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Posts Tagged ‘Altiero Spinelli’

C’è stata battaglia e non ce ne siamo accorti“, ripeteva negli ultimi e sconsolati anni della sua vita Gaetano Arfè, intellettuale militante tra i più lucidi del Novecento. Il tempo purtroppo gli ha dato pienamente ragione e ogni giorno che passa dimostra quanto premonitore fosse il suo inascoltato appello a scavar trincee sull’ultima spiaggia per tentare l’estrema difesa della Costituzione. 
Dal 2007, in un’avanguardistica Torino, un liceo intitolato all’antifascista Altiero Spinelli ha sciolto il nodo delle iscrizioni con una “selezione per test” che consente o vieta la frequenza dell’Istituto. La nostra “libera stampa“, mobilitata nella caccia all’uomo di parte avversa e nella promozione di “santini” e utili idioti con cui coprire le miserie morali del potere, non se n’era accorta: in linea con la religione del merito, dopo i rettori delle università, tra le basse gerarchie della chiesa liberista, anche alcuni dirigenti scolastici danno ormai di piglio al manganello e bastonano quanto sopravvive di democrazia in un Paese di sedicenti liberali che all’estero svendono il nostro onore, “portando a casa i marò” col tradimento – altro che Berlusconi e il sedere della Merkell – e in patria non riconoscono un ethos politico ai ceti subalterni e fanno la guerra santa ai diritti in nome del mercato. 
Dio lo vuole!“, è lo slogan, mentre i test d’ingresso, foglia di fico e preludio inaccettabile al numero chiuso, fanno l’ingresso trionfale nelle scuole medie. E’ un affannoso correre all’armi, che rinnova i nefasti delle Crociate in “Terra Santa“. Sono passati mesi di silenzio, prima che l’urlo di battaglia giungesse finalmente alle orecchie distratte di gazzettieri, tuttologi e lestofanti dell’informazione: nello scorso gennaio, regnante un traballante ma attivissimo Profumo, bande d’invasati chiamati a guidare convitti, licei e istituti tecnici, han giurato sui sacri testi, scatenando un’offensiva che potrebbe smantellare, nella complice indifferenza d’un Paese piegato col terrore del defualt, la pari dignità dei cittadini, il diritto al pieno sviluppo della persona umana e le norme generali sull’istruzione. Invece di istituire scuole statali, come vuole la Costituzione, la tecnocrazia lascia che i dirigenti scolastici risolvano l’annosa questione delle carenze strutturali, legalizzando un arbitrio. Inizia così la diaspora di studenti respinti dalle scuole che, non “avendo posto“, li costringono a contendersi il banco, la sedia e i “buoni docenti” a suon di quiz. Mentre presidi e Collegi dei docenti “aperti al nuovo” fingono d’ignorare che l’esito dei test, dissennatamente introdotti nella scuola dell’obbligo, apre la via a una selezione preventiva per le scuole superiori che è a dir poco inaccettabile in termini di democrazia, la valutazione sembra l’ago d’una bussola impazzita. E’ un groviglio inestricabile di opzioni deliranti. Qualcuno, per le classi terze della scuola media, s’è inventato indovinelli d’italiano o matematica, altri segnano il confine tra inclusi e esclusi ricorrendo a quiz d’inglese, tedesco, logica e musica, sicché i test decidono allo stesso tempo la scuola d’approdo o la tappa umiliante d’un rifiuto irrimediabile. Figli d’un’Italia malata, non “terra di provincie ma bordello“, i nostri ragazzi, esuli in patria, iniziano così il saliscendi per le “altrui scale” e sperimentano il “pan che sa di sale” e l’anima reazionaria della “cultura del merito“. 
Di fronte a questo sfascio, complici gli imbelli Collegi dei docenti, i dirigenti dell’avanguardismo fanno spallucce e fingono di ignorare il rapporto di causa-effetto che lega “posizioni di prestigio“, guadagnate grazie a scelte demagogiche, a discutibili certificazioni di “qualità” e penosi cedimenti alle più strampalate richieste dei genitori e si trincerano dietro le ragioni di forza maggiore create dall’incredibile aumento delle iscrizioni. Sottoposta a logiche di mercato, la scuola che non sta al gioco va incontro al disastro. Non importa che sia un’ottima scuola; importa che non stimola la domanda con un’offerta allettante per il consumatore, che non apre alle delizie del consumismo, non ragiona in termini di concorrenza, non si dedica al marketing, allo studio dei test e, dulcis in fundo, non “presta” locali ai privati, pronti a farle pubblicità coi loro corsi sfrenati di danza afrocubana così cari agli appetiti d’una clientela istupidita dal lavoro indefesso della televisione.
La mannaia dei tagli raccoglie così i frutti sperati e l’adozione del test fa da “setaccio tecnico” per la coscienza critica. E’ vero, c’è una logica nei quiz, ma essa punta soprattutto a soffocare in un confine puramente “quantitativo” l’accertamento della “qualità“, per mortificare nella scuola statale il valore insostituibile dell’autonomia di pensiero e del ragionamento critico. Presto, molto più presto di quanto si possa credere, anche la scuola migliore, quella che per sua natura non farebbe spazio ai test, sarà costretta ad alzare bandiera bianca. Mentre sparisce l’interlocutore politico – le Provincie saranno cancellate, i Comuni soffocano nei debiti e le regioni duplicano, se possibile in negativo, il triste “modello romano” – la scuola non sa a quale santo votarsi per chiedere spazi e si smarrisce nella lotta per la sopravvivenza, costretta a operare in strutture fatiscenti, a fare i conti con aule situate in condomini e col gelo burocratico di circolari che certificano una condizione di assoluta impotenza: “non esiste alcuna possibilità di assegnare nuove aule“. La legge del mercato non consente deroghe: mors tua, vita mea
Il degrado causato ad arte, partorisce così fatalmente barbarie e dalla barbarie nasce e si definisce con sempre maggior chiarezza il profilo di popoli formalmente “sovrani“, ma sostanzialmente ridotti a bestiame votante, servi di un potere che non ha nome, cognome e indirizzo, un’entità astratta che si chiama mercato e pretende obbedienza. Popoli cui poter dire, senza temerne la rabbia, che le banche possono impunemente chiudere gli sportellio senza preavviso e far sì che i risparmi d’una vita, per i pensionati e i lavoratori, cambino di padrone. 
Laura Boldrini, sedendo in Parlamento per la prima volta, deputata senza voti e subito presidente della Camera, ha promesso di portare a Montecitorio la voce degli ultimi. L’occasione le giunge purtroppo prima di quanto potesse immaginare. Eccoli gli ultimi: i nostri poveri figli, privi di colpe e pure più duramente di tutti chiamati a pagare. Perdono la scuola della repubblica che tanto sangue è costato ai martiri della Resistenza. Altiero Spinelli, cui la neopresidente della Camera ha fatto cenno nel suo primo discorso parlamentare, l’aveva previsto: il nemico più pericoloso per l’Europa delle libertà e dei diritti è la finanza. Se non s’è trattato solo di parole, se il cuore e la passione accompagnavano davvero il suo pensiero, bene, faccia sentire la sua voce, urli il suo sdegno. Poi, se questo non dovesse bastare, non deluda chi le ha creduto nonostante tutto. Dia il segnale promesso e alimenti se non altro una speranza: presenti le sue irrevocabili dimissioni. Bersani e soci forse capiranno che non è più tempo di alchimie parlamentari. Non si cambia il Paese, se non si difende col coltello tra i denti il suo sistema formativo.

Uscito su “Fuoriregistro” il 20 marzo 2013

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E’ inutile tirare a campare e fingere di non capire. Ormai c’è davvero di che preoccuparsi. Ieri a Genova, pochi giorni dopo le violente cariche contro gli studenti e alla vigilia di una manifestazione nazionale della scuola, il ministro Profumo non ha esitato ad affermare che “il Paese va allenato. Dobbiamo usare un po’ di bastone e un po’ di carota e qualche volta dobbiamo utilizzare un po’ di più il bastone e un po’ meno la carota. In altri momenti bisogna dare più carote, ma mai troppe“.
Bisogna che il ministro l’abbia chiaro: non ci fa paura. Chi ogni giorno, per passione civile, prima ancora che per dovere professionale, nelle scuole e nelle università, forma coscienze critiche, non muterà rotta per approdare a rinnovate barbarie. Ci fa da bussola un imperativo etico e abbiamo una stella polare: denunciare con fermezza i rischi sempre più evidenti che corre la democrazia. Se è passato in fabbrica, con Marchionne, l’allenamento che ha in mente Profumo deve restare fuori dalle aule, rifiutato da docenti decisi a difendere le radici profonde della storia repubblicana e dei suoi autentici valori. Bisogna tornare all’antifascismo, alla grande lezione di Don Milani e trovare il “coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani per cui l’obbedienza non è più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni“.
Fa male doverlo dire, ma è così: in un Paese in cui la Costituzione è ormai cartastraccia, il triviale mussolinismo di Profumo che resuscita il manganello non solo illumina di luce sinistra il crescente squadrismo delle forze dell’ordine, ma fa il paio con la “dottrina Monti” sul governo che educa un Parlamento disegnato sul modello dalla Camera dei Fasci e delle Corporazioni.
Di fronte alla sfida di nuove tecnologie e ai rischi di un soffocamento del servizio pubblico, Arfé, acuto osservatore e inascoltata Cassandra, invano propose all’europarlamento un progetto di “spazio europeo” comune e di rimodulazione del sistema di informazione pubblico-privato. Non se ne fece nulla e sulle televisioni purtroppo non c’è più da contare. In quanto alla carta stampata, se dovesse chiudere il Manifesto – ma si sta coraggiosamente tentando di impedirlo – ci toccherà rimettere mano al ciclostile.
Attenti a non banalizzare. Il “bastone e la carota” di Profumo non sono lo scivolone d’un dilettante e bisogna riconoscerlo: guardarono lontano Ernesto Rossi e Altiero Spinelli, padri dell’Unione Europea uccisa nella culla, quando individuarono nel grande capitale, “che ha uomini e quadri adusati al comando“, il vero nemico dell’Europa dei popoli. A leggerlo oggi, il monito appare non solo incredibilmente lucido, ma attuale e inquietante: “nel grave momento, essi scrissero, infatti, sapranno presentarsi ben camuffati. Si proclameranno amanti della pace, della libertà, del benessere generale delle classi più povere. Già nel passato abbiamo visto come si siano insinuati dentro i movimenti popolari e li abbiano paralizzati, deviati convertiti nel preciso contrario. Senza dubbio saranno la forza più pericolosa con cui si dovrà fare i conti“. Sono trascorsi molti decenni, è vero, ma hanno avuto ragione. L’antifascismo, che molto lottò per un’Europa libera, è ormai uno dei tanti clandestini nella memoria storica e nella realtà quotidiana dell’Italia europea voluta dai neoliberisti.
Sarò felice se i fatti si incaricheranno di smentirmi, ma non sarebbe saggio fingere d’ignorarlo: qui da noi, le gravi crisi del capitale finanziario sono diventate sempre e anzitutto crisi di una già storicamente fragile democrazia.
Prima passerà questa terribile notte della repubblica e meglio sarà.

Uscito su “Fuoriregistro” l’8 ottobre 2012 e sul sul “Manifesto” l’11 ottobre 2012 col titolo Non banalizzare il bastone e la carota di Profumo.

 

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Le commemorazioni non guardano indietro, però – sembra fatale – diventano una sorta di “memoria a scadenza fissa”, il “gesso” che immobilizza fratture scomposte tra un mitico “passato” e un infelice “presente”. Per un giorno inni bandiere al vento e valori universali, poi il limbo d’un realismo rinunciatario, che è quasi sempre rassegnazione o, se si vuole, identità annacquata in cerca di consensi. D’accordo, anche questo è politica, ma dirlo onestamente non ci farà male: esistono due “memorie”. Una, ufficiale e condivisa, non lascia segni, non fa domande. E’ Narciso allo specchio: guarda se stessa e ignora il presente. L’altra, sempre più rara, indaga il passato per capire il presente. E’ la storia “maestra di vita”, che racconta la verità nuda e cruda, parla alle coscienze, ma non trova ascolto, non insegna più niente a nessuno e dà fastidio, perché ci mette davanti noi stessi, così come siamo davvero. E non è un bel vedere.
Me lo chiedono spesso: “Ci dici delle Quattro Giornate?”. Da me si attendono retorica e poesia: “o campana, campana, campana, / la mia favola breve è finita / la breve mia favola vana”. Io, invece, tiro fuori il presente. Il primo pensiero non è per ciò ch’è stato, m’importa quel che accade e, più che raccontare, faccio domande. Perché, mi chiedo, qui a Napoli, superato il liceo Vico, alla Cesarea, la vecchia sede del PCI ospita ancora un partito antifascista, ma non porta più il nome di Maddalena Cerasuolo? Sono avvenute cose che non so? Non è più decorata al valor militare, non è la donna che “trattò ” al Vico delle Trone coi tedeschi? Non fu lei che lottò come un veterano assieme ai partigiani di Materdei e della Stella, salvando dalla distruzione il Ponte della Sanità e consentendo agli Alleati di avanzare verso quel Nord nel quale oggi Bossi resuscita il razzismo?
Risposte non ne ho e quindi insisto. Perché non ricordiamo più ciò che a Longo sembrò decisivo: “dopo Napoli la parola d’ordine dell’insurrezione finale acquistò un senso e un valore e fu allora la direttiva di marcia per la parte più audace della Resistenza italiana“? Cos’è cambiato? Guastiamo la festa a Brunetta, che ci accusa d’essere un “cancro“? Ma che sanno Brunetta e Bossi dell’Italia, del Sud e dell’antifascismo? Qualcuno glielo spieghi, per favore, chi era Ezio Murolo che, a Poggioreale, con Tito, il fratello anarchico, organizzò e guidò gli insorti contro i nazisti, in una battaglia che, come molti esponenti di questa maggioranza, li avrebbe visti assenti o, peggio, dall’altra parte della barricata. “Ardito” nella Grande Guerra, dannunziano a Fiume, poi giornalista al “Mondo” di Giovanni Amendola, infine coinvolto “nei maneggi sovversivi” ai tempi della guerra di Spagna e spedito al confino, Ezio Murolo fu “guastatore paracadutista” dietro le linee naziste e si batté per liberare il Nord, la Padania di Bossi, dopo aver meritato qui a Napoli una medaglia d’oro. Non possiamo dirlo perché oggi i partigiani passano spesso per “terroristi”? Io lo racconto, checché ne pensino l’elettorato più o meno moderato a centro ed a sinistra e Cota a destra: Murolo contribuì a liberare il Nord. Erano i giorni in cui, a dar retta a Galli Della Loggia e gli storici della destra fascio-leghista, la “Patria” moriva. Quale Patria? Quella fascista, che un pugno di inqualificabili nostalgici prova a rivalutare? La patria razzista, resuscitata dalle leggi sui clandestini? Qualcuno glielo spieghi che, prima ancora di Rosselli e di Altiero Spinelli, prima di quel miracolo di passione politica che fu il Manifesto di Ventotene, Antonio Ottaviano, uno dei tanti combattenti delle Quattro Giornate, s’era già fatto processare dal Tribunale Speciale, per aver provato a dar vita a una federazione di Stati europei, “L’Europa Unita”, come baluardo contro il pericolo nazifascista. Ben altra Europa che quella di Bossi, Brunetta, Berlusconi e Marchionne, nella quale si negano i diritti dei lavoratori, torna il razzismo, contano solo le banche e i banchieri, si riduce a merce il sapere, si precarizzano i docenti e si attacca la scuola pubblica, di cui nessuno più ricorda il ruolo nella Resistenza. Se ne trova traccia in un prezioso e sconosciuto “numero unico” del “Comitato di Liberazione Nazionale”, che ricorda i nomi dei suoi martiri e militanti; gente di ogni parte del Paese, checché ne pensi la Lega: Quintino Vona, vice preside “in una Scuola Media di Milano, caduto sotto il piombo di sgherri della ‘Muti’ il pomeriggio del 7 settembre”; Salvatore Principato, siciliano di Piazza Armerino, che, massacrato a Piazzale Loreto con 14 compagni “dopo essere stato torturato nelle carceri fasciste” aveva saputo “incoraggiare, nel momento estremo, le povere vittime, allargando le braccia: coraggio, è questione di pochi istanti”. Bisognerebbe tornarci su, ricordarla, la scuola delle maestre napoletane Giovanna Annunziata e Anna Bonagura, “arrestate e denunziate per reato di istigazione e oltraggio alla persona di S. E. il capo dello Stato” perché i loro studenti “hanno strappato dai libri di testo una effige del Duce” e uno addirittura “la ridusse in due parti e la lanciò dal balcone“. Si capirebbe perché si vuole distruggere la scuola, sarebbe chiaro che essa è stata e può essere presidio della democrazia. Si capirebbe che forse non è un caso se i precari della scuola stiano dando oggi luogo a una lotta che sa di Resistenza. Scuola e politica, nel senso alto e nobile della parola, nel senso di pensiero critico e non di puro e semplice addestramento al lavoro dipendente o alle professioni. La scuola di Lina Merlin, che non fu solo la socialista delle “case chiuse”, la partigiana e la deputata alla Costituente, ma la giovanissima maestra antifascista che si lasciò licenziare per non giurare fedeltà al regime. Occorrerà che qualcuno lo dica al leghista Maroni e lo ricordi ai nostri studenti: quando gli “scienziati” fascisti scoprirono la tragica purezza “ariana” del nostro popolo, che è stato e sarà sempre un’inestricabile e meravigliosa fusione di geni e culture, studenti come Teresa Mattei rifiutarono di assistere alle tragicomiche lezioni sulla razza e furono espulsi da tutte le scuole d’Italia. E pazienza se anni dopo, ormai deputata e dirigente del PCI e dell’Unione Donne Democratiche, l’ex comandante di compagnia di una “Brigata Garibaldi”, entrò in rotta di collisione con Togliatti e conobbe l’onta di una nuova espulsione.
Il passato non cambia e non si cancella. Arfè non sbagliava. Per le forze politiche di radice antifascista, la Resistenza non è più un riferimento e la globalizzazione ha sconvolto rapporti e modi di produzione, sistemi di valori, prassi politica, ideologie, mentalità, costumi e rapporti sociali. Questa, tuttavia, è la storia, queste le profonde radici politiche delle Quattro Giornate, rivolta di popolo da cui ricevono linfa vitale la guerra di Liberazione e quella Costituzione che, non a caso, è nel mirino di un Parlamento di “nominati” e di un governo sostenuto da forze politiche che non hanno tradizione e cultura antifascista. Di questo si tratta. Non di altro. Di riaffermare e, se occorre, difendere i principi della democrazia. Costi quel che costi. Non solo Napoli, ancora “milionaria“, come amaramente la definì Eduardo De Filippo, ma l’intero Paese, tornato povero, privato della cultura, della scuola e del lavoro, ridotto a terra di razzismo e malaffare, di pennivendoli, guitti e velinari, l’intero Paese ha bisogno di ricordare. Senza memoria non si ricomincia.

Articolo uscito, con qualche ritaglio, sull’edizione napoletana di “Repubblica” il 28 settembre 2010 e, nella sua  versione originale, Su “Fuoriregistro

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Mentre il sogno dell’Europa dei popoli immaginata da Altiero Spinelli, degenera in un incubo fatto di banche, banchieri, borse e capitali e c’è da chiedersi perché un greco dovrebbe sentirsi cittadino europeo, una lucidissima legge di Darwin può aiutarci a capire di dove nasca la barbarie che ci cresce in casa.
Nella lotta per l’esistenza, un elemento comune associa specie tra loro lontane, sicché l’erba è vitale per la locusta quanto per i cavalli. Nella ferocia dello scontro, tuttavia, nulla è più raggelante d’una dipendenza che riguardi specie appartenenti allo stesso genere. Tra diverse qualità di frumento sapientemente affidate ai solchi d’uno stesso terreno, una sola produrrà col passare degli anni le sue pannocchie. Il clima, la fecondità, la capacità di adattamento garantiranno la procreazione a una sola qualità di frumento e condanneranno le altre all’estinzione. A mettere assieme varietà diverse di parassiti della stessa specie, come le sanguisughe officinali, ne nasce una lotta disperata per la vita e la morte e una sola alla fine risulta padrona del campo. Le altre sono uccise e talvolta la separazione è il solo elemento di salvezza. Il buon contadino sa che un gruppo misto di varietà anche profondamente affini, come piselli di ogni colore, richiede raccolti separati e semi mescolati in proporzioni equlibrate.
Nella lotta per l’esistenza, più vicine sono le specie, più comune è il genere di provenienza, più si somigliano le abitudini e la struttura, più aspra è la lotta. Benché vi assuma i connotati più barbari e più lontani dalle leggi della selezione naturale, la lotta per l’esistenza tra le specie umane non è causata da profonde differenze di genere, di etnie o di modelli culturali, come ci si vuol far credere da un po’, tornando a concezioni irrazionalistiche delle scienze naturali e di quelle umane. Diversamente da ogni altra specie, l’uomo non si contenta di possedere cibo e spazio vitale, ma tende a sottrarre l’uno e l’altro a ogni varietà della sua specie. Unendosi, per sancire separazioni decise dalla prepotenza e garantirsi la sopravvivenza, gli uomini costituiscono gruppi minoritari che si impadroniscono delle risorse e dei mezzi di produzione e formano così classi privilegiate che tendono a instaurare rapporti parassitari nei confronti di vasti gruppi “parassitati“.
Fin quando è possibile, le classi dominanti impongono il proprio dominio ed esercitano una vera e propria “selezione della specie“, attraverso il controllo del potere politico e l’espressione di una cultura dominante che richiede il possesso pieno delle istituzioni educative e la soppressione della libertà intellettuale. Se le classi “parassitate” rivendicano diritti, quelle “parassite” che detengono il potere politico scatenano un violentissimo apparato repressivo, legittimato dalla legalizzazione della “legge del più forte“. La teoria del libero mercato, l’espressione più compiuta del meccanismo parassitario, garantisce il dominio di classe e sostituisce alla selezione naturale “sana” della lotta per la sopravvivenza la ferocia ingiustificata del controllo dei processi economici. Il licenziamento e la disoccupazione sono gli strumenti “pacifici” con cui i ceti parassiti si impongono a quelli parassitati non per distruggerli, ché da soli non potrebbero vivere, ma per ridurli a “riserva alimentare”, come una vera e propria tenia sociale. Quando questi strumenti non bastano, ci sono le forze armate e la cancellazione delle libertà, prima tra tutte quella d’insegnamento,
Dietro la cosiddetta “riforma Gelmini“, col suo naturale codiclllo di guerra tra poveri e intolleranza razziale, col suo “tetto” di alunni stranieri e miracolose “graduatorie regionali“, dietro i bambini messi a pane e acqua e il separatismo travestito da federalismo propugnato da Cota, Bricolo e Berlusconi, non c’è altro che questo: la volontà d’imporre un rinnovato dominio di classe. Per noi lavoratori intellettuali, valgono ancora, anzi, hanno oggi più valore di ieri, le parole di Albert Einstein: “Facciamo dunque tutti appello alle nostre forze. Non stanchiamoci di restare costantemente in guardia, affinché in seguito non si possa dire della cerchia degli intellettuali di questo paese: hanno ceduto pavidamente e senza lottare l’eredità che avevano ricevuto dai loro predecessori, un’eredità di cui non si sono rivelati degni“.
Teniamole presenti, queste parole, e ricordiamo: se è vero che il parassita ha un bisogno vitale del “parassitato“, non è vero il contrario. Forse non accadrà, forse c’è spazio ancora per la mediazione di quel “saggio contadino” che chiamiamo politica, forse Lombroso non ha già sostituito Darwin negli strumenti della disinformazione di massa e non arriveremo al “muro contro muro” come il dramma greco e la dilagante barbarie leghista fanno temere. Dovesse accadere, è bene pensarci per tempo, perché Lenin ha ragione, “senza teoria rivoluzionaria non esiste movimento rivoluzionario“, ma i lavoratori della formazione sanno che l’insegnamento nella scuola statale è, per sua natura, rivoluzionario e lo sa benissimo la Gelmini che, non a caso, contro la scuola scatena la pesantissima offensiva del governo. Il lavoro della scuola non produce, come vorrebbero Gelmini e soci, una “standardizzazione” della volontà collettiva, non è riduzione dell’autonomia critica delle masse alle leggi del pensiero unico. La scuola, per usare le parole con cui Che Guevara defini la rivoluzione, “è esattamente tutto il contrario, è liberatrice della capacità individuale dell’uomo“.
In quanto tale, scuola è rivoluzione ed è naturale che la reazione ormai ci spari addosso. Il fatto è che non ci sono fucili che ammazzano le idee.

Uscito su “Fuoriregistro” il 6 maggio 2010

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Spesso, nell’imbarbarimento di quest’anno terribile per la democrazia, mi sono tornati in mente Arfè e le nostre ultime conversazioni nel suo studio. Benché vecchio, malato e stanco, Arfè, sapeva guardare ancora avanti e la comprensibile nostalgia per gli anni della giovinezza non lasciava molto spazio all’avvilimento. Il 13 settembre saranno due anni ma, non so bene perché, tutto mi pare incredibilmente lontano: l’ombra della sera che giungeva inavvertita, i suoi ricordi, le mie domande e lo sforzo ostinato di leggere il presente alla luce del passato. Non so com’è andata. Sarà che abbiamo col tempo un rapporto davvero soggettivo, sarà che le sconfitte pesano e rendono tutto più vago e sfumato o che i punti di riferimento contano più di quanto crediamo, d’un tratto mi accorgo che questi ultimi mesi sono stati per me lunghi come anni. E anni, molti anni, ho la sensazione di aver vissuto da quando Arfè se n’è andato. Per ricordarlo, nel secondo, mesto anniversario della morte e, allo stesso tempo, per vincere questa sensazione intollerabile d’una lontananza che assume i connotati dello sconforto e apre la via ad una sorta di resa incondizionata, in questi ultimi giorni mi sono perso tra le carte che di lui conservo. Qui scorrendo, lì ricordando o leggendo, m’è passato davanti il suo mondo. Ho ritrovato così, con emozione crescente, il dirigente politico che si distinse ai vertici del partito socialista per le doti culturali, la singolare onestà intellettuale e la rigorosa formazione, forgiata a Napoli alla scuola di Croce e affinata nella Firenze degli anni Cinquanta dall’amicizia e dalla collaborazioni con uomini della statura di Calamadrei, Salvemini, Codignola, Enriques Agnoletti, La Pira e Don Milani. Tra articoli, lettere e annotazioni, ho ritrovato il pensiero lucido e profondo dello storico e la passione del militante, l’uno complementare all’altro e, insieme, capaci di cogliere in largo anticipo il naufragio del craxismo, nel limiti di un pragmatismo alieno da preoccupazioni etiche e pronto a sottrarsi al rigore della più autentica tradizione socialista. Mentre le carte scorrevano, in un andirivieni tra passato e presente, una foto di Arfè mi ha sorriso dalla copertina d’un bel libro fresco di stampa: Il Ponte di Gaetano Arfè 1954-2007, uscito in questi giorni per i tipi del Ponte Editore, per ricordare lo storico, l’intellettuale e il dirigente politico con l’aiuto di un gruppo di ingegni scelti – Enzo Collotti, Donatella Cherubini, Andrea Ricciardi, Andrea Becherucci e Marcello Rossi – che presentano i suoi numerosi scritti usciti sul “Ponte” di Calamandrei. Un libro da leggere, penso, mentre smetto di cercare e, per ricordarlo ai lettori, ricavo dal prezioso volume un articolo molto significativo. E’ l’Arfè a me forse più familiare, l’uomo che, di fronte allo sfacelo della vita politica italiana, benché vecchio, non si tira indietro, non rinunzia a lottare e diventa, osserva la Cherubini, “un libero tiratore“, come fu Salvemini per gran parte del Novecento. Il grande storico è consapevole che un ciclo si è ormai chiuso, ma rivendica alla sua generazione il nesso profondo tra agire politico e coerenza etica rispetto a un quadro di riferimento costituito da grandi valori. In questo senso, il frequente ricorso a note autobiografiche non è solo la testimonianza viva di un’esprienza politica, ma una scelta consapevole, per la quale la partecipazione alla guerra di liberazione, il ruolo svolto negli anni decisivi della nascita della repubblica e della ricostituzione delle organizzazioni dei lavoratori, l’approdo al Parlamento europeo diventano, di per sé, “fatti della storia”. Quando Arfè scrive l’articolo – siamo nel 2006 – il berlusconismo ha contagiato da tempo quello che è stato il suo campo. L’intellettuale rigoroso non si fa illusioni, ma rimane storico e militante e non rincorre l’inutile e amara soddisfazione di chi ha previsto la tragedia. Ciò che cerca è un obiettivo a cui ancorarsi, una trincea da cui riorganizzare la lotta. Arfè conserva implacabile la sua lucidità, è tagliente e amaro, ma non si lascia andare a uno sterile pessimismo. Con una intuizione che sfiora la premonizione avverte il rischio paradossale di “un paese a maggioranza laico che finisce sotto la cappa del clericalismo“. Lo sguardo è acutissimo, la franchezza estrema, la passione immutata e i termini del problema gli appaiono chiari: la “malapianta del berlusconismo” va estirpata. Non è solo una dichiarazione d’intenti. Ci sono strumenti, c’è ancora un ethos della politica, ci sono i valori e i principi della Costituzione.
L’uomo non è più con noi, ma la morte non spegne il pensiero fecondo. Tocca a noi far sì che un seme ne germogli. Possiamo e dobbiamo. Arfè ci fu maestro.

Giuseppe Aragno

 

Per estirpare la malapianta
Quaderno del Ponte n. 6, giugno 2006

La battaglia per la difesa della costituzione sta arrivando alla sua fase decisiva.
Dopo Caporetto, siamo sulla linea del Piave e c’è da sperare che tenga. Io credo però che a questo punto giovi, non per cedere al gusto sterile della recriminazione ma per poter riprendere e conservare l’iniziativa, fermare l’attenzione su alcune questioni che nel loro susseguirsi e nel loro concatenarsi hanno generato la situazione drammatica, intrisa di grottesco, nella quale ci troviamo.
La prima è che la “repubblica dei partiti” è stata investita nella sua fase calante da una sorta di controrivoluzione culturale a dimensione internazionale che ha messo in crisi idealità e principi fin lì generalmente accettati e che erano il retaggio della Resistenza. Il risultato più vistoso è stato il declino della cultura storica e il dilagante prevalere di quella sociologica e, in essa, di quella sua sottospecie che è la politologia, ampollosamente presentata come scienza della politica.
I nostri vecchi ebbero, fin troppo forte, il senso della storia. Comunisti e socialisti, in particolare, ritennero di muoversi sul filo della sua onda lunga, quella partita dalla Rivoluzione di ottobre, e tardarono a rendersi conto – i comunisti per tempi disastrosamente lunghi – che l’onda si era infranta. Non cedettero pero mai all’illusione che i meccanismi della politica potessero essere modificati secondo moduli scolasticamente inventati o innestandovi pezzi estranei, frutto di tutt’altre e irriproducibili esperienze.
La “repubblica dei partiti” aveva al suo attivo la ricostruzione dell’Italia dopo la catastrofe, aveva costruito istituzioni democratiche forti del consenso popolare, che avevano resistito alle lacerazioni della guerra fredda, avevano superato la crisi del centrismo, avevano consentito la svolta del centrosinistra e un forte avanzamento sociale e civile della società italiana, nonostante le manovre eversive di ordine interno e internazionale. Suo punto di debolezza rimaneva quello che la presenza di un Partito comunista radicato massicciamente nel paese e dotato di un quadro dirigente capace e autorevole, ma ancora legato per più fili all’Unione Sovietica, rendeva impraticabili alternative di governo. Il problema di un rinnovamento si poneva in termini di urgenza. Craxi e Berlinguer, fatte salve tutte le differenze e le divergenze, culturali, politiche e temperamentali, lo intuirono ma non riuscirono a risolverlo. Su questa situazione calarono, convergendo, due eventi di natura e dimensioni diverse: la fatidica caduta del muro di Berlino, l’esplosione di Tangentopoli, dietro la quale era anche la rivolta torbida di una “società civile”, in realtà incivile e anarcoide che intendeva abbattere il primato, intriso ormai di arroganza, della politica. Sulle rovine calarono i politologi a insegnare le leggi della politica a un giovane e ambizioso quadro dirigente, provinciale, idealmente e culturalmente indigente, disavvezzo a studiare e a riflettere, avvezzo a nutrirsi degli editoriali e dei pastoni dei maggiori quotidiani italiani.
La polemica contro i vizi della partitocrazia si tradusse, con clamorosa ignoranza della storia, in svalutazione del partito in quanto tale e in esaltazione della cosiddetta società civile, di per sé, nella sua massa, prona a tutti i conformismi e rotta a tutte le corruzioni, quella a cui Berlusconi ha dato organica rappresentanza.
La denuncia della “obsolescenza delle ideologie” si risolse in negazione delle idealità che sono state, e restano, nel bene e nel male, fattori attivi di storia; sono state considerate ciarpame le classiche dottrine politiche liberali e socialiste sulle quali si è costruita la civiltà europea e con esse l’etica che ne promanava.
Si è parlato di bipolarismo e siamo arrivati a un bipolarismo fatto di due coalizioni eterogenee e rissose, una sola delle quali ha il discutibile privilegio di avere un padre-padrone, e nelle quali convivono, accanto a residuati dei partiti storici, modeste compagnie di ventura che non disdegnano il ricatto politico. Gli uni e le altre sono regolamentate da norme rispetto alle quali il centralismo democratico di togliattiana memoria era un modello di rispetto del buon costume politico.
Si è svalutato di fatto il parlamento con una serie di provvedimenti e di regole: la riduzione a una delle preferenze, una riforma elettorale sgangherata e balorda, il limite delle due legislature per i parlamentari che non hanno santi in paradiso – una per imparare il mestiere, la seconda per dimenticarlo nell’impegno di procurarsi un’occupazione alla scadenza del mandato – mentre manca un corpo di parlamentari di lungo corso che assicuri continuità ed efficacia al lavoro legislativo. Il punto d’approdo è lo sconcio della nomina dei senatori e dei deputati da parte delle gerarchie partitiche, un ritorno ai tempi della Camera dei fasci e delle corporazioni. I pochi casi di “primarie” che si sono registrati sono rimasti casi di folklore politico, direi per nostra fortuna perché temo fortemente che se si fossero diffusi avremmo assistito a episodi assai poco edificanti.
Si è voluta l’elezione diretta degli amministratori locali e si sono creati centri di potere personale, sottratti a ogni controllo, portati, se non addirittura costretti, a organizzarsi in clientele, aperte in molti casi a infiltrazioni mafiose. Su questo sfasciume istituzionale dovrebbe ergersi un presidente dotato di poteri che non hanno i monarchi.
A creare il terreno idoneo al fiorire e al fruttificare di tante idiozie un contributo importante lo ha dato il cosiddetto revisionismo che ha investito tutti i campi delle scienze umane, ma, con effetti particolarmente vistosi, la storia. Studiosi che hanno violentato la metodologia storica e sciacalli d’archivio si sono mobilitati perché la pacificazione nazionale divenisse parificazione tra carcerieri e carcerati, assassini e assassinati, torturatori e torturati. Le brecce che l’offensiva apri anche nel fronte antifascista furono rilevanti. L’onorevole Violante scopri il patriottismo dei «ragazzi di Salò», senza curarsi di spiegare quale patria questi avessero scelta. Inconscio precursore, un canzonettista napoletano aveva cantato sulle rovine ancora calde della guerra: «Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto, chi ha dato, ha dato, ha dato, dimentichiamo il passato guardando il cielo e il mare». E’ mancato poco che ai combattenti di Salò venisse riconosciuta con apposito provvedimento legislativo la qualifica di combattenti. L’obiettivo era e resta chiaro: la Costituzione nata dalla Resistenza deve perdere il titolo della sua legittimità storica, la coscienza nazionale repubblicana e democratica deve essere frantumata, la patria deve essere degradata ad azienda. Il federalismo che vanta una mobilissima tradizione nella storia d’Italia da Carlo Cattaneo a Silvio Trentin e che Spinelli levò a bandiera dell’Europa unita è divenuto l’ideologia becera faziosa e razzista di una sparuta minoranza che ha segnato di sé la vita della repubblica berlusconiana.
Corre voce, e anch’io ci credo, che la democrazia sia un regime carico di difetti ma che finora non ne è stato inventato uno migliore. Ma una democrazia senza partiti non è democrazia, è un regime aperto a tutte le involuzioni plebiscitarie e totalitarie. Non è possibile governare democraticamente un paese moderno senza strumenti di organizzazione e di orientamento delle masse che non siano le antenne televisive, di selezione del quadro dirigente, di controllo dei rappresentanti. E non è possibile inventare i partiti. Nell’Italia repubblicana essi hanno tratto i loro titoli di legittimità e anche di nobiltà dalla Resistenza che fu integralmente opera loro, ci hanno dato la Costituzione, hanno portato il nostro paese disfatto dal fascismo a essere tra i protagonisti dell’integrazione europea, hanno isolato e battuto, senza leggi eccezionali, il terrorismo rosso, bianco e nero. Il solo partito inventato, quello di Berlusconi, ha portato nella lotta politica una carica primitiva di spirito illiberale e di velleità eversive dalle quali è stato costretto a prendere le distanze finanche Pier Ferdinando Casini nelle cui vene scorre ancora a un residuo di sangue democristiano.
E qui un monito va rivolto ai sostenitori della nuova invenzione del genio italico. Il partito democratico, che non ha riscontri in Europa, ma ci avvicina al modello americano. Il primo punto è l’estrema, difficilmente superabile, difficoltà di far convivere nella stessa formazione politica laici e cattolici in una fase in cui le gerarchie vaticane avanzano la pretesa di essere la sola fonte dell’etica che deve ispirare l’azione politica nei campi della scuola, della ricerca scientifica, dei rapporti sociali e civili. I cattolici poterono organicamente collaborare coi partiti laici e poi coi socialisti perché i rapporti erano di reciproca autonomia.. Il divorzio e l’aborto furono possibili, senza traumatiche rotture, perché i democristiani ebbero la possibilità di dire il loro “no” e di battersi lealmente e democraticamente nel parlamento e nel paese. All’interno dello stesso partito un’intesa sarebbe stata impossibile. Il problema si ripresenterebbe oggi – se ne vedono già i segni – e potremmo avere il paradosso di un paese a maggioranza laico che finisce sotto la cappa del clericalismo, grazie al gioco dei compromessi dettati dall’opportunismo.
Ma c’è una seconda considerazione da fare. E vero che non è più ipotizzabile un partito che abbia una propria dottrina ufficiale, ma non può avere un avvenire un partito che non abbia una tradizione a cui rifarsi, una cultura alla quale attingere, delle idee-guida alle quali ispirarsi. Il riformismo informe del quale si parla e straparla può coprire qualsiasi realtà, anche il berlusconismo. Un partito d’avvenire ha bisogno di riprendere e sviluppare tutti i motivi critici nei confronti del sistema nel quale viviamo. Non ci sono provvedimenti di riforma per restituire vivibilità alle metropoli, per sgominare la criminalità divenuta una potenza mondiale, per regolare le migrazioni massicce di dannati della terra, per liberare miliardi di esseri umani dalla fame, dalle malattie, dai genocidi, per porre fine alle guerra e ai terrorismi che esse evocano, per contenere gli sconvolgimenti climatici, per salvare le risorse necessarie alla sopravvivenza dei nostri figli e dei nostri nipoti. Per questo urge una svolta nella concezione della funzione della politica, dei suoi principi, dei suoi valori. Non si può più, come agli albori della rivoluzione industriale, assegnare al mercato il ruolo della divina provvidenza, ipotizzare, in forme adeguate, il ritorno alla legge bronzea del salario – oggi è il precariato a vita – per governare il lavoro, ignorare che lo sviluppo, cosi come viene inteso e perseguito, è una minaccia alla vita del pianeta terra.
Ora il referendum è alle porte e bisogna cercare di vincerlo. Non temo i suoi sostenitori, molti dei quali hanno votato l’affossamento della Costituzione sotto la minaccia dello sferza, pur riconoscendo, come ha detto uno di essi della legge elettorale, che è una «porcata». Temo il disimpegno e anche l’ignavia di molti dei difensori dell’attuale Costituzione. Paghi di aver portato al Quirinale Giorgio Napoletano – vecchio e carissimo amico al quale rivolgo, quale collaboratore (forse il più antico) del «Ponte», l’augurio fraterno della rivista e mio personale -, Marini a Palazzo Madama e Bertinotti a Montecitorio, i difensori della Costituzione non appaiono impegnati in quel massiccio sforzo di mobilitazione che caratterizzò i grandi referendum della nostra storia, quello per la repubblica, quello per il divorzio, quello per l’aborto.
Ma quand’anche la sorte ci arridesse, resta tutto aperto il problema di rinnovare dal profondo la cultura politica del ceto dirigente del nostro paese, di estirpare dalle radici la malapianta del berlusconismo che alligna anche tra le file della nuova maggioranza, di ritornare ai valori e ai principi che la Costituzione ha affermato, per calarli nella realtà italiana ed europea del nostro tempo.

Uscito su “Fuoriregistro” il 12 settembre 2009

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I cinquantaquattro chilometri che separano Lecce da Racale Vittorio Corvaglia li aveva fatti molto raramente nella sua vita. Della città pugliese non conosceva molto, ma ricordava bene la prima volta che c’era stato, una sera di febbraio del 1959, quand’era partito soldato con una valigia sgangherata, le scarpe grossolane della campagna, due giacche di rigatino blu tinto e stinto indossate l’una sull’altra e un cono di lana floscio calcato sui capelli neri, folti e ricciuti per proteggersi dal freddo. La “cartolina rosa” lo spediva al Car dell’84° Reggimento di fanteria “Venezia”, di stanza a Pistoia nella “Caserma Marini”,Caserma Marini e il pianto inatteso e quasi isterico della sorella Ida aveva reso fatalmente cupo lo spiazzo davanti alla stazione, col vento che fischiava tra il tufo dei palazzi, la pioggia battente e i coni di luce dei fanali che disegnavano mulinelli sullo stradone che conduceva al centro.
E proprio alla stazione, tornando a casa col congedo in tasca, aveva trovato il manifesto della Federazione Carbonifera belga che gli aveva cambiato la vita. Non poteva sfuggirgli, era un pugno negli occhi: fondo lilla, caratteri neri e marcati e lo slogan pensato apposta per invitare alla lettura: “L’operaio italiano è uno dei migliori”. Come s’aspettavano i belgi impegnati nella “battaglia del carbone”, Vittorio aveva letto fino in fondo dapprima incuriosito, poi attento e interessato: “Operai Italiani, approfittate dei vantaggi particolari che il Belgio assicura ai suoi minatori..Federazione carb Il viaggio dall’Italia è del tutto gratuito per i lavoratori italiani firmatari di un contratto annuale di lavoro per le miniere. Il viaggio dall’Italia al Belgio si fa in ferrovia e dura solo 18 ore Poche semplici formalità d’uso, e anche la vostra famiglia potrà poi raggiungervi in Belgio”.
A Racale Vittorio aveva amici e una ragazza ma, partendo soldato, l’aveva capito: fidanzata e amici sono cose serie e un uomo senza lavoro è solo uno sbandato. Il manifesto era preciso e dettagliato. C’era tutto ciò che poteva servire: le condizioni di vita che sembrarono buone, il salario, che in Puglia un “caporale” non ti avrebbe mai pagato, la promessa di un alloggio dignitoso, e di un lavoro duro, ma fisso e tutelato.

Ida stavolta l’aveva salutato senza piangere. Il distacco da Vittorio soldato era stato lezione di vita. E senza piangere l’avevano lasciato alla stazione persino i genitori: meglio belga che schiavo di caporali. 
Il giovane pugliese era entrato così a far parte del grande esercito dei “costruttori dell’Europa” dei popoli. Non era quella immaginata da Spinelli a Ventotene, ma questo Vittorio non poteva saperlo. Tempo dopo scoprì che stava dando una mano all’Italia, cui toccavano 2500 tonnellate di carbone al mese per ogni mille migranti che si lasciavano ingoiare dalla “mina”, ma non gli venne in mente che qualcuno l’aveva “venduto al Belgio per un sacco di carbone”, come dicevano in tanti giù in miniera, e fu contento di quell’incontro felice col manifesto lilla e la Federazione carbonifera di un paese che non conosceva, ma prometteva di regalargli un futuro che a casa non aveva.
Federazione manifestoLa Federazione, in realtà, non regalava nulla, ma per molto tempo Vittorio si rifiutò di capirlo e, quando finalmente l’ammise, tra dare e avere, decise di restare; chi se ne andava via in anticipo sul contratto la somma pattuita la vedeva dal cannocchiale e, d’altra parte, in quel mangiar veleno ch’era di fatto il lavoro in miniera, qualcosa c’era che aveva un suo valore: lavorava e si sentiva più libero di quand’era a Racale. Una libertà pagata a peso d’oro, gli veniva in mente talvolta, mentre si guardava attorno coi suoi occhi neri che non stavano mai fermi, ma chi fa mai l’avaro con se stesso, se ha conosciuto la fame e in gioco ci sono futuro e dignità?
Se la tentazione di piantare baracca e burattini e andare via si faceva sentire, Vittorio, testardo, spiegava a se stesso che nessuno lascia la sua casa con piacere, ma non c’è paese più terribile d’una terra disperata e l’Italia, distrutta dalla guerra fascista, era ridotta davvero alla miseria.
Il Belgio per Vittorio ebbe così due volti: quello della fatica massacrante e pericolosa, che metteva in discussione la salute e la vita, e il suo rovescio, il volto della speranza che non ha prezzo, neanche se t’ammazza.
La speranza non è merce di scambio, diceva spesso Vittorio a Luigi Sango, ch’era nato falegname in un paese del Trevigiano, e fuori della miniera era tutto capelli biondi, muscoli possenti e una valanga di allegria loquace.
Luigi scuoteva la testa come per dire no, ma poi conveniva obiettando:
Della speranza questi fanno commercio, non diciamo scemenze, ma l’accordo è libero e la speranza non è una patacca. Dalle mie parti lavoro non ce n’era e la Federazione Carbonifera la sua merce sa venderla bene. In Belgio ci sono certamente dei carogna e la salute qui sotto te la giochi, ma sei tu che ci vieni. E poi guardati attorno: in miniera razzisti non ce n’è; nei cunicoli che scaviamo assieme, uno vicino all’altro, sporchi di polvere, irriconoscibili, mischiati e tutti neri, non c’è diversità, tutto s’annulla. Io sono stato prigioniero dei tedeschi in un fetentissimo campo di concentramento e sai che dico? Anche lì, volere o volare, le differenze non c’erano più.
Pare che funzioni proprio così, rispondeva Vittorio, peggio stai, più ti fa pena chi soffre. La solidarietà di cui parlano tanto i preti e i comunisti, secondo me funziona solo in questo modo. Domani, caro Luigi, se tu diventi ricco, i compagni tuoi te li scordi. Qui dentro però, fino a quando ci sei, disgraziato tra disgraziati…
Erano nudi, ma il sudore colava e si soffocava. A 1500 metri di profondità, con 44 gradi di temperatura, sentivano sulla pelle un fuoco che bruciava opeai nella minierae Ahmed Azilal, il marocchino lungo e nodoso come una canna, si sfilò le mutande, le strinse tra la mani callose per spremere via il sudore e poi se le infilò con un sospiro di sollievo.
Luigi lo guardò con un moto di rabbia e di pietà:
Quando ti vedo, penso che sono ridotto come te e mi incazzo come un toro. Ma come hai fatto tu a venire dal tuo Marocco fin qua, disgraziato d’un africano?
E’ stata la Federazione che è arrivata in Marocco. A Beni Mellal spesso fa caldo come in questo cunicolo, ma nessuno ti paga se sudi. Non si muore di silicosi, questo è vero, ma t’ammazza la fame, ch’è peggio. Sono venuto qua come ci sei venuto tu. Ho saputo che la Federazione cercava operai e mi sono “arruolato”. Arrivato a Milano non so come, mi sono presentato al Centro di Accoglienza nei pressi della Stazione Centrale e mi è andata bene. Qualche giorno d’attesa, poi ho superato le visite mediche e mi hanno infilato nell’elenco destinato a formare un “convoglio”. Un treno di legno mi ha portato qui e Allah ha voluto che incontrassi voi.
Bell’incontro, sibilò Vittorio, addentando un pezzo del suo pane, mentre Luigi, guardando il marocchino, esclamò ridendo come un pazzo:
Che affare abbiamo fatto col tuo Allah! 
Per quanto incredibilmente diversi tra loro, erano diventati veramente amici. Tanto era furbo e chiacchierone Luigi, il trevigiano, quanto rigoroso e poco loquace Ahmed, il marocchino che si muoveva con incredibile naturalezza in quell’inferno di pale, scavatrici, puntelli e corpi nudi e sudaticci. Più riflessivo e calcolatore, come ogni buon contadino, si mostrava il pugliese Vittorio, e meglio si vedeva quanto immediato e impulsivo era Luigi. Figli di tre mondi, un cattolico, un musulmano e un senza dio come l’anarchico Luigi, i tre minatori sembravano completarsi a vicenda e formavano una piccola squadra efficiente e solidale. Ciò che li univa era soprattutto la speranza. Ahmed sperava di tornare alla sua oasi senza aver più paura della fame. Luigi contava di tornare al paese con un gruzzolo che gli consentisse di aprire un laboratorio di falegname e mettersi a fare mobili senza aver padroni. Vittorio era incerto, non aveva deciso se tornare o restare, ma era sicuro di poter sperare in qualcosa e gli bastava. Ahmed era un lavoratore che conosceva diritti e doveri, Vittorio aveva i ritmi lenti della sua campagna, Luigi, invece, era apertamente scansafatiche e marcava visita tutte le volte che in testa gli frullava un pensiero bislacco, ma gli ingegneri della Federazione controllavano la situazione con estrema efficienza e l’unica legge che conoscevano bene era quella feroce del profitto. In quanto ai medici, non volevano rogne e s’erano adeguati. 
Stamattina ero a pezzi, fece d’un tratto Luigi, e mi sono presentato dal dottore per un po’ riposo.
Ahmed si limitò a sorridere. Vittorio cambiò voce e, imitando il tono sibilante del medico dell’infermeria, anticipò Luigi:
Piantala, Songa, e ringrazia il padreterno. Te l’ho già detto, è presto per riposare: nei tuoi polmoni non c’è polvere a sufficienza. Fa presto, è ora di montare.
Luigi, che s’era messo a strisciare come un serpente in un budello di meno di mezzo metro, stava per bestemmiare in trevigiano, quando scoppiò l’inferno. La volta del cunicolo cedette di schianto e un rumore sordo coprì un urlo disumano di paura e dolore.tragedia La polvere spessa e veloce inondò i polmoni, chiuse gli occhi e arrochì le voci. Ci volle un tempo che sembrò infinito prima che Ahmed riuscisse a prendere una pala e si lanciasse accecato dalla polvere verso il cunicolo nel quale Luigi non dava segni vita. Vittorio lo seguì tossendo e correndo alla cieca, ma si avvilì quando si accorse che il marocchino teneva tra le mani la testa di Luigi e sussurrava:
Sta calmo, non è nulla.
Luigi aveva le gambe nascoste dai massi caduti e la testa sanguinante, ma era vivo. Non urlava. Si lamentava piano e ogni tanto implorava:
Aiutatemi, aiutatemi. Sto morendo.
Tiravano via i massi a uno a uno. Ahmed metodico e silenzioso, Vittorio contratto e disperato.
Non perdere la calma, ripeteva il marocchino, mentre scavava ed estraeva pietre. Vittorio non capiva se parlava a Luigi oppure a lui, ma se il trevigiano intrappolato girava gli occhi dalla sua parte, non lo guardava. Era terrorizzato.
Aiutatemi, sto morendo…

E sarebbe morto davvero se la forza, il coraggio e l‘anima stessa di Ahmed non fossero entrati nel cunicolo, risucchiando i massi e l’ombra della morte, facendo spazio miracolosamente e tirando Luigi fuori dalla sua bara polverosa con la forza d’un leone e la delicatezza d’una madre.
Così, con queste poche parole rotte dall’emozione, Vittorio, curvo per gli anni, coi capelli bianchi ma ancora folti, molti anni dopo aveva raccontato ai suoi concittadini quei tragici momenti. Poi aveva aggiunto in un soffio:
Luigi si salvò, ma all’ultimo momento un nuovo, imprevedibile crollo schiacciò Ahmed sotto una valanga di massi.
La cerimonia era giunta alla fine. Il sindaco aveva ormai scoperto la lapideminatore%20salentino%20monumento che rammentava ai racalini il sacrificio dei loro minatori e l’eroismo del Ahmed
Luigi, diceva Vittorio, quel giorno uscì vivo dalla miniera perché Ahmed il marocchino, che aveva un cuore immenso, non ci pensò due volte e si giocò la pelle. Il suo Allah gli avrà certamente riservato l’accoglienza dovuta ai santi islamici, se Maometto, lo consente o quella che attende i più grandi sultani. Anche Luigi se n’è andato anni fa, ma il suo sogno s’è avverato e i suoi mobili hanno fatto il giro del mondo. Il Belgio fu duro con noi, ma non fu mai veramente razzista. Molti dei miei compagni ci sono rimasti e vivono bene.
Era stanco Vittorio e, dopo tanto lottare e penare per quella lapide, non si sentiva davvero felice. I suoi occhi neri e irrequieti non correvano più a cercare chissà cosa e gli applausi affettuosi dei concittadini non cancellavano un velo di tristezza dallo sguardo che s’era fatto mesto. A pesargli non erano i ricordi. I conti col passato quadravano tutti e la vita non era stata avara. Gli pesava il presente, questo nostro tempo più duro e feroce della “mina” e certamente indegno del suo amico Ahmed. Come un eterno immigrato, Vittorio si sentiva straniero a casa sua.
Forse avrei fatto meglio a restarmene in Belgio, mormorò tra sé, e si avviò verso casa rimuginando. Chissà che avrebbe detto Luigi. Il figlio, invitato più volte a Racale per la cerimonia, s’era inventato mille scuse e alla fine non s’era mosso dal Trevigiano. Vittorio e il suo paese, quel piccolo paese del Sud con la sua lapide e il suo marocchino, non facevano parte dell’orizzonte di un sindaco leghista.

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