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Posts Tagged ‘Adro’

C’è ancora chi parla di folclore, fa spallucce e se la ride, ma Adro, per fermarsi all’Italia e non allungare lo sguardo alla Svizzera e ai suoi “topi“, è solo la punta di un iceberg e non c’è nulla da ridere. Contro l’Europa pacifica che pacificamente si mobilita per difendere diritti e civiltà da un crescente imbarbarimento, c’è n’è un’altra, forse ancora minoritaria, certamente pericolosa, che resuscita i fantasmi della discriminazione razziale, lo spettro delle diseguaglianze sociali e minaccia il ricorso alla forza contro la forza della ragione.
Qui da noi, sul palcoscenico dell’Italia razzista, fa da protagonista la scuola in versione leghista, ma nell’ombra, dietro le quinte, il vero prim’attore di un ritorno all’Italia del ’38 è Maroni, il ministro che, con la persecuzione dei rom, i campi di concentramento e la caccia ai “clandestini” nel Mediterraneo, meglio di tutti incarna le rinascenti tentazioni neonaziste della destra e più di tutti riceve gli elogi di un’ambigua e sconcertante opposizione.
Solo dodici anni fa, come racconta senza smentite Wikipedia, le forze dell’ordine lo denunciarono perché coinvolto nelle indagini su Corinto Marchini, indagato per attentato all’unità dello Stato. Nel corso di una perquisizione a un locale della sede federale di Milano della Lega Nord, benché deputato della Repubblica, il capo dei verdi di Padania s’era scagliato contro i poliziotti. Chiunque sarebbe finito in galera, Maroni no. Il “patriota” leghista si fece eroicamente scudo della Corte Costituzionale di “Roma ladrona“, da cui prende un lauto stipendio di deputato dal lontano 1992, e se la cavò con un nulla di fatto. Chiunque sarebbe finito in galera, Maroni no. Il “patriota” leghista si fece eroicamente scudo della Corte Costituzionale di quella “Roma ladrona” da cui prende un lauto stipendio di deputato dal lontano 1992 e se la cavò con un nulla di fatto. Oggi, quest’uomo, ex capo delle Camicie Verdi della Padania leghista, è ministro dell’Interno e con discutibile coerenza – per dirla com’è senza badare alla forma – continua a sputare nel piatto in cui mangia, partecipando in tutti i modi possibili al delirio leghista. Condannato in primo grado nel 1998 a 8 mesi per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale si è visto ridurre in appello la pena nel 2001: 4 mesi e 20 giorni perché, nel frattempo, il reato di oltraggio era stato abrogato. Il mutuo soccorso parlamentare – questa sì questa è Roma ladrona – gli ha consentito di ottenere in Cassazione la commutazione della condanna al carcere in una pena pecuniaria di cinquemila euro. Tanto evidentemente valeva la dignità dell’agente contro il quale si era scagliato. Come risulta dalla voce a lui intestata da Wikipedia e mai smentita, i guai giudiziari dell’attuale responsabile dell’ordine pubblico sono però proseguiti. In quanto ex capo riconosciuto delle eroiche Camicie verdi, egli è presente, infatti, in un processo per attentato contro la Costituzione e l’integrità dello Stato aggravata dalla creazione di una struttura paramilitare, assieme a una quarantina di nobiluomini leghisti. Maroni, però, che, a quanto pare, fa parte della nobile schiera di chi ha come motto l’immortale “armiamoci e partite“, è tornato a farsi proteggere da “Roma ladrona”, sicché nel 2005 ha ottenuto una riforma legislativa “ad personam” che ha ampiamente ridimensionato i primi due reati. Sistemate così “leghisticamente” le cose, l’eroe della sedicente Padania ha ricevuto la sua brava medaglia al valore e ora – incredibile a dirsi – guida quelle forze dell’ordine con cui s’è scontrato anni fa, ai tempi della rinnegata??! secessione. Come le guida? Armandole contro i cittadini onesti che protestano, come dimostra il filmato che segue, girato a Terzigno. Viene in mente la celebre domanda di Cicerone: “Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?

contropiano

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Mi fa ridere. Lo dico onestamente, mi fa ridere l’allarme democratico che serpeggia per la vicenda della scuola di Adro. Prendetela come volete, le cose stanno così: io non riesco a credere nell’onestà intellettuale di chi ancora teme l’avvento d’un regime. Se questo fosse ancora un Paese serio, ne avremmo preso atto: il regime esiste ed è patetico protestare. Calamandrei, che tiriamo idealmente per la giacca ogni giorno, sarebbe tornato da tempo sui monti e non ci sono dubbi, è un assioma, una verità di per sé evidente e indiscutibile che non occorre dimostrare: la “Costituzione di fatto“, cui si appellano sfasciacarrozze di ogni colore politico per governare la Repubblica, non esiste. E’ solo una criminale manomissione delle regole fondanti della nostra vita politica.
Ci torno spesso, per non dimenticare, ora che tutto è stato cancellato da una legge elettorale priva di ogni legittimità: “i deputati e i senatori sono eletti a suffragio universale e diretto“. Dettato costituzionale. Il regime c’è. Basta aprire gli occhi per vederlo e non ci sono dubbi: nessuno ha eletto i deputati e i senatori che sono in Parlamento. Questo Parlamento è illegale, come illegale è il governo che si tiene in piedi con la sua fiducia, e Gelmini, cui i preoccupati e sinceri democratici scrivono ridicole lettere di protesta, non è un ministro. Il regime c’è, si sta consolidando e, come sempre accade, quando una tragedia politica di questa portata si profila netta e dolorosa all’orizzonte, ovunque vedi brulicare, fervido di neofiti, il verminaio degli opportunisti, ovunque fanno calcoli e si posizionano la pletora dei voltagabbana, le innumerevoli quinte colonne e tutto il marciume che indusse Gobetti a definire il fascismo una sconsolante “autobiografia degli italiani“.
In questo senso si spiegano le finte accuse al sedicente ministro Gelmini, che offrono alla sua nota arroganza l’argomento polemico per replicare: è vero, l’ineffabile Gelmini non ha dichiarato urbi e orbi che occorre rimuovere i simboli leghisti dalle scuole, ma non è meno vero che esistono gravi precedenti: la marea di bandiere della pace che accompagnò sciagurate avventure militari in un Paese in cui le case, gli uffici e le vie levarono orgogliosamente i segni dalla sacrosanta protesta per la Costituzione violata. E’ così che, in una ideologica torsione dei fatti, la miseria morale della vicenda di Adro si accosta alla pacifica reazione di un popolo – leghisti compresi – che reagì come un sol uomo alla pugnalata inferta all’Italia di Calamandrei. Nessuna meraviglia. Gli anni e il manganello mediatico hanno fatto efficacemente il loro lavoro. Sul “Corriere della Sera”, che va scrivendo da tempo alcune tra le pagine peggiori della sua storia, un docente della dissestata università italiana, nella quale chi non ha peccato tra politici e ordinari dovrebbe scagliare la prima pietra, se la prende coi precari della scuola e nega che i 35 e anche 40 alunni infilati a loro rischio e pericolo in una classe, l’abbattimento del tempo scuola, la cancellazione del tempo pieno, delle attività di laboratorio e dell’insegnamento della musica pesino sulla qualità dell’insegnamento. Il problema, per il portavoce della Gelmini, è “la qualità degli insegnanti“. Questione seria, che si potrà discutere seriamente il giorno in cui, senza parlare di retribuzioni, ordinari e associati saranno obbligati dalla legge a chiarisrsi le idee in tema di metodologia e didattica, trascorrendo decenni sabatici in quelle scuole dell’infanzia, in cui ottime maestre potranno fornire una prima alfabetizzazione alla supponenza dei sedicenti, costosi e impreparati aggiornatori di docenti delle scuole di ogni ordine e grado, assunti per lo più mediante concorsi di cui tutto si può elogiare, tranne la trasparenza.
Lo dico sul serio, ma non posso fare a meno di ridere, quando ascolto la barzelletta dell’allarme dei democratici per la vicenda della scuola di Adro .

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Nelle banche, sulle quali marciano – per ora, si direbbe, disarmate – le bande in divisa verde guidate da Bossi e Cota, vige la regola aurea del “contributo spese” che – ignobile scialacquo! – consente all’impiegato di trovar casa senza svenarsi per tener dietro al principio dell’efficienza. Mai nessuno, per ora, in nome della “qualità“, s’è mai sognato di lasciare a casa chi abbia esperienza e “numeri” professionali in omaggio alla colta dottrina leghista che, detta così, alla buona, nell’Europa senza confini, si riduce paradossalmente al classico e un po’ demodémogli e buoi dei paesi tuoi“.
Principessa del merito“, l’efficientista Gelmini, avvocato padano targato Calabria, per ottenere la “qualità” nelle scuole della Repubblica, ha invertito il principio: a decidere del merito, in tema di formazione, non è più il valore del lavoratore ma, incredibile a dirsi, la sua residenza! Lo scopo è chiaro. Poiché è dal Sud che si sale a Nord in cerca di lavoro, a partire dal 2011, un mediocre indigeno leghista” avrà precedenza assoluta sul migliore dei docenti delle colonie meridionali, col risultato che la celtica Padania realizza l’evangelico principio per cui “gli ultimi saranno i primi“. E, vivaddio, beati i poveri di spirito.

Se l’opposizione continua a dormire non c’è più a che santo votarsi e il “miracolo”, se così può chiamarsi, può venire solo dal campo del “nemico”. Può darsi che sia vero. Il “comunista” Fini, cha ha mille colpe e infinite resposabilità, non fa una battaglia puramente personale e, in ogni caso, agli ex camerati glielo spiega da tempo con la chiarezza dell’abbeccedario: a tutto c’è un limite. Il paragone sembrerà azzardato, ma ha un suo fondamento. Passato nel campo liberale, l’ex delfino di Giorgio Almirante ragiona come Giolitti faceva con Crispi, Pelluox e Rudinì: se la politica non sa far altro che scatenare guerre tra i poveri e utilizzare la forza dello Stato a difesa esclusiva dei privilegi d’una minoranza contro i diritti della stragrande maggioranza dei lavoratori, non si va lontano. Ed è facile capirlo, sembra dire: dietro la crisi economica c’è lo spettro di quella istituzionale e, peggio ancora, di uno scontro sociale dalle dimensioni e dagli esiti imprevedibili. Sia come sia, checché pensi Fini, la politica muore di tatticismo se un miliardario che governa e può comprare tutto facilmente, trova immediatamente chi si vende; la politica muore se milioni di cittadini si riducono a stupidi serpentelli intorpiditi da un pifferaio e il paese naviga nella burrasca, macchine avanti tutta, la prua verso gli scogli.

La scuola che la Gelmini costruisce è quella di Adro: abbandona al suo destino i bambini poveri di ogni sud, marocchini e sudici terroni, e chiarisce il principio etico cui s’ispira l’avvocato più o meno calabrese, eseguendo ordini di cui non ha i mezzi per cogliere l’obiettivo: “divide et impera“. E’ in nome di questo ethos che si tagliano al Sud il doppio dei posti di lavoro del nord e del centro messi assieme e, con la crescente miseria prodotta nel Mezzogiorno, si pensa di affrontare la crisi del “miracolo padano“. scatenando un’ennesima guerra tra i poveri. Ma c’è di più. C’è un assaggio di “federalismo” e si capisce bene ciò che accade: da minaccia armata, il secessionismo diventa rapina legalizzata.
Chi ha memoria ricorda: barbari di questa pasta ci condussero al 25 aprile.

Da “Fuoriregistro“, 24 aprile 2010

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