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Archive for luglio 2019

automimarxistiChi mi conosce sa che il mio blog è il luogo delle mie riflessioni e dei miei interventi. Una sorta di scarpettiana “Santarella” virtuale, che reca all’ingresso un avviso: “Qui rido io”.
E’ una regola e come tale contempla le sue eccezioni. Non mi è stato chiesto, ma oggi apro le sue porte e ci faccio entrare un amico che stimo. Bellissimo infatti, è il suo articolo uscito sul Manifesto di qualche giorno fa.  Articolo lucido e colto di uno storico militante e allo stesso tempo prova provata dell’immenso bisogno che il nostro Paese ha di storici intellettualmente onesti.

Ha ragione da vendere Christian Raimo (Consigli, di classe, per l’estateIl Manifesto,16/7) sulla necessità di ripristinare e ridare vigore teorico e politico al concetto di classe, così come a quello di “odio di classe”. Immagino quanti benpensanti inorridirebbero, eppure quello che solleva Raimo è un problema storico e teorico di primissima grandezza.
Nella cancellazione del concetto di classe, nell’abolizione di ogni orizzonte possibile di conflitto, si concentra un passaggio vittorioso del capitalismo sui ceti proletari del nostro tempo.
Dopo il 1989, mentre si consumava forse la più spietata vendetta di classe dell’età contemporanea, il capitale è riuscito a imporre la menzogna ideologica che la classe operaia fosse scomparsa e che quindi anche la distinzione sociale e politica tra operai e imprenditori non avesse più senso. Operazione di falsificazione della realtà sociale su cui è poi potuta prosperare la cancellazione della distinzione storica tra destra e sinistra e prendere avvio l’odierna notte in cui tutte le vacche sono nere.
C’è un episodio significativo della storia recente che illumina questo passaggio. Warren Buffett, uno degli uomini più ricchi del mondo, pochi anni fa ha onestamente dichiarato: «La lotta di classe esiste e l’abbiamo vinta noi».Ma nessuno di noi ricorda, da parte di un dirigente dei vecchi partiti ex comunisti, socialisti e socialdemocratici, l’affermazione: «La lotta di classe esiste e noi l’abbiamo persa».
Anzi, sappiamo che costoro hanno lavorato negli ultimi decenni a occultare i conflitti di classe, a porre sullo stesso piano imprenditori e lavoratori, a cancellare la figure di un qualunque avversario contro cui muovere lotta.
Uno degli esiti micidiali di tale ritirata storica, è che l’avversario di classe è stato in grado di inventare un nuovo nemico. Il capolavoro strategico compiuto dal capitale negli ultimi anni è davvero mirabile nella sua capacità diabolica. Ha messo in guerra gli sconfitti delle società industriali, i precari, i disoccupati, i lavoratori poveri, i giovani in cerca di prima occupazione, contro gli ultimi del mondo.
Mentre la vecchia socialdemocrazia non ha visto più nemici, il capitale li ha raddoppiati e messi in reciproco conflitto.
Dunque non si esce dalla grande nebbia del cosiddetto populismo, dalla cattura dei ceti popolari entro un orizzonte politico conservatore e reazionario di lotta fratricida, se non si torna alla distinzione di classe, alla visione di una società divisa in classi: naturalmente esaminate nella complessa stratificazione sociale di una società industriale matura. Raimo racchiude la moltitudine dei lavoratori che il capitalismo ha frantumato in una miriade di figure con il vecchio e attualissimo termine di proletariato, cui si può affiancare degnamente, a mio avviso, quello gramsciano di subalterni.
Ma è necessario indicare e dare un volto distinto a chi accumula ricchezza e a chi la produce con il proprio lavoro, ben sapendo che le cose non sono così semplici come al tempo di Marx. Anche se il Moro dava tanto rilievo alla classe operaia in un mondo popolato di contadini, mentre non ci sono mai stati sulla terra tanti operai quanto oggi.
Ma occorre soprattutto sapere che senza un nemico contro cui combattere, un soggetto che porta la responsabilità delle disuguaglianze, della precarietà crescente dei subalterni , della crisi catastrofica dell’ambiente, non riusciamo a dare un qualche valore alla lotta politica: l’unico motore che può cambiare e salvare il mondo. Senza dire che la rappresentazione di un mondo contrapposto fonda un principio di verità: altrimenti le ingiustizie e le disuguaglianze diventano fenomeni naturali, come il sole e la pioggia.
Se non c’è una distinzione tra un fronte amico e uno nemico, anche l’etica che orienta il comportamento umano va in fumo e la passione che alimenta la politica si spegne. Sicché il bene e il male diventano equivalenti, come la verità e le false notizie.
Questa è oggi , soprattutto in Italia, la palude civile e culturale in cui le forze dominanti ci stanno trascinando, in assenza di un fronte politico che chiami nemico il nemico.

Piero Bevilacqua, “Il Manifesto”, 20 luglio 2019

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guerra

Il ritornello è antico e maligno e lo canta persino il “governo del cambiamento”: quando dici pubblico, dici imbroglio, spreco e  corruzione. La conseguenza diretta di questa convinzione  è un principio maledettamente dannoso: il “privato” è la soluzione per i mali “pubblici”. Nascono da qui l’apologia dell’impresa, la santificazione dell’imprenditore e la convinzione che l’indebitamento del nostro Paese sia una questione che riguarda la sfera pubblica e ricade perciò naturalmente su noi cittadini.
A chi faccia comodo questa menzogna è facile capire: fa bene agli imprenditori, che, guarda caso, per renderla sempre più credibile, posseggono direttamente  o indirettamente, buona parte dei mezzi d’informazione. Un esempio classico dell’efficacia di questo meccanismo di trasformazione dei diavoli in santi, che consente agli imprenditori ds arricchirsi e costringe i lavoratori a pagare i prezzi d’ogni ruberia è senza dubbio la prima guerra mondiale.
In genere, quando se ne parla, ci si ferma poco su un dato decisivo: per impedire che intervenissimo nel conflitto, l’Austria-Ungheria ci aveva offerto Trento, Trieste,e Bolzano e avrebbe trattato sull’Istria e sulla Dalmazia.. Quanto bastava per tenerci fuori, se la neutralità non avesse impedito agli industriali di fare affari straordinari per milioni e milioni di lire. Come tutti sanno, finì che si mise mano alle armi.
La guerra significò per gli imprenditori un “meccanismo di corruzione sistemica in grado di pompare dallo Stato risorse insperate” e si trasformò ben presto in un affare irripetibile per le imprese impegnate nella produzione militare e in un gravissimo danno economico per il Paese. Un danno praticamente incalcolabile, destinato a sommarsi ai debiti causati dalle guerre successive.
Quello che qui interessa, però, è capire come si comportarono gli onesti e santi imprenditori.
Ci sono due cose che colpiscono immediatamente chi prova a metter mano negli aspetti economici della guerra: da un lato enormi quantità di merce mai consegnata ma fatturata,, di merce pagata più volte, di  merce scadente o avariata, dall’altra il sistema di corruzione diffuso, capillare e pervasivo, che non è mai diventato parte della nostra memoria nazionale, nonostante le numerose commissioni parlamentari d’inchiesta, tutte sistematicamente svilite, insabbiate o vanificate, a amano a mano che il lavoro dei commissari si indirizzava decisamente sui grandi gruppi industriali, tutti coinvolti nel fenomeno e tutti collusi col potere pubblico.
Nell’Archivio Centrale delle Stato esistono trenta metri di scaffalature  a più piani, piene zeppe di documenti, sterilizzati da Mussolini, che aveva fondato il mito del fascismo sulla “grande guerra”. Non conosciamo l’entità del danno – i conti non li ha fatti nessuno – e d’altra parte non è sempre facile quantificare.  Quanto valeva il prodotto di quattro anni del lavoro di un un milione di lavoratori morti o inabilitati? Un milione all’anno, si è detto, ma potrebbero essere anche più. Quanto ci costò pagare i Venti,  miliardi di debito contratti con l’estero; quanto valeva e quanto costò il materiale bellico consumato e quanto incassarono a prezzi privilegiati o truccati gli imprenditori che fornirono armi, munizioni, vestiario, cavalli e farmaci?
Si potrebbe proseguire a lungo, mettendo nel conto la distruzione della metà della marina mercantile, dei territori delle province occupate dal nemico e la grave perdita di materiale forestale. Dati certi comunque ne abbiamo. Il debito pubblico che nel 1914 era di 13 miliardi – quello accumulato da tutti i governi italiani, compresi quelli regionali che avevano formato il Regno d’Italia – giunse a 94 nel 1919. In pratica, un debito capace di schiacciare per decenni sotto il suo peso insostenibile le generazioni future.
Sullo sfondo la corruzione di un sistema industriale che ha sempre vissuto all’ombra dello Stato e si è sempre avvalso della facoltà di garantirsi il controllo dei mezzi d’informazione. Sarebbe un lavoro utilissimo da fare oggi per la stampa dei nostri giorni, ma di certo sappiamo che tra il 1917 e il 1919 i nostri imprenditori ebbero mani in pasta in 221 testate locali, nazionali e straniere. Uno strumento potente di orientamento e condizionamento dell’opinione pubblica, che induceva ad applaudire o fischiare, sceglieva cosa far sapere e cosa tacere.
Fu così che, per fare un esempio,  nessuno fece caso ai cannoni dell’Ansaldo, pagati dalla Marina, e addebitati poi anche all’Esercito. Nessun giornale, del resto, pose l’accento sugli aerei Fiat Sai, totalmente inadatti al volo, origine di gravi e mortali incidenti e tuttavia regolarmente pagati. Non a caso 4 miliardi di lire erano passati dalle casse  delle aziende a quelle dei giornali.
Di tutto questo sappiamo poco e quasi mai raccontiamo la tragedia degli alpini armati con mitragliatrici Fiat raffreddate ad acqua nel gelo della Siberia. Da noi l’imprenditore è onesto per definizione e quando la sua onestà diventa debito, pagano immancabilmente i lavoratori.

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sgomberoTutti quelli che trascinano per strada donne, vecchi e bambini hanno una casa. Talora in fitto, quasi sempre in proprietà. Nessuno si presenta la notte “legalmente” alla loro porta per mandarli via.
Salvini ha una casa e tutti i suoi parenti prossimi hanno un’abitazione. Una casa hanno i prefetti, i questori, i poliziotti, i finanzieri, i carabinieri e naturalmente tutti i proprietari di case.
I rappresentanti delle Istituzioni dello Stato, che hanno tutti una casa in proprietà o in fitto, difendono legge in pugno i proprietari di case – e quindi quasi sempre se stessi – gettando sul lastrico quelli che una casa non ce l’hanno né in proprietà, né in fitto. E poiché questi ultimi, che vivono in strada, braccati dai padroni, dal Governo, dalle forze dell’ordine, incontrano un forte limite alla realizzazione piena dello sviluppo della loro persona umana e alla reale partecipazione all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese, c’è poco da discutere: nella realtà quotidiana, la sovranità appartiene pienamente solo a quella parte di popolo che può vivere in una casa. Per esser chiara: sovranità fa rima con proprietà.

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D-04c6bWsAAXkbI.jpg-largeDubito che abbia letto i numeri e non so se sia fermo alla fase dell’alfabetiere che gli consente di leggere, scrivere e far di conto, o sia in grado di comprendere un testo, produrre pensiero autonomo e manifestare coscienza critica. Sbaglierò, ma a me pare che quando si tratta di concetti articolati, valutazione di dati e interventi nel senso che essi indicano, si debba poggiare alla stampella di un curatore d’immagine e di chi lo sostituisca nell’ombra. Mi direte che l’algoritmo del successo punta al consenso, ma l’uomo di intelligenza media non si affida mai totalmente alla logica cibernetica.
Sia come sia, mentre Salvini gioca a guardia e ladri, l’undicesimo comandamento, «prima gli italiani», benché sostenuto dai grani del rosario e dall’Ave Maria, rischia il ridicolo e si fa autolesionismo, di fronte ai dati Istat, che non sono trappole di toghe rosse o congiure di capitane coraggiose. «Prima gli italiani» se ce ne resta qualcuno, visto che le nascite crollano, la popolazione residente in Italia cala vertiginosamente e c’è un’emigrazione tutta italiana che assume i connotati del si salvi chi può.
Salvini non se n’è accorto, l’algoritmo si occupa dei negri brutti e cattivi, ma mentre lui impegna tutte le nostre forze e risorse nella caccia al migrante, sono anni ormai che la popolazione residente nell’ex Belpaese diminuisce a velocità da TAV e per trovare un declino demografico di pari portata occorre giungere al fatale 1929: novant’anni fa. Il calo delle nascite tocca il 4 % e a conti fatti alla fine del 2018 si sono registrate solo 439.747 nascite. Non andava così dai tempi di Garibaldi e Vittorio Emanuele II a Teano. In altri termini, dall’Unità di quell’Italia che il duce del cambiamento ha disprezzato, finché la necessità di voti meridionali non l’ha condotto a un sospetto furore nazionalista.
Può darsi che la cibernetica prescriva l’utilizzazione di Carola e delle Ong come strumento di distrazione di massa, ma l’Istat ci riporta coi piedi per terra: al primo gennaio 2019 risiedono in Italia 60.359.546 persone e l’aumento dell’emigrazione di cittadini italiani, in crescita costante, sfiora il 2 %. Di fronte a questi dati anche un anonimo travet della politica capirebbe che occorre smetterla di giocare. Senza occuparsene seriamente, perderemo ogni giorno nuova linfa vitale.
Altro che «prima gli italiani!». L’Italia si spopola e dove manca popolazione, manca la cura del territorio e l’ambiente va incontro al degrado, con tutto quello che si paga in termini di disastri. Meno bambini vuol dire scuole con meno classi e docenti disoccupati; meno giovani lavoratori e vecchi in aumento significa sfascio del sistema pensionistico. In quanto all’agricoltura, che produce cibo per tutti, senza stranieri più o meno schiavizzati, da tempo non potremmo occuparci del bestiame, della semina e del raccolto. Sono gli immigrati sfruttati a consentirci di tirare avanti. Gli immigrati che si vorrebbero morti in mare.
Per carità, posso sbagliare, ma mi pare che l’algoritmo di Salvini faccia rima con cretini.

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Salvini in manetteA corto di argomenti sin dal primo momento, pennivendoli e velinari  s’erano attaccati a un’immagine apparentemente convincente e indubbiamente efficace, diventata subito un mantra ripetuto ossessivamente:
“Immaginate di trovarvi per strada, in auto, davanti a una pattuglia ci carabinieri con la paletta alzata. Che fate? Procedete, investite l’auto, tentate d’ammazzare i militari?”.
Sarebbe andata bene, se non fosse giunta la decisione di Alessandra Vella. Il Gip di Siracusa, che ha liberato Carola Rackete, ha messo nero su bianco parole molto chiare: il decreto sicurezza bis non è applicabile alle azioni di salvataggio, la capitana ha dovuto adempiere al dovere inderogabile di salvare vite umane in mare ed è stata costretta a sbarcare a Lampedusa perché i porti di Libia e Tunisia non sono sicuri.
La decisione non cancella affatto l’immagine strumentale costruita ad arte da servi sciocchi e zerbini di ogni prezzo; essa è anzi lì dove hanno voluta metterla i difensori delle cause perse. Dopo le parole dei Alessandra Vella, però si è ribaltata e ora si pone così:
“Immaginate un Ministro dell’Interno che impone alle forze dell’ordine di ignorare e violare una legge internazionale accettata e sottoscritta da un governo del suo Paese?”.
Tradotta in termini grafici l’immagine ora mostra una strada, un posto di blocco e una pattuglia guidata da Salvini che tenta di ammanettare la Giustizia.
La cosa triste è che stavolta l’immagine non è inventata: rappresenta purtroppo la realtà di un Paese che affonda. Nel suo delirio quotidiano, infatti, Salvini sta tentando davvero di mettere in galera la giustizia repubblicana, sicché la libertà restituita alla capitana, non chiude il caso e non cancella il reato. Indica più semplicemente e a chiare lettere chi è il vero aggressore speronatore.

Canto libre, 3 luglio 2019; Agoravox, 4 luglio 2019.

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