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Archive for gennaio 2014

All’on. Stefano D’Ambruoso
DAMBRUOSO_S@CAMERA.IT

Oggetto: Vergogna

Leggo in questo momento che lei avrebbe alzato le mani su una donna in Parlamento. 620x413xl43-loredana-lupo-stefano-140129214846_big.jpg.pagespeed.ic.5q6FhntgeoSulla rete circola addirittura un’im-magine dell’accaduto.
Voglio sperare che si tratti di una menzogna, perché, se non lo fosse, sarebbe un gesto di una gravità inaudita, che rafforzerebbe la delegittimazione morale e politica di chi, “nomi-nato” e non deputato, dopo la sentenza della Corte Costituzionale sulla legge elettorale truffaldina, non ha avuto la sensibilità morale di dimettersi immediatamente.
Giuseppe Aragno

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downloadNon si fa più differenza tra sostanza e forma. Per esorcizzare l’idea del colpo di Stato, la parola d’ordine è minimizzare e, se possibile, ignorare le lacerazioni prodotte nel tessuto costituzionale da una «legalità», che viaggia in direzione opposta alla giustizia sociale. Affamate le scuole, piegate le università, la storia la scrivono Vespa e compagni e si lavora per rassicurarci: nemmeno la «marcia su Roma» produsse uno strappo nella «legalità costituzionale». Poiché lo Stato non si autosospende, il Capo dello Stato – un gaglioffo con la corona, si potrà dirlo senza rischiare la lesa maestà? – incaricò Mussolini di formare un governo e l’eroe da burletta, messi da parte il manganello e l’olio di ricino, domandò la fiducia al Parlamento. Un piccolo trucco, insomma, e la forma fu salva: la crisi, tutta giocata in piazza, chiuse a Montecitorio la pratica della legalità e lo Stato fascista prese il posto di quello liberale.
Poiché Machiavelli ci ha insegnato che il Principe non si pone problemi etici, chi riflette sulla crisi morale che ne derivò è travolto dalle critiche sferzanti di pennivendoli e politologi. E’ inutile ormai discutere della Legge Acerbo e di un premio di maggioranza spropositato che mise il Paese in mano a banditi da strada. Siamo andati ben oltre, noi, e la saggezza giuridica, d’altra parte, si attacca alla forma e ci cuce la bocca: Acerbo passò in Parlamento e tutto andò secondo le regole del gioco. A ben vedere, anche allora, in fondo, si fece salva anzitutto la « continuità», confermando una linea di tendenza: con le leggi elettorali i liberali non sono mai stati larghi di maniche e, per loro, le ragioni del potere hanno sempre prevalso su quelle della «rappresentanza».
Anche questa è «continuità» e, giacché ci siamo, perché non dirlo? La fascistizzazione della società fu soprattutto ricerca di una «continuità». Dov’è la cesura, se, come ormai si afferma, la riforma Gentile fu il punto di arrivo di un dibattito che aveva impegnato in età liberale pedagogisti e filosofi di diverso orientamento? Dov’è la cesura, se il sistema repressivo fu semplicemente razionalizzato e se elementi chiave del corporativismo erano già presenti nelle pratiche giolittiane di commistione tra pubblico e privato, col sindacato entrato a vele spiegate nella costituzione dei Consigli superiori? In questo senso, «continuità», la magica parola che garantisce la legittimità giuridica del nostro Parlamento, si applica tranquillamente anche alla «fascistizzazione» del Paese, perché il senso profondo dell’operazione mussoliniana fu soprattutto questo: agire in sintonia ideologica con gli elementi strutturali del mondo liberale, della sua concezione autoritaria, nazionalistica e per molti versi gerarchica della società. E’ la «continuità» la parola chiave che consente ai liberali di passare armi e bagagli in campo fascista senza porsi il problema di grandi e complicate conversioni etiche. Una «continuità» che trova la sua più completa espressione in una concezione della sovranità della Stato, nata ben prima di Alfredo Rocco.
Mentre una dottrina dello Stato diventa verità di fede e  bibbia della democrazia e il Paese si sfascia sotto i colpi di una classe dirigente che, priva di ogni legittimità politica e morale, occupa «legittimamente» il potere in nome della «continuità dello Stato», è difficile dimenticare che Rocco, ideologo del fascismo, ne era convinto: «dalla teoria della sovranità dello Stato discende logicamente la teoria dello Stato fascista». Alfredo Rocco, sì, il fascista del quale – sarà solo per caso? – conserviamo gelosamente il codice penale.
Molti anni fa, quando la dignità in politica aveva ancora un ruolo di primo piano, De Gasperi, che di certo non fu un pericoloso bolscevico, ebbe a ricordare ai fascisti che le democrazie distinguono tra Stato e Società e che l’una può sopravvivere, spezzando la continuità dell’altro. Può capitare, ed è purtroppo ciò che sta accadendo, che l’interesse generale diverga dall’interesse del potere costituito e che lo Stato, ridotto a mera espressione del potere di una classe, pur di sopravvivere, in nome della «continuità», pretenda di uccidere la democrazia. Tocca a noi decidere da che parte stare, ricordando, però, che di «continuità» ne abbiamo ormai tanta, che sempre più spesso torna in mente lo Stato fascista.

Uscito su Liberazione.it il 31 gennaio 2014 col titolo Con l’alibi della «continuità».

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Da centocinquant’anni, ogni tanto la polizia ammazza di botte un prigioniero o spara sui manifestanti. Di qualcuno si conosce il nome, i più finiscono al cimitero e non se ne parla nemmeno. Il muratore Romeo Frezzi, fu massacrato nel 1897 perché non voleva denunciare i suoi compagni anarchici dopo un attentato fallito. Non poteva farlo nemmeno se avesse voluto – con l’attentato lui non c’entrava nulla – ma non se ne fregò nessuno: cranio fratturato, costole spezzate con distacco totale alla colonna vertebrale, lesioni al pericardio e alla milza. Mori, fu sepolto e tanti saluti a chi resta.
In soli tre anni, dal 1948 al 1952, in piazza la celere fece più di 60 morti. Un record ineguagliato nella “civilissima” Europa del capitalismo, ma che volete farci? In giro, si sa, c’erano troppi comunisti. Nel 1969 Pinelli volò da una finestra del quarto piano della Questura di Milano. Con una folla di poliziotti attorno, il suicidio non era il meglio come versione da passare a pennivendoli e velinari, ma alla fine il giudice D’Ambrosio s’inventò la formula magica – un “malore attivo” – e chiuse la pratica. Sono passati decenni ormai, sforzi se ne sono fatti, ma nessuno ha ancora capito che cosa sia davvero un “malore attivo”, questo malessere misterioso che prima ti fa spuntare le ali, poi ti fa volare per due metri e, infine, dispettoso, ti acchiappa e ti butta giù. Puoi citare a memoria un elenco che non finisce più, trovi sempre qualcuno pronto a tirar fuori la predica sulla violenza e la litania sui “servitori dello Stato”, ma di un processo serio non parla nessuno. Anni fa Ferdinando Cordova, storico di valore e amico mio da sempre, scrisse un bel saggio sulla violenza impunita della polizia; lo intitolò “Alle radici del malpaese”. Lui se n’è andato per sempre ormai, l’Italia è rimasta com’era: il malpaese. L’Italia non cambia.
Federico Aldrovandi è morto per strada, di notte, il 25 settembre 2005. Quattro “tutori dell’ordine”, così si chiamano da noi gli assassini in divisa, gli hanno schiacciato il torace sul selciato con le images ginocchia e la mano è stata così leggera che due manganelli si sono spezzati. L’ambulanza l’ha trovato a terra, bocconi, le mani dietro la schiena strette nelle manette, privo di  conoscenza. Non c’è stato tempo per nulla: qualche disperato tentativo di rianimarlo, poi il medico ha dovuto arrendersi: morto per arresto cardio-circolatorio e trauma  cranico-facciale.
Per cinque ore nessuno ha ritenuto necessario avvisare la famiglia e quando, infine, i genitori sono stati messi di fronte al cadavere di quel figlio sventurato, qualcuno ha provato a mentire: decesso per malore. Non ci credeva nemmeno lui e si vedeva chiaro:  era stato massacrato di botte. Un esperto, nominato dal Giudice Istruttore, ha spiegato la morte con una insufficienza miocardica causata dall’assunzione di droghe, ma i medici legali della famiglia e una terza perizia “neutra” non hanno lasciato spazio a dubbi: le droghe non c’entrano e a poco a poco sono venute fuori le inaudite violenze commesse dai poliziotti ai danni del giovane. Il pestaggio ha avuto tra l’altro una testimone oculare, che ha visto due agenti manganellare Federico e schiacciarlo a terra. Sul corpo, una forte escoriazione a una natica causata dal trascinamento sull’asfalto e un grave schiacciamento dei testicoli; nelle indagini irregolarità a non finire: il nastro con le comunicazioni fra gli agenti e il 113 tenuto a lungo nascosto, il Pubblico Ministero che non è mai andato sul luogo della tragedia, l’auto su cui, a dar retta agli agenti, il ragazzo si sarebbe ferito mai sequestrata.
Tre processi, tre condanne per “omicidio colposo”, ma la Cassazione non è andata oltre una pena di tre anni e mezzo di prigione, in buona parte annullati da un indulto. A conti fatti, la vita del ragazzo valeva, quindi, poco più di 6 mesi di carcere. Dei quattro colpevoli, tre uomini e una donna, Monica Segatto è uscita dopo un mese, grazie al Decreto Severino, e se n’è stata agli arresti domiciliari. A Paolo Forlani, Luca Pollastri ed Enzo Pontani è andata “male”: la misura dei domiciliari è stata respinta.
Ora che tutto è praticamente finito, un’interrogazione parlamentare rivela che gli assassini di Federico Aldrovandi stanno per tornare in servizio. Così ha deciso la Commissione disciplinare, col consenso di quella nobildonna della Cancellieri, che, perché no?, starà già pensando a una meritata decorazione. Finora, nonostante l più attenti ricerche, non si sono trovati né un poliziotto, né un magistrato che hanno dichiarato di vergognarsi …

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Dopo la pantomima dell’opposizione che attacca, nemmeno Cuperlo, che pure gliene ha dette di tutti i colori, ha votato contro. Il tempo dirà fin dove intende spingersi Renzi, il «sindaco d’Italia» nato in provetta dall’ibrido connubio tra terze file dell’ex DC e scarti del PCI, ma un dato certo, dal quale partire purtroppo esiste: siamo più che mai la «serva Italia» che Dante immortalò nei suoi amari versi: «nave senza nocchiere in gran tempesta,/ non donna di province, ma bordello!»
IT.ACS.AS0001.0000614.0002Negli Atti della Costituente, a futura vergogna di chi finge di ignorarlo e di un popolo complice – geneticamente fascista direbbe Gobetti – che tace o, peggio ancora, consente, c’è l’ordine del giorno di Antonio Giolitti, nipote del famoso statista liberale, approvato dall’Assemblea ma escluso dal testo definitivo dello Statuto, per evitare di rendere costituzionale la legge elettorale: «L’Assemblea Costituente ritiene che l’elezione dei membri della Camera dei Deputati debba avvenire secondo il sistema proporzionale». Questo è lo spirito autentico della Costituzione, ma Renzi non lo sa e – c’è da giurarci – se qualcuno glielo dicesse, non muterebbe d’una virgola la sua oscena legge elettorale. Per farlo, dovrebbe ragionare da politico, ma non gli interessa e non ha gli strumenti culturali per farlo. A chiunque lo attacca ormai, replica, con toni ricattatori: ti stai mettendo contro tre milioni di voti. E’ questo il suo unico argomento: tre milioni di oggetti misteriosi, tessere false e berlusconiani d’origine controllata che lo hanno «votato» al prezzo di due euro. Il prezzo che marca anche fisicamente la distanza dai nullatenenti, un problema che non riguarda più il Partito Democratico; ci penseranno forse camini e forni, come il Mediterraneo pensa ai migranti.
«Fortunato il paese che non ha bisogno di eroi», ebbe a scrivere Brecht, ma Gaetano Arfè, maestro di una stagione felice della nostra storia, conscio della tragedia incombente, al tramonto della sua vita, lucidamente, corresse: «fortunato quel paese che quando ha avuto bisogno di eroi li ha trovati, sventurato il paese che non sappia mantenersene degno». L’Italia ha disperato bisogno di eroi, ma non ne trova uno nemmeno in fotocopia. Ce ne fosse ancora di gente della tempra di Amendola, Matteotti, Gobetti, Gramsci e Rosselli, Renzi dovrebbe ammazzarli, ma eroi non ne abbiamo e al neofascismo non occorrono certo pugnali, manganelli e spedizioni punitive; la nostra dose quotidiana di olio di ricino e botte in testa la prendiamo da tempo, grazie allo strapotere mediatico dei padroni schierati a sostegno: De Benedetti con la Repubblica, il Gruppo Espresso, i nove supplementi, tre radio nazionali, quindici quotidiani locali e numerosi periodici, Berlusconi con la possente Mediaset, Urbani Cairo, un ex di Berlusconi alla Fininvest, che alla Giorgio Mondadori ha ora sommato «la Sette». E si potrebbe continuare. Con un’armata simile alle spalle, capace di un volume di fuoco davvero paralizzante, il caudillo «democratico», che solo due anni fa Bersani aveva ridotto al silenzio, ha fatto agevolmente la sua via e ora, se non vuol cadere nella polvere in un battibaleno, così com’è salito alle stelle in un momento, deve solo eseguire, rapido e senza esitazioni, gli ordini di chi in un giorno l’ha reso leader.
Di leggi elettorali e Costituzione, Renzi non capisce praticamente nulla – «ha la parlantina troppo facile per dargli il tempo di leggere e informarsi», ha giustamente osservato Giovanni Sartori – ma i padroni l’hanno affidato a un tutor di gran nome, il politologo Roberto D’Alimonte, uno che, guarda caso, ha un posto d’onore nei salotti buoni televisivi e ripete fino alla nausea il principio base della sua pericolosa scienza elettorale: «una cosa sono i valori su cui si fonda un regime democratico, un’altra cosa è il suo funzionamento». Quando l’immancabile amico degli amici gli ha «anticipato» le motivazioni della sentenza di una Corte Costituzione opportunamente rinforzata da Napolitano con Paolo Grossi, Marta Cartabia e Giuliano Amato, in quattro e quattr’otto Roberto D’Alimonte ha riscaldato la pietanza precotta: niente voto di preferenza, un premio di maggioranza da «legge truffa» e cancellazione dell’idea di «rappresentanza». I vizi costituzionali sono forse meno evidenti di quelli messi assieme da Calderoli, ma stavolta più gravi e non c’è dubbio: Antonio Giolitti e il suo ordine del giorno sono stati sprezzantemente ignorati.
Quella di Renzi non è «demagogia», come pensa Sartori, inseguendo il feticcio della governabilità, è la condanna a morte della democrazia parlamentare.
J. P. Morgan e il grande capitale finanziario ci avevano avvisati e non c’è scampo: la Costituzione troppo «socialista», sarà massacrata.

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Trionfa il «merito». Internazionalizzazione, «mediane» e requisiti aggiuntivi sono la via maestra per giudicare la ricerca. Per la «tornata 2102», tuttavia, i giudizi pubblicati dalla Commissione per l’abilitazione scientifica nazionale danno le vertigini. maestro_discipuloCon la Consulta che ci rassicura sulla legittimità giuridica delle Camere – di quella politica e morale poco o nulla ormai sopravvive – non ci si bada purtroppo – in campo ci sono Renzi e le leggi elettorali, ma la vita continua e studiosi d’ogni disciplina, da anatomia a scienza delle costruzioni e ingegneria sanitaria, disegnano il futuro. Non si tratta di scienze umane, che comunque non è dir poco, ma di salute, sviluppo e sicurezza.
Per Storia Contemporanea, il «prodotto doc» della «misurazione quantitativa» è il successo scontato del candidato che, a tredici anni dalla laurea, ha già nove libri «curati» e otto ne ha scritti di suoi, assieme a due voci enciclopediche e trenta tra contributi in volume e articoli in rivista. Rigo più, rigo meno, 200 pagine all’anno. Dotato di resistenza alla fatica, lo studioso ha all’attivo undici convegni organizzati, la partecipazione a ventinove tra simposi e festival nazionali, dodici seminari e workshop internazionali e, «dulcis in fundo», un ruolo di revisore per la valutazione di «prodotti di ricerca» su riviste italiane ed estere, quattro progetti – uno di rilevanza nazionale, tre internazionali – e un posto in otto comitati scientifici. Fatica premiata dall’Istituto Salvemini, che una domanda, però, la pone: dove ha trovato il tempo per la ricerca? La risposta non tocca alla Commissione, presa e persa tra curricoli, fasce, progetti e docenze estere.
Al di là delle esasperazioni quantitative, nei fatti, la sbornia di dati «oggettivi» rafforza le scelte discrezionali. L’internazionalizzazione, per dirne una, che, dopo tanto suonar di grancasse, costa l’abilitazione a più di un ottimo candidato, a conti fatti, è un parametro vago, legato a logiche interne all’accademia e difficile da rendere oggettivo. Come spiegare, infatti, la scelta della commissione, che per un candidato si contenta di un «un mese d’insegnamento alla PUC di Porto Alegre in qualità di visiting professor» – un mese, tutto compreso, sabato, domeniche e probabili festività – per un altro ignora la docenza etiope, benché superi largamente i requisiti quantitativi minimi e presenta prodotti articolati, convincenti e ricchi di sbocchi metodologici?
Poiché è difficile capire come nascono seri giudizi di merito su centinaia di libri e migliaia di articoli, mai letti – a cinque docenti non sarebbe bastata una vita – chi cerca tra le «sentenze» criteri sicuri, si perde. Gli articoli di prima fascia, ad esempio, sono un ancoraggio fermo ma, come per l’internazionalizzazione, criteri univoci non ne trovi. Se quattro articoli di prima fascia, infatti, sono il «bollino di qualità» che consente di abilitare un candidato privo dei requisiti minimi, come si spiega la bocciatura di chi i requisiti li ha, assieme a sette articoli in riviste di classe A, alcuni in inglese e francese, e «prodotti scientifici» adeguati per metodo e contributi offerti alla conoscenza storiografica, però resta al palo?
Mentre l’accento ripetutamente posto su dati qualitativi – solidità, impianto, complessità della documentazione, finezza di una presentazione – diventa indizio di sconfinamenti in un giudizio di valore che non nasce dall’attenta lettura dei lavori misurati, scopri un candidato di cui si dice un gran bene: la produzione è sicura, convincente, documentata e aggiornata. Metti a tacere il bisogno di capire se i cinque commissari hanno letto le sue trentatré pubblicazioni – perché quelle, poi, e non altre? – e ti contenti di aver trovato un riferimento. Per la commissione, infatti, la buona produzione del candidato non basta, perché ruota su un unico tema: Pci, Komintern, e repressione degli italiani antifascisti nei gulag. C’è tutto, qualità, quantità, docenze estere con relativi studi editi in terra straniera, progetti di rilievo nazionale, membership della redazione di rivista, ma l’abilitazione scientifica alla prima fascia non arriva, perché, a sentire la Commissione, il respiro degli interessi è corto. La ristrettezza dell’ambito di ricerca è, quindi, il punto fermo che lascia il candidato nella seconda fascia da cui proviene, in compagnia di studiosi la cui produzione scientifica si incentra ancora esclusivamente su monotemi: Francesco Crispi e l’età crispina, o il «patriota traditore» e la vita che mena chi scrive a Milano nella prima metà dell’Ottocento. Ti convinci che localismo e respiro corto, intesi come limite negativo, fanno argine alla discrezionalità della Commissione, quando scopri, sconsolato, l’abilitazione toccata a candidati che non escono dall’ambito regionale o addirittura lo riducono, fermandosi a studiare Vescovo, Azione cattolica, clero e parrocchie di Vicenza, per spingersi tutt’al più alle episcopato triveneto e a un sintetico profilo del padovano Giulio Alessio.
Quando trovi Spartaco Capogreco e Mimmo Franzinelli relegati in seconda fascia, uno per misteriose questioni didattiche e l’altro perché lento a correggere imprecisate forzature interpretative, non solo rimpiangi la libera docenza, ma le cooptazioni che, se non altro, impegnavano direttamente la dignità dei «maestri». La bandiera bianca, però, la alzi solo di fronte alla sorte di un «eretico», un neoplatonico «demodé» incurante del tribunale tomista e delle sue verità di fede. Un eretico che, annota scandalizzata la Commissione, insiste sulla subordinazione dei prefetti al potere politico – scempiaggini da Salvemini – e addossa agli italiani la colpa della mancata defascistizzazione. Dovrebbe saperlo, lo stupidello, che furono gli Anglo-americani a imporre a Togliatti il presidente del Tribunale della razza, cui affidare la legge sull’amnistia, e a Giovanni Leone la strenua difesa dei fascisti, poi riciclati dalla DC. In quanto all’assoluzione dei responsabili dell’omicidio Rosselli, ad Azzariti posto alla guida della Corte Costituzionale e agli autori del manifesto della razza mai rimossi dalle cattedre universitarie, tutto nacque, si sa, da pressioni estere. Una mano straniera, del resto, eclissò l’armadio della vergogna. Il neoplatonico ora lo sa: costretto dal bisturi a constatare che il sistema nervoso fa capo al cervello, il figlio del pensiero unico non fece una piega: ci crederei, commentò, se Aristotele non avesse detto che tutto parte dal cuore.
Se è andata così per tutte le discipline, sorge legittimo un sospetto: tra qualche anno, affidarsi a un medico sarà come giocare alla roulette russa.

Uscito su “Fuoriregistro” il 18 gennaio 2014 e su Liberazione.it il 23 gennaio 2014

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Commentando un mio articolo dedicato ai falsi eroi di Pansa, ripreso dal sito “la storia le storie”, un responsabile della Fondazione Fedel carica a  testa bassa:

Ritengo dovreste informarvi prima di dare spazio sul vostro sito ad articoli dai toni diffamatori (l’espressione usata è talmente sopra le righe e fuori luogo, da dire tutto sulla moralità del suo autore) e dal contenuto falso. La Fondazione Comandante Libero non è quello che dite. Né lo è Riccardo Fedel. Basta poco per verificarlo… Sorprende, in effetti, che in un sito che dichiara essere fatto da storici, si verifichino così poco le fonti…”.

Non so con quale coraggio, discutendo di Pansa e dei suoi eroi, i documenti si chiedano a me, ma devo dire che non ci vuole molto a trovarli e sono inequivocabili: accusano un delatore e riscattano la memoria di valorosi partigiani come Ilario Tabarri. Il giornalista può nasconderli ai suoi lettori, non farli sparire.

1) Imputato Umberto Vanguardia al Giudice Istruttore del Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato:  Memoriale.

2) Il Tribunale Speciale assolve i numerosi confinati accusati da Riccardo Fedel di complotto e di costituzione di un “fronte unico” dei partiti antifascisti”.  I giudici fascisti, come si può vedere, ritennero inaffidabile il delatore Riccardo Fedel. Tra gli imputati, tutti confinati a Ustica, nomi di fronte ai quali ci si può solo inchinare: Amadeo Bordiga, primo leader del Partito Comunista d’ Italia, il perugino Mario Angeloni, che nel 1936, dopo aver fondato con Carlo Rosselli la prima Colonna di volontari Italiani, inserita nelle milizie anarchiche della Catalogna, morì combattendo a Monte Pelato; Giuseppe Massarenti, socialista e figura di primo piano nell’esperienza delle cooperative contadine di Molinella, e Giuseppe Romita, che sarà poi ministro degli interni e il 2 giugno 1946 proclamerà la repubblica.
Sentenza del Tribunale Speciale.

3) Copia della Gazzetta Ufficiale con l’elenco delle spie dell’OVRA e il nome di Fedel, poi cancellato perché già deceduto: Gazzetta Ufficiale Spie dell’OVRA.

Quelli che seguono non sono documenti, ma risultano ugualmente significativi e rivelatori.

1) Anzitutto un articolo di Mimmo Franzinelli, studioso noto e di indiscusso valore, uscito sul “Sole 24 Ore“. Pur concludendo in maniera un po’ discutibile, lo storico conferma il ruolo del Mimmo Franzinelli e FedelFedel e spiega perché fu cancellato dall’elenco delle spie dell’Ovra: “La normativa vietava l’inserimento dei defunti nella lista e il ricorso della madre venne pertanto accolto nella formula liberatoria rituale, erroneamente interpretata dal Pansa come prove d’innocenza e fallimento del piano comunista di squalificare l’ex comandante partigiano“. In realtà non c’era nessun piano, prosegue Franzinelli, “l’inserzione era dipesa dall’ignoranza del decesso e la cancellazione dalla sua tardiva notifica alla commissione“.

2) Testimonianze di Bruna Tabarri, figlia di Ilario Tabarri, combattente di Spagna e capo partigiano – il “comandante Pietro Mauri – la cui memoria Pansa ha ingiustamente oltraggiato per dare maggior lustro al suo eroe:
Il Comandante Pietro Mauri e l’8 Brigata Garibaldi in Romagna.
Lettera di Bruna Tabarri.

Infine due foto di Ilario Tabarri, scattate durante la guerra di Spagna. In una Tabarri è il secondo in piedi da sinistra. Nell’altra è il quarto da sinistra in ginocchio con un fucile.

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Per raccontare gli anni Settanta, la Rai ha chiamato Graziano Diana: il ruolo di «voce narrante» è toccato all’inconsapevole commissario Calabresi e n’è nata una favola sconcia, che ha una morale decisamente immorale: Piazza Fontana come un libro aperto, Pinelli suicidato dal peso di colpe inesistenti e un giudice che assolve davanti alla storia la Questura di Milano.imagesPer Diana, il 1969 è figlio d’ignoti: non ha padre, né madre e, ciò ch’è peggio, nemmeno radici. E’ un mistero glorioso: italiani felici e contenti, Questure strapiene d’amore, incerte tra “Fate bene fratelli” ed esercito della salvezza, poi, va a capire perché, un delirio di bombe, un autunno rovente, manifestazioni a catena e su tutto, inspiegata, la violenza che dilaga.
Spiace per Diana, ma i conti non tornano. La sua storia degli anni Settanta non la salva nemmeno la libertà dell’arte, che non può fare da alibi a uno stupro della memoria collettiva. Marcello Guida, le stragi, Luigi Calabresi, il fascismo come braccio armato del capitale, non nascono dal nulla, in un 1969 collocato fuori dalla storia e ridotto a un deformante specchio di faglia. Gli «anni spezzati» da Diana sono una forzatura maldestra e pericolosa. Da Portella delle Ginestre a Piazza Fontana corre un fiume di sangue innocente che macchia la storia della repubblica.
Se il punto di vista dell’Italia che ammanettava avesse fatto i conti con quello dell’Italia in manette, la Rai si sarebbe evitata una pagina buia. L’altra “voce narrante”, infatti, quella a cui Diana non ha voluto dare un microfono, ci avrebbe restituito la memoria di un altro Paese. Una memoria che occorre difendere. La «voce» zittita ci avrebbe parlato di un 22 gennaio del 1952 alla Questura di Como, di un collega di Luigi Calabresi che chiede a Scelba «dettagliate informazioni sulla condotta morale e politica di Lionetti Volga, precisando il suo grado di pericolosità per l’ordinamento dello Stato» e tutti avremmo capito che, nonostante la Costituzione antifascista, nel 1952 il fascismo al Ministero dell’Interno non è ancora caduto. Il Questore di Como, infatti, non chiede notizie perché intende perseguire un reato. Sta solo colpendo un diritto conquistato col sangue. La donna, in realtà, ci racconterebbe la voce messa a tacere, è una giovane sarta giunta «a Faggeto Lario per frequentare un corso in quella scuola femminile del P.C.I». Scuola di partito, quindi, e tanto basta alla polizia «repubblicana» ancora perfettamente in linea con le direttive di Mussolini, tanto basta perché non solo il codice penale è e resterà quello fascista, ma la politica è ancora “mistica”, gli uomini del «Duce» sono tutti dov’erano nel ventennio e i linguaggi e i comportamenti, in Questura, trasudano disprezzo per la libertà e i diritti conquistati dai partigiani.
De Gasperi, d’altra parte, è stato molto chiaro: vuole «uno Stato forte» e una «democrazia protetta dagli estremisti di sinistra». Un disegno che mette la repubblica in mano al fascismo moderato e impunito di Scelba. E’ così che – avrebbe spiegato la nostra «voce» – il fascicolo della Lionetti, non a caso figlia di un partigiano combattente delle Quattro Giornate, si aggiunge a quello di Antonio Gramsci, Sandro Pertini e migliaia di antifascisti e militanti del movimento operaio, raccolti in quel Casellario Politico Centrale, ereditato dal regime, che De Gasperi non solo tiene in vita, ma rende più attivo che mai, infilandovi i fascicoli di antifascisti colpiti dalla polizia della repubblica nata dalla guerra di liberazione dal fascismo.
Le notizie su Volga Leonetti si accumulano così con un’alacrità che farebbe arrossire Bocchini e l’efficiente polizia del fascio littorio. E’ un racconto incalzante e rivelatore. Ai colleghi di Calabresi «non consta che la donna sia dotata di particolare cultura, pur tuttavia ella svolge con discreta intelligenza l’attività di propagandista». E poiché nulla nasce dal nulla, spiegano i solerti funzionari, ieri fascisti e ora democratici, non c’è da scherzare: dietro la donna si cela una tradizione di lotta. «In passato», infatti, «i genitori, anch’essi orientati verso il comunismo, tenevano nella propria abitazione conferenze di iscritti e simpatizzanti al P.C.I.» E’ così che l’esperienza dell’antifascismo clandestino diventa, per Volga Leonetti, un pericoloso precedente che la militanza conferma. «Allo scopo di sovvertire l’ordine pubblico sollevando la folla presente», denuncia, infatti, di lì a poco la Questura di Napoli, la donna e «un gruppo di una diecina attiviste comuniste, hanno inscenato una dimostrazione ostile all’arrivo del Generale Rigdway». Non bastasse, scrive il Questore, «invitate ad allontanarsi, hanno insistito nella manifestazione e sono state arrestate, identificate ed associate alle carceri di Poggioreale», a disposizione di giudici e codici che hanno divorziato dalla giustizia sociale e condannano l’operaia a tre mesi di galera. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta, la polizia segnalerà a Roma i «cambi di residenza e […] ogni notizia riguardante Volga Leonetti»: il ruolo che svolge nel Comitato Regionale per la pace, le conferenze per le donne del P.C.I., una condanna e la sua sospensione condizionale ottenuta nel 1955 per reati del 1953, la “denuncia per lesioni, ingiurie e minacce” che nel 1956 finirà in una bolla di sapone. La polizia che anni dopo accoglie Calabresi, presentato da Diana nei panni di un improbabile poliziotto pasoliniano, è la stessa che nel 1958 non ha esitato a rifiutare il «rinnovo del passaporto chiesto da Lionetti Volga, […] fervente attivista e propagandista del P.C.I. ed inscritta al C. P.C. per normale vigilanza».
La donna avrà fortuna. Non volerà da finestre di questure, non si ritroverà in una pozza di sangue, uccisa in piazza, come i 65 compagni caduti in quattro anni, dal 1948 al 1952, o i morti ammazzati a Portella della Ginestra nel 1947, a Reggio Emilia nel 1960, a Ciaculli nel 1963 e ad Avola nel 1968. Il 1969 che la Rai ha volutamente stravolto la troverà, però, tra i 15.000 lavoratori che una legge del 1974 riconoscerà come perseguitati politici nell’Italia repubblicana. E sono numeri approssimati per difetto. E’ questa storia taciuta ad arte a rendere oltraggioso il 1969 e gli anni Settanta di Graziano Diana. Un oltraggio grave, ma rivelatore perché spiega a chi non l’ha ancora capita la tragedia che stiamo vivendo.

Uscito su “Fuoriregistro” l’11 gennaio 2014

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