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Cominciò così in tutto il mondo industrializzato: manifesti, comizi, cortei e astensione dal lavoro. Gli operai volevano le otto ore. In Italia ne facevano in media 14, donne e bambini compresi. Gli imprenditori sostenevano che la richiesta era una pazzia.
Sono così gli imprenditori, fanno i medici dei pazzi. Per vocazione.

napoletani

La repressione scattò immediata e violenta: cariche, arresti, denunce per associazione sovversiva, disobbedienza alle leggi e istigazione all’odio di classe. La protesta dei lavoratori fu sepolta sotto secoli di galera.
Vennero altre “feste del lavoro”.

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Nel 1894 Crispi sciolse il Partito Socialista e segregò nelle isole migliaia di lavoratori, ma non riuscì fermarli e a maggio del 1898 Bava Beccaris sparò a mitraglia sulla folla disarmata. L’Italia insorse, corse il sangue e Rudinì ricorse agli stati d’assedio e ai tribunali di guerra. Secoli di domicilio coatto “ricondussero l’ordine” nel paese.

Muro contro muro, finì che Bresci vendicò i morti del ’98 uccidendo Umberto I. I terroristi sono sempre esistiti e l’unica possibile guerra preventiva si combatte con le armi della giustizia sociale.
Nel 1892, Giovanno Bovio, difendendo gli operai arrestati per le manifestazioni del 1° maggio lo aveva avveritito lucidamente, quando, rivolto ai giudici aveva urlato a nome degli imputati:
non ci fate, voi, o giudici, non ci fate, per queste braccia scarne, per carità di voi stessi e per quel pudore che è l’ultimo custode delle società umane, non ci fate dubitare della giustizia. Io fui nato ad esser cavaliere e tu mi hai fatto malfattore, ed ora ti fai giudice! Così gridò il figlio a Nicolò terzo estense, provocatore e parricida. E noi chiediamo a quelli che ci chiamano fratelli: noi fummo nati al lavoro e dhe, non fate noi delinquenti e voi giudici!“.
Una invocazione, forse un monito, più che mai attuali.
Troppi estensi parricidi si ergono ancora a giudici in questo nostro misero pianeta e troppi bambini lavorano 14 e più ore per un zuppa buona a farli lavorare.
Un’ora di lavoro di un operaio europeo vale dai 12 ai 16 dollari. Ci sono parti del mondo in cui si ragiona in centesimi. E il lavoro non ha né orari, né tutele.
Lo sanno i nostri ragazzi che ascolteranno musica in piazza San Giovanni?

Fuoriregistro, 1 maggio 2003.

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QuasimodoPer ricordare il 25 aprile, festa della Liberazione, condivido ciò che scrive Alfredo Giraldi, impagabile maestro burattinaio, autore teatrale, attore di forte personalità e grandi risorse:

Se domani festeggiamo il 25 aprile lo dobbiamo soprattutto a uomini come Aurelio e a tutta la sua famiglia: Carmine Cesare Grossi, Maria Olandese, Renato e Ada. Spero tanto che questa città non lasci scivolare nel dimenticatoio la loro storia eroica e tragica“.

Di mio ci aggiungo solo – e mi dispiace molto – che oggi purtroppo l’Italia sta scrivendo una storia diversa, tragica, ma non eroica. Com’è fatalmente la storia dei senzastoria.
Chi ricorda più le parole del poeta? E come potevamo noi cantare…

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Cesare e Aurelio Grossi

Cara Ida,

purtroppo o per fortuna, non so, questa nostra vita ha un termine. Io non sto bene e probabilmente con grande dispiacere non potrò salutarlo. Le forze non mi reggono. Non vedremo più Aurelio, il nostro amico grande, il combattente per la libertà a Teruel, il rivoluzionario. Lui e i suoi, però, vivranno per sempre nel ricordo di tutti gli antifascisti e di quella umanità che non tollera padroni, non accetta una legalità senza giustizia sociale e non riconosce confini. In questo senso Aurelio è immortale.

Domani alle 12, le sue ceneri saranno deposte nella tomba di famiglia a Poggioreale. Sarebbe bello se giovani e vecchi compagni, bandiere, canti partigiani e rappresentanti della “città ribelle” lo accompagnassero per l’ultima volta.
Io però non ci conto.

Un abbraccio forte.

Questo voleva essere il mio saluto. Mi hanno detto che occorreva spiegare e va bene.

Ada, la sorella, se n’è andata un paio di anni prima di lui e l’hanno ricordata il “Mundo” e il “Paìs”; come tutti e cinque i membri della famiglia Grossi, fu una figura di primo piano dell’antifascismo, la voce di «Radio Libertà», che da Barcellona, durante la guerra ai franchisti, portò nell’Italia fascista la voce della Spagna libera e aggredita. In Italia, invece, non se ne accorse quasi nessuno e l’accompagnò il silenzio indifferente di un Paese che ha commemorato persino il repubblichino e razzista Almirante, ma sembra ormai vergognarsi del suo passato migliore.

Aurelio, che è finito l’altra notte, aveva compiuto pochi mesi fa 98 anni e il Sindaco di Napoli, per l’occasione, gli aveva portato il saluto della sua città e una medaglia. Di una giornata dedicata a lui e alla sua famiglia, però, come quella organizzata da Barcellona antifascista, si è parlato mille volte ma non se n’è mai fatto nulla. Salvini ha offerto un’occasione d’oro, ma non serve parlarne.

Aurelio, ebbe un’infanzia segnata da eventi tragici e più grandi di lui. La violenza squadrista, l’ascesa del fascismo, il delitto Matteotti, un regime contro il quale il padre, Carmine Cesare Grossi, noto avvocato socialista, amico di Roberto Bracco ed Enrico De Nicola, si schierò sin dall’inizio senza esitazioni. Ne ricavò minacce, la casa devastata e la carriera spezzata.

Aveva sette anni, Aurelio, quando, nel 1926, lasciò Napoli con la famiglia e partì per l’Argentina. Un mese di mare e i cinque sbarcarono a Buenos Aires. Abbandonati gli agi, gli amici e un futuro sicuro, si trattò di rifarsi una vita: la madre, Maria Olandese, soprano che a Pietroburgo aveva cantato per lo Zar, il padre, il fratello Renato e Ada, la sorella, ricominciarono da zero. Buenos Aires, però, più civile e più umana dell’Unione Europea, non respinse gli immigrati perseguitati. I bambini continuarono gli studi, Maria si dedicò alla famiglia e al povero bilancio da tenere in piedi e il padre si procurò da vivere come commesso viaggiatore d’una azienda di vini. Una vita di stenti dignitosi, che non allontanò l’avvocato dall’antifascismo e rese la sua famiglia un riferimento sicuro per tutti i perseguitati politici. Né lui né la moglie evitarono rischi e gestirono assieme una sorta di “Soccorso Rosso”. Aurelio venne su in un ambiente in cui la solidarietà tra esuli e l’amore per la libertà formavano le coscienze. Dieci anni dopo, nel 1936, a 17 anni, scoppiata la guerra civile, Aurelio attraversò di nuovo l’oceano con la famiglia, giunse in Spagna e si arruolò con il fratello nell’esercito repubblicano.

Non uno dei cinque napoletani mancò all’appello. Renato e Aurelio, radiotelegrafisti, combatterono in prima linea per tutta la guerra e si distinsero a Teruel, dove Aurelio fu ferito a un occhio. A Barcellona, Maria Olandese tenne spettacoli per i feriti, Ada, «speaker» della sezione italiana di «Radio Libertà», creata dal padre su mandato del governo repubblicano, violò il silenzio che la censura fascista tentava di imporre e la sua voce spiegò agli italiani cosa fosse davvero il fascismo. Mussolini non poté impedire che Rosselli lanciasse la sua profetica minaccia – «Non vinceremo in un giorno, ma vinceremo» – e Ada rilanciò la sfida, denunciando la furia criminale degli aggressori nazifascisti. Da lì, da quella radio fu ricordato Gramsci appena sparito.

La guerra andò come sappiamo e i Grossi finirono internati nell’inferno dei campi francesi. Quando Mussolini aggredì la Francia, Renato, per rappresaglia nazionalista, finì in un manicomio, dove l’insulina prima, la corrente elettrica poi, con cui i fascisti gli attraversarono lungamente il corpo nel Manicomio provinciale di Napoli, cancellarono dalla povera testa la memoria di se stesso. Mentre Ada seguiva a Madrid l’anarchico spagnolo Enrique Guzman De Soto, e con lui partecipava fino in fondo alla lotta contro i franchisti, con i tedeschi a Parigi, Cesare, Maria e Aurelio si consegnarono agli italiani e finirono confinati. Aurelio e Maria a Matera, Cesare a Ventotene. La caduta del fascismo li ricondusse a Napoli nel 1943 alla vigilia delle Quattro Giornate.

Non si sono mai arresi, non hanno mai chiesto nulla e hanno dato tutto. Anni fa, raccontando a un pugno di studenti la sua storia, Ada affidò ai giovani di un tempo diverso dal suo un indimenticabile esempio di quella «dimensione etica» dell´agire politico, ormai cancellata dalla crisi di valori di una società priva di memoria storica. I giovani ne trassero un libro stupendo. L’ultima volta che ho incontrato Aurelio, c’erano con me Alfredo Giraldi, attore di enorme qualità, e Ida Mauro, preziosa rappresentante della spagnola “Altra Italia” che portò in dono ad Aurelio la bandiera della Spagna repubblicana per cui aveva sacrificato la sua giovinezza. Aurelio la strinse tra le mani, poi la baciò lungamente.

Addio grandissimo cuore e autentico libertario. Non finirò mai di ringraziarti per quello che mi hai insegnato. Ma io so che tu lo sapevi: gli uomini come te non muoiono mai.

 “Fuoriregistro“, 7 aprile 2017; Contropiano, 9-4-2017.

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Finito. A giugno sarà un libro. Non è solo la storia mai raccontata dei combattenti delle Quattro Giornate. Ho portato alla luce il lavoro chirurgico di rimozione e cancellazione con cui si è costruito il mito degli scugnizzi nella città di plebe, capitale di un Mezzogiorno in cui i partigiani diventano briganti e sanfedisti e le donne pupattole senz’anima, bigotte o prostitute.
In vista dell’otto marzo, dedico quest’anteprima a Napoli, che si appresta ad accogliere Salvini come merita e soprattutto alle donne delle classi subalterne, oltraggiate dalle quote rosa e dal femminismo di Stato, per ricordare ciò che tutti sanno e molti fingono d’ignorare: ci sono donne sfruttate – non importa la razza e il Paese di origine – e donne sfruttatrici. Donne che lottano per cambiare le cose e donne che lottano perché non cambi nulla.

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donne-resistenzaNell’elenco dei partigiani delle Quattro Giornate, Stella Emmia, ventitre anni, napoletana, sarta, modista e militante comunista, è ancora una volta il nome senza storia di chi invece un passato ce l’ha, nonostante la giovane età, e sarebbe stato utile ricordarlo, per evitare che dalla scena della Resistenza e dell’insurrezione nel Napoletano sparissero in un colpo solo le figure femminili che partecipano alla lotta con grande consapevolezza e le testimonianze del lavoro politico che precede l’insurrezione.
Dell’impegno e dell’audacia di Stella Emmia, non mancano prove, come dimostra il sintetico giudizio di Luigi Mazzella, che il 15 luglio 1946, a nome della Commissione Ministeriale per la qualifica di partigiano, così chiude la pratica della donna:

«Per informazioni assunte e dalle dichiarazioni dei testi, risulta che Emmia Stella ha preso effettivamente parte ad azioni di fuoco durante le Quattro Giornate napoletane. Per tali cose la si ritiene partigiana» .

Sono i dettagli della vicenda a consentirci, però, di seguire i militanti comunisti che si muovono nell’ombra dalla caduta del fascismo all’insurrezione, di esplorare il terreno di incontro tra popolazione e propaganda politica e individuare figure di antifascisti sconosciuti alla polizia che partecipano alla Resistenza della città e alle Quattro Giornate. Due particolari rendono interessante la domanda che Stella Emmia invia alla Commissione per chiedere la qualifica di partigiana. La militante, infatti, dopo aver accennato alla presenza tra i combattenti di un’altra donna, Maddalena Secca, come la chiama nella sua domanda, una compagna settentrionale che lascia la città subito dopo l’insurrezione, scrive di sé:

«In collegamento con una cellula segreta comunista, già nel periodo di occupazione pensavo all’attacco di manifestini clandestini alle dirette dipendenze dei compagni Rippa e Mauro che comandavano la setta segreta dei comunisti» .

Anche se della militante settentrionale la donna non sa darci notizie certe e Giovanni Mauro non è un dirigente, ma un militante poco più che diciottenne, Emmia non mente: in vista di una probabile resa dei conti, di fronte al precipitare degli eventi dopo l’arresto di Mussolini, con Badoglio a presidio dei privilegi e l’occupazione tedesca a rendere tutto immensamente difficile, i comunisti, rinforzati dai compagni tornati liberi dal carcere e dal confino, hanno intensificato la loro presenza sul territorio, lavorando in due direzioni: il reclutamento e una propaganda in grado di intercettare la rabbia e la disperazione della popolazione. Giovanni Mauro e Stella Emmia, «reclute» giunte alla politica proprio in quei mesi, dimostrano che il lavoro ha dato dei frutti; sono loro, infatti, il veicolo di una propaganda che indica possibili vie di uscita – anzitutto la lotta ai nazifascisti, responsabili delle sofferenze della popolazione – e lancia parole d’ordine semplici e coinvolgenti. Nella sua testimonianza, Mauro conferma il ruolo «militare» della compagna, che ha preso parte a scontri a fuoco con i tedeschi tra Via Foria e il Museo Nazionale, provvedendo anche al rifornimento di munizioni; è Gennaro Rippa, però, perseguitato politico e dirigente locale del PCI, a ricordare l’attività clandestina della donna, che, «nel periodo dell’occupazione tedesca è stata […] fornita di manifestini con testo antitedesco ed ha curato l’affissione per il tratto di via Pessina e Salvator Rosa». Una testimonianza preziosa, sulla quale Rippa tornerà dopo decenni, ricordando il contributo dei comunisti alla Resistenza nel Napoletano:

«Nei giorni di coprifuoco dalle 20 alle 6 riuscimmo anche di sera ad attaccare ai muri del centro della città dei manifestini con la scritta “Morte ai Tedeschi”. […] Questa parola d’ordine fu sentita e applicata da tutto il popolo napoletano, dalle donne in particolare che vedevano i loro figli razziati dai tedeschi. L’adesione alla nostra azione era unanime» .

Come buona parte dei combattenti giunti all’insurrezione con un passato di militanza, anche la giovane comunista, che ha preso parte ai combattimenti, sparando assieme alla madre e al fratello da un muro che da Via San Potito guarda dall’alto il Museo Nazionale e Via Foria, esce di scena dopo la rivolta e accresce la schiera dei «senza storia», nella quale tutto sommato rientra anche la sua ignota compagna di lotta, che, però, non si chiama Secca, come ricorda Emmia, ma Secco ed è un’operaia piemontese che alle ha spalle una storia di tutto rispetto e porta nella rivolta napoletana la lezione appresa da Gramsci, un maestro, che gli operai hanno imparato a stimare e ad amare nella Torino del dopoguerra.
Nata ad Airasca, un paesino a sud-ovest di Torino, verso Pinerolo, il 18 luglio 1902, da braccianti socialisti passati poi ai comunisti, la donna è andata a vivere a Torino con la famiglia nel 1908, quando il padre ha trovato lavoro alla Superga, ed è entrata in fabbrica – un cotonificio della Val di Susa – nel 1924, a soli 12 anni. Poco più che adolescente, ha partecipato alle manifestazioni contro la guerra nel 1917 e ha scoperto il sindacato e la militanza, sicché la crisi e le dure condizioni di lavoro del dopoguerra ne hanno fatto ben presto una donna pronta a lottare, che nel 1920 si va formando nella Torino di Gramsci, è in prima linea negli scioperi per le otto ore e l’aumento salariale, ha maturato una coscienza di classe e ha un obiettivo preciso: creare una società socialista.
Nel 1926, quando la battaglia a viso aperto con il fascismo è diventata impossibile, la donna è entrata nel movimento comunista clandestino e ha fatto la sua parte fino al 1930, quando è emigrata in Francia. Lì, la passione politica e la ricchezza degli stimoli di un’autentica internazionale dell’antifascismo, ne hanno fatto una dirigente in grado di svolgere compiti delicati e rischiosi. Coraggiosa e intraprendente, Maddalena Secco ha assunto così l’incarico di «corriere» e ha tenuto i collegamenti tra il PCI clandestino che si è lasciato alle spalle e il «Centro estero» del partito. Fino al 1933 ha lavorato tra la Francia e l’Italia, poi il partito l’ha inviata in Russia, dove ha frequentato per due anni la scuola leninista. Entrata nel Comitato Centrale del partito, nel 1937 è stata arrestata a Genova con il marito Luigi Grassi, dirigente del PCI e il 18 gennaio 1938 il Tribunale Speciale l’ha condannata a 10 anni e 8 mesi di reclusione. E’ stata così sepolta nel carcere femminile di Trani fino al 9 settembre 1943, quando è tornata libera in un Paese diviso in due dall’armistizio.
Per quale motivo sia venuta a Napoli, dove l’abbiamo incontrata, impegnata nel rischioso lavoro di propaganda antinazista, non è facile dire, né i compagni di partito ce l’hanno mai raccontato. Probabilmente, senza la testimonianza della comunista napoletana, non avremmo mai saputo che Maddalena Secco è stata una combattente delle Quattro Giornate, poi è tornata in Puglia, chiamata nel Comitato Direttivo del PCI di Cerignola, dove è diventata responsabile del lavoro femminile regionale. Non si tratta di dettagli banali o di notizie di poco rilievo. La presenza della donna in città, il ruolo che ha avuto nel PCI, il livello stesso della sua partecipazione sono tasselli importanti nel mosaico che disegna il volto politico della Resistenza nel Napoletano e delle Quattro Giornate. Ciò, tanto più che la presenza di Maddalena Secco nella città partenopea non si esaurisce con le Quattro Giornate. Nel 1944, infatti, Togliatti, che evidentemente conosce la sua tempra, la chiama a far parte della segreteria del Comitato federale provinciale del PCI di Napoli. In questo ruolo la troviamo l’1 ottobre del 1944 a Piedimonte d’Alife, mentre parla alla popolazione, in occasione del primo anniversario delle Quattro Giornate, durante «una grande manifestazione di fraternità tra il nostro esercito e il popolo», presenti Maurizio Valenzi per il CLN, Mario Palermo per il Governo e i soldati della Divisione Legnano del Corpo Italiano di Liberazione, che aveano già avuto il loro battesimo del fuoco, scontrandosi con i nazisti a Mignano Montelungo, sul fronte di Cassino. La incontriamo di nuovo tempo dopo a Caserta, dove rappresenta le donne italiane alla «Conferenza di organizzazione di tutte le sezioni site oltre il Volturno, con l’invito anche alle sezioni della zona di Caserta» . Nel gennaio 1945, poi, la compagna di Stella Emmia è tra i componenti del Comitato Direttivo della CGIL di Napoli, che ha liquidato il sindacato «rosso». A giugno, infine, subito dopo la fine della guerra, riparte per il suo Nord e si sistema a Torino, dove entra a far parte del Comitato federale locale e assume la responsabilità del lavoro femminile del Pci, denunciando con forza le disparità di condizione lavorativa che dividono le donne dagli uomini e battendosi per l’indennità di maternità e l’equiparazione salariale. Nel 1947 è segretaria regionale del Centro di Solidarietà Democratica, presieduto da Umberto Terracini e lotta per farne uno strumento efficace di difesa e assistenza. Nel 1949 Maddalena Secco lascia Torino e di lei si sa solo che è morta nel 1956 in un incidente aereo in Austria, dove si trova con il marito, che è dirigente della Federazione Sindacale Mondiale.
Sono trascorsi oltre sessant’anni e nessuno ha mai trovato modo di ricordare le due donne. Eppure Stella Emmia e Maddalena Secco, sono due partigiane, una napoletana e l’altra torinese, che hanno combattuto assieme per i diritti sociali. Contro il potere maschile, certo, ma anche contro il capitalismo che è il principale nemico. Stella e Maddalena sapevano bene che ovunque nel mondo ci sono donne sfruttate e donne sfruttatrici. Se fossero ancora tra noi, l’8 marzo sarebbero con le immigrate contro le Marcegaglia e l’11 marzo Salvini non avrebbe il coraggio di venire a Napoli.

Contropiano, 4-3-2017.

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Ti si vede poco.
Sto scrivendo.
Cosa?
Un libro più o meno così

scansione0028Poiché anarchici nelle Quattro Giornate non ne trovi, la domanda è inevitabile: dopo Merlino, Malatesta e l‘Internazionale, tutto ciò che sopravvive a Napoli della fertile tradizione libertaria è il coraggio di Maria Bakunin? Basta poco per capire che è impossibile, purtroppo, però, se non «fanno folclore», non sono lazzari o bambini-soldato, più incoscienti che eroi, se non portano acqua al mulino del «vento del Nord», i protagonisti della Resistenza in Campania sono nomi in un elenco. Si sa se sono militari o civili, adulti o adolescenti, capi o gregari, ma è raro che emerga la fede politica. Se non si fosse prestata tanta attenzione agli scugnizzi, ci saremmo stupiti di piazze armate senza i militanti di un movimento così presente nella storia della città e così legato alla teoria e alla pratica dell’insurrezione. Un’assenza tanto più sospetta, quanto più chiaro è il timore di Badoglio, che lascia gli anarchici al confino finché può e a Napoli c’è il caso-limite di Roberto Sarno, liberato addirittura tre mesi dopo la caduta del fascismo, il 21 ottobre del ‘43.
Si prenda il caso di Tito Murolo, comandante del quartiere Vasto, che presidia una importante via di accesso alla città e ostacola gli spostamenti dei nazisti verso Poggioreale. Di lui si sa che è un civile, forse ferroviere, ma nessuno si avvede che è fratello del comunista Ezio Murolo, nemmeno chi ne conosce la storia e indica come dato caratteristico della rivolta la presenza di «famiglie partigiane». Eppure la vicenda di Ezio conduce a quella di Tito, come appare chiaro da questa lettera:

«Parigi, 19-11-1925 35, Rue de Varenne, Paris VII
“Un po’ di tutto” – Rivista Italiana Mensile diretta da Tito Murolo
Carissimo Ezio, non so spiegarmi questo tuo silenzio prolungato. Ti prego di farmi tenere subito tue nuove e dei nostri, che non si degnano di rispondermi. […] Le cose cominciano ad andare molto meglio. Ti ho scritto da Spa, Liegi e da Parigi,
In attesa ti abbraccio,
tuo aff.mo Tito».

Inconsapevoli, paradossali, ma preziosi custodi della memoria storica, gli archivi di polizia narrano la storia di due fratelli uniti dall’ostilità per il regime, benché su posizioni politiche diverse: Tito, infatti, giornalista e non ferroviere, è anarchico, mentre il fratello per la polizia è comunista, ma è evidente: entrambi portano nell’insurrezione la loro militanza antifascista e una consapevole visione politica del Paese da ricostruire. Del libertario, la polizia disegna un profilo buio:

«Murolo è di pessimi precedenti morali per i numerosi processi e le condanne subite per furto, appropriazione, prevaricazione, falso e diserzione in tempo di guerra, per la quale fu condannato all’ergastolo».

In realtà, furto e truffa sono montature ed è stato assolto: «il fatto non costituisce reato». In quanto alla diserzione, che un’amnistia cancella dopo la «grande guerra», è la scelta politica di una intera generazione di antimilitaristi. La condanna per appropriazione c’è stata: emessa all’estero, ha colpito un «immigrato sovversivo» in nome di una legalità di parte che ignora la giustizia sociale. Qui ognuno risolva con se stesso la questione del tempo: parliamo di ieri o di oggi? La verità, per stare ai fatti, è che la Questura vuole un «atto di comparizione per oziosi vagabondi e pregiudicati», che porti Murolo davanti alla Commissione per l’ammonizione e ne faccia una «persona pericolosa per la sicurezza dello Stato». Il problema del «tempo» stavolta non c’è: ieri come oggi, per questo genere di cose in polizia ci sono maestri e tra i magistrati non mancano servi ambiziosi e utili idioti.
Chi è Tito Murolo dal punto di vista del potere? Un autentico «nemico del nuovo ordine fascista»: ha dissipato «la quota patrimoniale assegnatagli dal padre, […] mena vita randagia e dissoluta» a spese del fratello e «non offre alcun affidamento». Su questa falsariga, la polizia tesse la trama di una vita: Murolo espatria in Francia nel 1922, da lì passa in Algeria, poi di nuovo in Francia e infine in Belgio. E’ il ritratto, falso ma verosimile, di un irrequieto che non si ferma mai, un asociale, «randagio» per scelta di vita più che per necessità. La realtà è che in Italia Murolo è atteso da fascisti e questurini e all’estero, per evitare espulsioni, gli occorrerebbero documenti, lavoro e una vita lontana dalla politica. Invece, dove si ferma, là nascono guai. E’ un giornalista, si arrangia, diventa cameriere avventizio, ma in Algeria l’accusano di «un complotto contro Sua Eccellenza il Capo del Governo», a Bruxelles lo segnalano per le sue idee anarchiche e persino l’amicizia con Arturo Labriola, che è stato sindaco, deputato e ministro, ma è antifascista, costituisce una pessima credenziale. Non ha sparato al Bataclan solo perché la polizia non legge il futuro.
Il 3 gennaio 1932 tenta di passare l’ennesimo confino per rientrare in Italia, ma a Bardonecchia lo arrestano e gli ritirano il passaporto. A Napoli l’aspettano l’ammonizione e una serie di guai con la giustizia, braccio armato di una dittatura che non dà pace ai «sovversivi». Quando, oppresso dalla sorveglianza, prova a rifarsi una vita a Imperia, gestendo un albergo con Maria Schaunir, la moglie berlinese, le cose gli vanno male, ma non s’arrende. Vende tutto, si improvvisa «produttore di ingrandimenti fotografici per conto di una ditta di Torino» e nel 1936 trova finalmente lavoro in una fabbrica di esplosivi, a Cosseria, nei dintorni di Savona. Ora sì, ora sembra ridotto alla ragione: non è iscritto al partito fascista, ma ha la tessera di un sindacato corporativo e si guarda bene dal manifestare dissenso. Potrebbe bastare, ma come nei nostri tempi agli uomini della lotta armata si fanno sconti di pena e condizioni carcerarie più umane solo in cambio del «pentimento», così i fascisti pretendono partecipazione attiva alla vita del regime. Non basta tacere, c’è da fare il pupo e applaudire nelle adunate, sicche gli storici diranno che c’era consenso. Murolo non lo fa. Il silenzio così sa di disprezzo e dà più fastidio di un manifesto antifascista. Fino al 1940 tra lui e il regime c’è una precaria pace armata, poi la guerra del duce riapre le ostilità e il Prefetto di Savona, un modello di fascista zelante, va per le spicce. Come si fa oggi con chi si ribella agli esportatori di democrazia, il Prefetto chiede a Mussolini che Murolo

«sia fatto licenziare subito dallo stabilimento e fatto allontanare anche da Cosseria con foglio di via obbligatorio per Caivano con diffida a non tornare più in […] zona. Considerati i pessimi precedenti che lo definiscono soggetto particolarmente  pericoloso, tenuto conto che non ha dato prove concrete di serio e sincero ravvedimento, il Murolo costituisce nell’attuale momento un serio e costante pericolo non solo per lo stabilimento “Ammonia e Derivati!” nel quale è occupato, ma anche per gli altri importanti stabilimenti ausiliari esistenti in questa zona».

Frequenta moschee, avrebbe scritto oggi che il tempo s’è fermato. Giunsero, come oggi giungono, un nuovo foglio di via e un nuovo rimpatrio. Anarchico o musulmano, però, non è la repressione che vince la partita e Murolo cacciò e caccerà i barbari durante le Quattro Giornate.

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leggi_razziali_La_difesa_della_razzaVita e storia non sono realtà separate. Da tempo i pochi metri di strada che separano l’Archivio di Stato di Napoli dal «Centro Sociale Banchi Nuovi», dove si riunisce il «Comitato di Lotta per la Salute Mentale», legano la mia fatica di storico all’impegno di militante e in qualche modo anch’io ho fatto la mia parte, quando il Collettivo dell’«Ex OPG je so’ pazzo» ha portato una vita nuova, che sa di libertà, nell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario, restituito alla città. E’ naturale perciò che, quando ho avuto tra le mani il fascicolo di Giuseppe De Crecchio, direttore fascista dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Napoli dal 1923, mi è sembrato di avere davanti un inatteso segnale di riscatto e di portare l’irriverente l’animazione dei Centri Sociali e il rumore delle piazze nel silenzio severo dell’Archivio. La «ragion di Stato», ho pensato, non riuscirà mai a coprire col silenzio i suoi inconfessabili segreti. Poi, subito dopo, mi sono chiesto: ma noi sapremo fare buon uso delle armi che possediamo?
Sarà che il caso sa essere beffardo, sarà che gli «armadi della vergogna» sono più numerosi di quel che pensiamo, sta di fatto che il fascicolo di De Crecchio si «trova fuori posto» sin dal novembre del 1943, come annota un funzionario della Questura di Napoli, fascista fino a pochi mesi prima e tuttavia costretta a schedare il camerata direttore del Manicomio, come fosse uno dei sovversivi finiti poi spesso nelle sue gabbie. Consegnato all’Archivio nel 1988 con lo schedario politico dei sovversivi radiati e deceduti, il fascicolo, mai catalogato, di fatto «non esiste». L’ho trovato per caso il 17 febbraio, inserito in un incartamento intestato a Vincenzo Crispino, calzolaio socialista, costretto a convivere suo malgrado con l’odiato nemico.
Nonostante la Resistenza, la Repubblica, nonostante Basaglia, Piro e la legge 180 del 1978, nelle carte malconce, il dottor De Crecchio è una figura ibrida, di angosciante attualità: quella del medico-carceriere, che dovrebbe «imporre una cura» e invece sottopone a tortura «migliaia di ergastolani della follìa». Pur minimizzando scelte che, in fondo, funzionari e agenti hanno condiviso per un ventennio, le note biografiche, prima di parlarci dell’accademico, giunto alla Federico II da Sassari, dove  ha diretto l’Istituto universitario di Medicina Legale, raccontano la storia del «fascista fervente», subito inserito nella vita del regime. Squadrista della prima ora – porta la camicia nera dall’uno dicembre del 1920 – De Crecchio partecipa «alla Marcia su Roma fino a Puccianella, agli ordini del generale Ziti» e si fregia della «sciarpa littoria». Nel 1924, mentre l’omicidio Matteotti suscita lo sdegno nel Paese, «primo in Italia», il medico istituisce un Gruppo Universitario Fascista che diverrà una vera istituzione per l’università del regime. Superata la crisi, il Duce premia i fedelissimi, che hanno messo a tacere la coscienza. Tra il 1925 e il 1926, è un crescendo: Federazione Fascista di Napoli, Direttorio Nazionale della Scuola, in qualità di Ispettore dei Gruppi Universitari e Direttorio Nazionale del Pubblico Impiego. Il De Crecchio ripaga col suo zelo e rafforza l’organizzazione fascista, fondando il «Patronato Nazionale Fascista per l’Assistenza Sociale».
A dar retta alla Questura, l’uomo, approdato alla Direzione del Manicomio Psichiatrico Giudiziario nel 1923 grazie a un concorso, «è apprezzatissimo […] autore di ben sessantadue pubblicazioni scientifiche in vari campi della medicina legale e dell’Antropologia Criminale e Penitenziaria». In realtà, la Questura esagera, per costruire l’immagine di un uomo di scienza dalla funzione neutra, tecnica, più che politica. Il professionista, però, non è per nulla stimato e a giugno del 1944 la Procura Generale del Re presso la Corte d’Appello di Napoli è costretta a smentire la Questura, ricordando che «l’opinione pubblica, specialmente nell’ambiente sanitario, è palesemente ostile al De Crecchio». In effetti, la ricerca dei lavori dello studioso, praticamente assenti nelle biblioteche italiane, conduce a una «produzione scientifica» costituita per lo più da perizie, articoli pubblicati più volte per gonfiare il curriculum e interventi che stanno in bilico tra politica e scienza, usciti su riviste del regime. A ben vedere, gli scritti anteriori al fascismo si inseriscono nel clima da cui nasce la legge del 1904 sui manicomi, pensati soprattutto come istituzioni punitive, con la malattia ridotta a «colpa» e la terapia utilizzata come strumento repressivo. E’ il mondo della contenzione e dell’elettrochoc, il regno delle camicie di forza, delle manette e delle «fascette», che non cura, non aiuta, non dialoga, ma lega, sevizia, calpesta la dignità umana e, attraverso la punizione, mira alla demolizione. Un mondo che non è mai sparito. Col fascismo, l’obiettivo delle pubblicazioni cambia e diventa didattico: occorre adeguare la preparazione di psichiatri, antropologi, biologi criminalisti e giudici dei minori alla legislazione penale del regime.
In realtà, seguendo il percorso del De Crecchio, il successo dello studioso appare figlio soprattutto della militanza politica. Gli anni del cosiddetto «consenso» trovano il Direttore del Manicomio Giudiziario al culmine di una carriera ricca di onori e molto ben remunerata: l’abitazione gratuita nelle strutture dell’OPG, due stipendi pagati dallo Stato – uno per il docente universitario, l’altro per il direttore del manicomio – una fruttuosa collaborazione con le strutture private di Villa Russo a Miano e nel 1933 la nomina a commendatore dell’ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro. Membro per anni del Direttorio Federale del Partito Nazionale Fascista, il De Crecchio non solo fa parte del Consiglio di Disciplina, delicato organismo del potere fascista, ma nel 1940, di fronte alla tragica scelta della guerra, salda ancora più strettamente la propria sorte a quella del suo duce, accettando l’incarico di Vice Federale.

Come spesso accade nella biografia dei gerarchi fascisti, il crollo del regime e l’arresto di Mussolini rendono più torbida la vicenda umana e politica del De Crecchio. Dopo il 25 luglio, infatti, quando l’aggressività dei tedeschi cresce e i nazisti si muovono in totale autonomia, il comportamento del gerarca diventa così indecifrabile, che le autorità di Pubblica Sicurezza non escludono un’intesa con i nazisti e una loro utilizzazione delle strutture manicomiali, per le quali passano probabilmente prigionieri politici e perseguitati per ragioni razziali. Difficile interpretare diversamente un reticente rapporto in cui la Questura scrive che «non è chiaro se collaborò con la polizia tedesca, perché non si è potuto accertare se detti fermati erano stati colà rinchiusi». Totalmente strumentale e del tutto ininfluente sulla vicenda politica del De Cracchio appare, infine, il fatto che durante le 4 Giornate, a dire della polizia, fulminato sulla via di Damasco, istituisce «un posto di pronto soccorso […] ove furono apprestate cure a 62 patrioti».
Contro il gerarca i partiti della rinascente sinistra non muovono un dito e non è un caso, del resto, se, allo scadere del 31-12-1944, nell’Italia liberata, i provvedimenti di epurazione adottati per ordinanze del Governo militare Alleato siano 2900 contro i 1258 dovuti all’Alto Commissario del governo italiano. Ormai sappiamo che l’esercito occupante non è un monolite reazionario, tant’è che il primo maggio del 1944 ci sono militari Alleati che alzano la bandiera rossa sulle loro camionette. Presi dalle eterne discordie tra rivoluzionari e riformisti, stalinisti e bordighiani, socialisti e comunisti spendono energie preziose in scontri intestini, scissioni e battaglie ideologiche. Una guerra fratricida che consente ai prefetti di registrare il costante indebolimento delle sinistre, le difficoltà dell’epurazione e una forte crescita delle organizzazioni cattoliche. Nessuna meraviglia, quindi, se a chiedere conto al De Crecchio del suo passato siano gli Alleati, che il 30 gennaio 1944 sospendono dalla carica il direttore del Manicomio Psichiatrico Giudiziario. Tutto procede però lentamente e solo a fine giugno la Procura del Re si decide a richiamare l’attenzione delle inerti Autorità di Pubblica Sicurezza «sui gravi precedenti» del De Crecchio, «sull’importanza delle cariche politiche dallo stesso ricoperte durante il decorso ventennio» e chiede un’indagine seria per l’eventuale avocazione dei profitti di regime. Le forze dell’ordine, però, che nel novembre 1943 hanno trovato modo di mettere le manette in città al primo capo partigiano, Eduardo Pansini, non fanno molto per colpire i fascisti e presto centinaia di partigiani del Nord finiranno nelle prigioni e nei manicomi guidati da colleghi del De Crecchio, che nessuno toccherà.
Il 30 novembre del 1944 il fascicolo personale del fascista registra l’ultima annotazione politica: «è stato riassunto, in attesa di giudizio». In realtà, l’uomo non ha mai lasciato la casa che occupa con la famiglia nei locali del manicomio, ha conservato la cattedra all’università ed è diventato addirittura direttore di Villa Russo, dove si spegnerà Renato Grossi, combattente di Spagna, cui il regime ha bruciato il cervello con gli elettrochoc. Se il tempo della vita l’avesse consentito, di lì a poco «l’amnistia di Togliatti» sarebbe giunta in soccorso del gerarca. Quel tempo mancò, perché la morte, nei panni di nemesi, il 27 maggio del 1946 tolse di mezzo il De Crecchio, mentre, impunito e circondato dall’ipocrita deferenza dell’accademia, governava tranquillamente il Manicomio Psichiatrico Giudiziario.

Di lì a poco, naufragata l’epurazione, l’amnistia firmata dal comunista Togliatti e scritta dal fascista Azzariti, chiude la partita, sicché nel 1960 tutti i 241 vice-prefetti e 62 dei 64 prefetti in attività di servizio provengono dal Ministero degli Interni fascista. In quanto alle forze di polizia, 120 dei 135 questori in servizio hanno fatto parte della polizia di regime e solo 5 dei 139 vice-questori hanno avuto un qualche ruolo nella Guerra di Liberazione. Non c’è posto di comando nei Ministeri chiave della Repubblica in cui non si incontrino fascisti. Perché stupirsi se oggi i fascisti di Casa Pound, coperti come sempre da complicità politiche e istituzionali, ripetono impunemente nelle nostre città le imprese dello squadrista De Crecchio, mentre la sinistra si divide su tutto, persino sul tema dell’antifascismo? Non è vero che la Storia non ci insegna nulla; molto probabilmente non abbiamo l’umiltà che occorre per apprenderne la lezione.

Agoravox, 24 febbraio 2016

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