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Archive for the ‘Storia’ Category

Elettoralismo? Astensionismo? Autonomia del sindacato o cinghia di trasmissione del partito? Riformisti? Rivoluzionari? Teorie o bibbie? Ricordare chi siamo e da dove veniamo ci aiuta a capire che fare, senza tornare a problemi che sembrano attuali e sono invece il nostro lontano passato…
Una biografia lunga, ma anche una storia che farà bene leggere.

Nato a Scafati il 25 aprile 1895, Cecchi trascorre l’infanzia in una casa confinante con la Camera del Lavoro, luogo di comizi domenicali e lavoratori che parlano di salari da fame e disoccupazione e si sente socialista sin da bambino. Nel 1911 fa parte dei giovani del PSI e diventa corrispondente del giornale socialista napoletano «La Propaganda». Nel 1912 si sposta con la famiglia a Castellammare di Stabia, dove conosce Ruggiero Grieco e Oreste Lizzadri e frequenta il Circolo «Carlo Marx», fondato a Portici da Bordiga, di cui sarà amico per tutta la vita.
Tra novembre del 1915 e ottobre del 1916 è eletto prima Segretario regionale e poi nazionale dei giovani socialisti, ma si dimette inspiegabilmente pochi giorni dopo. Chiamato alle armi nel 1917 e tornato a Castellammare il 21 marzo 1919, contribuisce alla nascita di una Camera del lavoro, di cui diventa segretario e ne fa un’organizzazione così temibile che, per umiliarla, gli industriali rendono lavorativo il I maggio. La risposta operaia spaventa i moderati. In una piazza gremita, infatti, la Camera del lavoro espone la bandiera rossa, chiama alla lotta lavoratori, donne e studenti e diventa una sorta di «Soviet», che impone un prezzo politico ai negozi di alimenti esposti al saccheggio. Mentre il PSI è fermo e la CGL non coinvolge i contadini, la paura della rivoluzione unisce le forze della reazione e a settembre la cavalleria, caricando un corteo e ferendo lavoratori inermi, mostra quali sono i rapporti di forza.
Tra il 1919 e il 1920 Cecchi entra nel Comitato Centrale della frazione astensionista di Bordiga ed è eletto Segretario della Camera del lavoro di Napoli in un momento di dure lotte. Poiché PSI e CGL non sostengono le fabbriche occupate e i padroni reagiscono, spalleggiati dai fascisti, per uscire dall’isolamento, Cecchi si oppone all’astensionismo elettorale ed è sospeso dalla Frazione Comunista. Il 1921 nasce all’insegna di scontri e licenziamenti, con padroni e fascisti scatenati. Quando a Castellammare un carabiniere muore in un conflitto, Cecchi, accusato di aver causato gli scontri, sente la bufera vicina e minaccia: «Per una istituzione operaia violata, cento palazzi borghesi grideranno il nostro odio e la nostra ferma vendetta». In realtà il sindacato è debole e diviso.

Tornato nei ranghi, il 29 gennaio Cecchi diventa dirigente della neonata sezione del PCdI e ad aprile è rieletto segretario della Camera del Lavoro, ma è ben presto isolato. I socialisti infatti non tollerano l’egemonia comunista e per i comunisti Cecchi non segue la linea del partito. Il 3 febbraio 1922, nonostante la debolezza del sindacato e le minacce fasciste, è costretto a uno sciopero generale che si rivela un fallimento. Quando chiede una discussione collettiva sull’autonomia del sindacato, giunge l’attacco personale: Cecchi, opportunista a caccia di stipendi, ama il lusso e bada anzitutto ai propri interessi. Di lì a poco, un’inchiesta sul tenore di vita del sindacalista, voluta da Ugo Girone, dirigente e futura spia, termina con l’esonero da ogni incarico.

Cecchi va via senza difendersi. Riprende gli studi e nel 1924 si laurea in legge. Nel 1925, però, una iniziativa per i martiri del fascismo, la presenza a un incontro tra Bordiga e Gramsci e l’assalto fascista alla sua abitazione, mostrano un militante attivo e spiegano la condanna al confino del 2 dicembre 1926 e l’accusa di sovversione che un anno dopo lo conduce al carcere di Siracusa, da dove, assolto dal Tribunale Speciale, torna al confino ad agosto del 1928.
Liberato il 7 dicembre 1929 e sottoposto a una stretta vigilanza e a mille angherie, sposa l’ostetrica Tullia Tommasi, si stabilisce a Napoli con la moglie e si laurea in lettere e filosofia. Dopo una breve esperienza da procuratore legale, la scelta di insegnare, avversata dal regime, lo condanna a una vita precaria, vissuta con quanto ricava da lezioni private e segnata da arresti e perquisizioni. Nel 1935, per evadere dalla sua invisibile prigione, scrive al Duce, che – afferma – sente vicino come nel 1914, quando colpì i massoni. Da anni vive di rinunzie e miserie. Se si fosse piegato, scrive, diploma e lauree gli avrebbero garantito una vita tranquilla, ma non l’ha fatto e ha voluto capire. Ritorna al duce perché esprime «il diritto, l’onore e la forza rinnovatrice dell’Italia». Troppo repentinamente «fascista», l’ex sindacalista non convince l’Alto Commissario Pietro Baratono, che gli allenta però la vigilanza.
Nel 1938, in vista di un concorso magistrale, Cecchi firma con uno pseudonimo un libro di lezioni per i futuri maestri «della nuova Italia» e a marzo del 1940 chiede la tessera al partito fascista, che il 25 gennaio 1941 gliela rifiuta per indegnità politica. Il 18 marzo, benché il partito si opponga, è radiato dall’elenco dei sovversivi. In realtà, Cecchi non si è mai convertito. Nei ricordi di autorevoli compagni di lotta, confermati da studi di vari studiosi, dal 1932 l’ex sindacalista e gli uomini della frazione intransigente vicina a Bordiga sono anzi tra i militanti che collegano tra loro gli antifascisti dispersi dalla reazione. Entrato poi in un gruppo clandestino, Cecchi scrive e diffonde con Antonio Baldaro, i fratelli Ennio e Libero Villone ed Eugenio Mancini, due opuscoli sulla situazione politica mondiale. Nel 1937, a conferma di ideali mai negati, l’Ovra segnala alcuni militanti «organizzati attorno a Cecchi come sezione della Quarta Internazionale».

Caduto Mussolini, firma un appello per la pace e la democrazia contro le misure di ordine pubblico volute da Badoglio e giunge alle Quattro Giornate col gruppo «Spartaco» e con legami clandestini che vanno dagli uomini vicini a Bordiga, al prof. Giacomo Cicconardi, primario degli Incurabili, legato a Federico Zvab. La sera del 30 settembre 1943, alla fine delle Quattro Giornate, Cecchi assiste interdetto all’incontro tra i partiti e Leopoldo Piccardi, redivivo ministro di Badoglio e quando giunge Giuseppe Cenzato, Presidente dell’Unione Fascista degli Industriali fino alla caduta del regime, indignato, lo mette alla porta. Si scontra così con Eugenio Reale, segretario del PCI, che difende Cenzato ed è pronto a ricevere il prefetto Soprano, che ha consegnato la città ai tedeschi. Il dissenso sull’epurazione, sui rapporti con Badoglio, gli Alleati e la Democrazia Cristiana e sul ruolo del sindacato, causa una breve ma indicativa scissione. Per i futuri togliattiani, Cecchi e i suoi, «notoriamente bordighisti», seguono una via «diametralmente opposta a quella del Partito Comunista». Per Cecchi, invece, il PCI scende a patti con le forze borghesi, impone dirigenti calati «dall’alto», ignora la democrazia interna e il valore della rappresentanza degli iscritti. Lascia perciò il partito, che sente lontano e si dedica al sindacato.
A novembre del 1943 azionisti, comunisti e socialisti dissidenti, riunite varie categorie di lavoratori, riaprono la Confederazione Generale del Lavoro, che rifiuta di salvare fascisti, ha dirigenti eletti dalla base, Camere del Lavoro e strutture sindacali che non sono cinghia di trasmissione dei partiti; un sindacato che afferma il valore costruttivo del lavoro e chiede di partecipare alle scelte di politica economica, per impedire che il governo regali alla borghesia industriale cifre incontrollabili, che peseranno di certo sul proletariato. Cecchi torna alla Camera del Lavoro di Castellammare di Stabia, ma lo scontro si riapre nel sindacato. Si giunge al punto che, nella primavera del 1944, quando Norman Lewis, agente dei servizi segreti inglesi e sincero antifascista, irritato da un insolito interesse del PCI per l’epurazione, chiede i nomi di fascisti clandestini, Eugenio Reale gli consegna un foglio con «i nomi dei quattro uomini più pericolosi di Napoli e quello di un giornale sovversivo che andava soppresso». Purtroppo, scopre poi contrariato l’ufficiale, il giornale è «Il Proletario», pubblicato dai comunisti di sinistra e i nomi sono quelli «di Enrico Russo, capo dei trozckisti e dei suoi luogotenenti, Antonio Cecchi, Libero Villone e Luigi Balzano».
L’ultimo intervento di Cecchi quale dirigente sindacale risale all’agosto del 1944, quando presenta due ordini del giorno in cui chiede invano un’organizzazione apertamente classista, garante di una reale unità dei lavoratori, che affermi il principio dell’autonomia delle Camere del Lavoro. La sua «CGL rossa», confluisce però nella CGIL. Per non perdere un autorevole dirigente del movimento operaio, Di Vittorio tenta di trattenerlo, ma il vecchio militante lascia il sindacato.
Nell’autunno del 1944, per unire i gruppi di opposizione, Cecchi fonda con Enrico Russo la Frazione di Sinistra dei Comunisti e dei Socialisti Italiani, che raccoglie circa mille iscritti. Ostile alla politica d’unità nazionale, dopo la liberazione del Nord entra in contatto col Partito Comunista Internazionalista, poi lentamente scivola ai margini della vita politica. Con la consueta coerenza, però, a marzo del 1945 rifiuta l’incarico di Commissario prefettizio dell’Azienda Autonoma di Cura e Soggiorno, che gli offrono il Prefetto e il Comitato di Liberazione, Istituzioni che ha combattuto.

La vita di Cecchi nella «Repubblica nata dalla Resistenza» è fatta di stenti e dignità: lezioni private, l’aiuto economico della moglie e finché non si scinde, la militanza nel gruppo bordighiano di sinistra, nato a Napoli nel Partito Comunista Internazionalista l’1 settembre 1951. Docente precario fino al 1956, insegna da incaricato materie letterarie e giuridiche in varie scuole di Napoli e della Provincia. Nel 1962, per giungere al minimo della pensione, ottiene di insegnare fino al 1965, quando compirà 70 anni. Frequenta «gruppi d’irriducibili in un bar di Piazzetta Matilde Serao, trasformato in un covo di rivoluzionari», fino alla morte, giunta l’1 ottobre 1969.
Sull’immaginetta stampata dalla famiglia per ricordarlo, si legge: «grande idealista, studioso di problemi politici e sociali, fu combattente per la libertà, per l’emancipazione delle classi lavoratrici e per il progresso sociale. Subì persecuzioni e sofferenze che […] affrontò con forza e serenità […]. Professore di Lettere, di Filosofia e di Diritto, […] fu amato e venerato dai discepoli che ne esaltarono l’ingegno e la cultura».

Fonti e bibliografia
Archivio Centrale dello Stato, Confino Politico, b. 229, ad nomen e Casellario Politico Centrale, b. 1219, ad nomen. Archivio di Stato di Napoli, Schedario Politico, Sovversivi deceduti, b. 16, ad nomen. Ivi, Gabinetto di  Prefettura, II Versamento, b. 588, f. «IV-7-2-198- 1944-45», sf. «Torre Annunziata. Camera del Lavoro»; Anteo Roccia, (pseudonimo di Antonio Cecchi), L’attività del gruppo Spartaco contro il fascismo e la guerra durante il periodo mussoliniano e fino all’armistizio, «Il Pensiero Marxista», Bari, 2-7-1944; Rocco D’Ambra, dattiloscritto senza titolo conservato in ANPI Napoli, b. 2, f. «D’Ambra Rocco»; Raffaele Colapietra, Napoli tra dopoguerra e fascismo, Feltrinelli, Milano, 1962; Pasquale Schiano, La Resistenza nel Napoletano, C.E.S.P., Napoli, Foggia-Bari, 1965;  Nicola De Janni, Operai e industriali a Napoli tra Grande guerra e crisi mondiale: 1915-1929, Librairie Droz, Ginevra, 1984, passim; Norman Lewis,Napoli ’44, Adelphi, Milano, 1998; Rosa Spadafora, Il Popolo al confino. La persecuzione fascista in Campania, I, Athena, Napoli, 1989, p. 130; Alexander Höbel, L’antifascismo operaio e popolare napoletano negli anni Trenta. Dissenso diffuso e strutture organizzate, in Gloria Chianese, Fascismo e lavoro a Napoli. Sindacato Corporativo e Antifascismo popolare, Ediesse, Roma, 2006, Francesco Giliani, Fedeli alla classe. La CGL tra occupazione alleata del Sud e “svolta di Salerno” (1943-45), produzione propria, 2013; Giuseppe Aragno, Le Quattro Giornate di Napoli. Storie di antifascisti, Intra Moenia, Napoli, 2017; Raffaele Scala, Antonio Cecchi, Storia di un rivoluzionario.

«Nuovo Monitore Napoletano», 21-06-2019.

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E’ vero, la foto di Mussolini e dei gerarchi uccisi ed esposti a Piazzale Loreto suscita orrore e pietà, ma sarebbe un errore gravissimo separarla dal contesto in cui nacque e dalle ragioni di cui era figlia. Certo, tra chi inveisce e oltraggia i cadaveri non mancavano colore che erano stati fascisti. Non meno certo è però che da un punto di vista morale quei morti erano giunti in quella Piazza solo per loro esclusiva volontà.
Da quando scuola e università sono state praticamente distrutte, i giudizi moralistici, i commenti delle immancabili anime pie, e si è andata affermando una ricostruzione storica che ha stravolto la feroce realtà del fascismo e ha processato e condannato una inesistente e colpevole violenza partigiana, quei giudizi e quei commenti si sono moltiplicati. Ricordare perciò cosa avvenne proprio lì, a Piazzale Loreto, alcuni mesi prima, è diventato un dovere morale. Quanti sanno, infatti, che proprio lì in quella piazza, il 10 agosto 1944 quindici partigiani erano stati massacrati dai militi repubblichini, alleati delle SS, le feroci forze di sicurezza naziste?
Le guerre non sono mai balli di gala e sono sempre feroci, Una ferocia, tuttavia, la cui prima responsabilità va messa nel conto da pagare da chi la guerra l’ha voluta. In nome di quella ferocia, pochi giorni prima, l’8 agosto, in viale Abruzzi, due bombe avevano fatto saltare un autocarro tedesco. Incredibilmente, però, i tedeschi non avevano avuto vittime, i passanti sì. E’ noto che i partigiani rivendicavano le loro azioni, ma in quel caso non lo fecero. A Milano alla testa dei Gap c’era il comunista Giovanni Pesce, combattente di Spagna, reduce dal confino politico a Ventotene e medaglia d’oro al valor militare. Un comandante esperto e coraggioso, particolarmente abile nella guerriglia urbana, che non avrebbe fallito il colpo e che l’avrebbe rivendicato se fosse stato opera sua. Non a caso del resto, nel 1999, processando in contumacia Theodor Saevecke, capo dei servizi di sicurezza tedeschi e della Gestapo, il Tribunale Militare di Milano ritenne l’attacco al camion un colpo dei nazisti, che intendeva così mettere in cattiva luce gli uomini della Resisteza agli occhi della popolazione. Saevecke, un criminale che, terminata la guerra risultò uno sterminatore di ebrei e un torturatore e assassino di partigiani, fallito il colpo, nonostante non ci fossero vittime tedesche, organizzò la rappresaglia e fece fucilare quindici partigiani italiani prigionieri.
Screditare i partigiani e dare un esempio terrificante era ancora possibile e il criminale non esitò. Dopo la fucilazione eseguita il 14 agosto, il boia di Piazzale Loreto diede ordine che i moti, definiti «assassini» da un cartello messo lì apposta per ingannare la popolazione, rimanessero nella piazza senza essere ricomposti. Com’ere prevedibile, quei poveri corpi straziati si decomposero subito sotto il sole rovente davanti agli occhi della città atterrita. Rimasero lì per venti interminabili ore, avvolta dall’odore terribile del disfacimento e da nugoli d’insetti. Un disumano oltraggio alla pietà e alla dignità umana. La gente portò dei fiori, ma passata la sorpresa, per venti ore i militi fascisti vietarono a parenti e passanti impietositi di fermarsi a pregare e di porta un fiore.
Mussolini non ebbe il coraggio di intervenire e fece solo pervenire all’ambasciatore tedesco un protesta formale e inutile. Meritatamente, meno di un anno dopo prese il posto di quegli sventurati. A distanza di decenni lo si può ricordare solo per quello che fu: un criminale. Delle vittime, invece, vanno ricordati i nomi. Nomi che conservano l’onore dei partigiani, E ricordando, dal momento che i tempi sono sempre più bui, è giusto gridare con forza:
Ora e sempre, Resistenza!
Si chiamavano Gian Antonio Bravin, Giulio Casiraghi, Renzo del Riccio, Andrea Esposito, Domenico Fiorani, Umberto Fogagnolo, Tullio Galimberti, Vittorio Gasparini, Emidio Mastrodomenico, Angelo Poletti; Salvatore Principato, Andrea Ragni, Eraldo Soncini, Libero Temolo, Vitale Vertemati.
Tre erano meridionali e nessuno di loro sapeva di morire per la libertà di gente come Salvini.

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Giovanni Bergamasco nasce a Pietroburgo il 1° gennaio 1863 da Carlo e Maria Paulowna. Grazie al talento con cui usa la fotocamera, il padre è diventato vice Presidente della Società fra gl’italiani di Pietroburgo e fotografo dello zar. La nascita di Giovanni coincide con una riforma che apre la scuola ai poveri, agevola l’accesso delle donne alle superiori e garantisce libertà d’insegnamento. Prima di essere ucciso nel 1881, Alessandro II, temendo che la riforma allevi «sovversivi», l’abolisce. Bergamasco giunge all’università quando il nuovo zar, Alessandro III, cancella la rappresentanza studentesca e l’autonomia universitaria e vieta agli studenti di gestire le loro biblioteche e la stampa manoscritta, ma li spinge così a fornire i primi militanti alla rivoluzione. Nel clima di cospirazione che vive all’università, Bergamasco si avvicina alle frange estreme del movimento e nel 1884, segnalato come «ardente nichilista», fugge prima in Svizzera, poi a Napoli, dove vive una sorella sposata.
Giunto in città con la fama di nichilista «fanatico» e «violento», il giovane, che parla in russo, francese e tedesco, suscita mille sospetti. Ha una casa in fitto a Mergellina, ma non vi dorme e vive  con Barbara Walbery Tourenen, una donna incinta, considerata un’amante finché non si accerta, carte alla mano, che è davvero la moglie. Benché esca pochissimo e trascorra le serate a casa della sorella, gli si crea attorno un alone di mistero, alimentato dalla sua audacia – una sera giunge a fermare un agente per chiedere conto del pedinamento – e dalle difficoltà dei poliziotti, che affermano di non riuscire a stargli dietro perché è troppo veloce. Per mesi l’enigma Bergamasco agita i sonni del questore, finché non si scopre che alla fine del 1885, volontario in cavalleria, ha portato in caserma idee libertarie e dopo il congedo ha stretto rapporti con gli internazionalisti.
La sorveglianza si stringe – stavolta si bada anche alla moglie, la «druda socialista» – e a fine agosto 1887, in vista di una visita a Napoli di Guglielmo II, la polizia scopre che Bergamasco è tra i più attivi promotori della campagna antimilitarista. In effetti, l’anarchico vive giorni di intensa attività. A settembre, infatti, fonda «Il Demolitore», organo del circolo «Il Lavoratore», che incita a colpire «con odio implacabile […] l’attuale ordinamento». Nel mirino obiettivi precisi: lo sfruttamento, anzitutto, offesa alla dignità degli

«operai, i quali, costretti dalle dure esigenze della vita, piegano il collo ai voleri di chi comanda, senza speranza di poter sollevare la loro misera condizione».

Una condizione figlia della superstizione, dell’ignoranza e della rassegnazione, che spengono il pensiero libero, sicché, schiavo dello Stato, «avvincolato dalla religione» e «pieno di pregiudizi», il lavoratore 

«conformemente alla legge darviniana di selezione naturale, […] di generazione in generazione, si degrada, e, ciò ch’è peggio, diviene incapace, di­sadattato alla ribellione, abituato a piegar la testa ed a sottomettersi».

In queste condizioni, conclude il giornale, c’è una sola via: la ribellione. Se da Platone a Saint-Simon, i nuovi «sistemi di organizzazione […] sono riusciti vani», affermano Bergamasco e i suoi compagni, non «approderanno a nulla anche le nuove fantasticherie. Al contrario, 

«l’ordine anarchico, l’armonia nasceranno da sé, naturalmente, dalla spontanea volontà degli uomini affrancati. […] Come diceva Ba­kunin, tutti i ragionamenti sull’avvenire sono criminosi, poiché impedi­scono la distruzione pura ed impastoiano il cammino della rivoluzione».

L’invito a lottare diventa perciò perentorio e pressante: «all’opera, compagni, alla ribellione!». 

E’ con questo spirito che Bergamasco entra nel comitato per la liberazione di Emilio Covelli dal manicomio, ma nella lotta per salvare il compagno c’è l’inconsapevole presagio d’una minaccia: la psichiatria come strumento di annichilimento della personalità, che Bergamasco sperimenterà col fascismo. L’anno si chiude con l’apertura della «Lega delle arti meccaniche», una cooperativa di produzione che ha però vita breve.

A ottobre del 1888 l’anarchico è tra i fondatori del circolo «Miseria», di cui scrive il programma, inserendo accanto ai temi classici dell’operaismo e dell’anticlericalismo un elemento di modernità: la necessità che la donna,

«emancipata dalla tirannia dell’uomo, rivendichi la sua libertà, sicché nessuna legge […] torturi il suo povero cuore, violenti la sua libertà e calpesti la dignità sua con l’assurdo comando d’imporre l’amore verso un uomo anche quando egli la disprezzi, l’insulta e brutalmente la calpesta».

E’ un segnale di cambiamento profondo. Sia pure confusamente, Bergamasco tenta di allargare gli orizzonti, superare i confini «eroici dell’anarchismo più spinto» predicato dalla vecchia guardia internazionalista e far crescere la coscienza di classe. Non c’è foglio anarchico o circolo sovversivo in cui non ci sia traccia dello slancio innovativo che egli dà al movimento dei lavoratori. Punto di riferimento per la stampa clandestina che giunge da Londra, per la natura libertaria della sua formazione, il profugo evita rigide scelte ideologiche, sicché attorno a lui prende a muoversi un mondo: Ferdinando Colagrande, tipografo e uomo di punta della «Società Generale dei Lavoratori», Cetteo De Falco e la sua attiva «Unione Emancipatrice» dei calzolai, Gaetano Balsamo, raffinatore di guanti, col «Fascio delle Associazioni Indipendenti», il calzolaio Giacomo Reginella, punto di riferimento di un’associazione che ha in programma lo sciopero, e Giuseppe Serena, un sarto che guida una lega di resistenza. Sono operai anarchici e socialisti che intendono rifiutare la divisione in «caste separate, le quali rendono impossibile lo sciogli­mento dei problemi d’interesse generale» e si rendono conto della necessità di dar vita a un sindacato di classe. E’ un processo lento, che però guarda avanti.
Non a caso, quindi, ai primi del 1889, Bergamasco firma un telegramma di solidarietà con le lotte dei disoccupati romani assieme al calzolaio Giacomo Reginella che, intanto, invita a liberare le società operaie dall’influenza di quanti approfittano per prendere i loro voti:

«operai e operaie […], affratelliamoci in una causa comune. Non si dica più han fatto sciopero i cocchieri, han fatto sciopero le sigaraie. Dovrà dirsi han fatto sciopero gli operai e le operaie. Allora sì che saremo invincibili».

Nel 1889 Bergamasco è socio del circolo «L’Operaio Emancipato» e a giugno si fa espellere dal congresso delle mazziniane «Società Affratellate». Di lì a poco, ai primi del 1890, è redattore del «Combattiamo!» di Genova e si fa due mesi di carcere per violazione del­le leggi sulla stampa. Tornato a Napoli ed eletto segretario del Circolo «L’Emancipazione So­ciale», il 30 aprile 1890 è arrestato con i membri di un Comitato accusato di voler dare carattere violento alla manifestazione del I Maggio. A gennaio del 1891 è in Svizzera, al con­gresso di Capolago; di lì a poco pubblica il «I Maggio» e il 15 aprile 1891 partecipa a una riunione che, secondo la polizia, intende organizzare «un primo maggio rivoluzionario», in linea con le scelte del congresso di Capolago. Da quelle scelte nasce un appello alla disobbedienza rivolto ai soldati, per il quale Bergamasco è arrestato. Tornato libero, il 22 aprile 1892 subisce un’altra condan­na, stavolta a 14 mesi di carcere. Secondo l’accusa, dal novembre 1890 all’aprile 1891 non solo ha ripetutamente incitato all’odio tra le classi sociali, ma ha preso parte

«attivissima anche al movimento del 1° maggio 1892, promuovendo riunioni di suoi confratelli, nei quali portava sempre i consigli più disperati, tanto che aveva stabilito col noto Gino Alfani, di organizzare delle bande armate che nei punti eccentrici della città, […] si sarebbero precipitati all’interno per far insorgere la popolazione e devastare e saccheggiare la città».

Uscito in libertà provvisoria, ad agosto del 1892, a Genova, al congresso di fondazione del PSI, si schiera con gli anarchici. Arrestato ancora dopo i tumulti che sconvolgono la città nell’agosto del 1893, esce quasi subito, ma il 9 dicembre torna in carcere e ci resta. Con Crispi al governo, in Africa si spara e la «guerra dei commerci» con la Francia accresce la povertà, scatenando proteste cui  Crispi risponde con leggi speciali e tribunali di guerra. Nulla di strano, perciò, se le condanne sospese consentono infine di spedire Bergamasco a domicilio coatto per quattro anni. Il 21 febbraio 1895 l’anarchico giunge in catene a Porto Ercole. Lo zar sarebbe stato meno duro, ma il detenuto non cede. Lacero, scalzo, brulicante d’insetti, senza assistenza medica, asciugamani, lenzuola e materassi, il 18 marzo 1895,

 «per l’anniversario della Comune, issa coi compagni la bandiera rosso-nera sul castello di Monte San Filippo, mentre in cielo volteggiano palloni di carta con i colori dell’anarchia».

Bergamasco si rivela così «il vero capo» dei coatti politici ed è Crispi in persona ad inviare una torpediniera che lo prelevi con ottanta tra i più pericolosi coatti, per disperderli nelle colonie di pena. Finito a Lipari e poi di nuovo a Porto Ercole, il 18 aprile 1896 torna a Favignana. Pochi giorni e il 24 maggio, con alcuni compagni, beffa la vigilanza ed evade, «prendendo imbarco in qualche navicella per ignota direzione». Benché inseguiti da navi da guerra, i fuggitivi sbarcano a Tunisi, ma la ragion di Stato piega il diritto d’asilo e la Francia li consegna all’Italia. Spedito a Lampedusa, vi sta fino al 18 novembre 1896, quando è «prosciolto condizionalmente dai vincoli della coattiva dimora».
Il 1897 di Bergamasco, tornato a Napoli a pezzi dopo tre anni di feroce repressione, non ha colore politico. Timore e isolamento sono la nota dominante, perché, non più coatto, di fatto è ancora prigioniero. Gliel’ha ricordato la polizia appena tornato, fermandolo senza motivo, minacciando di ritirargli la «carta di permanenza» e intimandogli di «tener buona condotta, con avvertenza che in caso contrario sarebbe inviato alla coattiva dimora». Buona condotta, quindi. Ma quali garanzie offre una formula così vaga a chi passa per «rivoluzionario professionale», è obbligato a rispondere a ogni chiamata della polizia e a tenere «sempre indosso il libretto di permanenza» per «esibirlo ad ogni richiesta», servo dei capricci della squadra politica? Buona condotta o ricatto?
A ben vedere, un «sorvegliato di polizia» vive sul filo del ricatto, tenuto ad avere «stabile lavoro»e a «farlo constatare all’ufficio di PS», quando alla Questura basta poco per farlo licenziare; sul filo del ricatto vive evidentemente un ex coatto che non deve «dar luogo a sospetti», quando di sospetti vivono i rapporti dei confidenti ed è sempre a rischio: se un intoppo lo tiene fuori casa, perché non «può ritirarsi la sera più tardi di un’ora di notte», se incontra un amico, perché gli sono vietati i quasi inevitabili rapporti con «pregiudicati in materia politica» e persino se è solo e oppresso dai ricordi, perché non può «frequentare […] osterie ed altri esercizi pubblici, […] riunioni, spettacoli e  trattenimenti».
Poiché la vita sa essere feroce, in un momento così amaro giunge dalla Russia la notizia della morte del padre, che se n’è andato proprio mentre una violenta tempesta investe il figlio Giovanni. All’ansia per l’incerto futuro, si sommano così il lutto, il senso di colpa per le scelte estreme e gli anni di lontananza, i dubbi inesorabili e le domande amare: perché voler cambiare il mondo, se il prezzo è il dolore di chi ami? Quali assurdi sogni ha rincorso, se ne è nato un inferno? E la ricchezza improvvisa giunta con la morte del padre non finirà col separarlo dagli operai tra i quali vuol vivere? E’ l’uomo di sempre, ora che ha ereditato un patrimonio di oltre 400.000 lire italiane» e, calcolando la «parte dell’avere paterno che di diritto gli tocca, teme la malafede nella divisione fatta» ed è «preoccupato […] di far valere legalmente le proprie ragioni verso i parenti?». 
Un anno di silenzio è quanto resta della crisi. Un anno in cui l’ex coatto sistema la vistosa eredità ricevuta, «segregandosi dai compagni, ad alcuni dei quali ha anche rifiutato qualche soccorso». Se i rapporti con la Questura si chiudessero qui, l’esito della vicenda sarebbe quello «classico» di tante «militanze estreme» e di lui ricorderemmo ciò che si dice spesso dei giovani «disertori della borghesia»: come ogni buon conservatore, fu inizialmente un milite della rivoluzione. A febbraio del 1898, però, una nota di polizia riferisce che le cose non stanno così; pare, infatti, che «in un abboccamento […] abbia promesso di tornare a spiegare attività in favore del partito» e assicurato un forte sostegno economico all’«Avanti!» in difficoltà e agli operai socialisti che organizza­no a Napoli una nuova Camera del Lavoro. Benché non vi siano prove di una sua responsabilità nei moti di maggio del 1898, il Tribunale Militare ne ordina l’arresto, ma Bergamasco si rende latitante, poi si ammala, evita di tornare al domicilio coatto ed esce infine allo scoperto:

«Non ho preso parte a riunioni e a dimostrazioni, non mi sono ascritto ad alcun circolo o gruppo che sia, non sono uscito dalla stretta legalità. […] Mi si perseguita perché sono socialista? E sia […]. Viva il socialismo!».

Nel 1899 lavora nell’ombra per riorganizzare la Camera del Lavoro di Napoli. Ad aprile fitta alcuni locali al giornale socialista «La Propaganda», che, grazie al suo sostegno economico, esce l’1 maggio 1899 e diventa in breve un riferimento per il movimento socialista meridionale. Acqua n’è passata sotto i ponti e all’animo ribelle fanno ora argine l’esperienza della repressione e la volontà di fermarla. Il Novecento di Bergamasco non è il secolo «breve» della storiografia; ha il respiro lungo delle vicende esemplari, parla agli uomini di ogni tempo e insegue un’utopia che muove la storia: la giustizia sociale.
Diventato figura di spicco del socialismo locale, ai primi del 1900 entra nella Commissione Esecutiva e nel Consiglio Direttivo della Sezione Napoletana del PSI. A ottobre è a Roma, al congresso nazionale del partito e nonostante le divergenze sull’uso dei fondi de «La Propaganda», parla ai lavoratori di solidarietà, narrando una metafora: la vittoria delle api laboriose unite contro la prepotenza dei calabroni. L’opuscolo circola per vie clandestine e piace ai lavoratori, che il 10 novembre 1901 eleggono l’autore consigliere comunale per i socialisti. Un successo personale, ma anche la risposta popolare alla stretta repressiva dei «liberali» che, però, profittando delle condanne da lui riportate, ottengono che Bergamasco sia dichiarato ineleggibile. L’ex coatto si presenta però in Comune ugualmente e cede solo quando il «caso» esplode e la folla invade le tribune del Consiglio municipale per ascoltare la discussione dell’interpellanza Bergamasco e salutare il consigliere che esce dall’aula. Bergamasco perde la partita ma pone la questione della repressione del dissenso alla coscienza del paese:

«ai condannati politici siano essi clericali, monarchici, repubblicani, socialisti, anarchici, spetti d’essere elettori ed eleggibili».

Nel 1902, in rotta con i  compagni sulla irrisolta questione della gestione economica del giornale e sulla distanza tra intellettuali del gruppo dirigente e base operaia, esce dal partito e raccoglie un gruppo di lavoratori nell’«Unione Socialista». Fa scalpore e termina in modo tragico l’attacco a Pietro Rosano, ministro di Giolitti, che Bergamasco accusa di avergli estorto 4.000 lire nel 1898 per evitargli il domi­cilio coatto. Travolto dallo scandalo, Rosano si uccide, lasciando una lettera in cui si dice innocente e scatenando così moralisti ed eroi da burletta, che di sé danno puntualmente il peggio ogni volta che occorre il meglio. I «liberali», ciechi e sordi quando un’infamia diventa ragion di Stato, sparano a zero sul «sovversivo ingrato», che compra la libertà e vende chi gliel’ha venduta. In quanto ai rivoluzionari «duri e puri», solitamente prudenti nel fuoco dello scontro, non hanno dubbi:

«Noi ammiriamo Bergamasco accusatore, ma non possiamo che deplorare Bergamasco compratore di libertà. Innanzi alla legge morale Rosano e Bergamasco si equivalgono».

Su moralisti, maramaldi borghesi e campioni d’ipocrisia rivoluzionaria, il «traditore» vola alto. «In politica, scrive, non c’è pietà», ma se solo avesse temuto il suicidio del ministro, gli avrebbe «scritto una lettera senza pubblicarla, perché il suo intento era di allontanare Rosano […] dal potere». Quanto alla gratitudine, «sopra di essa vi è il dovere. Ebbi la libertà e pagai. E tacqui, benché premuto da ogni parte, finché il tacere non era colpa».
Benché scosso, nel 1902 Bergamasco si laurea in scienze naturali e di lì a poco, nel 1903, anima la protesta contro la visita dello zar in Italia e pubblica l’opuscolo intitolato «Per l’arresto di alcuni socialisti russi in Napoli». Pur tornando nel Psi, ha col partito rapporti sempre difficili, perché gli riesce difficile conciliare la formazione sostanzialmente anarchica, con le regole e le scelte di un partito politico. Dopo la strage di Pietroburgo, nel 1905, quando Nicola II scatena la repressione, dalla Russia giungono numerosi profughi. Per Bergamasco sono anni irripetibili. Bandito dalla Russia e accolto a Napoli dai socialisti, Gorky fa scuola di partito a Sorrento e la «cerchia dei sovversivi» è in subbuglio. Tra scontri e arresti, Bergamasco dà vita a un «Comitato pro Russia», che apre una sottoscrizione per le vittime delle rivoluzione e riunisce i profughi e le loro compagne in una sezione dell’Unione del Lavoro. Giovani, spesso sopravvissute a feroci «pogrom», le rivoluzionarie sono accompagnate dall’aureola del martirio, dalla letteratura sovversiva russa e dalla loro musica appassionata, suonata dal «compagno Sormus», artista di «potenza meravigliosa» che ricorda col violino la rivoluzione sconfitta. «Noi vi vediamo serene muovere al vostro destino», recitano i giovani a memoria, ricordando versi di Pascoli alle Kursistky.
Nel 1906, Bergamasco lascia il partito e la redazione de «La Propa­ganda», ma vi torna a ottobre, in tempo per rappresentare al congresso di Roma la Sezione di S. Stefano di Aspromonte. Nel 1908 al congresso Nazionale di Firenze, rappresenta la sezione socialista di Londra. Quando lo zar sembra allentare la stretta e i profughi ripartono, molte ragazze hanno sposato socialisti e il 25 ottobre 1908, alla festa d’addio, quando Sormus intona le note della Marcia Funebre dei Rivoluzionari russi e le «piccole profughe scattano in piedi», nessuno sa trattenere le lacrime. L’agitazione contro la visita dello zar si riaccende però a giugno del 1909 e il 24 settembre Bergamasco lancia «una lettera istigatrice di agitazione» da «un palchetto del cinematografo Roma […] contro la venuta dello Czar» che, però, il 23 ottobre giunge in Italia nonostante le proteste.
Il 21 ottobre 1910, dopo aver partecipato al congresso di Milano, Bergamasco lascia di nuovo il partito. Vi torna nel 1914, quando, in contatto con Mussolini, ne condivide inizialmente il bisogno di «uomini nuovi pieni di carattere», per tornare «all’opera di propaganda e di organizzazione» e la polemica contro il parlamentarismo «che corrompe, uccide lo spirito rivoluzionario, […] e troppo spesso anche la dignità personale». L’attacco al Belgio neutrale e il mito della «guerra per la rivoluzione» inducono Bergamasco a chiedere l’intervento contro i tedeschi, «minaccia perenne alla pace mondiale». Presto però, la cruenta realtà del conflitto, «le decimazioni metodiche per domare i ribelli, i giovani socialisti inviati nelle trincee di prima linea, per essere più facilmente eliminati», tutto dimostra che la barbarie non è tedesca. Barbara è la guerra. Non a caso, perciò, il 26 novembre 1916, è con Bordiga, che al Teatro Tarsia tenta insistentemente di parlare contro la guerra.
L’adesione all’Unione Socialista Italiana, nell’agosto 1918 è l’ultimo atto politicamente rilevante d’una lunga militanza. L’avvento del fascismo segna il ritorno definitivo all’anarchia e la rovina economica. Per Bergamasco, la crisi del mondo liberale, il bolscevismo e il fascismo si profilano all’orizzonte rapidi e devastanti, con l’andamento delle svolte epocali che, come spesso  accade, si fanno tragedia personale: un fratello ucciso nella bufera dei Soviet, la sconfitta della rivoluzione libertaria, i beni di famiglia confiscati dai «compagni» bolscevichi, la miseria. Del patrimonio nato dall’intraprendenza di Carlo tutto è perso, i cospicui fondi liquidi e due fabbricati a Pietroburgo, nella centralissima via Marskaia. Scoppiata nella Russia da cui è fuggito da giovane, la rivoluzione non è quella sognata. Per una beffa della storia, Bergamasco non solo non l’ha fatta, ma ha dovuto subirla impotente, così come nulla ha potuto di fronte alla Caporetto di un socialismo che agitava lo spauracchio dei Soviet, mentre attraverso la breccia aperta dalla guerra dilagava il fascismo.
Tra i gerarchi, c’è chi, provenendo dalle file socialiste, come Ferdinando Giannini, ricorda che «è’ stato compagno e amico del Capo del Governo e ha […] sovvenuto l’Avanti! quando vi erano gli uomini che hanno fondato il fascismo». Poiché ha insegnato Scienze Naturali e pubblicato studi in materia, Giannini suggerisce di dargli «l’incarico al Gabinetto di Storia Naturale dell’Università». Il calvario sembra finito. La durezza dello scontro, il peso dell’isolamento, la disparità delle forze, tutto consiglia di non trascinare le figlie alla rovina, cercando inutili eroismi. L’eroe ha il coraggio estremo di un istante. Eroe è Niso, che si salva fuggendo, vede l’amico Eurialo circondato, torna e in un attimo brucia coraggio e vita. Quell’attimo lo consegna alla storia, non una scelta ripetuta più volte nella consapevolezza di una resistenza dall’esito fatalmente tragico. Se il rischio di esagerare non dettasse prudenza, penseresti a Giordano Bruno e al martirio, ma sarebbe retorica.
Né eroe, né martire, Bergamasco fa i conti con la vita, cerca un compromesso, medita la resa, ma si rivolta contro se stesso d’istinto e non cede, benché gli costi caro, perché la dimensione in cui si sente vivo è quella della dignità. «Non ho chiesto l’elemosina, risponde, ma di poter vivere lavorando», invece «ho perso la cattedra di professore medio governativo, ed ora, per […] continui ed arbitrari arresti, mi si fanno perdere le lezioni private».
Stessa sorte ha l’offerta di un sussidio di 2.000 lire. Qualcuno prova a trovargli una cattedra in una scuola, ma tutto si riduce a un incarico per «materie speciali nelle scuole serali di disegno applicato alle arti, purché egli sia fornito del titolo che lo abiliti». Un lavoro che non gli assicura nemmeno «il necessario sostentamento», sicché l’anarchico punta il dito sul regime «che in quanto alla tattica copia quella maledetta leninista» e rompe col funzionario che si occupa di lui:

«Perché fingere che mi si voglia aiutare […] quando si è fatto e si fa di tutto per rovinarmi? Le sarò grato se ella vorrà lasciarmi in pace e nella santa indigenza.
G. Bergamasco, prof. al R. Istituto Tecnico, oggi boicottato».

Per due anni fa vita ritirata ed è «aiutato dalle due figlie nubili, Maria, ricamatrice, ed Eleonora, insegnante privata». In occasione delle elezioni del 1929, però, scrive al «Mezzogiorno» una lettera coraggiosa e mai pubblicata, che induce a riflettere sul «consenso» al fascismo. Gli è stato impedito di votare, ma se avesse potuto, dichiara, avrebbe «gettato nell’urna la scheda no. E’ facile riportare vittorie usando i mezzi… che si sono usati».
Finché scrive ai giornali lettere censurate contro il regime che perseguita «i comunisti nostrani», però riconosce l’URSS e non difende i propri connazionali, l’anziano dissidente è «un grafomane che non sembra nel pieno possesso delle facoltà mentali». Il cenno alla pazzia si fa però manicomio, quando la critica diventa propaganda attiva. Se a gennaio del 1932, durante la cerimonia per il decennale della nascita della Milizia, Bergamasco, fermato mentre urla lo sdegno di quanti, «spogliati in Russia […] chiedono giustizia», se la cava con poco danno, il 7 febbraio, quando manifestini antifascisti scritti a mano riempiono mercatini rionali e cabine telefoniche, finisce all’ospedale psichiatrico provinciale. Due mesi di manicomio, però non lo piegano. Dimesso il 25 maggio, scriverà con orgoglio: «S’era voluto […] farci passare per morti, ma noi siamo vivi e gridiamo alto ai quattro venti le nostre giustissime ragioni e rivendicazioni». In realtà, è iniziato l’incubo degli arresti preventivi.
Il 10 dicembre 1933, nel porto c’è la flotta russa e nessuno bada a Bergamasco, mentre aspetta una motobarca che gli approda accanto. Chiamare i militari nella lingua che è stata sua e lanciare manifestini è un attimo; compagni, ha scritto,

«sotto la bandiera del partito Socialista Rivoluzionario, lottavate per la libertà e il benessere della patria ed oggi il popolo è schiacciato. Svegliatevi, finalmente, e cercate di rovesciare con tutti i mezzi i bolscevichi».

Il gesto gli costa un breve arresto, poi gli sfratti, la ricerca affannosa di un tetto per la notte, il trasferimento a Roma dalla figlia Elvira nel maggio 1935, tutto si perde in gelide note trimestrali: «non ha dato motivo a speciali rilievi». Il 27 luglio 1935, però, quando a denunciare un «individuo sedicente di Leningrado», che ha ingiuriato il governo sovietico e tirato sassi contro la sua sede è l’ambasciata russa, Bergamasco, «pericoloso a sé ed agli altri», finisce in manicomio. Uscito il 29 settembre, a marzo 1936 scrive «W la libertà» sulla saracinesca di un negozio sfitto ed è di nuovo ricoverato. Esce rapidamente, ma il regime infierisce: ora è uno «squilibrato» da «fermare in determinate circostanze». Bergamasco denuncia la persecuzione, ma la lettera inviata alla stampa è consegnata alla polizia:

«i fascisti mi tolsero il permesso d’armi, il voto politico ed amministrativo, mi cancellarono dall’elenco dei professori governativi, m’impedirono di continuare la mia carriera di giornalista […]. Tre volte mi mandarono al manicomio […] e tre volte uscii dopo pochi giorni sano di mente. Una ventina di volte venni arrestato […]. Dove sono stato rinchiuso or ora in occasione dell’anniversario della nascita di Roma […] mancano luce ed aria e fa freddo ed umido. In un angolo è posto un puzzolente recipiente di legno per i bisogni naturali. Non si esce all’aria, per cibo si ha un poco di pane con qualche microscopico companatico. Ma quel che è assai peggio, è che il tavolaccio e le coperte son pieni, zeppi di schifosi insetti».

Il 22 ottobre 1937, dopo l’ennesima irruzione notturna della polizia, Bergamasco  si rivolge direttamente a Mussolini:

«Sì, sono in disaccordo […] con la politica fascista, […]; ma non si può perseguitare la gente soltanto per le idee professa­te. Invece sono continuamente soggetto a noie che mi crea la polizia e ad arresti. […] Ebbene, quando Le dico di non aver alcuna intenzione – vecchio come sono di 75 anni – di fomentare agitazioni, Ella mi può perfettamen­te credere ed ordinare che la polizia mi lasci in pace. Ieri notte è venuto un agente a […] verificare se io non avessi cambiato alloggio. Ciò significa l’intenzione di arrestarmi nuova­mente in occasione delle prossime feste. Mi lascino finalmente tranquillo, che poco mi rimane ancora a vivere. Con ogni considerazione.
Dott. Giovanni Bergamasco». 

Poiché nulla cambia e la persecuzione continua, il 2 luglio 1938 si taglia le vene, ma assegna al suicidio il valore di estremo baluardo della dignità:

«sono stato fedele ai miei principi umanitari di libertà, di uguaglianza sociale, di solidarietà umana e di lotta alle superstizioni. […] I bolscevichi m’hanno depredato, i fascisti mi perseguitano. Sono due dittature egualmente nocive, nemiche della libertà. Non volendo entrare io nell’ovile, […] eccomi di bel nuovo sul lastrico all’età di 76 anni. E sia! Mi spezzerò, ma non mi piegherò».

Soccorso, si salva, ma il duce, che gli fu amico, lo ignora, benché la figlia Maria gli abbia ricordato l’amico di un tempo:

«Papà mio conosce l’italiano, il francese, il turco e il russo; è laureato in scienze naturali, ha collaborato con successo in parecchie riviste scientifiche; è giornalista, fondatore di parecchi giornali, sveglio di mente, intelligentissimo».

Per Mussolini, però, un uomo coerente è un’anomalia da correggere.
L’Italia è in guerra il 14 luglio 1940, quando a Roma, in Via Nazionale, una zelante fascista fa arrestare l’anarchico perché sputa su un manifesto del duce. Un medico compiacente attesta che a 77 anni può vivere da confinato e il 22 agosto, dopo mezzo secolo, torna a Tremiti. Nel 1896 vi ha scritto parole che sono un testamento:

«La notte di San Bartolomeo, le stragi spietate […] i filosofi ed i liberali pensatori – Bruno, Serveto, Vanini, Moro […] – condannati alle fiamme o altrimenti martirizzati, tutto ciò ci pare un’aberrazione mentale, un brutto sogno».

Trasferito a Lauro il 5 maggio 1942, «si accompagna ai confinati della stessa fede» fino al 29 giugno 1943, quando, ricoverato d’urgenza all’ospedale di Avellino, muore per arresto cardiaco. Fu, per dirla con Arfè, tra coloro che forse non trionfano mai, ma certamente non sono mai vinti *.

* Nota

Le notizie che mi hanno consentito di scrivere questa biografia sono ricavate dall’Archivio Centrale dello Stato di Roma, Ministero dell’Interno, Direzione Generale della Pubblica Sicurezza, Affari generali e riservati, 1909, b. 2; Ivi, Confino politico, Fascicoli personali, b. 94, f. Bergamasco Giovanni di Carlo; Ivi, Casellario Politico Centrale, b. 516, f. Bergamasco Giovanni di Carlo; Archivio di Stato di Napoli, Schedario Politico, Sovversivi deceduti, b. 7, f. Bergamasco Giovanni di Carlo; Angelo Tamborra, Esuli russi in Italia dal 1905 al 1917, Laterza, Roma-Bari, 1977: Nunzio Dell’Erba, Le origini del socialismo a Napoli. 1870-1892, Angeli, Milano, 1979; Pier Fausto Buccellato, Marina Iaccio, Gli anarchici nell’Italia meridionale, Bulzoni,  Roma, 1982; Giuseppe Aragno, Bergamasco Giovanni, in Dizionario biografico degli anarchici italiani, BFS, Pisa, Vol. I, 2003; Giuseppe Aragno, Antifascismo e potere. Storia di storie, Bastogi, Foggia,  2012, pp. 81-106.

Fuoriregistro, 8 agosto 2021

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Consultare documenti della Pubblica Amministrazione è un diritto dei cittadini che abbiano un interesse giuridicamente rilevante, quale, per dirne uno, quello della ricostruzione storica. Gli Enti Pubblici, quindi, devono rendere consultabili i propri archivi. Questo non vuol dire, però, che il contatto cittadino-documento avvenga in tempi ragionevolmente brevi. In realtà, se tutto va bene – ed è raro che accada – la consultazione richiede decenni.  Un documento diventa «storico», infatti, quando riguarda affari esauriti da oltre trent’anni ed è sopravvissuto a una selezione che l’ha ritenuto «inutile», consentendone la distruzione. Se si pensa al cosiddetto «armadio della vergogna», si può continuare a dire che distruggere arbitrariamente un documento è un reato penale, ma è impossibile negare che sono esistiti documenti spariti o impunemente occultati.
Diventato «storico», occorre che un documento sia versato agli archivi assieme agli strumenti che lo rendono consultabile: registro di protocollo, che ricorda i documenti ricevuti e spediti e i dati identificativi; ordine logico nella conservazione, rispetto della sua integrità, assenza di danni e se necessario lavoro di restauro. Spesso gli oltre trent’anni diventano così quaranta. Per non dire dei documenti di politica estera o interna «riservati», per i quali la consultazione non può avvenire prima dei cinquant’anni.
Chi ha dimestichezza con le carte di polizia, sa che quanto vi si racconta va preso con le molle. Per una regola non scritta, infatti, i «sovversivi» si comportano quasi sempre male con la famiglia, le donne che non si allineano alla morale corrente sono quanto meno delle poche di buono e in tema di manifestazioni di piazza, il disordine e il male sono puntualmente dalla parte dei manifestanti, gli infiltrati non esistono e i comportamenti delle forze dell’ordine sono sempre giustificabili, legali e quindi ineccepibili.
Non so se i documenti istituzionali riguardanti la Rete no global e i fatti di Napoli del 2001 saranno considerati «riservati» e ammessi alla consultazione nel 2051, ma l’esperienza mi dice che ne verrà fuori comunque una storia di parte, in cui alla voce delle istituzioni e alle descrizioni di black blok, violenti e «sovversivi» non potranno fare da contraltare racconti, sensazioni e fatti narrati dai cittadini protagonisti di quel momento particolarmente importante della storia del nostro Paese. In questo senso il libro intitolato Da Seattle a Genova. Cronistoria della Rete no Global, curato da Daniele Maffione e pubblicato a giugno da Derive e Approdi, con una prefazione di Marco Bersani (pp. 320, euro 20), svolge una funzione importante, non perché intende stabilire le ragioni e i torti di chi fu in piazza, collocato in opposte trincee, ma perché «conserva» nell’archivio della memoria collettiva il senso di una lotta, visto da un punto di vista che rischia di perdersi per sempre: quello di chi, con singolare tempismo, seppe cogliere alcune caratteriste di una stagione che si apriva. Caratteristiche che i documenti ufficiali non ricorderanno, ma le testimonianze dei protagonisti richiamano, confortati da una conferma: i fatti che stiamo vivendo.
Ai primi del secolo si poteva essere d’accordo o trovare l’analisi sbagliata. Oggi no, oggi che il movimento no global di fatto non esiste più, solo chi è in mala fede può negare ciò che tutti i giorni abbiamo sotto gli occhi: le teste pensanti del capitalismo, in particolare nella sua più recente evoluzione – quella neoliberista fondata sulla globalizzazione – avevano in mente un progetto chiaro. Intendevano creare i presupposti per una feroce concentrazione della ricchezza nelle mani di una piccola e potentissima pattuglia di super ricchi e farlo senza tenere in nessun conto i diritti della stragrande massa di abitanti del pianeta, anche a costo di ridurre l’umanità alla disperazione e creare un rischio di estinzione per la vita dell’uomo sul pianeta. E’ quanto purtroppo sta accadendo.
Altri prima di Maffione si sono affaticati per far luce sugli ordini ricevuti dai reparti scelti delle nostre forze dell’ordine e sulla brutalità cui esse fecero ricorso per eseguirli. Far luce su quegli ordini da golpe cileno e quell’esecuzione da fascismo delle origini è un lavoro importante che andava fatto, anche perché ha mostrato la fragilità delle nostre istituzioni democratiche e ha indicato dove cercare le radici dell’attuale barbarie. Il merito del libro curato da Maffione è un altro e certo più notevole e necessario: per quanto riguarda il nostro Paese, infatti, il libro chiama a raccolta i protagonisti della grande battaglia che si è combattuta dal 1999 al 2002 e chiede a ognuno le ragioni per cui si mobilitò. Cosa spinse militanti e cittadini che di politica non si occupavano più, o non si erano mai occupati, a collegarsi a un movimento di dimensioni planetarie per urlare il proprio no alle ricette prescritte dai vertici del FMI, della Banca Mondiale, del Wto, dell’Ocse e dei tanti organismi di natura solo apparentemente economica, che abbiamo imparato a conoscere meglio nel corso di questi anni? Quale potere legittimo avevano tali organismi per sostituirsi di fatto alla politica?
Il libro di cui parliamo si sgancia intelligentemente da un dibattito che si è polarizzato sulla violenza delle Istituzioni e sulla risposta di una generazione che rifiuta quel modello di ordine costituito; cerca invece punti fermi che superino il momento feroce dello scontro e ci riporta a un dato di fatto decisivo per chi voglia capire ciò che accadde e perché accadde. L’ha scritto su «Left» lo stesso Maffione e val la pena di ricordarlo: «La contestazione al G8 non nacque per puro caso, ma venne preceduta da una lunga preparazione e da un’incubazione tanto delle strategie del dissenso, quanto della repressione». Di qui il vuoto riempito rispetto alla centralità vera o presunta dei fatti di Genova, che probabilmente non avremmo avuto senza quelli di Napoli nel marzo 2001, senza la contestazione al Global Forum dell’Ocse che vi si svolse. A ricordarci la centralità di quattro giornate che radunano decine di migliaia di persone giunte da ogni parte d’Italia e da numerosi Paesi d’Europa e consentono alle Istituzione di sperimentare forme di repressione inaudite ed evidentemente sperimentali rispetto al luglio genovese, sta il fatto che di quella violenza in sostanza sovrapponibile, sono responsabili centrodestra e centrosinistra – a Napoli opera il governo Amato, a Genova quello Berlusconi – mentre alla testa della polizia inferocita troviamo in entrambi i casi Gianni De Gennaro.
In questo senso il libro offre finalmente un bilancio politico dei fatti. Lo fa coinvolgendo un folto numero di intellettuali, lavoratori, rappresentati della società civile, attivisti e lavoratori, utilizzati intelligentemente per spiegare a chi non c’era, al di là di quanto ci racconteranno le Istituzioni, cosa accadde davvero al termine di una grande stagione di lotte, talvolta ingenua, ma ancora viva nei suoi contenuti. Il lavoro si divide in cinque sezioni. La prima, superando coraggiosamente il problema del rapporto tra il passato e gli strumenti linguistici per ricostruirlo, su cui molto si è soffermato Hayden White, sceglie la tradizione narrativa e diventa racconto scritto dallo studioso Francesco Festa, che, prendendo felicemente spunto da un’inchiesta giornalistica, descrive con puntualità l’origine e la complessa natura di classe della Rete No Global nell’Italia meridionale. Segue poi un lavoro sulla Cronistoria della Rete no Global e delle quattro giornate di Napoli contro la globalizzazione, con testimonianze tutte interessanti e spesso diversificate, tra cui voglio ricordare per ragioni personali, quella di Francesco Amodio, recentemente scomparso, quelle di compagni di lotte quali Alfonso De Vito e Mario Avoletto, e quella di Francesca Menna, che ripercorre il viaggio particolarmente significativo dai no global ai meetup. Indiscutibilmente notevole quella di Don Vitaliano Della Sala, il parroco no global, che ha arricchito il libro con alcune lettere inedite.
La parte che riguarda l’incubazione del G8 di Genova, si occupa con ineccepibile rigore delle violenze subite dai manifestanti. Chiudono il libro una sezione archivistica, che si deve soprattutto al contributo offerto dal ricercatore Fabrizio Greco, e una sezione visiva, formata dalle foto di Luciano Ferrara, dalle grafiche offerte da Massimo Di Dato/Karl Max e dai manifesti di Francesco Sollazzo.
Conclusa la lettura, ciò che colpisce è la capacità di sfuggire ai luoghi comuni e di proporre un racconto collettivo, una sorta di canto corale, ma anche di contro narrazione di un momento probabilmente cruciale della nostra storia recente. Il lettore sente di aver acquisito molteplici strumenti per raccogliere le idee e farsi un’opinione personale non solo, o quantomeno non esclusivamente, della rete no global, ma di poter guardare al presente avendo tra le mani una chiave di lettura fornita dal passato. Il capitalismo, così come l’abbiamo visto all’opera in questi terribili anni di pandemia, diventa d’un tratto un «re nudo», con le sue responsabilità nella devastazione dell’ambiente, con la sua avidità nella ricerca del profitto, con la sua connaturata tendenza all’autodistruzione. Da questa consapevolezza partì la Rete no global e ricostruirne oggi le ragioni, significa anzitutto riacquistare la consapevolezza che ricordare non vuol dire semplicemente conoscere il passato, ma ascoltarne l’invito, oggi più che mai pressante, a non essere spettatori, ma protagonisti della costruzione del futuro. I divari sempre più profondi, l’onda dei virus che ci assale, lo strumentale elogio del privato a danno del pubblico, la distruzione della formazione, non sono catastrofi naturali. Sono il prodotto della storia. E la storia è figlia del conflitto. E’ ancora vero: un mondo migliore è possibile. Perché nasca, però, è questo credo sia il messaggio più autentico del libro, occorre unirsi e lottare, imparando a valorizzare al massimo ciò che ci unisce profondamente. Qualora ce ne fosse bisogno, dal 2001 a oggi i fatti l’hanno dimostrato: il capitalismo è il più pericoloso nemico dell’umanità.

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Napoli, 19 maggio 1879 – 28 dicembre 1931
Nel 1893, quando si iscrive alla «sezione impiegati» del Partito Socialista, è ancora uno studente ma frequenta sovversivi e si nutre di libri e giornali rivoluzionari che, secondo la polizia, hanno saputo «guastargli il cervello». Troppo giovane per valutare i rischi che corre, il 9 agosto 1894, mentre Crispi soffoca violentemente i moti contadini in Sicilia, si reca in Questura e firma un atto di fede nell’anarchia. Una perquisizione domiciliare consegna così alla polizia una lettera in cui scrive di voler diventare un «santissimo Caserio», l’anarchico che ha ucciso il Presidente della repubblica francese Sadi Carnot. Interrogato, spiega di volere davvero ammazzare Crispi, causa di rovina per tanti uomini, ma aggiunge di non essere capace di uccidere. Denunciato per «apologia di delitto», il 28 agosto è affidato al padre in «libertà provvisoria».
Chiuso in collegio, il ragazzo conserva le sue idee e durante le vacanze frequenta i soliti compagni di fede. Il 6 agosto 1897, disperato per l’isolamento in collegio, tenta il suicido, ma si salva e dopo il liceo si iscrive alla Federazione Socialista. Nelle manifestazioni è così attivo che, profittando dei moti per il pane, il 10 maggio 1898 la polizia lo include tra i «sovversivi pericolosi» e lo arresta. Il 13 giugno è condannato a sei mesi di domicilio coatto a Ischia, ma evade e si consegna a novembre, quando, cessato lo stato d’assedio, può tornare libero. Controllato con cura, il giovane si fa prudente e se prova ad agire, è subito colpito. Il 4 giugno 1899, infatti, «festa dello Statuto», è arrestato per «un manifestino sovversivo diretto all’esercito e stampato alla macchia».
Contrario all’intesa tra Giolitti e Turati, festeggia il primo maggio 1900 con un gruppo di socialisti dissidenti. Nel 1901 entra nel Comitato di lotta al domicilio coatto ma è così vicino ai libertari, da essere segnalato tra gli anarchici italiani in contatto con quelli argentini. Arrestato per oltraggio al papa ed eletto segretario della «Lega di resistenza dei camerieri di caffè e ristoranti», nel 1902 rompe coi socialisti. Decisa a zittire un militante che trova ascolto tra i lavoratori, la polizia intanto forza la mano. Nel 1903 è ripetutamente arrestato: perché porta bandiere anarchiche ai comizi socialisti, turbando l’ordine pubblico, perché si agita in un corteo contro l’Austria, causa incidenti tra il pubblico al Consiglio Comunale, oltraggia Pio X e incita all’odio di classe. Nel 1904 è fermato perché viola la legge di P.S., è in prima linea negli incidenti di settembre per lo sciopero generale e diffonde volantini non autorizzati alla elezioni politiche di novembre.
La repressione rende Vanguardia prudente, finché il 29 marzo 1906 pubblica «La Voce dei Ribelli», che i tipografi, impauriti dalla polizia, rifiutano di stampare. Scritto a mano e diffuso alla macchia, il giornale chiede cambiamenti politici e sociali e tocca temi ancora attuali: la questione morale e una «legalità» estranea alla giustizia sociale, che lascia impuniti coloro che, politici in testa, «rubano […] scappano e portano via parte della ricchezza nazionale». I toni sono violenti – «se occorre distruggervi, […] senza esitare contribuiremo» – ma è una violenza figlia della cecità del potere. Alla «Voce dei Ribelli» fa seguito «I Ribelli», giornale di cronaca e dibattito teorico, che dopo due numeri diventa «Il Picconiere», ma è subito chiuso.
Nel 1907 Vanguardia, presente al Congresso Anarchico di Roma, vive a Milano, è redattore della «Protesta Umana», e tiene conferenze sul domicilio coatto e sull’antimilitarismo. Il 13 novembre parla al comizio di Milano per le vittime politiche, poi è segnalato a Vigevano, Pavia, Santhià, Biella e Lugano. Rimandato a Napoli con foglio di via a febbraio del 1908, fonda il «Sorgete», un gruppo comunista «libero», ostile a ogni organizzazione politica, ma aperto a un sindacalismo di base, fondato sull’azione diretta. Tra i temi di fondo, i diritti negati e il parlamentarismo, che non solo limita la libertà di riunione e di pubblico comizio, ma giunge al sequestro preventivo e alla soppressione dei giornali, all’arresto dei cittadini «per delitto di pensiero» e alle fucilate sul popolo affamato.
Il 7 ottobre 1909, «Sorgiamo!», nuovo giornale di Vanguardia, individua i nemici del popolo – «lo Stato, il Capitale, la Chiesa […] i giudici, gli sbirri, le carceri, i codici, i soldati» – e minaccia di «demolire» il «vecchio e decrepito assetto sociale» che la storia condanna a sparire. Una minaccia che il 13 ottobre 1909, durante le proteste per la condanna a morte di Ferrer, Vanguardia realizza simbolicamente, facendo esplodere un innocuo petardo nella chiesa di Montesanto. Un gesto per cui è condannato a quindici mesi di carcere. Uscito in libertà provvisoria, Vanguardia torna alla lotta sindacale, guidando una vertenza dei tessili della «Wenner» di Scafati, che nel novembre 1910 sfocia in aspri scontri e in una denuncia per mancato omicidio di un poliziotto. Nel 1911 è l’anima del movimento contro il caro-casa e partecipa a vari scioperi. Ad aprile del 1912 è segretario della «Lega dei lavoratori dell’Arte bianca», che guida fino al 17 agosto, quando lo ferma l’esecuzione della condanna per il petardo di Montesanto; tornerà libero per uno sconto di pena l’11 marzo 1913. Il tentativo di dar vita a «La Battaglia», un giornale subito censurato, e due arresti segnano il ritorno alla militanza di Vanguardia, che il 25 gennaio 1917 è sulla linea del fuoco, dove la morte è il volto della guerra. All’orrore delle trincee, reagisce organizzando diserzioni e falsificando licenze, finché il 10 gennaio 1918, scoperto, resta in carcere fino al 15 marzo 1919, quando è assolto per mancanza di prove.
Tornato a Napoli, diventa dirigente della Camera del Lavoro e segretario della «Lega panettieri», che guida in una dura vertenza su orari di lavoro, salari, ufficio di collocamento e igiene dei panifici. Complici le Autorità, i padroni rispondono con l’esercito che fa il pane e la polizia che difende forni e panetterie, ma Vanguardia forma squadre di panettieri che sorprendono il servizio d’ordine e attaccano i crumiri. Scontri e arresti non domano la protesta, che assume un significato emblematico, diventando una ideale «linea del Piave» in un conflitto sul ruolo delle classi sociali e sui costi della guerra che la borghesia ha voluto e ora scarica sulla povera gente. La portata e il significato degli eventi in una città inquieta, allarmano il Prefetto, sicché, quando il pane scarseggia, i militari sbaraccano e Vanguardia ottiene l’apertura di punti vendita comunali a prezzo politico. Il giovane al quale le idee rivoluzionarie avrebbero guastato il cervello, ha dimostrato un grande equilibrio e ha vinto, lottando coraggiosamente per i diritti della povera gente.
La vittoria, che il 10 dicembre 1919 i lavoratori salutano come la prima di una lunga serie, in realtà ha spaventato i padroni, ma i Fasci di Combattimento, nati a marzo, non preoccupano ancora. Ai primi del 1921 però, mentre lo squadrismo dilaga, Vanguardia crea il «Circolo popolare» e la «Lega Inquilini» che ostacola le pretese esorbitanti dei padroni di case, tentando di dare forza al malcontento e opporre agli squadristi propaganda e lotta sindacale. La violenza fascista vanifica però il tentativo. Benché denunciato per un manifesto clandestino e arrestato per lesioni a vigili urbani, a luglio del 1922 Vanguardia guida la «Lega panettieri» in una vittoriosa vertenza su salari e lavoro notturno, ma il fascismo giunto al potere lo ferma. Il primo maggio 1924, l’anarchico si reca con alcuni compagni in una bettola, sale su un tavolo e con grande dignità canta l’Internazionale e si fa arrestare.
Il 22 novembre 1926, con le leggi «fascistissime», giungono la condanna a quattro anni di confino e il viaggio disumano che lo conduce a Pantelleria, sfinito e incatenato ad altri confinati. Ritenuto pericoloso, l’anarchico è esposto all’arbitrio dei militi e la sorella, per sottrarlo a quell’inferno, chiede al duce di perdonare «le colpe giovanili di un italiano», che al tempo della guerra «ha esposto la vita sul campo dell’onore». L’Alto Commissario Castelli, convinto che Vanguardia sia fermo nelle sue idee, esprime parere contrario e mentre l’istanza è archiviata, il confinato finisce a Ustica, dove l regime di polizia è più spietato. L’isola gode di una fama sinistra: vi impazza, ricorderà anni dopo Aldo Garosci, un aguzzino, brutale e neuropatico. Non bastasse, Cesare Mori, il «prefetto di ferro» inviato a Palermo con pieni poteri per risolvere il problema dei rapporti tra regime e mafia, ritiene che la colonia, in cui vivono in media 360 sovversivi ritenuti pericolosi, possa fare da base a un pericoloso movimento. Per controllare i confinati, Mori utilizza Vincenzo Picone, un finto confinato politico e un confinato vero, Riccardo Fidel, sedicente comunista, che all’insaputa del Picone fa da provocatore.
Per ottenere la libertà a spese dei compagni, Fidel fa credere a Picone che i confinati preparano una rivolta e la fuga. Ingannate dalle spie, le Autorità di polizia si convincono che una nave si è già accostata all’isola e poi allontanata tenendo una rotta inconsueta. Il 30 settembre 1927 Mori mette l’isola a soqquadro con perquisizioni da cui non emerge uno straccio di prova, ma sostiene che i confinati, d’accordo «con sovversivi del Regno e dell’estero», hanno un piano «di evasione e ribellione contro i poteri dello Stato». E’ così che 56 confinati, tra cui Vanguardia, sono denunciati al Tribunale Speciale. Il 10 ottobre 1927, accusato di attentato alla sicurezza dello Stato, l’anarchico finisce in carcere duro a Palermo e poi a Napoli. Per mesi, interrogatori brutali si alternano a offerte «vantaggi» in cambio di «collaborazione». Vanguardia, però, non non compra la libertà vendendo la dignità. Negli anni delle prime battaglie aveva orgogliosamente affermato: «Non varranno prepotenze e violenze […]; respingeremo senza esitazione qualsiasi mezzo voi adotterete». É stanco e malato, quando, assolto per insufficienza di prove, agli inizi del 1929 è trasferito a Ponza, dove la salute peggiora di giorno in giorno. Quando possono, i tiranni evitano di trasformare in eroi le loro vittime; Mussolini perciò non ha dubbi: l’ora della liberazione non deve coincidere con quella della morte.
L’uomo che l’1febbraio 1930 torna a Napoli è molto sofferente. Non è in grado di nuocere, ma il regime, che lo ritiene ancora pericoloso, lo tormenta con frequenti perquisizioni; il 27 ottobre 1930, per l’ottavo anniversario della marcia su Roma, lo tiene in cella per una giornata. É il 10 novembre del 1931, quando torna in Questura per una bomba esplosa nella zona del porto. Di lì a poco, il 28 dicembre 1931 muore nella sua abitazione al n. 45 di via Bernini.

Fonti e bibliografia:
Archivio Centrale dello Stato, fascicoli intestati a Vanguardia in Casellario Politico Centrale, b. 5312 e Confino, Fascicoli Personali, b. 1046. Archivio di Stato di Napoli, Questura, Gabinetto, I parte, II serie, 1888-1901, b. 86 bis, «Fascio dei lavoratori. Iscritti»; b. 86 ter, f. «Federazione Socialista Napoletana» e b. 110, «Camerieri di caffè e ristoranti»; Schedario politico, fascicoli intestati a Vanguardia in Sovversivi annuali, b. 96 e Sovversivi deceduti, b. 110. Rosa Spadafora, Il popolo al confino, La persecuzione fascista in Campania, I, pp. 512-13; Giuseppe Aragno, Siete piccini perché siete in ginocchio. Il Fascio dei Lavoratori, prima sezione del PSI a Napoli, (1893-1894), Bulzoni, Roma, 1989, pp. 110-112;  Idem, biografia in AA. VV., Dizionario Biografico degli Anarchici Italiani, II, (I-Z), Biblioteca Serantini, Pisa, 2004, pp. 648-49. Idem, Antifascismo e potere, Storia di storie, Bastogi, Foggia, 2012, pp. 23-40; Fabrizio Giulietti, Umberto Vanguardia. Azione e propaganda di un anarchico napoletano, (1879, 1931), Galzerano, Casalvelino Scalo, 2009.

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Emilia Buonacosa nasce a Pagani il 19 ottobre 1895. Abbandonata dai genitori e adottata da una famiglia di lavoratori, frequenta a stento le elementari. Ai primi del ‘900, Giolitti apre una stagione di riforme sicché nel 1911, quando Emilia entra in fabbrica, per i minorenni la legge vieta turni di notte e mansioni rischiose e limita l’orario a dodici ore con due di pausa. La giovane donna difende coi compagni i diritti calpestati dai padroni, ma il lavoro è così rischioso, che un incidente la priva del cuoio capelluto. Nel 1921 Emilia è a Milano col tipografo Federico Giordano Ustori, che, accusato di un attentato e assolto dopo un anno di carcere, va a vivere con lei a Nocera. Tornati a Milano per le minacce fasciste, nel 1924 si sposano, ma dopo le leggi «fascistissime» fuggono in Francia.
A Parigi «casa Ustori» è un riferimento per molti fuorusciti e quando Federico attacca Stalin, «spietato necroforo della rivoluzione» e denuncia la persecuzione degli anarchici nell’URSS, Emilia è con lui. Il 2 novembre 1930, Federico muore ed Emilia si trova accanto tanti antifascisti, da Treves, che lo ebbe linotipista alla «Libertà», a Piero Montanini, della Concentrazione Antifascista che promette di riportare a casa da vincitori Federico, Amendola, Gobetti e i tanti operai morti in esilio come testimoni del sacrificio popolare. «Casa Ustori» sparisce così dalla «geografia politica» di Parigi, ma Emilia. che trova lavoro presso Ettore Carozzo, editore ed emigrato politico, non si allontana dai fuorusciti. Tutto ormai nella sua vita ha un colore politico, anche i luoghi frequentati. In un caffè in via Diderot, ritrovo di fuorusciti, nel 1932 incontra Pietro Corradi, che curerà le ferite d’una donna sofferente.
Vicina a «Giustizia e Libertà», la Buonacosa frequenta i libertari Renato Castagnoli e Bruno Gualandi e il dott. Temistocle Ricciulli. Interrogata su tali amicizie, anni dopo dirà di non conoscere anarchici. Ricorda il Ricciulli perché nel 1935 le curò una polmonite. In realtà, hanno combattuto i franchisti. Tornata a Parigi nel 1938 la donna procura documenti per i reduci in fuga dalla Francia. Sa di rischiare e il 2 gennaio 1940 avvisa un’amica: «quelli […] considerati i più sinceri fra gli amici […] oggi cercano di pugnalarti alla schiena».
L’attacco italiano alla Francia la trova esule in un Paese in guerra col suo e il 9 luglio 1940, come ha previsto, un «amico» la vende ai tedeschi. Condotta ad Aquisgrana, il 9 ottobre è in mani fasciste. A Napoli, a novembre, nega l’attività antifascista, la Spagna e le riunioni di «Giustizia e Libertà». Il 2 dicembre 1940, quando è condannata a cinque anni di confino, non ha un legale, l’accusa non esibisce prove e un medico attesta che è idonea al regime del confino. La Buonacosa ricorre: le accuse sono solo ipotesi, la condanna è «enorme e inumana», perché non si è giudicato un «atto violento», si sono ignorati l’infortunio e il bisogno di cure e si poteva mandarla infine in un luogo in cui i familiari potevano aiutarla. Il ricorso è respinto.
Giunta a Ventotene il 13 dicembre 1940, ottiene che un medico attesti il bisogno di cure e di una parrucca. Inizia così un duello sulle regole, che sembra rendere la confinata più libera dei suoi carcerieri, servi d’un regime in cui il diritto coincide col potere e il potere nasce dalla forza bruta. La prima richiesta – «un sussidio di vestiario» – chiama i carcerieri al rispetto dei «principi umanitari» della finta «civiltà fascista»: se manca di tutto, è perché il medico ha ignorato il suo infortunio e la polizia l’ha trascinata via senza lasciarle prendere le sue cose. Tocca al Ministero ritrovare le sue valigie perse nel carcere tedesco e pagare per la parrucca rotta.
Per quanto sofferente, Emilia insiste. Per la parrucca, propone, potrebbero condurla a Napoli e per le cure avvicinarla a casa. Se non si vuole, dovrà «abitare da sola, perché è umanamente impossibile vivere con altre donne». Invano il prefetto di Littoria approva il viaggio e il medico ricorda che la «psicoastenia a sfondo depressivo», vissuta «in comune con altri confinati», può «indurre al suicidio», il Ministero nega il trasferimento. Emilia vacilla – «vivo in penosissime condizioni», ammette – ma non cede e torna sulle valigie, in cui c’era il suo corredo, costato anni di lavoro e del quale, nonostante le ricerche promesse, non sa nulla. Quando infine si decide di condurla a Napoli, si scopre che manca la scorta. Per otto mesi, afflitta da dolori alla testa e dal timore del «ridicolo per le […] condizioni della parrucca», la donna resiste e frequenta gli «anarchici più pericolosi della colonia». Il calvario termina il 19 agosto 1941, quando, partita per Napoli, torna con una parrucca nuova.
Ai primi del 1943, il Ministero le permette di scrivere a Parigi al Corradi, che, per aiutarla, le ha venduto dei mobili, ma la donna critica il cambio con la moneta francese, così sfavorevole, da scoraggiare altre vendite. Meglio conservare ciò che ha, altrimenti, scrive, scontata la pena, «mi troverei senza casa e senza possibilità di formarmene un’altra». Ora la guerra si sente anche sull’isola. Costretta a bere acqua di mare bollita e a mangiare foglie di fichidindia cotte, l’unica pianta di cui l’isola è ricca, la Buonacosa peggiora e il sistema nervoso, già debole per l’infortunio, le causa  vertigini e oscuramenti della vista. Per curarla, il medico prescrive farmaci e vitto speciale, ma il Ministero, deciso a piegarne la resistenza, colpisce dove i nervi sono scoperti e il dolore più vivo. Il direttore, Marcello Guida, un vero aguzzino fascista – è lui che consiglia di prolungare la pena per Terracini e la Ravera – conosce l’intento del regime ed esercita con ferocia il suo potere, ritardando l’invio delle richieste a Roma.
Il colpo più doloroso giunge quando i genitori chiedono di vederla e la Buonacosa implora: la madre anziana potrebbe d’un tratto mancare e «sarebbe troppo grande dolore per me e per lei, qualora non ci fosse dato di vederci almeno una volta ancora. […] La devozione per il Regime li raccomanda. Non vorrete negare una consolazione». Il duce rifiuta e un no riceve anche la madre, che il 29 aprile 1942 gli confida l’ansia terribile «per il figlio combattente, che non scrive dal mese di novembre» e lo implora: non «avrò molto da vivere […] e vorrei vedere almeno la mia cara figlia adottiva che non ho potuto abbracciare da 16 anni».
Alla clemenza, che può sembrare debolezza o ammissione di colpa, i tiranni preferiscono spesso la crudeltà, sicché il senso di umanità cede il passo alla ferocia. Disumana è la risposta di Mussolini: la «domanda per ottenere una breve licenza a favore della Buonacosa Emilia non è stata accolta». La confinata resiste, finché, Guida sente morire il regime e abbandona la nave che affonda. Passi felpati, ma chiari: i diritti non più legati alla sottomissione faranno dell’aguzzino un «esecutore d’ordini». Il braccio di ferro con Emilia non ha più senso e il 27 giugno 1943, dopo che Roma ha deciso di liberare i «politici» meno «pericolosi», benché sia molto attiva e stimata dalle compagne, la inserisce in un elenco di 140 confinati ai quali  commutare in ammonizione la pena.
La notizia dell’arresto di Mussolini giunge a Ventotene il 26 luglio e gli antifascisti, formato un comitato, si recano dal Guida, che, tolto il quadro del duce dall’Ufficio e il distintivo fascista dalla giacca, d’un tratto cortese, accetta le condizioni poste dai confinati. Mentre Badoglio, incalzato dai partiti risorti, libera i prigionieri politici, ma «dimentica» gli anarchici, a Ventotene Emilia protesta vivamente e in nome delle «mutate condizioni politiche» chiede la liberazione. Il 23 agosto 1943, lasciando Ventotene, crede di tornare a casa. L’attendono invece le macerie e i morti di Formia bombardata e il campo di Fraschette d’Alatri, con migliaia di internati, per lo più donne e bambini.
La Buonacosa, che ha tenuto testa a Guida, è un riferimento per le slave, giunte con lei da Ventotene e a nome suo e delle compagne malate e prive di cure, ricorda al vecchio fascista  Badoglio un titolo che ora impone rispetto: la sua strenua lotta al fascismo. Noi tutte, scrive, «protestiamo energicamente contro questo trattamento e chiediamo la nostra immediata liberazione come confinate ed internate politiche». Il senatore Umberto Ricci, però, ex prefetto di Mussolini e ministro dell’Interno di un governo pronto alla fuga di fronte ai nazisti, prende tempo. Invano il 31 agosto da Fraschette chiedono che fare di Emilia Buonacosa, che, giunta al campo 24 agosto, per il direttore è ancora una «politica». L’ordine di liberarla parte da Roma il 7 settembre, mentre il governo prepara la fuga, e giunge al campo il 4 novembre, quando gli eventi bellici impediscono che Emilia torni a casa.
Tornata a Pagani il 7 agosto 1944, la donna abbandona lentamente la militanza attiva, mentre il sipario cala sulla sua vicenda umana e politica. Poco prima della Liberazione, Nenni le scrive, promettendo di andare a farle visita, ma non lo farà. Di lì a poco, quando Emilia chiede il passaporto per un viaggio a Parigi, il prefetto di Salerno, fermo al ventennio, scrive a Romita, socialista come Nenni e ministro dell’Interno, che Emilia Buonacosa, «pericolosa alla sicurezza pubblica e agli ordinamenti dello Stato», confinata a Ventotene, fuggì quando gli Alleati liberarono l’isola e conclude con parole terribili: «in atto, serba buona condotta in genere e non dà luogo a rilievi».
Per le autorità, quindi, La Buonacosa è una «fuggiasca» sorvegliata. La melma in cui rimesta il prefetto non può sfiorare la «vedova Ustori», che parte per Parigi, rivede i compagni e la tomba del marito, poi torna a casa. Su quella melma, però, poggia in parte l’Italia nuova, che in anni di lotte migliaia di «sovversivi» hanno provato a costruire. Una melma destinata a riaffiorare, se nel 1959, con Segni Presidente del Consiglio e ministro dell’Interno e Tambroni al Tesoro, il fascicolo di Emilia «vive» ancora. E’ il Tesoro che, per decidere sul diritto alla pensione assegnata ai perseguitati politici, chiede agli uomini di Segni notizie sulla donna. Nella domanda Emilia ha ricordato tutto: l’espatrio, l’arresto e il confino, ma gli uffici di Segni copiano note fasciste ed è chiaro: nella vita di Emilia, come nel suo eterno fascicolo, il «passato non passa», l’antifascismo minaccia le Istituzioni e la «sovversiva» rimane la «donna di facili costumi, capace di azioni delittuose» che «convisse more uxorio con un tipo politicamente pericoloso».
Si chiude così un fascicolo che conduce difilato al 12 dicembre 1969, a Piazza Fontana, agli anarchici di nuovo in catene, a Valpreda, a Pinelli, staffetta partigiana e antifascista come Emilia e ai morti di Milano, che aprono quella che Zavoli chiamò «notte della repubblica». La notte in cui, incredula, alla televisione, Emilia vede il fango del ventennio che riemerge e riconosce Marcello Guida, l’aguzzino di Ventotene. Questore di Milano, indaga sull’attentato e colpisce ancora gli antifascisti.Emilia muore il 12 dicembre 1976, ancora «pericolosa» per  istituzioni in cui si muove libero Marcello Guida, protetto da «omissis» e segreti di uno Stato di cui è ad un tempo simbolo di continuità e naturale nemico.

Fonti e Bibliografia

ACS, Confino, f. 164; Necrologio in “Umanità Nova”, 6-3-1977; Rosa Spadafora, Il popolo al confino, Athena, Napoli, 1989, pp. 105-106; Giuseppe Aragno, Emilia Buonacosa, in AA.VV. Dizionario biografico degli anarchici italiani, Biblioteca Serantini, Pisa, 2003, I, p. 274; Idem, Antifascismo e potere. Storia di storie, Bastogi, Foggia, 2012, pp. 53-72; Annunziata Gargano, Resistenze. Esperimenti di microstoria attraverso tre biografie, Ippogrifo, Sarno, 2012. Ilaria Poerio, Vania Sapere, Vento del Sud. Gli antifascisti meridionali nella guerra di Spagna, Istituto Ugo Arcuri, Cittanova, 2007, p. 233.

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Comunismo e PCI in occasione di un centenario. Una riflessione storica su un percorso fatto di vite, eroi dimenticati e scelte al limite dell’impossibile. In questa terribile notte dalla politica, più che fermarsi al passato e riaprire anacronistiche discussioni ideologiche, occorre chiedersi cosa possono insegnarci gli uomini che l’hanno scritta. Questo il senso di questa mia intervista.  

https://drive.google.com/file/d/1cp1PT9MlPb5yCsWuyphmRU1RHvEuPlfB/view?usp=sharing

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Quando tutto diventa buio e ti senti smarrito, ti torna in mente un maestro che tanto ti ha insegnato negli anni della tua formazione giovanile e segui la sua strada. Ti spogli dei vestiti che ti hanno accompagnato durante la faticosa giornata, indossi gli abiti curiali, cominci a parlare con i tuoi fantasmi e a poco a poco ritrovi fiducia e speranza. Non importa che il tramonto annunci la notte. Hai aperto una via. Altri proseguiranno.

Emilia Buonacosa nasce a Pagani il 19 ottobre 1895, Abbandonata dai genitori, finirebbe tra i «trovatelli», se il caso, che a volte pareggia i conti tra ragioni e torti della vita, non le donasse l’affetto di una famiglia[1].

Emilia Buonacosa

Sono anni di forte crisi economica, sarebbe necessaria un’imposta progressiva sul reddito, ma Crispi colpisce la povera gente con dazi e balzelli sui generi di prima necessità e l’infanzia di Emilia è una breve magia di giochi e compagni. Dopo la scuola elementare, inizia a lavorare e impara ben presto che i padroni fanno guerra ai diritti, mentre i governi rispondono con la violenza ai disperati che chiedono pane e giustizia sociale[2]. del Novecento Giolitti evita la crisi sociale, consentendo alle classi subalterne di far «valere le proprie aspirazioni e difendere i propri legittimi interessi», sicché, quando Emilia entra in fabbrica, a Nocera, una legge tutela le operaie: dodici ore di lavoro con due di pausa e nessun turno di notte. La fatica è ancora dura e il lavoro rischioso – nel 1913 un infortunio sul lavoro distrugge il cuoio capelluto della giovane donna – ma s’è fissato un limite ed è una conquista[3]. I padroni hanno ora di fronte proletari maturi e la forte Camera del Lavoro in cui milita la Buonacosa. Come accade spesso con le donne, la Questura associa l’attività politica alla «cattiva condotta morale», sicché la Buonacosa non è solo una militante attiva in una fabbrica «agitata da movimenti sovversivi a sfondo anarcoide», ma ha «contatti politicamente pericolosi» ed è «una donna di facili costumi», che si dice anarchica per compiacere l’amante libertario e giustificare una vita dissoluta.
Lette con cura, però, le note di polizia narrano un’altra storia. Emilia cresce nelle difficoltà, fa scelte autonome, lotta contro padroni reazionari, diventa anarchica e non deve ai compagni più di quanto essi debbano a lei. Non è un’esaltata capace di «azioni delittuose», né una «poco di buono». E’ un’operaia che ha scelto il suo campo. Una scelta tanto più grave per la società del tempo, quanto più radicali sono la sfida allo Stato classista e la rottura col perbenismo borghese. Il «biennio rosso» la trova a Milano, dove frequenta Federico Giordano Ustori, tipografo di «Umanità Nova». Arrestato nel 1921 per un attentato e assolto dopo un anno di carcere, nell’estate del 1922 Federico si trasferisce con Emilia a Nocera, dove, però, notabili nazionalisti e padroni camorristi hanno creato un fascismo peggiore di quello originale, che costringe Ustori a tornare con Emilia a Milano. L’8 settembre 1924, col regime in crisi per la morte di Matteotti, i due si sposano, ma il 3 gennaio 1925 Mussolini spegne le illusioni: «se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione…». Quando il regime vara le leggi «fascistissime», Federico, per evitare il confino, fugge in Francia, dove Emilia lo segue.
A Parigi l’unità nella lotta al regime non spegne i contrasti tra antifascisti. Quando Ustori denuncia la persecuzione degli anarchici nell’URSS e definisce il bolscevismo «il più infame e spietato necroforo della rivoluzione», lo scontro con gli stalinisti è duro ed Emilia è con lui in una battaglia politica che scuote il campo antifascista. Casa Ustori è un riferimento per i compagni bisognosi d’aiuto e d’asilo, sicché il 2 novembre 1930, quando un’infezione causata da un banale intervento chirurgico uccide Federico a solo 39 anni, attorno a Emilia si stringe il fior fiore dell’antifascismo[4]. Treves, che ha avuto Ustori linotipista alla «Libertà», s’inchina alla memoria «duratura, incancellabile, onorata e compianta»; Piero Montanini e i compagni della Concentrazione Antifascista promettono alla donna che riporteranno in Italia il marito nel giorno della vittoria, quando torneranno, testimoni «del sacrificio popolare, tutti coloro che lasciammo nell’esilio: da Amendola a Gobetti, da Chiesa a Ustori, da Bensi a tutti gli altri oscuri operai di cui sono ricchi i cimiteri stranieri».
Se «casa Ustori» sparisce dalla «geografia politica» di Parigi, cresce tra gli antifascisti il ruolo della donna che, colpita negli affetti, non cede, si trasferisce presso una famiglia amica del marito, poi trova lavoro presso Ettore Carozzo, un editore emigrato politico. Antifascisti gli amici, antifascista il datore di lavoro, tutto nella vita della donna ha ormai colore politico, anche i luoghi frequentati. E’ il caso di un caffè in via Diderot, ritrovo di antifascisti, dove nel 1932 incontra Pietro Corradi, l’uomo col quale andrà poi a vivere e che curerà le ferite d’una donna sofferente.
Matura e molto autonoma, la Buonacosa va col Corradi alle riunioni «Giustizia e Libertà», frequenta gli anarchici Bruno Gualandi e Renato Castagnoli e il medico Temistocle Ricciulli[5]. Interrogata su tali amicizie, anni dopo dirà di non conoscere anarchici e negherà intese politiche col Ricciulli, che nel 1935, le ha curato una congestione polmonare. In realtà, lei e Ricciulli hanno combattuto in Spagna i falangisti. Ricciulli è partito nell’estate del 1936 ed è tornato in Francia malconcio; lei è andata a Barcellona nel 1937 con l’anarchico Romano De Russo. Non è chiaro quando sia tornata a Parigi, ma a marzo del 1938 una spia rivela che la donna procura rifugi e documenti ai reduci dalla Spagna che lasciano la Francia quando non ha soluzioni, offre la sua casa. Sa di rischiare e il 2 gennaio 1940 mette in guardia la figlia d’un amico: «Ricordati solamente che sono sempre quelli che si sono seduti alla tua tavola, che si sono considerati i migliori e i più sinceri fra gli amici che oggi cercano di pugnalarti alla schiena».
L’aggressione italiana alla Francia la trova straniera in un Paese in guerra col suo e il 9 luglio 1940, come ha previsto, un «amico» la vende ai tedeschi. Tre mesi di carcere ad Aquisgrana e il 9 ottobre è in mani italiane. A novembre è a Napoli, dove rigetta ogni accusa: «emigrai clandestinamente a Parigi, ma non è vero che io abbia frequentato gli ambienti di Giustizia e Libertà. […] Giammai sono stata a Barcellona. Non ho partecipato a movimenti antifascisti. A Parigi sono stata arrestata e qui tradotta Non ho altro da dire». Il 2 dicembre 1940 quando è condotta davanti alla Commissione per il confino, l’accusa non esibisce prove e lei non ha un legale. La Commissione finge di consultare atti e documenti e la condanna seduta stante a cinque anni di confino di polizia eseguendo così un ordine inviato giorni prima da Bocchini, capo della polizia: «confino […] destinazione Ventotene». Un medico incarna poi la ferocia del regime: ignora il grave incidente e ritiene Emilia «esente da difetti ed imperfezioni fisiche e psichiche», e «idonea a sopportare il regime del confino di polizia».
Contro la sentenza la Buonacosa ricorre e ogni parola del ricorso è un dito puntato sul regime: la condanna «enorme e inumana», perché non si è giudicato «nessun atto violento», le accuse «ipotetiche e fantastiche», da «vagliare con più serenità», «l’infortunio sul lavoro e il bisogno di scrupolose ed assidue cure» ignorati. Roma respinge il ricorso e la richiesta di essere inviata almeno nei pressi di Salerno o Napoli, dove i familiari «possano di tanto in tanto venirmi a vedere e darmi le cure dovute».
Il 13 dicembre 1940, sbarcata a Ventotene in catene, ma decisa a resistere, la donna ottiene che il medico attesti ciò che la Commissione ha ignorato: è priva del cuoio capelluto per un grave incidente e deve adoperare la parrucca. Inizia così una battaglia per le regole e i diritti che sembra rendere la prigioniera più libera dei suoi carcerieri, servi d’un regime immorale in cui il diritto coincide col potere e il potere si fonda sulla forza bruta di chi lo detiene. La prima richiesta della Buonacosa – «un sussidio di vestiario» – è un’accusa al regime, chiamato al rispetto di vaghi «principi umanitari» professati in nome della inesistente «civiltà fascista»: se non ha i «mezzi più modesti» per «provvedere al suo fabbisogno indispensabile», è colpa dei fascisti che l’hanno costretta a lasciare la Francia senza le sue risorse personali. Valutata l’entità del danno, Emilia insiste: tocca al Ministero ritrovare le sue valigie perse nel carcere tedesco; quanto all’infortunio, ignorato dalla Commissione, sono i suoi carcerieri a dover rimediare, pagandole la parrucca ormai rotta.
Dietro la sfida ci sono la sofferenza e il bisogno di cure. Potrebbero trasferirla vicino ai suoi che la curerebbero, suggerisce la confinata, o condurla a Napoli per una parrucca nuova. Se non si vuole, dovrà «abitare da sola, perché è umanamente impossibile vivere insieme ad altre donne». In un primo momento il Ministero tace e non ascolta nemmeno il prefetto di Littoria, favorevole al viaggio a Napoli; invano il medico della colonia, consapevole della sofferenza di Emilia, scrive che lo «stato psicoastenico a sfondo depressivo, nell’ambiente in comune con altri confinati, peggiora fino allo scoramento» e può «sfociare in mania suicida». Emilia è stremata, ma quando il regime le nega il trasferimento, torna sul bagaglio smarrito. Non ne ha notizie, «nonostante le promesse di interessamento» ed è inaccettabile, «perché le due valigie […] contenevano tutto il mio corredo che mi è costato anni di lavoro». E al Ministero che tace, ricorda: «vivo in penosissime condizioni».
Quando da Roma chiedono di conoscere il costo della parrucca, che il prefetto di Littoria però non conosce, si decide finalmente di condurla a Napoli, ma la scorta non c’è. Per otto mesi, tormentata dal timore del «ridicolo per le deprecabili condizioni della parrucca» e «dai dolori fisici alla testa», la Buonacosa resiste e frequenta gli «anarchici più pericolosi della colonia»; il calvario termina il 10 agosto 1941, quando la donna parte per Napoli e torna il 19 con una parrucca nuova. Il 10 gennaio 1942 e il 5 febbraio 1943, il Ministero le invia un sussidio di 150 lire e le consente di scrivere al Corradi, che, pur di aiutarla, a Parigi ha svenduto parte dei suoi mobili; la Buonacosa risponde criticando l’economia fascista e le condizioni di cambio con la moneta francese così sfavorevoli, da scoraggiare ulteriori vendite. Meglio conservare e custodire, scrive al Ministero, altrimenti, terminato il periodo di confino, «mi troverei senza casa e senza possibilità di formarmene un’altra».
E’ il momento in cui il regime, deciso a demolire la resistenza della donna, prende a colpire dove i nervi sono scoperti e il dolore più vivo. Ora la guerra si sente anche sull’isola. Costretta a bere acqua di mare bollita e a mangiare foglie di fichidindia cotte, l’unica pianta che cresce abbondante, la Buonacosa peggiora e l’alterazione causata dall’infortunio al suo sistema nervoso le procura vertigini e improvvisi oscuramenti della vista. Per curare la confinata, il medico prescrive farmaci e vitto speciale, ma il direttore, Marcello Guida, ritarda l’invio delle richieste Roma. Fascista accanito, sa che il Ministero intende punire la donna e più la vede soffrire, più esercita crudelmente il suo potere. Il rifiuto più doloroso per la confinata giunge quando i genitori, l’anziana madre anzitutto, chiedono di poterla rivedere e la Buonacosa implora il duce: «La loro devozione per il Regime li raccomanda. Voi non vorrete negare una consolazione». Mussolini rifiuta, come aveva fatto tempo prima quando Emilia gli aveva scritto che la madre poteva all’improvviso mancare e «sarebbe troppo grande dolore per me e per lei, qualora non ci fosse dato di vederci almeno una volta ancora». Un rifiuto opposto dal duce alla madre, che il 29 aprile 1942 gli confida «il timore e la pena che non danno pace» per il figlio «combattente, che non scrive dal mese di novembre». Forse, prosegue la donna, «non avrò molto da vivere, perciò vorrei vedere la mia cara figlia adottiva che non ho potuto abbracciare da 16 anni».
Alla clemenza, che temono sia letta come debolezza o ammissione di colpa, spesso i tiranni preferiscono nuove crudeltà e il senso di umanità cede il passo alla ferocia. Disumana è la risposta di Mussolini: la «domanda per ottenere una breve licenza a favore della Buonacosa Emilia non è stata accolta». La confinata sopporta anche questo dolore e va avanti. Di lì a poco, invece, Guida, che sente morire il regime, abbandona la nave che affonda. Passi felpati, ma chiari: i diritti non più legati alla sottomissione faranno dell’aguzzino un «esecutore d’ordini». Il braccio di ferro con Emilia ormai non ha senso e quando Roma decide di liberare i «politici» meno «pericolosi», Guida inserisce la Buonacosa in un elenco di 140 confinati e il 27 giungo 1943 appoggia la proposta di commutare in ammonizione la pena della donna che, a suo dire, ora «vive appartata dai gruppi politici». In realtà, Emilia è stata appena testimone alle nozze di Bice Mastrogiacomo col comunista Renato Olivieri e gode della stima delle compagne.
La notizia dell’arresto di Mussolini giunge a Ventotene il 26 luglio e gli antifascisti, formato un comitato, aprono subito trattative col direttore, che tolto il distintivo fascista dalla giacca e il quadro del duce dall’ufficio, insolitamente cortese accetta le condizioni poste dai confinati. Mentre Badoglio incalzato dai partiti risorti, libera i prigionieri politici, ma «dimentica» gli anarchici, a Ventotene Emilia protesta vivacemente e in nome delle «mutate condizioni politiche» chiede la liberazione. Il 23 agosto 1943, quando lascia l’isola, crede di tornare a casa. L’attendono invece Formia bombardata coi cadaveri tra le macerie e il campo di Fraschette d’Alatri, con migliaia di internati, per lo più donne e bambini.
La Buonacosa, che ha tenuto testa a Guida, è un riferimento per le slave giunte con lei da Ventotene e a loro nome, a nome di compagne ammalate e bisognose di cure, presenta a Badoglio, vecchio fascista chiamato a garantire la continuità dello Stato, un titolo che impone rispetto: la strenua lotta al fascismo: «Noi tutte protestiamo energicamente contro questo trattamento e chiediamo la nostra immediata liberazione come confinate ed internate politiche». Umberto Ricci, però, senatore, ex prefetto mussoliniano e ministro dell’Interno di un governo pronto alla fuga di fronte ai nazisti, diffida dei «rossi» e prende tempo. Invano il 31 agosto il direttore del campo di Fraschette chiede disposizioni per la confinata politica Emilia Buonacosa, giunta al campo il 24 agosto. L’ordine di liberare la donna, che per il direttore del campo è ancora una «politica», parte da Roma il 7 settembre, mentre il governo prepara la fuga e giunge al campo il 4 novembre, quando gli eventi bellici impediscono che Emilia raggiunga Pagani.
Tornata a casa il 7 agosto del 1944, la donna abbandona lentamente la militanza attiva e il sipario sembra infine calare sulla sua vicenda politica. Se alla vigilia della Liberazione, Nenni le scrive con familiarità e promette di incontrarla a Nocera, poco dopo, però, quando chiede il passaporto per  un viaggio a Parigi, il prefetto di Salerno, fermo al ventennio, scrive a Romita, socialista e ministro dell’Interno, che Emilia Buonacosa, «pericolosa alla sicurezza pubblica e agli ordinamenti dello Stato», confinata a Ventotene, si «allontanò a seguito della liberazione di detta isola da parte delle truppe alleate» e conclude con una frase terribile: «in atto, serba buona condotta in genere e non dà luogo a rilievi».
Per le autorità, quindi, Emilia, che non mai è stata liberata, è una «fuggiasca» sorvegliata. La melma in cui il prefetto rimesta per il momento non può sfiorare la «vedova Ustori», che parte per Parigi, rivede i compagni e la tomba del marito e poi torna a casa. Su quel fango, però, poggia in parte l’Italia nuova, che in anni di lotte e sacrifici migliaia di «sovversivi» hanno provato a costruire. Un fango destinato ad aumentare, se nel 1959, con Tambroni al Tesoro e Segni Presidente del Consiglio e ministro dell’Interno, il fascicolo di Emilia «vive» ancora. E’ il Tesoro che, per decidere sull’eventuale diritto alla pensione assegnata infine ai perseguitati politici, chiede agli uomini di Segni notizie su quanto dichiara la donna. Nella domanda Emilia ha ricordato tutto: l’espatrio, l’arresto e il confino, ma gli uffici di Segni copiano note fasciste e tutto diventa chiaro: nella vita di Emilia, come nel suo fascicolo, incredibilmente «vivo», il «passato non passa», l’antifascismo minaccia le Istituzioni e l’anarchica è ancora una «sovversiva».
La nota si ferma lì, ma tra le sue righe si legge ancora la capacità di «azioni delittuose» e l’ex confinata è in fondo la «donna di facili costumi» che «convisse per circa tre anni more uxorio con un tipo politicamente pericoloso». E’ un rapporto che conduce difilato al 12 dicembre 1969, a Piazza Fontana, agli anarchici di nuovo in manette, a Valpreda, a Pinelli, staffetta partigiana e antifascista come Emilia, al fango del ventennio che sale, mentre i morti di Milano aprono quella che Zavoli chiamò «notte della repubblica». La notte in cui, incredula, guardando la televisione, Emilia riconosce Marcello Guida, carceriere di Ventotene, fantasma d’un passato che pensava chiuso. E’ lui, Marcello Guida,  il questore di Milano, che indaga sull’attentato e colpisce ancora gli antifascisti.
Emilia se ne va il 12 dicembre 1976, ancora e sempre «pericolosa» per  istituzioni in cui si muove libero Marcello Guida, protetto da «omissis» e segreti di uno Stato di cui è ad un tempo simbolo di continuità e naturale nemico.


[1] La storia di Emilia Buonacosa è stata ricostruita grazie ai documenti conservati nell’Archivio Centrale dello Stato a Roma, fondo Confino b. 164, f. «Buonacosa Emilia», e fondo Casellario Politico Centrale, b. 2422, f. «Giordano Federico (già Ustori Federico)». Utile è stato anche il lavoro di Annunziata Gargano, Resistenze. Esperimenti di microstoria attraverso tre biografie, Edizioni dell’Ippogrifo, Sarno, 2012. 
[2] L’8 luglio 1904 Orlando fissò l’obbligo all’età di 12 anni.
[3] Giovanni Giolitti, Memorie della mia vita, Garzanti, Milano, 1982, p. 115. Nel 1902 la legge Carcano impose per le minorenni atto di assunzione, libretto, certificato medico e un orario di lavoro che non superasse le 12 ore.
[4] Per la morte di Ustori, F. Ustori, “La Lotta Anarchica”, cit.

[5] La Buonacosa è più attiva del Corradi, un comunista dissidente che non svolge attività politica. Del Corradi esiste un fascicolo nel Casellario Politico Centrale b. 1480, f. “Corradi Pietro”.

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Napoli, gennaio 1893. La disoccupazione, cresciuta oltre il tollerabile, minaccia l’ordine pubblico e la pace sociale. La Società del Risanamento, che lavoro ne dà, si è mangiata tutto ciò che poteva, anche il suo capitale e non riesce a gestire il conflitto con i proprietari che difendono la rendita da significative quote di case popolari e giocano al rialzo con l’indennità di esproprio, ritenuta sempre troppo bassa.
Benché vicino a Giolitti che governa, il Comune cerca d’impedire che il potere centrale intervenga nella gestione della traballante immobiliare, ma il ciclo d’espansione si è esaurito da tempo e occorre ridimensionare i programmi. Sotterraneo, ma duro, lo scontro tra potere locale e centrale prosegue per mesi, finché a luglio, complice la sinistra come sempre divisa, la Giunta cade su un tema apparentemente marginale: il rinnovo della convenzione con la Società dei trams, che prevede l’espansione della rete.
Mentre la crisi morde più feroce che mai, le Destre, dai cattolici ai crispini, ai liberali legati alla camorra hanno tutto l’interesse a creare problemi al Ministero, perché la Giunta è filogiolittiana e non intendono perdere l’occasione per mettere le mani sulla città.
In un clima confuso, in cui i partiti sono incapaci di guardare oltre i propri interessi, la tensione sale, alimentata dalla fame, dalla rabbia e dalla disoccupazione. Sono i giorni in cui lavoratori francesi hanno fatto strage di crumiri italiani ad Aigues Mortes, il Paese è in subbuglio e anche a Napoli ci sono accese reazioni a carattere nazionalista. Da giorni, al suono della marcia reale, cortei patriottici partono dal “Gambrinus”, il caffè della “bella gente”, al grido di “Viva Crispi! Viva l’Esercito! Abbasso Giolitti!” e si scontrano con la polizia.
Il 23 agosto scendono improvvisamente in sciopero i cocchieri, danneggiati dall’estensione della rete tranviaria. Nessuno se l’aspetta, ma l’industria delle carrozzelle è in mano alla “bassa camorra”, quella che raccoglie i voti per i politici, e i cocchieri, evidentemente organizzati, si passano la voce, uno incita l’altro a ritirare la carrozzella e lo scopo è subito chiaro: coinvolgere la popolazione e far nascere disordini.
In breve cominciano gli assalti ai tram e alle carrozzelle che non si ritirano e violentissimi scontri con la polizia. Si va avanti così fino al 24, quando la polizia uccide Nunzio De Matteis, un adolescente, figlio di un operaio dell’Arsenale, che i dimostranti portano in giro per la città incitando alla rivolta. Dai vicoli accorre gente, prende alle spalle la polizia e la circonda. Si lotta, tra cariche di cavalleria e scritte di varia provenienza: “Abbasso la Francia! Vogliamo la guerra!”, “Morte ai poliziotti! Viva Bovio!”.
Dopo tre giorni di violenze e assalti ai negozi con insegne straniere – si devasta ma non si saccheggia – la protesta si spegne. Si sono visti assieme qualche sovversivo, popolani inferociti e individui sospetti. Ha fatto da mediatore il deputato Alberto Agnello Casale, notoriamente legato alla camorra.
Chi ha mosso le acque? E’ la prima domanda in queste circostanze, quella che spesso cancella la domanda più utile e necessaria: quali saranno le conseguenze della rivolta?
Quello che oggi importa ricordare, per rispondere alla domanda che nessuno si pose in quei giorni, è che la rivolta, nata dalla crisi dell’economia del vicolo, aprì la via alle Destre e alla reazione. Di lì a poco la polizia colpirà le organizzazioni operaie e arresterà soprattutto anarchici e socialisti. Pochi mesi dopo, subentrato a Giolitti, Crispi metterà fuorilegge il Partito Socialista.

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Edito da Intra Moenia, il libro è appena uscito. Una “storia fotografica”, che ho scritto con cura e rigore scientifico assieme ad Attilio Wanderlingh. E’ un contributo serio alla conoscenza storica di Napoli, impreziosito dalle numerose foto inedite, molte delle quali provenienti dall’Archivio storico dei Pompieri. Quella che riporto qui è la mia introduzione. Non dovrei dirlo io, ma non amo le inutili ipocrisie: vale la pena di leggerla, magari un po’ alla volta, senza fretta e con attenzione, ma devo essere onesto e avvisarvi: se lo farete, metterete poi mano alla tasca e comprerete il libro. Quello che posso dire senza timore di smentite e che non ve ne pentirete.
Ne vogliamo parlare insieme? Se vi va, organizzate una presentazione e accetterò con piacere l’invito.

Giuseppe Aragno, Attilio Wanderlingh, Napoli in guerra. La città dei cento bombardamenti e del riscatto delle “Quattro Giornate”, Intra Moenia, Napoli, 2020

Introduzione      

L’antica via mostra i solchi delle ruote dei carri che l’hanno segnata nei secoli, ma non ricorda i sentimenti di chi l’ha percorsa, non ci restituisce le dolenti scintille del cavallo stramazzato. Gli edifici sono testimoni impassibili di moti popolari, pene capitali, lamenti di sventurati morti al gelo di inverni maledetti, sfilate di truppe in marcia verso la guerra, o giunte a imporre leggi straniere e barbare. Ci sopravvivono, ma non parlano di noi. E’ così anche con le opere urbane realizzate a Napoli dal fascismo. La guerra, le bombe e il lavorio degli anni, non le hanno cancellate, ma non parlano più a chi vive la città come l’abituale palcoscenico della vita o al turista che la percorre e consuma emozioni.
In questo senso, ricostruire per immagini la storia di Napoli dal fascismo alla guerra e al dopoguerra non significa solo cogliere la sensibilità di un tempo in cui l’immagine ha ruoli centrali; vuol dire anche tornare al messaggio originario che vie, monumenti ed eventi fissati dall’obiettivo intendevano diffondere per ricordare, ma anche deformare la realtà secondo criteri culturali e sociali appositamente definiti. Le foto, insomma, celano segreti e narrano storie. Benché le utilizzi a fini di propaganda, il fascismo non può evitare che il dato di testimonianza della realtà, presente comunque nelle foto, diventi «documento» e mostri anche ciò che si vorrebbe nascondere.

Nel 1925 l’istituzione del Commissariato per la Città e la Provincia di Napoli, consente al regime di dare enorme impulso alle iniziative urbanistiche. Michele Castelli, il funzionario che ricopre l’incarico, conta su poteri e finanziamenti tali, da garantire la realizzazione delle opere intraprese. Messi da parte scugnizzi e suonatori di mandolino, nelle foto degli anni Trenta del Novecento, la città è mostrata come un centro laborioso, attivo, inserito nel progetto fascista, con un popolo inquadrato in «milizie del lavoro», che costruiscono la potenza industriale e militare del Paese. In realtà, più che «regina del Mediterraneo» e base navale di un redivivo «impero romano», pronto a conquistare le terre d’oltremare, Napoli è un efficace ma fragile strumento di propaganda del regime.
Grazie all’ampio mandato, Castelli realizza il progetto, concepito inizialmente quasi come una «storia del fascismo scritta dai fascisti», ma non può evitare che la difficile convivenza tra modernizzazione e retorica del «porto dell’impero», sconti le inevitabili contraddizioni delle politiche innovatrici affidate al piccone. Per conservare le simpatie di imprenditori e gruppi finanziari, il regime non tocca la rendita mobiliare, abbandona l’iniziale intento di tutelare il patrimonio storico e artistico e non affronta le piaghe sociali dei vicoli in cui vive la povera gente. Com’è naturale, la politica del mattone apre così la via alla speculazione edilizia e strade, gallerie, edifici marmorei e imperiali come i palazzi della Questura, della Provincia, dei Mutilati e delle Poste, diventano il paravento di antichi mali, coperti da una maschera di ordine e modernità: mancanza di case, fondaci, analfabetismo e insufficienza delle strutture sanitarie.
Napoli era ed è una città che si legge a strati: ce n’è uno che brilla, abbaglia e copre quelli impresentabili. Il fascismo si adatta: nasconde e spesso peggiora ciò che non può o non vuole cambiare. Esemplare è la sorte dei «bassi», i tuguri in cui vive il sottoproletariato. Sbandierata l’urgenza di farli sparire, il regime ne chiude una piccola parte, pone una targa con la scritta «terraneo non abitabile» accanto a quelli che restano, poi, non avendo risposte concrete da dare, chiude in ricoveri per i poveri chi non può fittare una casa. Una «politica di occultamento», che, a partire dal 1932, è rafforzata dal decreto sulla «disurbanizzazione degli immigrati privi di possibilità di lavoro», che consente alla Questura di spedire per via coatta un gran numero di disoccupati ai paesi di provenienza.

Scelte disumane che non riguardano solo poveri e disoccupati. Anche gli scopi dell’Opera Nazionale Maternità e Infanzia sembrano nobili: tutelare la maternità e l’igiene sociale dei bambini, prevenire la tubercolosi infantile e la delinquenza minorile, reprimere i crimini contro l’infanzia e rieducare i fanciulli devianti. In realtà, strutture, fondi e distribuzione di farmaci sono inadeguati e l’Ente serve solo a sostenere la «battaglia demografica», voluta da un regime per cui la propaganda ai metodi anticoncezionali è proibita, l’aborto è delitto contro lo Stato e «la maternità sta alla donna come la guerra sta all’uomo». La verità è che l’Ente non può tutelare la donna dal suo vero nemico: un regime al quale l’ossessione della quantità, sinonimo di potenza, impone di aumentare le nascite perché il numero dei soldati accresce la presunta forza militare.
Schiava di una morale maschilista, la donna paga a scuola il doppio delle tasse dei maschi, è esclusa da molti posti di lavoro, persino dalla dirigenza scolastica e dall’insegnamento di materie tecniche lettere e filosofia nei licei. L’«angelo del focolare», la «donna-madre», simbolo di fecondità e salute della razza, ha solo un compito: produrre soldati per le guerre del regime. In quanto ai minori, il fascismo crea per loro un corretto tribunale e avvia la «bonifica umana» che Dino Grandi fonda sul carcere, cloaca per minorenni irrecuperabili e socialmente pericolosi. Ragazzi e allo stesso tempo rifiuti umani, secondo criteri tipici di un regime perennemente in bilico tra inganno e violenza.

Di là dalla reale entità degli interventi sul tessuto industriale delle aree periferiche della città, gli impegni in parte traditi, soprattutto la rinuncia a colpire il blocco d’interessi che lega banche, imprese edili e proprietà fondiaria, non modificano i connotati parassitari di larghi strati della borghesia. Ha ragione perciò Francesco Soverina: più che fare di Napoli una moderna metropoli, il regime crea uno «spazio critico, in cui coesistono – e spesso si sovrappongono – arretratezza e modernità». E poiché è uno spazio in cui il fantasma della guerra è onnipresente, è quasi naturale che, al momento di mettere a frutto il lavoro svolto, è la guerra – l’atroce seconda mondiale – a impedire alle autorità comunali di rendere operativo con un regolamento edilizio il piano regolatore varato nel 1939 da esperti quali Luigi Piccinati, della Fondazione Politecnica del Mezzogiorno, Riccardo Fiore, ingegnere capo del Comune, Vincenzo Gianturco e Marcello Canino, del sindacato ingegneri e architetti e Giuseppe Cenzato, dell’Unione Industriali.
Di fatto, l’eredità del regime non consiste nella parziale modernizzazione, ma nei danni della guerra ciecamente voluta. E’ la guerra, peraltro, a tener vivo il regolamento del 1935, che offre agli speculatori margini di manovra ben più ampi di quelli concessi dal Piano e l’occasione di avviare la cementificazione che prima della conflitto, ma soprattutto dopo, consente di stravolgere e talora distruggere elementi notevoli dell’ambiente e del territorio napoletano. Purtroppo alla realizzazione del «sacco della città», contribuisce il Comitato di Liberazione Nazionale, che nel 1945, ritenendolo figlio del fascismo, rinvia l’attuazione del piano del 1939, respinto poi dal Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici nel 1950; le varianti favorevoli ai «palazzinari», volute dalla Giunta guidata dall’ex fascista Achille Lauro, consentono così di devastare le zone collinari della città.

Dopo la guerra, del resto, col ritorno a una faticosa normalità, violenza e guerra fanno da sfondo ai ricordi della gente. Durante un’inchiesta, invitati a descrivere l’intervento del regime a Fuorigrotta sulle zone paludose, per costruire la Mostra d’Oltremare e avviare una nuova urbanizzazione, gli anziani del posto ricordano come una violenza subita le repentine demolizioni, le Case Popolari date a piccolo-borghesi e l’abbandono dei vecchi residenti, costretti a farsi ospitare dai parenti. «Fuorigrotta come la ricordo quando ero fanciullo, era un’oasi di pace», afferma un vecchio. E’ stato così «fino al 1939, quando è iniziato […] l’abbattimento di tutte le vecchie case, di interi rioni, compreso la bellissima chiesa di San Vitale, per far posto alla […] attuale Mostra d’Oltremare, al viale Augusto e a via Giulio Cesare». La sensazione dell’abbattimento inteso quasi come crollo è ancora così forte, da indurre un intervistato a dire che c’è «stata la guerra sul territorio ma non hanno abbattuto i palazzi e […] non si capiva più niente». L’uomo non pensa alle bombe inglesi, che nel 1940 distrussero il 60 % degli edifici della Mostra d’Oltremare: ricorda la violenza del piccone.
D’altra parte, nella città che cambia, tutto parla di guerra: gli incrociatori, i soldati che sfilano, i ragazzi in armi per l’addestramento bellico, sicché dietro la «volontà rinnovatrice» di «sua maestà il piccone» è facile scorgere il delirio militarista e autodistruttivo, che, dall’Africa alla Spagna conduce alla guerra mondiale, quando la retorica delle «baionette» fa i conti con l’inferiorità degli armamenti e causa la tragedia narrata con dolente efficacia dalle foto del libro. Non so se abbia ragione Gabriel Garcia Marquez, se davvero «la vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla»; sta di fatto che le foto del regime lontano dai problemi della gente ma trionfante, suscitano domande: l’ideale gerarchico fascista supera davvero l’innata indisciplina, il disincanto e la diffidenza di Napoli nei confronti del potere? La vocazione guerriera fascista e la politica di potenza giungono all’anima di una città che, con la fine di Matteotti, ha visto nelle sue piazze le ultime, grandi dimostrazioni dell’opposizione? E che ne è dei lettori del «Soviet» di Bordiga, del «Mondo» di Amendola e della «Rivista del Mezzogiorno» di Luigi De Filippis, che lotta con la censura fino al 1926 e a settembre del 1943 affronta il regime che l’ha imbavagliato? Per Renzo De Felice, grande storico del fascismo, nei primi anni Trenta il regime gode di forte consenso, ma i dubbi sono legittimi: la parola «consenso» riferita a una dittatura, non è una «contraddizione in termini»? Non trasforma in sinonimi due sostantivi antitetici – imposizione e adesione – rendendo realtà una finzione?

La verità è che non sempre una parola esprime compiutamente ciò che intende comunicare. Il «consenso» nasce da stati d’animo complessi e la ricchezza del latino, i suoi meccanismi logici nella scelta dei vocaboli, il suo affidare a parole differenti situazioni diverse tra loro, avrebbe impedito a De Felice un uso così ambiguo della parola consenso. In latino, infatti, consentire, nel senso che lo storico dà al verbo, indica sentire comune e condivisione di valori; è sinonimo di pace sociale, suppone piena libertà ed è incompatibile con la tirannia. «Opprimi», vale a dire sostegno forzato, è la parola adatta alla dittatura, per la quale il dissenso, come si manifesta é già sovversione. «Opprimi» però sta per cedimento ai colpi subiti, intollerabile pressione; indica la scelta di «piegarsi», non una libera adesione.
Se pensiamo ai rapporti fra Chiesa e fascismo a Napoli nel 1929, dopo i Patti del Laterano, col cardinale Ascalesi che appoggia il regime, essi sembrano ottimi. Di lì a poco, però, il Federale Natale Schiassi denuncia preti e «circoline», le consorelle dei giovani cattolici, per propaganda antifascista coperta da fervore religioso. La Questura riderebbe di un dissenso fatto di prediche e messe cantate, se nel 1931 volantini clandestini e incidenti coi fascisti non svelassero la debolezza del «consenso». In realtà, l’urto sull’educazione dei giovani e la chiusura dell’Azione Cattolica sono benzina sul fuoco di un conflitto per l’egemonia sull’istruzione, che a Mussolini serve per imprimere nei giovani gli ideali fascisti di forza, virilità e conquista e la Chiesa contende al regime perché sa che la formazione crea legami decisivi con le masse popolari.
I cattolici, profittando della disoccupazione, replicano agli assalti quadristi, promettendo lavoro e assistenza agli operai che aderiscono ai loro circoli. La ribellione giunge inattesa. Sono le donne, le «più addolorate del provvedimento di chiusura», soprattutto le insegnanti, a cospirare nelle abitazioni private e a manovrare abilmente bambini, che lacerano le foto di Mussolini nei libri di testo. Quando si giunge all’arresto delle maestre Annunziata e Anna Bonagura, per isti­gazione e oltraggio al capo del Governo, perché un alunno fa a pezzi il ritratto del duce e lo lancia dal balcone, dichiarando di appartenere a Gesù, non si sono dubbi: il regime ha contro i militanti di base del mondo cattolico, parte costitutiva della cultura politica del Paese. Parlare di «consenso» è quantomeno avventato.
Cessata la bufera, il dissenso sopravvive e produce i fermenti da cui nascerà la Democrazia Cristiana. Le leggi razziali del 1938, con la Chiesa che prova a tutelare gli ebrei convertiti al cattolicesimo ma non si schiera apertamente per la dignità umana degli israeliti, e poi la guerra mondiale allontanano ulteriormente il cardinale Ascalesi dai cattolici napoletani. Una distanza di cui c’è traccia nella posizione filo-polacca dei gesuiti, nell’iniziativa del centro «Orbet», che alla fine del 1942 prepara uomini armati in vista della crisi del regime, nell’attività di una comunità di base, che pubblica «Le Orfanelle di S. Rita alla Salute», un foglio ritenuto pericoloso dalla Questura, e in quella di alcuni operai, confinati per aver fondato un «Partito cattolico dell’Umanità» contrario al regime.

Certo, a marzo 1929 i voti contrari al regime sono poco più di duemila e quattro anni dopo non giungono a cento; si tratta però di plebisciti con voto palese, mentre scuola, università e mezzi d’informazione manipolano le coscienze e la repressione spaventa gli oppositori. E’ innegabile: nel 1935-36, quando la guerra riempie il porto di militari, autorità ed emigrati diretti in Africa, nascono speranze. I più ricchi inseguono sogni di gloria, la povera gente sogna un «posto al sole» e riempie di effimero entusiasmo Piazza Plebiscito. Dietro le terre d’oltremare e l’emigrazione in ripresa, ci sono però la propaganda che fabbrica illusioni, il partito che impone la partecipazione e la repressione che colpisce il dissenso. Per chi vuole vederli, però, all’orizzonte, si affacciano la delusione, l’alleanza con un nemico storico e un imperialismo straccione che vuole la guerra.

Quale rilievo abbiano i sogni che diventano incubi, è impossibile dire. Conosciamo bene, invece, il valore morale di un dissenso che si fa calvario per una parola sfuggita, un segno di ostilità o la difesa cosciente dei valori delle culture politiche storiche del Paese – liberale, cattolica, anarchica, socialista e comunista – arricchite da un europeismo che conta su giovani come Antonio Ottaviano, poi partigiano delle Quattro Giornate, processato per aver fondato l’«Europa Unita», associazione clandestina, che oppone una Federazione di Stati europei all’alleanza italo-tedesca e alla guerra che essa scatenerà. E’ un filo che percorre la città per vent’anni e che il regime non riesce a spezzare.
E’ il primo maggio 1925 – Michele Castelli è pronto ad avviare le opere volute dal regime – quando il socialista Enrico Motta finisce nel girone infernale dei «sovversivi schedati». In casa gli hanno trovato una foto di Matteotti e il testo di una canzone che circola per la città e ridicolizza il fascismo. Sono i mesi, in cui il regime sequestra per ragioni politiche il libretto di navigazione al marittimo Morello Canzio, che fino alla caduta del fascismo non avrà di che vivere e non saprà come provvedere ai figli. I mesi in cui Nestore Francia, un ferroviere licenziato per vendetta politica, fugge all’estero in tempo per evitare l’arresto, ma torna in città anni dopo e vive di stenti finché dura il fascismo. I tre perseguitati non si conoscono, ma come Antonio Ottaviano saranno assieme nella rivolta del 1943.

Anche a tener contro solo degli antifascisti presenti nelle Quattro Giornate, lo stillicidio di arresti, processi e misure di polizia racconta venti anni di lotte mai davvero domate. Sono militanti noti, come Antonio Cecchi, segretario della Camera del Lavoro, che, spedito al confino nel 1926, vivrà di stenti fino al crollo del regime, o antifascisti sconosciuti persino all’onnipresente Polizia Politica. E’ il caso di Amedeo Coraggio, un muratore che paga un canto socialista scritto su un muro dell’Ospizio di San Gennaro alla Sanità con la galera e una vita da «sorvegliato», vissuta da eterno disoccupato, tra miseria, arresti e perquisizioni. Un incubo da cui il Coraggio esce solo a settembre del 1943, quando affronta armi in pugno i nazifascisti e libera nello stesso tempo la città e quanto resta della sua vita.
Non sempre si tratta però di oppositori isolati. Carlo Cerasuolo, per esempio, sorpreso col comunista Espedito Ansaldo, ha contatti col PCI clandestino, sicché non a caso i due si ritrovano poi nelle Quattro Giornate. Alla famiglia di Federico Mutarelli, ex tramviere licenziato, confinato e ridotto alla fame, badano il «Soccorso Rosso» e compagni impauriti ma solidali. In Italia e all’estero vive tra soprusi e licenziamenti Tito Murolo, che guiderà la rivolta nella zona dell’Arenaccia. E’ in contatto con Ezio, il fratello, legato a sua volta agli antifascisti fuggiti in Francia, con i quali nel 1937 raccoglie fondi per i trenta volontari napoletani accorsi in difesa della Spagna assalita dai nazifascisti.

Mentre esalta le «opere del regime», la stampa ignora la repressione, di cui ci parlano oggi le carte della Questura. Nel 1927, il regime che apre la Via Litoranea toglie la gestione del Mercato agricolo di Pianura al dissidente Ruggiero Baiano, ma i figli, memori della miseria e dei soprusi patiti, dall’armistizio all’uno ottobre del 1943 guidano alcuni partigiani che impegnano duramente i nazifascisti. Nel 1928, mentre apre il cantiere per l’Ospedale XXIII marzo – l’attuale Cardarelli – ed entra in funzione la Funicolare Centrale finisce in manette il calzolaio Salvatore Mauriello, che nel 1921, nella Russia di Lenin, ha rappresentato i lavoratori italiani al congresso dei sindacati rossi. L’uomo però non cede, frequenta un gruppo legato a Bordiga e partecipa alla rivolta. Nel 1929, quando aprono lo Stadio Littorio e il Teatro Augusteo, finisce al confino il socialista Ermanno Solimene, che resiste fino al 1943, quando fonda il partito «Social Liberale» e di lì a poco combatte in un gruppo legato al giovane Adolfo Pansini. Nel 1930, anno di nascita di Piazza Medaglie d’oro e Piazza Sanluigi, un tentativo di ricostituire il PCI costa il confino a Ciro Picardi che però nel settembre 1943 organizza gruppi comunisti armati. A Capodanno del 1931, socialisti, anarchici e comunisti, tra cui Gino Vittorio, Saverio Merola, Eduardo Corona e Alfredo Pasqua, futuri insorti delle Quattro Giornate, beffano il regime con uno striscione rosso che, appeso al ponte della Sanità, rivela l’esistenza di contatti con gruppi di altre città e invita a non cedere: «Lavoratori, imitate i compagni di Milano e Torino. Scioperate!». 

Si potrebbe proseguire, perché il dissenso attraversa il Ventennio. Si prenda, ad esempio, il 1936, l’anno dell’impero che riappare «sui colli fatali di Roma», dei palazzi della Posta e della Provincia, dell’autostrada per Pompei e della Stazione Marittima. Un anno di trionfi, nel quale tuttavia c’è chi prova a riorganizzare il PCI, ci sono trenta antifascisti che vanno a difendere la Spagna dai fascisti, gli oppositori aumentano e tra loro troviamo Luigi Blundo, Salvatore, Giovanni e Alberto Angelotti, Gaetano Caso e Luigi Mazzella, tutti protagonisti del settembre 1943. Non bastasse, giunge da Barcellona, inattesa e rivelatrice, la voce di Ada Grossi, la speaker napoletana di «Radio Libertà». Una voce così ascoltata, che, per zittirla, il regime colloca un’antenna disturbatrice sulla Prefettura.
Il dissenso c’è e va ricordato, perché la sua dignità spiega la resistenza a fascisti e tedeschi. Certo, per anni Napoli insegue sogni diventati incubi. Eppure nella città in cui delle «grandi opere», del mito dell’impero presto distrutto dalle bombe, la polizia non smetterà di colpire oppositori, benché facciano i conti con la fame dei figli e la disoccupazione. Molti tra loro – più del 10 % dei combattenti – guideranno gli insorti nelle Quattro Giornate.

Dal 1938 a Napoli, come ovunque nel Paese, il «regime guerriero» prova a creare un clima di artificiosa mobilitazione; continue adunate, stretta di mano proibita, uso del voi, esami di laurea in camicia nera, vita audace e scomoda, «battaglia antiborghese». E’ il ridicolo «stile fascista» che infastidisce un popolo ironico e scettico. Quale distanza divida la gente dai «capitan fracassa» in camicia nera, dicono con chiarezza due episodi registrati dalla polizia. Anzitutto un fascicolo intestato a ignoti, da cui emerge l’ostilità di un popolo dissacratore, che il 5 maggio 1938 gioca con le parole, fa del Führer il «furiere» e mentre il tedesco percorre la città col braccio teso nel saluto nazista, trova una voce per il commento ironico: «sta vedenno si fore chiove! (Sta vedendo se fuori piove!)». Anche questo è dissenso. Così come due anni dopo, Paola Palombo, moglie di Eugenio Furolo, antifascista e partigiano delle Quattro Giornate, alla notizia che l’Italia è in guerra con l’Inghilterra, dichiara in tono gelido che lei si «sente inglese».
In effetti, l’antifascismo non è un dato marginale, non vive nel salotto di Croce e non fa da riferimento solo alla «dissidenza intellettuale», come accade per la «Libreria ‘900», di Ugo Arcuno e Salvatore Mastellone, a Calata Trinità Maggiore, la «libreria Detken» in Piazza Plebiscito, lo studio legale di Giovanni Benincasa a via Duomo e, finché visse, la casa di Giustino Fortunato. Più radicale il dissenso di un grande autore teatrale imbavagliato dal regime, Roberto Bracco, che apre la sua casa a esponenti dell’antifascismo popolare. Un ruolo attivo ma breve ha il comunista Emilio Sereni, che lavora all’Acquario, nella Villa Comunale, stampa «L’antifascista», ma nel 1930 è travolto dalla repressione. Un gruppo di letterati antifascisti, tra cui Giuseppe Marotta e Ubaldo Maestri, frequenta in via Duomo il «Caffè Uccello», che non è l’unico «bar sovversivo». «Sgambati», di fronte al Tribunale, ospita infatti avvocati antifascisti come il comunista Mario Palermo e il socialista Giuseppe Giudicepietro; «Perna» e «Cavour», alla Ferrovia, alloggiano rispettivamente comunisti e anarchici;  in via Foria, il «Caffè Napoli» di Vincenzo Pinto è un covo di repubblicani e al «Gambrinus», a Piazza Plebiscito, si vedono Eugenio Mancini e alcuni comunisti; qualcuno li chiama, beffardo, la «cellula Gambrinus», ma in molti faranno le Quattro Giornate.

Punti fermi per i militanti, sono Giuseppe Imondi e Francesco Lanza, i «dentisti rossi», noti per le cure gratuite offerte alla povera gente. Lanza, poi segretario delle sezioni del PCI di San Carlo all’Arena e Vicaria, tiene in casa riunioni clandestine, diffonde materiale di propaganda e partecipa alle Quattro Giornate. In casa degli anarchici Imondi, letterato e poeta, e della compagna Maria Beradi, troviamo molti combattenti delle Quattro Giornate: Alastor, figlio del dentista, gli anarchici Ciro Fortino, i fratelli Malagoli e il comunista Gino Vittorio, in veste di apprendista. A Piazza Dante, nello studio medico di Attilio Improta, si incontrano i socialisti liberali; in via Mezzocannone, Pasquale Schiano raduna anarchici, socialisti rivoluzionari e uomini di Giustizia e Libertà; al Policlinico l’ortopedico Salvatore Rollo, poi dirigente del Partito d’Azione e assessore nelle prime Amministrazioni della città liberata, raccoglie prima antifascisti e poi armi; nel palazzo del cinema Augusteo, orgoglio del regime, lo studio legale di Rocco D’Ambra e Gennaro Amendola è un covo di socialisti; al medico Giuseppe Sersale, fa capo infine la pattuglia di «Italia Libera», che si riunisce in un «basso» nei pressi di Piazze Dante, dove il partigiano Michele Di Stadio porta armi dei circoli fascisti con cui si lotterà sulle barricate di via Roma.
Non mancano artisti dissidenti. Gildo De Rosa, lascia il pennello per non piegarsi e muore per un incidente sul lavoro; comunista e allievo di Gemito, Luigi Pepe Diaz espatria come Carlo Bernari, autore del romanzo «Tre operai», ma nel 1940, in Francia, per sfuggire ai nazisti, si consegna ai fascisti e finisce in carcere; Guglielmo Peirce paga col confino i rapporti coi comunisti; più prudente, Paolo Ricci se la cava con pochi giorni di carcere prima della rivolta. Di alto spessore l’opposizione di Eduardo Pansini, pittore e scrittore d’arte, che, nel 1921 fonda il «Cimento», una rivista che conduce una battaglia culturale col fascismo in difesa dell’arte, dell’artista, dei suoi diritti e delle sue polemiche e si scontra col fascismo. Quando il regime tocca la libertà di pensiero dell’artista, Pansini attacca l’arte di Stato, i soprusi, le proposte del «Sindacato Artisti» e chiede l’«abolizione dell’influenza del Governo sopra le belle arti», perché l’arte è «patrimonio spirituale e […] gli artisti non possono legarsi con lo spirito e con le azioni alla intonazione unica di un partito politico». E’ una critica inconciliabile col regime, che nel 1936 chiude la rivista.

Alla scuola di Pansini crescono i figli Enzo e Adolfo, che formano un gruppo clandestino di studenti, per i quali l’unione spirituale cui il fascismo dice di avere educato il Paese è una menzogna; la maggioranza degli italiani l’accetta per paura ma professa in pubblico una fede fascista che in realtà detesta. Una scelta che ai giovani pare vile e li spinge alla rivolta. Tornato libero nel 1940, dopo un anno di carcere, Adolfo torna alla militanza e cade nella rivolta. Il padre non consegna le armi e divide tra la popolazione grandi quantità di cibo provenenti dal mercato nero e trovate in casa dell’ex Federale Sansanelli, futuro sindaco di Napoli. Arrestato a ottobre del 1943 inizia l’ultima battaglia politica, condotta ancora una volta dalle pagine del «Cimento» e ancora una volta chiusa dal sequestro della rivista.
Con la pace, giunta in anticipo rispetto a tanta parte del Paese, la città sogna cambiamenti, ma la realtà è terribile: la guerra continua, gli Alleati, attenti alle esigenze delle truppe, non aiutano la popolazione civile ridotta in condizioni insostenibili e governano Napoli come città occupata. Una rinascita morale, oltre che materiale, sarebbe urgente, ma sul conflitto tra gli interessi delle classi sociali, pesa molto l’influsso nefasto dei fascisti, colpevoli della tragedia e però impuniti. Mentre il baratro tra Stato e popolazione si allarga, le scelte per il futuro creano divisioni nei partiti della sinistra e una situazione che consente al Movimento dell’Uomo Qualunque il suo momentaneo ma significativo successo e spiega in parte perché al referendum del 2 giugno 1946 otto napoletani su dieci scelgono la monarchia.
Nell’analisi del voto, Pansini rifiuta i luoghi comuni sulla maturità del popolo napoletano e indica responsabilità politiche. Per conquistare alla repubblica un popolo a cui si sono «tolti i diritti del cittadino», un popolo che nutre «l’idea del re magnanimo», cui il plebeo ricorre di fronte a un’ingiustizia, ci volevano esempi e segnali di cambiamento; a sinistra si sono viste invece scissioni ed espulsioni e si è parlato molto di un’epurazione mai iniziata. Si è lasciato così che una reazione in abito patriottico, padrona di vasti settori del potere e della stampa, instillasse un senso di frustrazione nello «spirito repubblicano» del settembre 1943. Gente che chiedeva attenzione, difesa e leggi rispettose dei Diritti umani, ha visto confermato il Codice Rocco. Sono nati così delusione e pentimento. E’ un’analisi condivisa dal Prefetto sin dalla fine del 1944, quando scrive che, nel proliferare di «Comitati sezionali d’intesa democratica», voluti dal CLN, la popolazione vede il «sistema di organizzazione capillare dei deprecati circoli rionali fascisti» ed è «scettica verso tutti i partiti, che ad onta della loro conclamata solidarietà, si mostrano disuniti».
Anche Giulio Schettini, partigiano repubblicano passato al PCI, ha lottato per «un governo straordinario, dotato di tutti i poteri costituzionali dello Stato», in cui il CLN fosse l’anima di una rivoluzione democratica e intransigente; sono venuti invece compromessi che hanno creato sfiducia in «tutti i partiti, di destra, di centro e di sinistra», incapaci di compiere almeno un’epurazione che estirpi il fascismo e punisca i colpevoli della rovina. Colpevoli che tornano alla politica in questo o quel partito, mentre si tarda a riabilitare i perseguitati politici. Per i combattenti, è mancato lo sforzo di rieducazione, recupero e crescita di quanti non hanno potuto formarsi una coscienza democratica. Un giudizio fondato, ripreso anni dopo da Pasquale Schiano, protagonisti della resistenza a Napoli, per smentire chi accusa il popolo napoletano di essere stato con la «sua incoscienza politica […] la grande riserva della monarchia e del neofascismo». I responsabili del no di protesta alla repubblica uscito dalle urne nel 1946, afferma Schiano, sono stati «coloro che per debolezza o per tradimento verso lo Stato, sono venuti meno ai gravi compiti assuntisi di attuare il programma della nuova Italia».

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