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Archive for marzo 2019

Sono grato a Paolo Pezzino per la segnalazione e per le parole giustamente indignate. Ha certamente ragione: «Si torna al pensiero unico, al rifiuto del libero dibattito, confondendo negazionismo ed esercizio della libertà di ricerca e di critica». Che poi questa fosca vicenda provochi «una forte risposta da parte di tutti i democratici», purtroppo è tutto da vedere e personalmente non ci metterei le mani sul fuoco.
In questi giorni facebook ha censurato la «Nuova Alabarda» di Claudia Cernigoi. Nonostante le sue vibrate proteste, nessuno s’è mosso e temo non ci sia molto da sperare. In ogni caso colgo l’occasione e pubblico il suo appello:

Car* tutt*, scusate se vi “rompo” ancora, ma mi è stato suggerito (per chiedere che venga ripristinata la pagina de La Nuova Alabarda) di inviare a questi indirizzi mail
disabled@facebook.com
disabled@fb.com
appeals@facebook.com
info@facebook.com
legal@facebook.com
il seguente testo (in inglese)

Dear Facebook support team,
I’m contacting you because few days ago you deleted “La nuova Alabarda”, an Italian journalistic page focused on antifascist themes. During the years La nuova Alabarda made a precious work inquiring fascist and nazi activities in our country and debunking old and new fascist narrations. Precisely because of this work the page and its autor, Claudia Cernigoi, found themselves under the attentions of fascist peoples and groups who made a constant reporting to the facebook team.
I would like to know why Facebook decided to delete this page and all his precious content and if is it possible to restore it.

Che dire? Ringrazio Gaetano Colantuono per le parole con cui ricorda «ancora con rabbia l’attacco anonimo e scriteriato che un box del Corriere della sera riservò al collega Giuseppe Aragno, coautore di un volume Fascismo e foibe, bollandolo come “negazionista” (nella neolingua post-antifascista: termine riservato a chi discute la vulgata sulle cd. foibe)». Di mio ci aggiungo due ricordi: la noncuranza con cui l’associazioni degli storici contemporanei si rifiutò di sottoscrivere una lettera di protesta firmata tra gli altri da un uomo del valore di Gerardo Marotta e le parole profetiche di un altro maestro, Gaetano Arfè, che dopo aver puntato il dito su quella che definì “storiografia benpensante”, si scagliò su un revisionismo che ci traghettava dall’a-fascismo al filo-fascismo e il 12 dicembre del 2000 sulla “Rivista del Manifesto”non usò mezze parole per denunciare un documento approvato dalla Regione Lazio nel quale si sosteneva che le giovani generazioni erano «avvelenate dal sinistrismo e dal marxismo di cui sono intrisi i libri di storia correnti nelle scuole» e si proponevano «provvedimenti idonei a fronteggiare la minaccia». «Sovversivismo storiografico», scrisse guardando lontano Arfè , e invitò a reagire.
Rimase praticamente solo, così come soli fummo lasciati io e il compianto Marotta ai quali Ferruccio De Bortoli e il suo Corsera pensarono bene di non rispondere. Nove anni dopo questa vergogna, non ci si può stupire. Si può e si deve sperare nei giovani, come  lucidamente scrive Gaetano Colantuono.
Ecco il link: .
https://giuseppearagno.wordpress.com/2010/04/22/corriere-della-sera-immagine-dellitalia-che-muore-da-fuoriregistro/

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La mia gente,la gente che lotta…

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Se non avete di meglio da fare…

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arfepartigianoIn alcune riflessioni inedite di inizio secolo, inserite poi in un libro uscito per i suoi ottant’anni, con il lucido rigore che Paolo Favilli conosce meglio di me, Gaetano Arfè segnalò un problema ancora aperto: la necessità di «sottoporre a giudizio storico l’operato dei gruppi dirigenti dei maggiori partiti politici» – ai quali non è arbitrario aggiungere quelli sindacali, CGIL in testa – «precipitati tutti in uno stato confusionale, che ha spianato la via all’irrompere di un’ondata torbida», che ci ha travolti. Benché consapevole della necessità di rivedere un sistema degenerato, Arfè colse subito gli elementi potenzialmente eversivi presenti in una richiesta di cambiamento, «percorsa da fermenti ideologici di reazionarismo antico e nuovo che trovavano il loro denominatore comune in una volontà di riscossa di una cosiddetta […] società civile, i cui umori reazionari percorrono tutta la storia dell’Italia unita e che emergono, prepotenti, in ogni fase di crisi».
Negli ultimi anni di vita, Arfè capì che la fase storica aperta dall’insurrezione del 25 aprile si era ormai chiusa e sentì che una grave frattura divideva le generazioni, ma non puntò il dito sui giovani. Partigiano e grande storico del socialismo, sapeva che negli anni della sua giovinezza il dialogo tra generazioni era stato fertile perché, nonostante la diversità di fedi religiose e politiche, uomini e donne della Resistenza avevano avuto caro il valore delle esperienze collettive comuni e difeso l’antifascismo come naturale luogo d’incontro di valori conquistati lottando tutti assieme a costo di indicibili sofferenze: il lavoro posto a fondamento della Repubblica, le libertà civili e politiche, il ripudio della guerra come mezzo di risoluzione delle vertenze tra i popoli, il ruolo assegnato ai partiti nella vita dello Stato democratico, la pari dignità delle razza e di sesso, l’autonomia della magistratura. Anche quando il dialogo diventò difficile, i giovani non si sentirono traditi e nei momenti più duri e laceranti della vita del Paese si attestarono attorno alla Costituzione. Valgano per tutti il caso della rivolta contro il governo Tambroni e il suo rovesciamento o, nonostante le contraddizioni, la tenuta di fronte alla tragedia del terrorismo.
Per Arfè la Costituente era stata «il prolungamento e il coronamento politico della lotta armata». Figli di quella lotta erano il PCI, «il più forte e il più maturo partito comunista dell’Occidente europeo; […] un partito socialista che aveva […] conservato prestigio e credito presso le classi popolari e che, anche quando assunse responsabilità di governo […] tentò di portare in quella sede, e in qualche misura vi riuscì, la volontà di rinnovamento viva e diffusa in larghi strati del paese, al punto che forze occulte, ma ben identificabili, giunsero a tessere trame contro gli ordinamenti democratici»; da quella lotta provenivano «formazioni minori di democrazia liberale e socialista, di indiscussa lealtà nei confronti delle istituzioni e aperte a1 dialogo culturale e politico», e il partito d’azione che ebbe «una influenza […] diffusa […] su tutta la cultura democratica»; per non dire di quello cattolico, appesantito da «ipoteche clericali, conservatrici e finanche reazionarie, ma caratterizzato anche da presenze antifasciste, democratiche, laiche che in più circostanze avevano concorso a impedirne 1’involuzione e a determinarne le scelte politiche».
I germi della crisi hanno radici troppo lontane, per parlarne in un breve intervento, ma Arfè non sbaglia: il crollo del comunismo e la crisi Tangentopoli aprono un’offensiva ideologica programmata nei tempi lunghi, con respiro largo e dovizia di mezzi. L’attacco, partito non a caso dalla storia, ha poi investito l’intero campo delle scienze umane – filosofia, diritto, economia – e ha avuto effetti devastanti, soprattutto perché i gruppi dirigenti dei partiti o «sono stati travolti senza neanche accorgersi che battaglia c’era stata» o, peggio ancora, si sono illusi di uscirne indenni assecondando gli assalitori. Alle destre si devono il «triangolo della morte», l’antifascismo come maschera del comunismo, l’8 settembre come morte della patria, ma da sinistra è partita la formula dei ragazzi di Salò, che, in nome della legittima revisione della conoscenza storica, ha conseguito il fine politico e non scientifico dell’equiparazione tra fascismo e antifascismo; è stato Sergio Luzzatto, storico di sinistra, a negare agli antifascisti – tutti a suo dire compromessi col gulag – la statura morale per parlare ai giovani. Si è aperta così – e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti – la via per l’attacco alla Costituzione e ai partiti che dalla Resistenza avevano ricavata la loro legittimazione storica.
Quasi vent’anni fa, quando la sinistra sposa le tesi della destra liberista su un ordinamento dello Stato ricavato dal modello dell’azienda, Gaetano Arfè descrive con amarezza una società in cui «l’interesse del padrone coincide con quello generale, i suoi collaboratori possono essere licenziati senza ‘giusta causa’, le leggi sono piegate a suo vantaggio, il lavoro è precario, flessibile, servile, il mercato prende il posto della divina provvidenza e risana per virtù propria le piaghe che produce». Conseguenza diretta di scelte scellerate, la disgregazione sociale «avanza con la degradazione della figura del lavoratore, depauperato di ogni diritto, ridotto all’accattonaggio di un posto di lavoro, messo nella condizione di non poter programmare il proprio futuro, mentre si fomenta il conflitto tra generazioni e si ignora che il peggior crimine che possa esser consumato contro i nostri figli e contro i nostri nipoti è quello di mettere in pericolo la salvaguardia dei beni indispensabili alla sopravvivenza, l’aria e l’acqua, di creare le condizioni per una rivolta catastrofica dei miliardi di affamati contro la minoranza che affoga nella opulenza e nello spreco».
In quanto al sindacato, meno precocemente, con minore efficacia ma con uguale amarezza, dopo il penoso accordo del 28 giugno 2011, in un articolo intitolato Susanna Camusso e il nuovo patto di Palazzo Vidoni, dalle colonne del Manifesto, scrissi sconsolato: «la civiltà  fa luogo nuovamente alla barbarie. Sacconi non vale Bottai, ma la lezione l’ha appresa bene: l’interesse nazionale coincide con quello dell’impresa. […] Oggi come ieri, […] si trova modo di vietare lo sciopero, si affida agli imprenditori il compito di certificare le deleghe e si riduce il contratto nazionale a una pantomima messa in scena per oscurare il peso decisivo di una contrattazione aziendale che potrà  legittimamente stravolgerne il contenuto a seconda degli interessi delle aziende. Si apre così l’era nuova del sindacato nero. Peggio del peggiore corporativismo». Un’era in cui, come rappresentanza unica dei lavoratori, la Triplice sindacale, «cinghia di trasmissione delle scelte del capitale» non «si è semplicemente piegata alla dottrina Marchionne. Ha accettato senza riserve l’intimo significato del pensiero di Alfredo Rocco che, qui da noi, fu alla base dello Stato totalitario: la proprietà privata e il capitale hanno una funzione insostituibile nella vita sociale e il sindacato esiste solo per disarmare e addormentare i lavoratori».
Per noi è forse possibile imporsi di non ricordare. Per i giovani no. Questa sinistra e questo sindacato conosce Viola Carofalo, precaria della ricerca ed esponente di una generazione a cui sindacati e partiti hanno precarizzato la vita. Perché dovrebbe sentirsi rappresentata da Landini e dalla CGIL, che va in piazza con Calenda e soci?
Ai giovani, traditi da chi doveva tutelarli e ridotti in servitù, che preferiscono andare in piazza da soli, «per dignità e non per odio, come i loro nonni che salirono sulle montagne», Arfè non muove rimproveri. Capisce che «limitarsi a sopravvivere […] non è più possibile: la scelta è tra vivere, e lottare, o sparire» e spera che siano «i pacifici e vittoriosi combattenti di una lotta che ha per posta il rispetto di ogni essere umano e la libertà di tutti». Essi, scrive, «capi della nuova Resistenza, scopriranno la grande figura di Ferruccio Parri e il sacrificio dei fratelli Cervi, così come i loro vecchi scoprirono quella di Giuseppe Mazzini e i martiri di Belfiore».  E si schiera: «i vivi e i morti dell’antica Resistenza stanno con loro».

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Passo dopo passo, umilmente, ma senza falsa modestia, con la consapevolezza di chi sa di aver dato un contributo decisivo, ringrazio Giuseppe Chielli e la “Bottega Scriptamanent”.


Bottega Scriptamanent
L’ultimo saggio di Giuseppe Aragno, Le Quattro Giornate di Napoli. Storie di antifascisti (Intra Moenia edizioni, pp. 344, € 18,00), pone al centro la rivolta avvenuta fra 27 e il 30 del settembre 1943 (pochi giorni dopo l’Armistizio di Cassibile dell’8 dello stesso mese). L’Italia era una nazione allo sbando più totale, nessuno sapeva più per chi doveva combattere. I tedeschi erano pronti a mettere a ferro e fuoco la città, anzi come impartì Hitler ai suoi e come ricorda lo storico Roberto Battaglia nel suo testo Storia della Resistenza italiana – 8 settembre 1943 – 25 aprile 1945 (Einaudi, pp. 624), Napoli deve essere un cumulo di «fango e cenere», prima della ritirata. Già in un altro testo, del 2012 – Antifascismo e potere. Storia di storie (Bastogi editrice italiana, pp. 152) – l’autore aveva accennato a questo tema, anche se sotto diverse sfaccettature. In quest’ultima opera, l’intento è, in primis, quello di analizzare queste giornate storiche. Infatti Aragno sostiene che sono un grandissimo prodotto della coscienza popolare, a dispetto di quanto se ne dica, e hanno dato inizio a tante rivolte che ci sono state in tutta Italia. Senza questa insurrezione Napoli sarebbe stata distrutta, si diceva. L’autore osserva nelle prime pagine del libro una ferocissima critica nei confronti di diversi studiosi, i quali considerano queste giornate solo come il frutto di qualche facinoroso, e di qualche poco di buono. Steinmayr, ad esempio, direttore dello Stern, come Aragno ricorda nel testo, sostenne che «la rivolta contro lo straniero oppressore, nella città dei mandolini e delle pizze, non può essere altro che un parapiglia tra papponi e prostitute». Da queste righe, dunque, si intuisce la considerazione che taluni studiosi avevano di Napoli e dei suoi abitanti, paragonandoli a sempliciotti, o alla peggio, a delinquenti. Si considerano questi episodi come atti di teppismo, e vengono dissociati da delle vere e proprie motivazioni di ordine politico. Aragno, nel raccontare Napoli, nega il suo valore e la sua grandezza, parlando di una città umiliata, derisa e derubata. A tal proposito Aragno si ritrova a scrivere di «internazionale del linguaggio classista» per esprimere i pregiudizi dai quali era, ed è tuttora, ricoperta la città partenopea.
La grandezza del testo sta nel dare spazio ai cosiddetti ultimi, al popolo, e concedere loro il palcoscenico che la Storia non gli ha riconosciuto. Per fare tutto questo e per identificare coloro i quali furono parte attiva delle Quattro giornate, Aragno compie un’operazione impeccabile: ovvero confronta i nomi dei diciassettemila condannati dal regime al confino con l’elenco dei rivoltosi della città partenopea che poi andarono ad unirsi alle formazioni partigiane al Nord e all’esercito italiano della Liberazione.

I protagonisti della rivolta
Si tratta di un vero e proprio unicum per opere di questo genere.
Come nel suo precedente testo, viene dato spazio a persone delle quali poco o nulla era stato detto prima. Per lo più si trattava di gente del popolo, tranne per alcune importanti figure, e di queste, attraverso un uso capillare delle fonti, ne viene raccontata la vita. Sono stati anche riportati molte volte i verbali della questura sul loro conto. Non sempre si è trattato di partigiani, al contrario: tuttavia molti di essi hanno lottato contro il regime, sono stati confinati, alcuni hanno persino partecipato alla Guerra civile spagnola del 1936/1939, o ad altri moti di insurrezione. I personaggi al centro di queste vicende sono stati moltissimi. Tra tutti i fratelli Wanderlingh, i quali avevano già partecipato ai moti del maggio del 1898, e sono stati tra gli ispiratori della rivolta; il primo maggio 1943, insieme a un gruppo di persone manifestarono in nome del partito socialista e dell’«Italia Libera». Importante per le Quattro giornate fu anche la famiglia Grossi. Una dei suoi componenti, Ada, raccontava da una radio che trasmetteva nel 1937 da Barcellona quanto succedeva della guerra in quel periodo. Era seguita da molti degli antifascisti.
Tra i rivoltosi, bisogna anche ricordare tale Federico Zvab, il quale aveva una lunghissima trafila, come altri, di varie espulsioni e confinamenti. È stato direttore dello Stern, ma soprattutto partecipò alla Guerra civile spagnola del 1936/1939. Intellettuali, operai, ma anche donne (anche se di quest’ultime si conosce poco) presero parte attiva in quei giorni. Tra queste bisogna citare Maddalena “Lenuccia” Cerasuolo. A lei nel saggio vengono dedicate pagine importanti e, dopo una descrizione dettagliata della sua vita, corredata da un notevole apparato bibliografico, si ricorda che con la sua azione salvò il ponte della Sanità. Le donne in tempo di guerra costituivano anche l’ossatura della famiglia, priva degli uomini chiamati alle armi. Così la propaganda antifascista degli alleati si rivolgeva anche a loro: «Donne di Napoli! Dove sono i vostri uomini che andarono in Africa? Da quanto tempo non avete loro notizie? Vi svelano che la metà delle navi vengono affondate? Madri di Napoli! […] Le vostre sorelle di Palermo, Genova, Brindisi, agiscono già.
Spose di Napoli! SEGUITE IL LORO ESEMPIO. Fate la guardia alle navi […]. Nascondete l’equipaggiamento dei vostri amati soldati […]. Il mare significa la morte».
Infine, una menzione speciale deve essere accordata a Alessandro Aurisicchio De Val, comunista di vecchia data, il quale scattò le foto degli eventi e dei personaggi di quei giorni. Forse, senza i suoi scatti, non avremmo nemmeno idea dei volti di tale rivoluzione e, forse, non sarebbe stato possibile raccontare la loro vera storia. Un libro dunque a difesa della Storia, ma soprattutto a difesa di Napoli che, spesso molti lo dimenticano, costituisce, nel bene e nel male, uno dei pilastri del nostro paese. Senza il coraggio dei suoi abitanti, non sarebbero subito seguite le successive rivolte nelle altre città, italiane, ma anche d’Europa.

Giuseppe Chielli

(www.bottegascriptamanent.it, anno XIII, n. 138, marzo 2019)

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cinque anni faParlare a se stessi è necessario e può significare anche ricordarsi di ricordare.
Non ricordo dov’ero il 2 marzo di cinque anni fa. A chi e perché sorridevo? Una ragione evidentemente l’avevo, ma non ricordo più.
So, questo sì, che la foto me l’ha fatta un amico che i suoi scatti li firma. Un artista della fotografia, che non va certo giudicato per questo tentativo disperato. Ferdinando Kaiser è un amico e un fotografo di valore.
Quando l’ho conosciuto,  mi ha colpito soprattutto per il cognome. Una curiosità linguistica? Il fatto che Kaiser è una versione teutonica del latino Caesar, che in russo diventa Czar? No, la lingua non c’entra niente. E’ che nel 1893 un suo lontano parente, il calzolaio di fabbrica Pasquale Kaiser, era un “sovversivo”, uno di quelli che la Squadra Politica teneva d’occhio perché – autentico lestofante! – era stato tra i fondatori del Fascio del Lavoratori, la Sezione napoletana del Partito Socialista Italiano.
Sono decenni ormai che la gente m’incuriosisce per il cognome e si guadagna immediatamente la mia stima, quando – senza che nemmeno lo sappia – decido che ha un antenato sovversivo.
Ognuno ha i suoi santi e il suo Paradiso personale.

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