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Posts Tagged ‘Veltroni’

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Veltroni ha ragione, ma cita a sproposito Luciano Gallino. E’ vero che la distruzione di una comunità politica e la fine della democrazia sono sempre possibili. Se questo accade oggi nel nostro Paese, però, se definire qualcuno “intellettuale di sinistra” è come prenderlo a male parole, la colpa è del PD, così come al PD dobbiamo la micidiale crescita del neofascismo.
E’ venuto il tempo delle parole chiare che non consentano ambiguità. Il Partito di Renzi, del Jobs Act e della Buona Scuola è il primo e autentico responsabile dell’attuale disastro italiano e non c’entra nulla con la sinistra. Il PD è il partito di Minniti e dei campi libici. Senza Renzi e Minniti, non avremmo Salvini e il suo rinascente fascismo.
Potere al Popolo non vuole e non può consentire che la bandiera dell’antifascismo e della democrazia finisca nelle mani di chi prima l’ha violentata e tradita, poi l’ha consegnata inerme nelle mani di una destra fascista.

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«Ras»di Ferrara fu Italo Balbo, un vero modello dell’«uomo nuovo fascista». S’era fatto d’un fiato il cursus honorum del gerarca sanguinolento: scampoli di gloria feroce tra i volontari della carneficina nella «grande guerra», capo riconosciuto delle «squadracce» al soldo degli agrari quando bastonature e omicidi d’inermi avversari politici mostravano il «senso dello Stato» del primo fascismo, comandante generale della Milizia nel 1923. Implicato nell’assassinio di Don Minzoni, passò poi dalla Milizia al Parlamento e presto giunse al governo.

A Ferrara il 26 sono ritornati gli squadristi. Balbo mancava, è vero, ma s’è trovato un sostituto degno. Rivendicavano il diritto d’ammazzare impunemente e non a caso il colpo vibrato in piazza era assassino: mirato al cuore d’un madre – l’immensa Patrizia Aldovrandi – per fermarne il palpito di dignità, la passione e l’indomito coraggio. Chi ha voluto vederla, l’ha vista bene l’Italia di questi tempi bui: un Paese nel quale l’umanità spesso è donna, ma molto più spesso si perde in una divisa che mostra i distintivi della guerra. La guerra, sì, che la Costituzione ripudia ma offre la leva per la polizia della repubblica antifascista: Medio Oriente, Balcani e Afghanistan. Un’Italia in cui la Caporetto dei valori della Resistenza – di questo ormai si tratta, non di altro – non si spiega semplicemente col berlusconismo, ma chiama alla mente – ed è un morire di dolore – Piero Gobetti e la sua terribile sentenza: il fascismo malattia congenita della nostra storia, la natura elitaria del Risorgimento, un potere mai saldo in mano al «popolo sovrano» e sempre molto lontano dai cittadini. Chiama alla mente lontani maestri, appena tornati in armi dai monti partigiani e subito impegnati a scrivere una Carta Costituzionale tesa a colmare lo storico deficit di partecipazione. Quella Costituzione che ormai non conta più..

A Ferrara s’è potuto vedere con plastica evidenza: la crisi economica procede di pari passo con lo smantellamento della democrazia. Si sono visti chiari i segnali d’asfissia d’una politica priva di respiro ideale e s’è misurato l’abisso che ci attende, se non sapremo restituire al dibattito sullo stato dell’economia, il contributo decisivo di storici e filosofi. In un Paese che dopo la Liberazione non mandò a casa sciarpe littorie, sansepolcristi, scienziati della razza, questori, prefetti e magistrati mussoliniani e chiamò a presiedere la Corte Costituzionale quell’Azzariti già capo del «tribunale della razza», sono vent’anni ormai che, a parlare d’antifascismo, si disturba il manovratore. Vent’anni che si batte la grancassa su una inesistente ferocia partigiana e si trova la sinistra consenziente. Mentre Veltroni e i suoi cancellavano dalle rare sedi del «partito liquido» persino il ricordo dei partigiani – si fa un gran parlare di donne, ma a Napoli il PD ha eliminato dalla sua sede la partigiana Maddalena Cerasuolo – l’accademia s’è adeguata e c’è chi è giunto all’anatema: i partigiani padri della patria, tutti per vie diverse compromessi col gulag, non hanno la statura morale per parlare ai nostri giovani.

In questo clima, dopo le acrobazie dei lacrimogeni sui tetti del Ministero di Grazia e Giustizia, le violenze di Napoli e Genova e gli indiscriminati attestati di stima agli immancabili servitori dello Stato, più che la resurrezione di Balbo a Ferrara, stupisce lo stupore sbigottito di chi solo oggi intuisce l’esito fatale di un vergognoso revisionismo. Perché meravigliarsi della polizia, dopo che s’è voluto ridurre l’antifascismo a una questione privata tra veterocomunisti e neosquadristi, dopo l’armadio della vergogna e l’inascoltato allarme di Mimmo Franzinelli, che ci ha ammonito sul significato profondo d’una amnistia che fu colpo si spugna e sancì la continuità con lo Stato fascista? Rinnegata la propria storia, attestata a difesa di un’Europa che Spinelli ripudierebbe, collocato in soffitta Marx per far le fusa al liberismo targato Monti, era fatale che la polizia tornasse alla tradizione dell’Italia liberalfascista e si facessero nuovamente i conti con Frezzi massacrato di botte, Acciarito torturato e Bresci suicidato.

Qui non si tratta di solidarietà di corpo e nemmeno di forme estreme di «nonnismo» da caserma. Emilio Gentile l’ha spiegato chiaramente: la mistica fascista del cameratismo fu il fulcro di una identità nuova che, nel cuore d’una crisi, fuse in anima collettiva l’individualismo solitario dell’eroe, sicché i «rigenerati della guerra» pretesero di essere «rigeneratori della politica». Quand’è che il Parlamento pretenderà che si accenda la luce sui meccanismi di reclutamento delle forze dell’ordine e sulla loro formazione culturale e politica?

Uscito sul “Manifesto” il 29 marzo 2013

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Quando lo capiranno sarà tardi. E’ un territorio vasto e incontrollato. Naufragano tra gli scogli di Lampedusa, il Canal di Sicilia e le aule delle scuole e delle università di tutto il Paese. Li batte la cultura e non lo sanno. E’ la storia già scritta che decide, i fatti già avvenuti e i crimini consumati, contro i quali non c’è forza che tenga. Berlusconi, Bossi, La Russa, Gasparri, Tremonti, D’Alema, Veltroni, Casini. Non si tratta solo della paccottiglia plastificata del berlusconismo. E’ un suicidio di massa. Muore di leggi razziali l’abbozzo di genocidio tentato da Maroni, si spegne per rigetto il segregazionismo di Fini, Turco e Napolitano. Cede di schianto la pretesa che una banda di mercanti formi un Parlamento, che la libera coscienza dei popoli si sottometta agli interessi di un potere che pretende di decidere persino sulla vita e sulla morte.

Se ne sono sentite tante in questi giorni, che non ci sono dubbi. La partita contro la cultura e la formazione, aperta dai tagli di Gelmini e Tremonti è stata la Waterloo di un regime fondato sull’ignoranza. Carlo Galli, politologo e “opinionista” di quelli che vanno per la maggiore, ha sputato, nel consenziente silenzio degli “intellettuali” presenti la storica sentenza: “è il vento del Nord che si leva a Milano, là dove cominciò la Resistenza“! Una bestialità che fa il pari solo con la miseria morale e l’ignoranza mostrate in Emilia dal prof. Tremonti: “Quando sono venuto a Bologna tempo fa mi hanno detto che c’erano state le primarie e che aveva vinto Merola. Pensavo di essere a Napoli e invece ero a Bologna. Se continua così, a Bologna, il prossimo sindaco si chiamerà Alì. E i babà se li porterà via Merola“.

Ovunque nel Paese, tra scuola e università, l’attacco alla cultura urta contro focolai di resistenza e in cattedra ci sono ancora professori antifascisti che, per nulla intimoriti da Bossi, Garagnani e i minacciati provvedimenti fascio-leghisti, ricordano ai giovani il valore della libertà conquistata sui monti partigiani. A Napoli, che ha così risposto a Tremonti, alle amministrative hanno perso assieme Berlusconi e Bersani e, comunque vada, emerge la dignità della gente libera. Fu un napoletano di cui Tremonti ignora persino l’esistenza, Armando Diaz, a decretare la fine degli Asburgo: “I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo – affermò dopo Vittorio Veneto – risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza. Era ed è antica e immutabile legge: quando un potere non ha più funzione storica, non c’è forza che tenga. E’ per questo che la vittoria del “napoletano” Merola, a Bologna, fa di Tremonti il simbolo d’un regime che implode. E così lo consegna alla storia: tragicomica marionetta dai fili spezzati.

In Spagna, intanto, a Madrid, i “giovani indignati” occupano la Puerta del Sol e la rivoluzione del Nord Africa sbarca in  Europa. Ciclamini, minimizzano pennivendoli e burattini, ma sono terrorizzati. Potrebbe essere una nuova primavera della storia. Fosse così, e tutto induce a sperare, c’è da giurarci: presto i giovani vorranno saldare i conti.

Uscito su “Fuoriregistro” il 19 maggio 2011.

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Bruciano i bambini rom. Non è fumo di camino, ma razzismo, e le parole del lutto diventano miseria e complicità morale. Gli storici domani documenteranno ciò che oggi fingiamo d’ignorare. Nei libri il capitolo s’aprirà col titolo prevedibile: L’Italia di nuovo razzista. Altro esito politico non poteva avere la serie di menzogne che i moderati chiamano revisionismo storico e non è una polemica tra studiosi, ma un crimine compiuto in nome del profitto.

C’è da aspettarselo. Molti storceranno il naso, altri si fingeranno scandalizzati, qualcuno protesterà, ma diciamolo: questi morti hanno mandanti morali. Li hanno uccisi anzitutto i tanti storici che hanno taciuto o disertato, se gli italiani sono ancora “brava gente”. Tanti storici e, di conseguenza, la storia male appresa e peggio insegnata per decenni nelle scuole e nelle università della repubblica. E qui sì, qui, ben più che in matematica e scienze, il sistema formativo ha fatto i suoi danni, perché, occorrerà pur dirselo, là si sono formati Gelmini, Carfagna, Brambilla, Maroni e compagnia cantante.
Molti protesteranno scandalizzati, ma è così. Li ha uccisi una consapevole manomissione della verità storica a fini di eversione politica. Li hanno uccisi – e altri ne uccideranno – le “verità” ingigantite o mai provate, versate come ondate di fango sulla Resistenza, il “sangue dei vinti” che non fu nemmeno goccia nell’oceano dimenticato di quello versato dai 60.000 milioni di morti causati dagli aggressori nazifascisti. Li hanno uccisi i giorni della memoria falsificata e la volontà politica di ingigantire mediaticamente la tragedia delle foibe per rivalutare il vecchio nazionalismo fascista, col suo corteo impunito di leggi sulla razza e collaborazione con le SS. Il mandante morale è il neofascismo dilagante, con le sue guerre tra poveri, le sue nuove camicie e le sue rinnovate leggi razziali.

Il fanatismo etnico, come quello religioso, è stato e sarà sempre l’arma segreta dello sfruttamento. “Divide et impera“. E’ antica scienza politica, la stessa che oggi produce Rosarno, i rastrellamenti romani, gli affondamenti mediterranei. Oggi come ieri, ha taciuto o fa poco la scuola annichilita, là dove dovrebbe levare gli scudi, rompere i patti concertativi dei sindacati, denunciare la regolamentazione dello sciopero e aprire uno scontro senza quartiere con un Ministero che s’è fatto e si fa paladino di feroci discriminazioni: il “tetto” del 30 % per gli immigrati, le graduatorie regionali per i docenti, la corsia privilegiata per gli studenti “indigeni” nell’accesso alle borse di studio. La scuola invece tace e si acconcia al tempo nuovo, dopo avere abbandonato al suo destino i precari. Una sola battaglia prende a cuore, quella sulla valutazione, sacrosanta quanto si vuole, ma ricca d’ombre corporative.

Bruciano i bambini rom, nella memoria corta di un Paese di “senzastoria“, in un’Italia tutta escort e Pil, Mibtel e veline, shopping e consumi, Un’Italia di nuovo razzista.
Sono morti che pesano sulla coscienza di tutti“, sento dire. E’ un ritornello. Lo ripetono in tanti e mi ribello. Ognuno si prenda quel che gli compete e smettiamola con questa notte indistinta, in cui le vacche sono solo scure. Non è così. Non è colpa di tutti e anche questo va detto.
Chi ce l’ha messi, chi è che ancora li difende, i Cota alle Regioni, i Borghezio in Europa, i Gasparri e i Quagliariello in Parlamento, i Bossi e i Larussa a governare? Chi l’ha portato Alemanno al governo della capitale? Chi è stato?
Non siamo stati tutti.

Con questa gente non ho nulla a che spartire. Ho protestato, ho scritto parole di fuoco, quando Veltroni ha chiesto l’espulsione di tutti i rom solo perché un rumeno aveva stuprato un’italiana. Non li votati io, questi campioni della democrazia che hanno fatto a gara con la destra nella caccia all’uomo, nelle scelte forcaiole, nelle politiche di discriminazione razziale. Non c’entro nulla con questa gente che, pur di governare, ha fatto causa comune col razzismo leghista.

Da tempo faccio parte per me stesso, e anche in questi mesi, mentre si faceva filosofia morale sulla violenza romana degli studenti, sulle pratiche della lotta e su tutti i distinguo che mettono in pace la coscienza, anche in questi mesi c’era chi stava con gli studenti. E ci sto ancora. Sto con le loro mille ragioni, con la loro rabbia, coi loro diritti, coi loro tentativi di saldare le lotte, con la loro sacrosanta voglia di ribellarsi. Perché non altro resta. Ribellarsi.

Lasciatemelo dire. No, davvero non c’entro nulla con questi poveri morti.

Uscito su “Fuoriregistro” l’8 febbraio 2011.  

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Il polverone che s’è levato attorno alla vicenda Fini, può fa ben sperare per la fine di Berlusconi, ma rischia di coprire la pericolosissima china sulla quale il berlusconismo di destra e di sinistra ha cacciato il Paese. Della crisi della nostra democrazia, checché ne pensino i rivoluzionari da strapazzo e i pasdaran del nuovo che avanza, Fini è responsabile a destra, quanto Veltroni a sinistra e non lo salva il “gran gesto” ora che tutto rischia d’andare a catafascio e persino una nullità come Marchionne fa il maramaldo e sputa nel piatto in cui ha lautamente mangiato.

Non c’è dubbio, se l’ingombrante guitto che confonde la politica con il trono di cartapesta della “Mediaset” chiuderà la sua penosa vicenda impolitica, non solo ci leveremo di torno Cicchitto, Bondi, Gasparri e l’angelico Capezzone – che non è cosa da poco – ma eviteremo, per il momento, il disastro del sistema formativo e daremo un’immediata pedata nel sedere all’italo canadese della Fiat. Magari scopriremo poi che con Bersani e soci gli risarciremo il danno con gli interessi, ma il punto non è questo. Il punto è che manderemo al diavolo Tremonti, Calderoli e la loro sudicia idea di federare la miseria e dividere l’Italia per soddisfare gli egoismi di qualche produttore di latte e di un banda di fanatici in divisa verde. E’ qui, però, che la faccenda pare complicarsi.

Se il governo dei nobiluomini Scajola, Fitto, Brancher, Caliedo, Cosentino e Berlusconi, va gambe all’aria, cade miseramente nel nulla anche l’astuto progetto dei fascio-leghisti. Le cose stanno così, lo sanno tutti, anche se nessuno lo dice: il movimento politico denominato “Lega Nord per l’Indipendenza della Padania”, meglio noto come “Lega Nord” o “Lega Nord – Padania”, ha come prima finalità “il conseguimento dell’indipendenza della Padania”. Così dichiara urbi et orbi lo Statuto del partito, approvato nel marzo 2002 e mai modificato. E’ vero, Maroni e soci dicono di volerci arrivare “attraverso metodi democratici e il […] riconoscimento internazionale quale Repubblica Federale indipendente e sovrana”, ma quel galantuomo di Bossi, che sente puzza di bruciato, spara ormai a pallettoni. L’ha fatto il 31 luglio a Colico, ad una delle adunate in cui si galvanizza la minacciata guerriglia verde. Bossi  non si è limitato, infatti, a rifiutare un Governo tecnico. No. Il ministro della Repubblica l’ha detto chiaro: “Non staranno fermi, cercheranno di puntare su un governo tecnico […]. Ma se questo scenario dovesse profilarsi la Lega non starà ferma. Fortunatamente la Lega ha qualcosa come 20 milioni di uomini pronti a battersi fino alla fine.

Ci sarebbe devvero da ridere, se non venisse da piangere.

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La scuola pubblica affonda e, prima del “che fare?”, occorrerà per un momento chiedersi il perché. Prima dei “numeri” e della loro analisi, il contesto ideologico. E, per favore, nessun sorriso scettico. C’è, esiste. Al di là dello sbandierato rifiuto delle “ideologie“, è sotto i nostri occhi. La riduzione pregiudiziale a “ciarpame ideologico” dei valori di riferimento su cui trovò fondamento l’edificio repubblicano nella transizione dal fascismo alla Repubblica è il brodo di coltura da cui nasce la “democrazia autoritaria“: il rifiuto delle ideologie è, di per sé, un’ideologia e, a ben vedere, la peggiore di tutte, perché non criminalizza la degenerazione di principi ideali nella loro realizzazione concreta – questa sì, a rigor di logica, ideologica – ma pone sotto accusa direttamente i principi. Non è, quindi, come si tende a far credere, una manifestazione di sano pragmatismo. No. E’ altro e ben peggio: siamo di fronte a un tentativo – caratteristico d’ogni regime autoritario – di costruirsi un’identità che non deve necessariamente corrispondere alla natura profonda del movimento da cui nasce. Di fronte, per esser chiari, a una malcelata propensione all’autorappresentazione che consente a un regime di radicarsi.
La modernità della “formula“, che contempla la sopravvivenza formale degli Istituti democratici, svuotati tuttavia di contenuti concreti, non rende necessario l’apparato dei segni esteriori: sfilate, adunate, camicie nere o fasci littori non renderebbero un buon servizio e non sono previsti. L’egemonia culturale è ovviamente un obiettivo, ma il suo conseguimento segue altre vie e si serve di altri strumenti. Ed è su tale via che si può cogliere la spiegazione profonda dei fatti che accadono e delle scelte che li determinano.
Il berlusconiano “teatrino della politica“, per fare un esempio, quello sul quale l’uomo di Arcore si esibisce peraltro da tempo come un guitto da tre soldi, non colpisce, come vorrebbe far credere, una “maniera di far politica“, ma l’idea stessa, il concetto, la sostanza della politica. E’ un’immagine stilizzata, solo apparentemente estemporanea, di una concezione profondamente ideologica della vita sociale e della “partecipazione“: la politica è solo aggregazione di interessi, svincolata da legge morali, e a darle retta si perde solo tempo. La politica non serve, la politica è caccia al potere personale.
Io lo so – spiega il messaggio – noi lo sappiamo e ne facciamo a meno. Noi siamo “concreti“, liberali, disinteressati e non nascondiamo quello che gli altri nascondono, noi cerchiamo il potere, ma non per fini di arricchimento personale: siamo già ricchi ed affermati. Noi siamo fuori dal teatrino e non facciamo politica. Noi gestiamo un’azienda.
Su questa base – e in forza di uno slogan di successo – si è costruito uno schieramento politico che agli occhi degli osservatori esterni – soprattutto degli “spettatori” – ché la televisione è il perno del regime – è differente e migliore di tutti gli altri. Sulla base di questo principio, sono nate e si sono consolidate prima una “coscienza virtuale“, poi, senza che ci fosse bisogno di manganelli e olio di ricino, un’adesione “spontanea” al “partito nuovo“, ad un’associazione politica strutturalmente ideologica e militante, che aggrega interessi, ma appare disinteressata e investe il capo di un ruolo quasi “religioso“: qui rinnovatore, là perseguitato, spesso profetico. “Innocente” per definizione.
Se su questa base si ragiona di scuola, i conti tornano, il governo sembra aver ragione e i lamenti scandalizzati servono solo a rafforzarlo. E’ un fatto: i 132.000 docenti in meno che lavorano nella nostra scuola grazie alla Gelmini, passano indifferenti nella cosiddetta “società civile” distratta, se non complice, perché prima è passato sul velluto l’indottrinamento sul “fannullonismo” contro cui si son levati – come un sol uomo – intellettuali e politici d’ogni colore. Brunetta e la sua arroganza sono solo l’applicazione concreta di un principio cardine ricavato dalla propaganda nazista: una menzogna, sostenuta con la più ostinata e scientifica spudoratezza, diventa “verità” nella coscienza di un popolo. Perché vero è questo: quello in cui crediamo o ci fanno credere. Ed ecco spiegato il silenzio o il consenso su un dato davvero “mostruoso“: ben venga il licenziamento di massa. Questo sta accadendo ed è bene dirselo. Accade, perché non ricordiamo più ciò che un tempo ci era chiarissimo: il “fannullonismo” è il prodotto politico di un patto scellerato, del voto di scambio e di mille altri fenomeni che chiamano in causa anzitutto Brunetta. Ma questo non conta. Conta la verità virtuale.
Così, per la gente, non ha molta importanza che le classi siano più numerose, che gli insegnanti siano disprezzati, demotivati e pagati con quattro soldi. Importa che finalmente qualcuno “metta a posto prepotenti e sfaticati“. Conta il principio falso, ma accettato per anni da tutti come oro colato, che “privato è buono e pubblico cattivo“. Qui, per questa breccia, sono passati il sostegno alla scuola privata e lo smantellamento di quella pubblica; qui è nata la creazione d’un mondo di disoccupati; l’abbiamo avuto sotto il naso per anni questo processo e l’abbiamo approvato. Qui, profittando della comoda rinuncia a un’assunzione di responsabilità, è passato e passa il disastro del Paese: c’è voluta la teorizzazione della “precarietà” come scelta di vita e “strada felice” verso la globalizzazione: la sottomarca del “sogno americano” alla Veltroni. Americano made in Italy. Per strano che possa apparire, il berlusconismo non è il pensiero di Berlusconi o la maniera di far politica della destra, ma una strategia del capitale cui una sinistra senz’anima e senza storia ha guardato con favore fino a quando la forza delle cose, che non si lascia incantare dal circo mediatico, non l’ha cancellata dal “teatrino della politica“.
Da questa consapevolezza occorre partire per “rivoluzionare” l’opposizione politica e soprattutto sociale. E’ questa la rivoluzione che occorre tentare. Oggi. Subito. Domani sarebbe tardi. I regimi, anche la nuovissima “democrazia autoritaria“, rischiano tutti di finire nel sangue: non possiamo lasciare questa terribile eredità ai nostri figli.

Ucito su “Fuoriregistro” il 20 febbraio 2010

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Dopo quattro ore di discussione, nessuno dei presenti avrebbe saputo dire da che parte sarebbe finita la maggioranza del Consiglio di classe. Eppure avrebbero deciso loro, i componenti del disorientato e ormai disgregato “organo di democrazia dal basso“, come ci teneva a chiamarlo con incredibile faccia tosta Enzina Balina, una dirigente scolastica prepotente e autoritaria come non s’era mai visto nella scuola italiana.
Muro contro muro“, c’era poco da sperare e, in un sussulto di orgoglio, “matematica e scienze” – al secolo Maria Teresa Scacco – l’aveva detto alla preside fuori dai denti, guardandola negli occhi con tono involontariamente allusivo:
– “L’andamento dei lavori del Consiglio incarna alla perfezione il frutto malato d’un matrimonio incestuoso. Lei lo sa bene, preside. Un nanerottolo deforme…“.
Avesse avuto il tempo di farlo, raddrizzati gli occhiali tondi che si mettevano continuamente di sghimbescio sul bel naso francese, avrebbe chiarito con la voce calda dei momenti di passione che responsabile della nascita oscena era il miserabile connubio tra “una destra sempre più codina e fascioleghista e la sinistra neoclericale e centrista voluta da Veltroni e Dalema, i dioscuri del dopo Berlino“. Tempo però non ce n’era stato perché il cenno al mostriciattolo tarato aveva fatalmente toccato corde profonde in seno alla Balina che, tozza e sgraziata, dall’alto dei suoi incredibili tacchi a spillo, sfiorava a malapena il metro e quaranta. Il gelido “cafona comunista” di Pia Vassallo, la castigata docente di religione, zufolato ad arte per sembrare un soffio, ma forte abbastanza per giungere chiaro alle orecchie della Enzina, non era bastato ad evitare la tempesta.
Dopo aver fulminato “matematica e scienze” con uno sguardo luciferino, la Balina aveva sciolto le briglie alla bile e, scossa la criniera nera e cotonota dei suoi ricci, era incappata in un falsetto isterico:
E’ bene che lo sappia, signora Scacco, di qua non usciremo senza giungere a una conclusione! Sono stanca di questioni ideologiche. Se non troverete un accordo entro stasera, aggiorno il Consiglio a domattina e, se il tempo non dovesse bastare, stia certa, qualcuno darà spiegazioni a un ispettore!
Scacco aveva avuto un fremito. Il labbro inferiore s’era messo a tremare ma la donna, pallida come un cencio, aveva frenato il pianto e s’era evitata la considerazione “politica” sul disastro causato dall’opportunismo delle burocrazie sindacati. Enzina Balena, nota aguzzina di lavoratori, era da anni dirigente sindacale e sarebbe stata solo un’inutile imprudenza.
In un clima di estrema tensione, la discussione era ripartita, ma un attento osservatore avrebbe capito facilmente che ormai due sentimenti comuni attraversavano trasversalmente il piccolo consesso, poco prima diviso in “moderati” e “progressisti“: il timore di scontrarsi con la dirigente e la volontà di “sbrigare la pratica” e tornarsene a casa.
La tozza e deforme durezza di Enzina Balena ospitava nel petto floscio una prepotenza esperta, rafforzata da una struttura psicologica parafascista e da un’attitudine al comando di carattere addirittura militaresco, sicché, da quando il “potere dei dirigenti” aveva assunto i caratteri dell’assolutismo, la donna incuteva timore. Fino a qualche anno prima, nei rapporti con gli studenti e i professori, il bonapartismo di Enzina Balina aveva dovuto fare i conti con quanto sopravviveva dell’onda lunga del Sessantotto e di una domanda di cambiamento che ne aveva arginato, e talvolta umiliato la natura intollerante di regole democratiche. Enzina, tuttavia, aveva appreso prontamente la lezione e non era uscita schiantata dal vento della contestazione. Pronta a piegarsi coi forti, addirittura imbelle di fronte a ogni colore del potere, s’era sfogata coi deboli, esercitando un’autorità tanto più rabbiosa in basso, quanto più mortificata in alto, e s’era tenuta prudentemente fuori dal fuoco dello scontro sociale. Lucida e conseguente, aveva coltivato con tenacia ogni amicizia utile ed era stata bianca, rossa o nera, come comandavano calcoli e opportunità, occasione, interlocutori e bisogni. Nel buio profondo dell’animo aveva coltivato un disprezzo bieco e viscerale per “i feroci giacobini e i matti sognatori“, come nella ristretta cerchia degli “amici fidati” era solita definire chi aveva a cuore la coerenza ideale e l’interesse collettivo. Soffocato l’odio, tuttavia, se un “giacobino” le tornava utile, provava a conquistarlo con gli aperti segnali d’ammirazione, coi lampi sapienti degli occhi cinerini, con l’onda mossa ad arte della chioma riccioluta, fatta d’aspidi velenosi e aggrovigliati, troppo voluminosa per il suo tronco corto, per i fianchi grossi e le gambe tozze, cui, in verità, non aveva voluto negare il piacere della carne. Ricca di famiglia, aveva acquistato un marito al mercato, scegliendolo di suo gusto tra l’eterna genìa dei servi calcolatori in vendita per quattrini. Sesso e basta, nessun fremito d’amore: l’istintiva repulsione per una passione che sfiorasse l’anima, l’avrebbe resa certamente frigida, sicché nulla le era mancato nella vita meno quelli che definiva con sincero disprezzo “gli amori sentimentali e le fantasticherie da romanzi d’appendice“. Nel rimescolamento delle carte prodotto dalla crisi della “prima repubblica” s’era lanciata prontamente sul carro dei nuovi padroni che l’avevano saputa ripagare. Entrata a pieno titolo nella feccia del sottobosco del potere che si rinnovava e finalmente libera, Enzina aveva conosciuto l’impagabile soddisfazione della vendetta: sotto gli indecenti tacchi a spillo delle sue scarpe di pelle leopardata, era stato schiacciato senza pietà chiunque, di fronte al profondo cambiamento, s’era “. Mortificare “i feroci giacobini e i folli sognatori“, ai quali s’era dovuta inchinare negli anni della scuola di massa, era diventato uno degli obiettivi programmatici della sua vita di dirigente. Era solo un piccolo potere, il lume appena riflesso d’un satellite lontano anni luce dalle stelle vere – anche il male ha una sua genialità – , ma Enzina non altro aveva mai sperato che la gioia frustrata della ritorsione; chi “legge” con chiarezza la “fortuna” sa bene che, quando l’ambizione ha senso della misura e tiene nel conto dovuto il rapporto reale tra qualità personali e il valore quantitativo dell’investimento, la resa è mille volte produttiva e il successo non solo ripaga le attese, ma promette di allargare l’orizzonte. Enzina Balina valeva poco o niente, ma lo sapeva bene e questa consapevolezza era stata spesso decisiva al momento delle scelte cruciali. Se in quella barzelletta chiamata “organo di democrazia di base” qualcuno s’era messo in testa di decidere come credeva giusto, bene, doveva vedersela con la sua rabbia e non aveva dubbi: era giunto il momento di chiarire una volta per tutte cosa volesse dire “gerarchia“.
E’ legge di natura: il silenzio pauroso dei deboli diventa schiamazzo prepotente, quando è coperto dal rumore delle armi di un alleato forte. Lucia Viso – una vita di sconfitte nella “maggioranza silenziosa” – nemica giurata dei “decreti delegati” e di ogni espressione di democrazia nella gestione del sistema formativo, aveva sentito subito che la giornata sarebbe stata finalmente sua. Sconfiggere finalmente l’antico avversario in quella maledetta scuola di periferia, sarebbe stato come girare la boa e sentire la campana dell’ultimo giro con largo anticipo sui concorrenti. Era la fine di una vera e propria egemonia culturale. Basta richiami alla condizione sociale, basta obiettivi minimi ridotti praticamente al nulla, basta pedagogismi, buonismi e pietismi. Basta tutto. Basta soprattutto duelli logoranti con teppisti, scansafatiche e scostumati eternamente protetti dalla sinistra.
Quell’impunito di Riverso va bocciato – seppe urlare – e non m’importa nulla delle chiacchiere sulla situazione di partenza, sulla famiglia che c’è e non c’è, se ha mantenuto l’impegno di migliorare nel secondo quadrimestre. E non venite a dirmi che in terra di camorra…
In un silenzio opprimente anche un alito di vento procura un sobbalzo e poche parole scatenarono la bufera:
Noi non abbiamo puntato sull’autorità. La scommessa nostra è quella dell’autorevolezza.
Era stato il professore d’italiano a replicare. La discussione era partita proprio da una sua strenua difesa di Riverso ed era impensabile che stesse zitto, ma il tono della voce rivelò una stanchezza anomala e una lontananza improvvisa e innaturale. I capelli bianchi un po’ disordinati, gli occhi profondi e azzurri diventati una lama dietro gli occhiali lievemente dorati, il viso affilato benché quadrato, le labbra nervose e serrate, tutto rivelavano che qualcosa non andava. Scacco, che lo conosceva bene, guardò con angoscia il suo amico e sentì che nel petto gli bruciavano con uguale intensità una passione non ancora disposta a piegarsi e una fatica così dolorosa da impedirgli di affrontare la prova. Capì e un tremendo senso di colpa la schiacciò. Nello scontro durato un anno tra il suo vecchio amico e la diabolica Balina, la solitudine aveva fatto bene il suo lavoro. Se un mezzo di contrasto avesse consentito una radiografia dell’anima, il filo che di norma tiene insieme la vita e la volontà di vivere sarebbe apparso irrimediabilmente vicino alla rottura.
Anche Viso percepì che l’avversario suo storico era infine perduto e lo incalzò. Nella vittoria, nessuno sa essere più feroce di un debole di fronte al forte ch’è caduto.
Tu e quelli come te ci avete imposto per anni l’idea deformata d’una scuola perennemente ‘sessantottina’ in cui, oltre ogni lecita misura, pesavano soprattutto il rapporto tra risultati e contesto. Tu, come in invasato giacobino che parla in nome del popolo che in realtà non ama, hai posto in prima linea la disponibilità al dialogo, una presenza diventata assidua e in qualche modo attiva…
Che io sappia, però, non c’è traccia di un tuo dissenso.
Qui fu fermata la replica. Viso e Balina cantarono a coro:
Il mondo per fortuna cambia, ed è tempo che cambiamo anche noi, ora che in alto loco ce ne danno finalmente l’occasione. Il punto centrale della discussione non gira più intorno alle chiacchiere. Il punto non è il ‘segnale fortissimo’, su cui si insiste tanto, d’una presa di distanza dai compagni in tigrati nel ‘sistema’ per cui si dice che Riverso non ‘spaccia’ più. Il punto è che quel diavolo di Riverso ci accusa di non capire nulla di lui e di quelli come lui. Il punto è che s’è permesso di dire che se lui fa schifo a noi, anche noi facciamo schifo a lui.
Ancora una volta Sacco fu tagliente:
Ha anche detto che non ce l’ha con tutti – replicò – e voglio ricordarvi che mesi fa tutti ci eravamo trovati d’accordo sul fatto che una bocciatura avrebbe provocato un sicuro abbandono.
Di conserva, con quanta forza aveva ancora, il professore d’italiano si rivolse direttamente a Viso:
Per onor di firma: non gli abbiamo dato quello di cui ha veramente bisogno. Né a lui, né a tanti come lui. Sono scelte che passano sopra la nostra e la loro testa, questo lo so. Pagano gli ultimi. Scelte politiche, se per politica s’intende amministrazione e favori al Vaticano. E lo dico io, prima che qualcuno me lo ricordi: questa non è la sede per discutere di certe cose.
Balina replicò a muso duro:
Non consento a nessuno, a lei meno che a tutti, professore, di valutare il lavoro di questa scuola e dei suoi colleghi. Meglio farebbe a badare a se stesso!.
Luca Grosso, l’ex maresciallo dei carabinieri, passato per l’Isef e acquisito dio sa come nei ranghi della scuola, intuì che era giunto finalmente il suo momento e non si fece pregare.
Io coi giovani discuto, s’era vantato per un anno coi colleghi e gli studenti. Ora gettava la maschera e sbottava:
Questo Riverso è solo un piccolo pendaglio da forca. Nient’altro. Un futuro avanzo di galera.
A quel punto, incoraggiata, Pia Vassallo aveva trovato finalmente modo di rompere con un’antica tradizione di gesuitica bontà e s’era associata senza esitazione, sbottonando nella furia la candida e accollata camicetta sul seno prosperoso.
Cacchio, finalmente qualcuno che lo dice: un gaglioffo indecente e senza dio.
D’un tratto languida, tra improvvisi e isterici rossori, s’era mangiata con gli occhi l’appetitoso carabiniere ormai “collega di educazione fisica” e s’era trovata alleate musica e arte, che le “qualità artistiche” dello “studente indiavolato”:
E’ vero, nella recita di fine anno ha dato un buon contributo per la scenografia e le musiche, ma solo il padreterno sa quello che c’è voluto per tenerlo a bada!
In una speranza disperata, il professore d’italiano aveva immaginato una difesa estrema:
Se ritorniamo sulle promozioni già approvate, non ci vorrà molto a verificare che tanti sono messi peggio di Riverso…
La speranza di salvarne uno produsse così la rovina degli altri. Prima delle verifiche, l’ex maresciallo ottenne che si adottassero preventimanete dei criteri di valutazione:
Sul giudizio finale – ottenne – peseranno parolacce, rispostacce e comportamenti provocatori sul piano sessuale di due o tre puttanelle che, lo sappiamo tutti, finiranno sicuramente sul marciapiede.
Fu così che, con Riverso, persero l’anno due ragazzi e due ragazze che prima della verifica erano stati promossi. Tutti naturalmente con un liberatorio cinque in condotta.
A settembre il professore d’italiano non prese servizio. Una commissione medica l’aveva assegnato ad altre mensioni per un gravissimo esaurimento nervoso e s’era trincerato nella biblioteca d’una scuola elementare. In quanto a Riverso, sarebbe andata probabilmente allo stesso modo anche con una promozione, ma una dato è certo. Alla ripresa non s’era presentato. Per tutta l’estate aveva scorrazzato sul motorino ed era tornato a fare il “puscher” per la camorra. A fine settembre, nessuno saprà mai perché, qualcuno gli aveva “insegnato per sempre l’educazione” e una mattina di primo ottobre l’avevano trovato poco lontano dalla scuola. Un solo colpo, tirato alla nuca. A bruciapelo.

Uscito su “Fuoriregistro” il 20 gennaio 2010

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