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Archive for luglio 2009

L’onorevole Cota: impeccabile

Nominato” deputato senza essere stato votato da un solo elettore, ma sempre impeccabile e alla moda con la sua cravatta verde, Roberto Cota si appella alla “verità dei fatti” e ci bacchetta: “documentatevi, prima di parlare. Non gli dirò che dopo Ranke e l’histoire événementielle, sono venuti Bloch e Fevbre, “Les Annales” e Carr. Perché polemizzare? Stiamo ai fatti, come ci domanda, e Cota converrà: se documentato ha da essere il critico, a maggior ragione occorrerà che lo sia chi, criticato, si trincera dietro lo scudo dell’obiettività.
Non se l’avrà a male, quindi, l’onorevole “nominato” se, capitandomi sott’occhi una sua proposta di modifica dell’articolo 8 della Costituzione, gli domando quali siano i fatti da cui nasce il suo disegno. Cota – e cito testualmente – intenderebbe premettere al testo dei “padri costituzionali” il seguente comma: “La Repubblica riconosce il proprio fondamento civile e spirituale nel patrimonio culturale e religioso giudaico-cristiano“.
Sono certo. Per quanto solo “nominato“, l’illustre deputato conosce fatti che a un modesto elettore, rapinato per giunta del diritto di votarlo, saranno certamente sfuggiti. Ognuno ha la sua storia e – cosa dire? – sono meridionale, abusivo e forse clandestino: ho insegnato fino alla pensione nelle scuole della repubblica senza test e senza graduatorie regionali. Non contesto: un leghista è maestro di storia e mi tolgo il cappello, come Cantimori in archivio, davanti ai documenti. Non contesto, ma un dubbio sopravvive. Un dubbio solo, però sono certo: Cota farà chiarezza. I cristiani cui dovremmo le radici – mi domando – sono quelli che prima di Ponte Milvio e Costantino furono perseguitati dai “pagani”, o gli altri, quelli che dopo Tessalonica divennero persecutori e fecero a pezzi Ipazia, la filosofa neoplatonica? A quali radici si riferisce con precisione, a quelle dei guelfi o dei ghibellini? Ai cristiani di Innocenzo III o agli Albigesi di quell’Occitania, che conobbe in anticipo sui tempi il fumo acre dei roghi, coi catari bruciati e la Linguadoca devastata dalla “crociata” papalina di Lotario dei conti di Segni? A quale radicamento, si riferisce l’onorevole “nominato? Alle radici bruciate a Wittemberg dalle tesi di Lutero, o a quelle dei contadini luterani fatti a pezzi in Germania? A quelle degli hussiti, dei lollardi, degli anglicani o degli ugonotti? E di queste sue radici fanno parte i cinque milioni di “streghe” e di “stregoni” messi al rogo dall’Inquisizione o i boia del Sant’Uffizio? Quali sono queste radici, quelle che scortarono Colombo e le sue caravelle o il tragico viluppo di barbigli che accompagnò i genocidi di Cortez e Pizarro? Saperlo non è cosa da poco. Come terremo insieme Galilei e Giordano Bruno col Concilio di Trento e l’index librorum prohibitorum? Chi lasceremo fuori? Quale Italia? Quella tomista, creazionista o darwinista? Malediremo il divorzio e l’aborto? Ci schiereremo coi neoflagellanti che delirano in difesa della vita, ma fanno santo Pio IX, il papa che mandò a morte Monti e Tognetti, e accettano che Maroni, amico e compagno di partito di Cota, restituisca alla morte da cui fuggono quegli immigrati che non sono più uomini, ma clandestini? Quali radici storiche sono le nostre: quelle della vita o quelle della morte?
Anch’io faccio appello ai fatti, onorevole Cota e, in quanto ai giudei, ai quali, stando ai suoi informatori, dobbiamo non so bene quali nobili radici, quelli del mondo antico non vollero credere a Cristo. Non lo riconobbero. Benché meridionale, abusivo e clandestino, Cota può credermi: stavolta non c’entro. Non è colpa mia, né dei test che mi sono evitato: i giudei moderni, eredi a pieno titolo di quelli antichi, un Cristo l’aspettano ancora. I crisitani, invece, soprattutto quelli che sono apostolici e romani – romani, Cota, non è colpa mia, bisognerà emendare – questi benedetti cristiani sono sicuri che Cristo sia già nato. Sostengono, con qualche ragione storica che alcuni Giudei, ritenendolo un ciarlatano bestemmiatore, ottennero che Ponzio Pilato lo mettesse in croce e l’ammazzasse. Proprio come si fa con la storia al tempo nostro.
Non mi perdo nelle sottili distinzioni tra giudeo-cristiani, cristiani giudei ed ebrei convertiti e non mi fermo sulle ragioni di espulsioni, scomuniche e insanabili fratture. Lascio a lei il rompicapo e l’accontento: giudaico-cristiane lei dice? Può darsi. Come può darsi che i test che si tenta d’imporre ai professori e le graduatorie regionali, di cui lei s’è fatto valoroso paladino, occorrerebbe riserbarli ai politici.
Lei, avvocato Cota, con le sue opinabili certezze, è sicuro di poter governare l’Italia, così come sta facendo? Senza voto e senza test? Crede davvero che il mondo sia Novara.

Pubblicato su “Fuoriregistro” il 31 luglio 2009

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E’ insegnante di lettere e storia dal 1974. Nel bene e nel male, Paola Goisis è figlia della nostra scuola, quella dei fannulloni di Brunetta” ma dice che i titoli di studio ”non garantiscono un’omogeneità di fondo e spesso risultano comprati”. Non so se si riferisca a esperienze personali, ma metto le mani sul fuoco: avrà prove da mostrare e copie di denunce puntualmente inviate alle autorità competenti.
In Parlamento non l’ha eletta nessuno. L’ha nominata Bossi, è deputata e ritiene d’avere una delega popolare.
Livornese e leghista – in Padania c’è entrata senza permesso di soggiorno e, a ben vedere, in fondo è clandestina – afferma che “gli insegnanti devono conoscere la cultura della regione dove lavorano”. I professori, dice, dovranno superare un “test dal quale emerga la loro conoscenza della storia, delle tradizioni e del dialetto della regione in cui intendono insegnare”. Quando è stata Commissario d’esame a Trapani, il test non l’ha fatto di certo e di Sicilia non sarà molto esperta, ma che importa? Se si tratta di Veneto, Goisis non ha pari: nell’ambito dell’Identità Veneta e della Fiera Florovivaistica – è questo il curricolo dei nostri deputati! – ha creato la festa di “Este in Fiore” con la rievocazione storica della “Elezione del Doge”. Una festa in costume con corteo di gondole e patrizi provenienti da Venezia.
Di gondole e Dogi si occupa per noi, con la più grande serietà, la Commissione Cultura della Camera: all’ordine del giorno ci sono poi Alberto da Giussano, l’albo regionale degli insegnanti, il Carroccio e il nuovo giuramento di Pontida.
La signora Goisis finge d’ignorarlo, ma il sangue versato sul Piave dai fanti calabresi e campani è un titolo che nessuno comprò e di cui tutti avrebbero fatto volentieri a meno. Grazie a quel sangue, però, Paola Goisis oggi può divertirsi a giocare con le sue gondole e i suoi dogi. Faccia pure, signora, ma ricordi: tutto ha un limite e tutto prima o poi finisce. Chi insegna storia, però, dovrebbe saperlo: la farsa talvolta si muta in tragedia.

Uscito su “Fuoriegistro” il 29 luglio 2009

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Tarini non aveva età. Alto e robusto com’era, si muoveva sgraziato per i viali alberati della caserma e ti prendeva al cuore con i grandi occhi liquidi e azzurri, la testa irrequieta sotto il cappello, i capelli offesi dal taglio all’Umberto e quell’accento che dire toscano non serve a spiegare.
“Comunista di Pontedera” – come usava presentarsi beffardo – era giunto alla scuola d’artiglieria contraerea di Sabaudia dopo aver opposto all’esercito tutto ciò che di lecito e d’illecito si poteva tentare. Per non partire, s’era dato persino ammalato alla testa e aveva impavidamente affrontato la dovuta permanenza in “osservazione” tra i matti veri – se mai la scienza medica ne abbia correttamente individuato qualcuno – e quelli presunti, che erano quanto di più rigorosamente indecifrabile e non omologabile esistesse tra gente non abbiente negli anni in cui la prima generazione del dopoguerra tagliava il traguardo della maggiore età.
Gli anni che scompensarono il sistema.
– Nulla da fare, Cristo! – raccontava sconsolato – Nemmeno il matrimonio civile con la ragazza ingravidata li ha potuti fermare!
– Meglio fare come me, Tarini! – replicavo mandandolo in bestia – Coglierli in contropiede, metterli in ansia! Non vedi come sono confusi? Questo qui – si chiedono – se ne poteva stare a casa ed è partito? Ma è pericoloso! Eccolo un pazzo vero: uno che parte e poteva evitarselo!
– Un grullo, vorrai dire! Un grullo!
– urlava Tarini con quanta forza aveva – E pure tonto. Ecco quello che tu sei per me.
Provenienti da mezza Italia – io da Napoli, lui da Pontedera, Settanni da Lecce, Cavallo dalla Bergamasca, Nigro da Alessandria e Caponnetto, basso tarchiato e tondo come un corto barile, dal mare africano di Mazara del Vallo – ci eravamo incontrati al corso di specializzazione per aerologisti, selezionati coi criteri “rigorosamente scientifici” prescritti da non so bene che regolamento. A parte Caponnetto, inserito nel gruppo all’ultimo momento per far numero, dopo la defezione d’un fantasma in divisa trasferito sotto casa per “ordini superiori”, io ero stato scelto perché, giunto al quarto liceo scientifico, non potevo “non avere dimestichezza coi numeri”, Tarini perché dietro la cortina fumogena dei malanni inventati e dello smoccolare frequente, intercalato da un musicale e inimitabile “te tu sei tonto e pure grullo”, celava la frequenza ai corsi d’ingegneria. In quanto agli altri, rapporti assai vaghi con scienze d’ogni tipo motivavano una scelta evidentemente casuale.


Ciò che avevamo in comune – ma la scoperta fu davvero tutta nostra – era una tendenza ad una confusione assolutamente inconciliabile con la formulazione d’un corretto “bollettino meteobalistico”, una collocazione politica monocromatica – rosso per tutti nelle più diverse gradazioni – un rifiuto consapevole di stupide convenzioni ed una pigrizia pervicace che, per non scendere a compromessi, era disposta a sconfinare nell’insubordinazione e sapeva giungere ad espressioni di un dissenso che toccarono a volte toni anche alti. Tarini, ad esempio, non trovando altro modo per cacciar via la ricorrente tentazione della diserzione, fece della sua permanenza in divisa da artigliere un banco di prova della sua capacità di rivoluzionario; giunse così a contrasti estremi: montava, smontava, ingrassava e rimontava indifferentemente antiquati moschetti Beretta, agili carabine Winchester e gli automatici e pesanti Garand con l’abilità consumata d’un veterano, ma sbagliava sistematicamente di passo nei brevi percorsi a drappello inquadrato: un modo come un altro per dire non ci sto; come non bastasse, giunse a piegare la sua volontà di lottatore indomito – un rivoluzionario deve saper rinunciare, teorizzava – dichiarandosi solidale con le mie scelte di “dissenso etico”, come mi piaceva definire i miei due più ostinati rifiuti: quello di allungare con la mia presenza le sconce file di ragazzotti in divisa, che ritenevano questione d’onore la visita a due o tre miserevoli baldracche in giro quindicinale per le terre della bonifica littoria – sono gli uomini che non ci vanno, giunsi a proclamare rivolto al gruppo dei semibruti più irridenti con lo sguardo della sfida, e nessuno ebbe più l’animo di porre la questione della “normalità” sessuale – e l’altro rifiuto, non meno testardo e, dal mio punto di vista, più dirompente e significativo: quello di alimentare la catena di sant’Antonio dei furti operati per “risarcimento” dei furti subiti.
Per un mese diedi i numeri in caserma, calzando un rumoroso e strascicato quarantotto – questo m’aveva lasciato un misterioso ladro al posto delle scarpe da libera uscita numero quaranta – e indossando – frutto anch’essi d’uno scambio non chiesto – pantaloni larghi e lunghi, con cui mi presentavo al picchetto per l’uscita serale. Credo che non sarei davvero più uscito dalla caserma se Tarini un giorno non m’avesse proposto lo scambio.
– Tutto questo mi pare solo moralismo sentimentale – esordì una sera il toscano, mentre infilavo i piedi nelle due barche nere che usavo per scarpe – solo moralismo, testone d’un napoletano, e però può andar bene lo stesso. D’accordo, non rubiamo, non facciamo la rivoluzione e non rubiamo. E però, via, o penserò davvero che te tu sei tonto e pure grullo: ‘odesto si può fare – proseguì insinuante, tirando fuori dallo zaino un paio di scarpe lucide evidentemente piccole per il suo piede – io ti do questo quaranta che ti va a pennello e tu passi a me il tuo immenso quarantaquattro.
Su questo terreno maturò un accordo di profilo decisamente alto: aveva da “scambiare”, in aggiunta, dei pantaloni che facevano finalmente quadrare i miei conti e non potevo assolutamente rifiutare.
– E’ roba mia?
– Potrebbe darsi
– rispose – ma non è lo stesso che rubare. Mettiamola così: in questa bischerata, la roba tua va a me e la mia ce l’hai tu. Noi si fa semplicemente ordine.
– Socializziamo il danno?
– E sabotiamo la produzione! concluse in un sibilo felice.

Non dimenticherò mai quel suo sorriso gongolante, quando ci ritrovammo poco dopo tirati a lucido fuori dalla camerata per presentarci all’uscita. Il piantone vedendoci si scosse dal torpore e fece festa:
– Che fai napoletano, esci stasera?
Finì che il sergente mi dichiarò “perfetto” e il tenente giunse a schierare la guardia. Passammo così io e Tarini – poco più di quarant’anni in due quasi quarant’anni fa – nel rosso del tramonto del cielo paludoso tra Sezze, Priverno e Latina. Un numero da circo equestre, con il saluto militare assolutamente scorretto, le misure delle scarpe incredibilmente pari, le stature decisamente dispari e un’aria borghese irrimediabilmente incompatibile con la marzialità del picchetto irrigidito dietro fucili, baionette e giberne.
In quanto all’insubordinata pigrizia capace talvolta di assurgere a dignitoso rifiuto del sistema, mia fu l’idea della scopa che l’intero gruppo degli aerologisti adottò compatto come strumento di opposizione all’arroganza dei superiori. Me la portavo appresso ovunque andassi in caserma, la scopa: una simbiosi.


Ci passavo il tempo libero tra un turno di guardia e l’altro, la pausa tra il servizio e la mensa, un’esercitazione di tiro, i quattro passi con Tarini, quando il discorso si faceva puntualmente politico. Mi tornava utilissima ogni volta che incontravo i sottufficiali eternamente bisognosi d’uomini da impegnare in fatiche oscure e vane.
– Non si recluta mai chi già lavora – spiegavo ai compagni con aria sorniona, mentre con due o tre colpi secchi sull’asfalto dei viali m’impegnavo in un lavoro di pulizia liberamente scelto, che evitava le penose corvé.
Aerologisti così attenti alla pulizia dei viali non se n’erano mai visti e il maresciallo Marchioto, che aveva la responsabilità diretta del “bollettino meteobalistico” – un mastino in mostrine e stellette, basso tarchiato e scuro come un tizzone – covò da allora un’ira smisurata che lo rese pericoloso come un serpente velenoso.
Spavaldo negli atteggiamenti esteriori, ma vile coi superiori – che odiava tutti allo stesso modo e tutti giudicava incapaci – Marchioto si rivaleva sui subordinati con un astio senza misura e con la sicumera che gli veniva dai gradi. Nei giorni della routine, quando le batterie tacevano, si appassiva sino alla depressione e tornava alla vita nei giorni dell’azione, quando poteva angariare i soldati e dar sfogo al piacere del comando. Lo coglieva allora una smania d’esibirsi che sfociava progressivamente in un’ansia aggressiva e pignola che non trovava e non dava requie. La pulizia e la manutenzione degli “strumenti” prendeva allora ad assillarlo e si placava solo per far posto ad una frenesia progressiva che imponeva prove notturne d’allarme, affardellamenti inconsulti di zaini, tempi di entrata in azione scrupolosamente cronometrati in un crescendo di peggioramenti direttamente collegati alla successione contraddittoria dei comandi, all’accumularsi della stanchezza ed al crescere delle minacce destinate a far giustizia dell’indolenza con la quale rispondevamo all’unisono alle sue reiterate “prove generali”. Non c’era scampo, rimanevamo tutti “consegnati” in caserma, per sentirlo urlare a intervalli regolari:
– Stai punito Tarini! State tutti puniti! State puniti sino al congedo!
Una rabbia impotente l’afferrava così la sera che precedeva il fuoco. Ci impegnava allo stremo attorno al camion attrezzato a laboratorio, nella verifica dei sincronismi, nella preparazione di una strumentazione varia e complessa, di cui nessuno tra noi – prima degli altri egli stesso – conosceva davvero l’utilizzazione migliore. La tuta mimetica fuori posto, lo zainetto tattico in spalla di sghimbescio, un’inezia insomma, e la furia si materializzava nella frase tipica, detta in due tempi; il primo sillabato, col dito puntato a sostegno della voce che calava progressivamente: – Io i tipi come te… – poi la pausa minacciosa e l’esplosione – li… spezzo!
L’alba dell’addestramento a fuoco delle batterie ci trovava sfiniti. Montavano sul camion in una confusione indescrivibile di bestemmie pronunziate nei più svariati dialetti, in una babele di zaini e fucili, cartucciere e caricatori, e ci affidavamo alla guida senza lampi di Marchioto, che si teneva in coda alla colonna d’uomini e mezzi diretti al poligono, dove piantavamo le tende, con una flemma che metteva rabbia, a poche centinaia di metri dai cannoni bruni ed angoscianti.
Il ruolo da protagonista, che elettrizzava Marchioto sino all’inverosimile, accentuava la naturale tendenza al disfattismo di Tarini e Caponnetto, cui m’associavo sempre di buona voglia, e l’indolenza inguaribile di Settanni, Nigro e Cavallo.
Marchioto rimaneva con noi fino alla comparsa d’una grande tenda da campo che montavamo al riparo dal vento, a ridosso del camion. L’ultimo ordine giungeva da lontano e la voce era rotta:
– Via gli oggetti appuntiti!
Toglievamo gli anfibi, mettevamo stelle, cinture e mostrine negli elmetti, lasciavamo il tutto fuori della tenda, poi Cavallo si faceva il segno della croce ed entrava nella tenda. Caponnetto e Nigro rimanevano fuori, accanto all’erogatore dell’idrogeno, io e Tarini seguivamo Cavallo, prendendo posto agli angoli della tenda, e prendevamo a pompare idrogeno in un pallone che cresceva rapido in mezzo a noi. Circondavamo con le braccia ed i pensieri il drago feroce pronto ad emetter fuoco ed a ridurci in cenere, ma avevamo visibilmente paura e nessuno fiatava. Ad un segnale convenuto – stop urlava con voce roca ed ansiosa Settanni – Caponnetto chiudeva l’idrogeno, Nigro s’infilava sotto il pallone spaventoso e vi appendeva una sonda, lavorando frenetico con le mani sottili e tremanti. Il mostro incombeva giallo, galleggiando nell’aria, tenuto a freno dalle nostre braccia: un buco aperto da un urto e il fuoco ci avrebbe avvolti. Portavamo il pallone fuori dalla tenda tra soffocate bestemmie e ansiose cautele, ingaggiavamo una lotta sorda per non essere trascinati in alto, ed al via urlato da Cavallo la liberazione. Il drago conosceva la rotta: un volo obliquo verso l’alto, lungo la tangente d’una casamatta superata di striscio, poi il balzo nel cielo, contemporaneo al nostro respiro di sollievo, che ci accasciava al suolo, e al saluto degli uomini dalle batterie. Avevamo compiti precisi. Il vento e la pressione alle diverse quote soprattutto. Settanni, trovato il contatto con la sonda, urlava il suo rituale quesito:
– Pronti per il top?
E rituale, in coro, veniva la risposta:
– Pronti!
Giunta a cinquecento metri, la sonda cominciava ad inviare dati. Una pioggia di dati. Aghi sottili e sensibili trasformavano così l’atmosfera e il suo stato in una serie di indecifrabili elettrocardiogrammi. Cilindri di carta srotolata si allungavano in strisce veloci sul pavimento del camion. A mille metri occorreva approntare il primo bollettino, ma eravamo sempre in ritardo sui tempi. Nigro, l’alessandrino signore del vento – un Eolo vero, tutto ciuffi brevi sfuggiti alle ingiurie del taglio all’Umberto e scomposti tra le dita nervose – interrogava con gli occhi scuri ed esitanti i tracciati, inseguendoli a terra, nelle curve impossibili tra i piedi di sedie e tavolini, senza osare tagliare le strisce:
-Un infinito casino – esclamava disperato – eccoli i dati! Qui brezza e là raffiche!
– L’è il caos cosmico
– commentava Tarini – il caos, bischero d’un Eolo. Hai davanti la radice de’ tempi, grullo matricolato, e te ne lagni? Eccola la verità delle cose, cervello intisichito! Eccolo il bollettino: la balistica del disordine! Madonna bucaiola, Nigro, non lo vedi? Il padreterno è uno di sinistra!


I segnali intanto si ripetevano incalzanti, con una serie di bip, e la sonda saliva: duemila metri e un vuoto d’aria che la spingeva giù, per darci un’ultima chance. Settanni, in attesa di elaborazioni che non giungevano, guardava Cavallo. Caponnetto adottava la maschera inespressiva della superiorità:
– Laureati della minchia. Se mi sputo sul dito e lo metto qui fuori, il bollettino vero ve lo faccio io. Sbagliamo qualche cosa solo sulla pressione!
Il bip si affievoliva e spariva. Lo salutava una risata collettiva e una certezza: l’avremmo fatto bene il bollettino se non ci avessero spiegato che “serve soprattutto per l’artiglieria da campagna, che ha il tiro lungo, esposto ai capricci delle intemperie”, se avessimo avuto meno rabbia in corpo per il pallone poco protetto ed il sergente che spariva.
Il “sergente Mongolfier”, lo chiamava Tarini.
Il segreto alla fine era la sintesi che giungeva dopo calcoli complicati. Diventammo perciò maestri nella sintesi e facemmo a meno dei calcoli. Semplificammo sempre: la prima volta per mancanza di tempo, la seconda per dichiarato pacifismo, la terza per protesta silenziosa contro Mongolfier. Infine la sintesi senza calcolo fu regola e scienza. Tarini usava per il vento Caponnetto e il dito insalivato, Settanni dava i millibar calcolandoli sulla presunta pressione sanguigna del sergente Marchioto – valutata in rapporto a minacce, bestemmie e tempo della fuga finale – Cavallo e Nigro valutavano l’umidità secondo criteri che tennero sempre gelosamente segreti. In quanto a me, data la riconosciuta capacità di immaginare e trasformare i sogni in parole credibili, ero quello che stilava un’ipotesi di “bollettino meteobalistico” – la sublimazione del caos chiosava Tarini – che il gruppo vagliava democraticamente, per assunzione di responsabilità, ed approvava unanime.
Il tiro delle batterie non fu mai preciso, ma non capitò nemmeno che le nuvolette dello sbarramento si addensassero ad est, mentre il bersaglio trainato dall’aereo si posizionava ad ovest.
– E’ che non serve ad un cazzo! – sosteneva Nigro.
– Tirano ad occhio! – replicava Cavallo.
– E’ l’artiglieria del… caos! – ripeteva serissimo Tarini, mentre i colpi rintronavano cupi, gli artiglieri proteggevano i timpani con le mani e il bersaglio incombeva sempre più lento e vicino, giù, giù, sopra le nostre teste.
L’andamento dei tiri occupò per lunghi mesi gli ufficiali superiori. Marchioto finì più volte nell’occhio del ciclone, rischiò la carriera – come ammise solenne – ma non avviò mai un’indagine seria, perché non intendeva avere in alcun modo a che fare con la tenda, l’idrogeno e il pallone e si rifiutava di ammettere che l’aerologia che ci aveva spiegato non stava né in cielo e né in terra.
Minacciò stragi di fogli di congedo e secoli di galera, urlò, vaneggiò e studiò le vendette più feroci – Caponnetto sostenne di aver dimenticato il colore del suo mare africano – ma oltre non andò. Non ci andò, sino a quando non cominciò a circolare la “stampa clandestina”.


Tra le mille attività che m’impegnavano in caserma, un posto di primo piano toccava a un diario tutto note ed appunti, in cui, tra l’altro, raccontavo le imprese del sergente Mongolfier: fughe di fronte all’idrogeno comprese.
Capitate in mani a Tarini, le pagine dedicate al sergente ebbero inattesi momenti di gloria e indussero Marchioto ad affrontare il toro per le corna.
– Tu, scrivi e non preoccuparti. Al resto bada Tarini!
Io scrissi e fu un ciclone.

Per la caserma presero a circolare misteriosi fogli volanti, scritti a mano e copiati di notte, in fondo a depositi di munizioni nelle notti di guardia, nei magazzini vestiario, nei bagni e nelle celle della prigione. Ci mettevo la cronaca puntuale delle fughe eroicomiche, i deliranti biglietti di punizione, gli inconsulti “ti spezzo!”, le licenze strappate, gli ordini insensati e i contrordini paralizzanti, tutto in stile tagliente e lucido, tutto debitamente chiosato. Poche copie clandestine, passate di mano in mano rapidamente e nessuno tradì: reclute e anziani, studenti ed operai, per una volta restammo tutti uniti. Non bastarono promesse, non intimorirono minacce. La mia prima rivoluzione mentì spudoratamente sugli uomini: eravamo giovanissimi, questo è vero, e in fondo si rischiava più a tradire che ad esser fedeli. Le leggi della caserma – quelle non scritte intendo – sanno essere d’una ferocia inaudita e i gradi assegnati dall’esercito sono meno ambiti di quelli riconosciuti tra i soldati. Non c’era nulla per cui valesse vendersi. Donne nemmeno: la parità dei sessi non aveva cittadinanza da nessuna parte, meno che mai in caserma, e la rivoluzione femminile non aveva ancora militarizzato mamme, fidanzate e sorelle.
Fallite indagini e corruzione, minacce e adescamenti, Mongolfier decise di venire allo scoperto:
– Si va a Foce Verde, annunciò, e stavolta faccio io!
– Stavolta non tirano
– mormorò Tarini, rischiando la cella di rigore, ma il sergente non replicò.
Capitò una giornata di vento e fu annunziata la visita del generale ispettore dell’arma di artiglieria.
Mongolfier si fece pallido, poi rosso, poi carogna. Non ci fu nessuno cui non toccassero giorni di cella di rigore, non ci fu nulla che andasse per il verso giusto.
Caricammo e scaricammo mentre il vento infuriava e Marchioto impazzava. Trottava da un punto all’altro della valletta in cui ci eravamo fermati e ingarbugliava ogni cosa con ordini e contrordini. Impiegammo due ore a fare quello che facevamo in pochi minuti. Nulla gli andava bene. Si piantava un picchetto tre volte per spostarlo d’un dito, una corda senza nodi veniva nelle sue mani per inventarsi garbugli indicibili. Pensammo più volte che non avremmo mai montato la tenda e ci riuscimmo solo facendo l’esatto contrario di ciò che chiedeva.
Quando finalmente la tenda drizzata sfidò il vento, Mongolfier ci mise in riga e gridò:
– Spero che ora abbiate imparato!
Mangiammo senza fiatare, noi seduti a terra, lui alla mensa sottufficiali.
Tornò con l’occhio abulico dell’alcol e avvisò:
– Chi sbaglia paga!
Non sbagliammo, perché nel gonfiaggio si tenne a debita distanza e si limitò a controllare. Entrò in azione quando fu tutto pronto e ritenne il pericolo passato: il pallone era gonfio, la sonda attaccata, il paracadute per il recupero fissato. Bisognava lanciarlo, evitando urti, lottando col vento e facendo mille giochi. Non so quale fosse lo stato d’un quartier generale di Cesare o Napoleone al momento di attaccare, ma ricordo perfettamente la situazione nostra quando avvenne quel lancio: confusione, ovunque e dappertutto confusione. Al centro, confusione delle confusioni, Marchioto a dettare ordini illogici, a mostrare punti, luoghi e posizioni, a calcolare soluzioni, percorsi e variazioni, a gridare ingiurie miste a lacrimevoli preghiere che si facesse con attenzione e precisione. Quella volta, che c’era il generale, v’era nell’aria tutta quanta l’elettricità dei fulmini di Giove.
Avvenne così che correndo come un ossesso dietro al pallone per tentare il lancio, mentre il vento lo spingeva a terra – non scorderò mai più quel pallone gigantesco e dispettoso che correva e trascinava Mongolfier che voleva trascinarlo – Marchioto perdesse del tutto la bussola e diventasse egli pallone ed il pallone sergente. Un sergente bizzoso che prese a correre diritto contro una casamatta, la solita, posta chissà perché lungo il breve percorso. Attimi così non si dimenticano. Mongolfier, volto a Cavallo, che teneva la sonda e lo seguiva trottando, urlava disperato:
– La sonda Cavallo, la sonda!
E per esser sicuro che quello l’ascoltasse, si voltava a guardarlo, mentre il pallone impazzito nel vento curvava in ogni direzione e si portava appresso il lanciatore imprudente. Persa la bussola, Mongolfier smarrì poi fatalmente anche l’equilibrio e precipitò in un burroncello di tre metri, lasciando finalmente il pallone: ormai era tardi. Cavallo, deciso a non farsi coinvolgere ulteriormente, mollò la sonda proprio quando il pallone libero si impennò verso il cielo, dando l’impressione di respirare meglio dopo che Mongolfier l’aveva lasciato. La sonda, intanto, disegnata una curva nell’aria, si distese in coda al pallone che saliva, oscillò per un istante, poi incontrò la casamatta e si schiantò senza scampo, salutata dalle grida lacrimose di Marchioto, che dal fondo del burroncello rantolava:
– La sonda, Cavallo ! La sonda!
Lo raccogliemmo che piangeva sibilando: il generale, il generale!
Si alzò trascinandosi la gamba visibilmente malconcia, poi folle di rabbia e di timore prese a spingerci verso il camion e gli strumenti inutili.
– Pronti per il top? – chiedeva e rispondeva da solo – Pronti!
– Non trasmette, s’è rotta!
– gli gridò Tarini – Te tu sei veramente grullo! E pure tonto!
– Pronti per il top? Pronti!
Una scena dantesca, col generale apparso d’improvviso, non saprò mai da dove, che infieriva :
– Ma l’ha rotta, sergente! – e Mongolfier che si metteva sull’attenti zoppicando e replicava: – lui, l’ha rotta. Lui!
E indicava Cavallo.
Era davvero un diavolo, mentre lo conducevano in infermeria e Tarini lo seguiva e ne imitava la voce, accentando in toscano: Papè satan, papè satan aleppe.
In questo clima infernale ci sorprese al ritorno in caserma la notizia dolorosa. Arabi e israeliani erano in guerra.


Consegnati in caserma dopo la vittoria fulminea di Moshe Dayan – si partiva per l’ONU a fare da forza di interposizione – facemmo circolare un numero speciale del “Bollettino Meteobalistico – foglio clandestino della Resistenza palestinese” e Tarini ottenne che ci riunissimo per una “discussione franca tra compagni”. Caponnetto voleva che si aggiungesse “d’armi”, io lasciai il testo immutato e la notte clandestina riunì semplicemente compagni.
Tarini fu chiarissimo: – Lo ammazziamo. Se ci mandano con lui nel deserto lo ammazziamo. E’ per legittima difesa: o lui o noi.
A tutti sembrò giusto e la sorte mi scelse come killer, ma Tarini si offrì di sostituirmi e decidemmo di sparare in due.
– Dubbi? – Domandò poi Tarini quando fummo soli.
– No – replicai – con gente così non resta altro.
La guerra lampo e le discordie internazionali fecero poi naufragare i buoni intenti e l’ONU non intervenne. Non so cosa avrei fatto se fossi partito, ma se ci penso dopo tanto tempo, mi accorgo che gli anni di piombo iniziarono prima di quanto si pensi.

Uscito su “Fuoriregistro” il 19 settembre del 2003

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La ricerca storica ti fa giramondo. Non tanto perché, dietro le tracce di uomini e cose, ti metti talora materialmente in viaggio – e il percorso ti è ignoto: lo dettano i fatti e le passioni che ricostruisci – quanto perché, dal tuo osservatorio locale, segui l’itinerario ammaliante delle idee. E lo vedi non: hanno confini.
Un viaggio un po’ amaro, m’è capitato di farlo pochi giorni fa in archivio. Seguivo Federico Zvab, un istriano, incontrato alla testa di insorti nelle Quattro Giornate, e mi è parso assurdo che di un uomo della sua tempra si sappia poco o nulla e che nessuno abbia pensato di intitolargli una strada. Non sappiamo di noi, mi sono detto, e non c’è scampo: un popolo che non ha memoria storica, s’imbarbarisce. Poi mi sono perso nel viaggio.

A Casigliano di Sesano, dove Zvab è nato nel 1908, l’aria è irrespirabile. I fascisti la fanno da padroni e la gente di sinistra morde il freno: a Federico hanno ucciso un fratello e, per poter parlare e pensare da uomo libero, nel 1930 se ne va clandestino. Lo rincorro, assieme a telegrammi e note di polizia, e giro l’Europa di paese in paese: Jugoslavia, Francia, Belgio – dove si lega a Enrico Russo, napoletano, comunista ed esule come lui – e poi Germania, Svizzera, Austria – a Vienna, nel febbraio del 1934 è ferito sulle barricate degli operai in lotta col fascista Dollfuss – e infine Spagna, dove a settembre del 1936 è tra i repubblicani. Comandante di batteria nell’artiglieria miliziana, attaccato da aerei italiani è ferito gravemente in Catalogna. Nel 1939, mentre i franchisti entrano vittoriosi a Barcellona, passa in Francia ed è internato a Vernet. Mussolini però occupa la Francia sconfitta dai tedeschi e, nel settembre del 1940, Zvab finisce per due anni a Ventotene, dove incontra Sandro Pertini ed Ernesto Rossi, si ammala di peritonite tubercolare e si fa il calvario dei ricoveri nel reparto confinati dell’Ospedale Incurabili di Napoli. A giugno del 1942 è così sofferente, che il direttore della colonia di Ventotene, Marcello Guida – futuro questore di Milano al tempo della strage di Piazza Fontana! – “propone che alla scadenza del periodo di confino venga restituito alla famiglia”. Ma il fascismo non fa sconti e Zvab torna libero solo nell’agosto del 1943, quando, caduto il regime, si stabilisce a Napoli.
Seguendo la sua via, faccio così ritorno a casa e ritrovo Zvab che combatte nelle Quattro Giornate.
E’ il volto politico dell’insurrezione, quello che non piace agli americani, che ai moti di popolo preferiscono foto di scugnizzi, e probabilmente non piace a Togliatti ed al “nuovo” PCI, che fa i conti con lo spettro di Bordiga, che, a Napoli, ha storia e radici tra i lavoratori; non piace perché con la rivolta il PCI c’entra poco e, in molti casi, i combattenti sono stati mossi e guidati da “irregolari” come Zvab, Tarsia, Gabrieli ed altri militanti, il cui passato politico mal si concilia coi programmi degli uomini di Togliatti.
Sulle Quattro Giornate cade così la pietra tombale del presunto spontaneismo. Ma Zvab, comandante di battaglione partigiano, che a Napoli ritrova Enrico Russo, non si fa mettere da parte facilmente. Con Russo, Villone, Iorio e Vincenzo Gallo, egli organizza infatti quella CGL che vuole essere un sindacato democratico, libero da vincoli di organizzazioni politiche, con un largo controllo della base sul vertice. Avrà vita breve, diverrà CGIL e sarà soffocata dalla burocrazia che nasce all’ombra dei partiti. Il danno si vedrà nel dopoguerra.


Avrei concluso il mio viaggio con Zvab, se la sera stessa, tornando dall’archivio, non avessi trovato su Metrovie notizia d’una iniziativa del “Comitato Claudio Miccoli” : una strada intitolata al giovane ucciso da neofascisti, ed una a Giorgio Perlasca, fascista pentito, che salvò numerosi ebrei dallo sterminio. Il viaggio si è fatto a questo punto amaro.
Non è questione di toponomastica, e nemmeno del fatto che Perlasca fu volontario in Spagna dalla parte opposta a quella in cui si schierò Zvab, benché sia inevitabile pensare che, in Spagna, i Perlasca avrebbero potuto ammazzarli i miei Zvab. E allora, mi domando, chi avrebbe fatto poi le Quattro Giornate. Ma non è questo il punto. E’ che Perlasca, non più fascista e non antifascista, tiene per sé, se mai la sente, la ripulsa morale per le leggi razziali e, scoppiata la guerra, è incaricato d’affari nei paesi dell’Est con lo status di diplomatico: rappresenta il regime. Vive così, in una condizione ambigua la tragedia dell’Olocausto sino alla soluzione finale, e in extremis, risolve con un moto di pietà un sopraggiunto confitto interiore; non scioglie però il nodo cruciale della responsabilità personale nei confronti del fascismo, contro il quale non si schiera mai apertamente.
E’ per questa sua condizione di ambiguità che, quando i tempi sono parsi maturi, Perlasca è diventato strumento di una sottile e pericolosa operazione di “maquillage” politico, di recupero di immagine del fascismo, attraverso quella “dottrina della pacificazione”, per la quale, di fatto, il revisionismo vince la partita.
Siamo di fronte ad una scelta di filosofia della politica, all’adozione di un metodo di indagine e, soprattutto, di un metro valutazione dei fatti della storia che, lo capisco, lo sento sulla mia pelle, pone gli studiosi di sinistra in una condizione di oggettiva difficoltà: nel clima in cui viviamo, con la gente sconcertata e impaurita da una quotidiana violenza politica, non è facile prendere le distanze da un “giusto dei popoli” e riuscire a motivare una posizione che – lo so – si presta all’accusa di estremismo.
Lo capisco. Penso però che occorra farlo, che si debba conservare la lucidità necessaria per parare il colpo e domandare, senza alcun intento polemico, a se stessi, prima che ad altri, se per queste vie non passi il revisionismo; chiederselo, come lo chiedo a me, provando a capire se la scelta di intitolare una strada a Miccoli ed una a Perlasca, non celi l’ennesima operazione bipartisan, per usare una parola alla moda, dietro la quale fa capolino la rimozione. Così, in tempi non meno difficili, fu rimossa la CGL di Enrico Russo, che, rifiutato un posto di ministro, morì “dimenticato” in un ospizio per i poveri; così probabilmente si cancellò, grande o piccola che fosse, l’anima politica delle Quattro Giornate, così si ignorano vent’anni di antifascismo, come se la nascita del regime non coincidesse anche a Napoli con l’inizio della resistenza.
Allora come oggi tutto sembra muoversi in nome di interessi immediati, di una pacificazione invocata da un realismo più realista del re, da sedicenti riformisti, architetti della politica degli schieramenti, di fronte ai quali le scelte ideali rischiano di scadere al rango di opzioni e la storia diventa, ahimè, un ostacolo da aggirare. Rimozione – e qui bisognerebbe discutere con grande onestà intellettuale – consentita da una sinistra che, invece di far conti chiari con la propria storia, emendadola da antichi errori e rivendicandone con orgoglio lotte, valori e ideali, lascia che passi il veleno mortale che ci cancella.
Per questo mi domando e domando: perché Perlasca e non Russo o Zvab?

Uscito su “Metrovie”, settimanale campano del “Manifesto” il 9 ottobre 2004 e su “Fuoriregistro, il 15 ottobre 2004.

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DSC_9655D’accordo. In Italia abbiamo i nostri guai e da solo Brunetta vale un terremoto.
E’ vero. Non è facile rompere il silenzio prezzolato di pennivendoli, guitti. velinari e cavalier serventi. E lo so bene: un paese che senza batter ciglio si lascia governare da Brambilla, Carfagna, Sacconi e Gelmini, non ha più diritto d’indignarsi.
I tempi sono quello che sono, lo so, e facciamocene una ragione, ma i conti con la coscienza ognuno li fa come crede e c’è un limite a tutto. Diciamolo, però, urliamolo forte: è disumana e feroce –  disumana nel senso giuridico della parola, perché contraria ai diritti umani – la scelta della Confédération Générale du Travail, il sindacato della sedicente “gauche”, che ha fatto ricorso alla forza per riprendersi i locali della storica Bourse du Travail occupati da migranti. E’ disumano che uomini, donne, bambini, centinaia di immigrati senza permesso di soggiorno – in Francia li chiamano “sans papiers” – siano ora accampati alla men peggio sul marciapiede del Boulevard du Temple, di fronte al sindacato, sorvegliati a vista dalla polizia, tenuti in isolamento da un vero e proprio cordone sanitario e sottoposti a una pressione fisica insostenibile che ha uno scopo evidente e vergognoso: DSC_9660prenderli per fame e sete, costringerli alla resa mentre vanno arrosto nel caldo mortale di questi giorni.
In tanta furia, però – questo è umano e conforta – in tanta feroce determinazione – questi disperati stanno resistendo. Sono deboli, soli, sconfitti e figli  di sconfitti, ma resistono. La Francia gli ha negato storia e dignità, e loro tengono duro e quasi sopravvivono a se stessi, per denuciare questa sorta di colonialismo sindacale che è tutto quanto resta dell’Europa di Spinelli. Sono lì, davanti al sindacato, prova vivente della miseria e della povertà dell’Africa e dito puntato contro la nostra coscienza sporca e la nostra penosa storia di “potenze” coloniali.
Sono lì, e per portar loro un po’ d’acqua e un pugno di riso per ricordare al potere che la solidarietà e la rabbia non sono ancora morte, c’è chi discute coi gendarmiDSC_9684 e li lavora ai fianchi, poi, quando la notte allunga le sue ombre pietose su tanta miseria umana, passa, non visto o ignorato – il potere ha pieghe davvero misteriose – e rischia l’arresto per rifocillarli.
Ora, se qualcuno se la sente, venga avanti e cominci a blaterare di civiltà occidentale, di “democrazia di esportare”, di virtù teologali e cardinali, di fede, di speranza e carità. In nome del suo dio, però lo metto in guardia: non rispondo di me stesso.
C’è stato un tempo in cui, accogliendo da ogni dove artigiani e operai per quell’Esposizione Universale di cui ci resta, ironica e infelice, la sola Tour Eiffel, i sindacalisti francesi pensavano di far lezione al mondo: “le groupement socialiste – dicevano orgogliosi – cherche à sopprimer l’antagonisme du travail e du capitalisme, par l’etablissement d’une société ègualitaire”. Era il tempo in cui gli spiriti liberi dichiaravano di avere due patrie e la seconda per tutti era la Francia. Tutto quanto rimane di quegli anni lontani è un pugno di riso e poche bottiglie d’acqua DSC_9671portate da una pattuglia di militanti dei nostri “anni di piombo”, “sans papiers della rivoluzione” e cittadini del mondo che Maroni e soci vorrebbero seppellire nelle nostre galere.
Pensatela come volete, a me pare evidente: la sfida al potere si rinnova. E’ disperata, come i tempi che viviamo, ma è anche un lampo d’umanità che si oppone al terrorismo del capitale. Quel terrorismo che non si processa.

Uscito su “Fuoriregistro” l’1 luglio 2009

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