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Archive for dicembre 2011

Intervistato nel 1971, Nenni non ebbe dubbi: “Ho vi­sto crescere sotto i miei occhi ben tre generazioni, […] ora mi accingo a vedere quella dei miei pronipoti. Guardandoli penso: non so­no stati inutili questi decenni di lotta, oggi si sta tanto meglio di quanto si stesse ai tempi miei. Sì: la vita è infinitamente meno dura, oggi. Non c’è paragone col mondo in cui erano na­ti mio padre e mio nonno”.
La citazione è lunga, ma il sottosegretario Paolillo onnipresente ospite televisivo, pronto a metter mano allo Statuto dei Lavoratori, la merita; di socialisti straparla, ma pare ignorare ciò che pensava Nenni e quanto presto si capì che squilibri gravi e costosi si facevano strada, con il carico doloroso di nuove marginalità, nuovi stenti e un capitalismo animato dalle peggiori scelte ideologiche.
In termini assoluti il miglioramento c’era stato, lo coglievano gli anziani se ricordavano l’alimentazione da fame, di classe, uniforme e malaticcia del Sud e di rare terre del Nord; per il resto, era chiaro che sviluppo e spostamento nelle città creavano bisogni nuovi e non me­no immediati: la casa, anzitutto, poi i beni di consumo legati all’urbanizzazione e alla produzione come elettrodomestici, automobile e televisore. All’alba degli anni Settanta, De Rita, con una sintesi felice, spiegò che la domanda di beni sociali riconduceva a “bisogni collettivi”: casa, servizi, trasporti. In poche parole, diritti e democrazia. Quando si dice che vivevamo al di sopra delle nostre possibilità è questo che si pone in discussione: diritti e democrazia. Una filosofia della storia e una storia di lotte, di costi e di sacrifici. Tutti a carico dei lavoratori, tutti contro una ottusa e statica modalità di intervento, che oggi trova il contraltare nella “dinamica” e disumana flessibilità. Sono i limiti del “miracolo economico”, non il tenore alto di vita dei lavoratori, il punto di frattura sociale ed economico da cui partire per capire la crisi e le soluzioni da ricercare. Le voci critiche – un economista non può ignorarlo – si fecero sentire, ma ebbero contro tragiche buffonate, come il governo Tambroni e il goffo tentativo di un gollismo tutto tecnocrazia autoritaria e potere di notabili, cui seguirono minacce di golpe del peggior capitalismo d’Occidente. Atterrita dall’autunno caldo e dall’esplosione della contestazione, la reazione puntò sin da allora alla creazione di un esercito di riserva. E’ in quegli anni – e a partire da quegli anni – che si discute di “età opulenta”, da quando il “miracolo economico” ci ha condotti a fare i conti con gli “occupati precari”. L’economia che non sa di storia e sociologia del lavoro può chinarsi alla bibbia liberista, ma non siamo nati ieri: Scalfari, disegnando una mappa del potere in Italia, nel settembre del ‘69 scriveva già di un Autunno del­la Repubblica. Preti parlò di Italia malata  nel ‘72, e La Caporetto economica di La Malfa risale al ‘74, quando Rosario Romeo parlava da tempo di “soluzione dei problemi del paese in chiave di riformismo demo­cratico nel quadro di una società libera […] con carattere alternativo […] al mero immobilismo conservatore”.
Il fantasma di un incompiuto “sviluppo europeo”, di una fragilità economica mai superata, di una moderniz­zazione insidiata dalla re­cessione non lo scopriamo ora. Sylos Labini nel ’75 fu chiarissimo: un terzo della popolazione era povero, ma gli facevano da contraltare due terzi in cima alla scala sociale: uno, quello medio, faceva da scudo al ceto medio-alto con un’aliquota che si arricchiva fortemente ed era chiusa e selezionata. Era lì che si produceva e si produce debito e si immiseriscono i ceti sottostanti. La linea riformista e, quindi, lo Statuto dei lavoratori, mediava il conflitto. Bene o male, è andata così sinora. Questo governo che spalleggia la “società opulenta” non salva l’Italia. Dimezza il peso e il valore della democrazia e riproduce un’atmosfera sociale “chiusa” da anni cinquanta. Si apre così una fase di scontro sociale che è il vero salto nel buio.

Uscito sul Manifesto il 7 gennaio 2012 col titolo Lo satuto dei lavoratori e i nipotini di Nenni

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– A che serve pensarci? E’ andata così. Inutile fare i filosofi e tirar fuori le verità universali, esclamò avvilito Francesco. Queste cose le fanno gli storici che vendono parole al miglior offerente. Raccontano guerre e battaglie, ricordano date e generali, ma cancellano i soldati, le popolazioni colpite, le donne, gli uomini e il dolore. E’ così che la storia diventa la scienza dell’inganno. Mi ricordo di uno che alla televisione una sera parlava dell’Asiento…
– L’Asiento? E cos’è? chiese Lucia incuriosita.
– Una parola che affascina, ma il significato è terribile. Si parlava dei grandi Stati, i “fari della civiltà”, e tu capivi che c’era stata guerra tra loro per il possesso di questa cosa che pare una musica: l’Asiento. Piano piano venne fuori che si trattava del monopolio degli schiavi, un affare miliardario che ognuno voleva tutto per sé. Tu ascoltavi e incontravi di tutto: sovrani, affaristi, magistrati, militari, ma non sentivi la sofferenza atroce di milioni di sventurati venduti come merce a questo o a quel padrone.
– Bestie e mercato, Francè, osservò Lucia.
E su queste parole s’inceppò il discorso. Pareva che d’un tratto Francesco avesse indossato la sua vecchia tuta blu, logora e stinta che gli intristiva inspiegabilmente il viso tutto occhi neri sotto una nuvola di capelli bianchi.
– Bestie e mercato, ripeté Lucia, oppressa dal silenzio. Nessuno ce la racconta mai così questa infamia che chiamano storia.
Francesco, però, continuava a stare zitto. Giocherellava nervoso con la forchetta, davanti al bicchiere di vino rosso, gli occhi rivolti al televisore acceso sul dibattito dell’ultima ora. C’era un’intervista all’immancabile confindustriale travestito da studioso e il conduttore lo presentò con l’etichetta scientifica con cui da tempo si vestivano a festa gli sfruttatori: un giuslavorista.
– Lo scienziato del cazzo! Urlò all’improvviso Francesco, terremotando il tavolo con un terribile pugno. Giuslavorista! E che pensi, tu, che ci siamo tutti rincoglioniti? Te la cavi perché le tue carognate vai a dirle là, dove nessuno ti dice chi sei! Ma io ti conosco, lo so quanto vali!
Lucia sobbalzò.
– Ma che c’è? Un bicchiere solo e il vino ti va alla testa? E chi sarà mai questo qui, che per poco non sfasci il tavolo! Ma ti pare il modo, scusa? M’hai spaventata! Non sarà stato lui che t’ha mandato a casa!
La moglie era sbiancata a vederlo così esasperato e ora lo fissava, scuotendo la testa. Si vedeva ch’era stata bella, da giovane e aveva ancora una luce vivissima negli occhi inquieti, che sembravano specchio del mare. Anche le mani, che nell’evidente agitazione s’erano giunte come in preghiera, s’erano mosse con l’eleganza naturale di due danzatrici levate sulle punte alla ricerca del cielo. Da quanto tempo la durezza d’una vita di stenti impediva a Francesco di stringerle come un tempo, quelle mani, con la forza della passione e l’infinita dolcezza che l’aveva incantata, in quel gigante che metteva paura solo a guardarlo? A questa domanda Lucia non avrebbe saputo rispondere, ma non ce l’aveva con lui. Non poteva. Gli avevano fatto così tanto male, che s’era chiuso in se stesso e non lasciava spazio alla tenerezza. Aveva paura di farlo, Lucia lo sentiva. Paura di cedere di schianto, di cominciare a piangere e non saper più smettere. E le tornava in mente il padre cupo e taciturno, negli anni della sua infanzia, e la madre che ripeteva ogni tanto una frase di cui solo ora riusciva a cogliere il significato profondo e il dolore che nascondeva:
– Se a un uomo togli il lavoro, figlia mia, prima perde la sicurezza in se stesso, poi si vergogna come fosse un ladro.
Di questa Waterloo dei sentimenti, non parlano mai gli esperti che rilasciano interviste. Eppure è così che accade: dopo la rabbia per l’ingiustizia, le rinunce cancellano i sogni. I libri sono pieni di faccende che riguardano il prodotto interno lordo, i titoli, le oscillazioni delle borse, le importazioni e le esportazioni, ma di questa Caporetto della vita, dell’intimità di coppie sconvolte dalla miseria e di milioni di famiglie distrutte dai capricci del mercato, di tutto questo non si cura nessuno.
“Privilegiati”, ripeteva intanto, ossessivo, l’esperto, dal piccolo schermo, col tono autorevole che gli veniva dalla sua triplice veste di avvocato, studioso e senatore. “Privilegiati“, continuava; lui, proprio lui che, saltabeccando di qua e di là e fiutando il vento, aveva messo assieme una pensione da parlamentare, una da ordinario di diritto del lavoro nelle università ridotte alla bancarotta e i cospicui introiti dello studio legale ereditato dal padre. Francesco lo ascoltava e la nausea gli si dipingeva sul viso largo e onesto.
– Privilegiati e super tutelati, sì. Ma che pretende la Fiom? E’ ora di finirla, occorre mettere sullo stesso piano i padri e i figli.
Ce l’aveva coi metalmeccanici e si capiva bene, nonostante le cortine fumogene, che la sacra furia egualitaria aveva lo sguardo tutto volto in basso.
– Bisogna riconoscerlo, insisteva, abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità ed è tempo di piantarla con la difesa di interessi corporativi. Tutelare tutti significa riconoscere che occorre ridurre i salari per sostenere chi non lavora, consentire libertà di licenziamento e mano libera all’iniziativa degli imprenditori.
Francesco sbottò, quasi fossero uno di fronte all’altro e, a onor del vero, fu molto più preciso e concreto del presunto esperto.
– Il professore dovrebbe saperlo. Quando a decidere erano i padroni drl vapore, c’era la repubblica, ma si licenziava per primo chi dava fastidio. Non si diceva che era così, naturalmente, perché un motivo lo trovavi, ma si faceva. Negli anni Cinquanta ci sono stati quindicimila operai processati e sessantacinque morti ammazzati in piazza. In Francia solo tre, senatore. Uno, due e tre. E c’è voluto lo Statuto dei lavoratori per fermare questa maledizione. Una legge, nel 1974, ha riconosciuto che più di quindicimila lavoratori avevano subito persecuzioni politiche. Peggio che durante il fascismo!
L’esperto, però, che non poteva ascoltarlo, continuava imperterrito:
– Occorre un sindacato realista. La libertà di licenziamento è necessaria a un Paese civile.
– E in cambio? – chiedeva con aria garbata il conduttore, senza nulla obiettare – in cambio che propone ai lavoratori?
– In cambio gli imprenditori si impegneranno a formarli e a ricollocarli.
Per queste ricette miracolose il giuslavorista aveva collezionato premi, notorietà e prebende. Stava a sinistra, ma a destra l’avrebbero accolto coi tappeti rossi. Francesco fremeva. Aveva sputato l’anima alla catena di montaggio e poi l’avevano mandato a casa. Troppo presto per la pensione e troppo tardi per riciclarsi nella giungla che l’esperto chiamava “mercato del lavoro”. Per questo suo dramma, però, come per tutti gli altri problemi dei lavoratori, il giuslavorista aveva già pronte le soluzioni. Le aveva presentate al Parlamento come progetto di legge. Una riforma organica, sosteneva, ma a Francesco, che se ne intendeva, pareva solo un imbroglio ben congegnato. Una mano il professore forse l’aveva data, ma non ci voleva molto a capire com’era andata: i padroni avevano dettato, lo studioso aveva rinnovato l’impianto ch’era vecchio come Noè e alla fine aveva messo la sua illustre firma. A Francesco toccava pagare, come da anni, del resto, o lavoratori pagavano la scorta armata che proteggeva l’esperto.
L’operaio s’era calmato. Il volto pallido e pensoso della moglie lo aveva ipnotizzato e non gli accadeva da anni. La donna – chissà perché se ne accorgeva così tardi – aveva perso la sua battaglia con la trama sottile delle rughe, ma il volto, ancora così dolce e le labbra sensuali, gli facevano venire in mente gli anni della giovinezza. Per non darla vinta a una tentazione che temeva disperata, indicò col dito l’esperto e sussurrò:
– E’ lui che dovevi sposare, Lucia. Lui, non un disgraziato come me. Chissà che vita che faresti… Te lo ricordi, quando ti veniva appresso?
– Ma chi mi veniva appresso, Francé? – replicò la moglie irritata e stupita. A te davvero ti sta facendo male questa maledetta situazione. Di chi parli? E poi, se siamo a questo e ci tieni a saperlo, te lo dico. Io non avrei dovuto sposare nessuno. Il matrimonio è la tomba dell’amore e seppellisce soprattutto le donne…
Voglia di litigare Francesco non ne aveva. Più guardava la donna, più sentiva un gran desiderio di abbracciarla e più si accorgeva di quanto feroce fosse stata la vita.
Troppi stenti, troppa fatica, pensò, e non si fermò sulle parole della moglie che gli avevano fatto più male di uno schiaffone dato a tradimento.
– Davvero non te lo ricordi? Guardalo. Era con noi alla Fiom. Pietro, si chiamava. Come fai a non ricordare? Un dirigente giovanissimo, che s’accendeva come un cerino e ripeteva sempre la stessa canzone…
– Un sindacato di lotta, contro i moderati e contro i padroni…, sussurrò, come folgorata, Lucia, mentre si avvicinava incredula al televisore. Guardò l’esperto per un lungo minuto, scosse la testa, poi si girò verso il marito:
– Pietro, sì. Ora me lo ricordo anch’io. Come hai fatto a riconoscerlo?
– Non è cambiato molto. E poi, come non ricordare? L’autunno caldo, piazza Fontana, gli anni di piombo, le strade come campi di battaglia. E lui con noi. Astratto, come oggi, ambiguo, ma con noi. Sta a sentire, ascoltalo. Col sindacato o contro il sindacato, dei lavoratori non parla mai. Oggi dice mercato come ieri diceva lavoro, ma di chi fatica, di chi stenta ogni giorno in fabbrica e si logora, spremuto come un limone, non capisce nulla. Se ne andò dal sindacato per passare al Partito, mi ricordo. Quattro anni, in Parlamento, stipendio comunista, soldi quanti ne vuoi e se la prende coi privilegiati…
Come in trance, Lucia ascoltava il marito e la storia incredibile del giuslavorista che si fa dieci anni di Cgil e di Camera del Lavoro, rappresenta i metalmeccanici, ma non è metalmeccanico e quando parla per loro non sa di che parla.
– In Parlamento, proseguiva Francesco, finì naturalmente alla Commissione Lavoro e tornò ad occuparsi di lavoratori. Lo sai com’è andata, no? Quanti ne abbiamo avuti di compagni così! Tutti allo stesso modo: più salivano su, più si accorgevano di poter contare, più facevano le amicizie giuste e più cambiavano pelle. Questo qui non s’è lasciato mai sfuggire un’occasione.
– Che ha fatto nella vita?
– In Parlamento ha sfruttato leggi e leggine e ha trasformato in un lavoro la sua collaborazione col sindacato. Una dichiarazione della Cgil ed ecco che sulle spalle dei lavoratori sono finiti i costi di contributi che nessuno ha mai versato. Poi è passato all’università. Sai come accade, no? Porti la borsa all’uomo giusto nel momento giusto e ti fanno professore.
– Lo senti? interruppe Lucia. Ce l’ha coi fannulloni. Ce l’ha con me e con te che siamo rimasti metalmeccanici
– Certo – sorrise Francesco – lei, signora, non faccia l’innocente, lo sa bene che ha contribuito ad affondare il Paese
Lucia non rispose, ma aveva negli occhi la luce dei vent’anni.
– Però non è felice, esclamò d’un tratto. Guardalo, sembra livido. Uno così, non è in pace con se stesso. Non mi ricordo più di come sia andata tra noi…
– Tra me e te?
– Ma che dici, Francè? Tra me e lui.
– Cercava una compagna… disponibile.
– Una puttana, dici?
– Pensava che tu ti vendessi.
– E’ così. Misuriamo gli altri da noi stessi.
– Sì, più siamo marci, più riteniamo che sia marcio il mondo…
Pietro, l’esperto, era tornato, intanto, su una tesi che gli stava più di tutte a cuore e ripeteva come un vecchio disco incantato:
– Se si consentisse agli imprenditori di licenziare, si potrebbero tutelare meglio gli interessi dei lavoratori. Il sindacato è su posizioni di assurda conservazione. Sono i limiti culturali della sinistra.
Lucia fece appena in tempo ad osservare:
– Non è una bella cosa, ma per forza ci vuole la scorta
Francesco la guardava come non capitava da tempo.
– Non gli basterà, la scorta. Faremo la rivoluzione
– Come avessimo vent’anni, Francè sussurrò Lucia con un tremito nella voce, mentre la luce s’abbassava e la televisione d’improvviso taceva con uno zig zag luminoso e un impercettibile fruscio.
– Sì, proprio così, come avessimo ancora vent’anni

Uscito su “Fuoriregistro” il 24 dicembre 2011

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In Italia il “dramma formazione” ha radici profonde e non a caso abbiamo un doppio record negativo: meno laureati rispetto alla media europea e un tasso di disoccupazione dei laureati che è più alto di quello degli altri paesi dell’Unione Europea. Non bastasse, chiunque provi a indagare si accorge che le quote più alte di lavoro precario si ritrovano, guarda caso, proprio tra i lavoratori laureati. Il paradosso è solo apparente e l’origine del problema non è la formazione, ma il capitalismo da rapina che fa da base al nostro sistema produttivo. I nostri “valorosi imprenditori” non guardano avanti, non è loro costume. Lo sguardo, se mai qualche volta si leva dal portamonete, è quello di chi si limita al piccolo cabotaggio, è abile tra le secche e gli scogli, ma non ha il coraggio di affrontare il mare aperto. E’ fatale, perciò: la richiesta di manodopera è rivolta per lo più a profili professionali con basse qualifiche e il laureato non ha mercato. Si cerca l’operaio generico, quello che puoi ammazzare di fatica a basso costo e pazienza per l’incidente. Quando capita, del resto, c’è la foglia di fico d’un contratto più o meno regolare di sei euro all’ora per una giornata di lavoro che, di fatto, non ha limiti né mansionario e si applica a lavoratori perennemente ricattati dal binomio licenziamento-disoccupazione. Metter mano al mercato del lavoro, vuol dire anche, Ichino lo sa ma fa finta d’ignorarlo, interrogarsi su un sistema formativo ridotto ormai a vivere di contraddizioni profonde tra aspirazioni progressiste e spinte classiste, mortificato dalla precarietà e dalla sottoretribuzione dei docenti, lasciato da solo a far fronte allo sfascio della famiglia, a insanabili contrasti tra un’idea di scuola che formi intelligenze critiche e le fortissime tendenza aziendalistiche volte alla produzione di disciplinati “soldatini del capitale“. E’ perciò che da anni si batte in breccia sul ruolo e sulla funzione docente. Lo sapeva bene la scuola della Resistenza, che pochi mesi prima del 25 aprile, in un foglio stampato alla macchia, accusava il regime: “il fascismo teme il popolo, vuole il gregge, la massa, la folla da sfruttare e l’insegnante è asservito e domato con la miseria, ridotto a una vita grama e stentata che lo mortifica“.
Vista così, da quest’angolo visuale, non è un caso che, mentre si tassa, si taglia e si privatizza persino l’aria che respiriamo, gli Ufo che hanno conquistato il potere e governano una repubblica ormai privatizzata, annuncino con tecnica solennità, nuovi “concorsi nella scuola” e facciano previsioni: trecentomila posti!
Sogni e promesse, si sa, non costano niente, e la domanda viene spontanea: perché non tornare all’ormai celebre milione? Giacché si trova, il signor ministro, sia largo di maniche: ne guadagnerà il consenso e il bilancio non ne risentirà. “Costo zero”, come ripete ad ogni pie’ sospinto l’arido linguaggio dei ragionieri che fanno ormai filosofia della storia. Trecentomila! Come saranno assunti? Col contratto di un’ora, di un giorno, di un mese, di un anno? A tempo determinato o indeterminato? Con l’articolo 18 ancora vigente, o per licenziarli il giorno dopo l’assunzione, se non si mettono in riga, come progetta Fornero che, dopo il massacro delle pensioni, segue a ruota Marchionne e si accinge a demolire il contratto collettivo nazionale, privatizzando il welfare? Che fa il ministro? “Aziendalizza” la scuola al meglio, precarizzando anche i docenti “privilegiati” che godono ancora delle “ingiuste” tutele dello Statuto dei Lavoratori e creando così una giungla in cui la tutela al licenziamento cambia da scuola a scuola? Come li pagherà, gli insegnanti, coi soldi del salario scippato a quei mangiapane a tradimento dai metalmeccanici? Dove li metterà? Tra le macerie sopravvissute alla sua amica Gelmini? E in classe, quanti alunni avranno: cinquanta, cento, centocinquanta? Saranno italiani, stranieri, clandestini? Avranno il “tetto d’immigrati“? Che scuola ha in mente il prof. Profumo, e quali uscite nella società? Rimarremo per caso al disastro procurato dal precedente ministro, grazie ai “disinteressati” consigli della conferenza dei rettori e ai misteri gloriosi di Giavazzi e Abravanel? Cosa gli hanno “suggerito” i suoi colleghi “baroni“, protagonisti dello sfascio dell’Università? E il Vaticano, la Confidustria, Marchionne, la Fondazione Agnelli?
Trecentomila posti e nessun cenno ai precari. Il ministro nicchia sulle graduatorie a esaurimento che “vivono” ancora, tace sulle classi a 27 ore che affondano la scuola primaria e non fa cenno ai precari. Sono trascorsi solo pochi giorni da quando il “presidente” Monti ha “imparato” che in Italia c’è una marea di persone costretta a vivere con una pensione di 500 euro. Viveva evidentemente su Marte, il celebrato Monti. Ecco ora il turno di un altro marziano. Qualcuno, in Parlamento, per favore, se c’è chi viva qui da noi e abbia contatti col genere umano, spieghi a Profumo che esistono i precari in una scuola che di tutto davvero ha bisogno, meno che di vendere fumo e illusioni.

Uscito su “Fuoriregistro” il 20 dicembre 2011

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Meno di due mesi, nemmeno sessanta giorni, ma chi lo ricorda più? Anche per la memoria malata è pronta la ricetta degli specialisti, ma le cure saranno tutte a carico dei pensionati, che hanno rubato ai figli miliardi e miliardi di euro e non si ricordano più del vergognoso scialo. L’occasione l’offrì l’irrinunciabile convegno organizzato dall’Abi per la presentazione del volume Le banche e l’Italia; a lanciare l’allarme fu Giovanni Bazoli, presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo, guidata allora per caso dal noto Corrado Passera. Si parlava della crisi e delle banche da finanziare e Bazoli fu chiaro: La prospettiva che si presenterà è quella di un intervento dello Stato o direttamente o tramite fondi sovrani” – ma il ritorno a un sistema bancario pubblico dichiarò senza mezzi termini “ci riporterebbe indietro di trent’anni”. Nessuno, meno che mai Napolitano, obiettò che in soli due anni le banche ci avevano riportati al Medio Evo. Nello sfascio del Paese, anzi, tra operai licenziati, vecchi pensionati ridotti a rubar per fame, ospedali che chiudono i presidi di Pronto Soccorso, scuole, università e ricerca dissestate, Giorgio Napolitano ascoltò con attenzione le preoccupazioni del sistema bancario e si premurò di chiedere il testo degli interventi. I sistemi bancari, si sa, contano molto più di pensionati e lavoratori e altro di meglio da fare il Presidente della Repubblica non ha, se non frequentare banche e banchieri. Non vorreste, per caso, che un Capo dello Stato si presenti a un convegno di cassintegrati a rischio licenziamento? Le preoccupazioni delle banche sono, per dettato costituzionale, in cima ai pensieri del Presidente e per favore piantiamola con la repubblica fondata sul lavoro.

Meno di due mesi, nemmeno sessanta giorni, e la preoccupazione di Bazoli è del tutto svanita. In verità, lo Stato è intervenuto, come aveva previsto l’Abi, ma i ruoli si sono capovolti. Napolitano, sensibile al grido di dolore di Passera e soci, ha gestito il problema con tale cura e passione che alla fine sono state le banche a privatizzare la repubblica. Non è un caso se, eletto da Napolitano, il governo sia ora quello delle banche e uno dei suoi pilastri sia diventato Passera, l’uomo di Intesa Sanpaolo. Sventato il pericolo e nominato ministro dello Sviluppo Economico, Passera s’è messo all’opera e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Per dirla con le formule magiche che da vent’anni annunciano malanni da curare e cure miracolose che puntualmente spediscono il paziente in sala rianimazione, “il Paese non crescerà”. L’ha  annunciato con indifferenza squisitamente tecnica proprio lui, il ministro di uno sviluppo che non verrà. Appena nato e già disoccupato”, l’uomo di Banca Intesa, che ha un futuro assicurato da pensionato miliardario, è stato categorico: non è colpa del Governo, ha dichiarato a nome della setta neoliberista. Subito dopo, “di concerto” con un ministro dell’ambiente che ignora la catastrofe ambientale, con la piangente Fornero e con quel Giarda, che si occupa dei rapporti con un inesistente Parlamento, Passera ha firmato con Monti un provvedimento che individua e punisce i colpevoli. Convertito in legge con Atto della Camera n. 4829, il provvedimento reca “disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici” e così recita testualmente: “ferma restando la tutela derivante dall’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni e le malattie professionali, l’articolo 6 prevede l’abrogazione degli istituti dell’accertamento della dipendenza dell’infermità da causa di servizio, del rimborso delle spese di degenza per causa di servizio, dell’equo indennizzo e della pensione privilegiata. La norma non si applica al personale del comparto sicurezza-difesa e soccorso pubblico né ai procedimenti attualmente in corso“.
Una disposizione che non merita commenti: Monti, Passera e soci hanno cancellato la causa di servizio. Non c’è più equo indennizzo, non si pagano spese di degenza, non esiste più la pensione privilegiata per quei lavoratori che si fanno male lavorando. Proprio come vuole la Costituzione. E non ci sono dubbi: Giorgio Napolitano firmerà anche questa infamia.

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Riconosco ch’è la via giusta e occorrerà percorrerla fino in fondo, ma confesso: non è facile trovar risposte alla domanda stringente di Rossanda sul che fare. Forse ha ragione Pierluigi Sullo che, in qualche modo, giorni fa, sembrava indicare un metodo e una questione “propedeutica”; non credo che Monti e soci siano “sapienti, ma stupidi” –  la sapienza dov’è? – ma mi pare vero: non sapremo che fare, se prima non capiremo chi sono. Abbiamo di fronte un volto degenerato del potere, c’è da precisarne i lineamenti, definendone la natura prima che la funzione, separando, in questa crisi del capitalismo, il dato fisiologico da quello patologico. Se ritenessimo Passera e Fornero espressioni genuine di un processo “ortodosso” di “evoluzione” da Smith a Friedman, finiremmo fatalmente impantanati in un’analisi senza vie d’uscita. La loro presenza politica alla testa d’un governo di non eletti, in un Parlamento di nominati, apre in realtà un’enorme falla nel tessuto connettivo della repubblica, una falla che mette a rischio in primo luogo il rapporto tra capitalismo e accezione borghese della parola democrazia. In questo senso, il “pensiero fisso”, di cui scrive Sullo è la prova lampante di un “avvitamento” del capitalismo attorno alla sua più evidente contraddizione e porta in luce meridiana il tragico fallimento di un sistema economico e politico che nella sua formulazione teorica vive di “libero mercato” e nella sua realizzazione pratica non può sopravvivere senza la protezione di privilegi statali. Un fallimento che mostra chiaramente l’errore di una sinistra che ha finito col vedere nel capitalismo ruoli di rappresentanza della civiltà dell’Occidente.

Così stando le cose, Monti e la paccottiglia che lo sostiene in un Parlamento del tutto privo di legittimità, incarnano l’età di un pensiero degenerato in fanatismo, un “feticcio delirante”, che nessuno potrebbe incarnare meglio dell’autoreferenzialità dell’accademia. Fuor di metafora, Monti è la versione italiana d’un fenomeno europeo: la stato comatoso della democrazia borghese e di “tecnico” ha solo il metodo. I contenuti segnano il ritorno aperto a una cieca politica di classe. Crispi, piuttosto che Giolitti e, non a caso, la sintonia con la Germania “prussiana” di Angela Merkell.

Il fanatismo”, scrive Voltaire con la consueta lucidità – “sta alla superstizione, come la convulsione alla febbre e la rabbia alla collera”; visto in questa luce, più che a un programma di governo, noi ci troviamo di fronte alla visione estatica di una pattuglia di credenti, mossi da una  verità di fede. La struttura del ragionamento è quella d’un periodo fondato su a una “proposizione principale” – le esigenze del profitto sono il motore della storia – e attorno una rete di coordinate e subordinate depennabili: l’uomo, i bisogni, i diritti. In questo senso, il che fare di Rossanda si apre verso più ampie esigenze e, in qualche misura si “illumina”: che rispondere a un uomo convinto che è progresso obbedire a Dio più che agli uomini e che, di conseguenza, è certo di meritare il cielo strangolandoci? Questa è la domanda. La pose l’Illuminismo e sembrava cercasse riforme.  

Storicamente, quando i popoli cadono in mano ai fanatici, il corto circuito è fatale. Per fanatismo, gli “onesti” borghesi parigini si diedero a gettare dalle finestre i loro concittadini, li scannarono e li fecero a pezzi nella notte di San Bartolomeo. Il fanatismo è la follia della storia, una sorta di civiltà dei Mongoli e non sempre se ne esce per la via dei compromessi. Strumenti ne abbiamo e c’è stato chi l’ha detto: socialismo o barbarie. L’antitesi è verificata, ma dei corni del dilemma, uno solo oggi ha una rappresentanza: la barbarie sta con Monti. Manca chi rappresenti il socialismo. Di qua forse occorre ripartire, perché se è vero ciò che scrive Rossana Rossanda e da tempo abbiamo accettato che venisse distrutto non “l’ideale di un rivoluzionamento, ma l’assai più modesto compromesso dei Trenta gloriosi”, non è meno vero che dopo Voltaire vennero Saint Just e Robespierre. Fu forse partenogenesi, ma si vide la storia voltare di pagina.

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Non è stata pazzia.
La mano che ha armato la pistola omicida troppe volte l’abbiamo ignorata, non di rado incoraggiata e qualche volta per fini oscuri addirittura utilizzata. Andiamo a cercare nelle pieghe del potere, tra i banchi del Parlamento, tra lo sfascismo e il razzismo leghista e i suoi complici destri e sinistri. Controlliamo i calcoli di parrocchia, i complici silenzi, gli opportunismi elettorali, le radiografie rivoltanti alle costole d’una sinistra senza onore e senza dignità e troveremo la radice del problema, la formula del veleno che da troppo tempo ci intossica. Facciamo luce nelle zone d’ombra, nei vicoli bui del sottobosco travestito da classe dirigente. Lì troveremo l’indigenza culturale e la miseria morale che ha fatto e fa da brodo di cultura della tragedia infinita che viviamo.
Ma cos’è quest’Italia ormai? Diciamocelo chiaro, che ci farà bene, la verità è rivoluzionaria: un Paese che ha una scuola col “tetto” d’immigrati e di più non ne vuole, dio solo sa perché, mentre Cristo, che appendiamo al muro delle aule, invano si rivolta; una terra in cui un extracomunitario non si ricongiunge al coniuge, se prima la scuola non gli fa l’esame d’italiano, msntre un italiano analfabeta di valori può occupare tranquillamente un posto in Parlamento e nessuno si scandalizza. L’Italia oggi disprezza i suoi vecchi e li degrada al rango di parassiti, perché quarant’anni di lavoro e di ricchezza prodotta non bastano a frenare la barbarie del potere economico e ad imporre al ministro Fornero il rispetto che si deve a una risorsa preziosa, fatta di memoria che si trasmette coi valori d’un popolo e la sua storia di lotte e di progresso.
Un Paese così, un Paese di “senzastoria” che ormai subisce e sta a guardare, buono sì e no a fare i conti coi soldi e con lo “spread“, come se questo fosse la vita, titoli, banche monete e listino dei prezzi nella Borsa, un Paese così che altro può fare se non scrivere una dietro l’altra pagine tra le più nere della sua storia? Mai come oggi, tra accampamenti di rom devastati da tentativi di pogrom, immigrati estradati mentre chiedono asilo, o chiusi in campi di concentramento e lì dimenticati con la loro umanità piegata dal dolore, insegnanti che calibrano i voti in ragione del colore della razza, bambini costretti a digiunare in scuole in cui la mensa distingue tra chi può e chi non può pagare, mai come oggi è stato così evidente che le ragioni della democrazia non possono prevalere se l’economia governa la politica. Questa Italia ormai non ha più anima, cuore e dignità. Chi ha predicato il dialogo con Casa Pound, ha raccolto il frutto della sua strumentale “tolleranza” e oggi non a caso fa il sottosegretario in un governo che nessuno ha mai eletto.
No, non è stata la pazzia a guidare la mano che ha sparato ai senegalesi. Da qualunque parte lo guardi, questo Paese non ha più nulla a che spartire con la democrazia. Nulla. Meno che mai il governo.

Uscito su “Fuoriregistro” il 14 dicembre 2011

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Non sa bene di che parli – non è colpa sua e con un po’ d’impegno qualcosa imparerà – tuttavia ne parla. Si limita alle formule della propaganda, ma parla e ogni volta fai fatica a capirlo. L’ultima esternazione la riferisce l’Adnkronos e lascia di stucco: non ci sono soldi per dotare le scuole italiane delle necessarie tecnologie, ha scoperto il neoministro rettore, poi, sibillino ha subito chiosato: “questo non accade solo in Italia“. “Occorrerà chiederle a Sarkozy e alla Merkell, come fa la Grecia“? si son chiesti interdetti i giornalisti, mentre prendevano appunti, pensando alle difficoltà del momento e ai rapporti tesi tra i Paesi europei, ma Profumo non ha consentito riflessioni approfondite e ha continuato deciso, come impone il pugno di ferro nel guanto di velluto o, se preferite, lo stile di questa compagnia di guitti che c’è chi si ostina a chiamare governo. Prima o poi occorrerà ringraziare Berlusconi, Bersani e Casini che fanno il gioco delle tre carte: ieri facevano a gara per distinguersi tra loro in centro, sinistra e destra, oggi cantano a coro le lodi e i peccati “veniali” di un aborto politico che si chiama “salva Italia” e massacra gli italiani. Quelli, s’intende, che da sempre lavorano e pagano. Agli altri garantisce un salvacondotto che grida vendetta: evasori, guerrafondai, speculatori, mercanti d’armi, nullafacenti e mariuoli noti e ignoti, che hanno fatto la storia del debito nel nostro sventurato Paese, sono tutti al sicuro.
Partito a ruota libera, Profumo, ha voluto aggiungere la sua seconda strabiliante scoperta: a scuola “ci sono però ancora sacche di inefficienza da rivedere“. A scuola, naturalmente, perché il mondo da cui proviene – l’accademia – è un modello d’efficienza, efficiente è la classe politica nella quale s’è andato a rifugiare ed efficientissimo il governo di cui fa parte. Un governo che, dopo aver confermato gli ineccepibili tagli di Gelmini e Tremonti, spara a raffica innovative imposte indirette.
Sempre più tecnico e scientifico, ma sempre più fatalmente politico, Profumo ha esposto ieri la sua idea di uscita dalla crisi. Voi pensate che la via maestra per recuperare fondi da utilizzare per il miglioramento tecnologico di quel moribondo che si chiama scuola siano gli investimenti sottratti all’aeronautica militare, pronta a sperperare trenta miliardi in cacciabombardieri per far guerre ripudiate dalla Costituzione? Se lo pesante, sbagliate. Per aiutare la scuola italiana, ha sostenuto serafico il ministro, occorre “reingegnerizzare le risorse per evitare le inefficienze”. Che dice, che vuol dire? E’ presto detto: Occorre “valorizzare i docenti” e per farlo, si sa, bisogna valutarli. Profumo non sa non sa che Gelmini ne ha fatto un cavallo di battaglia e si lancia nell’apologia della sua nuovissima politica: la “valutazione, centrale in ogni processo di cambiamento, non deve essere vista come un atto sanzionatorio nei confronti dei docenti, ma in funzione di un miglioramento della qualità della scuola, tramite prove strutturate e standardizzate, che consentano confronti tra i risultati”.
Forte di questa batteria di luminose amenità, l’uomo di Monti, ha tirato fuori l’inglese. Quando può, lo fa con piacere. Gli studi glielo consentono, king George glielo consiglia e Monti, si sa, pretende il massimo di internazionalismo: quello borghese. Sia stile o sia ceto, la classe è classe e può colpire profondamente la sprovveduta fantasia dei docenti, depressa dal provincialismo della Gelmini. La ricetta anglosassone, insomma, non poteva mancare e il ministro non ha perso tempo: “attraverso la valutazione” ha sostenuto infatti solennemente “le scuole potranno esprimere pienamente la propria autonomia responsabile tramite la trasparenza del proprio operato, in linea con le migliori esperienze internazionali. Questo processo va inserito in un contesto più ampio, che contempli l’intero orizzonte della ‘smart city’, cioè di una città in cui i servizi ai cittadini siano accessibili, trasparenti, condivisi“. Sarà che non tutti sono all’altezza dell’inglese di Profumo, sarà che stiamo andando alla malora, a qualcuno è sembrato di cogliere nelle parole del ministro un novità davvero decisiva. Il caso Magri ha fatto scuola e il Paese si modernizza. Tra i servizi accessibili e condivisi, ai numerosissimi docenti ormai disperati sarà garantito quello “fine vita“. Così hanno letto, alcuni, le promesse del ministro: gli insegnanti si potranno suicidare tranquillamente. Il Miur darà gli indirizzi necessari e avranno persino facoltà di scelta. Il viaggio all’estero, però, sarà a carico degli aspiranti suicidi. Il governo Monti, si sa, assicura tutti i diritti. Il fatto è che, come le risorse, anche i diritti sono tutti all’estero. E’ consentito accedervi, certo, siamo in democrazia, ma occorrerà pagarsi il viaggio. Anche per il suicidio, sarà lotta di classe.

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