Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘Corano’

dr-top-1-percentC’è un Paese ricco e potente, una federazione di Stati, che scrive le sue leggi per favorire i ricchi e consente a piccole élite che detengono un grande potere economico di condizionare i processi politici. E’ un Paese in cui le università costano un occhio della testa e a scuola sui libri di testo è ammesso l’intervento degli Stati.
E’ un Paese in cui la dottrina liberista conta più del Corano letto dai fondamentalisti e chi riconosce il diritto alla salute e il dovere della collettività di pagarne i costi è un autentico bestemmiatore. Un Paese in cui tutti sono sceriffi armati, boia e polizia ammazzano che è una bellezza, però, per antica tradizione, uccidono soprattutto i neri e va bene così. Zio Tom vive nella sua eterna capanna e la questione razziale non si risolve mai. E’ un Paese in cui un cittadino su cento possiede ricchezze incalcolabili, milioni di sventurati muoiono di fame e disperazione,  i disoccupati neri sono il doppio dei bianchi, e il reddito si divide a seconda del colore della pelle: 76 % ai bianchi, 14 ai neri e 10 agli ispanici. .
Per i nostri «grandi giornalisti», tutti più o meno cloni di Paolo Mieli, questo Paese è la più «grande democrazia» dell’Occidente e i pennivendoli ora studiano il caso Trump per capire se il palazzinaro-presidente fa sul serio o scherza; qualcuno aggiunge sottovoce che Clinton e Trump sono entrambi due pessimi soggetti, ma nessuno trova scandaloso che il presidente sia stato eletto contro il voto popolare. Eppure le cose stanno proprio così. Nella «grande democrazia», Trump vince, benché abbia perso.

Uscito su Fuoriregistro e Agoravox

Read Full Post »

mekan_sismanoglio-megaro-sismanoglu-konag_jazjaiqjjNon è finita, ma appare chiaro: questa non è l’ennesima “primavera”. I turchi stanno provando a smontare una buffonata che da tempo riduce la democrazia al voto d’un giorno e a un imbroglio perenne.
Prendiamone atto fuori da schemi ideologici: una leadership costruita sul nulla, che ha fatto di un mediocre politico un sedicente statista, va in pezzi sotto i colpi della piazza e il messaggio per l’Europa dell’austerità è così chiaro che fa tremare i Palazzi. Non possiamo leggerli i preoccupati scambi tra i consoli generali annidati a ridosso di Piazza Taksim, sul viale Istikal, ma dal giardino della villa che ospita gli svedesi, alla romantica e ormai malinconica rappresentanza greca, Francia, Paesi Bassi, Regno Unito ce l’hanno sotto gli occhi e sono certamente  preoccupati: non è più tempo di religioni. Non si può più giocare tra loro il Corano contro il Vangelo, perché in crisi c’è andata la fede, senza la quale non c’è religione. Dopo tanto correre per il mondo, il Dio mercato, l’assioma che non si dimostra, vero in sé per assunto, ha trovato tanti sacerdoti, ma la sua religione non parla alla gente, non suscita sogni, non ha promesse di paradisi credibili; gli stregoni non incantano più e la corda della pazienza, lungamente tesa, ora si sta spezzando. Per salvare il saggio di profitto, non bastano più illusionisti: Erdogan, le fumose alchimie di Monti o le larghe intese di Napolitano e Letta. In Germania Merkell, in Spagna Rakoy, in Francia Holland, e chi più ne ha più ne metta, i sacerdoti del Capitale non sanno più addomesticare le masse. Il conflitto che s’è scatenato nel mondo non è guerra di religione e non ha precedenti nella storia dei nostri tempi: un’élite di sacerdoti invasati fronteggia masse di senza fede e l’incendio divampa non a caso, feroce e privo di regole note, sulle storiche bocche del Bosforo, là dove l’Europa si specchia nell’Asia e s’è visto in un baleno che il ferreo controllo di Obama su tutto e su tutti non è meno islamico e orientale della reazione turca.
Messo allo scoperto dalla promessa d’un benessere che s’è fatto sfruttamento, il sovversivismo delle classi dirigenti mostra l’inganno dell’età dell’oro e restituisce forza alla risposta popolare. E’ l’alfabeto della lotta di classe. In Turchia è diventato d’un tratto facile capire come una “medesima base economica” possa “manifestarsi in infinite variazioni o gradazioni, dovute a numerose circostanze empiriche, condizioni naturali, rapporti di razza, influenze storiche”. Nessuno tra i nostri dotti analisti, né quelli assoldati dal potere, né i vecchi arnesi della sacre scritture dell’agonizzante sinistra, avrebbe giocato un centesimo bucato sull’accelerazione violenta che un gruppo di alberi a rischio abbattimento, in un parco di cui il mondo non conosceva l’esistenza, avrebbe spinto la Turchia sull’orlo d’una rivolta. Eppure gli alberi hanno dato un’unica voce ai dissidenti. La farsa della democrazia, producendo un’irreversibile crisi di rappresentanza, ha unito migliaia di turchi al di là della condizione sociale. L’integralismo, ogni integralismo, anche e soprattutto il fondamentalismo economico, ha rivelato la sua capacità di aggregazione antisistema. E’ vero, la rivolta di Istanbul ha i suoi protagonisti in esponenti di tendenze politiche disparate. Assieme al marxista, lotta chi ha coscienza civile, il vecchio militante, il moderno ecologista e il curdo indipendentista. E’ probabile che tra chi osserva e sta a guardare presto comincerà la gara dei distinguo e la caccia alle contraddizioni. Qualcuno sentenzierà che anime d’una protesta così diverse tra loro non  potranno dar vita a un movimento coeso. Può darsi che sia vero, ma vero è anche che nelle analisi, anche quelle più ardite, non s’era trovato posto per alberi in grado di scatenare rivolte.
Negli anni Quaranta del secolo scorso il totalitarismo mise insieme gli opposti e non fu solo illusione. La globalizzazione è per sua natura processo totalitario che ha aperto il grandangolo sulla scena planetaria: se per un verso il “consenso” non è più questione locale, per l’altro, l’equilibrio tra popoli e potere si regge sulla coesione sociale. Chi ha scommesso su un mescolamento delle carte che desse l’illusione d’una progressiva cancellazione delle classi ora  fa i conti con una crisi che non consente la sopravvivenza di una base di consenso popolare conservatrice, destinataria di un qualche beneficio della produttività crescente ed esclusa dal peso della repressione destinato ai reietti. La crisi turca pare dimostrare che l’esperimento è miseramente fallito: l’inganno democratico non sopravvive alle condizioni impossibili dello sfruttamento dell’uomo e della natura. Prenderne coscienza significa compiere un passo nella direzione che Salvatore Prinzi ha laicamente indicato: la comprensione e quindi la costruzione di un “mondo globale che resta da fare, non tornando all’indietro, verso un eden irrimediabilmente perduto, ma andando avanti, verso qualcosa da guadagnare”. La disperazione delle masse di perseguitati e reietti si è saldata alla protesta della borghesia moderata, in un’opposizione che ha natura, se non coscienza, rivoluzionaria. La storia, è vero, non si ripete, tuttavia è un fatto: per emergere come classe rivoluzionaria vittoriosa, la borghesia marciò col Terzo Stato. E, d’altra parte, non a caso, come ricorda Marcuse, ricorrendo al Benjamin dell’alba del fascismo, quando tutto sembra perso, l’unica speranza che regge ci viene dai disperati.

Read Full Post »

Non lo dice nessuno, ma si sa: Cota è notoriamente abortista. Non si tratta di sfatare un mito e non c’entra nemmeno il Garibaldi frà massone, pirata e faccendiere dei sussidiari sfascisti su cui si forma la gioventù leghista. In discussione, se ma, c’è il modello “culturale” – si fa per dire – che Cota, Maroni e Goisis rappresentano al meglio. Lo ha ripetuto a lettere chiare persino Napolitano, che di solito, ama collocarsi “fuori della mischia”: la criminalità organizzata “meridionale” fa affari d’oro con le complici regioni del Nord. La “questione settentrionale” del Nord leghista, perciò, non passa certamente, come piacerebbe a Cota, l’ineffabile ex secessionista, per la “pillola abortiva”, ma un problema di aborto in casa leghista esiste certamente e riguarda la scelta di interrompere lo sviluppo di un popolo civile. In questo senso, non c’è pillola più abortiva della legge elettorale di Calderoli e, da Pontida a Lampedusa, la tragedia che incombe non sono gli immigrati che ci “islamizzano“, ma le leggi sull’immigrazione che ci imbarbariscono, la scuola e la ricerca sfasciate che sopprimono la ragione critica e fanno dell’egoismo individualista italiota la base “culturale” del fanatismo scatenato dalla Lega padana.
Saviano, che il Sillabo leghista metterebbe volentieri all’indice assieme al Corano, l’ha dimostrato senza possibilità di dubbio: il sistema economico “legale”, che il Carroccio si vanta di rappresentare, non sta a galla senza quello illegale. E qui la geografia politica non c’entra; non ci sono un Sud “mafioso” e un Nord “virtuoso“. Esistono cittadini onesti – e sono italiani – e ci sono delinquenti che non hanno patria e cittadinanza, ma riferimenti politici in ogni parte del Paese. Dal mondo dell’alta moda alle sempre più malconce fabbriche del nord-est, sono in tanti a smaltire, in accordo con le ecomafie, rifiuti a basso costo in barba alle norme sull’inquinamento. In quanto alla buffonata del sedicente “federalismo fiscale”, nessuno si fa illusioni: Cota non ha mai letto gli studi di Nitti sul bilancio dello Stato. Gli farebbe bene, ma a lui basta Bossi. Dopo cinquant’anni di cieca “piemontesizzazione”, dopo vent’anni di fascismo nato e prosperato soprattutto in terre padane, dopo il craxismo che, spiace dirlo, ebbe la sua culla nella patria di Turati, “marca padana” hanno anche berlusconismo e leghismo e, non bastasse, lo spostamento di risorse dal Sud al Nord è stato tale che solo una banda di incoscienti si lascerebbe tentare dall’impresa. Si dice, mentendo, che il Sud pesi sul Nord. Basterebbe saper contare fino a dieci e usare almeno un pallottoliere per capire che non è così. Il reddito del Nord – il dato è del 2003 e oggi sarebbe ulteriormente sbilanciato – ammonta al 53 % del totale nazionale mentre al Sud è solo il 26.3 %, e non è tutto. Il 54.3 % del reddito da lavoro dipendente – vale a dire salari, stipendi, pensioni, ammortizzatori sociali e compagnia cantante – un settore in cui l’evasione è pari a zero in tutto il Paese – si colloca al Nord, mentre il sud non giunge al 25 %. La metà. Ciò significa, ad esempio, che per ogni pensione pagata al Sud, la previdenza ne paga due al Nord. In quanto ai redditi da capitale, le percentuali sono del 57,3 % al Nord e del 21,4 % al Sud. Anche qui, il doppio o la metà, a secondo dei punti di vista. Un dato per certi versi sconvolgente. Se fosse vero, ma è molto improbabile, che nel Piemonte di Cota l’evasione Irap supera di poco il 30,53 %, appare chiaro: anche se l’evasione calabrese fosse totale, il Piemonte di Cota sottrarrebbe molto più che la Calabria. Rimane il sommerso, la terra senza nome in cui miseria del Sud e ricchezza del Nord si incontrano fatalmente sul terreno degli affari sporchi. Bene, solo tre anni fa i dati relativi al lavoro nero o irregolare vedevano al primo posto assoluto con l’88,1 % la provincia di Bolzano. A livello regionale, il Piemonte di Cota col 64,4 % era di poco più virtuoso della Calabria, ma registrava dati negativi rispetto a tutte le altre aree del Mezzogiorno.
In questo quadro, non ci sono dubbi, Cota, Maroni e Calderoli sostengono il più pericoloso e immorale degli aborti: quello che nega la vita alla solidarietà. Mettano in campo, se li hanno, i minacciati 400.000 fucili, gli sfascisti in verde, ma ricordino: giocando coi numeri e le armi, Benito Mussolini mise in campo otto milioni di baionette. Non salvarono il Paese dalla disgregazione e non gli evitarono Piazzale Loreto.

Read Full Post »