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Lettera 43

Da Lettera 43

Alla “Siberia”, ma un po’ in tutte le scuole dei quartieri a rischio di Napoli, nei primi anni Ottanta era prassi normale: la stampa regalava la prima pagina a una canaglia, infiocchettava gli articoli con la solita retorica deteriore, fatta di “boss” e “capo dei capi”, il delinquente pareva un generale e un eroe sul campo di battaglia  e ci potevi giurare: i ragazzi venivano a scuola col giornale, si passavano l’articolo, si esaltavano e nasceva l’emulazione. Se si trattava di morti ammazzati, capitava anche che si presentassero a scuola senza libri e quaderni; pretendevano così una “giornata di lutto”. Qualcuno, che aveva imparato dai comitati presenti sui territori il linguaggio della politica, diceva convinto: “oggi facimme sciopero”.
Era chiaro sin da allora che, a trattare certi argomenti in modo sbagliato, si faceva un piacere ai delinquenti. In quegli anni, però, le scuole erano spesso presidi e i docenti politicizzati potevano ancora fare un eccezionale lavoro di contrasto. Acqua n’è passata sotto i ponti. La politica è ormai in stato comatoso, la scuola è stata distrutta, la disgregazione sociale e la precarietà hanno fatto il loro feroce lavoro e siamo arrivati a Saviano. Oggi, quella che era solo una pessima abitudine è diventata progetto; non importa se il mediocre scrittore ne sia consapevole – a lui interessano i soldi – sta di fatto che Gomorra lavora per le destre, strettamente collegate alla malavita. Il compito del suo prodotto non è quello di combattere la camorra, come si vuole far credere. E’ il contrario: deve renderla più forte. Con un’aggravante: oggi i quartieri sono tutti più o meno a richio e il contrasto non c’è.

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emergenza-freddo-opgIn un mondo che costruisce muri, recinti e campi di concentramento, c’è chi apre porte, abbatte cancelli e cancella recinti. Saviano dice che a Napoli non cambia nulla, ma lui vive lontano e non sa di che parla.
Da quando è cominciata l’emergenza freddo, i giovani dell’Ex OPG di Napoli, in collaborazione con la ormai benemerita associazione Napolinsieme, hanno provato a dare una risposta dal basso ai problemi pressanti di chi, purtroppo, è costretto a vivere per strada. E’ per questo che le porte del’ex manicomio criminale sono aperte ai senza tetto della città.
Se li ascolti, quelli dell’EX OPG ti dicono che hanno imparato tanto, che hanno «scoperto un mondo invisibile, lontano dai riflettori mediatici, che però ci restituisce chiaramente l’immagine della società in cui viviamo, fondata sull’individualismo e l’egoismo, una società che lascia indietro chi, spesso non per sua causa, non riesce a stare al passo con gli altri». Forse non lo sanno, ma questi giovani, che i loro problemi li hanno e non vivono certo una vita facile, stanno insegnando più cose di quante ne stiano imparando; stanno dimostrando soprattutto, con la concretezza dei fatti, che la solidarietà e l’attenzione verso l’Altro non sono parole scritte nei testi sacri della sinistra, ma fanno parte del suo Dna. Un tempo era chiaro a tutti noi: il mondo lo cambi ogni giorno, a poco a poco, vivendo in armonia con le cose che dici. Val la pena di segnalare, perciò, una videotestimonianza di questi giorni e di concludere questa brevissima nota con una considerazione che non è banale: in un mondo come quello di oggi aprire porte significa avere mente aperta e capacità di amare. Ecco perché le porte dell’Ex OPG sono aperte per tutti, tutte le sere dalle 18 in poi!

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Due parole, da cittadino del mondo, che oltre le Alpi è talora “italiano mafioso”, o meridionale in senso leghista e nelle capitali d’Europa si sente dire: “da quelle parti, professore, meglio evitare”. Ho letto l’intervista a Saviano sulla criminalità a Napoli: è sconcertante. Voglio poter credere che Roma senza turisti, o Venezia priva di ospiti stranieri, per lui e per me, vorrebbero dire che a Roma e Venezia è cambiato qualcosa. Che ci chiederemmo perché e magari ci divideremmo, ma non negheremmo il dato di fatto: se non hai più turisti un cambiamento c’è. Di conseguenza c’è anche se i turisti aumentano in modo significativo e sistematico. Per Saviano non è così e mi pare strano.
Si può discutere sul rapporto turismo-legalità ed è vero: illudersi di battere il crimine organizzato con la crescita del turismo è da ingenui. Tirare in ballo la connivenza, però, è gratuita violenza verbale, anche perché, a Napoli, nessuno ha mai detto o pensato che l’incremento del turismo combatte la camorra. E’ il contrario. Chi vive la città con passione civile sa che, per tutelare il segnale di cambiamento che Saviano misteriosamente nega, occorre intensificare la lotta alla camorra. A partire dallo sfruttamento del lavoro che il turismo produce e Saviano ignora. Una lotta che, col rispetto dovuto ai vigili, è ridicolo chiedere alla polizia municipale.
Saviano converrà: la sinistra in città non è formata da un branco di idioti che sogna di liberarsi della malavita a colpi di feste di piazza e pullman di turisti. I napoletani e il loro sindaco sanno bene che ci vuole altro e che, se Alfano e soci, come afferma lui stesso, inviano da queste parti l’esercito “per ragioni di facciata politica” e lasciano tutto com’è, la camorra fa festa. Lo sanno – e lo sa pure Saviano ma non lo dice – che la repressione, ammesso che la fai per davvero, non porta lontano e occorre prevenire, piantarla di far parti uguali fra disuguali, creare opportunità, difendere le scuole dello Stato e via così, con le mille ricette che il meridionalismo invano prescrive dai tempi di Cavuor. Saviano conosce le leggi dello sviluppo duale, perciò sarò chiaro: non ha diritto di violentare la storia.
E’ vero, la pistola che torna a sparare non è un incidente di percorso. “Arrestato un affiliato ce n’è sempre un altro pronto a prendere il suo posto. L’affiliazione è un meccanismo […] economico […] parte del disagio che va oltre Napoli, attraversa tutto il Mezzogiorno e l’Europa del Sud, di cui si tende a parlare poco e male”.
E parliamone allora, invece di sparare nel mucchio. Occorrono lavoro e reddito, forse? Ci vuole politica e formazione? Serve giustizia sociale? E’ questo che dice Saviano? Non so. Non è chiaro. Sono questioni gravi e non capisco se lo scrittore creda davvero che un’amministrazione comunale debba affrontare con i vigili pistolettate, pistoleri, protettori politici e produttori di disperazione, annidati nei laboratori di un aborto della storia che chiamiamo Unione Europea e colpevolmente associamo al nome di Spinelli.
Saviano ricorderà, l’avrà letto: molti decenni fa, con ben altra autorevolezza, Eduardo mutò il finale di un suo celebre lavoro: “’a nuttata nun passa chiù”, scrisse. In tanti come me, giovani di quel tempo, non lo seguimmo. Rispettammo le sue ragioni, ma non lo seguimmo. Stemmo dove Saviano ci ha trovati. Lottammo e lottiamo. Abbiamo perciò diritto di fargli una domanda: davvero crede che sia un caso se le pistole sparino tutte nei vari Sud che elenca nella sua intervista, e siano prodotte nei molti Nord di un tragico “spazio comune”? Quei nord che, nella sua visione del mondo, sembrano il regno dell’innocenza. Se è così, il disaccordo è totale: per me sono parte integrante dei mali dei Sud. Io non dico, però, che Saviano delira. Dico che Napoli non delira e a Saviano chiedo di chiederle scusa.

Agoravox, 7 gennaio 2017; Fuoriregistro, 14 gennaio 2017

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images-1Arrangiandosi con il vocabolario povero di cui dispone, Saviano scrive, liquidatorio e sprezzante, che è «Morto Fidel Castro, dittatore».
Alle Idi di Marzo del 44 a.C. si sarebbe ripetuto – «Morto Giulio Cesare, dittatore» – ma avrebbe lasciato nell’ombra il problema storico costituito da Bruto e Cassio, le domande senza risposta, i dubbi e la complessità del tempo di cui erano figli. Le differenze profonde, i contesti, il segno lasciato nella storia, non contano nulla.
Saviano è il prodotto più riuscito di un imbroglio che il capitale non a caso ha chiamato «morte della storia». Lui non ragiona e non vuole far ragionare. E’ nato in provetta, da un esperimento che l’ha voluto così com’è nelle parole che scrive: olio che scivola sull’acqua.

Fuoriregistro, 26 novembre 2016; Agoravox, 29 novembre 2016

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bfb358425def969ff8eb825fe440b79c_L«Nelle ultime settimane a Napoli si respira, di nuovo, un clima pesante.
Sparatorie in vari quartieri della città stanno facendo da tragica cornice ad una serie di piccoli e grandi episodi di intimidazione e ad insensati atti di vandalismo contro elementi dell’arredo urbano ed autobus. Intanto ricompaiono cumoli di rifiuti in molti angoli della città…. insomma sembrano i prodromi di un clima che pensavamo relegato ad una passata stagione politica.
Inoltre i locali dell’Asilo Filangieri vengono ripetutamente devastati dopo che il cosiddetto capo dell’opposizione in Consiglio Comunale, l’industriale Lettieri, ha più volte vomitato il suo livore contro gli occupanti dell’Asilo e contro l’Amministrazione Comunale che, a suo dire, proteggerebbe l’occupazione e l’autogestione degli spazi dell’Asilo.
Su questi temi la redazione napoletana di Contropiano ha chiesto allo storico Giuseppe Aragno un suo punto di vista che, con molto piacere, pubblichiamo
».
La Redazione napoletana di Contropiano.org

Sia lode al dubbio

Dice Saviano che «Renzi s’è disinteressato delle Amministrative». E’ come usar violenza alla ragione, ma se lo dice Saviano un motivo l’avrà, perché Saviano è uomo d’onore.

Dice Saviano che De Magistris è «a corto di parole e di progetti», che è «imbarazzante ascoltarlo», perché «sembra vivere su un altro pianeta». Se lo dice Saviano, tanto di cappello, ma non puoi fare a meno di domandarti su quale pianeta viva questo ragazzo che di parole, invece, ne ha sempre tante, talora troppe e un progetto magari ce l’ha, ma non lo confessa.

Io, che sono cresciuto alla scuola di Socrate e non mi fido mai delle apparenze, ho cara la lezione di Brecht: «sia lode al dubbio». Bisogna essere davvero estremamente superficiali, o particolarmente faziosi, per credere che l’incubo di Napoli sia oggi la messa in scena della centomillesima guerra di camorra che colpisce a morte un giovane sventurato. Bisogna avere un occhio aperto e uno chiuso, per non vedere che in sette giorni, mentre moriva il povero Gennaro, a Napoli si sono ammazzati per la disperazione due ragazzi come lui: disoccupati. Bisogna avere un interesse misterioso per scegliere di non parlarne e battere ossessivi sul solito chiodo: il problema di Napoli è De Magistris, che ha rotto con Renzi, rappresenta solo se stesso e consente alla camorra di scatenarsi.

Dobbiamo parlare di camorra? Così comanda Il Ministero della Cultura e della Propaganda? Facciamolo allora, parliamone, però diciamola tutta e fuori dai denti: da quando il mondo è mondo, i camorristi non hanno mai fatto qualcosa senza tornaconto, né hanno colpito un alleato politico o un politico che fosse un comodo cretino. La camorra fa del male ai suoi nemici e ai nemici degli amici. Oggettivamente, perciò, se la pretesa «incapacità» di De Magistris tornasse utile ai camorristi, qui, cari signori, in vista delle elezioni, lo scenario sarebbe ben diverso.

Rosi Bindi, sostiene che se parli di Napoli, devi parlare di camorra, ma questa è una mezza verità. L’altra mezza è che se parli di Napoli e di camorra, non puoi fare ameno di parlare del resto d’Italia e del potere centrale. Quando giunse a Napoli Garibaldi e cambiammo padrone, i caporioni dell’«onorata» società indossarono la divisa. Liborio Romano, passato dal Borbone ai Savoia, li arruolò nella Guardia Nazionale e quelli garantirono la transizione. Se Garibaldi si trovò le retrovie tranquille e sotto controllo, fu solo perché lo scambio era stato vantaggioso per entrambi: il cannone «unificatore» bombardò tranquillamente Gaeta, la camorra trovò nuovi riferimenti politici e l’ordine regnò a Napoli come a Torino. Poi la capitale divenne Roma e a poco a poco siamo giunti a «mafia-capitale», solo che a Roma De Magistris non c’è. Rosi Bindi non se n’è accorta, ma a Roma ci sono Renzi e gli uomini del PD. Il suo partito!

Saviano ci insegna: con gli anni la camorra è cambiata, s’è «evoluta», è passata dal coltello alla pistola, è diventata «sciammeria» e poi «sistema», ma ai primi del Novecento, quando a Napoli i socialisti impararono a fare il loro mestiere e denunciarono lo stretto intreccio tra politica e malavita, aprendo la via a una speranza di rinnovamento, non si trovò un camorrista che desse una mano. Stettero tutti con il potere corrotto e fu il processo Cuocolo a rivelare che i socialisti avevano ragioni da vendere. Sono in molti a fingere di non saperlo, ma De Magistris ha avuto predecessori illustri.

Non la faccio lunga. La storia è maestra solo a buoni studenti e non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire, però parliamoci chiaro: se qualcuno semina la città di rifiuti subito dopo le pulizie, se inafferrabili vandali devastano a date alterne l’Asilo Filangieri, covo di quei centri sociali che – udite udite! – proprio lì vanno seriamente riflettendo su se stessi, e quindi anche sui loro rapporti col «sindaco sovversivo», se la notte c’è chi si diverte a dare l’assalto ai pullman e fa a pezzi i vetri delle pensiline, mentre «misteriosamente» la luce si spegne nei “quartieri pericolosi”, beh, ma allora è chiaro: la camorra s’è svegliata.

Perché meravigliarsi? In vista delle elezioni, la camorra drizza sempre le antenne e a suo modo si schiera. Nessuno che abbia un minimo di onestà intellettuale, potrebbe negarlo: muovendosi come si muove, però, essa dimostra oggi di avere già scelto con chi stare e chi danneggiare.
I patti si sono già fatti? E con chi? Rispondere a queste domande, significherebbe rischiare querele, ma è risaputo: i camorristi non si muovono a caso. Stavolta hanno nel mirino l’Amministrazione di De Magistris, che ha risanato il disastroso bilancio ereditato, ha salvato la città dal dissesto e ha messo ai margini la malavita.

Lo so. Può sembrare tutto illogico: devastazioni, pistolettate, morti ammazzati in prima pagina e suicidi dei lavoratori disperati che non fanno notizia. Eppure, basta fermarsi e riflettere, per capire e d’un tratto, mentre si parla di elezioni, tutto diventa chiaro. Non s’è mai vista tanta logica in una illogica serie di fatti: è così che la camorra sposta voti. Così che vende consensi.

Contropiano, 16 settembre 2015

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Vnews-680x452[1]Lo sanno tutti, ma nessuno lo dice. L’Unione Europea è un’arma micidiale in mano al capitale. La stampa che conta esprime solo il punto di vista dei padroni e non ci sono giornali a lanciare l’allarme: i Parlamenti dei singoli Paesi sono espropriati e non possono  adoperarsi per i bilanci degli Stati. L’inganno del debito pubblico da risanare e il Fiscal Compact che impone il pareggio di bilancio in un ventennio, spostano l’asse del potere in mano a tre organismi non elettivi e cancellano la divisione dei poteri che si controllano a vicenda. Nessuno, infatti, ha il potere di controllare l’operato di quell’associazione a delinquere a fini di usura che politologi e carrozzone mediatico amano definire Troika: BCE, Commissione e Consiglio europeo.

Lo sanno tutti. La democrazia parlamentare è stata cancellata: l’Unione europea è in mano a ceti oligarchici e non possiede legittimazione democratica. Ha provato a chiederla, la Francia e l’Olanda gliel’hanno negata, ma non s’è preso atto della condizione di aperta illegalità in cui essa opera e non si è provato nemmeno a dare risposta alla domanda chiave posta da quel rifiuto: se nessuno ha mai autorizzato il trasferimento dei poteri e non c’è un organo decisionale legalmente riconosciuto dai popoli dell’Unione, chi rappresenta la Troika che pretende di governarla e qual è la sua legittimità?

Lo sanno tutti. L’Unione Europea non chiama i cittadini degli Stati membri a decidere sui suoi Trattati, sull’accentramento dei poteri e sulle politiche di austerità che impone, perché ne ricaverebbe una inappellabile sconfessione. Così stando le cose, l’Unione Europea è una dittatura di classe imposta dall’alto con la violenza.

Lo sanno tutti. Qui da noi, però, Saviano, Travaglio e una pletora di predicatori ci riempiono di notizie sui manovali della mafia, su “Ruby rubacuori” e sui processi di Berlusconi, ma non si parla mai dello scandalo Europa! In Italia, per zittire chi si avventura sulle mine, si sostiene che non si può indire un referendum popolare. C’è di mezzo l’art. 75 di quella Costituzione che si può stracciare ogni giorno facendo guerre e finanziando le scuole cattoliche, ma diventa intoccabile, se si tratta di questa Europa nata antifascista e diventata nazifascista. L’Europa di Monti, che assegna all’Esecutivo il compito di educare i Parlamenti, l’Europa delle banche, liberiste coi profitti e socialiste con le perdite, l’Europa delle élite e dei poteri forti, che soffoca i popoli cancellandone i diritti.

Lo sanno tutti. L’articolo 75, per ragioni storiche oltre che logiche e cronologiche – l’Unione Europea non era all’ordine del giorno dell’Assemblea Costituente – non riguarda e non poteva riguardare la nascita di una realtà politica sovranazionale che implica cessioni parziali o totali di sovranità. Per la nostra Costituzione, infatti, la sovranità appartiene in maniera inalienabile al popolo e non c’è trattato internazionale che possa limitarla. Perché ciò accada, il popolo italiano deve essere evidentemente chiamato a pronunciarsi. D’altra parte, è proprio certo – e se è certo, dov’è scritto? – che l’Unione Europea, intesa come nuova entità politica, abbia una sua legittimità, priva com’è di una Costituzione scritta da un’Assemblea Costituente eletta dai cittadini degli Stati che la compongono?

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Uno urla: “fanno la legge bavaglio!” E via, cortei e sigle colorate. Scende in piazza l’intellettuale à la page, quello che legge Feltri, Libero e Belpietro, ma è la democrazia fatta persona; un popolo eccitato si veste di viola, attempate signore chic propongono “rivolte ciclamino” in stile tunisino e, scandalizzati, tornano a girare girotondini riciclati; qualcuno, se se li ha, si strappa i capelli, i giovani portano i vecchi in piazza e i vecchi ci vanno felici di questa ritrovata stagione rivoluzionaria. Qualcuno, irresoluto, aspetta l’oracolo e s’inchina la suo altare: chi ci ha messo Travaglio, chi Santoro, chi Saviano; buona parte dell’ex fascismo, ormai moderno e liberalizzato, guarda a “Futuro e Libetà” e pende dalle labbra di Bocchino in attesa di Fini. Un casino di fermento. E la legge? La legge non si fa! E’ divertente la democrazia, quando “qualcuno che conta” ci convince ad agire! La legge non si fa. Contava poco eera semplicemente un diversivo.

Viene il giorno che un’autorevole autorità, autorizzata da un autoritario potere più o meno occulto, P2, P3, P4 nessuno lo sa, mette mano alla rete e chiude la bocca al web. Tu t’aspetti la guerra civile, la lotta armata, una sorta di Quarantotto coi moti di piazza e la Giovine Italia e invece no. Non un corteo, nemmeno uno vecchio, finto, fotografato nella vecchia Piazza Esedra per salvare l’onore. Non una sigla colorata scende in piazza, non annuncia battaglia la stinta, ma gloriosa bandiera della pace… Niente, nemmeno un movimento vestito delle più varie gradazioni del grigio di questo tempo nostro bigio. Nulla. Chi legge il liberalissimo Feltri tace perché, si sa, è snob e non si mischia col popolo plebeo; il ciclamino ribelle s’è d’un tratto appassito nei tumulti nordafricani, come le attempate signore chic che non muovono un dito se l’intellettuale non c’è; Saviano non parla, i giovani sono stanchi dei vecchi, i vecchi non sopportano i giovani, nessuno fa conto su “Futuro e Libertà”, Bocchino chiama Fini, che chiama Bocchino, ma è sempre occupato. Il futuro s’è perso e la libertà non va più di moda. Non fermenta il casino, non gira il girotondino, s’incasina il fermento, non si muove una foglia che Travaglio non voglia… E la legge? Beh la legge si fa. La legge si fa, si fa, se non si sveglia la rete, la legge si fa…

PROTESTIAMO. FACCIAMOCI SENTIRE, RIBELLIAMOCI

 

 

 

 

 

Saremo l’esperimento più avanzato di censura del nuovo millennio
http://www.agoradigitale.org/nocensura

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