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napolitano-con-renziLascio agli specialisti l’analisi del voto, ma non rinuncio a richiamare una regola generale: gli intellettuali di regime non propongono ipotesi da verificare nei fatti; ricevono dal potere che li ha sul libro paga una tesi da far passare e si studiano di dimostrarla. Se necessario, contro l’evidenza dei fatti. Valgano per tutti l’esempio di nullità come l’onnipresente Paolo Mieli, che continua a fare di Renzi una sorta di “leader rosso”, sicché la vittoria del no è “un meteorite caduto sull’intera sinistra”, o il delirante Vittorio Sgarbi che, con virulenza fondata su chiacchiere, chiarisce la tesi di fondo: Renzi ha vinto. Senza usare toni da squadrista cui fa ricorso Sgarbi, ogni volta che si può, qualche “analista indipendente” fa passare l’idea: esistono solo un fronte del sì e uno del no. Il primo, pur apparentemente battuto, ha una sua compattezza e potrebbe guidare il Paese nonostante l’esito del referendum, l’altro, che ha vinto sulla spinta forte dell’antipolitica, era e resta disgregato e impossibilitato a diventare forza di governo. Come se milioni e milioni di elettori si fossero espressi, andando dietro a Salvini, Berlusconi e Renzi – la “politica” – e tutti gli altri avessero “votato contro”, senza avere nulla che li tenga uniti.

In realtà, il primo dato che emerge chiaro dal referendum, racconta una storia completamente diversa. Il referendum l’hanno perso assieme Renzi e l’élite osannata dall’ex giovane fascista Napolitano e l’hanno vinto soprattutto milioni di italiani che, disgustati dalle esternazioni dell’ex Presidente e dalle indicazioni dei cosiddetti “leader”, non andavano più a votare, ma stavolta l’hanno fatto. La scelta di votare è per sua natura  politica e ti dice che gli elettori sanno benissimo che l’antipolitica oggi è incarnata soprattutto da personaggi come Renzi. La gente ha votato perché ha colto il carattere alternativo e ultimativo della sfida e la possibilità di assestare un ceffone alla sedicente classe dirigente. No a Salvini, no a Brunetta, no a Renzi, no a Verdini, che non hanno alcuna legittimità per rappresentarla. In questa scelta, che si vorrebbe di “pancia”, c’è invece un dato politico che riguarda proprio quella Costituzione, che si tende ormai a far sparire; il referendum sullo Statuto del ’48 ha restituito per una volta la “sovranità” in mano al popolo, e l’elettore ha voluto esercitare questo suo diritto nella consapevolezza piena di poter dire la sua in modo decisivo. Non si trattava di un voto “inutile”, tanto poi fanno il governo come gli pare. Qui non c’erano carte da imbrogliare, sicché il voto referendario aveva un alto valore “rappresentativo”; il referendum è diventato così il “partito che non c’è più”, l’organizzazione che si fa interprete di bisogni, speranze, dissenso, rifiuto della disoccupazione e della precarietà. In questo senso, quindi, un voto “costituzionalissimo”. Nella tesi minimalistica e del tutto astratta, assegnata dal potere ai suoi intellettuali, il no è diventato, invece, “meridionale” nel senso più deteriore della parola, conservatore e quasi “monarchico”, come ai tempi del referendum istituzionale del 1946.

Una lettura comoda, ma totalmente falsa e fuorviante. Intanto perché Milano non è più – ammesso che lo sia mai stata – la “capitale morale” del Paese. Mai come oggi essa è la capitale dei privilegi e uno dei gangli vitali dell’intreccio tra politica e malaffare. Meridionale, poi, oggi significa soprattutto volontà di riscatto e di emancipazione  – questo è forse il senso profondo del no – e Napoli è, in questo senso, molto più avanti di Milano. A ben vedere, i risultati del 4 dicembre contengono anche segnali forti di un voto di classe, come dimostrano il rilievo che ha assunto nella battaglia il “no sociale” e la collocazione nella trincea del no di quella “borghesia progressista”, stavolta sì lombarda in senso “turatiano”. Una borghesia che ha contestato al progetto delle banche, della finanza e dell’ala più reazionaria del padronato, il significato stesso della parola che ha malaccortamente definito il pasticcio Boschi:  riforma. La sedicente nuova Costituzione era tutto, meno che “riforma”. Nella cultura e nelle radici storiche della borghesia progressista, una riforma o contiene una forte carica popolare e allarga la partecipazione e i diritti, o è strumento della reazione.

Naturalmente gli “intellettuali organici” si stanno sforzando di negare il dato più lampante di tutti: il no non avrebbe mai vinto, se non avesse portato con sé la consapevolezza che solo tenendo fermo l’impianto della Costituzione così com’è si potranno rimettere in discussione il Jobs Act, la Buona Scuola, l’abolizione dello Statuto dei Lavoratori e il pareggio di bilancio; in altri termini, le leggi di una dittatura del capitale finanziario che nasce a Bruxelles e giunge a Roma, provincia di un nuovo Reich. Tocca ai movimenti che hanno conseguito questa vittoria federare interessi e costruire un programma politico, che si proponga l’abolizione delle peggiori leggi di questi ultimi anni e si colleghi a ogni altro movimento che nell’Europa contemporanea dà battaglia alla reazione. C’è una “internazionale del Capitale”, occorre tornare all’internazionalismo delle classi lavoratrici. Per riuscirci, bisogna allargare la rete dei rapporti con i movimenti di altri Paesi, per affrontare e vincere, nello specifico della nostra realtà, la battaglia delle idee contro il “pensiero unico” e costruire progressivamente quella politica per il potere.

Fuoriregistro, 7 dicembre 2016 e Agoravox 8 dicembre 2016

 

1451981796295-jpg-giorgio_napolitanoLa sinistra che non c’è ha cancellato dalla vita politica il golpista Renzi. Napolitano, traditore della Repubblica, uomo del malaffare e dei rapporti osceni tra politica e mafia è già condannato, ma un processo occorrerà farglielo in un Tribunale della Repubblica.

Travolti! Era scritto. La storia dirà che un’ambizione senza qualità produce un disastro.

Cadono per mano di un popolo che non trova rappresentanza; li schianta il voto di chi non vota più e normalmente si astiene. Li manda a casa chi chiede riferimenti per spazzar via provvedimenti e accordi più illegittimi di chi li ha voluti: Jobs act, Buona Scuola, Sanità, pareggio di bilancio in Costituzione, Europa delle banche. E’ la vittoria della politica sull’antipolitica, che in Italia si chiama soprattutto PD.

E’ un primo passo. Diamoci un’organizzazione e procediamo. La strada è lunga e accidentata, ma abbiamo avuto la prova che il traguardo è a portata di mano.

 

terracini-costituzioneCi siamo portati appresso la zavorra rivoluzionaria che “il mondo non si cambia con il voto“…
Abbiamo fatto i conti con i moderati del no, dai toni politicamente corretti, che somigliavano a un ni e hanno fatto un regalo grandissimo al sì…
Abbiamo dovuto aprire ogni volta, dicendo ai compagni che “noi mica ci difendiamo la Costituzione del ’48…“, facendo un altro regalo a gratis al fronte del sì…
Ora che, a quanto pare, la compravendita sta funzionando bene e il No ce lo danno perdente sul filo di lana, che fate? LO LEVATE IL CULO DALLA SEDIA E ANDATE A VOTARE NO?

adamo_ed_eva-copia-2Ieri sera ultimo atto, per me, di una campagna referendaria che il fronte del No ha impostato male e condotto peggio, contro i promotori del sì che hanno adottato la regola aurea della propaganda nazista: una menzogna mille volte ripetuta diventa verità.

Bisognava mettere nel conto la slealtà, l’inganno utilizzato metodicamente per disinformare, la calunnia per delegittimare, il voto di scambio e soprattutto le difficoltà di una battaglia tutta virtuale, in cui le televisioni avrebbero fatto la parte del leone. Non so perché, ma il fronte del NO ha messo nell’ombra l’argomento più forte e inoppugnabile che spiega le ragioni della scelta: questo Parlamento di nominati non ha la legittimità morale e politica per mettere mano alla Costituzione.
Lo ripeto qui, ormai alla vigilia di un voto che potrebbe segnare la storia del Paese: il PD è un partito reazionario, Renzi un pericoloso avventuriero e la “sua” Costituzione crea uno Stato autoritario. Votare no a questo punto diventa l’ultima vera possibilità di riprendersi per vie ordinarie i diritti che ci hanno tolto: lavoro, salute, formazione e partecipazione. Se passa il sì, saremo ufficialmente ridotti in servitù.

Ieri quello che sta accadendo nel Paese, ciò che in buona parte è già accaduto, il fanatismo stupido da squadristi, il disprezzo per la cultura, l’incapacità di leggere la realtà con spirito critico, la faziosità e la sottile violenza del linguaggio si toccavano con mano. Non è stata una serata facile e questo me l’aspettavo, ma si è andati ben oltre le normali difficoltà di un dibattito duro tra posizioni contrapposte. Più che una discussione, è stata una trappola. Devo dire che in trincea con me, Francesca Menna, consigliera comunale dei 5 Stelle a Napoli, si è dimostrata decisa e brava. Pensavano di intimidirci, ma alla fine si sono trovati in grande difficoltà. Il punto, però, è che il processo di decomposizione del Paese è giunto ormai ben oltre il livello di guardia. Che il PD sia un pilastro della reazione è chiaro da tempo. La profondità della ferita inferta al tessuto democratico del Paese e alla capacità critica della popolazione, però, è spaventosa e ben più grave di quanto siamo in grado di percepire. C’è una sorta di dissociazione tra premesse e conclusioni. Mi ha colpito un giovane che ha riconosciuto pubblicamente la totale illegittimità morale e politica del Parlamento e contemporaneamente ha continuato a dichiararsi per il sì, senza sentirsi in contraddizione con se stesso. La verità è che tutto il ragionamento del sì è costruito sulla trappola del “merito”. Se rifiuti di accettare quel terreno di scontro e sposti il ragionamento sulla questione di fondo – non potevate farlo – improvvisamente gli esponenti del fronte del sì appaiono smarriti e gli mancano gli argomenti. Era la via da battere sin dall’inizio di questa infelice compagna referendaria, ma non si è voluto. Ora è tardi per recriminare.

Votiamo No, spieghiamo agli incerti i rischi che corriamo e speriamo vada bene.

15220018_1285189078199577_2884773063462041954_nPiccola, necessaria precisazione. Scrivo (scrivevo) sul Manifesto e gentilmente la redazione di Napoli di Repubblica mi ospita, ma non sono un giornalista. Dall’università me ne sono andato sbattendo la porta dopo la riforma e non mi sono pentito.

S.P.Q.R

spqrSopravvissuto nonostante tutto alla strage annunciata – la rottamazione dei vecchi, colpevoli di vivere ancora, quindi costare troppo e perché no? scippare risorse ai giovani – vorrei ricordare al pupo fiorentino una di quelle verità universalmente riconosciute, che non hanno bisogno di consensi referendari e sono alla portata di intelligenze più o meno ordinarie come la sua: ci sono giovani nati irrimediabilmente vecchi – lui e la ministra Boschi sono in tal senso un esempio davvero luminoso – e c’è chi non invecchia perché è giovane dentro.
Renzi e Boschi lo ignorano – il curatore d’immagine americano è un disastro e non glielo ha detto – ma chi conosce la storia e la tradizione culturale e politica dell’Occidente, sa che un’assemblea di vecchi fu la trave portante della Repubblica Romana. Una lezione ricca di luci e ombre da cui, nel bene come nel male, il mondo non smette di imparare nemmeno dopo millenni. S.P.Q.R., Senatus Populusque Romanus, si legge ovunque un marmo o un coccio ricordino un’antica e vitale civiltà. Senatore era colui che giungeva al massimo grado della vita politica dopo il cumulo di esperienze che rendevano l’età una virtù: il cursus honorum. Un senatore aveva ricavato dal suo percorso obbligato una formazione a tutta prova: tribuno militare, con almeno dieci anni di servizio, Questore, Edile, Pretore, Censore, Console. Superati con onore questi traguardi, e solo con onore, si poteva entrare in Senato. Una questione di merito, che certo, dati i tempi, diventava di classe. Ma l’esempio resta valido.
Per riformare il Senato e non trovarsi davanti Razzi e Verdini, sarebbe stato necessario partire da qui, dall’istituzione di un cursus honorum, previa attuazione concreta di quel diritto alla parità tra le classi garantito dalla Costituzione che Renzi pensiona. Il pilota conta quanto e più del motore, ma in questo senso non c’era speranza. Provate a ricostruire sulla base di documenti il cursus honorum degli autori della nuova Costituzione della Repubblica e scoprirete con orrore che Renzi nella vita ha alle spalle due insignificanti esperienze di amministratore locale, una delle quali in una vituperata e ormai disciolta Provincia, cui segue una presenza da sindaco troppo zotico e culturalmente indigente per una città come Firenze, che lo ricorda ancora con timor panico. In quanto a mademoiselle Boschi, tutto quanto ha saputo fare nella vita pubblica è un’annuale interpretazione della Madonna in non so bene quale paesello toscano e ci sono fondati motivi per credere che l’autentica signora celeste non l’abbia presa gran che bene.
E’ con questo folgorante passato che i due intellettuali si sono messi all’opera e hanno scritto la nuova Costituzione della Repubblica italiana, mandando in pensione Calamandrei e compagni. Ogni giorno qualcuno mi invita a entrare nel merito del testo. In quale merito? Il merito è questo: due analfabeti.
Voterò no al referendum del 4 dicembre e invito gli indecisi a seguirmi. Non possiamo affidare il nostro futuro – e soprattutto il futuro di quelli che verranno dopo di noi – in mano a questa gente. Boschi e Renzi non hanno scritto una parola di questa vergogna che qualcuno si ostina a chiamare Costituzione. Hanno messo la firma. Il lavoro sporco l’ha fatto chi ogni giorno ci ruba diritti e democrazia. Ladri di futuro, nascosti nell’ombra.
Votiamo no. Dimostriamo che non siamo pecore che si lasciano portare al macello.

images-1Arrangiandosi con il vocabolario povero di cui dispone, Saviano scrive, liquidatorio e sprezzante, che è «Morto Fidel Castro, dittatore».
Alle Idi di Marzo del 44 a.C. si sarebbe ripetuto – «Morto Giulio Cesare, dittatore» – ma avrebbe lasciato nell’ombra il problema storico costituito da Bruto e Cassio, le domande senza risposta, i dubbi e la complessità del tempo di cui erano figli. Le differenze profonde, i contesti, il segno lasciato nella storia, non contano nulla.
Saviano è il prodotto più riuscito di un imbroglio che il capitale non a caso ha chiamato «morte della storia». Lui non ragiona e non vuole far ragionare. E’ nato in provetta, da un esperimento che l’ha voluto così com’è nelle parole che scrive: olio che scivola sull’acqua.

Fuoriregistro, 26 novembre 2016; Agoravox, 29 novembre 2016