Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for settembre 2018

Senza i ricordi e i documenti in possesso della scrittrice Yvonne Carbonaro, che completano le notizie ricavate dagli archivi, quest’articolo non l’avrei scritto e non conosceremmo l’avventurosa e significativa storia di un uomo, che ci aiuta a far luce sulla dimensione politica organizzata di una rivolta di cui purtroppo conosciamo ancora troppo poco.
Fino a pochi mesi fa, infatti, Biagio Carbonaro era un nome in un elenco di combattenti o, se si vuole, un insieme di domande senza risposte. Comunista schedato, pareva lontano dal mondo di Lenin e non era chiaro come avesse beffato la sorveglianza fascista e per quali vie fosse giunto all’appuntamento con la rivolta napoletana. Di lui si sapeva solo che, nel 1936, poco più che ventenne, seguendo la profetica intuizione di Carlo Rosselli – «oggi in Spagna, domani in Italia» –  era sparito con l’anarchico Vincenzo Mazzone, per riapparire a Barcellona tra i difensori della Repubblica assalita dai nazifascisti.
Chi è in realtà Carbonaro? Nato a Tunisi da genitori siciliani il 23 maggio 1915, Biagio frequenta Maurizio Valenzi, protagonista della Resistenza antifascista in Europa e futuro sindaco della nostra città e si forma alla politica nella comunità italiana. Non è comunista, ma anarchico libertario e non violento ed è così ostile al fascismo, da attirare l’attenzione dell’Ambasciata sicché a Roma, il Casellario Politico Centrale si arricchisce di un dossier che porta il suo nome e si riempie di note di polizia e «soffiate» di «confidenti», Come spesso accade, sono le carte dell’onnipresente polizia fascista e quelle custodite nell’Archivio Generale della Guerra Civile, a Salamanca, a raccontarci la vita di un «sovversivo» che, in un tempo come il nostro, fatto di muri eretti contro i disperati e ponti caduti come simboli di separazione, diventa un esempio prezioso di quella nobiltà della politica che ai nostri giovani si presenta purtroppo come trama d’interessi per lo più inconfessabili.
Grazie ai verbali trimestrali, allegati all’ordine di arrestarlo appena metta piede in Italia, possiamo seguire passo dopo passo la vita avventurosa del giovane antifascista, guidata da sentimenti ormai rari da trovare: dignità, amore per la libertà e consapevolezza che la legalità che non si accompagna alla giustizia sociale diventa prepotenza.
A novembre del 1936, quando giunge a Barcellona, Carbonaro è assegnato ai carri armati della Colonna Ascaso, milizia internazionale che accoglie i libertari della «Centuria Malatesta» e i volontari di «Giustizia e Libertá». Benché ferito sul fronte di Huesca, il giovane combatte fino al 1939, quando i franchisti dilagano. Fuggito a Marsiglia con l’intento di raggiungere l’Italia, si presenta al Consolato per rinnovare il passaporto, ma scopre di essere nella «lista nera» fascista e sfugge abilmente all’arresto, rientrando a Tunisi clandestinamente. Lì, nell’estate del 1943, come mostrano i documenti in possesso dalla figlia, lo trova il capitano Andre Pacatte, responsabile dei servizi segreti Alleati, che, in vista della campagna d’Italia, cerca uomini fidati per stabilire contatti con gli antifascisti. Carbonaro, reduce della guerra di Spagna e uomo di provata fede antifascista, è particolarmente adatto alla rischiosa missione. Pacatte lo contatta e il giovane accetta.
Giunto clandestinamente in Italia prima dello sbarco a Salerno, l’antifascista passa per Amalfi e Maiori, arriva a Napoli, entra in contatto con comunisti e anarchici, li spinge a preparare la rivolta, formando gruppi armati e partecipa all’insurrezione. Un’attività che cancella il mito degli scugnizzi e fa degli antifascisti i protagonisti di una rivolta che assume così i suoi reali connotati: quelli di uno scontro organizzato, che ha un’identità politica e si svolge in una città eroica e consapevole.
Dopo le Quattro Giornate, da ottobre del ‘43 a febbraio del ’45, in via Crispi 106, sede dei servizi segreti alleati, Carbonaro incontra periodicamente il capitano Pacatte.  Fornito di un lasciapassare che gli consente di circolare liberamente nei territori occupati e di un documento che, in caso di arresto da parte tedesca, gli riconosce il grado di sergente maggiore dell’esercito USA, l’antifascista compie numerose operazioni concordate con l’ORI, l’Organizzazione della Resistenza Italiana, guidata da Raimondo Craveri, e porta in salvo a Napoli perseguitati politici ed ebrei rifugiati nel Vaticano e in chiese e conventi romani.
Finita la guerra, Carbonaro, che ha dato  un notevole contributo alla causa della Resistenza, esce di scena con la discrezione di chi lotta per grandi ideali: senza chiedere onori e riconoscimenti. E’ giusto perciò che la figlia si accinga a ricordarlo con una biografia significativamente intitolata Mio padre, un eroe rimasto nell’ombra.

Repubblica, 28 settembre 2018

classifiche

Annunci

Read Full Post »

Lettera aperta a Vincenzo Delehaye che mi chiede giustamente una mano nella sua battaglia di studioso e di antifascista militante per “rendere fruibili i Fascicoli su Napoli dell’Armadio della Vergogna” e contrastare il dilagare del revisionismo storico.

download-1

Caro Vincenzo,
ho trascorso tanti anni della mia vita cercando in archivio documenti preziosi e riportandone il significato profondo nella battaglia politica. Un tempo si diceva “storico militante”; e in testa avevo un’idea ben precisa: ricostruire col rigore dello storico e la passione del militante pagine di storia decisive non solo della nostra città, ma per il Paese. La storia dell’antifascismo – quello popolare soprattutto – e di quella Resistenza al nazifascismo, che da questa nostra città imboccò la sua via. Pagine di storia che sono state purtroppo cancellate o stravolte. L’anno scorso, come sai, è uscito un mio libro sulle Quattro Giornate, che – lo dico senza falsa ipocrisia o simulata modestia – è il primo libro di storia delle Quattro Giornate. Come se avessi lasciato in archivio i documenti faticosamente scovati o scritto sull’acqua, anche in questo settembre che muore i soliti ciarlatani sono andati in giro a raccontare la storiella che piace al potere. Siamo giunti anzi ai carabinieri che suonano al San Carlo in onore dei partigiani!
Prima di me, con uguale impegno e ben altro spessore, fece sua questa lotta purtroppo vana Gaetano Arfè, maestro non a caso rapidamente dimenticato, che autorevolmente puntò il dito contro la malafede e la miseria morale di quel “sovversivismo storiografico”, che oggi raccoglie i suoi frutti velenosi.
Credo che capirai ciò che intendo, perché ormai è chiaro: non siamo finiti dove ci troviamo per il valore delle destre, ma per la cialtroneria e l’opportunismo di chi ha preteso e pretende di rappresentare la sinistra, la rivoluzione e persino il riformismo. Poiché non si vede all’orizzonte nemmeno l’ombra di un Matteotti o di un Pansini, per restare alle Quattro Giornate, è inutile farsi illusioni: prima di uscire da questa tragedia, dovremo toccare il fondo dell’ignominia, come ormai sta accadendo.
A me resta comunque una consapevolezza amara, ma ferma: quando cominceremo la risalita, perché anche quel tempo verrà, puoi giurarci, occorrerà partire anche dal lavoro degli storici intellettualmente onesti. Quelli ai quali si è colpevolmente messo il bavaglio. Io non potrò farlo, ma tu sì, perché hai una vita davanti: non dimenticare quello che accade oggi e ricordarlo alle nuove generazioni. Devono sapere che nella vicenda storica hanno certamente un ruolo il caso e l’imprevisto, ma stavolta né l’uno, né l’altro hanno avuto un peso. Sono stati i “nostri” non il caso o il destino “cinico e baro” a condurci dove siamo.
In quanto a me, che sono sempre più stanco di vivere tra le macerie che ci circondano, lo scrivo a futura memoria: prima di togliere di mezzo i Salvini e i Di Maio, bisognerà chiudere i conti con i responsabili veri di questa catastrofe. Altro che fronte antifascista!
Tuo Giuseppe

classifiche

Read Full Post »

Domani 28 settembre 2018, alle ore 19, al cinema Delle Palme di Napoli, in occasione del Napoli Film Festival 2018, è in programma “Il Toro del Pallonetto”, film documentario  firmato dal mio amico regista Luigi Barletta. La cosa farà giustamente ridere i miei quattro o cinque manzoniani lettori, ma nel film ci sono anch’io, come “intellettuale” intervistato – le virgolette sono d’obbligo, perché la parola “pesa” e a me non piace – e soprattutto per il contributo che ho dato nella ricostruzione dei principali episodi storici narrati in un lavoro  che, fantasticando sulla vicenda di un pugile napoletano macchiato da uno scandalo legato al mondo delle scommesse, ripercorre la storia della città di Napoli nel Novecento.
La storia del pugile diventa così l’occasione per rendere giustizia a quella parte della città, di gran lunga più numerosa, ignorata da una storiografia “accademica” troppo spesso legata al carro del potere e dalla recente, inidimensionale “Gomorra” di Saviano. Un città che si batte da sempre contro le avversità e il malgoverno, senza dimenticare o tradire i suoi principi di umanità e la sua millenaria storia di civiltà.
Quella che qui mi riporto è un’intervista rilasciata nel giugno scorso a “Cinecittà News” dal regista Luigi Barletta:  

photo

BOLOGNA. “Si era in piena diatriba tra apocalittici e integrati riguardo all’immagine della città di Napoli offerta dai mezzi di comunicazione. Desideravo raccontare la cosiddetta ‘altra faccia della città’ – in realtà numericamente è la quasi totalità – che coesiste con Gomorra”. Luigi Barletta spiega così il suo documentario Il toro del Pallonetto, il mockumentary presentato nella sezione ‘Storie italiane’ del Biografilm Festival (sabato 19 giugno, ore 19.00 alla sala Galliera) e distribuito da Luce Cinecittà. La leggenda del pugile Joe (Giuseppe) Esposito, soprannominato il Toro del Pallonetto per la sua corporatura massiccia e le origini da un quartiere popolare di Napoli, è stata ingiustamente macchiata per anni dallo scandalo scommesse. Il regista Luigi Barletta riabilita l’uomo, di cui non si hanno immagini e che possiamo solo fantasticare, e ripercorre la sua vicenda, frutto della fantasia, in un mockumentary costruito in gran parte grazie ai materiali di repertorio dell’Archivio Luce.

Joe è in fondo il simbolo di quella Napoli proletaria e povera che cerca il riscatto sociale, la cui storia personale s’incrocia inevitabilmente e fa a pugni, appunto, con la Storia con la S maiuscola del Novecento e del capoluogo campano: il fascismo, la Liberazione, l’emigrazione verso gli Stati Uniti, la rivolta di Budapest, gli anni del ‘Comandante’ Lauro, la giunta guidata dal comunista Maurizio Valenzi, l’epidemia di colera e il terremoto in Irpinia. Il ritratto di Joe, questo eroe del ‘quotidiano’, è scandito dalle voci di chi lo ha conosciuto, personaggi sia di fantasia sia reali come il regista Ugo Gregoretti, l’editore Tullio Pironti, il critico Valerio Caprara, i pugili Nino Benvenuti, Patrizio Oliva. Alla fine allo spettatore si trova al centro di un viaggio attraverso le sofferenze e le speranze di quella città partenopea vitale e non rassegnata che viene raccontata con affetto e partecipazione da Barletta, che oltre ad essere docente di cinema presso l’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa e l’Accademia di Belle Arti di Napoli, ha firmato documentari,tra cui al film collettivo Il pranzo di Natale, coordinato dalla regista Antonietta De Lillo, cortometraggi di finzione, e spot sociali.

Come nasce l’idea di questo mockumentary?
Cercavo un personaggio che rappresentasse una Napoli che si batte contro ogni avversità mantenendo sempre ben saldi i propri principi morali. Il mockumentary è il genere che meglio di ogni altro consente di creare storie fantastiche con una forte aderenza alla realtà. Inoltre, fattore non secondario, permette di raccontare storie di finzione complesse ed elaborate a budget molto contenuti.

Perché ha scelto come protagonista un pugile?
Il pugilato è da sempre lo sport più cinematografico per molteplici fattori, basti pensare ai tanti film realizzati: da Stasera ho vinto anch’io a Rocky, passando per Cindarella Man e l’inarrivabile Toro scatenato. Si potrebbe dire che la nobile arte della boxe contiene al suo interno l’essenza stessa del cinema: il duello, la plasticità delle azioni, la carica emotiva.

Si è ispirato a una persona reale o a una tipologia napoletana?
La storia della boxe è ricca di personaggi con biografie incredibili a cui ho attinto. In particolare un punto di riferimento è stato Tullio Pironti, il grande editore e anche ex pugile, che mi ha raccontato tanti episodi della sua vita ai quali mi sono ispirato. Non posso tralasciare le storie di Tonino Borraccia, Enzo Guerra, Agostino Cossia; pugili tra gli anni ’40 e ’60, tutti di origine partenopea. Per quanto riguarda l’immagine di Joe, il pugile a cui ho fatto riferimento è il colosso Primo Carnera. Ma in realtà confluiscono in Joe Esposito le storie, la personalità, i comportamenti di tanti altri pugili come Joe Louis, Jack LaMotta, Nino Benvenuti, Muhammad Ali.

Perché ha scelto il quartiere del Pallonetto?
Il Pallonetto a Santa Lucia è una delle zone più povere della città, con un alto tasso di criminalità, situato a poche centinaia di metri da un luogo fortemente simbolico quale Piazza del Plebiscito. Rappresenta quindi al meglio la complessità di Napoli. Volevo raccontare la storia di un personaggio che riusciva a emanciparsi da un contesto difficile ma ciò nonostante non può togliersi di dosso l’etichetta che gli è stata affibbiata dalla nascita. Operiamo spesso questo genere di categorizzazioni considerando più facilmente dei delinquenti le persone che provengono da un determinato humus.  Non è altro che il principio della discriminazione.

Quali le sue fonti storiche?
Ho ripercorso i principali eventi storici del Novecento, legati in particolare a Napoli,  documentandomi nei modi più disparati: archivi, emeroteche, interviste a storici e anche documentari. Il supporto di Giuseppe Aragno, docente di Storia Contemporanea all’Università degli Studi “Federico II” è stato di fondamentale importanza nella ricostruzione dei principali episodi storici ripercorsi nell’arco narrativo del film.

C’è qualche evento storico della città di Napoli che ha dovuto sacrificare in questa panoramica del Novecento?
Nella costruzione del mockumentary ho ovviamente privilegiato dei momenti storici documentati dallo strumento audiovisivo. Mi è sembrato naturale quindi far nascere il protagonista, Joe Esposito, nel 1930 in piena epoca fascista e far perdere le sue tracce dopo il terremoto in Irpinia del 1980. Ciò mi ha consentito di ripercorrere un cinquantennio fondamentale per la città di Napoli e non solo, evitando di omettere momenti topici. Certo avrei voluto raccontare anche il terrorismo, attraverso il rapimento Cirillo del 1981, e l’arrivo di Maradona con la susseguente ventata adrenalinica. Un’intervista in cui Diego affermava di aver scelto Napoli dopo aver seguito le gesta di Joe Esposito sarebbe stata magnifica.

La ricerca dei materiali visivi è stata complicata e quanto è stato importante e decisivo il materiale dell’Archivio Luce?
Perdersi nell’infinito mare dei materiali dell’Archivio Luce è stato uno dei più grandi piaceri vissuti per la realizzazione del film. Ho navigato per ore, giorni, settimane all’interno del sito dell’Istituto Luce ritrovandomi a osservare filmati anche poco attinenti con la mia ricerca ma che custodivano un fascino e un potere attrattivo straordinari. Il patrimonio del Luce rappresenta un bene prezioso da tutelare, custodire e divulgare.

Come ha scelto le ‘testimonianze’ e a quali ha dovuto rinunciare?
I soggetti intervistati hanno tutti una precisa collocazione all’interno della parabola di Joe Esposito. Ho cercato innanzitutto di raccogliere le false testimonianze di veri pugili che potessero offrire verosimiglianza alle vicende di Joe: i contributi di Nino Benvenuti, Clemente Russo e Patrizio Oliva si sono rivelati decisivi. Nella costruzione della vita post-pugilistica del protagonista, mi sono concentrato nell’individuazione di personaggi noti che potessero, con la propria autorevolezza, incrementare il senso di realtà: il compianto Luigi Necco, Ugo Gregoretti, Valerio Caprara si sono concessi con grande disponibilità. I veri e propri attori Roberta Riccio, Nello Mascia, Franco Javarone e Antonello Cossia hanno permesso invece che il film assumesse toni epici senza rinunciare all’ilarità. Sono poche le testimonianze previste da sceneggiatura a cui ho dovuto rinunciare; su tutte quella di Vinicio Capossela, al quale auspicavo di poter far suonare la sua canzone Il pugile sentimentale tra le straordinarie rovine di un piccolo comune irpino, Calitri, di cui è originario. Sarebbe stato intrigante raccontare il terremoto e la scomparsa di Joe con la sua testimonianza. Speriamo almeno veda il film e gli piaccia.

Setfano Stefanutto Rosa, Interviste Cinecittà News,  15 giugno 2018

classifiche

Read Full Post »

downloadC’è un «tag» sulla mia pagina facebook: mi chiama direttamente in causa e rimanda a una richiesta di non votare le bozze di Statuto di Potere al Popolo. Rispetto chi milita nei partiti di sinistra e mi aspetto di essere ripagato con la stessa moneta. Chiedo, cioè, rispetto per chi non è iscritto ai partiti sopravvissuti alla catastrofe della sinistra storica. E quando dico rispetto, intendo anche e soprattutto chiarezza.
Se un dirigente di Rifondazione Comunista descrive Podemos, France Insoumise e Potere al Popolo come «sfaccettature» di quello che definisce «populismo di sinistra», una domanda è d’obbligo: Rifondazione ha aderito o no all’appello di Lisbona? A rigore di logica, dovrei rispondere sì, perché sotto l’appello c’è la firma di Potere al Popolo, di cui Rifondazione fa parte. Se le cose stanno così, i conti però non tornano, tanto più che alle recenti riunioni promosse a Roma da demA risultano convocati e presenti sia Potere al Popolo che Rifondazione.
Questa situazione incomprensibile e per certi versi paradossale genera una nuova, a dir poco inquietante domanda: Rifondazione Comunista è dentro il promettente percorso di Potere al Popolo, o esistono due partiti con lo stesso nome, dei quali uno firma l’appello dei «populisti di sinistra», e l’altro contribuisce alla nascita di un polo diverso da quello che fa capo all’appello di Lisbona?
Non è una domanda banale per chi come me, ha subito senza poter parlare la nascita di due Statuti, nei quali ha visto un errore, ma anche una speranza di «liberazione». Quei due Statuti, infatti, non sono diversi tra loro per questioni formali e non pongono questioni che riguardano semplicemente le “regole”. Sono la manifestazione aperta di un dato di fatto: esistono due visioni diverse, contrapposte e per molti versi inconciliabili di Potere al Popolo. Se si è giunti ai due appelli è perché le discussioni eterne all’interno di un Coordinamento nazionale che nessuno ha potuto votare e che ormai ha fatto il suo tempo non sono bastate a comporre la vertenza. Consentire il voto dopo averli resi pubblici è obbligo irrinunciabile. Etico e politico. Etico, perché non puoi darmi la parola e poi mettermi a tacere senza farmi parlare. Politico, perché la questione degli Statuti è uno di quei casi in cui la forma diventa evidentemente sostanza. Se passa il primo, infatti, avremo un’organizzazione politica e sociale nuova, anticapitalista e popolare, che rompe in maniera inequivocabile con le “forme” tipiche della “sinistra”, così come l’abbiamo conosciuta. Un’organizzazione che segna una linea di continuità con l’intuizione per certi versi geniale del gruppo che ha pensato e voluto Potere al Popolo; se passa l’altro, nascerà una delle solite organizzazioni di una sinistra che non parla più alla gente e non vuole che la gente parli, un “contenitore”, fatto apposta per dar vita a un fantomatico quarto polo, che metta insieme ciò che resta di quella sinistra che ci ha condotti dove siamo, a cominciare da qualche resuscitato “antifascista” dell’ultima ora, che mesi fa osannava Minniti e i suoi provvedimenti fascisti e ora non sa se tenersi o mollare il PD depurato di Renzi.
Non ce l’ho con nessuno, ma vorrei fosse chiaro: mi sono imbarcato nella bella avventura di Potere al Popolo, ho condiviso l’appello da cui è nato, sposato il progetto e  accettato di candidarmi, perché me l’hanno chiesto quelli dell’ex Opg. Non l’avrei fatto in nessun altro caso.
E’ inutile girarci attorno e fare appello a una generica unità: ai due Statuti non si giunge per caso. C’è una differenza profonda che riguarda il modo di intendere la politica. Questa differenza insormontabile ha condotto alla conta voluta da chi ha presentato un secondo Statuto. Indietro perciò non si torna, non si può tornare perché il solo risultato che si otterrebbe sarebbero mesi di inutili trattative tra i membri di un Coordinamento che ha ormai esaurito la sua funzione. Si vada al voto perciò. Chi non ha tessere di partito ha diritto di sapere se lotta per un’organizzazione in cui la base conta davvero o si è illuso e deve rassegnarsi. Sapere se siamo tutti per l’appello di Lisbona o c’è chi vuole stare con noi per definirci «populisti».

classifiche

Read Full Post »

09pol1-f01-potere-al-popolo-ansa-71Je so’ pazzo festival. Due giorni di dibattiti per «resistere all’assedio» della destra.
«Come resistere a un assedio?» è la domanda che ha aperto la quarta edizione dello Je so’ pazzo festival, organizzato a Napoli dall’Ex Opg, la prima con il progetto Potere al popolo in campo. L’interrogativo è stato posto da Chiara Capretti (candidata di Pap alle scorse elezioni) all’apertura della due giorni (che si è conclusa ieri), per aggiornare il confronto con il sindaco Luigi de Magistris e tutte le realtà di movimento partenopee. Come si può spezzare un’offensiva fatta di debiti che strozzano gli enti locali, tagli ai servizi pubblici, circolari ministeriali che impongono politiche di destra su accoglienza e povertà, di lavoro in nero perché tanto l’Ispettorato del lavoro è stato svuotato? «Se non puoi resistere – ribatte Capretti – allora ti devi organizzare su scala nazionale contro lo sfondamento a destra sulla pelle degli ultimi. Il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, con i funerali delle vittime del ponte Morandi in corso, sfruttava i migranti a bordo della Diciotti per distrarre l’opinione pubblica». Il 20 ottobre a Roma ci sarà la manifestazione «Nazionalizzare qui e ora» organizzata da Pap, Usb, Eurostop, Prc e le realtà che si sono battute contro «la truffa delle privatizzazioni e delle grandi opere».
VENERDÌ IL FOCUS era su Napoli. Le circolari di Salvini che impongono una stretta alle richieste di asilo e spingono per gli sgomberi degli spazi occupati possono avere un effetto dirompente in città (dove si stimano almeno 8mila abitazioni occupate). «Non sono provvedimenti esecutivi – commenta Viola Carofalo, portavoce nazionale di Pap – perciò invitiamo i destinatari a disobbedire. Non applicate le circolari Salvini. Il leader leghista le giustifica con la necessità di legalità e sicurezza ma producono l’effetto contrario: più persone sul territorio senza un regolare titolo e più gente per strada nel caso delle abitazioni, perché tanto un’altra soluzione non c’è. Anzi, l’esperienza di Napoli ci dice che le occupazioni hanno rivitalizzato il tessuto sociale, aumentando così la sicurezza percepita nei quartieri». Sul tema de Magistris spiega: «Sul diritto alla casa si misurerà la nostra esperienza amministrativa, sulla capacità di usare il patrimonio immobiliare del comune ai fini della valorizzazione sociale e contro le interpretazioni monetaristiche, che ne vorrebbero la svendita».
AL CENTRO DEL DIBATTITO il caso Vasto, il quartiere popolare accanto alla Stazione centrale con il maggior insediamento di Cas, la zona dove la sera del 3 agosto due migranti sono diventati il bersaglio di ragazzi armati sullo scooter. Il Movimento migrati e rifugiati si è presentato nel quartiere lo scorso martedì: hanno ripulito le aiuole, piantato fiori, realizzato panchine con materiale riciclato provando a stringere un patto tra nuovi e vecchi residenti. «La prossima settimana faremo uno spettacolo in piazza, una produzione del Teatro popolare dell’Ex opg – racconta Abdel -. Sfideremo così il coprifuoco imposto dalla camorra perché il problema del Vasto non sono i migranti, è la povertà, i tagli ai servizi, i clan. La Lega sta provando a radicarsi in zona portando messaggi di odio che prima non esistevano».
Al Vasto emergono tutte le spinte speculative in campo: «Abbiamo lavorato con i migranti per stilare un’inchiesta sui Cas – spiega Capretti -, l’abbiamo consegnata in prefettura chiedendo un intervento contro gli sfruttatori, per un reale inserimento sociale. Quattro strutture sono state chiuse ma il sistema è rimasto intatto con relativa bomba sociale innescata. Poi il 3 agosto sparano sui ragazzi e la prefettura, dopo qualche giorno, ordina un’ispezione ai centri: a 150, trovati fuori dai centri dopo le 22, viene revocata l’accoglienza. Una rappresaglia. Salvini manda le circolari e Grandi stazioni è contenta, così può gentrificare il quartiere senza più i migranti».
IERI SI È DISCUSSO di elezioni europee. Pap ha già scelto come compagni di viaggio La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon, gli spagnoli di Podemos e il Bloco de Ezquerda in Portogallo, interlocuzioni in corso con de Magistris e Diem 25 di Yanis Varoufakis. Agli incontri, prima della pausa estiva, ha partecipato anche Sinistra italiana ma lo schieramento unitario non è certo. Il dibattito di ieri tra Viola Carofalo, Klemen Miklavic (rappresentate di Sinistra unita slovena), Bénédicte Monville (La France insoumise) e lo storico Giuseppe Aragno è servito a proseguire il confronto per costruire «un terzo campo, differente da quello liberista/europeista e liberista/nazionalista – spiega Carofalo -. Un campo che metta al centro la redistribuzione della ricchezza, la partecipazione attiva dei cittadini. Mentre la sinistra tradizionale affonda, punita per la guerra che ha condotto contro le classi popolari, crescono i consensi per nuove forze capaci di farla finita con compatibilità, moderazione, appoggio al neoliberismo».

Domenico Cirillo, Il Manifesto, 9 settembre 2018

classifiche

Read Full Post »

festival ex OpgL’annuncio prometteva una serata interessante.
In diretta dall’Ex OPG Je So Pazzo quattro ospiti di eccezione per parlare di Europa! Ci chiederemo quali forze possono cambiare il continente e rendere i popoli protagonisti, insieme a:
✘ Viola Carofalo, portavoce di Potere al Popolo!;
✘ Klemen Miklavic, di Levica, forza politica slovena, che nasce dai movimenti sociali e che ha raccolto il 9% di voti alle ultime elezioni;
✘ Bénédicte Monville de La France insoumise, che ha lanciato l’Appello di Lisbona con Podemos e Bloco de Equerda verso le prossime elezioni europee;
✘ Giuseppe Aragno, storico, che ci offrirà una visione diversa sul tema sovranismo vs europeismo.
Ieri ci siamo soffermati sui problemi della nostra città e su come affrontarli insieme. Oggi vogliamo affrontare un tema ineludibile, per poter contrastare le misure antipopolari decise a livello europeo, che incidono sulle nostre comunità!
All’emergere di una destra aggressiva, che ha saputo vendersi come “anti sistema” anche se nei fatti sostiene il neoliberismo più feroce, dobbiamo rispondere mettendo al centro gli interessi dei nostri popoli, farli tornare protagonisti! Per farlo dobbiamo lavorare in senso internazionalista e costruire un fronte degli sfruttati europei che possa rompere i trattati dei potenti!
Per mettere su un nuovo progetto di Europa e di democrazia.
Vi aspettiamo alle 17:30!

Non sta a me giudicare, ma questa serata, nonostante gli anni, l’ho vissuta con grande emozione, con l’animo di un ragazzo che non ha smesso di sognare e sperare e ho sentito quel calore umano che all’ex OPG è di casa. Dopo la discussione, due momenti di altissima qualità artistica: “Patrie galere”, un bellissimo spettacolo del Teatro Popolare e una splendida interpretazione di Majakovskij di un bravissimo e intenso Pierpaolo Capovilla.

Ecco i lnk:

 

classifiche

Read Full Post »

ritratto_di_settimio_severoRiordinare libri è anche questo: avere tra le mani il mondo antico e guardare il presente alla luce del passato. Chiedersi, per esempio, che direbbero di noi Settimio e Alessandro Severo. libico il primo, libanese il secondo ed entrambi – nella buona come nella cattiva fortuna – imperatori romani. Che direbbero Filippo l’Arabo, il mauritano Emiliano e l’iraniano Valeriano?
I libri raccontano di imperatori turchi e d’un manipolo di slavi che il rozzo fascista, restauratore dell’impero sui “fatali colli di Roma”. avrebbe perseguitato. In tema di razza il mondo latino fu così avanzato, da far sembrare il nostro un nuovo e più buio Medio Evo.
Guardo i libri ma, mentre mi chiedo se anche questo mio cercare vie di comunicazione tra passato e presente sia “fare storia”, non so dare risposta a una domanda che si fa strada e diventa pressante:  che faremo di questo tempo nostro e di noi stessi, immersi in una terribile tempesta d’odio e barbarie? Sbandiereremo la superiorità culturale di un modello antico e chiederemo un presidente di colore al Quirinale, come hanno fatto gli Usa con Obama? Ci limiteremo a questo, o prenderemo atto che Guantanamo condanna Obama e che tutti, l’americano come gli africani, consentirono uno sfruttamento feroce dei bianchi e dei neri e ignorarono i diritti umani? Capiremo che il razzismo è un’atrocità, ma anche uno degli strumenti ai quali talora il potere ricorre per opprimere i popoli e armare i bianchi poveri contro quelli neri?
Se difenderemo astrattamente il diritto alla parità, mi dico, se leveremo il vessillo dell’antirazzismo, faremo il gioco dei padroni e dei suoi servi. Finiremo dalla parte del “Minniti antifascista”.
Forse, per radunare emarginati e sfruttati di ogni colore nella stessa trincea contro la barbarie, dovremo ricordare che il capitaismo non ha colore e non ha patria; ricordare che non siamo divisi in bianchi e neri, ma in  sfruttatori e sfruttati. La sinistra non parla più alla gente perché ha rinnegato la sua identità e le sue radici profonde. Non occorre cambiarle di nome, ma ritrovare la coincidenza tra teoria e pratica, partendo da un punto fermo: il neoliberismo genera sfruttamento e produce razzismo.
Se riconquisteremo i diritti sociali che ci hanno sottratto, il razzismo non sarà più al centro della scena politica.

Agoravox, 4 settembre 2018

classifiche

Read Full Post »