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Posts Tagged ‘Cristo’

Non è stata pazzia.
La mano che ha armato la pistola omicida troppe volte l’abbiamo ignorata, non di rado incoraggiata e qualche volta per fini oscuri addirittura utilizzata. Andiamo a cercare nelle pieghe del potere, tra i banchi del Parlamento, tra lo sfascismo e il razzismo leghista e i suoi complici destri e sinistri. Controlliamo i calcoli di parrocchia, i complici silenzi, gli opportunismi elettorali, le radiografie rivoltanti alle costole d’una sinistra senza onore e senza dignità e troveremo la radice del problema, la formula del veleno che da troppo tempo ci intossica. Facciamo luce nelle zone d’ombra, nei vicoli bui del sottobosco travestito da classe dirigente. Lì troveremo l’indigenza culturale e la miseria morale che ha fatto e fa da brodo di cultura della tragedia infinita che viviamo.
Ma cos’è quest’Italia ormai? Diciamocelo chiaro, che ci farà bene, la verità è rivoluzionaria: un Paese che ha una scuola col “tetto” d’immigrati e di più non ne vuole, dio solo sa perché, mentre Cristo, che appendiamo al muro delle aule, invano si rivolta; una terra in cui un extracomunitario non si ricongiunge al coniuge, se prima la scuola non gli fa l’esame d’italiano, msntre un italiano analfabeta di valori può occupare tranquillamente un posto in Parlamento e nessuno si scandalizza. L’Italia oggi disprezza i suoi vecchi e li degrada al rango di parassiti, perché quarant’anni di lavoro e di ricchezza prodotta non bastano a frenare la barbarie del potere economico e ad imporre al ministro Fornero il rispetto che si deve a una risorsa preziosa, fatta di memoria che si trasmette coi valori d’un popolo e la sua storia di lotte e di progresso.
Un Paese così, un Paese di “senzastoria” che ormai subisce e sta a guardare, buono sì e no a fare i conti coi soldi e con lo “spread“, come se questo fosse la vita, titoli, banche monete e listino dei prezzi nella Borsa, un Paese così che altro può fare se non scrivere una dietro l’altra pagine tra le più nere della sua storia? Mai come oggi, tra accampamenti di rom devastati da tentativi di pogrom, immigrati estradati mentre chiedono asilo, o chiusi in campi di concentramento e lì dimenticati con la loro umanità piegata dal dolore, insegnanti che calibrano i voti in ragione del colore della razza, bambini costretti a digiunare in scuole in cui la mensa distingue tra chi può e chi non può pagare, mai come oggi è stato così evidente che le ragioni della democrazia non possono prevalere se l’economia governa la politica. Questa Italia ormai non ha più anima, cuore e dignità. Chi ha predicato il dialogo con Casa Pound, ha raccolto il frutto della sua strumentale “tolleranza” e oggi non a caso fa il sottosegretario in un governo che nessuno ha mai eletto.
No, non è stata la pazzia a guidare la mano che ha sparato ai senegalesi. Da qualunque parte lo guardi, questo Paese non ha più nulla a che spartire con la democrazia. Nulla. Meno che mai il governo.

Uscito su “Fuoriregistro” il 14 dicembre 2011

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Piangeva il poeta e nessuno l’udiva.
Solo dall’altro l’intese il creatore
e all’angelo del cielo così disse:
È triste il poeta, conducilo qui.
Giunto in cielo quel vate
dimenticò l’umana sua tristezza.
Vibrò sublime la sua cetra d’oro
e canti eterni ancora ritrovò.
Ma poi che, spento il giorno, fu la sera,
tacque allora il poeta e non cantò.
Su dalle nubi, nel guardare il mondo,
di nuovo disperato, il vate pianse.
Signore, disse infine, sommo padre,
per i miei versi puri, la mia fede,
per l’amore che porti al tuo poeta,
se v’è d’un uomo amor che ancor ti muove,
torna fra noi, riporta la tua pace.

E ad un crocicchio Cristo fu il mendico,
che inutilmente la sua mano tese.
Fu un negro come tanti, senza colpe,
e fu braccato come un omicida.
Predicò nelle piazze e fu deriso.
Nessuno dei miracoli s’accorse.
Solo una donna gli si offrì per nulla,
eterna Maddalena senza età.
Venne la sera infine ed avvilito
nell’orto degli ulivi se ne andò.
Il volto tra le mani, a lungo pianse
e negli occhi lucenti la tristezza,
che il Golgota nemmeno mai recò,
venne a portare un velo di dolore.
Caddero l’ombre, infine, e fu la notte.
Notte di mezza estate, calda, chiara.
Tornato in cielo, al vate che chiedeva
si volse e nella voce il pianto aveva:
Ormai per me non serbano gli umani
nemmeno più l’oltraggio d’una croce.

Estate del 1972

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Uocchie ca nun vede, core ca nun sente“, sostiene con ragione una saggezza tutta meridionale. E non traduco: Cota, Bricolo e Calderoli sanno perfettamente di che parlo e se davvero non sanno, studino lingue e leggano vangeli.
Un mistero glorioso. Ormai non sbarcava davvero più nessuno, ma lo sanno tutti: prima di fermarsi a Eboli, Cristo è passato per la cattolicissima Padania.

E’ un po’ che i direttori d’orchestra del circo mediatico stanno costruendo un paese cieco e sordo – altrimenti perché pagarli profumatamente? – e i nostri cuori accecati s’agitano solo per le quotidiane capriole del mibtel, per le urne lontane dei brogli afgani, per l’imprenditore poverino che non conosce al mattino il destino serale del suo borsellino, per le banche malate che vanno curate coi quattrini tassati ai contribuenti, per quei mariuoli dei pensionati che si ostinano a campare e non basta riformare e, dulcis in fundo, per il destino cruciale di Villa Certosa.

Gli sbarchi s’erano fermati per un mistero miracoloso, ma bastava cercare e sulla rete scoprivi che il mare ogni tanto restituisce corpi suicidati. Maroni e soci, che lo sanno benissimo, si segnano con la croce, perché sono credenti, e tirano avanti tranquilli e contenti: i pesci sono muti e chi ne ha voglia li chiami a testimoni.

Gli sbarchi s’erano fermanti, ma un incidente può sempre capitare e il vento esiste. Non c’è Lega che tenga: benché sia certamente clandestino, il vento non lo ferma un questurino, non lo blocca un ministro, nemmeno il più destro per quanto sinistro, il vento non l’acchiappa una ronda, non lo chiudi in un campo per sei mesi, non c’è galera attrezzata che lo metta a tacere. Il vento – come il pensiero e gli ideali – esiste e non lo puoi ammazzare.

E’ stato il vento a portare a terra l’eco d’un urlo disperato, sicché, sfuggiti a un’atroce condanna a morte – anche questo è un miracolo – cinque sventurati son diventati per caso cinque capi d’accusa: eravamo in tanti…

Il ministro Maroni, notissimo esportatore di democrazia, che al vento non può chiedere conto, ha domandato perciò prontamente un’inchiesta: i fantasmi che gli si sono parati davanti sono un incubo che fa paura, e lui, l’arruolatore di ronde padane, verde, come sa esserlo solo un leghista, s’è difeso: l’incubo sta mentendo.
E tuttavia lo sa. Se i pesci potessero parlare, per ogni morto ci sarebbe un assassino.

Uscito su “Fuoriregistro” il 21 agosto 2009

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L’onorevole Cota: impeccabile

Nominato” deputato senza essere stato votato da un solo elettore, ma sempre impeccabile e alla moda con la sua cravatta verde, Roberto Cota si appella alla “verità dei fatti” e ci bacchetta: “documentatevi, prima di parlare. Non gli dirò che dopo Ranke e l’histoire événementielle, sono venuti Bloch e Fevbre, “Les Annales” e Carr. Perché polemizzare? Stiamo ai fatti, come ci domanda, e Cota converrà: se documentato ha da essere il critico, a maggior ragione occorrerà che lo sia chi, criticato, si trincera dietro lo scudo dell’obiettività.
Non se l’avrà a male, quindi, l’onorevole “nominato” se, capitandomi sott’occhi una sua proposta di modifica dell’articolo 8 della Costituzione, gli domando quali siano i fatti da cui nasce il suo disegno. Cota – e cito testualmente – intenderebbe premettere al testo dei “padri costituzionali” il seguente comma: “La Repubblica riconosce il proprio fondamento civile e spirituale nel patrimonio culturale e religioso giudaico-cristiano“.
Sono certo. Per quanto solo “nominato“, l’illustre deputato conosce fatti che a un modesto elettore, rapinato per giunta del diritto di votarlo, saranno certamente sfuggiti. Ognuno ha la sua storia e – cosa dire? – sono meridionale, abusivo e forse clandestino: ho insegnato fino alla pensione nelle scuole della repubblica senza test e senza graduatorie regionali. Non contesto: un leghista è maestro di storia e mi tolgo il cappello, come Cantimori in archivio, davanti ai documenti. Non contesto, ma un dubbio sopravvive. Un dubbio solo, però sono certo: Cota farà chiarezza. I cristiani cui dovremmo le radici – mi domando – sono quelli che prima di Ponte Milvio e Costantino furono perseguitati dai “pagani”, o gli altri, quelli che dopo Tessalonica divennero persecutori e fecero a pezzi Ipazia, la filosofa neoplatonica? A quali radici si riferisce con precisione, a quelle dei guelfi o dei ghibellini? Ai cristiani di Innocenzo III o agli Albigesi di quell’Occitania, che conobbe in anticipo sui tempi il fumo acre dei roghi, coi catari bruciati e la Linguadoca devastata dalla “crociata” papalina di Lotario dei conti di Segni? A quale radicamento, si riferisce l’onorevole “nominato? Alle radici bruciate a Wittemberg dalle tesi di Lutero, o a quelle dei contadini luterani fatti a pezzi in Germania? A quelle degli hussiti, dei lollardi, degli anglicani o degli ugonotti? E di queste sue radici fanno parte i cinque milioni di “streghe” e di “stregoni” messi al rogo dall’Inquisizione o i boia del Sant’Uffizio? Quali sono queste radici, quelle che scortarono Colombo e le sue caravelle o il tragico viluppo di barbigli che accompagnò i genocidi di Cortez e Pizarro? Saperlo non è cosa da poco. Come terremo insieme Galilei e Giordano Bruno col Concilio di Trento e l’index librorum prohibitorum? Chi lasceremo fuori? Quale Italia? Quella tomista, creazionista o darwinista? Malediremo il divorzio e l’aborto? Ci schiereremo coi neoflagellanti che delirano in difesa della vita, ma fanno santo Pio IX, il papa che mandò a morte Monti e Tognetti, e accettano che Maroni, amico e compagno di partito di Cota, restituisca alla morte da cui fuggono quegli immigrati che non sono più uomini, ma clandestini? Quali radici storiche sono le nostre: quelle della vita o quelle della morte?
Anch’io faccio appello ai fatti, onorevole Cota e, in quanto ai giudei, ai quali, stando ai suoi informatori, dobbiamo non so bene quali nobili radici, quelli del mondo antico non vollero credere a Cristo. Non lo riconobbero. Benché meridionale, abusivo e clandestino, Cota può credermi: stavolta non c’entro. Non è colpa mia, né dei test che mi sono evitato: i giudei moderni, eredi a pieno titolo di quelli antichi, un Cristo l’aspettano ancora. I crisitani, invece, soprattutto quelli che sono apostolici e romani – romani, Cota, non è colpa mia, bisognerà emendare – questi benedetti cristiani sono sicuri che Cristo sia già nato. Sostengono, con qualche ragione storica che alcuni Giudei, ritenendolo un ciarlatano bestemmiatore, ottennero che Ponzio Pilato lo mettesse in croce e l’ammazzasse. Proprio come si fa con la storia al tempo nostro.
Non mi perdo nelle sottili distinzioni tra giudeo-cristiani, cristiani giudei ed ebrei convertiti e non mi fermo sulle ragioni di espulsioni, scomuniche e insanabili fratture. Lascio a lei il rompicapo e l’accontento: giudaico-cristiane lei dice? Può darsi. Come può darsi che i test che si tenta d’imporre ai professori e le graduatorie regionali, di cui lei s’è fatto valoroso paladino, occorrerebbe riserbarli ai politici.
Lei, avvocato Cota, con le sue opinabili certezze, è sicuro di poter governare l’Italia, così come sta facendo? Senza voto e senza test? Crede davvero che il mondo sia Novara.

Pubblicato su “Fuoriregistro” il 31 luglio 2009

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narciso1Narciso, noi pensiamo in genere, è innamorato di se stesso. Non ama quindi. Amante senza amore, immaginiamo lo colga la sventura allorché, malaccorto, volto lo sguardo oltre lo specchio in cui si vede perfetto, è preso da qualcosa che non c’è nell’immagine restituita dallo specchio. Narciso è una finta perfezione: lo specchio non parla, non pensa, non vive. E’ lui che lo anima, pieno solo di sé. Quella è la vita. Può essere tutto sbagliato ma ogni cosa appare giusta: tra Narciso e lo specchio non esiste confronto. Fuori dello specchio – e perciò fuori di Narciso – c’è il mondo, nel quale questa specie di angelo dalle ali tronche non ha saputo entrare quando lo fanno tutti gli angeli che hanno sul dorso ali più adatte a volare. Narciso non è vanitoso, come spesso crediamo: qualcuno l’ha ferito quando è venuto al mondo ed ha smesso di volare. Il mondo di Narciso è Narciso: forma e sostanza di se stesso, territorio e confine d’un mondo contenuto in uno specchio. Se l’amore che è oltre lo specchio prende per mano Narciso e lo conduce nel mondo dal quale è fuggito, Tiresia lo ha predetto: è il primo e anche l’ultimo viaggio. Tutto gli è nuovo nel pianeta in cui vivono forma e sostanza che se lo portano via. C’è l’amore nei limiti del mondo – Narciso lo sente – c’è, in quel mondo nel quale lo trascina irrimediabilmente il mistero che gli è apparso oltre lo specchio. Il mondo che l’ha ferito. Ma questo Narciso non lo può sapere. Ha imparato a zittire il dolore con un finto amore. Un passo, ed è fuori da se stesso. Ora sa che c’è forma e sostanza ed intuisce che lo specchio è un inganno. E’ come precipitare in un abisso.

Narciso, che per dolore rifiutò di nascere, ora scopre per amore il dolore di stare nel mondo: quanta gioia gli dà così quell’amore, che lo libera dalla menzogna dello specchio, tanto inspiegabile dolore gli proviene da quell’accettare di amare e quindi venire nuovamente al mondo. L’amore di Narciso per ciò che è fuori dallo specchio è ora vero. Egli lo sa, lo avverte ed accetta un sublime calvario.narciso3
– O ti riconcili con la vita – sente Narciso che qualcuno gli va dicendo con voce che nasce dal petto suo in tumulto – o la smetti e ti uccidi.
– Non posso – mormora piangendo – ucciderei l’amore che mi porto dentro.
Se il cielo non fosse una celeste menzogna, verrebbero in aiuto i cavalieri dell’Apocalisse, la gloria celeste recupererebbe quel figlio suo innocente fuggito per dolore e tornato per amore. I santi che millantano credito presso la misteriosa Trinità ai piedi del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo invocherebbero per lui grazia.
Nulla di tutto questo. La forza che produsse un diluvio, che spaccò il Mar Rosso da una costa all’altra, che scolpì sulle Tavole Sacre strappate al Sinai coi fulmini della tempesta le leggi date a Mosé, quella forza rimane inerte. Come inerte è l’Olimpo coi suoi numi, come fermi nel loro meditare se ne stanno gli orientali celesti pensatori e fermo il profeta di Medina.
Tutte le forze di quello che chiamiamo bene se ne stanno immote: vada Narciso per la strada che ha scelto e a nessuno sia consentito spostare gli equilibri sui quali poggia da sempre la storia del creato. Narciso è dolore, non può essere amore.
Eppure egli ora ama. Nessuno sa amare qualcosa oltre lo specchio più di quanto non l’ami Narciso, nessuno ne soffre come ne soffre Narciso. Nessun amore è più dolce e doloroso dell’amore di Narciso, perché in quell’amore c’è la fatica di accettare il mondo che lo ha ferito a tradimento, in un agguato così oscuro che nulla resta nella mente oltre il dolore. E’ l’amore per il tradimento e per il dolore quello che accetta di portare sulle spalle quest’innocente violato, l’amore per una Croce pesante come quella che a Cristo guadagna un posto accanto al padre ed a lui, gigante Cireneo, promette solo la Via Crucis.
Non moltiplica i pani – non ne ha il potere – e, tuttavia, dalle sue lacrime nasce talvolta, più che dall’acqua a Cana, il vino per le nozze. Narciso ha il suo deserto e un orto a Getsemani l’accoglie perché sudi sangue, egli che è uomo e tale resterà, mortale come la sua fatica, come la sua innocenza tentata all’inverso.

narciso0311Egli non oppone, non può, la sua divina perfezione. Tutt’altro: è la perfezione quello che combatte, e ciò che il demonio gli offre è la perfezione. “Vade retro”, può opporre. Ma quando e se lo dice, parla a se stesso, al demone che dentro gli alberga. Sicché più fiera è la lotta, più difficile il rifiuto, più dolorosa la ferita. “Vade retro!”: lo urla con coraggio nel deserto, tra le orribili tarantole e la sabbia inafferrabile. “Vade retro!”. Coraggio, certo. Perché può scegliere Narciso, tra non amare e vivere a lungo, come a tutte le madri racconta Tiresia, o amare e attraversare la vita accettando di morire quando comanda l’amore. “Vade retro!”: lo urla con ardire nel deserto che di notte ha freddo. Ardire, certo. Perché può scegliere Narciso tra amare e morire, senz’altra speranza che quella di uccidere se stesso. Per amare. Per amore.
E dimmi Tiresia, tu che sai tutto: il male è dentro Narciso e il suo specchio o è nel mondo che egli accetta di guardare oltre lo specchio? E però non mentire, Tiresia. Tu non conosci ciò che soffre in lui e sai che non ha un padre. E quando ce l’ha si chiama Erode. Che cerca, Tiresia, dillo, che cerca Narciso dentro si sé?

Uscito su “Fuoriregistro“il 27 marzo 2005

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