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Posts Tagged ‘Quagliariello’

Chi s’interessa ancora di politica parlamentare è ormai apertamente schierato per il voto palese. Una scelta «eccezionale», per risolvere una vicenda «straor-dinaria». Questa la spiegazione ufficiale. Io ne ho un’altra, molto meno popolare, lo so, ma di gran lunga più realistica. matteottiQuesto Paese ha vissuto 150 con un male cronico. Dei Crispi, dei Mussolini, dei Berlusconi e delle controfigure più o meno brave, come Scelba o quel nobiluomo di Bettino Craxi, non c’è età della nostra storia che non porti il segno. I «casi eccezionali» dalle nostra parti non sono il «tour di force» in Commissione Giustizia, per cacciare dal Senato un pre-giudicato col quale però si governa il Paese; un «caso eccezionale» non è nemmeno la vicenda del voto palese per risolvere la sporca faccenda di un parlamentare che non ha mai avuto i requisiti per essere eletto e sono venti anni che ci sta. Ci sta tranquil-lamente, votato da milioni di elettori e benedetto dai colleghi del maggior partito italiano che se lo sono scelti come alleato. I «casi eccezionali» qui da noi sono i rari, rarissimi momenti di «normalità».
Il Paese va a rotoli, ma che importa? Noi abbiamo da risolvere il caso Berlusconi. A qualunque costo. Facciamoci ancora male, tanto che fa? Se abbiamo fatto la Resistenza e ci siamo tenuti il codice del fascista Rocco, possiamo tranquil-lamente cambiare la Carta costituzionale in compagnia di Alfano, Cicchitto, Qua-gliariello, Lupi, Lorenzin e la De Girolamo, tutti amici di Berlusconi. Attenzione, però, che bisogna studiarsi immediatamente un nuovo «rimedio eccezionale», perché il male cronico non guarirà e già si vede all’orizzonte una nuova terribile crisi: stavolta il germe si chiama Renzi o se volete uin misto tra Crispi e Mus-solini: un Berluschino.
Non avrei mai pensato di doverlo riconoscerlo – ho scritto due libri per dimo-strare che sbagliava – ma avevo torto io e ragione Gobetti: è vero, c’è una tara genetica che affligge questo Paese. Ormai però non il problema non fa più paura a nessuno. Per liberarci dei virus, infatti, abbiamo brevettato un metodo infallibile: ora curiamo la malattia uccidendo il malato.
Bravi, veramente bravi. Bravi da… morire.

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Bruciano i bambini rom. Non è fumo di camino, ma razzismo, e le parole del lutto diventano miseria e complicità morale. Gli storici domani documenteranno ciò che oggi fingiamo d’ignorare. Nei libri il capitolo s’aprirà col titolo prevedibile: L’Italia di nuovo razzista. Altro esito politico non poteva avere la serie di menzogne che i moderati chiamano revisionismo storico e non è una polemica tra studiosi, ma un crimine compiuto in nome del profitto.

C’è da aspettarselo. Molti storceranno il naso, altri si fingeranno scandalizzati, qualcuno protesterà, ma diciamolo: questi morti hanno mandanti morali. Li hanno uccisi anzitutto i tanti storici che hanno taciuto o disertato, se gli italiani sono ancora “brava gente”. Tanti storici e, di conseguenza, la storia male appresa e peggio insegnata per decenni nelle scuole e nelle università della repubblica. E qui sì, qui, ben più che in matematica e scienze, il sistema formativo ha fatto i suoi danni, perché, occorrerà pur dirselo, là si sono formati Gelmini, Carfagna, Brambilla, Maroni e compagnia cantante.
Molti protesteranno scandalizzati, ma è così. Li ha uccisi una consapevole manomissione della verità storica a fini di eversione politica. Li hanno uccisi – e altri ne uccideranno – le “verità” ingigantite o mai provate, versate come ondate di fango sulla Resistenza, il “sangue dei vinti” che non fu nemmeno goccia nell’oceano dimenticato di quello versato dai 60.000 milioni di morti causati dagli aggressori nazifascisti. Li hanno uccisi i giorni della memoria falsificata e la volontà politica di ingigantire mediaticamente la tragedia delle foibe per rivalutare il vecchio nazionalismo fascista, col suo corteo impunito di leggi sulla razza e collaborazione con le SS. Il mandante morale è il neofascismo dilagante, con le sue guerre tra poveri, le sue nuove camicie e le sue rinnovate leggi razziali.

Il fanatismo etnico, come quello religioso, è stato e sarà sempre l’arma segreta dello sfruttamento. “Divide et impera“. E’ antica scienza politica, la stessa che oggi produce Rosarno, i rastrellamenti romani, gli affondamenti mediterranei. Oggi come ieri, ha taciuto o fa poco la scuola annichilita, là dove dovrebbe levare gli scudi, rompere i patti concertativi dei sindacati, denunciare la regolamentazione dello sciopero e aprire uno scontro senza quartiere con un Ministero che s’è fatto e si fa paladino di feroci discriminazioni: il “tetto” del 30 % per gli immigrati, le graduatorie regionali per i docenti, la corsia privilegiata per gli studenti “indigeni” nell’accesso alle borse di studio. La scuola invece tace e si acconcia al tempo nuovo, dopo avere abbandonato al suo destino i precari. Una sola battaglia prende a cuore, quella sulla valutazione, sacrosanta quanto si vuole, ma ricca d’ombre corporative.

Bruciano i bambini rom, nella memoria corta di un Paese di “senzastoria“, in un’Italia tutta escort e Pil, Mibtel e veline, shopping e consumi, Un’Italia di nuovo razzista.
Sono morti che pesano sulla coscienza di tutti“, sento dire. E’ un ritornello. Lo ripetono in tanti e mi ribello. Ognuno si prenda quel che gli compete e smettiamola con questa notte indistinta, in cui le vacche sono solo scure. Non è così. Non è colpa di tutti e anche questo va detto.
Chi ce l’ha messi, chi è che ancora li difende, i Cota alle Regioni, i Borghezio in Europa, i Gasparri e i Quagliariello in Parlamento, i Bossi e i Larussa a governare? Chi l’ha portato Alemanno al governo della capitale? Chi è stato?
Non siamo stati tutti.

Con questa gente non ho nulla a che spartire. Ho protestato, ho scritto parole di fuoco, quando Veltroni ha chiesto l’espulsione di tutti i rom solo perché un rumeno aveva stuprato un’italiana. Non li votati io, questi campioni della democrazia che hanno fatto a gara con la destra nella caccia all’uomo, nelle scelte forcaiole, nelle politiche di discriminazione razziale. Non c’entro nulla con questa gente che, pur di governare, ha fatto causa comune col razzismo leghista.

Da tempo faccio parte per me stesso, e anche in questi mesi, mentre si faceva filosofia morale sulla violenza romana degli studenti, sulle pratiche della lotta e su tutti i distinguo che mettono in pace la coscienza, anche in questi mesi c’era chi stava con gli studenti. E ci sto ancora. Sto con le loro mille ragioni, con la loro rabbia, coi loro diritti, coi loro tentativi di saldare le lotte, con la loro sacrosanta voglia di ribellarsi. Perché non altro resta. Ribellarsi.

Lasciatemelo dire. No, davvero non c’entro nulla con questi poveri morti.

Uscito su “Fuoriregistro” l’8 febbraio 2011.  

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Non sono pugnalate, Fini, non è Bruto né Cassio e, nei panni di Cesare, Berlusconi fa cilecca persino come caricatura, ma trentatre sono i colpi contati, trentatre le astensioni, una raffica, e dopo la standing ovation dei fedelissimi e il patetico saluto romano, il piccolo re s’è ritrovato nudo. Nulla v’è al mondo che in eterno duri e ora sì, ora saremmo davvero alle comiche finali, se in fondo al tunnel non apparisse lo spettro del naufragio.

Mentre lo sfruttamento cresce, il razzismo dilaga, la scuola affonda, l’università agonizza e i giovani non trovano lavoro, la successione dei fatti è oscena, cupa e raggelante. Ammutoliti Bondi e Bonaiuti, Capezzone tartaglia, come un guitto che non ricorda la parte, e la Brambilla, l’equivalente meneghino del “signor nessuno“, turista della politica e ministra del turismo, persa la testa, si scatena contro il palio di Siena, consegnando la città al nemico. La barca fa acqua da ogni parte e il motore s’inceppa. Se il livore non accecasse il signor “ghe pensi mi!”, Feltri e Belpietro, che non brillano per acume, ma sono furbi scherani, terrebbero in prima pagina le previsioni del tempo, ma l’ordine è tassativo: “trattamento Boffo”. Il conto però non torna, risulta sbagliato, e il fango misteriosamente cresce nell’impatto e poi rimbalza: uno schizzo colpisce Chiara Moroni e diventa valanga, sommergendo Berlusconi; un altro s’avventura su Fini, ma si fa diluvio e affonda nella melma i colonnelli disertori Gasparri e Larussa.

Come cozza allo scoglio, Berlusconi s’attacca al “porcello”, la legge elettorale sulla quale pesa come un macigno il giudizio dell’autore, Calderoli, fascioleghista d’origine controllata, che il 18 marzo del 2006, con imprudenza pari all’arroganza, confessò scioccamente alla “Stampa”: è una porcata, “io la chiamavo affettuosamente Porcellum. La Lega merita fiducia: trasformista per vocazione, nel 1994 piantò in asso l’amico Berlusconi e lo mandò gambe all’aria. Presto finì pezzente, rischiò di sparire e, cenere in testa, si presentò a Canossa. Gente d’onore, insomma, che sputa su Roma ladrona e sui meridionali, ma prende i soldi dello stipendio dalle tasse che pagano i “terroni” e s’è specializzata in suinate. L’ultima, in ordine di tempo, la Lega di Calderoli l’ha realizzata sostenendo i furbastri delle quote latte e costringendo la gente onesta a pagare miliardi di multe di elettori leghisti.

In che spera la cozza? Anzitutto in un meccanismo elettorale misto, in una manomissione della rappresentanza politica, caratteristica dei sistemi maggioritarî, che non rispecchiano nelle Assemblee elettive i rapporti di forza reali tra i partiti e ignorano le voci e i temi delle relazioni tra le classi sociali, e poi, in quell’imbroglio chiamato premio di maggioranza, che si giustifica con la foglia  di fico d’una promessa: stabilità politica e “governabilità”. Un inganno che non ha mai evitato la frammentazione, ha regalato il Paese a minoranze raffazzonate e pronte alla rissa. Per questo si sono creati i due sedicenti “grandi partiti” – il PD e il PDL – enormi recipienti vuoti in cui si raccolgono, a seconda degli interessi di questo o quel leader e gruppo di potere, aggregazioni disomogenee, che hanno diversa radice storica e culturale e formano articolazioni non solo molto diversificate, ma pronte alla contesa. E’ andata così con Prodi, così va col sedicente “leader maximo”.

La cozza, sostenuta da uno statista come Bossi, suscitando omeriche risate tra chi sa leggere, scrivere e far di conto, sostiene che il premier l’ha scelto il popolo, ma il “legame” tra partiti e preteso leader di una pretesa coalizione è solo virtuale: nessuno può impedire a nessuno di cambiare casacca e, in ogni caso, la repubblica presidenziale esiste solo nella testa malata di sparute pattuglie di illustri sconosciuti che, a titolo puramente personale e da nessuno mai eletti, si occupano di riforme nella spappolata maggioranza. Piaccia o meno agli storici alla Quagliarello, la Costituzione disegna il quadro di una repubblica parlamentare. E, d’altra parte, come parlare di voto, se è impossibile esprimere preferenze, se Calderoli e il porcellum hanno vergognosamente silurato la Costituzione e il parlamentare non sarà eletto dal “popolo sovrano”, come  rappresentante di sensibilità e interessi di pezzi di società, ma solo per giochi di potere e scelte del “palazzo”?

Il porcellum è un crimine. Ad esso, ridotti alla disperazione, la cozza e i suoi accoliti si aggrappano per imporre ancora una volta uno stravolgimento delle regole fondanti, per poter ancora distorcere l’articolo 49 della Costituzione, per il quale i cittadini sono i soggetti imprescindibili della vita politica e i partiti semplici strumenti di una partecipazione organizzata. Votare con questa legge criminale vorrebbe dire violare ancora una vota gli articoli 56  e 57 della Carta costituzionale, per i quali l’elezione delle Camere – deputati e senatori – è conseguenza di un voto espresso dai cittadini “a suffragio universale e diretto”. Testuale.

L’analfabetismo di ritorno, che è la principale caratteristica dell’attuale classe dirigente, impedisce alle cozze e agli scogli che hanno sconvolto le aule parlamentari che qualcuno ne faccia cenno, ma alla pagina 441 degli Atti della Costituente è riportato l’ordine del giorno Ruini, approvato dall’Assemblea Costituente, che suona oggi come un severo monito della storia: “L’Assemblea Costituente ritiene che l’elezione dei membri della Camera dei deputati debba avvenire secondo il sistema proporzionale”.

Nemmeno nel peggiore degli incubi Ruini avrebbe immaginato che a poco più di settant’anni, una legge “porcata” avrebbe espropriato i cittadini dell’espressione diretta del suffragio, per consentire la sopravvivenza d’una cozza avvinghiata allo scoglio del potere. Tocca a noi dire no a questo sconcio e se Bossi dovesse provare a suonare le trombe, faremo in modo che diventi sordo al suono delle nostre campane.

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Dalle parole ai fatti. Il governo verde cavalletta dei celoduristi, sostenuto dai quattrini versati a fiumi da “Roma ladrona”, procede come uno schiacciasassi e appare chiaro: nasce un Principato Gallo-Cisalpino.

A Bossi che straccia il tricolore e a Calderoni che fa il filo alle gabbie salariali, copre le spalle con piglio celtico Maroni, “Roberto delle bande verdi”, con la Guardia Nazionale, gli alpini di Padania e, da ultimo, la Milizia Volontaria per la Sicurezza dell’agiatezza gallo-cisalpina. E’ il principato dell’egoismo e tanto peggio per i poveri d’ogni contrada: nordici, sudici e comunitari o islamici, marocchini e clandestini. 

Come spesso accade quando una menzogna pretende di essere un ideale, il cerchio però non si quadra e tra terre d’occupazione francese, plaghe di secolare colonizzazione iberica, lande austro-ungariche, fasti e nefasti di Visconti e Sforza, i geografi insubri invano si rompono la testa: nessuno conosce i confini del Principato che nasce, pertanto, elastico, precario e indefinito. Poche certezze. Un punto fermo prova a fissarlo Bricolo Ferdinando da Verona, sgrammaticando storia e Costituzione con una barzelletta di quelle berlusconiane, che movimenta l’incipit d’un agosto di crisi vacanziera, quando la Camera dei “nominati” a mezzo servizio ha esposto il tragicomico “chiuso per ferie”. Dopo il “federalismo fiscale”, che cristallizza le ragioni delle regioni ricche ai danni di quelle povere e, nelle regioni ricche, affonda definitivamente la causa dei poveri per tutelare borseggiatori d’alto bordo, evasori e mazzettieri, dopo la territorializzazione della docenza e l’indigenizzazione della cultura, si afferma ora la regionalizzazione dell’identità nazionale. Bricolo in testa, Cota, Goisis e tutti i capi delle bande maroniane rompono gli argini e puntano al cuore dell’unità nazionale: c’è un comma nuovo da inserire nell’articolo 12 dello Statuto di quella che fu la Repubblica italiana, per “riconoscere il rilievo costituzionale dei simboli identitari di ciascuna regione individuati nella bandiera e nell’inno”. E, senza scomodare il melodramma, un inno l’han trovato sin dal luglio scorso. E’ opera d’un genio verde cavalletta, quel Matteo Salvini che ha restituito alla “Questione settentrionale” l’anima sua più nobile e più schietta: quella eversiva e separatista del fascioleghismo alla Borghezio. Musica sacra in stile gregoriano, parole forti da gallo-cisalpino risciacquato nel Po’, si fa presto a cantarlo

Senti che puzza, scappano anche i cani, / senti la puzza, son napoletani, / son colerosi e son terremotati, / con il sapone mai si son lavati!”.

Bocchino e Quagliariello, casaliberisti partenopei e soci in affari di Matteo Salvini nell’armata berlusconiana, non han fatto una piega: si son lasciati prendere a schiaffi pubblicamente senza aprire bocca. A quanto pare, si riconoscono pienamente nell’inno e, con loro, tutti i napoletani sistemati da “nominati” nella casa della sedicente libertà. Firmeranno perciò senza fiatare questa e qualunque altra proposta celtica i napoletani Cesaro, De Luca, Di Caterino, Iapicca, Mazzocchi, Nastri, Papa, Russo, Scapagnini, Vito e le “deputate” Giulia Cosenza e Giuseppina Castello, per le quali chissà, Salvini potrebbe produrre una variante di genere che faccia rima con “cagne puzzolenti”.

Questo è lo stato dell’arte, né risulta che l’illustre storico Gaetano Quagliariello pensi di denunciare i rischi d’una tragedia che – Bricolo non ne sa probabilmente niente – abbiamo già vissuto ai tempi della “piemontesizzazione” e della destra cavouriana, quando l’ignorante tracotanza del blocco costituito da agrari del Sud e mercanti e manifatturieri del Nord costò al Paese più morti di quelli patiti in tre guerre d’indipendenza.

Giorni fa, sul Manifesto, Giorgio Salvetti si domandava quale ronda ci salverà da questo delirio. C’è una sola via per impedire questa sorta di ‘conquista regia’ rovesciata nel suo opposto, ha ragione Gianni Ferrara: è quella di una “conquista di civiltà unitaria, solidale, egualitaria”. Occorre una sinistra che torni ai valori fondanti sanciti dalla Costituzione e consacrati dal sangue dei combattenti della guerra di liberazione. Una sinistra che saldi la volontà di riscatto dei ceti deboli ed emarginati che esistono e crescono al nord come al sud, alle ragioni degli immigrati che l’egoismo leghista ricaccia nella disperazione. L’esercito non occorre e non servono armi. E’ un lavoro politico che travolgerà in un tempo solo, Cota, Bricolo, Bocchino e Quagliariello.

Anna Arendt aveva torto. Il male non è banale. Il male è una somma d’interessi miopi levati al rango di filosofia politica. Il male è una violenza contro la quale la politica alza bandiera bianca.

Uscito su “Fuoriregistro” l’8 agosto 2009

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