Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for giugno 2014

Il concetto di rappresentanza politica e la sua progressiva affermazione hanno avuto un ruolo notevole nella storia dell’Occidente e segnano non a caso una significativa linea di confine tra età moderna e contemporanea. In nome della rappresentanza politica si consumò il conflitto decisivo con l’«Anciene Régime» e l’assolutismo regio; lo scontro sulla rappresentanza decise le sorti della Bastiglia e il 1789 girò pagina alla storia, producendo i sistemi costituzionali liberali e poi democratici, su cui non a caso si appuntano oggi le critiche del potere finanziario, pronto a riedificare la Bastiglia, e si rinnova lo scontro della democrazia rappresentativa con quella diretta. Uno scontro che, dall’esperienza della Comune, ai Kibbutz, ai Soviet, alle «assemblee decisionali» del ’68, giunge ai tempi nostri col Movimento No Tav e quello dei Comitati della «terra dei fuochi», portando alle estreme conseguenze il divorzio tra partiti politici e organismi di base a partecipazione diretta.
In fondo non c’è da stupirsi se un tema ricorrente nella «fabbrica del consenso» che lavora per Renzi sia proprio quello della rappresentanza politica. Colpisce, questo sì, che si proceda anzitutto mediante messaggi subliminali mutuati dal linguaggio della pubblicità, ma basta fermarsi a riflettere per cogliere il senso dell’impostazione. Com’è naturale per una società in cui il protagonismo dell’immagine predomina e la cultura dell’«apparire» determina ormai comportamenti e stili di vita, la questione, dal punto di vista di Renzi, non riguarda le implicazioni teoriche di un modello di rappresentanza, ma è tutta centrata sulle sue traduzioni pratiche. Una prassi priva di rifermenti dottrinari rigorosi caratterizza spesso la creatività e il «gioco degli specchi» tipico della pubblicità, che non fa i conti col problema dei «valori» e non ha nulla da dividere col significato profondo dell’agire politico. Quel significato, in fondo, conta ben poco anche per Renzi, che non è e non vuole apparire un politico, ma è piuttosto un «pubblicitario» che vende se stesso e vince la sua partita solo se si tiene lontano dal dibattito sui valori.
1Battendo e ribattendo ossessivamente sul chiodo del 41 % che gli impone di fare ciò che la gente gli avrebbe chiesto «votandolo in massa», Renzi falsifica cinicamente i dati reali del consenso, in funzione di una visone tutto sommato arcaica dei contenuti e della funzione rappresentativa che, di fatto, riduce esclusivamente a «delega», in un rapporto fiduciario personale che annulla il ruolo del suo stesso partito e salta a piè pari oltre il problema vero: la rappresentanza politica come «specchio» del Paese reale e rappresentatività sociale. La versione 2renziana della democrazia finisce così col fondarsi su un’idea quasi medievale della rappresentanza, dietro la quale ipocritamente nasconde le forti motivazioni ideologiche del suo agire politico, per presentarsi come un «esecutore d’ordini», privo di autonomia e «prigioniero» di un «mandato imperativo», un «obbligo di fare» che deriva da un
impegno etico: non tradire l’interesse dei «rappresentati». Di qui, evidentemente, la necessità di gonfiare a dismisura la portata reale del consenso, di attribuire al voto per l’Europa un effetto di «specchio d’assieme», il valore di una carta geografica della realtà sociale, inverosimilmente unita attorno al nuovo 3leader, giovane e innovatore, che ha capacità di governo e si fa garante di interessi generali. Fondamentale, in questo
gioco di specchi deformanti, è ovviamente il ruolo della stampa, che legge – e ormai fa leggere – l’esito del voto non in rapporto al dato complessivo dei 49 e più milioni di elettori chiamati alle urne, ma su quello dei soli votanti. Una lettura strumentale ed errata, che non solo cancella dalla scena la più vasta area politica 4presente nel Paese – il partito del non voto, che conta sul 41 % del totale – ma gonfia immoralmente l’entità del consenso al sistema. La verità è che, calcolato correttamente, il celebrato 41 % di Renzi si riduce a uno sconcertante 22 %, Alfano e soci svaniscono dalla scena politica e Berlusconi e Grillo si barcamenano tra il 9 e l’11 % del totale. A conti fatti, il dato più rilevante è 5quello taciuto: il 77 % degli italiani – 38 e più milioni di aventi diritto al voto – non vuol nemmeno sentire parlare di Renzi, il quale, messi insieme i suoi elettori, si ritroverebbe con un seguito pari alla somma della popolazione di Umbria e Lombardia. A leggerli così i dati elettorali, l’immagine di Renzi prigioniero del mandato popolare, cede il posto a quella, ben più reale, del leader che imprigiona con l’inganno e la disinformazione la stragrande maggioranza di un popolo che non lo riconosceva prima del voto e non lo riconosce dopo. Un voto, detto per inciso, che non sana la ferita gravissima di Camere costituite grazie a una legge illegale.
In questo quadro, dal momento che non esistono ancora i presupposti per una rottura dal basso, si può anche pensare di costituire un nuovo soggetto politico; deve esser chiaro, però, che ci sono almeno due muri da scalare e due domande cui dare risposta. Il primo muro è costituito dalla necessità di darsi un programma politico che parli di diritti dei lavoratori, di Europa dei popoli, di formazione, salute, repressione, Codice Rocco e democrazia di base; un programma che definisca obiettivi di tempo breve, medio e lungo e scavi una prima trincea per la difesa estrema della legalità costituzionale. A questo muro da superare si lega la prima domanda: perché i giuristi tacciono e non ci chiamano più in piazza in difesa della Costituzione? Il secondo muro da superare è quello di una nuova legittimazione del conflitto e della sua pratica costante, che passa per la ricomposizione di una realtà di classe di cui il capitale ha celebrato i funerali, mentre invece esiste e ha un suo notevole peso specifico, come hanno lucidamente dimostrato i Clash Workers nel loro recente «Dove sono i nostri». Un muro dietro il quale fa capolino la seconda domanda: perché i sindacati di base non avviano immediatamente un processo unitario e non uniscono le forze per poter aprire un dialogo serio con le organizzazioni di base di altri Paesi e far muro contro lo smantellamento dello stato sociale?

Read Full Post »

Tutto il mondo è Paese? Non è vero, è solo un luogo comune. Mi ricordo come fosse oggi il «grand débat», quando la Francia discuteva di Europa e a Parigi le scuole la sera erano aperte. Passaparola, fogli di 0054 22 giugno 2014 Parigi impagabolequaderno con l’avviso attacchinati ovunque alla bell’e meglio e inviti a partecipare persino sugli alberi nel parco davanti a una Merie. La gente la sera entrava nelle scuole e si riuniva spontaneamente a discutere.
Quell’organizzazione senza organizzatori, quel radunarsi misterioso senza preclusioni, tutti, di più parti politiche, per me, che venivo da lontano aveva qualcosa di magico. Non dimenticherò facilmente la sera in cui decisi di partecipare e nominai D’Alema, il lampo malizioso che si accese negli occhi di tutti e mise assieme sinistra e destra nell’esclamazione ironica: «Ah, D’Alemà… la gauche!».
E’ vero, sì, c’è una Parigi sedotta dal razzismo, ma ce n’è un’altra, autentica e tagliente, che vive ovunque, persino a Rivoli, nella città ricca e monumentale che davanti all’Hotel de Ville ricorda la “Grande guerra”. Basta guardarsi attorno per sentirla vivere e pensare. “No, no, no! Alla sinistra di destra”, scrive su un cartoncino un ignoto contestatore e nessuno si azzarda a toglierlo di lì quel rifiuto. Ovunque si fa festa per l’estate che torna; festa della musica, con mille orchestrine nelle strade, nelle piazze e sui ponti della Senna. Tra la gente che canta e balla, in una sorta di rito liberatorio, c’è tuttavia chi pensa. E’ un no condiviso, perché anche la peggiore destra disprezza questa sorta di ameba che lì governa con Holland, qui con Renzi, facendo il mestiere degli altri: boia dei diritti in nome del liberismo.
Com’è chiaro e semplice questo piccolo manifesto e come lo sento mio! E’ il senso d’un controsenso, un inno all’intelligenza: «Non, non et non! à la gauche de droite».

Read Full Post »

Ciro Esposito, il tifoso napoletano ferito a colpi di pistola da uno squadrista, mentre si recava allo stadio per assistere a Roma alla finale di Coppa Italia lo scorso 3 maggio, si è spento al Policlinico Gemelli nel reparto di terapia intensiva. Una crisi improvvisa, le condizioni generali d’un tratto ritornate gravi, un disperato tentativo di intervenire ancora una volta sul povero polmone perforato dal proiettile fascista e la morte ha preso infine il sopravvento.
Mentre va in scena l’insopportabile finzione dell’Italia «in lutto», ecco che inarrestabile ci piomba addosso la valanga delle domande inutili e retoriche. E’ un coro stonato che ha il sapore amaro di una ignobile farsa: com’è potuto accadere? Com’è che la polizia non ha fermato in tempo un neonazista di cui conosceva benissimo i precedenti? Com’è che dopo quasi due mesi nessuno ha ancora «saputo» chiarire le dinamiche degli «scontri» e tirare fuori i nomi dei camerati che hanno agito indisturbati col fascista De Santis? Com’è che non s’è mai aperto un dibattito onesto sugli ambigui comportamenti della Prefettura e della Questura di Roma?
La verità è che ormai non c’è più nulla da chiedersi o da capire. Abbiamo visto un oscuro tecnocrate consultato da Napolitano per un incarico da Presidente del Consiglio, mentre era legittimamente in carica un governo che godeva della fiducia delle Camere; abbiamo avuto uno dietro l’altro tre governi di molto dubbia legittimità costituzionale e dal 2008 votiamo con una legge elettorale ufficialmente illegale: un imbroglio costruito ad arte per pugnalare alla schiena il «popolo sovrano». Al momento, con un’arroganza pari solo all’ignoranza e all’inettitudine, una banda di parlamentari nominati e non eletti, abusivi, più che deputati, sta cambiando la Costituzione per la quale sono solo degli abusivi. Che c’è da capire?
Ciro Esposito è morto per mano fascista – lo sanno tutti, ma i media hanno memoria corta – nessuno però mette catenacci ai covi fascisti da cui partono puntualmente gli assassini. Renzi ricorderà bene Gianluca Casseri, la fiorentina Piazza Dalamzia e la Smith & Wesson che seminò la morte nella sua città, ma che fa? Coglie al volo l’occasione e in nome di una violenza che a quanto pare nessuno ha cercato veramente d’impedire, dà carta bianca all’ineffabile Alfano e mette così in moto una nuova serie di leggi repressive. Sembrerà un paradosso, ma non lo è: si tratta di una serie di provvedimenti che non hanno nel mirino i neofascisti e non si applicano nemmeno ai soli ultras. Il nuovo «pacchetto sicurezza», ha questo di osceno: riguarda ogni tipo di manifestante e non solo allunga il DASPO a 8 anni, ma estende il provvedimento a tutti i cosiddetti reati di ordine pubblico – No Tav, popolazioni ribelli della «terra dei fuochi», Comitati no Mous e compagnia cantante sono avvertiti – e prevede aggravamenti delle pene n caso di un non meglio definiti ruolo di “organizzatore di gruppi di facinorosi”. Non bastasse, secondo la logica ormai resuscitata della lotta al “terrorismo”, ai «ribelli daspati» si offre la «riabilitazione», in cambio del «pentimento». Ciò che interessa al Governo, evidentemente, non sono quindi la verità e la giustizia, né un provvedimento ad hoc per i neofascisti. Nei programmi delle premiata ditta Renzi&Alfano i neofascisti devono essere liberi di fare quel che vogliono, mentre leggi liberticide cancellano con la forza, se possibile anche in via preventiva, ogni forma di conflitto sociale nel nostro Paese. Come negli anni Venti, gli squadristi agiranno liberamente e questori e prefetti saranno pronti a coprirli, e decideranno chi colpire e chi ignorare.
Non è difficile immaginarlo: mentre politicanti e pennivendoli si accingono a scatenare la solita campagna sulla «sicurezza», non c’è nessuno che trovi l’animo per dirlo:: purtroppo non è morto solo un giovane indifeso e sventurato. Da anni qui da noi muore nell’indifferenza generale, la democrazia conquistata col sangue dai nostri nonni.

Read Full Post »

La signora Boschi, che ha ottenuto l’accesso ad alte cariche dello Stato grazie alla sua formazione, dichiara:

«Riforme al voto finale entro luglio. Berlusconi pregiudicato? Ha tanti voti….».

Mi chiedo quali siano i criteri di valutazione che ispirano il ministro: quelli etici, o quelli legati a un’opportunità politica, che mette in un angolo i valori?

Read Full Post »

ImmagineDiciamocela tutta: se la nomina a ministro passasse per un concorso rigorosamente fondato sulla valutazione di “titoli”, buona parte del governo Renzi, premier in testa, occuperebbe gli ultimi posti anche in una competizione di scarti e scamorze matricolate.
A meno che non si trovi un esperto, capace di valutare la collaborazione con l’AREL, Agenzia di ricerche e legislazione di Enrico Letta, è difficile dire quanto valga il curriculum vitae di Marianna Madia Ministro per la Pubblica Amministrazione e la Semplificazione i cui titoli più significativi sono la lontana parentela col deputato fascista Titta Madia e la partecipazione come comparsa al film Pazze di me, che racconta stereotipi studiati a tavolino, ma è finanziato, manco a dirlo, dalla Regione Lazio con un contributo di 315.895 euro degli ignari contribuenti.
Vocazioni artistiche rivela anche Maria Elena Boschi, che, come ama ricordare, è stata «per un po’ di anni… la Madonna del Presepe vivente» del suo paese. Anche qui difficile dire quanto valga il titolo, per quanto rinforzato dalla qualifica di «prima chierichetta femmina nella storia della parrocchia dei santi Ippolito e Cassiano» a Laterino. Un record da Guinness dei primati, completato da un lustro di attività di catechista e dalla partecipazione a due giornate mondiali della gioventù wojtyliana.
Altro il curricolo della Boschi non ha da raccontare, se non la maturità classica conseguita al liceo «Francesco Petrarca» di Arezzo nel 2000, la laurea in giurisprudenza all’Università di Firenze e un’esperienza da cultore della materia presso la cattedra di Diritto commerciale nella stessa Università, ottenuta per opera e virtù dello Spirito Santo – fare la Madonna a qualche cosa deve pur servire! – senza aver mai pubblicato un rigo sull’argomento. In compenso, titolo dei titoli, un master in diritto societario e – udite, udite! – quattro anni di presenza nel Consiglio di Amministrazione di Publiacqua S.p.A., società affidataria della gestione del servizio idrico integrato dell’Ambito Territoriale Ottimale n. 3 Medio Valdarno, che interessa quattro Province – Firenze, Prato, Pistoia e Arezzo – e quarantasei Comuni e ha un partner, privato naturalmente, Acque Blu Fiorentine S.p.A., con cui gestisce l’acqua, riscuote bollette e offre, bontà sua, agevolazioni e rateizzazioni ai nuclei familiari che non possono pagare l’acqua, bene comune che, a quanto è dato sapere, dovrebbe essere rigorosamente pubblico.
Questi, per chi non l’avesse capito, sono i grandi titoli del nuovo che avanza. Chieriche, Madonne, comparse e le zampe del privato sul pubblico bene comune.

Read Full Post »

Come ormai fanno tutti, anche Paolo Giordano ha sparato a zero sulla scuola, che gli pare «rigida e alienante»; egli ha aperto così la pista a Stefania Giannini che, per suo conto, ha accusato la scuola di non garantire più uguali possibilità a tutti e di non essere più presidio di potenziale uguaglianza tra le classi sociali. Quali competenze vanti lo scrittore per inserirsi autorevolmente nel dibattito sulla scuola non è chiaro, ma non c’è dubbio: il giovane e premiatissimo autore della “Solitudine dei numeri primi” deve molto al nostro sistema formativo. Figlio di una docente d’inglese, ha studiato nella scuola e nell’università italiana. Diplomato nel 2001 in un liceo statale, nel 2006 si è laureato con lode all’Università di Torino, dov’è diventato dottore di ricerca; attualmente si occupa delle proprietà del quark bottom, particella fondamentale scoperta tempo fa al Fermilab. Un gioiello made in Italy, insomma, di quelli che scuola e università ci regalano ancora, nonostante il disastro prodotto dalla politica.
Come Giordano, anche Giannini è figlia della nostra scuola ma, diversamente dallo scrittore, in qualità di ex rettore di Università e attuale ministro del MIUR, è parte in causa nel processo degenerativo del sistema formativo. Se le cose stanno come sostiene il ministro, infatti, il problema è anzitutto politico e riguarda le classi dirigenti, di cui la Giannini è esponente di rilievo. Proprio per sottrarsi a tale responsabilità, il ministro mette probabilmente “le mani avanti” e dice di credere “che quella scolastica non sia un’emergenza politica ma educativa”, perché, spiega, “la scuola non riesce fino in fondo ad assolvere a quel compito” e – va a capire per quale glorioso mistero – ha d’un tratto smarrito “una visione generale e un obiettivo educativo fondante”. Il ministro non ha dubbi: non è questione di tagli lineari, politiche culturali miopi e fallimentari, privatizzazione strisciante, risorse insufficienti e precariato diffuso. No. Il problema della scuola, confusamente denunciato dal giovane Giordano, sono – serve dirlo? – i docenti, che, sciagurati, hanno “perso la percezione di fare un mestiere importante” e si mostrano incapaci “di concepire la scuola nel tempo e nello spazio”.
Nel dibattito, lo scrittore, benché, figlio di una docente, non ha nemmeno provato a domandare al ministro quanto pesino sulla questione i bassi salari e la scarsa considerazione sociale, né ha ricordato alla Giannini che significhi giungere alla soglia dei quarant’anni, dopo la laurea, la Scuola di specializzazione e i concorsi vinti invano, senza alcuna certezza d’una cattedra, E’ vero, Giannini potrebbe farcela da sola a valutare quali effetti devastanti abbiano sui tanti insegnati precari la pratica umiliante delle assunzioni di ottobre, cui fanno seguito i sistematici licenziamenti di giugno e la probabile disoccupazione. Ma il ministro sforzi non ne fa.
La verità è che la scuola si regge ormai sulla passione di buona parte dei docenti e non si può chiedere di più a chi sa bene che, se mai entrerà nei ruoli, sarà vecchio e stanco. Ciò, senza contare i colpi derivati dalle campagne di stampa e dal qualunquismo di ministri che suggeriscono all’immaginario collettivo l’idea che i docenti siano solo un’armata di mangiapane a tradimento. Ignorando lo stato dell’arte, Giannini sceglie la retorica, tira in ballo i “valori” di cui il docente dovrebbe farsi portatore e dimostra così di non conoscere la scuola che governa: i docenti, infatti, trasmettono valori ogni giorno. Il guaio è che quei valori, dalla solidarietà al ripudio della guerra, dall’amore per la democrazia alla coerenza, all’onestà personale e alla centralità della giustizia sociale, sono quotidianamente smentiti dai messaggi televisivi, dal contegno delle classi dirigenti, dalla corruttela che dilaga e dal Parlamento annichilito.
Giannini e Giordano dovrebbero saperlo. La scuola è figlia di un tempo storico e si inserisce in un contesto sociale ed economico che da sola non può modificare. Checché ne pensi il ministro, perciò, il problema è politico e non riguarda i docenti, ma la società nel suo insieme. Una società che, più tempo passa, più soffre purtroppo di un grave analfabetismo di valori.
Con le formule magiche si incantano i polli, non si risolvono i problemi. Quella della trasmissione di valori potrà anche sembrare agli ingenui la panacea di tutti i mali; nell’aria, tuttavia, sospesa e inquietante, una domanda c’è che non trova risposta: quali valori? Quelli del neoliberismo nella versione aggiornata e corretta che qualcuno chiama renzismo?

Uscito su Fuoriregistro il 17 giugno 2014

Read Full Post »

www.el pergamino.org

http://www.el pergamino.org

Mi dicono di un nuovo suicidio e nell’inevitabile dolore tutto pare più chiaro. Quando piangi i tuoi morti, non è difficile capire che stai combattendo una guerra. Purtroppo è così: siamo in guerra. In gergo militare si direbbe che ci stiamo difendendo da una proditoria aggressione. Inutile girarci intorno, di questo si tratta: di una difesa estrema, di una lotta “pro aris et focis” contro un’aggressione che non riguarda più solo la scuola o la formazione, ma la civiltà minacciata dalla barbarie.
C’è un disegno feroce del capitalismo che si mostra sempre più chiaro nei tratti nazisti: almeno metà della popolazione mondiale è un intralcio per le logiche del profitto. Lo stato sociale ha dei costi e pagare per la sopravvivenza dei poveri non è un “investimento produttivo”. Meglio, molto meglio, lasciarli morire. Dai milioni di “bambini di strada” esposti al tiro micidiale degli squadroni della morte”, agli immigrati che quotidianamente affogano nel Mediterraneo, alla Grecia martoriata dalla mortalità infantile, alla nuova schiavitù, tutto dimostra che l’esperimento hitleriano fu poca cosa, rispetto al macello programmato che si sta realizzando sotto i nostri occhi.
Ci stanno massacrando e i morti non si contano più. Abbiamo subito, subiamo e subiremo perdite atroci, ci sono stati, ci sono e ci saranno compagni lasciati per strada, che portiamo nel cuore. Prendiamone atto: o affrontiamo la guerra, rispondiamo colpo su colpo, con tutti i mezzi e le armi possibili e sconfiggiamo il nazismo che si cela dietro l’etichetta di neoliberismo, o ci faranno a pezzi senza nessuna pietà.

Read Full Post »

E’ quantomeno singolare: dopo cento anni, una repubblica parlamentare che ha tra le sue travi portanti il ripudio della guerra, ha scelto di celebrare un conflitto universalmente noto come “inutile strage”; una guerra in cui un sovrano criminale cacciò il Paese a tradimento con un trattato segreto, firmato all’insaputa del Parlamento. Le parole non sono neutre e pesano come pietre, per cui non c’è forse segnale più chiaro dello stato comatoso in cui versano le Istituzioni, che la parola scelta in aperta contraddizione col dettato costituzionale. Celebrare vuol dire esaltare, glorificare o, quantomeno, ricordare festosamente; una parola, quindi, che porta con sé un moto d’orgoglio, un vanto, una lezione positiva da impartire alle giovani generazioni. Ma cosa c’è da celebrare cent’anni dopo la “Grande Guerra”? L’indecoroso voltafaccia nei confronti di antichi alleati? La lezione di violenza? Il Parlamento posto di fronte al fatto compiuto e poi praticamente messo in mora? Cosa celebreremo? La democrazia sospesa o le decimazioni? I giovani senza elmetto mandati al macello coi berretti di feltro o l’insipienza dei generali alla Cadorna? Chi sceglieremo di ricordare? I socialisti e gli anarchici spediti là dove più certa era la morte? I ragazzi uccisi dai carabinieri pronti a sparare ai soldati terrorizzati? No. Non ricorderemo nulla di tutto questo e taceremo sui centomila nostri prigionieri morti per fame e per freddo nei campi di prigionia perché considerati disertori e abbandonati al loro destino, in mano a un nemico che stentava ad alimentare i suoi uomini al fronte. Decideremo forse di raccontare ai nostri giovani l’inaudita ferocia delle nostre classi dirigenti?
Non sarebbe difficile farlo, ma è un lavoro incompatibile con la parola “celebrare”. Se a uno studente preparato fai i nomi di Mauthaushen e Theresienstandt, inevitabilmente ti parlerà degli eccidi nazisti. Non sarà il Comitato “celebrativo” che comprende l’imprescindibile Marcello Veneziani, a spiegargli ciò che vent’anni fa, in un libro oggi ignorato che meriterebbe di essere sussidio indispensabile nello studio dell’Italia nel primo conflitto mondiale, Giovanna Procacci dimostrò senza ombra di smentite: in quei luoghi furono ammassati 600.000 nostri soldati caduti in mano al nemico e considerati traditori dai nostri governanti. Una inconfutabile documentazione d’archivio e le lettere dei nostri uomini sequestrate dalla censura raccontano a chi vuole ascoltare il massacro di massa realizzato in nome dell’amor patrio. Centomila uomini morirono di fame e di freddo perché nessuno volle aiutarli*. E i Governi sapevano:
È un affare molto serio”, scriveva da Berna un ufficiale; “bisogna, anzitutto premettere che i tedeschi, non avendo ormai più niente da mangiare, non possono dare maggiormente ai prigionieri. Questi disgraziati, se non sono ufficiali, sono costretti ad un lavoro di 12-14 ore al giorno, sono condannati ad una morte molto più certa che quando erano sul fronte. Creda che questa non è esagerazione. Ne ho visto e ne ho interrogato. So di un sergente il quale ha dato le sue scarpe nuovissime per qualche biscotto. Quello lì aveva potuto conservarsi le scarpe. Quasi tutti gli italiani sono stati spogliati ed hanno dovuto passare l’inverno senza scarpe e talvolta senza cappotto. Il numero dei disgraziati, i quali non vedranno mai più il sole di Italia sarà enorme. Bisogna dunque che la Patria assista i suoi prigionieri, […] che l’Italia faccia in ogni campo dove saranno internati sudditi italiani, degli invii collettivi di biscotti e altri viveri che vengono poi distribuiti dal Comitato scelto nei prigionieri, il quale deve essere costituito in ogni campo. Questo è l’unico rimedio perché: 1°) non si otterrà mai che la Germania dia da mangiare ai prigionieri poiché i tedeschi stessi crepano di fame. 2°) le autorità quando non favoriscono il furto, chiuderanno sempre gli occhi sulla disparizione dei pacchi postali individuali”.
L’Italia non si mosse e si capisce bene il perché: più affamati e disperati erano i prigionieri, più si poteva scoraggiare la diserzione e condurre al macello i combattenti. Paralizzata la Croce Rossa, tutto si ridusse a una propaganda nazionalista così battente e ben orchestrata, da accecare persino i padri e le madri dei nostri infelici soldati.
Prigioniero a Theresienstadt in Boemia, così il 5 agosto 1916 un soldato scriveva al padre: “Non mi degno più chiamarvi caro padre avendo ricevuto la vostra lettera oggi dove lessi che era meglio fossi morto in guerra, e che ho disonorato voi e tutta la famiglia. Tutti parlano male di me. Perché capisco che non sentite più l’amor filiale, non sentite altro che l’amor patrio e pel vostro Re. Perciò d’ora in poi sarò il vostro più grande nemico, e non più il vostro Domenico. Vi ringrazio di tutto cuore, ma non mandatemi più nulla. Addio. Sapete che a scrivere non so tanto; ma sono mie parole lo stesso”.
Di lì a qualche mese, da Mauthausen, un altro prigioniero si rivolgeva alla mamma: “Mia cara madre, Ho ricevuto la vostra […] Il contenuto di essa, riguardante la mia disgrazia mi ha recato dolore ed anche pianto. Mamma, io sono innocente, ve lo confesso con ampia sicurezza, perché la mia coscienza me lo dice e me lo rafferma. Sono libero da ogni rimorso […], ho gran fede in Iddio perché lui riconoscerà la mia innocenza e mi aiuterà nella lotta che sosterrò al mio ritorno. Si, al mio ritorno, dico, perché io verrò, verrò a giustificare la mia ingiusta accusa. Anziché rinunciare la mia patria desidero anche ingiustamente soffrire la condanna. […] State tranquilla mamma perché vostro figlio non vi ha disonorato”.
In discussione, per gli sventurati proletari prigionieri, non c’erano solo la dignità e la vita, ma atroci sensi di colpa e la consapevolezza che la resa al nemico, per inevitabile che fosse stata, era ricaduta pesantemente sulle famiglie, private del sostegno delle loro braccia: “ti hanno levato il sussidio”, scriveva al padre un contadino pugliese il 16 febbraio del 1918. “Sono grandi vigliacchi perché io quando fui fatto prigioniero fu colpa del mio tenente e non è colpa mia, e poi noi fummo fatti prigionieri in 32 soldati e caporali e 2 sottotenenti come fanno a dire che io sono disertore?”.
Lettere mai giunte e gelosamente conservate in archivio. Lo sanno tutti: celebrare la guerra non è mai impresa nobile. Celebrare questa guerra, con 100.000 omicidi di Stato su 600.000 caduti è una infinita vergogna.

* Giovanna Procacci, Soldati e prigionieri italiani nella grande guerra, Editori Riuniti, Roma, 1993.

Uscito su “Contropiano” l’11 giugno 2014.

Read Full Post »

Ricevo, volentieri pubblico e domando una firma chi legge. Mi preoccuperò di comunicarla personalmente ai redattori dell’appello.
I padroni utilizzano la scuola avendo chiari due obiettivi:
a) senza una buona scuola gli uomini si lasciano facilmente ingannare;
b) la scuola è un luogo in cui è facile attaccare i diritti di tutti, colpendo apparentemente solo quelli di pochi. E’ opinione diffusa, infatti, che gli insegnanti siano solo dei fannulloni privilegiati. Nessuno perciò è solidale con loro.
Penso che tutti dovrebbero firmare.

———-
Appello-petizione per l’abrogazione del decreto 356. Rispetto per la scuola e per i diritti di chi lavora!

I precari iscritti nelle graduatorie ad esaurimento denunciano con questo testo-petizione, lo stravolgimento delle regole in base a cui è stato espletato l’ultimo concorso a cattedra – regole allora difese strenuamente, per quanto inusitate, dal Ministero e dal TAR – operato con l’emissione del decreto 356 dello scorso 23 maggio, e ne chiedono il ritiro immediato. Non vogliamo negare i diritti di nessun precario, ma crediamo che la certezza minima del diritto sia da riconquistare e riaffermare, in questo Paese, perché altrimenti sarà la guerra di tutti contro tutti, il che andrà ad esclusivo beneficio di chi ha interesse a massacrare lo Statuto dei Lavoratori e a renderli ricattabili e schiavi.
Quel che torna utile, oggi, a una categoria di precari, sarà ritorto contro la stessa domani, a seconda delle opportunità elettorali, politiche o economiche. E’ inaccettabile! I diritti non sono variabili del mercato né merce di scambio! Siamo stanchi di combattere per rivendicare il nostro sacrosanto diritto all’assunzione a suon di ricorsi, controricorsi e logoranti iniziative di lotta (ormai siamo in piazza costantemente dal 2008). Per di più, l’Europa, quella stessa che ci imporrebbe le manovre “lacrime e sangue”, obbliga il nostro Paese, minacciando salate multe, ad assumere quanti abbiano stipulato almeno tre contratti di lavoro continuativi (Direttiva n°70/1999CE).
Basta con gli scontri tra disperati! Devono ridarci tutte le cattedre e le ore tagliate dalla nefasta Gelmini e devono assumere chi da lustri, con abnegazione, garantisce alla scuola pubblica la possibilità di andare avanti… “sgarrupatamente”! Sul futuro del Paese non si improvvisa e non si scherza! Siamo il solo Paese che, insieme all”Estonia, ha tagliato sull’istruzione anziché investire!

INVITIAMO TUTTI GLI INTERESSATI A FIRMARE LA PETIZIONE, A TITOLO PERSONALE O CON LA SIGLA DEL GRUPPO EVENTUALE DI APPARTENENZA, E A DIVULGARLA, NON PER “DELEGARE” AI LORO REDATTORI LA LOTTA, MA PER CONFERIRE ALLA LOTTA COMUNE MAGGIORE FORZA E INTENSITA’. GRAZIE.

TESTO DELLA PETIZIONE:

Poche ore prima dalla tornata elettorale che ha visto il partito del ministro Giannini, il partito dell’austerity e dei sacrifici inutili e unilaterali, subire una pesante sconfitta, il sottosegretario alla P.I. Fusacchia rendeva noto il testo di un atto amministrativo destinato a sconvolgere i difficili assetti ed equilibri del variegato mondo dei precari della scuola. Il decreto in questione, l’ormai famigerato D.M. 356, è stato effettivamente pubblicato, poi, nella tarda serata di venerdì 23 maggio. L’unico articolo di cui esso consta, crea dal nulla una nuova graduatoria di aspiranti al ruolo, individuandoli in quei candidati che hanno superato le prove relative all’ultimo concorso a cattedra, ma che non si sono collocati in posizione tale da risultarne vincitori.
Il decreto sconfessa e stravolge quanto previsto dal bando del concorso stesso, il Ddg. n. 82 del 24 sett. 2012, che, all’art. 13, fa riferimento ai soli vincitori del concorso quali destinatari legittimi di una proposta di contratto a tempo indeterminato. Le stesse obiezioni sollevate dai molti ricorsi che fioccarono, all’epoca, contro il bando, e che sottolineavano la sua incompatibilità con il Testo Unico, furono nella maggior parte dei casi respinte dal TAR, sulla base della presunta necessità di assegnare a docenti “meritevoli” i posti in palio (un numero risibile!), senza dare adito alla formazione di nuove liste di precari.
Appare dunque sconcertante, nella sua incoerenza, oltre che inusitata, la rettifica del bando di un concorso – già fatto oggetto di denuncia, a suo tempo, da parte dei precari, in quanto assurdo e mortificante – che è stato ormai espletato con regole fissate e accettate tanto dai partecipanti quanto da quelli che, invece, non vi hanno preso parte proprio in ragione del fatto che esso non prevedeva l’inserimento in una Graduatoria e che, inoltre, non era abilitante. Non solo. Il decreto 356, con la sua sospetta tempistica, è stato emesso a conclusione delle operazioni di aggiornamento delle Graduatorie ad esaurimento, cioè dopo che molti precari hanno già scelto la provincia in cui trasferirsi pur di ottenere il ruolo, calcolando la propria posizione sulla base dei posti riservati ai soli vincitori del concorso. Il nuovo capovolgimento di regole, ora, rischia di vanificarne il sacrificio non lieve!
I precari proscrivono con fermezza questa modalità operativa del ministero, che piega il Diritto alla necessità di demolire funzionalmente i diritti dei lavoratori, che calpesta la professionalità dei docenti, illusi, allettati o esclusi a seconda delle circostanze e delle congiunture politiche, e che scatena guerre “all’ultimo posto” tra diverse categorie di insegnanti parimenti sfruttati, mentre vengono prospettati tempi biblici per l’assorbimento di chi garantisce il funzionamento della Scuola da più lustri (i 10 anni di cui parla il ministro sono un’eternità: molti docenti rischiano di “morire” precari!), e vengono colpevolmente disattese le direttive di quell’Europa verso cui il ministro Giannini si è proiettata, e che impongono la stabilizzazione del personale che abbia stipulato tre contratti consecutivi di lavoro (70/1999CE).
Considerando, dunque, l’effetto destabilizzante e gli iniqui portati del provvedimento in oggetto, nonché la drammatica condizione in cui versa la Scuola Pubblica, che di certo non ha bisogno di nuovi conflitti, a detrimento della continuità e qualità della didattica, chiediamo con forza il ritiro immediato del decreto 356 e l’avvio di quel processo di “normalizzazione” e uniformazione del reclutamento che i precari inseriti nelle Graduatorie ad esaurimento invocano da tempo, assieme al ritiro dei feroci tagli effettuati nel 2008, che è il presupposto-base di ogni piano di recupero e valorizzazione della Scuola Pubblica Statale, la Scuola che garantisce la mobilità e la giustizia sociale, l’inclusione, il pluralismo, l’emancipazione di tutti.
Vogliamo regole certe e certezza dell’assunzione per tutti i precari!

Coordinamento Precari Scuola di Napoli
Precari organizzati di Torino
Precari Uniti contro i Tagli – Roma

ADESIONI:

Giuseppe Aragno, docente in pensione, storico

Read Full Post »

Mentre l’Italia militarista, dimentica del “ripudio” costituzionale, si accinge a celebrare la cosiddetta “Grande Guerra”, per ricordare la “Settimana Rossa” e le vittime del militarismo, avevo cominciato da qui:

PREMESSApietro-raimondi-operaio-ucciso-a-napoli-durante-la-settimana-rossa1

Maggio 1993

Com’è nato questo lavoro e come, giorno dopo giorno, s’è andato realizzando in classe non si spiega in due righi e non vale provarci. Se non l’hai visti passare, i giovani autori, dall’iniziale scetticismo all’interesse e cedere, infine, all’entusiasmo dei momenti di autentica crescita collettiva, non puoi capire. In quanto al resto – scelte di fondo e metodo seguito – è presto detto. Si parte dall’idea d’un giornalino, che la classe vuole suo ma diventa di tutti, e da un abbozzo di drammatizzazione che naufraga sugli scogli della scelta del testo. La scena l’ho in mente: lampi d’accusa nei volti leali e il brusco tornare feriti al quotidiano antologico – grammaticale negato per seducenti “didattiche” alternative, nemmeno amate e subito tradite. Non resisto. Lascio al timone indomabili sensi di colpa e si approda alla riva misteriosa di un’isola incantata che battezziamo “libro”…

Continuare a leggere, per chi vuole, non costa nulla. Basta aprire il link che rimanda a “Fuoriregistro.

Read Full Post »