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Archive for marzo 2013

«Ras»di Ferrara fu Italo Balbo, un vero modello dell’«uomo nuovo fascista». S’era fatto d’un fiato il cursus honorum del gerarca sanguinolento: scampoli di gloria feroce tra i volontari della carneficina nella «grande guerra», capo riconosciuto delle «squadracce» al soldo degli agrari quando bastonature e omicidi d’inermi avversari politici mostravano il «senso dello Stato» del primo fascismo, comandante generale della Milizia nel 1923. Implicato nell’assassinio di Don Minzoni, passò poi dalla Milizia al Parlamento e presto giunse al governo.

A Ferrara il 26 sono ritornati gli squadristi. Balbo mancava, è vero, ma s’è trovato un sostituto degno. Rivendicavano il diritto d’ammazzare impunemente e non a caso il colpo vibrato in piazza era assassino: mirato al cuore d’un madre – l’immensa Patrizia Aldovrandi – per fermarne il palpito di dignità, la passione e l’indomito coraggio. Chi ha voluto vederla, l’ha vista bene l’Italia di questi tempi bui: un Paese nel quale l’umanità spesso è donna, ma molto più spesso si perde in una divisa che mostra i distintivi della guerra. La guerra, sì, che la Costituzione ripudia ma offre la leva per la polizia della repubblica antifascista: Medio Oriente, Balcani e Afghanistan. Un’Italia in cui la Caporetto dei valori della Resistenza – di questo ormai si tratta, non di altro – non si spiega semplicemente col berlusconismo, ma chiama alla mente – ed è un morire di dolore – Piero Gobetti e la sua terribile sentenza: il fascismo malattia congenita della nostra storia, la natura elitaria del Risorgimento, un potere mai saldo in mano al «popolo sovrano» e sempre molto lontano dai cittadini. Chiama alla mente lontani maestri, appena tornati in armi dai monti partigiani e subito impegnati a scrivere una Carta Costituzionale tesa a colmare lo storico deficit di partecipazione. Quella Costituzione che ormai non conta più..

A Ferrara s’è potuto vedere con plastica evidenza: la crisi economica procede di pari passo con lo smantellamento della democrazia. Si sono visti chiari i segnali d’asfissia d’una politica priva di respiro ideale e s’è misurato l’abisso che ci attende, se non sapremo restituire al dibattito sullo stato dell’economia, il contributo decisivo di storici e filosofi. In un Paese che dopo la Liberazione non mandò a casa sciarpe littorie, sansepolcristi, scienziati della razza, questori, prefetti e magistrati mussoliniani e chiamò a presiedere la Corte Costituzionale quell’Azzariti già capo del «tribunale della razza», sono vent’anni ormai che, a parlare d’antifascismo, si disturba il manovratore. Vent’anni che si batte la grancassa su una inesistente ferocia partigiana e si trova la sinistra consenziente. Mentre Veltroni e i suoi cancellavano dalle rare sedi del «partito liquido» persino il ricordo dei partigiani – si fa un gran parlare di donne, ma a Napoli il PD ha eliminato dalla sua sede la partigiana Maddalena Cerasuolo – l’accademia s’è adeguata e c’è chi è giunto all’anatema: i partigiani padri della patria, tutti per vie diverse compromessi col gulag, non hanno la statura morale per parlare ai nostri giovani.

In questo clima, dopo le acrobazie dei lacrimogeni sui tetti del Ministero di Grazia e Giustizia, le violenze di Napoli e Genova e gli indiscriminati attestati di stima agli immancabili servitori dello Stato, più che la resurrezione di Balbo a Ferrara, stupisce lo stupore sbigottito di chi solo oggi intuisce l’esito fatale di un vergognoso revisionismo. Perché meravigliarsi della polizia, dopo che s’è voluto ridurre l’antifascismo a una questione privata tra veterocomunisti e neosquadristi, dopo l’armadio della vergogna e l’inascoltato allarme di Mimmo Franzinelli, che ci ha ammonito sul significato profondo d’una amnistia che fu colpo si spugna e sancì la continuità con lo Stato fascista? Rinnegata la propria storia, attestata a difesa di un’Europa che Spinelli ripudierebbe, collocato in soffitta Marx per far le fusa al liberismo targato Monti, era fatale che la polizia tornasse alla tradizione dell’Italia liberalfascista e si facessero nuovamente i conti con Frezzi massacrato di botte, Acciarito torturato e Bresci suicidato.

Qui non si tratta di solidarietà di corpo e nemmeno di forme estreme di «nonnismo» da caserma. Emilio Gentile l’ha spiegato chiaramente: la mistica fascista del cameratismo fu il fulcro di una identità nuova che, nel cuore d’una crisi, fuse in anima collettiva l’individualismo solitario dell’eroe, sicché i «rigenerati della guerra» pretesero di essere «rigeneratori della politica». Quand’è che il Parlamento pretenderà che si accenda la luce sui meccanismi di reclutamento delle forze dell’ordine e sulla loro formazione culturale e politica?

Uscito sul “Manifesto” il 29 marzo 2013

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Nicola Pellecchia e Giorgio PanizzariIeri ero solo in casa e non sono uscito. Me ne sono stato zitto e ho cambiato di posto a tutti miei libri. Non ho un passato che mi unisca fortemente a Nicola, ma non siamo stati del tutto estranei e sono molto addolorato.
 Dentro mi rimane soprattutto una consapevolezza che fa male: troppo spesso la storia si scrive sulle carte di polizia, le note degli infiltrati e la “verità” dei tribunali. La morte, come dice il mio amico Oreste, è il solo “futuro certo”, ma ha questo forse di veramente irrimediabile: non c’è più modo di ascoltare l’altra versione. Quella che non raccontano le carte di questura.
Una cosa mi ha confortato. Per la prima volta nella storia del nostro Paese un giornalista onesto, Gigi Di Fiore, ha trovato il coraggio di parlare di un protagonista degli anni di piombo senza usare la parola “terrorista”. Un uomo, ha scritto, un uomo che ha scelto, pagato, mai rinnegato. Con coerenza e, si sa, chi sconta la sua condanna va sempre rispettato. Comunque la si pensi”.
Un passo importante, il primo serio su un giornale di livello nazionale verso la scelta di affrontare la difficile vicenda di quegli anni per quello che è stato: una pagina di storia che va ricostruita, una “guerra civile a bassa intensità”, che come accade sempre non si può leggere con la logica deformante per cui da una parte ci fu il bene, dall’altra il male.
Chi l’ha conosciuto sa che, per quanto dolorosa sia stata la morte, Nicola meritava di andarsene così, ricordato col rispetto che ha saputo guadagnarsi in una vita di lotte.  Ecco l’articolo di Di Fiore. Val la pena di leggerlo.

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CONTROSTORIE
di Gigi Di Fiore

Gli anni di piombo, i Nap a Napoli e la difficile lotta per la vita di Nicola Pellecchia

Venne in redazione vent’anni fa. Da poco era uscito dal carcere, dopo aver scontato, senza essersi mai dissociato dalla sua scelta passata, tutta la pena. Sereno, sguardo da vita intensa, Nicola Pellecchia aveva accettato di raccontarmi la sua esperienza di fondatore napoletano dei Nap prima, passato in carcere con le Br poi.
Anni di piombo, terrorismo, impegno politico. In quel periodo, scrivevo una serie di pagine per Il Mattino sui personaggi napoletani di quegli anni, visti da più angolazioni: ex terroristi, vittime, inquirenti. Nicola mi parlò di una storia, la sua, che non rinnegava se stessa e che lo aveva portato in carcere nel 1975, con una condanna a 21 anni e mezzo. Era stato anche rinchiuso all’Asinara, poi trasferito nei giorni convulsi della trattativa Stato-camorra per il rapimento di Ciro Cirillo. Speravano potesse fare da tramite tra brigatisti fuori e in carcere. Non fece nulla.
Alla fine di una lunga chiacchierata, mi disse: “Ho parlato con piacere con te, ma non mi va che la mia storia faccia parte di quelle che stai scrivendo”. Andava bene così: comunque mi affidò ricordi, chiavi di lettura. Impegno politico, amici, privato. Annamaria Mantini, tra i giovani morti in quell’esperienza Nap, era stata la sua compagna.
Figlio di un avvocato civilista del quartiere Vomero, in quei giorni Nicola Pellecchia aveva cominciato a lavorare nello studio del genitore. Poi, la folgorazione di Procida. Mare, sole, pesca. Un’altra scelta di vita: si trasferì sull’isola, con la mamma e la compagna. Ebbe un figlio. E si schierò a difesa dei diritti dei 200 pescatori procidani, mettendoli insieme. Non era mai successo. Una vittoria. Meditava di scrivere un memoriale, tanti come lui lo hanno fatto. Dopo l’esperienza di quegli anni, alcuni sono diventati scrittori famosi.
Nicola sta male, molto male. Ha di quei tremendi mali contro cui o lotti, o cadi nella disperazione. Un primo intervento chirurgico a Napoli, poi da mesi il trasferimento a Milano per affrontare cure costose. Ai discussi funerali del brigatista Prospero Gallinari era assente e il suo nome è stato pronunciato tra quelli giustificati nel suo non esserci.
In questi giorni, su Nicola Pellecchia è partito un tam tam, soprattutto informatico, di solidarietà. Collettivi, reduci di quegli anni, militanti della sinistra, frequentatori di piazza Medaglie d’oro al Vomero negli anni Settanta: cene a tema, dibattito con Valerio Lucarelli (autore di un bel libro sulla storia dei Nap), concerti come quello di Daniele Sepe. Tutto serve a raccogliere fondi, sotto il coordinamento di Ada Negroni, altra reduce milanese di quegli anni di piombo.
In rete, gira una bella foto del volto di Nicola, baffoni e capelli lunghi ormai grigi, naso deciso. C’è fierezza in quell’immagine, di chi ha scelto, pagato, mai rinnegato. Con coerenza e, si sa, chi sconta la sua condanna va sempre rispettato. Comunque la si pensi. Nicola Pellecchia ora lotta per la vita. Quella che, nel bene e nel male, ha sacrificato alle sue convinzioni. Rispetto, ma non silenzio ora, se si può aiutare in concreto il “vecchio militante dei Nap”. Ora è solo un uomo coerente, che ha bisogno di mani tese.

Il Mattino.it, 12 febbraio 2013

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C’è stata battaglia e non ce ne siamo accorti“, ripeteva negli ultimi e sconsolati anni della sua vita Gaetano Arfè, intellettuale militante tra i più lucidi del Novecento. Il tempo purtroppo gli ha dato pienamente ragione e ogni giorno che passa dimostra quanto premonitore fosse il suo inascoltato appello a scavar trincee sull’ultima spiaggia per tentare l’estrema difesa della Costituzione. 
Dal 2007, in un’avanguardistica Torino, un liceo intitolato all’antifascista Altiero Spinelli ha sciolto il nodo delle iscrizioni con una “selezione per test” che consente o vieta la frequenza dell’Istituto. La nostra “libera stampa“, mobilitata nella caccia all’uomo di parte avversa e nella promozione di “santini” e utili idioti con cui coprire le miserie morali del potere, non se n’era accorta: in linea con la religione del merito, dopo i rettori delle università, tra le basse gerarchie della chiesa liberista, anche alcuni dirigenti scolastici danno ormai di piglio al manganello e bastonano quanto sopravvive di democrazia in un Paese di sedicenti liberali che all’estero svendono il nostro onore, “portando a casa i marò” col tradimento – altro che Berlusconi e il sedere della Merkell – e in patria non riconoscono un ethos politico ai ceti subalterni e fanno la guerra santa ai diritti in nome del mercato. 
Dio lo vuole!“, è lo slogan, mentre i test d’ingresso, foglia di fico e preludio inaccettabile al numero chiuso, fanno l’ingresso trionfale nelle scuole medie. E’ un affannoso correre all’armi, che rinnova i nefasti delle Crociate in “Terra Santa“. Sono passati mesi di silenzio, prima che l’urlo di battaglia giungesse finalmente alle orecchie distratte di gazzettieri, tuttologi e lestofanti dell’informazione: nello scorso gennaio, regnante un traballante ma attivissimo Profumo, bande d’invasati chiamati a guidare convitti, licei e istituti tecnici, han giurato sui sacri testi, scatenando un’offensiva che potrebbe smantellare, nella complice indifferenza d’un Paese piegato col terrore del defualt, la pari dignità dei cittadini, il diritto al pieno sviluppo della persona umana e le norme generali sull’istruzione. Invece di istituire scuole statali, come vuole la Costituzione, la tecnocrazia lascia che i dirigenti scolastici risolvano l’annosa questione delle carenze strutturali, legalizzando un arbitrio. Inizia così la diaspora di studenti respinti dalle scuole che, non “avendo posto“, li costringono a contendersi il banco, la sedia e i “buoni docenti” a suon di quiz. Mentre presidi e Collegi dei docenti “aperti al nuovo” fingono d’ignorare che l’esito dei test, dissennatamente introdotti nella scuola dell’obbligo, apre la via a una selezione preventiva per le scuole superiori che è a dir poco inaccettabile in termini di democrazia, la valutazione sembra l’ago d’una bussola impazzita. E’ un groviglio inestricabile di opzioni deliranti. Qualcuno, per le classi terze della scuola media, s’è inventato indovinelli d’italiano o matematica, altri segnano il confine tra inclusi e esclusi ricorrendo a quiz d’inglese, tedesco, logica e musica, sicché i test decidono allo stesso tempo la scuola d’approdo o la tappa umiliante d’un rifiuto irrimediabile. Figli d’un’Italia malata, non “terra di provincie ma bordello“, i nostri ragazzi, esuli in patria, iniziano così il saliscendi per le “altrui scale” e sperimentano il “pan che sa di sale” e l’anima reazionaria della “cultura del merito“. 
Di fronte a questo sfascio, complici gli imbelli Collegi dei docenti, i dirigenti dell’avanguardismo fanno spallucce e fingono di ignorare il rapporto di causa-effetto che lega “posizioni di prestigio“, guadagnate grazie a scelte demagogiche, a discutibili certificazioni di “qualità” e penosi cedimenti alle più strampalate richieste dei genitori e si trincerano dietro le ragioni di forza maggiore create dall’incredibile aumento delle iscrizioni. Sottoposta a logiche di mercato, la scuola che non sta al gioco va incontro al disastro. Non importa che sia un’ottima scuola; importa che non stimola la domanda con un’offerta allettante per il consumatore, che non apre alle delizie del consumismo, non ragiona in termini di concorrenza, non si dedica al marketing, allo studio dei test e, dulcis in fundo, non “presta” locali ai privati, pronti a farle pubblicità coi loro corsi sfrenati di danza afrocubana così cari agli appetiti d’una clientela istupidita dal lavoro indefesso della televisione.
La mannaia dei tagli raccoglie così i frutti sperati e l’adozione del test fa da “setaccio tecnico” per la coscienza critica. E’ vero, c’è una logica nei quiz, ma essa punta soprattutto a soffocare in un confine puramente “quantitativo” l’accertamento della “qualità“, per mortificare nella scuola statale il valore insostituibile dell’autonomia di pensiero e del ragionamento critico. Presto, molto più presto di quanto si possa credere, anche la scuola migliore, quella che per sua natura non farebbe spazio ai test, sarà costretta ad alzare bandiera bianca. Mentre sparisce l’interlocutore politico – le Provincie saranno cancellate, i Comuni soffocano nei debiti e le regioni duplicano, se possibile in negativo, il triste “modello romano” – la scuola non sa a quale santo votarsi per chiedere spazi e si smarrisce nella lotta per la sopravvivenza, costretta a operare in strutture fatiscenti, a fare i conti con aule situate in condomini e col gelo burocratico di circolari che certificano una condizione di assoluta impotenza: “non esiste alcuna possibilità di assegnare nuove aule“. La legge del mercato non consente deroghe: mors tua, vita mea
Il degrado causato ad arte, partorisce così fatalmente barbarie e dalla barbarie nasce e si definisce con sempre maggior chiarezza il profilo di popoli formalmente “sovrani“, ma sostanzialmente ridotti a bestiame votante, servi di un potere che non ha nome, cognome e indirizzo, un’entità astratta che si chiama mercato e pretende obbedienza. Popoli cui poter dire, senza temerne la rabbia, che le banche possono impunemente chiudere gli sportellio senza preavviso e far sì che i risparmi d’una vita, per i pensionati e i lavoratori, cambino di padrone. 
Laura Boldrini, sedendo in Parlamento per la prima volta, deputata senza voti e subito presidente della Camera, ha promesso di portare a Montecitorio la voce degli ultimi. L’occasione le giunge purtroppo prima di quanto potesse immaginare. Eccoli gli ultimi: i nostri poveri figli, privi di colpe e pure più duramente di tutti chiamati a pagare. Perdono la scuola della repubblica che tanto sangue è costato ai martiri della Resistenza. Altiero Spinelli, cui la neopresidente della Camera ha fatto cenno nel suo primo discorso parlamentare, l’aveva previsto: il nemico più pericoloso per l’Europa delle libertà e dei diritti è la finanza. Se non s’è trattato solo di parole, se il cuore e la passione accompagnavano davvero il suo pensiero, bene, faccia sentire la sua voce, urli il suo sdegno. Poi, se questo non dovesse bastare, non deluda chi le ha creduto nonostante tutto. Dia il segnale promesso e alimenti se non altro una speranza: presenti le sue irrevocabili dimissioni. Bersani e soci forse capiranno che non è più tempo di alchimie parlamentari. Non si cambia il Paese, se non si difende col coltello tra i denti il suo sistema formativo.

Uscito su “Fuoriregistro” il 20 marzo 2013

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La coerenza ha un prezzo, mi dico, mentre si scatena il diluvio di biografie, elogi e dichiarazioni di consenso: donnafuori dalle beghe della politicaun buon segnale di cambiamento
Ma di che parliamo? Dell’ultima edizione riveduta e corretta della Camera dei Fasci e delle Corporazioni? Qualcuno sa dirmi chi l’ha eletta deputata la Boldrini? Vendola, Bersani, il “popolo delle primarie“? E chi l’ha messa ora lì, seduta sullo scranno di Presidente? I deputati che abbiamo scelto o una banda di “nominati“? E la maggioranza di sedicenti “rappresentanti del popolo” seduti sui “democratici” banchi di Bersani e dei suoi, sono lì per volontà degli elettori o sono il dono velenoso d’una legge truffa più fascista di quella ideata dal fascista Acerbo?

La coerenza ha un prezzo, ma io voglio pagarlo. Non faccio applausi e non riconosco qualità alla signora che oggi ci ha recitato il prevedibile monologo sui grandi valori della democrazia. Se la signora fosse davvero onesta, non sarebbe dov’è e occorre dirselo: la pantomima che in queste ore si va rappresentando è una farsa che volge in tragedia. Tutto quello che ci può raccontare con incredibile arroganza è il mistero di un popolo che, espropriato di un diritto conquistato col sangue, si leva in piedi e applaude chi l’ha rapinato.

 Ho sempre pensato che fosse una sciocchezza, ma comincio a temere che sia maledettamente vero: ognuno è artefice del proprio destino.

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Questo articolo di “Fuoriregistro” è uscito – e poteva uscire solo – su un giornale: “Il Manifesto“. Se avete a cuore il futuro della scuola pubblica, perciò, compratelo e sostenetelo sempre: Il “Manifesto” è una voce libera schierata a difesa della scuola statale.

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E’ uno strano neonato, un “sanguemisto“, figlio illegittimo di incontri clandestini tra la destra reazionaria e il furore ideologico di un tecnico del capitale. Nato venerdì scorso, è stato battezzato come comanda una prassi ormai consolidata: “Consiglio dei Ministri, Decreto numero 72 dell’8 marzo 2013“. Ligio al dovere, il “Sole24Ore” ha annunciato il lieto evento con la consueta faccia tosta padronale: il Governo “scaduto“, infatti, per il giornale della Confindustria non solo ha “acceso il semaforo verde definitivo” per una delibera ormai indifferibile, ma ha anche risposto all’ansiosa attesa della scuola. Si direbbe quasi che gli insegnanti, consapevoli d’essere tutti, senza eccezioni, una manica d’incapaci sfaticati e convinti e di aver perciò meritato i tagli devastanti, i mancati investimenti, le classi pollaio, le campagne di stampa sui fannulloni e il discredito generalizzato dovuto alle accuse dei loro stessi ministri, non attendano altro che il giorno del giudizio. La scuola, pervasa finalmente di spirito cristiano, si sarebbe ormai attestata sul religioso principio della rassegnazione: quando riceve un ceffone, porge l’altra guancia e a suon di botte s’è rimbecillita.
Per il “Governo dell’ordinaria amministrazione” – e la stampa che ancora lo sostiene – il decreto era necessario, perché, si racconta, se i ministri non l’avessero varato, la scuola non avrebbe più avuto accesso ai fondi europei. Di qui la scelta sul filo di lana. A guidare il sistema d’ora in avanti penserà l’Invalsi; il ministro parla ovviamente di “autovalutazione” e mette in ombra la via prescelta, controllata invece da nuclei esterni incaricati di intervenire sui percorsi di miglioramento dell’apprendimento e, di fatto, sul funzionamento delle scuole.
In realtà, mentre l’esito delle elezioni politiche dimostra chiaramente che il Paese non si fida degli uomini chiamati a governarlo senza consultazioni elettorali e dei partiti che si sono assunti la grave responsabilità storica di appoggiarli, le scuole della repubblica sono ora obbligate a rispondere delle inevitabili conseguenze dell’incompetenza ministeriale e di politiche per la scuola che hanno dato il colpo di grazia al sistemo formativo. Da settembre personale amministrativo, docenti e dirigenti scolastici dovranno render conto a un’agenzia esterna che ha già fatto pessima prova e, non bastasse, a genitori trasformati in acquirenti del “prodotto scuola” immesso sul “mercato“. Ciò, a prescindere dal contesto in cui essi operano, dal peso insostenibile delle scelte politiche di chi ha governato e, per finire, dalle responsabilità non di rado decisive delle famiglie stesse nel fallimento scolastico degli alunni. Tra le più velenose “novità“, il decreto presenta, infatti, la “Rendicontazione sociale delle istituzioni scolastiche“, che ha un significato chiaro ed estremamente grave: diagnosi e terapia dell’agenzia esterna chiamata a valutare sono verità di fede scientificamente provate e non si discutono, sicché a cuor leggero il Ministero, giunto il momento delle iscrizioni, renderà pubblico il presunto valore delle Istituzioni scolastiche “prima e dopo la cura“, in modo che “la diffusione dei risultati raggiunti, attraverso indicatori e dati comparabili“, consenta alle famiglie di scegliere le scuole “migliori“.
Non è difficile capirlo: per la libertà d’insegnamento il colpo è mortale. In questo senso, lo scontro che si è aperto l’anno scorso tra docenti e autorità scolastiche negli Usa, che della valutazione “marca Profumo” sono la patria, è molto indicativo. La pietra dello scandalo, infatti, l’origine della protesta, è stata l’imposizione di test standardizzati che hanno determinato il proliferare di società pronte a far profitto valutando il “merito” a scapito del tempo dedicato alla formazione di coscienze critiche. Quando si è giunti a impegnare per le prove qualcosa come dieci giorni di un anno di scuola, i docenti hanno manifestato il sospetto fondato che una valutazione così concepita punti a cancellare la scuola vera, quella che anche negli Usa è l’unica, grande opportunità di riscatto sociale e di crescita civile. Di fronte a un sistema che produce profitti per le minoranze e nega diritti alla collettività, la protesta è montata e non si è mai veramente spenta. Le molte classi mandate allo sfascio, le pretese arbitrarie e gli incontrollabili abusi di meccanismi in grado di controllare e allo stesso tempo sfuggire ai controlli, hanno alimentato timori fondati di una crisi irreversibile del sistema formativo, All’ordine del giorno sono così rapidamente giunte le vicende sintomatiche di ottimi docenti licenziati in nome di un sospetto “svecchiamento“; docenti che, guarda caso, erano proprio quelli che godevano della maggior fiducia di genitori, studenti e collettività e avevano con ogni probabilità un solo demerito: pensavano e inducevano a pensare. Nella scorsa primavera, quando sono stati resi noti i risultati dei test e le scuole ritenute a “basso rendimento” – “scheletri” secondo i Soloni che popolano l’equivalente statunitense dell’Invalsi – hanno conseguito i punteggi più alti, un sondaggio ha rivelato che il 97 % dei genitori boccia la sedicente “modernizzazione” e i miracoli della decantata “oggettività anglosassone“, Una “oggettività” così cieca e sospetta, da fare della globalizzazione l’occasione per un furto di diritti che è ormai sotto gli occhi di tutti e trascina la formazione nell’occhio di un ciclone costruito ad arte per piegare la scuola pubblica agli oscuri disegni del capitalismo.

Uscito su “Fuoriregistro” il 12 marzo 2013 e sul “Manifesto” il 13 marzo 2013 con titolo Un governo scaduto si accanisce sulla scuola.

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Sì del Governo: arriva il nuovo sistema di valutazione di scuole e presidi, – titola il Sole24ore” con ineguagliabile improntitudine confindustriale. A sentire il giornale dei padroni, quindi, Il Governo – quale governo di grazia? – ha “acceso il semaforo verde definitivo” per un provvedimento inderogabile, anzi, così evidentemente urgente che – dovremmo credere – la scuola tutta era lì ad attenderlo con ansia. Un decreto necessario, perché, a quanto pare, se Profumo non l’avesse presentato, la scuola non avrebbe più saputo come andare avanti. A guidare il sistema ora sarà l’Invalsi, che dovrà rapidamente preoccuparsi di elaborare calendari di visite di valutatori esterni e definire – con quale competenza s’è visto ormai da tempo – gli indicatori di efficienza a cui gli insegnanti e i loro dirigenti dovranno rispondere.
Per il Ministero, quindi, era l’Invalsi la vera e unica urgenza della scuola morente. Quell’Invalsi da cui – sarà un caso? – proviene il sottosegretario Elena Ugolini, che si è fatta in quattro perché il provvedimento giungesse all’approdo finale. A sentire lo “smobilitato” Profumo, sembrerebbe proprio così, perché, sostiene, senza un sistema nazionale di valutazione non si accede ai fondi strutturali europei della programmazione 2014-2020. In realtà c’era tutto il tempo perché provveddese il prossimo governo e non è difficile capirlo: la decisione di approvare il provvedimento non rappresenta solo l’ennesimo, inaccettabile colpo di mano, ma un vero e proprio ceffone alla scuola e alla pericolante Costituzione.
Senza entrare nel merito di una scelta rifiutata ormai apertamente persino dagli Usa, che pure l’avevano “esaltata” e adottata nonostante il motivato dissenso della scuola militante e di moltissimi esperti, la riforma ha il segno tipico dei metodi autoritari propri della peggiore destra. Non a caso per Elena Centemero, responsabile nazionale Scuola del PdL “l’approvazione del regolamento sulla valutazione, la cui impostazione era stata voluta dal governo Berlusconi, è senz’altro una buona notizia per chiunque abbia a cuore la qualità del sistema scolastico italiano“.
La verità è molto più semplice e terribilmente più grave di quello che lascia intendere la stampa padronale: il Governo Monti, che non è nato da elezioni e non è caduto in Parlamento perché, quando si è ritenuto sfiduciato, è andato a dimettersi al Quirinale, ha concluso nella maniera più coerente e penosa, la sua vita costituzionalmente anomala. L’8 marzo del 2013 è una data da ricordare. Un Consiglio dei Ministri dimissionario e scaduto, infatti, guidato da un presidente del Consiglio mai eletto, tecnico e allo stesso tempo leader di un partito politico bocciato senza appello dagli elettori, ha ritenuto di procedere all’approvazione di un provvedimento che non aveva nessun carattere d’urgenza. E’ vero, le nuove Camere non sono state ancora convocate, ma questo non vuol dire che un organismo già “morto” come di fatto è il governo Monti, sia abilitato ad un “esercizio normale dei poteri“. E’ vero il contrario: il limite invalicabile della facoltà d’intervento del Governo è la “contingenza straordinaria“.
Questo Governo, nato fuori dalle Costituzione e seccamente liquidato con un drastico no degli elettori che lo hanno impietosamente stroncato assieme ai partiti che lo sostenevano, non mette limiti all’indecenza. Il Sistema di valutazione della scuola non presenta alcun carattere d’urgenza. Urgente è, se mai, la necessità di porre rimedio all’arroganza di Monti e dei suoi ministri e c’è da augurarsi che almeno stavolta Giorgio Napolitano si ricordi di essere al servizio della più volte ignorata “sovranità popolare“.

Uscito su “Fuoriregistro” l’8 marzo 2013

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Il fascismo, regime del capitale finanziario”: così intitolò Pietro Grifone il capitolo di un suo lontano, ma ancor valido saggio, che dalla Marcia su Roma giungeva alle iniziali prove di governo fascista, tra il 1922 e il 1926. Sarà un caso ma l’esordio di Roberta Lombardi, neo deputata e capogruppo parlamentare del Movimento a Cinque Stelle, ci riconduce proprio al “senso dello Stato” del primo fascismo, dando così al rappresentante  di una massa fin qui indistinta l’occasione di aprire il discorso su un tema che pensavi avrebbe aperto la sinistra: il nodo, storico sì ma anzitutto politico, del ruolo che nei momenti decisivi assumono non gli individui o i singoli gruppi politici, ma le forze economiche, le classi sociali e gli interessi organizzati.
Più che accendere una polemica retrospettiva, è evidente che l’esponente del Movimento di Grillo ha inteso mettere al centro della riflessione sulla squilibrata situazione politica italiana una prospettiva di stabilizzazione orientata a destra, che non va intesa come un’eresia che riguarda il passato, ma una inquietante prospettiva per il futuro. Del primo fascismo si possono avere, infatti, le più diverse opinioni, indiscutibile, decisiva e preziosa addirittura per il nostro capitalismo fu la funzione stabilizzatrice in un contesto di tremenda crisi economica e di grave incertezza sociale.
A voler guardare freddamente gli eventi, senza fermarsi a recriminare sui rischi per la repubblica nati dalle scelte di Napolitano dopo le dimissioni di Berlusconi, l’intreccio tra politica e storia che si delinea nel Movimento di Grillo per i suoi rapporti con Casa Pound, per la messa al bando del sindacato e le considerazioni sul primo fascismo, conferma alcuni dati di fatto e pone domande cui occorre dar risposte: è possibile gestire la globalizzazione con un progetto socialdemocratico, come ha tentato di fare Bersani, nell’illusione di rafforzare a un tempo la democrazia nella società e nelle imprese, senza modificare radicalmente regole del gioco e “modi” di produzione? E’ possibile farlo, se per globalizzazione s’intendono Marchionne e il dominio del capitalismo finanziario? Il PD ha scommesso sul sì. Di qui probabilmente i conti che non quadrano, l’indebolimento e la perdita di credibilità di fronte agli effetti di una espansione del capitale che non cancella le differenze, radicalizza lo scontro col lavoro e, per dirla con Foa “spacca il mondo in due”. Un capitale che, è bene ricordarlo, rifiuta la linea della collaborazione, ma chiede al sindacato e al suo partito di riferimento di isolare le “ali sinistre”, indebolendo così la loro stessa base di consenso e producendo masse “tradite”, che non si sentono più rappresentate.
Il primo fascismo di cui parla l’esponente di Grillo non esiste. I fasci ebbero identità e vita reale solo quando divennero  squadrismo e furono capaci, questo sì, di attrarre miti e frustrazioni di alcuni sindacalisti rivoluzionari, come Rossoni, Michele Bianchi e Agostino Lanzillo, che, tentando di risolvere la pratica sindacale nel rapporto diretto dei lavoratori coi padroni, si aprirono facilmente all’idea corporativa, dando credito alla concezione autoritaria dello Stato fascista in nome della rivoluzione. Quale modello ne nacque e di che parla, quindi, nella sostanza, il movimento di Grillo? Evidentemente di un pensiero politico che riconosce l’autorità aziendale e finisce in braccio al capitale, inseguendo due miti: quello dell’efficienza e della produttività e quello della “bontà” del modello corporativo rispetto al “caos” e alla “corruzione” della mediazione sindacale e della democrazia parlamentare.
Grillo e i suoi rispondono così a Bersani e in fondo si capisce. Qui da noi, le gravi crisi del capitale sono storicamente incompatibili con i modelli della socialdemocrazia. Purtroppo, però, né Bersani, né Grillo pongono in discussione la struttura del credito e la proterva libertà del mercato, il ruolo della banca mista, la socializzazione delle perdite a fronte della totale privatizzazione degli utili e l’iniqua divisione della ricchezza tra le classi sociali. Problemi che mettono a rischio la“sovranità popolare” e la democrazia come valori reali. Il modello “giolittiano“ di Bersani, adatto al più ad un’economia in cui l’industria decolla e domanda tregua sociale, mette in ombra i temi della“sovranità popolare” e della democrazia reale, che sono valori e non formule vuote di contenuti, e naufraga di fronte a una crisi che non consente mediazioni e non chiede pace sociale. In questo contesto, col capitale che non accetta procedure sindacali, il “modello Grillo” diventa punto riferimento per forti interessi materiali, ma intercetta anche attese, delusioni, bisogni concreti che, nel deserto di valori lasciato in eredità dal berlusconismo, si saldano in una base di consenso trasversale alle classi sociali, tenute assieme da un individualismo che diventa elemento decisivo di una sorta di egemonia culturale. Grillo, che modifica persino il linguaggio della politica, attirando la rabbia all’amo della “democrazia diretta“, diventa vincente perché si nutre di problemi reali e, mentre tiene viva nella base la sensazione di una ritrovata rappresentanza e l’illusione di una rivoluzione, si offre al potere economico come elemento di stabilizzazione su base autoritaria. Ecco il significato reale del cenno al deformato “fascismo della prima ora”. Un significato che spiega ad un tempo la logica che in basso blocca la proposta di Bersani e assicura buon gioco a quella di Grillo, in alto rende quest’ultimo molto più credibile di quanto si creda. Così stando le cose, il discorso del deputato del Movimento 5 Stelle non è pericoloso per i suoi riferimenti alla storia passata, ma per la minaccia che potrebbe costituire per la storia che verrà.
Non è passato molto dai recenti accordi tra Cgil e Confindustria. Dalle colonne del Manifesto ci fu modo di far cenno ai rischi di un rinato autoritarismo. “Chiacchiere da bar sport”, si rispose dai soliti “grilli parlanti”. Ora che Grillo getta il Paese nel caos, sarebbe il caso di riflettere seriamente sulla nostra storia. La convergenza tra fascismo e grande capitale non fu, come si racconta assai spesso, figlia legittima della cecità del massimalismo. Se una paternità venuta al regime da sinistra si può riconoscere, bene, essa tocca molto probabilmente ai riformisti, che, finiti in orbita liberale, dimenticarono che le riforme vere sono quelle “di struttura” e nascono come strumento di lotta di classe. Come Grillo, anche Mussolini, era solo e tale dichiarava di volere restare: “Siamo soli  dinanzi alle nostre terribili responsabilità, soli e da soli dobbiamo giungere un porto”. Furono i liberali a dargli una mano, assicurandogli un’alleanza che egli accettò senza esitare, tradendo così i “rivoluzionari” che gli avevano creduto. Oggi la lezione dovrebbe esser chiara: una sinistra di classe veramente unita avrebbe forse salvato il Paese da una tragedia.

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