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Archive for dicembre 2015

Niente auguri solo una lezione da imparareLe classi subalterne sono stremate, è vero, ma la realtà dei fatti insegna sempre qualcosa e forse conosciamo da tempo la lezione, addirittura dal 1848: “non ci vuole una profonda perspicacia per comprendere che, cambiando le condizioni di vita degli uomini, i loro rapporti sociali e la loro esistenza sociale, cambiano anche i loro modi di vedere e le loro idee, in una parola, cambia anche la loro coscienza”. In questo senso, la condizione in cui è ridotta la scuola non segna solo un grave arretramento della civiltà, ma rivela una drammatica svolta ideologica. Poiché in ogni momento storico le idee dominanti sono sempre e solo quelle dei ceti dominanti, la crisi di un’epoca della storia è automaticamente crisi dell’ideologia che giustifica il dominio. E’ naturale, quindi, che nessuno, meno che mai gli esponenti del potere, creda più nei pilastri teorici del tempo che abbiamo vissuto e ci stiamo lasciando alle spalle.
Qui non si tratta di una data che cambia su un calendario. La libertà, l’eguaglianza e la fraternità, per cui si sono ripetutamente levate in armi generazioni di rivoluzionari borghesi, i principi e le norme fondanti dell’attuale “patto sociale”, sono ormai gusci vuoti. Dopo più di due secoli, la maschera cala e una concezione “storica” del diritto e della società cessa d’un tratto di essere un’acquisizione eterna di civiltà; la crisi e la sua logica inesorabile mostrano brutalmente che l’idea borghese di democrazia, Montesquieu, la sua “divisione dei poteri” e l’insieme delle regole ad essa legate – il diritto borghese – sono il prodotto di rapporti storici, non leggi eterne, razionali e naturali.
In queste condizioni, mentre il potere si arrocca e il conflitto produce nuovi rapporti storici da trasformare in “principi universali”, la battaglia che si combatte ovunque su questioni falsamente morali, come la difesa della famiglia e il modello di educazione, segna la trincea di prima linea di uno scontro mortale, che non è culturale. La difesa ideologica del modello borghese di famiglia è figlia del terrore prodotto dai cambiamenti in un momento di transizione e riassetto del potere. Sul terreno della formazione, in particolare, il tentativo di privatizzare o, peggio, di “statalizzare” nel senso peggiore della parola, mira a garantire la supremazia di un pensiero nuovo, non ancora ben definito, ma così feroce che, per diventare dominante, pretende il sacrificio di ogni possibile formazione della coscienza critica.
A chi non accetta di subire inerte tanta violenza, si rimprovera strumentalmente una concezione ideologica dell’educazione e – rovesciando la realtà – si imputa un’idea gramsciana di “egemonia culturale”. Come in uno specchio deformante, l’eversione dall’alto, sempre più evidente, diventa sedizione dal basso. Eppure la sottomissione del sistema formativo al potere esecutivo è sotto gli occhi di tutti, così come la sua riduzione a strumento di controllo sociale. Ciò che si vuole è la cancellazione della scuola e dell’università come fucina di intelligenza critica e autonomia di giudizio. Tutto questo è terribile, ma la lezione è chiara e va capita: di fronte a una crisi che minaccia di essere strutturale, la scuola è terra di conquista per chi mira a ristabilire un’influenza ideologica sui ceti subalterni e a trasformare “i giovani in semplici articoli di commercio e strumenti di lavoro”. La lotta per i diritti dei lavoratori è sacrosanta, ma dio salvi i popoli ai quali sottrai la capacità di riconoscerli e la memoria storica di quanto costarono in termini di lotte, repressione e sangue!
Che fare? Marx non avrebbe dubbi. Da secoli rivolge invano la sua domanda retorica al servi del potere: “non è che la vostra educazione determinata dai rapporti sociali entro ai quali voi educate”, nasconde “l’intervento più o meno diretto della società per mezzo della scuola?”. Mai come oggi è stato così chiaro: se non riusciremo a difendere la scuola, noi non addestreremo più nemmeno lavoratori: produrremo servi o, tutt’al più, bestiame votante. Non abbiamo scelta perciò: dobbiamo strappare l’educazione all’influenza della classe dominante. Costi quel che costi.

Uscito su Fuoriregistro il 31 dicembre 2015 e su Agoravox l’1 gennaio 2016.

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downloadQuesta che utilizzo stamattina non è farina del mio sacco. Il video che troverete alla fine di questa breve premessa è di Tommaso Longobardi, presidente dell’Associazione Nazionale Antimafia “Falcone e Borsellino” e non ha bisogno che ci metta del mio. Racconta da solo molto più di quanto ci dicano quotidianamente i nostri “liberissimi” giornali.

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aContro ogni fondamentalismo, quanto resta dell’Europa democratica, nonostante Salvini e i suoi camerati nazionali ed esteri, vanta anzitutto la scuola. Su di essa, ben più che sulla ferocia delle armi, si può costruire il futuro, oggi più che mai, mentre la barbarie della guerra si ripresenta, con il suo carico d’odio e d’infinito dolore. Se strumentalmente, dopo la tragedia di Parigi, la Francia della rivoluzione e la Marsigliese sono diventate la prima barriera di civiltà e hanno chiamato a raccolta i nostri studenti, c’è un che di spontaneo nei mille toni con cui si è ripetuto l’elogio della «liberté» e l’accento è caduto sulle radici rivoluzionarie della cultura laica, sulla tradizionale apertura di pensiero che dovrebbe caratterizzare la scuola, intesa soprattutto come fucina d’intelligenza critica, che non conosce tabù e mira a formare coscienze ben oltre il conformismo imperante.
In questo quadro di valori, il 17 dicembre scorso, in Francia, al Collège «Julie Simenon» di Vannes, città bretone, situata nel Dipartimento del Morbihan, un rivoluzionario italiano, combattente delle Quattro Giornate di Napoli, è stato ospite d’onore e il «Telegramme», ha potuto titolare: «La storia d’un militante antifascista italiano raccontata ai ragazzi delle quinte». Nel quadro di un articolato lavoro sugli «eroi del mondo», realizzato in un corso di educazione morale e civile, i giovanissimi studenti francesi hanno ascoltato così David Borl che ha raccontato la storia di suo nonno, Federico Zvab, eroico combattente della Quattro Giornate. Un uomo, questo va detto, che i carabinieri fascisti definivano malfattore e anche oggi rischierebbe di passare per “terrorista”, perché progettò un attentato contro Hitler. In realtà, Zvab fu un rivoluzionario, un combattente di Spagna che, dopo le Quattro Giornate e la guerra mondiale, partecipò ai moti sociali del centro America e si schierò a fianco di Che Guevara. Una figura complessa, che può porre problemi alle coscienze, perché la sua vita conduce al tema del tirannicidio e a quello della violenza politica. Ci voleva coraggio per accettare la proposta di David Borle e affrontare la questione con giovanissimi studenti. E il coraggio non è mancato.
La scuola francese non ha paura di confrontarsi con i suoi studenti e di riflettere sul bene e sul male, sui mille volti del potere e sulle sue contraddizioni? Non è facile rispondere; si direbbe però, che, se non altro, riconosce nel passato una indispensabile chiave di lettura del presente e sa che il silenzio è spesso manipolazione o censura e produce disastri. Ad ascoltare il racconto di David Borle e della sua compagna Fabienne Rufin, c’erano perciò, non a caso, autorità scolastiche, genitori, docenti. Uniti in quel difficile lavoro che si chiama formazione.
Mentre tutto questo avveniva e i giovani francesi discutevano liberamente di una storia così complessa, che è nata e si è sviluppata nonostante e contro la volontà dell’ordine costituito del suoi tempi, a Napoli, terra d’adozione di Zvab, il principio adottato in Francia è stato rifiutato. Per uno di quei paradossi di cui è ricca la storia, è accaduto proprio nella scuola in cui nel settembre del 1943 operò il Comitato Rivoluzionario delle Quattro Giornate, al liceo «Jacopo Sannazaro», tra i corridoi e le aule in cui Federico Zvab si mosse assieme ad Antonino Tarsia in Curia e ad Eduardo Pansini, capi dell’insurrezione napoletana. Proprio lì, una dirigente scolastica ha deciso di zittire d’imperio i suoi studenti, nei quali evidentemente non vede i naturali eredi di quell’Adolfo Pansini, studente come loro, che nel liceo Sannazaro fu condotto, dopo che fu ucciso, dai nazifascisti mentre combatteva assieme a Zvab. La loro colpa? Voler ascoltare il racconto della mamma di un ragazzo ucciso un anno fa dai carabinieri in un quartiere della periferia napoletana.
Intendiamoci. Qui non si tratta di azzardare paragoni tra gli argomenti scelti dagli studenti, ma di valutare un metodo, per capire se l’imposizione del silenzio possa essere strumento formativo, anche se un dato è evidente: mai due episodi così lontani tra loro e però così simili da poterli scambiare, hanno gettato luci così diverse su realtà che dovrebbero essere invece omogenee. Nella bretone Vanne, la scuola francese ha affrontato il tema della testimonianza con quanto ne derivava di scabroso – dall’attentato, alla lotta armata – e l’ha fatto con l’intento di riflettere sul valore della testimonianza e su una vicenda complessa, com’è sempre quella dei rivoluzionari. Qui a Napoli, si è preferito, invece, impedire la discussione, laddove forse sarebbe stato necessario confrontarsi, spiegare e puntualizzare. I ragazzi avevano torto? E quale modo migliore per dirlo, se non ascoltarli e smontarne i ragionamenti? Lo sanno tutti, può ignorarlo la scuola? Negare il diritto di parola, significa dar ragione a chi ha torto.
La differenza tra il modello francese a quello italiano è tutta qui. Sembra piccola ma è grande. Ed è paradossale che sia accaduto proprio nella scuola napoletana, in cui la repubblica democratica cominciò ad essere concepita. Come a Vannes, anche a Napoli, si trattava di riflettere. E c’è un particolare che fa male: la parola è stata tolta soprattutto alla madre del ragazzo ucciso. Si è così esercitato nella maniera più burocratica e autoritaria un ruolo di comando padronale del tutto incompatibile con la funzione della scuola. I due racconti avevano una valenza diversa e quello napoletano poteva condurre su terreni scivolosi? A maggior ragione sarebbe stato molto meglio lasciare che tutti parlassero, interpretando con intelligenza la lezione di Zvab, che lasciò parlare e difese dall’ira popolare tutti, anche i cecchini fascisti. Bisognava farlo, perché, per conoscere e riconoscere il bene, occorre definire il male senza averne timore. E’ questo il lavoro della scuola, che non può contrastare un’idea che ritiene sbagliata, impedendone l’espressione.
In questo senso, la distanza tra le due relatà appare incolmabile e i molti interrogativi suscitati dalla “Buona Scuola” di Renzi tornano di attualità. Il Sannazaro, la piccola realtà locale, dimostra che la grande realtà sovranazionale, l’Europa, non sarà mai unita se, al di là della moneta e delle banche, non avrà un unico modello di scuola e di cittadino, che non può essere quello, frettoloso, imposto da Renzi a un Paese che non era per nulla d’accordo. Un modello che alla prima occasione, com’era prevedibile, mostra i suoi limiti e la sua vocazione autoritaria.

Fuoriregistro, 20 dicembre 2015 e Agoravox 22 dicembre 2015

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e2fcb5129071d74641c7c892ff7f5c262956de9075227413fb1e76c6In Campania la Cgil è sull’orlo del fallimento e non serve sperare nella Camusso. Cancellata ogni forma di partecipazione democratica, il corpo dell’organizzazione, ridotto a una sorta di succursale del partito di Renzi, mostra i segni di un coma profondo e irreversibile. Quello che fu un grande sindacato confederale assiste impotente all’emorragia di iscritti, affoga nei debiti e sconta a caro prezzo il rifiuto di dar voce a lavoratori indifesi che non rappresenta più.
Quando me ne andai, vent’anni fa, nell’ormai lontano 1995, lo dissi chiaro e pubblicamente a chi riteneva di aver vinto la partita: “State uccidendo il sindacato e massacrando i lavoratori. Condurrete la Cgil alla rovina”. Avrei preferito avere torto, ma era difficile sbagliare e lo sapevano bene tutti, soprattutto quelli che prima di ogni riunione ti dicevano che avevi ragione, ma quando si trattava di votare sparivano puntualmente o te li trovavi contro, decisi a difendere la poltrona. Fino a qualche anno fa erano tutti lì, dove li avevo lasciati.
Ne ho viste di tutti i colori e non m’è stato risparmiato nulla, né la calunnia, né l’attacco personale. Non ero in vendita e questo, i “compagni”, non lo perdonano a nessuno: chi fa una battaglia sui valori è una scheggia impazzita e va distrutto. Spiace per quei lavoratori che hanno difeso la loro organizzazione – ma non sono stati certamente tutti – e per qualche utile idiota che sogna ancora di “cambiare il sindacato dal di dentro”. Vent’anni dopo purtroppo è terribilmente facile concludere il ragionamento che non fu possibile terminare allora. Da anni ormai la Cgil non è più un sindacato e non c’è rimedio, perché non si tratta solo della Campania: è l’organizzazione nel suo insieme che si è condannata da sola a chiudere bottega. Ancora qualche anno, poi i sedicenti dirigenti faranno come D’Aragona e compagni nel ventennio fascista: si trasformeranno in “associazione culturale” e chiederanno ai padroni di poter sopravvivere e fiancheggiarli.
L’ultima volta che mi sono occupato della Cgil, ho suscitato l’ira della “Fondazione Di Vittorio” e Macaluso mi ha addirittura accusato di far ricorso a “chiacchiere da bar sport” e gridare “al lupo al lupo”, per farmi sentire e acquisire quel consenso negato dai lavoratori”. Che avrei potuto farmene del consenso lo sa solo lui, ma il tempo ha dimostrato che aveva torto e lo sapeva bene. Non è bello compiacersi di una disgrazia e non lo farò. Ripropongo, però, l’articolo che mandò in bestia Ghezzi e Macaluso. Uscì sul Manifesto anni fa, quando il giornale accettava ancora senza esitare i contributi di chi cantava fuori dal coro. E’ un articolo di cui sono orgoglioso.

Susanna Camusso e il nuovo patto di palazzo Vidoni

Il 2 ottobre 1925, quando a Palazzo Vidoni si giunse alla firma, Edmondo Rossoni, capo del sindacalismo «rosso» ormai in camicia nera, cantò vittoria. Illusione o menzogna, dichiarò che il comune interesse nazionale avrebbe costretto Confindustria a una linea di «superiore disciplina». Il patto, da cui nasceva ufficialmente il sedicente «sindacalismo» fascista, non negava l’idea di classe. L’assumeva, anzi, e la faceva sua, per definire un contesto che oggi diremmo «concertativo» e disegnare una gerarchia. Agile e comprensibile, s’ispirava a un prototipo di «politica del fare», tornata ai suoi nefasti nel clima velenoso del dilagante «autoritarismo democratico». Cinque articoli: una parte sociale, sopravvissuta a se stessa solo perché accettava la cancellazione di tutte le altre, era riconosciuta come rappresentanza unica dei lavoratori da imprenditori che, in compenso, si appropriavano dei rapporti sindacali, ottenevano lo svuotamento della contrattazione e la conseguente sparizione delle Commissioni interne. Non si trattava di un complesso accordo sindacale, ma di un decisivo passo politico. Un sindacalismo di funzionari trovava la sua legittimità nel riconoscimento della controparte e non in quello dei lavoratori, cancellava ogni altra sigla e – bere o affogare – non lasciava scelte ai lavoratori: aderire, per non subire la ritorsione.
Dopo l’accordo sindacale di ieri, Vico trova una clamorosa conferma e la civiltà fa luogo nuovamente alla barbarie. Sacconi non vale Bottai, ma la lezione l’ha appresa bene: l’interesse nazionale coincide con quello dell’impresa e nel mondo del lavoro c’è una scala di valori. Meglio di lui, lo disse Mussolini: in azienda c’è solo la gerarchia tecnica. Oggi come ieri, in vista delle manovre «lacrime e sangue» di Tremonti, i colpevoli del disastro annunciato prodotto da un mercato che specula su stesso e mette la vita e i diritti della povera gente al servizio del Pil, si trova modo di vietare lo sciopero, si affida agli imprenditori il compito di certificare le deleghe e si riduce il contratto nazionale a una pantomima messa in scena per oscurare il peso decisivo di una contrattazione aziendale che potrà legittimamente stravolgerne il contenuto a seconda degli interessi delle aziende. Si apre così l’era nuova del «sindacato nero». Peggio del peggiore corporativismo. Certo, manchiamo ancora di una «Carta del Lavoro» e beffardamente sopravvive a se stesso lo Statuto dei lavoratori, ma Susanna Camusso recita già magistralmente il ruolo di Edmondo Rossoni e di un sindacalismo di classe mummificato: contenta di una rinnovata collocazione «privilegiata», non capisce, o finge di ignorare, che si è voltata pagina alla storia.
A partire dall’accordo del 28 giugno, se mai vorrà provare a rifiutare il ruolo di cinghia di trasmissione delle scelte del capitale, se, per improvviso impazzimento, uscirà dall’acquiescenza, la Triplice sindacale sarà frantumata. In quanto rappresentanza unica dei lavoratori, non si è semplicemente piegata alla dottrina Marchionne. Ha accettato senza riserve l’intimo significato del pensiero di Alfredo Rocco che, qui da noi, fu alla base dello Stato totalitario: la proprietà privata e il capitale hanno una funzione insostituibile nella vita sociale e il sindacato esiste solo per disarmare e addormentare i lavoratori.
Giuseppe Aragno, Il Manifesto, 3 luglio 2011

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12249858_10153250688292060_9088049353128754276_nEcco, puntuale, la risposta a camorristi e amici dei camorristi. Le “anime innocenti” che avevano riempito di manifesti la casa dei defunti sono servite: “Il sindaco impedisce che il cimitero di Napoli abbia un inceneritore”. Se potessero, i fatti racconterebbero un’altra storia: Il sindaco mette all’angolo gli “amici del caro estinto” e per la camorra non c’è spazio nel cimitero. Di qui, la polemica strumentale.
Molti pensano – e tanti purtroppo insegnano – che i fatti parlino da soli e siano la materia prima su cui lavorano storici e giornalisti. Non è vero. I fatti sono di per sé muti e la nostra “libera stampa” spaccia per informazione le veline delle Questure o le risposte alle domande che i pennivendoli rivolgono ai fatti. Dell’attendibilità delle Questure non vale la pena parlare. Chi vuol farsi un’idea sulla questione può recarsi al più vicino Archivio di Stato. In quanto alle domande, beh, se sono capziose e mirano a costruire una “verità”, non si fa informazione e non si ricostruisce la storia. Si fa propaganda ingannevole. E’ il mestiere di innumerevoli velinari, storici e sedicenti giornalisti che hanno venduto l’anima e non conoscono la vergogna.
Questa è “casa mia” e in genere ci vivo io. Non è però una regola fissa e non vuol dire che non possa ospitarci chi mi pare se lo meriti. Stavolta mi piace che mi entri in casa un amico: Luigi De Magistris. Perché lo faccio? Pensatela come volete, compagni “rivoluzionarissimi” e sospettosi, che una volta mi avete detto: “Luigi lo lisci troppo”. A me non importa nulla di quel che pensano i sospettosi, i maestri di rivoluzione e i censori di professione. I conti li faccio con la coscienza. A settant’anni non inizierò una carriera politica e non ho cambiato idea sul potere. Più semplicemente sto con chiunque lotti per un mondo migliore. Soprattutto se rischia di persona.
E ora la parola a Luigi:

I cimiteri napoletani sono stati spesso in passato sinonimo di illegalità e abusivismo. Con un lavoro faticoso e costante abbiamo invertito queste tendenza e anche se c’è ancora molto da fare sono soddisfatto di aver inaugurato la Cappella della Legalità al Cimitero di Poggioreale. Un luogo in cui i napoletani potranno diventare concessionari di un loculo ossario rivolgendosi al Comune. E’ un risultato storico, un esempio di legalità concreta a favore dei cittadini e contro l’abusivismo e la compravendita tra privati di cappelle. Un’operazione di trasparenza, un messaggio chiaro ai lestofanti che lucrano sulla pelle dei familiari dei defunti. Cinquanta i loculi presenti all’interno della Cappella. I cittadini potranno diventare assegnatari di un loculo partecipando a un bando pubblicato sul sito del Comune. Il bando prevede che i cittadini interessati potranno presentare, entro il 31 gennaio 2016, domanda per un solo loculo e le assegnazioni verranno effettuate esclusivamente tenendo conto dell’ordine cronologico della data di morte del defunto da esumare, dalla più remota alla più recente. L’inaugurazione della Cappella è stata anche l’occasione per visitare il cantiere del crematorio in via di realizzazione nel cimitero di Poggioreale. I lavori saranno ultimati in primavera.
Ricordo anche il ripristino del trasporto funebre comunale in favore dei meno abbienti; il recupero di somme per le casse comunali con il contrasto ad una gestione privatistico/affaristica del cimitero; la selezione pubblica per nuovi seppellitori; la sala di commiato e funerali laici. E tanto altro ancora. Il contrasto ad affari e camorra passa anche per i cimiteri. In questo modo si liberano anche i defunti”.
Luigi De Magistris

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imagesA Roma il governo ha “fatto fuori” Marino, bombardando la Costituzione ben prima che Holland bombardasse i civili siriani per ritorsione; a Milano si decidono candidati sulla pelle degli elettori e a Napoli si candidano incandidabili, mentre si tagliano sistematicamente i fondi a De Magistris, che governa legittimamente. E’ una violenza istituzionale inaudita, ma in primavera a tenere banco non saranno i diritti massacrati dal governo. Le prossime elezioni amministrative si svolgeranno nel segno di Parigi. Sulle urne i kalašnikov peseranno come macigni e nelle grandi città le elezioni amministrative diverranno autentici laboratori politici, condizionati soprattutto dal contesto nazionale e internazionale.
Prima ancora di fare programmi, quindi, sarà bene capire in quale clima si voterà. Anzitutto quello della “sicurezza”, che, tuttavia, non catalizzerà l’attenzione sulla violenza delle città, vittime del rapporto tra partiti e criminalità organizzata. Significherà “ordine pubblico”, con il corollario di “terroristi”, che il circo mediatico descrive come “fondamentalisti islamici” e sembrano, invece, cretini feroci con una singolare vocazione per il suicidio. Gente che uccide e si fa ammazzare, imbottigliandosi nelle nostre munite metropoli, pur avendo a disposizione “obiettivi facili”.  Nel mondo occidentale, la “sicurezza” è ormai scienza occulta, lavoro per rabdomanti e medium, in cui un Alfano mago Merlino, vende fumo ai check-in degli aeroporti e affida al benvolere dei numi i porti di mare, di cui l’integralismo maomettano sembra ignorare non solo l’evidente vulnerabilità, ma addirittura l’esistenza. Eppure, negli affollati e indifesi traghetti che uniscono le isole alla terraferma, si imbarcano ogni giorno innumerevoli, potenziali autobombe che nessuno controlla.
A questo mistero glorioso – io non sorveglio, tu non colpisci e ti fai saltare solo dove poi ti uccido – vanno aggiunti i dati sconvolgenti della realtà nazionale, caratterizzata da un’incalzante “eversione dall’alto”, condotta con sistematica ferocia. Sullo sfondo, classi dirigenti di cui l’esempio migliore sono deputati e senatori che non formano semplicemente la “casta” contro cui lottano i “Cinque Stelle”, ma una banda di clandestini, eletti con una legge incostituzionale e fuorilegge. Clandestini che, a loro volta, hanno eletto un presidente della Repubblica capace di tradire se stesso, accettando il voto di quelle Camere che, da giudice costituzionale, aveva ritenuto moralmente e politicamente illegittime. Un’eversione condotta da un presidente del Consiglio dei Ministri nominato con proceduta illegale, che ha messo la scuola pubblica al servizio della Fondazione Agnelli, ha venduto i lavoratori a Confindustria e utilizza il suo ruolo di governo per far guerra agli avversari politici del partito di cui è segretario. E’ così che a Roma, in barba agli elettori, Renzi ha “tagliato il sindaco” e nominato una giunta comunale composta di commissari governativi, a Napoli chiude il rubinetto dei  fondi e commissaria Bagnoli e ovunque impone scelte che fanno a pugni con la legalità repubblicana e con i principi della Costituzione.
Inutile girarci attorno. Per vincere, in primavera, ci vorrà il coraggio di accettare la sfida di una battaglia sull’ultima spiaggia; il coraggio di chiedere un voto anche e soprattutto politico, di mettere in programma la rottura del patto di stabilità e la disobbedienza civile, come risposta al golpe realizzato da Giorgio Napolitano. Insomma, scelte di consapevole  e piena autonomia da un quadro politico nazionale apertamente illegittimo e nemico del popolo, unico titolare di quella sovranità che Renzi e i suoi non riconoscono e da cui non hanno mai ricevuto alcuna delega.
Solo così, giocando una partita anzitutto politica, si potrà chiedere il voto alla gente di sinistra, che esiste, è numerosa, ma non vota più, perché non si sente rappresentata. Un voto giustificato da un programma consapevole dei suoi limiti, ma anche della sua forza dirompente: quella di poter essere realizzato solo assieme alla gente, rifiutando il modello economico e politico dominante. Perché ciò accada, programma e campagna elettorale non possono limitarsi a puntare solo alla conquista di un Comune, ma devono avere l’ambizione di voltare pagina, costruire un modello alternativo e avviare finalmente la rottamazione del pupo rottamatore.

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