenti sei passibile di licenziamento.
Ma a questo punto si è arrivati perché il governo – come gli altri, nell’emisfero neoliberista – non ha reso obbligatoria la vaccinazione di tutta la popolazione, così come avviene per altri 10 vaccini che, se non fatti, impediscono l’accesso dei bambini alle scuole. Ed è veramente una follia inspiegabile, sul piano sanitario, che nel pieno di una pandemia mondiale non si sia mai voluto procedere verso la messa in sicurezza della popolazione.
Su questa follia pesa probabilmente l’aver diffuso per alcuni decenni una stranissima nozione di “libertà”, talmente individualizzata e de-socializzata da rendere concreta la pazzia thatcheriana (“non esiste la società, esistono solo gli individui”).

E dunque, quando bisogna fare qualcosa che riguarda ogni singolo individuo, l’unica idea che viene in testa è quella di “inventarsi” un inghippo burocratico che renda di fatto obbligatorio quello che non si vuole dichiarare tale.
Un dispositivo tipico, bisogna dire, di una mentalità fascista. Nel solco proprio della “tessera del fascio”, che nel Ventennio era – sì – “facoltativa e libera”, ma chi non la chiedeva perdeva il lavoro. A partire dal pubblico impiego, naturalmente (Brunetta sta provando a usare il green pass nello stesso modo, dichiarandolo obbligatorio anche per chi lavora in smart working).
Ma i pasticci burocratici creano situazioni caotiche e ingestibili. Merito dei portuali triestini è proprio quello di rendere esplicita questa follia.
La loro posizione – com’è costretto a riconoscere anche l’ultra-filo-governativo Huffington Post – non è infatti quella facilmente (ed a ragione) stigmatizzabile come anti-scientifica:

i lavoratori sono compatti su una posizione che si può riassumere così: sì all’obbligo vaccinale, no all’obbligo di green pass. Inclusi quelli già vaccinati che hanno promesso di fermare le attività se anche solo un collega, non vaccinato, dovesse essere escluso dal lavoro.”

Insomma: se il vaccino fosse obbligatorio, non ci sarebbe il problema. Lo andiamo ripetendo fin dall’inizio, e persino qualche sedicente “ultrasinistro” fa ancora finta di non capire…

Il green pass è un’arma di distrazione e divisione di massa, che qualcuno (i fascisti) ha cercato di far diventare “il terreno della lotta politica”, sostituendo e bypassando i temi centrali dello scontro di classe in questo momento (quelli sui cui è stato effettuato lunedì uno sciopero generale nazionale di tutto il sindacalismo di base).

L’idea era quella di sollecitare un’opposizione idiota ma bipartisan, in modo da rispoverare l’impostazione strategica degli “opposti estremismi”. Il gioco non è riuscito, anche se continuano a gestirlo in questa chiave i media di regime.
In una delle tante strozzature della logistica, lì dove non si può “delocalizzare” e andare da un’altra parte, quell’arma di distrazione di massa è stata gestita in termini di classe. E il “governo dei migliori” è stato rimesso coi piedi sulla terra. Nella sua pochezza…

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Lo dico molto umilmente, perché sono confuso.
La sinistra ha colpe gravissime e ha creato i presupposti che ci conducono a ieri. Distrutto il sistema formativo, cancellato lo stato sociale, ha seminato ignoranza e disperazione. Il programma delle destre è stato realizzato dalle sinistre, un tempo marxiste, oggi neoliberiste.
Per suo conto, il neoliberismo, con la sua religione del mercato, ha prodotto crisi devastanti, che hanno colpito un popolo di senza storia, ridotto a un gregge, privo di coscienza critica.
Viviamo su un vulcano prossimo a una probabile eruzione. Se il tappo dovesse saltare, in testa a un movimento di popolo troveremmo certamente chi ieri ha misurato la febbre alla democrazia e sa che è molto malata. L’attacco è stato portato non solo al sindacato, ma si è provato anche a entrare nel Parlamento, alla maniera di Trump.
Il fascismo è stato ed è il regime politico ideale per il capitalismo finanziario e da questo governo, che ha dentro i colletti bianchi di una destra eversiva ed è guidato da un banchiere, non potremmo aspettarci una reazione di quelle eroiche alla Allende.
La sinistra, dopo aver messo i semi della tempesta si è praticamente dissolta. Auguriamoci che nei prossimi giorni chi ieri ha retto i fili della pantomima rivoluzionaria, si dimostri una tigre di cartone, che non può contare su un Mussolini. Se dovesse uscirne uno, il pericolo sarebbe enorme e comunque i processi ai «sinistri», per quanto necessari, oggi sono tardivi.
Abbiamo bisogno di tempo per organizzarci dal basso, parlare alla gente in senso lato, dagli autentici democratici ai preti di base. Credo che questo ci consentirebbe di essere pronti, se possibile,  per una lotta politica. Se la parola dovesse invece passare alla forza, avremmo gettato le basi per una resistenza di popolo.
Se ho esagerato o detto sciocchezze, perdonate, ma tenete anche presente che per un uomo della mia generazione ciò che è accaduto ieri è stato un trauma violento.

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Assalto fascista alla CGIL.
Col Governo dei “migliori” stiamo tornando agli anni Venti del secolo scorso. !3 anni di carcere per Mimmo Lucano e la feccia si muove indisturbata!

https://www.collettiva.it/copertine/italia/2021/10/09/video/attacco_alal_cgil-1532200/

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QUANDO LA MAGISTRATURA DIVENTA UN PERICOLO PER I CITTADINI, BISOGNA ACQUISTARE UNA TOMBA PER LA DEMOCRAZIA.

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Facciamoci delle domande. E’ vero o no che in qualunque Paese veramente democratico l’arrogante rifiuto opposto da Gaetano Manfredi a ogni pubblico confronto con gli avversari ne avrebbe decretato la sconfitta prima ancora dell’apertura dei seggi? E non è vero che Manfredi si presenta alle elezioni accogliendo tutti gli ex avversari che portano voti?
E’ vero, certo che è vero.
E’ vero o no che in termini di “programma”, questo significa che Manfredi vuole solo vincere, ma non ha, non può avere un sistema di valori cui ispirarsi e  una vaga idea di ciò che farà per la città? Non è così? Sì, è evidentemente così.
Per questo scappa.
Darete la città in mano all’armata Brancaleone che si porta appresso, per offrirla al saccheggio dei lanzichenecchi? Non gliela darete? E che farete? Per sfuggire al gatto correrete in braccio alla volpe? Voterete per Bassolino, l’uomo che vi ha sepolti sotto tonnellate di spazzatura? Andrete a votare per il “Komunista” che, zitto, zitto, si mette d’accordo con gli uomini di Salvini e vi vende al miglior offerente?
Non lo farete? E allora chi voterete?
Mi pare di sentire il coro: “Nessuno. A votare non ci andremo, così questa banda di politicanti imparerà la lezione”!.
E no, cari miei. La lezione la imparerete voi, quando, impotenti, assisterete alla privatizzazione dell’acqua e dei mezzi pubblici, quando vi ridurranno con le pezze al culo, caricandovi di nuovi debiti e distruggendo ciò che resta della Sanità e dello Stato sociale.
Lo so che lo sapete: c’è pure la Clemente. Che farete? Come pesciolini all’amo, abboccherete alle lenze che abilmente vi fanno passare sotto il naso e griderete: “Alessandra Clemente? Ma quella è una  nullità!”.
Avete detto le stesse cose per De Magistris e ora volete punire Alessandra Clemente come fosse lui. Bravi! Vi siete lasciati infinocchiare dai pennivendoli coalizzati e dalle televisioni che sono tutte in mano di chi vi affama.

La verità è che il sindaco su cui puntate il dito ha messo spalle al muro personaggi potenti. e voi l’avete eletto perché vi aveva stupito per il coraggio. Voi lo sapete: in un paese come l’Italia, un magistrato che si mette a indagare su gente che ha potere ha un raro coraggio, rischia di farsi male e chiudere la carriera in malo modo. L’avete eletto per questo e gli affaristi di ogni razza hanno trovato chiusa la porta di Palazzo San Giacomo. A voi pare niente? Questa scelta gli è costata immediatamente l’ostilità di tutti i giornali e tutti i partiti. Non s’era mai visto uno schieramento così compatto.
Poiché la capitale del Sud non si poteva più spolpare, le hanno tagliato l’ossigeno e si sono inventati l’ “autonomia differenziata”. Non sapete cos’è? Un sistema per derubarvi legalmente. Bene, mentre voi dormivate, il sindaco di Napoli è stato l’unico politico del Sud a schierarsi contro l’ ”autonomia differenziata”. L’unica figura con carica istituzionale. Era il 2019. Avete sentito parlare Maresca, Bassolino e Manfredi? No stavano tutti zitti. Lui no. E con lui Alessandra Clemente. 
Naturalmente se dici no a un imbroglio, gli imbroglioni te la fanno pagare. Ed ecco che nasce la favola del “populista”. Populista chi? Chi non si siede al tavolo dei gruppi di potere accampati nei partiti? Vi piaccia o no, ve lo ricordiate o no, Napoli è stata la sola grande città d’Italia in cui l’acqua è pubblica e costa meno che in tutte le altre città. E quando s’è fatto questo autentico miracolo, la Clemente, la “nullità”, era col sindaco. I partiti che oggi si presentano nascosti dietro i candidati, PD in testa, non facevano altro che sabotare. Perché? Perché a loro non interessate. A loro interessano gli affari e gli affaristi e l’acqua è un affare d’oro.
Assieme alla  Clemente, De Magistris vi ha dissepolti. Vi ha trovati sotto la “munnezza” e vi ha recuperati. Aveva tre soldi, ma c’è riuscito. E’ stato un altro colpo agli affari sporchi del neoliberismo. Un colpo alla camorra, che vi aveva seppellito sotto la spazzatura. Voi ve lo ricordate Bassolino? Parlava, parlava e non faceva niente. Che fate? Tornate a votarlo?
De Magistris e la Clemente hanno tolto dalle mani dei privati la torta della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti. Ora c’è un’azienda comunale, l’Asìa, ci sono 10 isole ecologiche, una per municipalità, e cinque itineranti (per raccogliere mobili ed elettrodomestici che prima finivano per la strada); ci sono nuovi macchinari, c’è – e prima non c’’era – la polizia ecologica, che ha fatto multe in quantità e c’è l’esportazione in Olanda. Il sindaco non ha fatto niente? Ma voi dove siete stati in questi anni? Napoli ha raggiunto il 40% della raccolta differenziata, la raccolta porta a porta è diffusa in quasi tutti i quartieri e la TARI è tra le meno costose del Paese.
La Clemente era con lui quando De Magistris ha ricondotto al potere pubblico la gestione del patrimonio immobiliare della città. Prima – non ve ne ricordate? – prima era in mano a Romeo, che ha avuto poi problemi con la giustizia. Ci voleva coraggio. De Magistris l’ha avuto. E solo un politico di grande coraggio come lui poteva farlo. Gli altri sindaci non si erano azzardati. Romeo è parte di un gruppo finanziario assai potente ed è amico dei Caltagirone, padroni del “Mattino”, che a Napoli conta molto. Voi capite perché il giornale ha fatto guerra e De Magistris e ora la fa alla Clemente? Perché la “nullità” era con lui quando il colpo è stato assestato! Insomma De Magistris sarebbe un fallito e la Clemente è una “nullità” perché non fanno patti con i potenti? Non vendono e non si vendono?
Volete credere ancora all’informazione che ne fa una mezza tacca? Credeteci pure, ma ricordate: vi prendono per i fondelli. Eppure avete sotto gli occhi la trasformazione di quasi tutti gli incroci in rotonde,  centinaia di km di strade rifatte, via Caracciolo in buona parte pedonalizzata, 150 nuovi autobus acquistati, 5 nuove stazioni della Metro. Forse non lo sapete, ma l’azienda pubblica di trasporto, l’ANM, ha di nuovo il bilancio in attivo. A voi pare poco? Avete dimenticato che siamo una città costretta a pagare un debito che risale al terremoto dell’80.
La Clemente è stata con lui nella rigenerazione della Sanità e dei Quartieri Spagnoli, un tempo luoghi pericolosi, oggi “riconquistati”, pieni di osterie e bar, e murales giganteschi conosciuti nel mondo. Napoli è stata la prima città d’Italia a dotarsi di un registro delle unioni civili, che ha permesso il riconoscimento legale a coppie dello stesso sesso e ai loro figli, anche adottivi, esempio poi seguito anche da altre città.
Volete fermare questa macchina e rimettere al volante chi vi ha distrutto? Padronissimi di farlo. Se ci pensate un poco, però, non ci vuole molto a capirlo. Avete una sola speranza: la coalizione della Clemente sostenuta da Potere al Popolo, il meglio della politica che vive in città.

Candidato di Potere al Popolo

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Ho insegnato nelle scuole statali quando coltivavano intelligenze critiche ed erano un’efficace ascensore sociale. Dagli anni Sessanta a oggi ho sempre lottato per un mondo migliore e non ho rincorso sogni. Ho partecipato a lotte che hanno consentito grandi conquiste sociali. Quelle conquiste che, in nome del profitto, il neoliberismo dilagante sta cancellando, assieme all’equilibro dell’ambiente, mettendo a rischio la sopravvivenza del genere umano.
Di mestiere faccio lo storico, che non significa occuparsi del passato, ma fornire chiavi di lettura del presente e quella autonomia di pensiero che consente ai giovani di progettare il futuro.
Mi candido alle imminenti elezioni amministrative, convinto che amministrare Napoli e i suoi quartieri significhi anzitutto fare una scelta politica: rifiutare la logica devastante del neoliberismo e opporsi, se necessario, anche con la più intransigente disobbedienza. E poiché è necessario, noi diremo no.
Mi candido perché intendo contribuire alla sconfitta delle foglie di fico di forze politiche che qui a Napoli fingono di combattersi e a Roma governano con Draghi e dicono sì a leggi che massacrano la povera gente. Questa gente promette che farà il bene di Napoli, ma si è già accordata sull’autonomia differenziata, che assegna incalcolabili risorse al Centro-Nord e lascia Napoli e il Sud nella più nera miseria.
Mi candido con Potere al Popolo, a sostegno della candidata sindaca Alessandra Clemente, perché quando dice città, Potere al popolo non pensa ai salotti buoni di quei ceti sociali che si arricchiscono col lavoro nero e l’evasione fiscale. Pensa anzitutto ai territori in cui decenni le politiche neoliberiste hanno portato miseria, camorra, disoccupazione e disperazione.
Potere al Popolo è una forza politica apertamente antiliberista, non appoggia il tragicomico governo Draghi, rifiuta il devastante progetto di impoverimento di Napoli e del Sud e da anni dimostra coi fatti di avere un modello alternativo a quello che unisce tutti gli altri candidati. Potere al Popolo non promette “miracoli” e non si prepara a distruggere Napoli. Da anni offre gratis a migliaia di persone attività solidali, assistenza legale a lavoratori e immigrati colpiti dalle leggi di Salvini, Draghi e compagnia cantante, da anni fa funzionare doposcuola, ambulatori medici e attività teatrali e sportive e dai tempi del lockdown distribuisce pacchi spesa a chi ne ha bisogno.
Questo è il nostro modello di riferimento e questo faremo se ci voterete. Sarà più facile, perché avremo strumenti più efficaci e una più ampia possibilità di conoscere problemi e intervenire.

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Manfredi, ex rettore dell’Università Federico II, è uomo d’onore e gli si deve credere. Se dice che non sapeva nulla della brutta faccenda del Comitato elettorale creato per lui da alcuni docenti dell’Università Federico II, è così: non ne sapeva nulla. Non sapeva che Bruno Amato, docente della Federico II,candidato al Comune di Napoli in una delle lista che lo sostengono, aveva avuto la sciagurata idea di scrivere ai colleghi domandando una foto, l’identificazione attraverso la posizione accademica e il numero dei voti che pensava di assicurare all’ex rettore. Lo scopo della raccolta  dati? Semplice e sconcertante: «Facciamo un fascicolo e lo consegniamo a Manfredi».
L’ex rettore non ne sa nulla, finché l’iniziativa non diventa di pubblico dominio. A quel punto ti aspetti la condanna e l’immediata, indignata presa di distanza. Aspetti invano. Il serafico candidato sindaco di Napoli non fa una piega e chiamato a esprimere la sua opinione, minimizza il caso indecente e lo riduce a «una ingenuità nata dai relativi, diciamo così, tempi veloci con i quali sono stato coinvolto in questa campagna elettorale». Una dichiarazione sconcertante, che consente al coordinatore cittadino di Forza Italia, Fulvio Martusciello, di reagire indignato: «L’idea di schedare i professori universitari secondo le loro idee politiche è l’antitesi dell’Università che vogliamo ».
Solo quando lo scandalo monta, Manfredi fa marcia indietro, riconosce l’errore ma continua a minimizzare : «E’ stata una grande leggerezza, ha chiesto scusa […] Può succedere che si sbaglia, quando poi si è candidati per la prima volta». Manfredi non lo sa, ma Amato invece è già stato candidato con Lettieri.
Quale Università vorrebbe Martusciello c’interessa poco. A noi piacerebbe sapere che idea abbia del tempio napoletano dell’alta cultura, il suo ex sconcertante rettore, che, minimizzando, sembra non aver colto la gravità di un’iniziativa che ignora le norme sulla privacy, è estranea alla cultura della democrazia e ha mille affinità con una schedatura politica.
Riducendo tutto a una ingenuità, giustificata dai tempi ristretti che ha avuto per candidarsi, Manfredi dimostra di non rendersi conto della gravità di un’iniziativa, che si inserisce purtroppo a buon diritto nel crescente, pericoloso degrado della politica, nella scarsa sensibilità democratica della cosiddetta società civile, ormai indifferente ai modi in cui si svolge una campagna elettorale, caratterizzata dalla difficoltà di marcare il confine tra il lecito e l’illecito.
Qualcuno dirà che in fondo si tratta di un evento marginale. Per noi invece è una brutta faccenda, significativa e per molti versi rivelatrice, che pone una domanda chiara e inquietante: Manfredi è davvero l’uomo a cui affidare le sorti di Napoli?
Basta riflettere con onestà intellettuale per capire che la risposta è no. C’è bisogno di altro e di meglio. Esclusi Bassolino con la sua triste storia e Maresca, candidato di Salvini, c’è Alessandra Clemente, una donna che vale, onesta, capace, che ha un programma credibile ed è sostenuta da Potere al Popolo!, una formazione giovane che ha restituito dignità alla sinistra e ai suoi valori.

Giuseppe Aragno, candidato di Potere al Popolo

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Vi domanderete perché, discutendo di elezioni amministrative, chiami in causa l’articolo 116 della Costituzione, che riguarda le regioni e la loro autonomia. Un po’ di pazienza e mi direte poi se l’argomento entra legittimamente nella discussione.
Prima che Massimo D’Alema ci regalasse la sciagurata riforma del Titolo V, sulle Regioni a Statuto speciale, la Costituzione era chiarissima: «Alla Sicilia, alla Sardegna, al Trentino-Alto Adige, al Friuli-Venezia Giulia e alla Valle d’Aosta sono attribuite forme e condizioni particolari di autonomia, secondo statuti speciali adottati con leggi costituzionali». Meuccio Ruini, antifascista, perseguitato politico e padre Costituente, aveva chiarito i motivi della scelta nella sua relazione al progetto di Costituzione. Poche, ma fondamentali parole: «la Regione non sorge federalisticamente. Anche quando adotta con una legge lo statuto di una Regione, lo Stato fa atto di propria sovranità». Pur non potendo nemmeno lontanamente immaginare che qualche decennio dopo avremmo dovuto fare i conti con le folli richieste leghiste, le donne e gli uomini che  scrissero lo Statuto posero così  un limite insormontabile agli egoismo locali e all’avventurismo di gente come Salvini.
Ignorando questa impostazione che aveva radici profonde nella storia di un Paese ridotto a «una espressione geografica» dalla lunga vicenda degli Stati regionali, la miopia di D’Alema e degli uomini che oggi formano il PD, violentarono l’articolo 116, sicché oggi basta una legge ordinaria per accordare alle Regioni «ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia». Unico limite – di fatto formale – un’intesa fra Stato e Regione. Com’era scontato, quando le verità di fede del neoliberismo hanno scatenato la crisi disgregante che attraversiamo, le Regioni che dall’Unità a oggi più hanno preso e meno hanno dato a un processo di armonica crescita economica e sociale della Repubblica, hanno messo in campo iniziative incompatibili con lo spirito Costituente esposta da Ruini all’inizio della storia repubblicana.  
E qui il nesso tra elezioni amministrative di Napoli e cosiddetta «autonomia differenziata» si fa chiarissimo. Allo stato attuale delle cose, tranne Alessandra Clemente, che ha dichiarato la sua netta avversione allo scellerato cambiamento, i candidati a sindaco che dicono di «amare Napoli» provengono tutti, o sono sostenuti, da aree politiche, partiti e liste che sono invece apertamente favorevoli. A parole promettono uno splendido futuro alla città; sanno però che alla resa dei conti chi li presenta e li sostiene non glielo consentirà.
Maresca, per esempio, tutto cuore e passione partenopea, è sostenuto dalla Lega di Matteo Salvini e di Luca Zaia, così attento alla sorte dei napoletani, del Sud e in generale dell’Italia, che nel 2014 ha tentato di indire un referendum che la Consulta dichiarò illegittimo. Qual era l’obiettivo? Voleva l’indipendenza del Veneto, di cui è Presidente. Sì, avete capito: l’indipendenza. Sempre con Napoli nel cuore, Zaia è tornato alla carica nel 2017 con un referendum rivelatore dei rapporti che i ricchi autonomisti intendono instaurare con i poveri napoletani: Zaia vuole tenere per il Veneto una percentuale non inferiore all’ottanta per cento dei tributi pagati annualmente dai suoi cittadini all’amministrazione centrale, per poterli utilizzare in termini di beni e servizi per la sua Regione; non contento, vuole che il Vento tenga per sé l’ottanta per cento dei tributi riscossi nel territorio regionale. Per Zaia, infine, il gettito derivante dalle fonti di finanziamento della Regione non deve essere soggetto a vincoli di destinazione.
Gli amici di Maresca, quindi, vogliono uno Stato che non possa e non debba attuare il principio costituzionale che consente di destinare risorse aggiuntive per promuovere lo sviluppo economico di territori bisognosi a fini di coesione e solidarietà sociale. L’esercizio concreto dei diritti della persona? Gli squilibri economici e sociali? La salute? La formazione? Sono questioni che al Veneto e alla Lombardia, che ha seguito a ruota Zaia, non interessano. Di fatto, i sostenitori di Maresca con la loro «autonomia differenziata» dichiarano guerra a Napoli e al Sud.
Si può sperare sull’ex ministro Gaetano Manfredi? Nulla da fare. Il PD di Manfredi canta a coro con la Lega di Salvini e non ha fatto nemmeno il referendum. In Emilia Romagna, infatti, sono stati più sbrigativi e l’Assemblea legislativa ha dato mandato al Presidente della Regione Stefano Bonaccini, di avviare  trattative con il Governo. Bonaccini, passato da Bersani a Renzi, uomo della destra del PD, il partito che è probabilmente il principale responsabile dello sfascio del Paese e del Sud in particolare. Non ho parlato di Bassolino? No. Ma lui fa parte a buon diritto e storicamente del gruppo dei distruttori.
Alessandra Clemente e la sua coalizione hanno, com’è noto, una posizione completamente diversa, ma invano chiedono ai candidati avversari di prendere posizione sul tema: Manfredi, Maresca e Bassolino hanno cambiato idea e sono contrari? Se è così, possono spiegarci per favore perché si fanno sostenere da forze che sono invece tutte favorevoli?

Candidato di Potere al Popolo

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E’ vero, è un accademico. E che fai, non lo voti per questo?  Sarebbe una scelta discutibile, perché non sono molti, ma esistono anche quelli non compromessi con l’andazzo dei concorsi pilotati, dei posti ereditati e delle cattedre moltiplicate come i pani e i pesci.
D’accordo, sì, è diventato ministro perché ha accettato di governare l’Università dopo il rifiuto di Lorenzo Fioramonti, indignato per il trattamento da Cenerentola toccato alla formazione.
Manfredi non s’indignò.
Non fu una bella scelta, questo è vero, ma qualcuno doveva pur farlo…
Non c’è dubbio, come ministro è stato un autentico fantasma, però per fare il sindaco, s’è impuntato: voglio i fondi che avete negato a De Magistris. Di fatto perciò, dopo aver sparato a zero sul sindaco uscente, ha riconosciuto che contro di lui si sono fatte scelte scorrette e vergognose.
Questo comportamento è un punto a suo favore o la dimostrazione di una sconcertante ambiguità?
I soldi li avrà?
Se potrà battere moneta, probabilmente sì. Sta di fatto che non solo è un neoliberista convinto, ma a sostenerlo c’è anzitutto il PD, pilastro del pensiero unico e, come tutti sanno, cieco sostenitore della cosiddetta «autonomia differenziata». Forze politiche per le quali il Sud è sostanzialmente una colonia.
Non sai cos’è l’autonomia differenziata? E’ la scelta feroce che unisce tutti i candidati sindaco contro Napoli e contro la Clemente, la sola che rifiuta di vendere la città al Nord, come sono pronti a fare il PD, la Meloni, i 5Stelle, l’innocente nullatenente e patetico Antonio Bassolino e Catello Maresca, dietro il quale si nascondono Salvini e la «Lega Nord per l’Indipendenza della Padania».
Proprio così, «Lega Nord per l’indipendenza della Padania»…!!!!
Stringi stringi, se pensi di votare Manfredi due domande te le devi porre. Solo due, ma decisive:

  1. Quale credibilità può avere Manfredi, che un giorno accusa De Magistris e un altro fa il suo avvocato d’ufficio?
  2. Da napoletano, sei disponibile a votare un candidato sostenuto da un partito proto a pugnalarti nella schiena?  

    Candidato di Potere al Popolo! 
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