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Archive for maggio 2018

Giuseppe Maria

Il vanto dei sofisti era una “qualità” negativa: saper dimostrare la verità di una tesi e poi la verità del contrario della tesi. Io non ho verità da sostenere e non mi importa nulla se branchi di sedicenti “compagni”, eserciti di laureati in tuttologia, bande più o meno armate di scienziati della tattica e chi più ne ha più ne metta, passano ai raggi ics le parole che scrivo e sputano le loro stupide sentenze. Penso con la mia testa e mi faccio giudicare solo dalla mia coscienza.
Se in questo nostro Paese malato un Presidente della Repubblica fa tutto, tranne quello che dovrebbe e manda a morire un governo che ha la maggioranza nel Parlamento, non sto lì a valutare se le sue scelte inaccettabili stanno bene alla mia parte, ammesso che io ne abbia una. Per tutta la vita mi sono trovato tra i piedi sedicenti critici che mi hanno applaudito o censurato non per la qualità delle mie ricerche, ma per la compatibilità che esse avevano con le loro posizioni politiche. Una volta La “Rinascita” – organo del partito di Diliberto – scrisse di un  mio libro che era molto bello, che si faceva leggere ed era ben documentato. Concludendo, però, annotò: Purtroppo Aragno è il solito anticomunista…
Se per piacere al Diliberto di turno devo essere comunista alla sua maniera, se devo annacquare, sottacere, parlare dei ciechi come dei “non vedenti” e trasformare gli spazzini in “operatori ecologici”, preferisco dispiacergli. E poiché questo principio di vita vale per tutto, anche per Mattarella e il suo inqualificabile comportamento, non modifico di una virgola quello che penso: dovrebbe dimettersi appena possibile.
Questo fa il gioco di Di Maio? No. Il gioco dei grillini e dei leghisti non lo fa chi combatte una battaglia di democrazia e pone un problema di regole da rispettare. Il gioco delle destre più o meno neofasciste lo fanno quei compagni che di fronte a milioni di elettori che vanno a destra, pensano che alla gente non interessi nulla delle regole, non si domandano perché siamo di fronte a questo smottamento e non si chiedono se per caso la svolta a destra non sia nata proprio da questa nostra rinuncia alla ragione critica, da questo opportunismo da tre soldi che ci ha inchiodato a scelte di respiro corto e ci ha impedito di essere intellettualmente onesti.
Le destre non avanzano se attacchiamo Mattarella ed è inutile che facciamo i furbi e lo condanniamo solo se lo associamo in un giudizio negativo che comprenda pure Di Maio e Salvini. Le destre avanzano perché la sinistra non dà risposte, difende l’indifendibile, assume un incarico di supplenza del neofascismo e spinge la gente a scegliere tra titolare e supplente.
La povera gente si può difendere solo lottando e provando ad attuare la Costituzione che è stata calpestata.  Il resto sono chiacchiere che ricordano Giuseppe, Maria e Gesù bambino in fuga con un asinello. Qualunque scelta facessero, avevano sempre torto: Maria andava a piedi e Giuseppe stava sull’asino? Un senza cuore! Giuseppe metteva Maria sull’asino e se ne andava piedi? Guarda là che vergogna, la giovane in groppa all’asino e il vecchio che si trascina!
Così la sinistra discute oggi di politica e perciò i 5 Stelle hanno preso milioni di voti.

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2004: Giorgio Napolitano non è ricandidato alle elezioni per il Parlamento europeo e resta fuori dal giro che conta. Dalla sua biografia ufficiale risulta che è nato praticamente parlamentare e ha trascorso tutta la vita nei palazzi del potere. Gli elettori hanno deciso che danni ne ha fatti abbastanza ed è giunto il momento che se ne vada. Ciampi, però non la pensa così e il 23 settembre 2006 lo nomina senatore a vita per meriti ignoti. Sarà tra i principali protagonisti dello sfascio della Repubblica.
10 maggio 2006: Giorgio Napolitano, tornato in pompa magna al Senato a spese degli italiani diventa presidente della Repubblica.
Fine 2010, inizio 2011: La Deutsch Bank mette in vendita 7 miliardi di di titoli pubblici italiani. La speculazione finanziaria si mette in moto.
Marzo 2011: la Francia da sola e poi la Nato aggrediscono la Libia, legata all’Italia da un trattato di amicizia e cooperazione. Napolitano esercita forti pressioni sul governo e ottiene che l’Italia partecipi alle operazioni militari.
Giugno 2011: Il Parlamento non lo sa ma, mentre l’ultimo Governo Berlusconi è in piena attività, il Presidente Giorgio Napolitano chiede a Monti in tutta segretezza se è disposto ad assumere la guida di un fantomatico futuro Esecutivo.
5 agosto 2011: L’allora  presidente della Banca centrale europea, Jean Claude Trichet e il suo futuro successore, Mario Draghi, due privati cittadini, indirizzano al Governo italiano una lettera strettamente riservata in cui prescrivono i provvedimenti che l’Italia dovrà adottare «con urgenza» per «rafforzare la reputazione della sua firma sovrana e il suo impegno alla sostenibilità del bilancio e alle riforme strutturali», far fronte alla speculazione finanziaria, giungere al pareggio di bilancio e ristabilire la fiducia degli investitori. E’ di fatto un programma di governo: liberalizzazioni, inclusa quella dei servizi pubblici locali e professionali. «attraverso privatizzazioni su larga scala», riforma della pubblica amministrazione, delle pensioni, del mercato del lavoro e «del sistema di contrattazione salariale collettiva», in modo che «accordi al livello d’impresa» consentano di «ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende» e rendere «questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione». La lettera dà il via a una violenta speculazione finanziaria ai danni dell’Italia e impariamo cosìil significato della parola spread.
Settembre-Ottobre 2011: Alcune società private di rating, una delle quali, la Stabdard Poor’s, carente e screditata da scandali, declassano l’Italia. Eppure i conti stanno migliorando.
20 ottobre 2011: Gheddafi, leader della Libia e alleato tradito è linciato.
Ottobre-Novembre 2011: La speculazione finanziaria, innescata dalla lettera di Trichet e Draghi, mettono in crisi la nostra tenuta economica.
9 novembre 2011: Napolitano nomina Mario Monti senatore a vita.
12 novembre 2011: Berlusconi si dimette.
13 novembre 2011: Napolitano tira finalmente Monti fuori dal cilindro e lo incarica di formare un governo. Monti accetta, ottiene la fiducia e realizza buona parte del programma Trichet-Draghi: Pensioni, privatizzazioni, liberalizzazioni, riforma del mercato del lavoro, abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, tagli feroci ai servizi pubblici, pareggio del bilancio in Costituzione, impegno a saldare il debito pubblico con un autentico salasso per gli anni che verranno. Monti non accenna mai a una commissione per la valutazione del debito.
15 dicembre 2011: Ripristinato il trattato con la Libia, sospeso unilateralmente pochi mesi prima, quando l’Italia ha deciso di partecipare all’aggressione ai danni dello sventurato Paese africano.
21 dicembre 2012: compiuta l’opera feroce, Monti si dimette.
22 aprile 2013: Giorgio Napolitano è rieletto Presidente della Repubblica. Prima di giungere alla fine del mandato ha creato una commissione di presunti “saggi” che deve occuparsi di modificare la Costituzione di cui è garante. Non è mai accaduto che un Presidente sia stato rieletto; per giustificare l’elezione si dice che la Costituzione non lo vieta. Si stabilisce così un principio che ferisce a morte la legge fondamentale dello Stato: poiché la Costituzione non lo proibisce, un presidente della Repubblica può essere rieletto tutte le volte che vuole, vita natural durante. Contemporaneamente alla elezione, Napolitano ottiene la distruzione del testo delle telefonate scambiate con Mancino e registrate dagli inquirenti. Mancino è imputato in un processo delicatissimo: quello per la trattativa Stato-Mafia. Gli italiani non sapranno mai  che cosa si sono detti il presidente e l’imputato. Non doveva trattarsi di faccende innocenti, se Napolitano, dopo aver vinto la battaglia di principio sulle intercettazioni indiretta del Presidente della Repubblica – il telefono sotto controllo era quello dell’imputato – ha preteso la cancellazione materiale del testo.
15-7-2103: Mentre i ceti popolari sono ridotti alla fame, Napolitano ottiene che l’Italia acquisti costosissimi aerei da guerra.
Gennaio 2014: Mentre Laura Boldrini, presidente della Camera, strozza il dibattito parlamentare, la Consulta dichiara illegittima la legge elettorale da cui è nato il Parlamento e avverte: si può andare a votare anche subito, eliminando quanto di incostituzionale c’è nella legge. Napolitano, però, non scioglie le Camere.
13 febbraio 2014: Renzi decide la caduta del governo Letta, nato dopo le elezioni del 2013. Letta si dimette e Napolitano non lo rimanda alle Camere per la verifica della fiducia e incarica lo stesso Renzi, che nessuno ha eletto, di formare un governo.
21 febbraio 2014: nasce il Governo Renzi, che completa l’opera di Monti con il Jobs Act, lo Sblocca Italia, una nuova riforma del mercato del lavoro e una legge che distrugge la scuola della repubblica. A dicembre Renzi, complice Napolitano,  si avventura in una riforma costituzionale firmata da Mariaelena Boschi.
4 dicembre 2016: gli italiani bocciano la riforma Boschi con un referendum.
14 gennaio 2015: Napolitano si dimette e gli succede Sergio Mattarella.
13 dicembre 2016: nasce il governo Gentiloni formato in pratica dai ministri del precedente governo. Mariaelena Boschi è sottosegretaria alla Presidenza. Mattarella non apre bocca, benché la riforma bocciata porti il suo nome e la Boschi sia stata protagonista negativa nella scandalosa vicenda della Banca Etruria. Un autentico schiaffo agli elettori.
26 maggio del 2018: stavolta Mattarella interviene sulle nomine dei membri del Governo. I ministri di Renzi passati a Gentiloni andavano bene, nonostante il chiaro messaggio degli italiani. Persino la Boschi. Per Conti, invece, Presidente del Consiglio che egli stesso ha incaricato, rivendica un inaccettabile diritto di veto sul ministro dell’Economia, giustificando la sua interferenza con un “allarme per operatori economici e finanziari”, presunti “rischi per il risparmio dei cittadini” (della maggioranza del paese, che non ha soldi, Mattarella non è evidentemente Presidente), una “fuoruscita dell’Italia dall’euro”, che però non è nel programma, una “impennata dello spread”, che il suo veto però accelera paurosamente, e la difesa di una Costituzione che, tuttavia, non gli consente veti sulla linea politica del governo. Una difesa  di cui non s’è ricordato, quando ha accettato di farsi eleggere Presidente da un Parlamento che egli stesso, in qualità di giudice della Consulta, ha dichiarato figlio di una legge truffa e pertanto totalmente privo di legittimità morale. Quel Parlamento che ha lasciato in vita e da cui ha ricevuto e firmato senza batter ciglio l’Italicum, poi dichiarato incostituzionale. Per non parlare del Rosatellum, che ci ha condotti a questo drammatico maggio, che segna probabilmente la fine di quella che fu la repubblica nata dall’antifascismo.

Agoravox, 31 maggio 2018

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ED-img13549102-990x716Dopo la decisione aberrante di Mattarella, sui social si è scatenata la caccia al… precedente. Naturalmente sono casi che non hanno nulla da spartire con quello attuale. E’ necessario perciò essere precisi.

Nel 1979 Pertini chiese di dare a Darida il ruolo di sottosegretario agli Interni, invece di quello di Ministro. Darida è stato successivamente ministro dal 1980 al 1987.
Previti era l’avvocato di Berlusconi e ,come Ministro della Giustizia creava un evidente conflitto di interessi. Passò alla Difesa.
Maroni, che è stato comunque Ministro degli Interni, fu “sconsigliato”, perché era stato condannato per oltraggio a Pubblico Ufficiale.
La vicenda Gratteri non è stata mai chiarita e molto probabilmente è una favola. In ogni caso Napolitano non fa testo. E’ stato il peggior Presidente della repubblica. Se non ci credete, leggete la lettera che scrisse Luigi De Magistris, quando lasciò la Magistratura. Ora naturalmente Mattarella lo ha superato.

L’articolo 92 della Costituzione non sancisce alcun diritto di veto del Presidente della Repubblica soprattutto se le motivazioni sono quelle addotte da Mattarella: le “preoccupazioni del mercato”.

Agoravox, 28 maggio 2018

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Luigi_Einaudi_1953Da giudice della Consulta, Mattarella si è mosso in modo che non è facile capire e giustificare a livello etico. Dopo aver dichiarato incostituzionale la legge elettorale del leghista Calderoli, ha accettato, infatti, di farsi eleggere Presidente della Repubblica da un Parlamento figlio di quella legge. Un Parlamento, quindi, privo di legittimità morale. Né, dopo la sua elezione, ha poi sciolto le Camere su cui pesava come un macigno la sua sentenza.
Oggi rifiuta di nominare ministro un economista che gli è stato proposto, come prescrive la Costituzione, da un Presidente a cui ha dato l’incarico di formare un governo. Un uomo, si badi bene, che è già stato ministro in un governo presieduto da Ciampi e che ha la piena legittimità giuridica e morale per assumere il suo incarico.
E’ vero, la Costituzione assegna a Mattarela il compito di nominare i ministri che gli vengono proposti, ma non è scritto da nessuna parte che un governo si debba formare in coincidenza con le opinioni politiche del Presidente della Repubblica e nemmeno che debba impegnarsi al rispetto di trattati internazionali che la maggioranza parlamentare, regolarmente eletta, ha scelto programmaticamente di mettere in discussione. Gli elettori, infatti, l’hanno eletta proprio perché vogliono che lo facciamo.
C’è bisogno di dirlo? Un Presidente della Repubblica non può giudicare e contrastare ciò che il popolo sovrano ha deciso votando. Di quel popolo, infatti, egli è solo al servizio.
Ciò che sta accadendo in questi giorni dimostra, qualora ce ne fosse ancora bisogno, che in Italia la democrazia è moribonda e poiché a ogni azione corrisponde fatalmente una reazione, è sempre più evidente: il regime che tenta di sopravvivere a se stesso, sta rinforzando inconsapevolemente (?) e pericolosamente gruppi politici già di per sé pericolosi. Il rischio è che si torni a votare e gli elettori, giustamente inferociti, regalino a Salvini e soci un consenso così largo, che il nuovo regime sarà peggiore di quello che avremmo avuto, se Mattarella si fosse limitato a fare semplicemente ciò che la Costituzione gli impone. E per favore non tiriamo in ballo Einaudi e Previti: la situazione è troppo seria per raccontare barzellette.

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L’Italia nuova? Eccola:

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Non so come finirà il faticoso idillio tra Salvini e Di Maio.  Riesca o no, i due si sono messi assieme e tanto basta.
Molti mesi prima delle elezioni ho sostenuto che se non avessimo provato a mettere in campo una forza democratica unita attorno alla Costituzione, avremmo consegnato il Paese nelle mani dell’estrema destra. Un’illusione? No. Avevamo un leader – Luigi De Magistris – e il tentativo rispondeva a una necessità della storia. Bisognava farlo.
Nessuno volle ascoltarmi, tranne Potere al Popolo, giunto alla mia stessa conclusione in maniera autonoma, dopo un’analisi lucida e coraggiosa. Alla nascente organizzazione va oggi il grande merito di aver colto il significato profondo degli eventi e di aver provato a dare battaglia. Non è cosa da poco. Lasciato solo, però, il neonato movimento non ce l’ha fatta, non poteva farcela. In quanto a  me, com’era prevedibile, i risultati del 4 marzo mi hanno dato ragione.
Dopo le elezioni, ci sono state per lo più prese di posizione grottesche. La frase da consegnare alla Storia me la ricordo bene: “di che preoccuparsi? Ci sono tanti buoni compagni che hanno votato i 5 Stelle”.
Serve dirlo? La pronunciava con stupida superficialità che aveva combattuto una guerra senza quartiere contro Potere al Popolo. Lavorare per dividere in momenti come questo è inaccettabile e addirittura sospetto, eppure non sono mancati i “compagni” scandalizzati perché mi permettevo di sostenere che rischiavamo un governo di… estrema destra. Il dramma è ormai compiuto, ma pochi l’hanno capito e chi ci arriva tace impaurito. Prendo in prestito l’analisi di un mio amico, Armando Semanasanta, per descrivere il momento che viviamo. Quando si è votato, fallita la stretta autoritaria garantita dal PD e dalla sua riforma costituzionale, Renzi non era più in grado di spacciare per sinistra un governo nato per massacrare i lavoratori e i loro diritti.
La borghesia italiana meno micragnosa aveva capito da tempo che la crisi in atto non poteva più essere gestita contro chi lavora se non con un consenso reale e di massa, come i fascismi ci hanno storicamente insegnato. Pensare di surrogare questo consenso con leggi elettorali e riforme delle istituzioni rivolte alla governabilità era evidentemente un progetto perdente, non all’altezza dalla situazione. Che fare? Occorreva uno progetto nuovo, di lungo periodo, capace di dare la sensazione di un cambiamento; un progetto volto in realtà a creare un partito reazionario di massa in grado di stornare il malcontento contro disonesti, immigrati, ideologia sessantottina, fannulloni, vecchio ceto politico, bamboccioni e via così.
“Non un nuovo fascismo”, scrive Armando, “progetto troppo ambizioso, non in linea con le attuali filiere internazionalizzate della creazione del valore, con la necessità di far parte di un futuro polo imperialista europeo, soprattutto non giustificato dai bassi quozienti di lotta di classe. Piuttosto un regime stabilizzato dall’ignoranza e l’atomizzazione degli individui, comunque aggregati per sottosistemi di classe pertanto facili da blandire e controllare con l’ideologia e la mancette in stile 80 euro”.
Ormai siamo a bivio: o creiamo uno schieramento di forze democratiche in grado di fare resistenza e mettiamo ai margini che lavora per dividere, o accadrà ciò che scrive Armando: ignoranza, atomizzazione degli individui e disperazione gestibile con la mancetta, ci porteranno anni feroci di lacrime e sangue.

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Nella millenaria storia del potere l’impostura è una costante e non a caso il cardinale Mazzarino ebbe chiaro un principio: il trono si conquista con le armi ma la sua conservazione si affida poi alle verità di fede e alle superstizioni.
Dopo il 1789, De Maistre, teorico della controrivoluzione e protagonista della Restaurazione, approfondì la riflessione sul potere, tracciando il confine invalicabile che ne assicura la conservazione: “fuori dalla portata di comprensione della folla dei governati”. Non solo una dichiarazione di guerra senza quartiere alla formazione del popolo e all’educazione della sua coscienza critica, ma anche una considerazione di estrema attualità, che conduce a una nuova caratteristica costante nell’esercizio del potere: più ignoranti sono i governati, più garantiti risultano i governanti e gli interessi che rappresentano.
L’educazione popolare non deve puntare alla ragione, ma ai sentimenti. Leggere, scrivere e fare di conto sono armi pericolose, che il popolo non deve possedere. La condizione naturale dell’ignoranza è una delle garanzie del potere e nulla indebolisce la capacità di valutare, quanto i classici strumenti utilizzati contro il senso critico dei popoli: la religione, la tradizione, il patriottismo e via così fino al pregiudizio.
Costruire imposture è compito degli intellettuali, per i quali condizione sociale, popolarità e reddito dipendono molto spesso dalla capacità di soddisfare il potere convincendo i popoli ad accettare ciò che, se potessero valutare con senso critico, certamente rifiuterebbero. Rivelatore in questo senso è il significato etimologico del sostantivo impostura, che deriva dal latino imponere e vuol dire anche “far portare un peso”.
Naturalmente questa riflessione sul potere non è fine a se stessa ma ha un preciso intento politico: indurre a discutere sul presente, per valutare l’impostura dei 5 Stelle – un inganno che sfocia nel tradimento – inserirla nel contesto di una crisi della democrazia e ragionare sul percorso di resistenza e liberazione da costruire.
In questi giorni ho voluto rileggere Pietro Grifone e la sua storia del capitale finanziario come cornice delle politiche fasciste. Non è stato tempo perso. Quando ascolto Freccero e Mieli, due dei più attivi costruttori di inganni del potere, autentici manipolatori della realtà, e attorno a me vedo le conseguenze del devastante attacco portato al sistema formativo, la tragedia di sterminate masse di sfruttati e le giovani generazioni derubate del futuro, non mi lascio ingannare. Per quanto cresciuto alla scuola del dubbio, ho maturato alcune certezze e so di avere un sogno. Sono certo che, come in ogni stagione di crisi del capitale finanziario, il rischio dell’avventura autoritaria è dietro l’angolo. Accadde col crispismo nell’ultimo decennio dell’Ottocento, quando esplosero lo scandalo della Banca Romana e la bolla immobiliare; avvenne di nuovo col fascismo, nato dalla crisi del dopoguerra e dalla necessità di decidere chi dovesse pagare i costi del primo conflitto mondiale; accade oggi, mentre una crisi economica epocale diventa crisi delle Istituzioni e nasce un governo di estrema destra che non ha precedenti nella storia della repubblica.
Se e quando ci decideremo a farlo – e tempo non ce n’è più – capiremo che la vittoria dei 5 Stelle è una nuova impostura. Dopo aver sbandierato lo slogan del “mai con la Lega”, oggi fanno il governo con Salvini, il leader dell’estrema destra che al Sud ha occupato la zona grigia degli ex feudi berlusconiani.
C’è una parte sana di questo nostro Paese malato disposta a battersi per fermare il fiume di fango che ci travolge? Lo sapremo solo – ed ecco il sogno – quando proveremo a costruire un fronte unito di resistenza democratica , una unità reale dei movimenti e delle forze disperse di quella che è stata l’Italia antifascista. Un’Italia che esiste, che va dai cattolici di base impegnati nel sociale a ciò che resta dell’estrema sinistra. Unita, questa Italia può smascherare l’impostura e denunciare il tradimento.
Lo faremo?
Ai tempi di Gramsci, Amendola e Turati ognuno pensò di far da solo e per venirne fuori ci vollero poi vent’anni di dittatura, infinite tragedie e la faticosa unità del fronte antifascista . Un vantaggio però oggi c’è: la Costituzione, attorno alla quale unire le forze di una nuova resistenza.

Agoravox, 16 maggio 2018.

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