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bloccatiIl Governo Renzi-Napolitano al lavoro, ma non c’è da stupirsi: autobus fermati a Sud di Roma, perquisizioni umilianti, identificazioni…
Un anticipo dell’Italia cilena.
L’avete capito perché dobbiamo votare no? Perché l’Italia di Renzi è già una infinita vergogna. Ecco il breve ma incredibile video.

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Da: Gaetano Colantuono
Data: Domenica 18 settembre 2016
A: Giuseppe Aragno
Oggetto: I no

Professò a te dedicato:

SONO I NO CHE CI FANNO CRESCERE, MATURARE, IMPARARE, MANTENERE LA DIGNITÀ  – ULTIMA SPERANZA ANCHE PER CHI È SCONFITTO.

SONO I NO CHE ASSUMONO IL VALORE DI TANTI SÌ IMPLICITI.

SONO I NO CHE ABBIAMO DETTO E AGITO A COSTRUIRE LA NOSTRA PERSONALITÀ.

Gaetano Colantuono

resistenzaCi avviamo al referendum sulla Costituzione in una sorta di eclisse totale della democrazia. Renzi non difende il diritto al lavoro, non crea condizioni che lo rendano concreto, non allenta i freni che limitano la libertà e l’eguaglianza effettiva tra cittadini, non aiuta lo sviluppo della persona umana e la partecipazione dei lavoratori alla vita politica, economica e sociale del Paese. Si muove nel senso opposto: vara il Jobs Act per colpire il lavoro, la legge 107 per distruggere la scuola e difende il pareggio di bilancio, cancellando lo stato sociale. E’ perciò che non pensa a cambiare il codice fascista, vitale contro la tempesta che semina, ma vuole cambiare la Costituzione antifascista. Pensa di legittimare un Governo autoritario ed eseguire il compito che Napolitano e Draghi gli hanno assegnato: «fare le riforme», come «chiede l’Europa».
Dai tempi della Costituente sono trascorsi settant’anni. La Repubblica ripudia la guerra, ma i nostri aerei bombardano città inermi; garantisce la libertà di pensiero, ma gli scrittori sono trascinati davanti ai giudici per reati di opinione e i giornalisti, sgraditi a chi comanda, rimossi; la Repubblica si fonda sul lavoro, ma il lavoratore è messo alla porta quando piace al padrone. Come ignorare che, votando contro l’inserimento del diritto di resistenza nella Costituzione, Mortati osserva che quel diritto

«trae titolo di legittimazione dal principio della sovranità popolare perché questa, basata com’è sull’adesione attiva dei cittadini ai valori consacrati nella Costituzione, non può non abilitare quanti siano più sensibili a essi ad assumere la funzione di una loro difesa […] quando ciò si palesi necessario per l’insufficienza e la carenza degli organi ad essa preposti».

Dimenticare tutto questo, fingere che un referendum possa trasformare un abuso in diritto e legittimare un Parlamento compromesso è avventato e la disobbedienza va messa nel conto. Il diritto di resistenza ha radici lontane. Dall’assassinio di Ipparco deriva il mito fondante della democrazia, nata come antitesi della tirannide; resistendo all’Impero che impone la guerra, mentre la legge di Dio ordina di non uccidere, i cristiani vanno a morte ma trionfano; San Tommaso giustifica la resistenza se il Principe viola l’ordine divino; in nome del diritto di resistenza, Bruto pugnala Cesare e la disobbedienza di Gandhi è resistenza.
Giuliano Amato, giudice costituzionale, dopo i moti del 1960 contro il Governo Tambroni, spiega che i poteri dello Stato-governo «non fanno capo originariamente ad esso, ma gli sono trasferiti […] dal popolo», sicché essi vanno esercitati in «permanente conformità dell’azione governativa agli interessi in senso lato della collettività popolare». Qualora, invece, lo Stato, «partecipe dell’azione eversiva», compia «atti difformi dai valori e dalle finalità fatti propri dalla coscienza collettiva ed indicati nella Costituzione», è «legittimo, il comportamento del popolo sovrano che ponga fine alla situazione costituzionalmente abnorme». Sia storicamente, quindi, come dimostra la Resistenza, sia giuridicamente, come afferma persino un moderato come Amato, la questione della legittimità è centrale per la vita politica del Paese.
Sulla Costituzione, Gaetano Arfè, scrisse parole che sono il testamento morale di un vecchio partigiano e di un grande storico. Renzi farebbe a sforzarsi di capirle.

«Non intendiamo dire: […] la Costituzione non si tocca! Ma possiamo e dobbiamo essere noi a ricordare che una Costituzione, un patto solenne nel quale tutto un popolo si riconosce, non può aver vita se non come espressione di un movimento che abbia radici nella storia: tale fu […] la nostra Costituzione. E possiamo e dobbiamo essere noi a dire che sarebbe inaccettabile una revisione della Costituzione che fosse l’espressione dell’Italia dei politici d’avventura e delle istituzioni impazzite […], su uno sfondo di […] delinquenza comune assurta al ruolo di antagonista dello Stato. La battaglia per la riforma dovrà essere al tempo stesso battaglia per un ordine di principi morali nel quale la stragrande maggioranza del paese possa riconoscersi: o sarà un disastro per tutti».

Tutti noi, poi, parlando di Costituzione, dovremmo leggere attentamente queste bellissime parole:

«Tutti i tedeschi hanno diritto di resistere a chiunque tenti di rovesciare questo ordinamento, qualora non vi sia altro rimedio possibile».

Così recita il comma 4 dell’articolo 20 dell’attuale Costituzione di quei tedeschi che citiamo ad esempio solo se ci torna comodo. Mi piace credere che siano nate sui nostri monti, negli anni della Resistenza. I tedeschi, a cui i partigiani furono d’esempio, appresero forse da loro la lezione che noi abbiamo colpevolmente dimenticato.

downloadLe parole grondano storia e perciò sangue, dolore e ingiustizia sociale. Quando dici filisteo, per esempio, non pensi più semplicemente al figlio di un antico popolo indoeuropeo che viveva lungo la linea del mare nella terra di Canaan, là dov’è oggi più o meno la sventurata striscia di Gaza. Quella gente, che ormai non c’è più, vive ancora in una parola che la condanna a un’infamia per ciò che è stata nell’immaginario collettivo. Filisteo fu Golia, il guerriero gigante che aveva dalla sua le ragioni della forza e le metteva in campo con ferocia per schiacciare la forza della ragione e la rive indicazione dei diritti. Filisteo fu Golia, il gigante senza pietà, che sfidava gli oppressi:

  • – La libertà che volete è sulla punta della mia spada, diceva, e la ragione non c’entra. Se davvero desiderate di essere liberi, venite a provare la mia lama.

Una sfida infernale che pareva perduta in partenza. Golia aveva armi, forza, potere, leggi scritte e non scritte e gli era complice un mondo. Due metri di muscoli addestrati alla guerra e tutto intero un sistema di potere schierato a suo favore. Quante volte vinse? Quante volte morsero la polvere le ragioni del diritto e l’umanità coraggiosa e dolente degli sfidanti? La storia non lo dice, ma oggi, quando dici Golia, dici filisteo e vuoi dire “gretto, reazionario e vigliacco. Borghese, nel senso peggiore della parola.
Marchionne è il filisteo del secolo nuovo. Vecchio come la storia, tragico come il mito, eterno nella vergogna. Quello d’un tempo fini nella polvere con una sassata ben assestata. Lo uccise Davide con una fionda e lo condannò alla sconfitta.
Se Mimmo Mignano e i suoi compagni sono destinati a perdere o a trovare la fionda e il colpo per mettere in ginocchio l’ultimo filisteo, non dipende solo dal loro coraggio e dalla pietra aguzza che tireranno.  Quando Davide giunse al campo per sfidare il gigante ottuso e arrogante, ci trovò un esercito di fratelli armati che gli fece coraggio. Mignano ha bisogno di compagni che smettano di sentirsi piccini perché sono in ginocchio. Compagni che si alzino in piedi e facciano quadrato, mettendo mano alla loro storia e alle loro risorse. Mignano è di Napoli e la città sarà davvero «ribelle» solo quando metterà in campo per loro tutto quanto la nostra storia ci ha insegnato: la solidarietà, il mutuo soccorso e la disobbedienza. Da troppo tempo diciamo che le regole imposte con la forza di un potere illegittimo vanno disattese. Bene. Un sasso alla fionda allora lo possiamo mettere ancora: portiamo in piazza ogni giorno la protesta per la difesa della Costituzione e ignoriamo le leggi filistee: basta con i patti di stabilità, basta con i pareggi di bilancio, basta con i divieti di assunzione. E se dovessimo perdere il referendum, basta con tutto, anche con le tasse pagate a Roma. Nessun soldo, nessun sì, nessuna regola che non sia la nostra. Abbiamo ancora un sasso: tiriamolo forte e tiriamo diritto.

 

referendum-640x413Ieri a Napoli Renzi si è presentato come la controfigura del duce, circondato dai ras e protetto da teppisti in divisa, che hanno scambiato l’Italia per una repubblica delle banane. Ancora una volta gli è andata male, ma è troppo ignorante per sapere che al suo penoso modello non andò meglio quando giunse alle Cotoniere Meridionali, a Poggioreale, e fu accolto dal silenzio ostile dei lavoratori.

Ieri il sindaco non gli ha voluto parlare e oggi la stampa dei padroni, la sola che c’è da noi, e i papalini più papalini del Papa, tirano fuori dall’armamentario delle scemenze le solite chiacchiere sull’isolamento e sugli interessi della città traditi. Lo sanno tutti, ma fingono di non saperlo: a Renzi di Napoli non importa nulla e se De Magistris gli parlasse, non cambierebbe niente. Renzi vuole assicurare affari sporchi agli amici e tenterà di far fuori De Magistris comunque. Se parleranno o se staranno zitti.

Renzi è un analfabeta di valori, ambizioso e avido di potere. Non è legittimamente Presidente del Consiglio. Non può esserlo. La sua maggioranza, come tutti gli attuali parlamentari, ha sulle spalle il peso di una sentenza della Consulta: la legge elettorale che li ha condotti in Parlamento è incostituzionale. De Magistris non sbaglia se rifiuta il dialogo,. L’errore, se un errore c’è, è che non glielo dice chiaro. Questo sarebbe rovesciare il tavolo: dirgli chiaro, che non lo riconosci, perché non ha alcuna legittimità. Non si tratta di accettare il dialogo. Qui è in discussione la legalità Repubblicana. Bisognerebbe che questo fosse chiarissimo. Napoli non riconosce abusivi e portoghesi. E bisognerebbe andare al referendum su questa linea: no a un imbroglione e ai suoi servi nominati. In quanto ai numeri dell’opposizione, non decidono ragioni e torti. Anche gli antifascisti erano minoranze sparute, ma avevano ragione. Chi ha a cuore la democrazia, non consigli al sindaco un inutile realismo e non tiri fuori gli interessi della città e di noi napoletani, che non abbiamo bisogno di dialogare con cialtroni e proconsoli della troika. Dovesse cedere, De Magistris farebbe male a se stesso, alla città e al Paese. Aiutiamolo a tenere duro, convinciamolo a fare una campagna per il No e vinciamo il referendum. È l’ultima spiaggia. Avanti così allora, e basta divisioni tra gruppi, perché indietro non si torna. Abbiamo un appuntamento: il referendum. Andiamoci uniti e mandiamo a casa questi banditi.

copsanzioniDal 1890 al 1930, grazie al Codice Zanardelli, le norme per oltraggio, violenza e minaccia a pubblico ufficiale non si applicano, se il pubblico ufficiale ha causato la reazione abusando del suo potere. La prassi delude le attese, ma il problema storico del diritto di resistenza trova un riconoscimento legale, che il codice Rocco cancella e la Costituente ripropone. Il secondo comma dell’articolo 50, oggi 54, firmato da Dossetti, afferma, infatti, che «quando i poteri pubblici violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla Costituzione, la resistenza all’oppressione è diritto e dovere dei cittadini».

Dopo le violenze di Crispi, la reazione del 1898, la «dittatura parlamentare» di Giolitti e il fascismo, il problema è così sentito, che i conservatori battono l’antifascismo «rosso» solo perché la DC vota con repubblicani e liberali, ma il dibattito è ancora attuale. Si prendano per esempio le parole lontane da un’assemblea nata dalla Resistenza con cui Orazio Condorelli mette agli atti il suo no:

«questo diritto di resistenza, che si manifesta attraverso insurrezioni, colpi di Stato, rivoluzioni, non è un diritto, ma la stessa realtà storica […]. Sono fatti logicamente anteriori al diritto».

Grazie alla «continuità dello Stato», uomini come Condorelli, internato dagli Alleati per la sua vicinanza al partito fascista, sono inseriti nel cuore della repubblica antifascista. Invano il democristiano Umberto Merlin ricorda che anche per San Tommaso

«il regime tirannico non è giusto, perché non è ordinato al bene comune ma al bene privato di colui che governa. Per tale ragione, il sovvertimento di questo regime non ha carattere di sedizione».

Benché il Vaticano, con i Patti del Laterano, abbia accolto il codice Zanardelli, i cattolici ripudiano Tommaso e i liberali tradiscono se stessi. Spiegando il suo voto contrario, infatti, Colitto assolve inconsapevolmente i carcerieri di Pertini e Gramsci affermando che

«qualunque sia il motivo da cui un cittadino possa essere indotto a disobbedire alla legge, legittimamente emanata, quel cittadino deve sempre essere considerato un ribelle e trattato come tale».

E’ Mortati a chiarire il senso del no: il dissenso non è sul merito del problema, ma sul metodo. Infatti, afferma il giurista,

«non è al principio che ci opponiamo, ma all’inserzione nella Costituzione di esso, e ciò perché a nostro avviso […] mancano nel congegno costituzionale i mezzi e le possibilità di accertare quando il cittadino eserciti una legittima ribellione al diritto e quando invece questa sia da ritenere illegittima».

Il comma non passa, ma la Costituente, che senza la Resistenza non sarebbe nata, non ritiene inammissibile il diritto alla resistenza contro l’oppressione, manifestazione del principio di quella sovranità popolare, che il divieto di ricorrere alla resistenza quale ultimo mezzo per ristabilire la legalità violata svuoterebbe di contenuti reali.
Mancano studi seri sul prezzo che la repubblica paga al principio della «continuità dello Stato», ma sappiamo che le conseguenze furono devastanti. Persino gli scienziati firmatari del Manifesto sulla razza conservano, infatti, cattedre e peso sociale. Gaetano Azzariti, presidente del Tribunale della razza, diventa Presidente della Corte Costituzionale, dove c’è il camerata Luigi Oggioni, Procuratore Generale della Repubblica di Salò. Non va peggio a Carlo Aliney, autore della legislazione razziale e capogabinetto all’Ispettorato della razza, promosso Consigliere di Corte d’Appello, Procuratore della Repubblica e giudice di quella Cassazione, di cui è Procuratore Generale Vincenzo Eula, che ha condannato Pertini, Parri e Rosselli per l’espatrio di Turati. In quanto alle forze dell’ordine, il capo dell’Ovra, Guido Leto, diventa direttore tecnico delle scuole di quella polizia che conferma tutti i funzionari fascisti, anche Marcello Guida, carceriere di Pertini e Terracini a Ventotene. A Milano, nel 1969, è lui il Questore, quando la pista fascista per la strage di Piazza Fontana è ignorata e Pino Pinelli «suicidato». Perché stupirsi se, dopo la vergogna di Genova nel 2001, De Gennaro, capo della polizia ai tempi della Diaz, è nominato sottosegretario di Stato con delega alla sicurezza e Spartaco Mortola, che a Genova guida la Digos, diventa Questore e comanda le cariche in Val di Susa?
In quanto alla Magistratura, mai epurata, si copre di vergogna, avviando una persecuzione feroce contro i partigiani; il 30 giugno 1946, sette giorni dopo la sua emanazione, ha applicato l’amnistia Togliatti a 7106 fascisti e 153 partigiani. Secondo dati approssimati per difetto, si giunge a 2474 fermati, 2189 arrestati e 1007 condannati, ma è certo che, tra il 1948 e il 1950, 15.000 oppositori politici sono condannati a 7.598 anni di carcere. La media supera quella del ventennio fascista. Nel 1966, quando gli effetti del Codice Rocco, sopravvissuto al regime, si trasformano in 12.981 lavoratori e 2.078 lavoratrici «perseguitati politici» in età repubblicana, diventa chiaro che l’Italia non ha mai fatto i conti con il fascismo.
Da un po’, negli archivi degli ospedali psichiatrici giudiziari spuntano fascicoli di partigiani che vi furono sepolti per la loro «pericolosità sociale», una formula indefinita, utilizzata da Rocco per colpire gli esponenti del dissenso e i comportamenti incompatibili con il modello fascista. Sciaguratamente lasciato in vita, il codice Rocco inchioda il controllo sociale al concetto di pericolosità e la giustizia penale è così securitaria e repressiva, che mentre la vita di una persona uccisa per omicidio colposo «vale» da 6 mesi a 5 anni di carcere, – quante morti bianche impunite! – il vetro di un bancomat, sfondato a calci in una manifestazione, diventa «devastazione e saccheggio», vale ben più di una vita e dal 2012 un ragazzo lo paga con 14 anni di galera. L’obiettivo è chiaro, ma calpesta i principi della Costituzione: difendere le classi dominanti. Costi quel che costi, anche una mostruosa sproporzione tra pena e reato. La pena è sempre abnorme quando si tratta di una «persona socialmente pericolosa», anche se il reato non c’è e l’imputato non è tecnicamente colpevole: paga, perché è un intralcio per il potere, perché un sistema giuridico che utilizza basi pseudo-scientifiche, consente ogni discriminazione sociale, politica, etnica, culturale o religiosa e colpisce individui e gruppi incompatibili con il pensiero dominante. Il fascismo lo utilizzò come arma per colpire il dissenso, i governi neoliberisti, osserva Giuliano Balbi, puntano contro disoccupati, lavoratori ridotti a servi, emigranti, emarginati, homeless, prostitute di strada, autori di graffiti, lavavetri ai semafori, vagabondi, tossici e adolescenti delle periferie, prove viventi degli esiti disastrosi delle politiche di governi come quello di Renzi, che producono solitudine, povertà, esclusione e disperazione.

14199400_886831634756834_717767921063507902_nNoi siamo ancora piccoli e non abbiamo chissà quali mezzi – tutte le nostre attività si basano sulla cooperazione e l’autofinanziamento, le libere donazioni e nessuno scopo di lucro – perciò tv, radio, giornali, spesso c’ignorano! Se ognuno di noi contattasse amici, parenti, conoscenti, che lavorano nel settore e fargli conoscere questa tre giorni potremmo essere più efficaci! Vedete voi che si può fare…noi v’aspettiamo il 9! :)

Je So’ Pazzo Festival, 9-11 settembre. Costruiamo Il Potere Popolare!

Da venerdì 9 a domenica 11 settembre all’ Ex OPG “Je so’ pazzo” di Napoli si svolgerà una tre giorni di dibattiti, workshop, cene, mostre, stand, teatro e concerti.

Saranno circa 50 le realtà collettive che vi prenderanno parte, arrivando da tutta Italia e non solo: sindacati, associazioni, centri sociali, comitati, coordinamenti di lavoratori, collettivi politici e studenteschi, radio indipendenti…

Tra gli ospiti saranno presenti Nicoletta Dosio (movimento NO TAV), Alp Altinörs, vicepresidente dell’HDP (partito della sinistra turca), Luigi de Magistris (sindaco di Napoli), Anna Falcone (avvocato), Giuseppe Aragno (storico), con cui si affronteranno diversi temi: riforma costituzionale, lavoro, immigrazione, mutualismo, cultura e formazione, potere popolare in Europa e nel mondo.

Peppe Servillo & Solis String Quartet si esibiranno in concerto il venerdì sera dalle ore 22:00, preceduti da proiezioni su Napoli dagli anni ‘80 ai giorni nostri (a cura di Immaginaria – sentieri e visioni su Napoli)

Pietra Montecorvino e gli Slivovitz si esibiranno sabato dalle ore 22:00, preceduti dallo spettacolo l’ “ABC della guerra” di Brecht (a cura del Teatro Popolare dell’Ex OPG “Je so’ pazzo”)

L’obiettivo è quello di far conoscere una Napoli ricca di potenzialità: la città e le suo patrimonio artistico, il suo cibo, la sua musica, ma soprattutto i tentativi che si stanno facendo qui per uscire da questa crisi che ci sta massacrando.

Un festival adatto a persone di tutte le età, anche con percorsi e storie diversi, accomunate però dalla voglia di cambiare questo Paese e costruire, dal basso, qualcosa di serio, di incisivo, che possa da subito ottenere dei risultati tangibili!