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Archive for marzo 2014

«Non abbiamo più siringhe piccole!», urla alla caposala un infermiere, mentre prepara il carrello per la terapia. E di rimando, dall’altro capo del corridoio, una voce sconfortata replica stizzita: «Usa quelle grandi! Quelle ci sono ancora…»
downloadNella camerata divisa in box da un incrocio di paraventi attorno a lettucci pensati per starci poco, cade un momentaneo silenzio, poi riecco la cantilena su quello che non c’è: «E le soluzioni per le flebo? Qui abbiamo solo flaconi grandi!» Dall’altra parte la replica è immediata: «Non importa, calcola il tempo e togli a metà…»
Questo è l’Obi, acronimo per dire «Osservazione breve intensiva»; tutto è altamente tecnologico, fatto apposta per ottimizzare i tempi di diagnosi. Mille metri quadrati, 28 posti letto e il doppio del pazienti, sistemati alla men peggio nei corridoi su barelle trasformate in letti.
Il silenzio ancora una volta fa spazio ai lamenti, però è un attimo. Sono tutti in sciopero, medici e infermieri, sciopero bianco, protesta per denunciare le condizioni in cui lavorano, ma la stampa preferisce star zitta. Non è il mio miglior momento, ma non mi lamento. Un detto popolare mi fa saggio: dice che a cent’anni il vecchio scoprì che non sapeva niente e aveva ancora tanto da imparare. Dice così ed è vero. Passata la paura, recuperata la capacità di osservare, un giorno in ospedale, tra pronto soccorso e «reparti di osservazione», è una irripetibile lezione di vita e, allo stesso tempo, l’occasione per una riflessione sulla condizione di degrado, sull’ingiustizia sociale e sulla barbarie cui ci hanno condotto i sacerdoti del neoliberismo e la miseria morale di guitti e marionette senz’arte e senza parte che – dio solo sa perché – si chiamano politici. Qui, puoi star certo, Renzi e Napolitano non li trovi. Qui la crisi, specchio deformante, ti rimanda «l’Italie telle qu’elle est», direbbe Francesco Saverio Merlino, l’Italia com’è, o meglio, come l’hanno voluta Marchionne e soci. L’Italia che gazzettieri, pennivendoli e velinari si guardano bene dal raccontare. Messa così male che, a ben pensarci, persino le scuole disastrate e le università annichilite sembrano un paradiso. Una lezione «salutare» – non a caso te la fa un ospedale – sulla solidarietà tra povera gente, sulla professionalità e l’umanità di lavoratori che, senza alcuna certezza di futuro, in condizioni disperate, lottano con la sofferenza e con la morte.
Non è il mio miglior momento, ma non mi lamento. Il cardiologo non c’è, non ce la fa a far fronte alle mille richieste e nei corridoi, senza nemmeno i modernissimi paraventi, le barelle coi giovani ricoverati ti stringono il cuore, che per fortuna non sta poi così male e anzi va bene. Sarà solo un caso, ma quei ragazzi sono figli di povera gente. Tutti. Qui si entra per starci poco, ma uno mi dice che è lì da tre giorni. Non mi lamento, no. Ho trovato conferme, ho sciolto dubbi e ho conquistato una certezza: on servono mezze misure o pannicelli caldi. Occorre assolutamente tagliare i fili che tengono in piedi pupi e marionette. Tagliare, sì, spezzare, cacciare brutalmente i pupari. E farlo presto. Costi quel che costi.

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tradimento RavennaRitorna Pansa, e tutto è consentito. Non a caso in soli tre anni abbiamo avuto Monti, «educatore» di Parlamenti, uno psicodramma intitolato Letta, con Montecitorio e Palazzo Madama inerti spettatori, il pupo toscano e dio sa quale imminente «democrazia autoritaria», niente fronzoli littori, ma tutta Corporazioni e gerarchia. Ogni tempo ha una storia, ma anzitutto ha i suoi storici e qui da noi c’è chi s’è «fatto le ossa» lavorando ai libri di testo di regime nelle Commissioni nominate da Gelmini. Pansa ritorna e tornano parole usate come schizzi di fango: né vere, né false, solo deformate, come il mondo appare nel sonno alla cattiva coscienza. Tornano traditori santificati, aguzzini spacciati per quei martiri innocenti, che, più la crisi economica crea analfabetismo di valori e nega diritti, più «tirano» sul mercato della disinformazione. Stavolta è il turno di una Resistenza che non sta né in cielo né in terra, come piace da morire alla finanza che tempo fa ci ha mandato il suo «avviso di garanzia»: l’Europa mediterranea è indagata per abuso di Statuti antifascisti. Pansa torna e con lui torna, impunita, l’apologia indiretta di un fascismo tentatore, che nei salotti buoni e nei «pensatoi» che contano diventa «contro storia»: un investimento remunerativo sul «bestiame votante», tirato su con pillole di delega, fiale di rassegnazione, scuola in miseria e ricerca pilotata.
Dietro Pansa c’è il potere che gioca. La storia richiede documenti e onestà intellettuale? Il potere punta su menzogne vestite a festa e Pansa fa l’abito su misura. Il suo «eroe-simbolo» è Riccardo Fedel, uno che, per acquistar credito presso i fascisti, s’inventa un complotto di comunisti a Ravenna, a Lipari fa la spia e spedisce in galera 56 compagni confinati e infine si sistema all’Ovra. Una storia di miserie umane come ne trovi tante; una di quelle che, per raccontarle, dovresti far la guerra a un morto, rinfacciargli nomi soffiati, fatti narrati, cifrari passati sottobanco ai questurini e giungere al tragico azzardo finale: Fedel che sale sui monti partigiani con quel triste passato, si barcamena e finisce fucilato dai compagni, che non si fidano e non hanno scelta. Lo studioso affida alla memoria collettiva il tradimento, le conseguenze delle rivelazioni prezzolate, le vite spezzate, le sofferenze patite, il carcere duro, i violenti interrogatori di giovani colpevoli solo di lottare per un mondo migliore e si porta dentro la figura di un uomo che vacilla, stenta, ma non si piega e lotta, sopporta sofferenze atroci, un’infezione da «manette strette» che lo conduce a un passo dall’amputazione e gli accorcia la vita. Lo studioso si sente interrogato dal ruolo determinante che la natura bivalente dell’uomo svolge nel tracollo delle grandi utopie e lì si ferma, pensa e invita a pensare. Lì, sul limitare tragico di quella sorta di campo di battaglia disseminato di cadaveri, consapevole del peso schiacciante della responsabilità. Non scrive una parola, una sola, che non abbia alle spalle un documento a giustificarla con una lettura intellettualmente onesta. Lo storico ha una filosofia della storia in cui inserire un fatto documentato, il tradimento in questo caso, peccato originale dell’impossibile «eroe» di Pansa. L’avventuriero, levato al rango di storico dalla crisi morale e dagli interessi politici che gli stanno dietro, non si pone questioni etiche. Il suo problema non è il rapporto che vincola la causa all’effetto, il tradimento alla fucilazione. In un processo che ricorda molto da vicino la logica del «neolinguaggio» di Orwell e del suo «1984», Pansa, rimossa la causa, si sente libero di modificare l’effetto. Come per magia, il traditore diventa così un martire e la storia diventa storiella.
Superata l’età dell’innocenza – il «peccato» non conta ormai più niente per nessuno – quel campo di battaglia disseminato di cadaveri, che poneva soprattutto domande, diventa una miniera d’oro, una sorta di Eden in cui, per dirla con Carr, vagare «senza uno straccio di filosofia per coprirsi, ignudi davanti al dio della storia». Dopo Cristicchi, anche Pansa ha il suo posto d’onore alla televisione di Stato, ospite di Conchita De Gregorio, che nel 2010, poco prima di Monti, annunciava l’iscrizione all’Anpi: «credo nei valori della Resistenza», sosteneva, perché «ha permesso e realizzato la Costituzione Italiana e la […] democrazia»; poi per chiarire il suo sostegno, aggiungeva: «voglio che la Resistenza non sia solo Memoria del passato, ma esercizio del presente». I tempi mutano, la De Gregorio si adegua e ora offre a Pansa un salotto televisivo. Questo ormai passa il convento: l’esibizione di due giornalisti, che, fingendo di parlare di storia, direbbe Carr con britannico «self control», proveranno a «ricreare, con l’artificiosa ingenuità dei membri di una colonia nudista, il giardino dell’Eden in un parco di periferia».
La riduzione a fattore unico dell’intera storia nazionale ormai non passa solo per la banalizzazione. E’ il denominatore comune, la «cifra» del presente e si chiama purtroppo malafede.

Uscito su Fuoriregistro il 26 marzo 2014 e su Il pane e le rose e su MicroMega il 27 marzo 2013

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Abu_Ghraib_17aChe un cialtrone come Barak Obama si sia messo in testa di fare la lezione di democrazia a Putin, un manigoldo della sua stessa razza, non meraviglia nessuno. Il male è notoriamente banale e non ci sono cani di attori che recitino peggio dei cosiddetti “grandi” quando la malasorte dei popoli li chiama sul palcoscenico della storia. Stupisce, questo sì, che teste pagate a suon di milioni per imbottire di frottole la povera gente e suscitare attorno al caso Crimea un clima da “union sacrée”, non trovino di meglio che attaccarsi al tifo per una partita che non si gioca più: l’Unione Sovietica s’è sciolta come la neve al sole e il comunismo reale non esiste più.
Sarò solo un fortunato imbonitore, ma Grillo ha certamente ragione: la malafede, la sciatteria e la grossolana ignoranza della stampa tocca ormai livelli da fare invidia a specialisti come Mario Appelius e Teresio Interlandi. E’ vero che il mirabolante sistema formativo di marca anglosassone voluto da Berlinguer mira da tempo a creare scimuniti e tenta d’insegnare agli studenti la storia scritta dai padroni, però,  piaccia o meno ai criminali aguzzini di Guantanamo e al rinascente pangermanismo tedesco, qui da noi uno studente decentemente preparato conosce la “Questione degli Stretti” e sa che la “Grande madre Russia” ha un orgoglio nazionale. Lo capì  Napoleone in fuga sulla Beresina, lo scoprì a sue spese quell’Adolf Hitler, che, giova ricordarlo, scrisse una pagina di storia particolarmente istruttiva sulla “democratica” Germania, oggi pericolosamente guidata dalla teutonica rozzezza di Angela Merkell.
Qui da noi, uno studente di scuola superiore sa perfettamente che Barak Obama custodisce le chiavi di Guantanamo, il più atroce campo di concentramento partorito dalla ferocia umana dopo le glorie naziste. Perfino l’uomo della strada conosce i tragici nomi di Hiroshima e Nagasaki e c’è chi, stimolato, si ricorda ancora il Cile di Salvador Allende, quel delinquente  di Colin Powell che mostrava all’Onu le sue false prove sull’Iraq e sulle sue armi di distruzione di massa chimiche e biologiche. Qui da noi, c’è ancora chi ha abbastanza memoria per ricordarsi i Balcani fatti a pezzi, il Kosovo strappato alla Serbia, la Libia violentata, Gheddafi linciato e l’Egitto col suo presidente legalmente eletto e illegalmente deposto. Qui da noi c’è chi ricorda bene la confessione sfrontata di quel criminale di Wolfowitz, costretto a riconoscere che gli Usa avevano mentito spudoratamente sulle armi di distruzione di massa, che usarono poi per l’ennesima strage.
Lasci stare la Crimea, Barak Obama. Chiuda Guantanamo, piuttosto, se i padroni di cui è servo glielo consentiranno. Gli manca il fegato, ha paura di fare la fine di Kennedy? Si dimetta allora, in segno di vergogna e la pianti con le lezioni di democrazia. I lavoratori e gli sfruttati della Crimea non stanno con Putin e non vogliono la Merkell. Se ne sono andati coi russi perché Gli USA e l’Unione Europea hanno armato mercenari nazisti per destabilizzare l’Ucraina. Lo sanno bene, però: la loro autentica salvezza dipende solo dalla capacità che avranno di organizzarsi e imboccare la via della rivoluzione

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Nessun commento. E’ tutto così eloquente, che il silenzio per ora è l’unica possibile reazione. E’ il silenzio che precede la tempesta. Ormai lo sappiamo tutti, no? La burrasca si scatenerà e non venite a farmi la lezione sulla violenza. C’è un diritto universale che si impone solo con la forza. Si chiama legittima difesa.

I mercenari a scuola!

imageIn un momento di crisi economica il più grande pericolo è la crisi di valori. La storia del Novecento ci insegna che senza riferimenti etici forti la povertà e la miseria producono tragedie. La scuola è uno degli ultimi baluardi rimasti su molti territori per educare alla cittadinanza e alla legalità, soprattutto se poi parliamo di luoghi come la provincia napoletana tormentati dalla guerra della camorra.
Eppure, in questo momento così delicato, ed in un liceo come il Brunelleschi di Afragola, da sempre impegnato nella educazione alla legalità e alla pace, oggi 15 marzo 2014 si è tenuto un vero e proprio consiglio di guerra.
Con toni da propaganda mercenaria, dirigenti di imprese militari private impiegati nelle navi in funzioni anti-pirateria sono intervenuti al fianco di funzionari incredibilmente cooptati per la pericolosa carnevalata (ex ministro Giulio Terzi ed il procuratore militare di Napoli).
Due i temi improbabili per un pubblico di studenti minorenni: “il caso dei Leoni della Brigata Marina San Marco” (la nota vicenda di due militari indagati per omicidio volontario plurimo dalla procura di Roma e trattenuti dall’ India per un discutibile conflitto di competenza che certo non fa di loro eroi positivi da proporre a modello ai liceali) ed il problema della “difesa armata delle navi commerciali” tema affidato per la discussione ai due capi delle discusse organizzazioni che reclutano contractors.
Tutto questo mentre le Nazioni Unite, l’Unione Europea e l’Italia sono impegnate per la prevenzione della pirateria con le autorità giudiziarie, diplomatiche e della difesa istituzionale ma la discussione, suggestiva per ragazzi della provincia difficile di Napoli, e’ stata affidata ad ex legionari e mercenari, reclutatori, i cui metodi sono stati molto discussi per quanto a violenza e liceità delle procedure adottate. Organismi internazionali ed autorità giudiziarie di vari paesi indagano infatti sugli abusi dell’antipirateria considerati gravi quanto la pirateria quando si concretizzano in uso illegale di armi da guerra su navi italiane e nel tiro al bersaglio contro i ragazzini somali utilizzati dai pirati come esploratori. La pirateria marittima resta un problema grave affrontato da autorità istituzionali (la procura della repubblica di Roma ha portato a giudizio ed ha ottenuto le condanne dei pirati arrestati dalla marina militare) ma la conferenza preferisce invitare in un liceo come speaker i privati ed utilizzare toni da propaganda mercenaria e paramilitare. Il possibile intento di reclutamento illegale di minori nelle scuole napoletane deve essere stigmatizzato per la assoluta gravità della propaganda realizzata. Fornendo così gravi esempi di violenza.
Per la prima volta in una scuola italiana si dà spazio e voce ai “mercenari” gente che non ha certo fatto scelte etiche.
Tutto questo con un gran rammarico: se fosse successo in un qualunque liceo del centro studenti e genitori sarebbero inorriditi e si sarebbero mobilitati. Ma si è pensato che in un liceo della periferia il tutto potesse passare inosservato. Magari facendolo passare come un dibattito di approfondimento su un tema internazionale.
Che vergogna!

Sottoscritto

Alex Zanotelli, padre comboniano
Angelica Romano, Ass. Un ponte per…
Margherita Dini Ciacci, Unicef Campania
Peppe De Cristoforo, Senatore della Repubblica
Luisa Morgantini, già vice Presidente del Parlamento Europeo,
Francesco Ruotolo, Comitato Claudio Miccoli, consigliere
Antonio Lombardi, Pax Christi
Pino de Stasio, Consigliere Comunale di Napoli
Corrado Maffia, Scuola di Pace
Rocco Altieri, Centro Ghandi
Eminia Romano, Donne in Nero
Simona Ricciardelli, Donne in Nero
Ciro Arancini, Associazione pegaso onlus
Daniela Caramadre, Teatro dell’oppresso
Marinella Pomarici, A Voce Alta
Ermes Ferrero, VAS
Aristide Donadio, Amnesty International
Silvana Giannotta,
Ciro Arancini, Associazione Pegaso onlus
Daniela Caramadre, Teatro dell’Oppresso
Massimo Del Prete, Nuovo Teatro Sanità
Maria Speranza Perna, docente

Locandina:

“La Pirateria Marittima al largo della Somalia: difesa armata delle navi commerciali e vicenda marò”

Nel corso del convegno interverranno numerosi e qualificati studiosi, esperti ed operatori dei settori della difesa e della sicurezza.
Un’occasione di confronto e di approfondimento su un argomento di grande attualità, che condiziona fortemente attività economiche nazionali e internazionali anche di importanza strategica.
Il convegno è imperniato su temi quali la visione globale della situazione legata alla pirateria marittima, il quadro giuridico e giudiziario, e gli studi comparativi delle migliori pratiche regionali e internazionali nel contrasto al fenomeno e nella difesa armata navi commerciali.
Nel corso dei lavori verrà tratta anche lavicenda che vede protagonisti, loro malgrado, i due fucilieri del Reggimento San Marco trattenuti in India, Massimiliano La Torre e Salvatore Girone.
I lavori saranno introdotti e coordinati dal giornalista Claudio Filippini.

Organizzazione e Ufficio Stampa Ferdinando Pelliccia.

Interverranno:

Dott Ferdinando Pelliccia giornalista esperto del fenomeno e autore di numerose pubblicazioni
Dott. Giulio Maria Terzi Diplomatico già Ministro degli Esteri governo Monti
Dott Lucio Molinari Procuratore capo Procura Militare Tribunale di Napoli
On Maurizio Turco Parlamentare autore di numerose interrogazioni legate al fenomeno
Dott Giorgio Carta avvocato Esperto di Diritto Militare
Luca Marco Comellini segretario PDM
Carlo Biffani Direttore Generale Security Consulting Group
Antonio de Felice Defense Tecnology Group
Alessio Mascherana Security Contractor (Team di sicurezza nave Montecristo)
Daniela Russo Direttore Editoriale Liberoreporter
Gaetano Baldi Direttore Responsabile Liberoreporter
Sergio Jacuzzi Veterano San Marco 

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Questa è “casa mia”. Non lo dico per dire e non è una stupida “passione proprietaria”, che non è il mio genere di passioni. Casa mia, perché qui scrivo io, quando vale la pena di spendere due parole e un cop-dove-sono-i-nostri-web1po’ di tempo della vita. Se un ospite c’entra, potete star certi, ci unisce un legame vero, di quelli che nascono solo se condividi l’ansia e la gioia, i sogni, la fatica e le speranze di una vita di lotte. “Clash City Workers” è un collettivo di lavoratrici e lavoratori, disoccupate e disoccupati, vite accomunate di solito da un’arida definizione che pretende di dire tutto, però non spiega niente: “giovani precari”. Eppure da capire e spiegare ci sarebbe tanto. La traduzione del loro nome suona un po’ come “lavoratori della metropoli in lotta”. Nati a metà del 2009, sono attivi in particolare a Napoli, Roma Firenze e Padova ma seguono e sostengono tutte le lotte che sono in corso in Italia. Dopo anni di lotte, riflessioni e significativa presenza sul campo, è uscito il loro primo libro. Si intitola Dove sono i nostri. Lavoro, classe e movimenti nell’Italia della crisi. Vi consiglio di leggerlo.
Parla di com’è fatta la classe nell’Italia di oggi.
Parla di lavoratori, disoccupati, precari, studenti, e di tutte quelle figure che fanno il proletariato contemporaneo.
Ma, soprattutto, è un libro che serve per l’azione.
E’ uno strumento per conoscere e intervenire sulla realtà.
E magari cambiarla!

A breve disponibile in tutte le librerie d’Italia e per l’acquisto nelle librerie on-line.
Intanto se volete acquistarlo, avere maggiori info, organizzare una presentazione, cliccate qui.

La quarta di copertina

Uno spettro si aggira per l’Europa diceva qualcuno parlando dei proletari e delle loro istanze. Questa presenza spettrale – nel senso di pervasiva e inquietante – ha assunto oggi, nel discorso comune, dei media, della politica, una curvatura differente: la classe che vive di lavoro e le sue lotte sono diventate “spettrali” in quanto evanescenti, fantasmatiche, quasi invisibili. Non per questo sono però inesistenti, anzi: mai come negli “anni della Crisi”, il conflitto tra capitale e lavoro si è fatto così aspro e serrato.
Con lo sguardo rivolto a questo campo di battaglia, questo libro vuole raccontare, con rigore e accuratezza scientifica, com’è fatto il proletariato nell’Italia di oggi. A partire da un’analisi della struttura produttiva del nostro Paese, capiremo non solo come si produce la ricchezza, ma chi la produce, quali sono state le trasformazioni più significative del mondo del lavoro negli ultimi decenni e quali le linee di tendenza per il prossimo futuro.
Chi sono i nostri? E dove sono? Lavoratori dipendenti, parasubordinati, produttivi e improduttivi, “finte” partite iva, Neet, immigrati: manifestazioni differenti dello stesso fenomeno, etichette e catalogazioni – molte delle quali imprecise e da sfatare – che spesso servono a frammentare ciò che in realtà è unito da interessi comuni e simili ritmi di vita.
In questa fase delicata, di passaggio, per l’Italia – e per il mondo – è necessario pensare a modelli organizzativi adeguati alla struttura del capitale. Dall’altra parte della barricata lo stanno già facendo. Ora tocca a noi.

cliccate qui per leggere anteprima di indice e introduzione
Calendario presentazioni

Roma – Sabato 8 Marzo – ore 17
ore 17 – Lucernario Occupato (via delle Scienze 1)
Cava de’ Tirreni (Sa) – Domenica 16 Marzo – ore 19
ore 19 – Spazio sociale Ipazia (Via Balzico n.78)
Napoli – Martedì 18 Marzo
ore 17 – Aula Magna Matteo Ripa, Palazzo Giusso, Università l’Orientale
Milano – Sabato 29 Marzo
CSA Vittoria (Via Muratori 43)
Urbino – Mercoledì 2 Aprile
Rimini – Giovedì 3 Aprile
Pesaro – Venerdì 4 Aprile
Mantova – Venerdì 11 Aprile
Centro Bruno Cavaletto – Via Tezze 6 a
Firenze – Mercoledì 16 Aprile
ore 21 – Santa Verdiana, Facoltà di Architettura
nell’ambito del cilclo di seminari “La classe non è acqua”

a breve altre date… stay tuned

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MINOLTA DIGITAL CAMERAPuò darsi che siano chiacchiere, ma l’apologia del «privato» e le affermazioni sibilline di Stefania Giannini preoccupano. Vedere nella svalutazione della riflessione sull’uomo, sull’esistenza umana, sulla natura e sui limiti della conoscenza, un attacco mirato al sapere umanistico è fuorviante. Dietro l’idea che la filosofia sia una disciplina specialistica, che non educa gli educatori, si cela in realtà una filosofia politica che ha radici nella peggiore storia del Paese. Da lì, dalle sue pieghe buie, nasce il filo che lega la ventilata abolizione della filosofia dai corsi di laurea in Pedagogia e Scienze dell’Educazione al progetto di «scuola breve» – un anno in meno e solo due di filosofia – e conduce difilato all’attuale crisi della democrazia.
Questa non è l’ennesima trovata di un ceto politico rozzo e culturalmente povero, che mira a «far cassa» come comanda il dio dei liberisti. E’ molto peggio. C’è, e si vede chiaro, il fastidio che ogni progetto politico autoritario prova per quella riflessione teorica che forma e nutre il pensiero critico, educa al dubbio e mette alla prova presunte certezze. Ben lo sapeva Giovanni Gentile, quando, in tema di filosofia del fascismo, non solo sosteneva che «ogni concezione politica degna veramente di questo nome è una filosofia», ma si fermava sulla «polemica di cui si compiacciono molti scrittori fascisti contro la filosofia». Una polemica di impressionante attualità, sia per perché, non a caso, Gentile se ne occupava su una rivista intitolata «Educazione Fascista». Sia per la stretto legame che instaurava con un «pensiero che […] si enuncia ed afferma non con le formule ma con l’azione». Una sorta di antenata di quella «politica del fare», oggi così alla moda, che ben risponderebbe alle attesa degli intellettuali fascisti e della loro polemica con la filosofia. Una polemica che Gentile spiegava con parole molto simili a quelle che ci ripete ogni giorno chi afferma che è l’ora dei fatti, che la «ricreazione è finita» e occorre agire, muoversi a ogni costo, senza cavillare. Le critiche non sono all’ordine del giorno; fatele, se non rubano tempo, tuttavia sia chiaro: poi decide il capo. «Il sospetto e l’avversione di molti fascisti contro la filosofia sono essi stessi indizi e manifestazioni del carattere proprio del pensiero fascista», spiegava Gentile, «sono la polemica di una filosofia contro altre filosofie. Il Fascismo, infatti polemizza contro le filosofia astratte e intellettualistiche».
Oggi sappiamo che la condanna dell’intellettualismo, degli intralci della democrazia e degli impicci del pensiero critico non fu solo un punto fermo del regime, ma si tradusse in una scienza della storia priva del crociano «problema storico» e perciò incapace di interrogare le coscienze, una cultura del diritto che rinnegò Beccaria e costrinse i rapporti tra classi sociali nella camicia di forza corporativa e persino in una scienza della razza che ci marchiò d’infamia.
Qui non si tratta di difendere solo la cultura umanistica. In gioco è l’autonomia stessa del pensiero, sempre più a rischio in un Paese in cui il filosofo dei padroni si chiama Marchionne e tutto si va schiacciando su una verità che non ammette dubbi, come insegnano i sacerdoti di fede liberista. E’ naturale che, quando una filosofia politica autoritaria prevale sul libero pensiero, la propaganda ci presenti Socrate come un perditempo; la storia però ricorda un uomo così temuto dai padroni della verità, che gli toccò di bere la cicuta.
Gli esiti dell’educazione di Gentile li raccontò Giacomo Ulivi, prima di essere fucilato dai camerati del filosofo. Non aveva vent’anni, il partigiano, ma la tragedia seguita al trionfo di chi non voleva troppa filosofia, era stata tragica maestra : «È il più tremendo risultato di un’opera di diseducazione ventennale, di diseducazione o di educazione negativa, che martellando per venti anni da ogni lato è riuscita ad inchiodare in molti di noi dei pregiudizi», scrisse il giovane partigiano. «Ci hanno detto che la politica è lavoro di specialisti. […] Lasciate fare a chi può e deve; voi lavorate e credete, ci dicevano: e quello che facevano lo vediamo ora, che nella vita politica ci siamo stati scaraventati dagli eventi». Occorre perder tempo con la filosofia, spiegava il giovane ai compagni, «dobbiamo prepararci. Può anche bastare, sapete, che con calma cominciamo a guardare in noi, e ad esprimere desideri. Come vorremmo vivere domani? No, non dite di essere scoraggiati, di non volerne più sapere. Pensate che tutto è successo perché non ne avete più voluto sapere». Ulivi fu ucciso il 10 novembre 1944. Settant’anni dopo, le sue parole sono più attuali che mai.

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Undici anni fa, il 25 aprile del 2003, Pintor consegnò al «Manifesto» il suo inconsapevole addio: «La sinistra italiana rappresentativa», annotò, è ormai «fuori scena». Parole su cui conviene tornare, perché il qualunquismo di pintor1 perché il qualunquismo di Renzi non trovi nuove bandiere, dopo quella di Bobbio. Sebbene amaro – «sono stanco di questo deserto disseminato di rovine», scrisse in quei giorni ad Arfè – Pintor era lucidissimo. La sinistra, diceva, è ormai subalterna «non solo alle politiche della destra ma al suo punto di vista e alla sua mentalità nel quadro internazionale e interno».
Quell’aggettivo – «rappresentativa» – non era lì per caso e parlava chiaro al lettore: la gente di sinistra c’è. Esistono lotte, modi di «essere classe» e di averne coscienza a seconda del livello dello sfruttamento, dei bisogni, dei diritti difesi e di quelli che si prova a conquistare. Tutto questo c’è. Manca chi lo rappresenti, chi strutturi in legami duraturi la solidarietà nata sul campo, saldi i gruppi che lottano, inserendoli in un comune sentire culturale e ideologico. Mancano organismi che tentino di costruire analisi del capitale moderno e delle classi, che non rinneghino il conflitto e tengano in unità dialettica l’esistente e ciò che lo supera, nascendo nelle lotte e ricavandone la lezione.
Di fronte ai mutamenti e alle brusche accelerazioni della storia, hanno prevalso i limiti dei partiti e la fragilità, che nei movimenti supera la vitalità, sicché, pur avendo nel Dna una storia di conflitti, la sinistra organizzata ha smarrito l’idea del conflitto. E non si tratta solo di muri crollati e tradimenti di «chierici» Se per «rappresentativa» s’intende la sinistra che vive solo di lotte elettorali, allora sì, allora la subalternità alla destra è nei fatti e c’è una sinistra morta davvero. Al contrario, quella che Pintor definì «area senza confini», che «non deve vincere domani ma operare ogni giorno» per «reinventare la vita in un’era che ce ne sta privando in forme mai viste», quell’area non è all’anno zero. Nei lavoratori, nei precari e nei disoccupati, vive il senso dello sfruttamento, è forte il bisogno di giustizia sociale, l’ansia del riscatto e il coraggio di lottare per migliorare le atroci condizioni materiali di esistenza. La sconfitta di un modo di essere sinistra non impedirà, quindi, che una esperienza di conflitto maturi, come esito di una fase storica; l’esperienza della lotta si forma e sale sul palcoscenico della storia senza mediazione istituzionale, senza bisogno di farsi teoria, perché il conflitto ha in sé forme di «riflessione» genuine e spesso «liberatorie». Una organizzazione è necessaria, certo, ma abbiamo imparato che, strutturata in un partito «classico», tende, per sua natura, a Immagine«istituzionalizzare» l’esperienza nuova e, come tale, a frenarla. Sappiamo – un lungo processo storico ce l’ha insegnato – che la lotta di classe crea «democrazia», sa darle forme anche avanzate rispetto all’esistente e, nel fuoco del conflitto, definisce diritti. Spesso, però, nel momento stesso in cui li conquistiamo, i diritti, e ce li riconoscono, essi sono «istituzionalizzati» e talora svuotati. E’ una contraddizione che talora ci sfugge, ma dà senso alle parole di Pintor.
Bisognerà tornare a riflettere sul contrasto riforme-rivoluzione, tipico di due anime della sinistra e di due concezioni del partito: quello che «sta nelle istituzioni» e tende a inserire l’esperienza delle lotte in uno stritolante «meccanismo di governo», e quello che non si «istituzionalizza», non intende vivere per sé, ma come servizio permanente alla lotta. Questo c’è nella nostra storia, non è stato sufficiente a evitare sconfitte, ma esiste. Quando ha elaborato modelli alternativi a quelli offerti dal potere – non solo i «soviet», ma anche i «consigli» di gramsciana memoria – la sinistra è stata viva e forte. Col crollo del muro, s’è arresa e non ha più provato a dare risposta a una domanda cruciale: non cosa cambiare o come farlo, ma come rifare ciò che non va dopo aver «rivoluzionato» il sistema, per evitare di tornare indietro. In questo senso, l’esito della lotta per la scuola, l’università e la formazione, che nel ’68 non voleva essere solo scuola pubblica per tutti, come si fa credere, è molto significativo. Centrali erano allora contenuti e modi di un sapere autoritario. Scuola di massa e liberalizzazione dei piani di studi erano solo tappe, ma il formulario teorico messo in campo dalle organizzazioni politiche e sindacali, quando si trattò di realizzare in concreto il nuovo modello di democrazia, lo svuotò di contenuti, lo cristallizzò in un «diritto» – il «diritto allo studio» – che pareva bastare a se stesso, mentre si puntava a quel «sapere critico», in grado di modificare davvero il rapporto tra educazione e società. Si sa com’è finita.
E’ paradossale, ma il capitale oggi conosce meglio delle nostre organizzazioni la realtà delle classi subalterne, che disgrega perché si diano prigioniere delle istituzioni dello Stato borghese. La sinistra non è più rappresentativa perché mira ad acquisire «cultura di governo» e disegna i suoi organismi sulla falsariga dello Stato, contrastando le spinte all’autogoverno che emergono sempre più chiare dalla società. La Valsusa insegna. Questo è il confine smarrito. Sia pure come linea di tendenza, infatti, quale che sia la teoria, Bakunin, Marx o Lenin, l’obiettivo della «rivoluzione sociale» è lo Stato. Ben venga allora Tsipras, a patto, però, che smascheri Renzi e non lasci margini ai dubbi: non è colpa nostra se l’euro e l’Europa, così com’è strutturata, sono armi in mano al capitale e non ci basta «muoverci» per distinguerci dalla destra. Per noi il confine c’è ed è invalicabile: quello tra sfruttatori e sfruttati.
Noi lottiamo per un mondo senza padroni.

Uscito su Liberazione.it il 6 marzo del 2014

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