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Archive for febbraio 2015

provita7Parole usate come lame di coltello e verità sgozzate come agnelli sacrificali.
Integralismo italico, roba di casa nostra.
Mai vista una campagna contro l’aborto fondata su un così profondo disprezzo per la vita.
Una infinita vergogna. Chi ne ha voglia clicchi: un lampo. Breve ma devastante!

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downloadLa Grecia nel cuore, come in altri cuori trovò posto la Spagna.
La Grecia nel cuore e nella mente col rischio consapevole di prender cantonate, con il bisogno di fare spazio ai sogni per non subire passivamente. Di attesa si muore dentro, ma lo scontro Bruxelles-Atene è tutto, meno che attesa. E’ palestra di rischi, progetto in corso d’opera e reazione all’idea ossessiva – o, se vi pare, alla «follia normale» di una società psichiatrizzata – che tende a convincerci dell’impossibilità del cambiamento. Stiamo zitti e ascoltiamo:

«Il cambiamento non è possibile…
il cambiamento non è possibile…
il cambiamento non è possibile…
il cambiamento non è possibile…».

Cos’è questo delirio che ripete fino all’ossessione un inganno e lo leva alla gloria degli altari come una verità assoluta? Sia quel che sia, per quanto si venda ogni giorno come «salute mentale», è questa l’autentica follia: questa versione popolare della morte della storia e della paralisi del conflitto che spaccia il capitalismo per la forma primigenia di ogni meccanismo economico. Tutto, anche il capitalismo, invece, nasce, cresce e muore. E intanto si lotta, perché è la lotta al fondo delle cose, l’antitesi tra opposti, e tutto cambia a tal punto che, non a torto, Eraclito osservò: «il sole è sempre nuovo di continuo» e «di tutte le cose è padre il conflitto, di tutte è re».
Sia come sia, non ci saremo dannati all’inerzia. La Grecia, così come ce la raccontano Mentana e soci, è una tempesta omerica subita passivamente, è il mare delle sirene che chiama verso gli scogli. Avanti, quindi, cera nelle orecchie e mani ai remi.
Se, come ha dichiarato, il governo greco intende uscire dalla Nato, perché non porre subito il problema che può modificare i rapporti di forza tra il governo eletto e i kapò del nuovo Reich?

«Voi insistete con la troika? Ok. Intanto fate le valigie e smammate. La Baia di Suda è territorio greco e ci faremo entrare chi ci pare. Così per il resto. Basta missili da testare, basi da cui puntare sul Nord Africa, minacce dirette ad Est. Per ora non stiamo con nessuno: chiudiamo con la Nato e aspettiamo. Poi, se il cappio non s’allenta, apriamo a Est. Ne abbiamo pieno e incontestabile diritto. La sovranità di un popolo vale almeno quanto la libertà di satira e sono scelte che non vi riguardano. Non farete cortei a Parigi: sareste così guitti nella tragedia, da far ridere persino gli islamisti».

La risposta giungerebbe durissima, non c’è dubbio, ma probabilmente più isolati di come sono i greci non si troverebbero e guai seri li avrebbero comunque anche gli alfieri delle «democratiche libertà». La Grecia fuori dalla Nato creerebbe gravi problemi strategici e militari e peserebbe in maniera tremenda sugli equilibri geopolitici. La patria di Omero è un Paese economicamente insignificante, ma ha un ruolo di primo piano nello scacchiere militare mediterraneo. Ci sono greci in Afghanistan e nei Balcani e il loro ritiro porrebbe il problema della sostituzione. E’ vero, il cappio già stretto diventerebbe strettissimo, ma chi dice che non servirebbe a nulla far notare quanto costi non solo economicamente la cooperazione militare con Israele e minacciare di abolirla? E, per concludere, quanto ossigeno porterebbe alla Grecia strangolata dalla ferocia neonazista della Troika un’apertura autentica verso Est?
Le conseguenze? Nascerebbe probabilmente una nuova Cuba ma, mentre l’originale ha dimostrato che non sempre il capitalismo è onnipotente, a chi converrebbe crearne una fotocopia in piena Europa? Quanto spazio ci sarebbe per «Alba Dorata» e quanta somiglianza con la Spagna del 1936? Quanto peserebbe una Cuba egea simile alla «Spagna rossa»? Quanto inciderebbe tutto questo sulla politica di aggressione occidentale verso est e quanta divisione seminerebbe?
E’ probabile che non si possa uscire da questo scontro economico senza sfiorare il confronto militare tra potenze di prima grandezza. La guerra, anzi, è già nei fatti e una Grecia assediata agevolerebbe processi di radicalizzazione dell’inevitabile conflitto tra sfruttatori e sfruttati. Guerra e rivoluzione, però, sono spesso parenti e una guerra civile in Grecia rafforzerebbe la resistenza popolare entro e fuori la madre della nostra civiltà, rimanderebbe all’esperienza spagnola e offrirebbe alle minoranze più consapevoli dell’intero Reich – da Lisbona a Madrid – l’opportunità di giocare un ruolo attivo.
Qui da noi, col naturale venir meno dei nonni, la condizione dei giovani sarà presto insostenibile e se ci sono in giro ragazzi di casa nostra che, armi in pugno, lottano per l’Islam, perché non dovrebbero essercene molti di più disposti ad andare a combattere il neonazismo che li affama là dove le contraddizioni esplodono e il ricatto economico del capitale finanziario non lascia scelta tra servitù e conflitto armato?

Agoravox, 26 febbraio 2105

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Padroni non ne ho.
Vivo come  mi pare,
libero più dell’aria,
e do senso ad un tempo
che mio certo non è.
Però chi me l’ha dato
se  lo riprenderà.
D’un tratto e per sempre.

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verso-la-democrazia-10-638Quando fu sancita l’incostituzionalità della legge elettorale da cui nasce l’attuale Parlamento, un moderato come Zagebrelsky non usò mezzi termini: la Consulta aveva assestato un ceffone alle Camere. Erano giorni di caos. Grillo chiedeva la cacciata degli «abusivi» e c’era chi, non a torto, si interrogava sulla legittimità costituzionale e giuridica di gente che nessuno aveva eletto. Un dato di fatto feriva le coscienze democratiche: dopo aver tenuto in vita il Codice Rocco di mussoliniana memoria, la Repubblica antifascista assisteva ora alla macabra riesumazione della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, col rischio paradossale che fossero proprio loro a mettere mano alla Costituzione antifascista.
La ferita era profondissima: Il colpo infatti era stato portato direttamente al rapporto tra il «potere delegato» e il «delegante», vale a dire al fondamento della sovranità e alla sua fonte, il popolo cioè, cui essa appartiene per dettato costituzionale. Per uscire dal vicolo cieco in cui ci avevano cacciato l’indigenza culturale, la miseria morale e una buona dose di malafede dei sedicenti «grandi partiti di governo», si cercarono punti fermi ai quali ancorarsi, per evitare un penoso naufragio. Per il «principio di continuità dello Stato» – si disse – la legge elettorale non potrà più essere applicata, ma le leggi volute nel frattempo dagli «abusivi» conservano la loro legittimità. La sopravvivenza dello Stato come Ente necessario sembrò l’unico possibile baluardo contro il caos e si accettò un principio giuridico indiscusso, ma non privo di paradossi: per evitare il caos, era necessario lasciare al loro posto tutti, anche chi l’aveva causato.
Si fece buon viso a cattivo gioco e si prese atto: una sentenza non retroattiva, in una condizione di agonia di quelle Istituzioni, che – osservarono i costituzionalisti d’ogni parte politica e scuola di pensiero – risultavano totalmente discreditate sia sul versante etico, che politico e democratico. Il triste «pannicello caldo» che settant’anni prima, sommandosi a una scellerata amnistia, aveva consentito alla classe dirigente fascista di rifarsi una verginità – la «continuità dello Stato» – poteva e doveva salvarci nell’immediato. Fu subito chiaro, però, che quella soluzione comportava rischi molto seri e poteva diventare addirittura un colpo mortale per la democrazia, se non si fosse poi giunti al rapido scioglimento delle Camere e ad elezioni non solo immediatamente possibili, ma indiscutibilmente doverose. Anche su questo tema non ci furono divisioni tra i costituzionalisti. La legge c’era – si disse – era la proporzionale come veniva fuori chiara dalla sentenza della Consulta e non c’era alcun bisogno che il Parlamento discreditato intervenisse per farne un’altra. Bastava sciogliere le Camere, che rappresentavano solo se stesse, e tornare a votare, anche perché la famigerata «continuità dello Stato», applicata a scelte pregresse, costituiva di fatto una «ferita necessaria» ma, trasformata in passaporto per una «legislatura costituzionale», sarebbe diventata uno strumento di distruzione della legalità repubblicana e un’arma pronta a colpire a tradimento la Costituzione. D’altro canto, se si fosse giunti a tal punto alla nascita della repubblica, i membri dei Fasci e delle Corporazioni, di fatto, avrebbero conservato il loro seggio in Parlamento.
Sembrava impossibile che accadesse, ma è andata invece proprio così. I «nominati», moralmente discreditati e politicamente delegittimati, stanno cambiando la Costituzione e – tutelati da una «continuità dello Stato» trasformata in oscena ipoteca sul futuro – i sedicenti «grandi elettori», che nessuno ha mai eletto, si sono scelti persino un Presidente della Repubblica, la cui legittimità politica e democratica, al di là del valore personale, è pari a quella di chi lo ha mandato al Quirinale.
Dopo Crispi, gli stati d’assedio illegittimi e la tragedia di Adua il tentativo golpista di Rudinì e Pelloux cozzò contro il muro dell’ostruzionismo parlamentare attuato d’intesa dai socialisti e dai «liberali di sinistra» guidati da Zanardelli e Giolitti. Una via parlamentare, quindi, è storicamente esistita, ma l’anemia perniciosa che affligge la rantolante democrazia ha fatto sì che nemmeno l’ostruzionismo fosse più consentito. Il secondo esperimento autoritario della nostra storia, quello fascista, finì come si sa: liquidato da una terribile guerra partigiana. Cosa accadrà stavolta non è facile dire ma, chiusa definitivamente la via parlamentare, la violenza del colpo assestato ai diritti metterebbe i nostri giovani davanti a una tragico dilemma: o una servitù rassegnata o una durissima e orgogliosa disobbedienza. La via d’uscita c’è: sciogliere le Camere, restituire la delega al delegante e consentirgli di esercitare la sovranità nelle forme prescritte dalla Costituzione. Mattarella ha un’occasione irripetibile per tornare alla legalità repubblicana e conquistare una legittimità che questo Parlamento non poteva e non può dargli.

Da Fuoriregistro, 19 febbraio 2015 e Agoravox, 20 febbraio 2015

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Copia di a

 

 

MERCOLEDÌ CULTURALI
a cura
E.I.P. ITALIA SEZ. CAMPANIA
5° MUNICIPALITA’
presso 5a MUNICIPALITA’ – Sala “F. De Martino”
Via Morghen 34 Napoli
18 Febbraio 2015 ore 17,30

 

 

 

AURELIA DEL VECCHIO
PRESENTA
UN LUOGO PRECISO ESISTITO PER DAVVERO
Editore Polidoro

Aurelia Del Vecchio, ex lavoratrice dell’Italsider di Bagnoli, attivista politica e sindacale, militante straordinaria nel PCI e nella FIOM CGIL degli anni ’70 3 ’80, in questo libro, è voce del proprio tempo e si assume la responsabilità di “ricordare” quello che non si conosce o si vuole cancellare.

Intervengono gli storici
PROF. FRANCESCO SOVERINA, PROF GIUSEPPE ARAGNO
modera
DOTT.SSA GIULIA BUFFARDI

Agli studenti che parteciperanno alle iniziative l’E.I.P. Italia rilascerà un credito formativo ex DM 40/2000 che potrà essere valutato per il triennio delle Suepriori come bonus per l’esame di Stato e ai docenti un credito professionale ex DM 90/2003.

Indirizzo di saluto
Mario Coppeto, Presidente 5a MUNICIPALITA’
Elisa Rampone, Vice Presidente nazionale EIP Italia sez. Campania
Ersilia di Palo. promotrice “Mercoledì culturali” EIP Italia

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ImmagineA parte qualche errore del sarto, i postumi di un infortunio al collo, la solita aria di chi recita male e sa che i fischi verranno, nel suo ultimo look, il sedicente presidente impazza su twitter con le consuete cretinate che passeranno alla storia dei guitti. Questa è l’ultima uscita:
Grazie alla tenacia dei deputati terminati i voti sulla seconda lettura della riforma costituzionale. Un abbraccio a e .
Manca evidentemente una virgola, che in questo caso non è un optional, ma l’omissione di un semianalfabeta e la battuta esatta era un’altra. Diceva così:
Grazie a una legge elettorale incostituzionale, una banda di “nominati” sfascia la Costituzione. Via i #gerarchi e #il pupo fiorentino.

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clip_image002E’ difficile far vivere un’idea di scuola libera in un paese sempre meno libero. Tra mille difficoltà Fuoriregistro con le sue ormai classiche tre scimmiette ci prova da anni e un qualche segno di sé, negli anni, lo ha certamente lasciato. Naturalmente questo non vuol dire che tutti conoscano la rivista. E’ il caso perciò di parlarne e di presentarla.

Fuoriregistro deve a Domenico Starnone e al suo  fortunatissimo romanzo l’idea del titolo e l’ambizione di raccontare la scuola attraverso la cronaca dei fatti, comici o drammatici, minuti o terribili che ne scandiscono l’agire quotidiano, e la libera espressione dei pensieri o delle emozioni che li accompagnano. Passione, sdegno, rabbia, delusione o entusiasmo, vengono condivisi dentro uno spazio che vuole prima di tutto essere d’ascolto e di comprensione delle reciproche ragioni e delle differenti prospettive, alla ricerca di un autentico dialogo. Non ci sono requisiti particolari per la collaborazione, se non il desiderio di costruire una scuola, pubblica, in grado di accogliere tutti e ciascuno e a tutti e a ciascuno offrire una significativa opportunità di crescita e di sviluppo.
Nel suo duplice aspetto di pagina web e newsletter settimanale, la rivista ha ospitato e ospiterà testimonianze personali, informazioni, notizie, comunicati, appelli, proposte didattico-educative, riflessioni sui modelli pedagogici o sociali, giudizi sui percorsi di riforma o sulle scelte politiche da cui traggono origine, tutto quanto, insomma, dentro la scuola costituisce occasione di dibattito e confronto tra le sue componenti, che cercano consapevolezza critica e perseguibili ipotesi di cambiamento.
Nel tempo, la rivista ha cambiato veste e struttura, curando sempre con particolare attenzione l’aspetto partecipativo.

Nelle sezioni dello Spazio aperto chiunque sia interessato può proporre interventi di vario genere: se si tratta di opinioni sulla scuola verranno inserite nella “Galassia” ad essa dedicata, se si tratta di altro in “Grandangolo“.
Nelle rubriche, la rassegna “Notizie dal fronte” offre spunti di riflessione sugli avvenimenti scolastici; la nuova sezione “In classe” è aperta invece ad esperienze più strettamente didattiche, in un’ottica di scambio professionale tra docenti e/o studenti.

In “Bacheca” potrete segnalare eventi, iniziative, proposte o siti di particolare interesse, recensioni di libri, film, mostre o spettacoli.
Noi della Redazione ci riteniamo a nostra volta “lettrici e lettori”, “collaboratrici e collaboratori” e, come tali, ci assumiamo individualmente la piena responsabilità di quanto scriviamo o proponiamo. Il nostro lavoro, pur con i limiti di un impegno volontario, è finalizzato a favorire la libera espressione, lo scambio e la circolazione delle idee, nel rispetto delle normative editoriali e di un comportamento comunicativo corretto.

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Articoli e segnalazioni di ogni genere vanno inviati, preferibilmente, attraverso il “modulo on-line”. Direttore responsabile è Luciano ScateniLa redazione, composta da Giuseppe Aragno, Emanuela Cerutti, Francesco Di Lorenzo e Maurizio Guercio,  risponde all’indirizzo redazione_fuoriregistro@yahoo.it.

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