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Archive for gennaio 2013

Roma – Corrispondenza di guerra.

Mentre le forze armate dell’Africa risalgono la penisola italiana, e presto si congiungeranno alle vittoriose armate liberatrici dell’America Latina che sono ormai in Germania, nel cuore dell’Unione Europea ormai sconfitta, la realtà dello sterminio si fa più agghiacciante e si fa fatica a capire come si possa essere giunti a tanto senza che nessuno abbia mosso un dito. Qualcosa, certo, si sapeva. Da decenni ormai gli Stati membri dell’Unione avevano creato campi di concentramento per arginare quella che definivano “immigrazione illegale”. I primi campi erano sorti nel 1990; si chiamavono Centri di Identificazione ed Espulsione ed erano disseminati in tutti i Paese dell’Unione e ben presto si riempirono di sventurati. Poco più di vent’anni dopo, nel 2002, ce n’erano già 420. Era noto che si trattava di luoghi di detenzione in cui le forze dell’ordine avevano un così forte potere discrezionale, che in Italia spesso l’ingresso fu vietato persino a giornalisti e parlamentari. Si sapeva pure che inizialmente gli immigrati erano consegnati ai dittatori del nord Africa, tenuti in piedi dalle democrazie autoritarie dell’Occidente, e da questi sterminati nel deserto o lasciati a marcire in galera. Quando l’Africa cominciò a marciare verso la democrazia, l’Europa, in cui giungevano ancora a ondate gli immigrati dell’Est, si organizzò diversamente. Nel silenzio complice di una popolazione inebetita dalla propaganda di regime, la durata massima del fermo dei migranti crebbe di anno in anno, Nel 2012 in Italia e Grecia si era giunti già a 18 mesi, tant’è che, in un soprassalto di dignità, l’Italia era stata condannata per le politiche sull’immigrazione, ma non era servito a nulla. Nel Paese guida di una tragedia che ora assume i connotati del genocidio, non si riuscì mai a far approvare una legge sulla tortura e inutilmente, prima di essere messa a tacere per sempre, la Corte Europea dei diritti umani di Strasburgo condannò all’unanimità il Paese mediterraneo per una politica di respingimenti che si fondava su trattamenti degradanti e sulla tortura. In quegli anni, però, la democrazia agonizzava e uno dei tecnici chiamati a governare senza che il Paese andasse alle urne – un tale Riccardi – dichiarò che occorreva “ripensare la politica sull’immigrazione“. Ci ripensò così a lungo che, quando il governo cadde in un oscuro scontro per il potere, non era cambiato nulla. Respingimenti, internamento in campi di concentramento, tortura, tutto andò poi avanti come se nulla fosse e un silenzio tombale cadde sugli eventi successivi. L’allora ministro degli affari Interni, un ex prefetto di cui la storia non ricorda nulla se non che si chiamava Cancellieri, si limitò ad osservare che la sentenza andava “rispettata“. Non furono però rispettati i diritti umani ed oggi, mentre i liberatori avanzano, il mondo si accorge che il nazifascismo non è mai morto.

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Mettiamola così, per farla breve: se non soffre di vocazione al suicidio, non c’è malato al mondo disposto ad affidarsi al medico che ha sbagliato diagnosi e l’ha mezzo ammazzato di farmaci inutili e rimedi peggiori del male. Fa eccezione l’Italia che studia, ma non è cosa normale perché il medico s’è imposto al malato. Al capezzale della scuola politici e tecnici hanno chiamato tutti tranne gli insegnanti. Riuniti a consulto, si sono visti all’opera maghi della comunicazione, economisti ed esperti di marketing e, in quanto ai vertici dell’equipe, in sala rianimazione è stato il trionfo dei dilettanti: un’esperta di razionalizzazioni d’azienda, un medico, un avvocato e un ingegnere con la vocazione del manager, per fermarsi al più recente passato. Uno dopo l’altro, da Moratti a Profumo, tutti neoliberisti: privatizzazione, libero mercato, mercificazione del sapere. Un disastro annunciato, ma alla paziente sempre più malmessa nessuno ha mai chiesto lumi e persino adesso che siamo al collasso e si rischia il funerale la ricetta non cambia.
Francesca Puglisi, candidata al Senato e responsabile istruzione del Partito Democratico, è, manco a dirlo, laureata con lode in economia e si è sempre occupata di marketing e comunicazione. Promette cambiamenti di rotta e novità da capogiro, ma in una recente intervista, ha esordito copiando pari pari l’esordio dell’avvocato Gelmini: “stipendio più alto per i professori“. Subito dopo ha lanciato il proclama: “basta riforme calate dall’alto, la scuola è stata stravolta e ha bisogno di fiducia e quattrini, perché Berlusconi ha aperto il libro delle favole e Monti ha proseguito con i tagli.
Peccato che per un anno il Partito Democratico abbia votato tutti i provvedimenti del governo Monti, che Bersani e soci hanno sostenuto, guarda caso, assieme al vituperato Berlusconi. Peccato soprattutto che, mentre promette una grande stagione di “collaborazione con la comunità della scuola” e l’immancabile “fase costituente con una grande consultazione nazionale“, l’esperta in marketing s’avventuri nell’esposizione di un programma già pronto, definito e confezionato, in cui spicca la scelta sadomasochista di concedere lo stipendio più alto solo a quei docenti che accettino di lavorare “intra moenia” di pomeriggio invece che a casa, per correggere compiti, preparare lezioni e occuparsi di aggiornamento tra le macerie di scuole cadenti e deprivate. Poiché la fantasia non manca, ecco però la promessa mirabolante: niente paura, signori docenti, il governo vi stima e vi rispetta; per intervenire sui guasti dell’edilizia scolastica tirerà fuori un’elemosina da un maquillage al patto di stabilità e addosserà agli Enti Locali – ai quali manca ormai persino l’aria per respirare – il compito di fare da volano della crescita, investendo quattrini a palate per ristrutturare e addirittura costruire nuove scuole. Temete forse che le risorse possano rivelarsi inadeguate? Potrebbe darsi, certo, però abbiate fede. I “democratici” son capaci di trovate generose e perfino geniali. E’ vero, il futuro governo non troverà i fondi riducendo le insostenibili spese militari, vendendo caserme e smobilitando dai fronti di quella guerra che la Costituzione ripudia; è vero anche che non bloccherà i quattro miliardi di euro graziosamente “prestati” da Monti ai suoi amici banchieri alle prese coi bilanci ballerini del pasticciaccio Montepaschi. Il PD, però, che non accetta l’immobilismo, sa il fatto suo e non si lascerà cogliere certo impreparato. Affiderà perciò la scuola al buon cuore dei cittadini, offrendo loro la possibilità di destinare l’8 per mille all’edilizia scolastica. Uno scialo inatteso e – ciò che più conta – davvero rivoluzionario.
In quanto ai precari, che si attendono da un governo che “collabora con la comunità della scuola” una qualche stabilità, gli studi sul mercato condotti dal partito dell’aspirante senatrice puntano tutto su un equilibrio precario tra i possibili bacini elettorali: ai “giovani migliori laureati” un concorso di assunzione riservato, parziali stabilizzazioni ai precari, non importa se avventurose e lente, in un futuro indefinito che prima o poi, per forza d’inerzia diventerà presente. Né più, né meno che Profumo riveduto, corretto e presentato in salsa elettorale.
E’ vero, ha ragione l’aspirante senatrice Puglisi, che di comunicazione s’intende molto: “l’Italia giusta si prepara a scuola“. Il suo programma, però, ci aiuta soprattutto a capire perché il nostro Paese è stato e sarà ancora ingiusto.

Uscito su “Fuoriregistro” il 26 gennaio 2013

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funerali_gallinari_fotogramma_8_jpg[2]Qualcuno dovrebbe spiegare al giudice Caselli che per i magistrati dell’Italia appena unita – soprattutto negli interessi padronali – Giuseppe Mazzini fu allo stesso tempo criminale e «cattivo maestro» e morì esule in patria sotto falso nome. I giudici della nuova Italia, infatti, d’accordo col nuovo e liberale potere politico, non annullarono l’antica condanna emessa in contumacia per la sua lotta armata contro il potere savoiardo. Il liberalissimo Silvio Spaventa, responsabile dell’«ordine costituito» nel Mezzogiorno conquistato, pensò addirittura di eseguire la condanna e non se ne fece nulla solo perché Mazzini era stato sorpreso a Napoli, ancora piena di camicie rosse, e vestiva la divisa di colonnello garibaldino. Solo per questa fortuita circostanza il repubblicano “padre della patria” si sottrasse al trionfo dell’ordine sabaudo che, di lì a poco, con la legge Pica, sperimentò sui “briganti” del Sud, leggi speciali, esecuzioni sommarie, deportazioni e carcere a vita.
Qualcuno dovrebbe spiegare a Caselli che esiste un invalicabile confine etico tra verità processuale e ricostruzione storica. Non c’è studioso serio che oggi darebbe credito ai giudici del “terrorista” Mazzini, tuttavia, ogni volta che Caselli sputa sentenze al di fuori dei tribunali non solo diventa il tragicomico storico di se stesso, ma dimostra che un giudice c’è, uno almeno, pronto a condannare di nuovo l’antico rivoluzionario. Qualcuno dovrebbe spiegare a Caselli che quando le sentenze penali sono state emesse ed eseguite e la morte giunge a dire la parola fine sulla vicenda umana del condannato, non è tempo di tribunali: è giunto – ed è sempre in ritardo – il momento della riflessione storica. Il giudice che ignora questo elementare dovere e torna a sputare sentenze commette un’intollerabile violenza, intralcia il lavoro dello storico e copre di ombre atroci il suo ruolo di magistrato.
La storia, Caselli dovrebbe saperlo, è piena di giudici smentiti e di condannati riabilitati. Sulle Idi di marzo del ’44 avanti Cristo il dibattito è aperto; non l’ha chiuso – e certo non lo chiuderà – l’aula di un tribunale. Sono duemila e più anni che storici, pensatori e intelligenze critiche si interrogano sul significato di quell’evento: Bruto e Cassio congiurarono contro il politico illuminato o colpirono l’uomo di potere, il garante di equilibri che avrebbero ucciso la repubblica? Qual è la vera violenza politica, quella d’un potere sordo ai bisogni di un popolo o quella di chi in nome della giustizia sociale sorge in armi contro la presunta legalità? Le Idi di Marzo, la sorte di Mazzini, Gaetano Bresci che uccise Umberto I, dopo la medaglia assegnata a Bava Beccaris per i cannoni sparati a mitraglia sulla popolazione inerme, Fernando De Rosa che nel 1929 tentò di uccidere il principe Umberto in nome dell’antifascismo e morì poi in Spagna combattendo per la libertà, non sono più imputati affidati ai giudici. Ai giudici, piuttosto, quei fatti e quegli uomini ricordano che spesso chi punta il dito sui cattivi maestri o è in malafede o ha bisogno di tornare a scuola.   
La storia non è figlia di verità assolute, non si scrive nelle aule dei tribunali e non è mestiere da giudici. I magistrati, quando sono onesti, si limitano ad affermare le ragioni dell’«ordine costituito», che, piaccia o no, per quanto quasi sempre estranee a quelle della giustizia sociale, sono la bibbia dei magistrati. In quanto alla patologia che dalle colonne del “Fatto Quotidiano” Caselli addebita a “molti italiani”, colpevoli a suo modo di vedere di una “perdita della memoria che sconfina nell’amnesia”, il giudice sbaglia a ritenersi immune. Da buon italiano, infatti, anch’egli soffre di pericolosi vuoti di memoria. Non fosse così, la pianterebbe di tirare in ballo a casaccio i valori della resistenza partigiana e proverebbe a spiegarci chi li ha devastati da Portella della Ginestra a Piazza Fontana, da Piazza della Loggia alla stazione di Bologna. Proverebbe a spiegarci come scioglie nella sua coscienza di magistrato il nodo della contraddizione tra il “servitore dello Stato” e quel segreto sistematicamente posto sulla strada delle sue indagini. Il «segreto di Stato», naturalmente. Intriso di sangue e venato di fascismo.

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Bottega Scriptamanent
Mensile di dibattito culturale e recensioni

Direttore responsabile: Fulvio Mazza
Direttore editoriale: Graziana Pecora
Anno VII, n. 65, gennaio 2013

Repressione fascista e resistenza al Duce. I danni della scienza usata a scopi politici . “Pazzia indotta” vs “ragion di stato”: da Bastogi editore, otto storie di vite annientate dalla psichiatria di regime
Federica Lento

Quando la Storia assume quasi i caratteri del romanzo, pur non essendo purtroppo invenzione; quando il sacrificio di vite umane diviene racconto, messo nero su bianco e reso disponibile ai lettori, non si può fare a meno di riflettere su una pagina triste del nostro passato.
Durante la Repressione fascista molti uomini, donne, ragazzini decisero di non abbassare la testa, di continuare a lottare per la propria libertà e per le proprie convinzioni, nonostante l’incombente minaccia di privazioni e addirittura di morte. Non si trattava solo di privazioni materiali e di mancanza di libertà ma di perdita della vita, brutale o graduale, giorno dopo giorno, quando spesso accadeva di essere rinchiusi nei manicomi perché le proprie idee non erano affini a quelle del regime.
Giuseppe Aragno, storico napoletano scrittore di numerosi testi sulla lotta antifascista rivoluzionaria e sul movimento operaio, ha recentemente pubblicato il saggio Antifascismo e potere. Storia di storie (Bastogi editore, pp. 154, € 15,00), in cui la cornice della Storia durante il periodo fascista non può escludere gli otto racconti privati dei singoli che della Repressione sono stati vittime lucidamente e coraggiosamente consapevoli.

La psichiatria: strumento di repressione politica
Le vicende raccontate sono storie di reclusione presso manicomi di persone non malate ma considerate pericolose agli occhi del regime, per le proprie idee antifasciste; dei “folli” che non possono camminare liberi per strada ma devono essere segregati, censurati, stretti da una camicia di forza che non blocca solo i movimenti ma anche i pensieri. Un utilizzo dunque politico della psichiatria. Tra le varie storie c’è quella di una donna, Clotilde Peani figlia della “Italia liberale” di Depretis e Crispi. Torinese e ben lontana dal cliché di sartina pallida e buona madre e moglie, frequenta già da adolescente i circoli socialisti, tacciata subito dalle autorità di essere una donna “audace e pericolosa”. La sua vita di militante e attivista è condannata dal sistema repressivo fascista. Clotilde sarà epurata come “schizofrenica”, così come tanti altri suoi compagni, improvvisamente ritenuti “mentalmente instabili”, quindi rinchiusa a vita in manicomio; morirà nel 1942 nell’Ospedale psichiatrico di Napoli.
C’è poi la storia di Nicola Patriarca, beffato da ben due “ragioni di stato”, quella russa prima, quella italiana poi. Nato infatti a Voronež, non distante dal confine ucraino, Kolia (così come sua moglie Varia ama soprannominarlo) è fedele al Partito comunista sovietico, ma viene “eliminato” dal governo staliniano nel 1937 semplicemente per la sua “nazionalità inaffidabile”. Rifugiatosi a Napoli, ben presto i suoi ideali gli causano l’internamento da parte delle camicie nere al confino di San Costantino Calabro. Straziante la sua corrispondenza epistolare con la moglie e con il figlio, che trasmette tutta l’umanità e la sofferenza di un uomo incompreso e punito due volte per il proprio credo. Arrestato nel 1939, si perdono le sue notizie nel 1941, proprio a pochi mesi dalla fine della sua pena, arrivata grazie all’insperata amnistia sovietica.
Ancora, c’è la vicenda di un giovane, Umberto Vanguardia, che da adolescente forse inconsapevole, forte dei propri ideali contro il regime da urlare giustizia già tra i banchi di scuola del ginnasio, viene internato ancora una volta per la sua “utopia”. E poi le storie di Luigi Maresca, Emilia Buonacasa, Pasquale Ilaria, Giovanni Bergamasco e l’intera famiglia Grossi, tutte accomunate dallo stesso triste finale, quello dell’internamento.
Nel raccontarle, Aragno non si accontenta di mettere sotto accusa l’apparato repressivo totalitario della dittatura mussoliniana, ma insiste sui meccanismi di un’Italia liberale prefascista, che aveva concepito e costruito i rudimenti del sistema di controllo e repressione, usati prontamente poi in epoca fascista. Protagonisti delle biografie presentate sono attivisti delle forze minori, ma che appaiono al contrario rappresentativi di una vicenda di dimensione nazionale e internazionale, delle classi subalterne, che rompono gli schemi consolidati.

Lo scontro tra “ragion di stato” e utopia antiregime
Quello che emerge dalle vicende raccontate da Aragno è una riflessione sulla dicotomia tra la “ragion di stato” – quella che Benedetto Croce descriveva come la «legge motrice» di un paese e che assume nella realtà l’ideologia di un regime come rinuncia al singolo in nome degli interessi dei gruppi dominanti – e l’utopia antifascista, uno scontro tra «l’eccesso di realismo», come lo definisce l’autore, e l’eccesso di speranza. Non a caso l’utopia rasenta il limite sottilissimo della pazzia che, in questo saggio, è pazzia indotta, pazzia inventata, giustificazione o alibi a dei moti e ideali da reprimere e controllare. L’isolamento, la paura, la scelta di opporsi comunque e resistere in un libro che tiene assieme il rigore della ricerca scientifica e i ritmi e le parole della narrazione, un “romanzo storico” che, partendo dalla varietà di situazioni, aspirazioni, relazioni e intenti, si focalizza sui volti, le voci, le vicende umane e politiche di una militanza sofferta.

(www.bottegascriptamanent.it, anno VII, n. 65, gennaio 2013)

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Il Manifesto, 16 gennaio 2013

Memoria- «Antifascismo e potere. Storia di storie» di Giuseppe Aragno
Frammenti ribelli all’ordine costituito
Piero Bevilacqua

Gli studi di storia del movimento operaio, che in Italia hanno conosciuto una fase di effervescenza nei primi decenni dopo la seconda guerra mondiale, sono da gran tempo trascurati dagli studiosi dell’età contemporanea. Il lavoro e la lotta di classe non sono alla moda, appaiono estranei e stridenti con lo spirito del tempo, e gli studiosi italiani, per lunga tradizione, si guardano bene dall’urtare il perbenismo dominante nella nostra accademia. Solo da alcuni anni sono ripresi gli studi di storia del sindacato, che segnalano una rinnovata attenzione a quello che è senza dubbio un carattere saliente della storia politica italiana nel XX secolo.
La presenza di un grande sindacato di classe come la Cgil, e talora un ruolo incisivo delle formazioni minori, accompagna originalmente la vita e l’evoluzione dei ceti popolari nel corso del secolo. Ma la storia del sindacato non è la storia del lavoro e dei lavoratori, anche se la riguarda molto da vicino e la coinvolge. La classe operaia, come corpo sociale e i movimenti popolari non hanno conosciuto l’ampiezza degli studi riservati dagli storici italiani ai contadini e alle loro lotte. E oggi men che mai tornano ad attrarre l’attenzione degli storici. Perciò appare come uscito da un età remota il recente saggio di Giuseppe Aragno, Antifascismo e potere. Storia di storie, Bastogi Editrice Italiana, pp. 145, euro 15). Per la verità Aragno aveva già pubblicato per Manifesto-Libri Antifascismo popolare. I volti e le storie (2009). Ora continua in quel filone di studi che riprende la tradizionale storia del movimento operaio, esaminata non quale fenomeno collettivo – sempre presente come sfondo storico – ma sotto forma di vicende biografiche, storie individuali, avventure politiche ed esistenziali dei singoli. E, per quest’ultimo aspetto, va anche rilevato che i personaggi ricostruiti nel loro percorso non sono i grandi leader, non portano nomi illustri, ma sono protagonisti oscuri o semiuscuri che hanno dedicato la loro vita alla lotta politica, pagando un caro prezzo personale. Sfilano in questo testo, preceduti da una nota di inquadramento storico, le vicende di uomini e donne irregolari, trasgressivi, che lo Stato liberale e quello fascista spesso bollano come pazzi, reietti, violenti eversori dell’ordine costituito. Referti che Aragno registra con particolare soddisfazione, perché il suo impegno di storico è tutto mirato a portare alla luce personaggi che sin nella loro esperienza esistenziale appaiono come antisistema, fuori e contro ogni ordine costituito.
Esemplare sotto questo profilo è la storia di Emilia Buonacosa d’ignoti, trovatella di Pagani, nel salernitano, che diventa organizzatrice sindacale a Nocera Inferiore nei primi decenni del Novecento e poi entra nel giro europeo degli esuli antifascisti. Ma nel testo troviamo anche le vicende di personaggi meno oscuri, come quella di Luigi Maresca, partigiano durante le Quattro giornate di Napoli, che ha un profilo intellettuale e politico più evidente e maturo. Le storie iniziano con la vicenda di una donna, Clotilde Peani, anarchica, nata a Torino, che finisce i suoi giorni a Napoli dopo anni di persecuzione fascista, e proseguono con la vicenda di altri sette personaggi.
Di queste storie non si può dar conto se non in maniera frammentaria, per suggerire un’idea del materiale che il lettore trova nel libro. Certamente val la pena ricordare la vicenda di Kolia (Nicola) Patriarca, un italo-russo che, come ricorda l’autore «vede la sua vita, i suoi affetti e la sua famiglia colpiti dalla furia ideologica di due dittature». Patriarca, infatti, comunista, è costretto ad espatriare dall’Urss, dove infuria la repressione staliniana, e a rifugiarsi in Italia. Qui è accolto di buon grado dalle autorità del regime, che possono utilizzare la sua posizione in funzione antisovietica. Ma Patriarca ha alle spalle una storia di condivisione della rivoluzione sovietica e non lo nasconde. Viene perciò denunciato dalla polizia, nel 1938, «come persona pericolosa per gli ordinamenti sociali e politici» dell ‘Italia. Finisce al confino a San Costantino Calabro.
Le storie ricostruite da Aragno hanno il sapore di una giustizia postuma resa a personaggi travolti dalla storia e poi e dall’oblio, talora politicamente intenzionale, di chi è venuto dopo. Vi si osserva evidente una determinata volontà di risarcimento della memoria. È una operazione moralmente e storiograficamente degna, che merita plauso. Credo, tuttavia, che la qualità storiografica dell’operazione sia alterata dal linguaggio che l’autore ha scelto per narrare queste storie. Appare evidente un eccesso di partecipazione ideologica di Aragno alla vicenda dei suoi eroi. Sicché le parole dei protagonisti, i loro punti di vista, le loro recriminazioni, il loro intero mondo vissuto di persecuzione e di lotta, diventano il materiale diretto della narrazione storica, con poco filtro emotivo e la misura che sarebbe stata necessaria.

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In queste iniziali scaramucce elettorali ho ascoltato i leader veri e quelli presunti, ho seguito i professori scienziati della Bocconi, i magistrati che parlano di diritti e legalità, i politici di lungo corso che, prodotto lo sfascio, si affannano a spiegarci i rimedi. Un pianto greco di acronimi, numeri, conti della spesa, previsioni allarmanti, promesse di future lacrime e sangue e di successive mirabolanti riprese… Tutto e il contrario di tutto. Sul diritto allo studio, il peggior venditore di tappeti uscirebbe certamente vittorioso.Mentre cercavo una bussola per orientarmi nella bufera dei faccia a faccia, degli scontri verbali, delle accuse reciproche, dei matrimoni e divorzi consumati ogni sera nella politica virtuale che va in scena alla televisione tra Ballarò, Servizio Pubblico, Otto e mezzo e i cento talk-show che scimuniscono il paese, un giovanissimo studente è giunto in mio soccorso. Peppe Pace, cronista di qualità indiscutibili, m’ha riportato sulla terra e m’ha ricordato cosa sono i diritti e come si fa a difenderli. Ecco, m’ha scritto, un “appuntamento con la negazione del diritto allo studio: il paradosso di cui si parla nel reportage che vi propongo oggi riguarda la Mensa Occupata dai ragazzi e dalle ragazze del Collettivo Studenti Federico II. Una struttura per la quale sono stati investiti centinaia di migliaia di euro, dotata di attrezzature moderne e costose, completamente ristrutturata ma tenuta chiusa con la scusa di una controversia sulla gestione tra A.Di.Su. (azienda pubblica della Regione) e Università degli Studi di Napoli Federico II”. Ho cercato ma non ho trovato parole adatte a descrivere l’orgoglio con cui vi propongo di seguire i miei giovani amici studenti nel loro percorso. Ne conosco tanti, assieme abbiamo fatto cortei di protesta, assemblee e lezioni all’aperto. Nessuno di quelli che oggi si propongono per governare il Paese li ha mai ascoltati o si è deganto di dar loro una risposta. Erano e sono i “giovani” di cui tutti si riempiono la bocca ogni volta che torna utile, soprattutto se si chiedono voti, e poi si cancellano dalle pubbliche discussioni e si affrontano in piazza con lacrimogeni e manganelli. Sono come li vedrete: parole semplici e concrete, gesti esemplari e un rimprovero forte rivolto a genitori e docenti. Abbiamo molto, davvero molto da imparare dai nostri studenti. E ancora più hanno da imparare tecnici e politici che non sono in grado di amministrare un condominio e pretendono di governare il Paese. Chi ne ha voglia, sopporti l’inevitabile pubblicità e provi a dare uno sguardo. Non sarà tempo perso.

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Sia lode al dubbio, penso,
mentre ancora preparo una lezione
tra le mille domande
che non hanno risposte.
Io questo solo so,
di non sapere niente,
ma la storia m’ha dato una certezza:
ovunque trovi un’ombra
lì una luce s’è accesa.

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Il “tecnico” Monti ha annunciato così tante volte il Monti politico che i casi sono due: chi si meraviglia delle stupidaggini che ha messo insieme da quand’è caduto con berlusconiana dignità o è un idiota patentato o un bugiardo matricolato. c7ab3f543f44662b03577c9ed2268a98234449d3e284febc8ade6645[1]Scelgano i numerosi paladini delle cause perse cosa preferiscono, ma quanti pensano di votare il politico dopo aver cantato il peana del “tecnico” faranno bene a ricordare. Era solo agli esordi, l’ormai celebre prof., quando ebbe la faccia tosta di ringraziare in Parlamento la piangente Fornero, scienziata dell’economia, riconoscendole il merito strabiliante di averlo informato che in Italia le pensioni minime si aggirano attorno ai 500 euro. Solo per questo, confessò candidamente, non erano state bloccate anche quelle, come aveva pensato di fare! Lì s’erano fermate, però, le competenze dei due esimi economisti e col consenso di tutti gli scienziati del governo la “riforma Fornero” insanguinò il Paese. Il tempo di mobilitare la Croce Rossa, ed ecco partire la raffica di mitra per un massacro che passerà alla storia col nome di “esodati”. Nacque così il marchio della premiata ditta che, facendo coppia di fatto con la “paccata”, costituisce la cifra linguistica del “volgare” zoppicante parlato dall’eletto manipolo di ministri non eletti, sostenuti da un Parlamento di nominati, che in tredici messi hanno fatto strame della lettera e dello spirito della Costituzione.
Siamo andati avanti così, raffica dopo raffica, finché nel tiramolla tra menzogne, ricatti e veti incrociati, non è saltato il banco. Per tredici mesi la scuola è stata data in pasto a un livido progetto di privatizzazione, sostenuto dalla consapevolezza della posta in palio: la cancellazione della memoria storica e delle conquiste democratiche di cui essa è il baluardo. Non era facile, ma Profumo e Monti sono riusciti a superare la Gelmini: analisi spocchiose. colpi di mano a base di Invalsi e test generalizzati, minacciate cancellazioni del valore legale del titolo studio, tabletizzazioni, registri elettronici, iscrizioni telematiche e concorsi ammazzaprecari. Lo scorso novembre, complice Fabio Fazio, che di fronte al potere ammutolisce, il Monti “tecnico”, presidente privo di mandato elettorale, ha anticipato ancora una volta la tracotanza del Monti “politico” e s’è scatenato in una serie di oltraggiose menzogne. Messi nell’ombra i milioni regalati alle scuole dei preti e tessuto l’elogio del disastroso Profumo, ha tirato l’indecente sassata, sostenendo di aver rilevato «tra alcune professionalità della scuola un grande spirito conservatore e una grande indisponibilità, per esempio nel fare due ore in più settimanali, il che avrebbe liberato risorse per fare più seriamente politiche didattiche». Non contento, ha aggiunto che i docenti, impregnati di corporativismo, «usano i giovani per perpetuarsi, per non adeguarsi ad un mondo più moderno».
A tornare oggi su quelle parole, ciò che conta non è che Monti abbia mentito, che le ore erano sei e che l’aggressione fu indecente e vile. Il punto è che quelle parole riconducono al Monti delle pensioni minime, al celebrato tecnico che non sa di che parla, ma produce “esodati” da sacrificare al dio mercato ovunque metta mano e non si cura delle lacrime e del sangue che ne derivano. Il punto è che la sua idea di modernità affonda le radici in un modello di società in cui i conti hanno più importanza delle vite umane. Una società fondata sullo sfruttamento e sul disprezzo dei diritti.
Oggi, pulcinella dalle mille maschere, né tecnico, né politico, Monti, dopo aver massacrato la scuola, scopre che «bisogna prendere sul serio l’istruzione, la formazione professionale e la ricerca». Certo che è così. Lo è sempre stato. La scuola è una cosa seria. Se gli riesce, però, trovi, Monti, un solo insegnante serio disposto a prendere sul serio la sua serietà.

Uscito su “Fuoriregistro” il 7 gennaio 2013

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