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Ho letto e riporto qui una di quelle note incantate di Viola Carofalo, da cui tra l’altro emerge in pochi efficacissimi tratti la figura di un uomo ormai anziano che non è né comprimario, né protagonista. Come al solito al testo facevano seguito riflessioni e commenti attenti e talora pregevoli e ho sentito anch’io il bisogno di dire la mia.
Noi vecchi  – e non per merito nostro – abbiamo avuto la buona sorte di vivere un tempo molto diverso da quello attuale. Una «primavera della storia», dopo l’inverno gelido del fascismo. Erano anni difficili, in cui, tuttavia, si poteva sognare e lottare per conquistare diritti. Noi sognammo e diritti ne conquistammo.  Le stagioni però cambiano e non ce ne accorgemmo. Trascorsi rapidamente l’estate e l’autunno, la nostra esperienza si è conclusa con una grave responsabilità collettiva:  non abbiamo saputo evitare che tutto giungesse al punto in cui siamo. Ai giovani purtroppo lasciamo Salvini, Di Maio e un nuovo e forse più terribile inverno della storia.
Credo che sbaglieremmo a fermarci, però, sui giovani e sui vecchi e nel dibattito che segue il suo intervento Viola lo intuisce. Per quanto mi riguarda, ho conosciuto e conosco vecchi decisamente osceni. Fascisti incalliti e mai pentiti, vecchi malati d’indifferenza, scaduti ai livelli più bassi dell’abiezione. C’erano e ci sono, nello stesso tempo, vecchi che gli anni hanno reso irriconoscibili, ma non hanno saputo o potuto cambiarli dentro; vecchi dai pensieri ancora giovani, che lotteranno finché potranno per cambiare il mondo. Ieri come oggi, poi, esistevano ed esistono giovani nati vecchi di dentro e di fuori. Morti e convinti di essere vivi. L’umanità non cambia, modifica però il tempo nel quale vive.  
Ecco, questi pensieri mi ha suggerito il brano che riporto. Viola ha questo di bello, per me: non scrive così, per il gusto di farlo. Ti invita a pensare.   

Viola Carofalo
13 giugno alle ore 12:00 ·
CONVERSAZIONI IN METROPOLITANA ovvero Cosa mi fa paura del decreto sicurezza bis?

https://www.facebook.com/viola.carofalo/posts/848631958869816

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Finiper-720x300Sessantamila mq, 180 dipendenti, una gestione totalmente esternalizzata,  la piattaforma logistica di Soresina (CR) rifornisce 27 centri commerciali – l’intera rete vendita Iper – dislocati in sette regioni del nord Italia e sul litorale adriatico. La filosofia sbandierata da «Iper la grande i» è semplice : trasformare un luogo comune in un luogo ideale.
«I nostri ipermercati», scrive sul suo sito l’azienda – «sono il luogo ideale in cui fare la spesa. Un’azione che non significa semplicemente acquistare, perché fare la spesa è vivere. Per questo, il nostro obiettivo è rendere la qualità accessibile a tutti, considerando l’attenzione verso di te in ogni attività quotidiana. Ci poniamo, infatti, nell’ottica di ricevere sempre stimoli migliorativi, perché riteniamo essenziale il tuo contributo a servizio del nostro personale qualificato, pronto ad assisterti in tutti i punti vendita».
Per essere più convincente la grande piattaforma fa appello al nazionalismo che va tanto di moda e attraversa trasversalmente la nostra società: «Siamo italiani e ci sentiamo italiani al 100 %».
Proprio per questo, per non smentirsi, per essere italiana al 100 %, ieri l’azienda ha chiesto e ottenuto l’intervento di polizia e carabinieri, che hanno violentemente caricato e in qualche caso ferito 170 facchini licenziati radunati per protestare con le loro famiglie davanti alla sede della società.
Cosa c’è oggi più italiano di lavoratori licenziati, diritti negati e forze dell’ordine pagate con denaro pubblico per difendere interessi privati?

Non è e non vuole essere una consolazione, però è vero: se la prendono con chi lotta e gli dà fastidio. Gli esempi sono contagiosi.
Lottiamo tutti come Giuliano Granato, con Giuliano e per Giuliano! Diffondiamo il contagio!

 

20190602_120414Tre intelligenza libere – Luana Martucci, Pasquale Napolitano, Alfredo Giraldi – tre attori di grande talento, amici stimatissimi e coerentemente alternativi, un testo prezioso recitato magistralmente nell’incantevole Chiostro di Santa Chiara: in questa lunga notte della ragione potevo sperare in una domenica migliore?
La replica il prossimo fine settimana.  Chi può se ne ricordi e non perda l’occasione. Mai come stavolta è vero: gli assenti hanno sempre torto!

 

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Maria Olandese, foto segnaletica, Aprile 1940

Di Maria Olandese ho imparato a riconoscere calligrafia e stile epistolare e non posso sbagliare: la lettera è inedita e scritta di pugno dell’antifascista. Mentre la leggo, in questa serata che va verso l’esito di una battaglia elettorale che pare lontanissima da quegli anni e non lo è, mi viene anzitutto in mente il rapporto di una spia stalinista, che Vincenzo Delehaye mi regalò, tirandolo fuori dall’«Archivio di Stato russo di storia sociale e politica».
Per Edo Padovan – spia, prima ancora che combattente di Spagna – Maria Olandese, che ha lottato coraggiosamente contro nazifascisti e franchisti, è solo «una vecchia cantatrice  di teatro che nella sua vita artistica ha viaggiato in molti paesi compreso la Russia». Se è in Spagna, a Barcellona, assieme al marito, l’avvocato Carmine Cesare Grossi, insinua la spia, è perché «da parecchi mesi cerca di sbarcare il lunario»; entrambi infatti «tengono ancora a un tenore di vita che corrisponde ai loro titoli professionali».  E non basta. I due, prosegue Padovan, non sono antifascisti, non si sono rifugiati in Argentina perché perseguitati dal fascismo e non si sono mai occupati di politica. Il fatto è, però, che mentre la spia interpreta a suo modo la realtà, la polizia fascista conferma punto per punto il loro racconto, ripetuto dalla stampa argentina, che conosce bene la storia di Maria e della sua famiglia.
Padovan non nega che in Spagna i Grossi difendano la Repubblica e che Aurelio e Renato, i figli, combattano nell’esercito repubblicano; sostiene però che in guerra i due ragazzi ci sono andati solo perché lui e i suoi compagni li hanno «sottratti all’influenza del padre». La spia non immagina che la polizia fascista ha cercato di fermarli in tutti i modi, perché sa che sono partiti da Buenos Aires con uno scopo preciso: combattere per la repubblica spagnola. Di Aurelio, che ha perso un occhio in battaglia a Teruel, dice che «non fu accettato» dai repubblicani e di Renato, che «si portò non male», preferisce ignorare il fatto che è finito in manicomio, dove i nazionalisti francesi hanno iniziato il lavoro terminato poi dai fascisti, che di fatto gli bruceranno il cervello con gli elettroshock.
Maria Olandese si occupa dei combattenti feriti e lavora per il Partito Socialista Unificato della Catalogna? Padovan l’ha già detto: è un modo per sbarcare il lunario. Carmine Cesare Grossi lavora per il Ministero della Propaganda del Governo Repubblicano e con la figlia Ada ha dato vita a Radio Libertà, che da Barcellona è giunta in migliaia di case italiane, infiammando i cuori degli antifascisti avviliti e rassegnati? Per Edo Padovan tutto è nato dal suo «meschino odio anticomunista». Sulla radio, poi, che per la spia è solo un dettaglio trascurabile, meglio sorvolare: i russi sanno bene che l’hanno messa a tacere lui e i suoi compagni.
Perché tanto odio? Perché nel campo d’internamento di Gurs, in Francia, dove sono finiti l’avvocato con i figli Renato e Aurelio, gli stalinisti si sono garantiti tutti gli incarichi e, come riferisce l’Avanti, «centocinquanta internati italiani, portoghesi e tedeschi, di diverse tendenze politiche, stanchi delle vessazioni degli stalinisti», hanno presentato «domanda al comandante del campo per essere separati da questi ultimi». E’ nata così la «nona compagnia», che la spia, che non esita a definire «famigerata».
La lettera inedita che ho ritrovato è la prova che l’odio non s’è mai spento. Maria Olandese l’ha scritta subito dopo la sconfitta dei fascisti, per chiedere alle autorità il sussidio che le spetta come ex confinata politica. Di se stessa scrive poche parole:

«fu rimpatriata dalla Francia nell’aprile 1941, rinchiusa nelle carceri di Ventotene e poi in quelle di Poggioreale di Napoli, per essere interrogata e dalla Commissione Provinciale assegnata al confino politico per cinque anni con deliberazione del 14 maggio 1941, ed inviata a Melfi (Potenza).
Durante gli anni del confino politico, nonostante il rigido inverno ed il clima di Melfi, è vissuta a circa 700 metri sul livello del mare senza indumenti idonei e senza conforto, con la sola miserabile diaria di otto lire.
Dopo il confino politico, nessuna parola, nessun atto di solidarietà, nessun conforto, pur avendo la sottoscritta lottato contro il regime fascista sin dal suo sorgere, sacrificando quanto aveva in Italia e all’estero in una lotta leale e tenace, senza secondi fini di speculazione, ambizione e arrivismo personale, e mai si è smentita, pur nelle maggiori ristrettezze a avversità.
Con la dovuta osservanza,
Napoli, 16 ottobre 1945
Maria Olandese».

Maria morì pochi anni dopo, nel silenzio feroce dei partiti di sinistra. Se ne andarono poi Carmine Cesare e Renato e non ci fu nessuno che li ricordasse. Prima che li seguissero Ada e Aurelio, le carte di archivio mi hanno condotto a loro e ne ho raccontato l’esemplare vicenda. Tutto è documentato, secondo le regole del mestiere di storico. Nel 2009, con la passione di un comunista e l’affetto profondo che provavo per Aurelio e l’indimenticabile Ada, ho cancellato la pena del silenzio cui erano stati condannati. Sono orgoglioso di averlo fatto e non m’importa nulla se per, quello che scrissi, la «Rinascita Comunista»,  il giornale di Diliberto ormai prossimo alla fine, trovò modo di dire che avevo scritto un bel libro, ma era davvero un peccato che fossi il… solito  anticomunista.
Lo sapevo da tempo ormai, ma quelle parole furono una conferma: perché cominci una nuova storia della sinistra, occorre che sia definitivamente conclusa quella vecchia. Con le sue luci splendenti, ma con le antiche ombre che si sono purtroppo allungate oltre ogni limite tollerabile. Quando non so, ma accadrà ed è per questo che da un po’ scrivo a futura memoria.

https://www.agoravox.it/Maria-Olandese-la-lettera-inedita.html

 

 

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Il 16 maggio 2019, si è svolta la riunione costituente dell’Organo di garanzia di Potere al popolo. All’ordine del giorno c’erano i punti seguenti.
1. Elezione del presidente
2. Elezione del segretario
3. Prima analisi del caso relativo all’assemblea territoriale di Bari, giunto in email il 6 maggio scorso
4. Decisione circa la data della prossima riunione “di persona”

Alle 21:55 inizia la riunione.
Sono presenti Giuseppe Aragno, Virginia Amorosi, Didier Contadini, Federica Illiano, Pierluigi Luisi, Francesco Piccioni, Giulia Venia. Risultano assenti per problemi di connessione Biagio Borretti e Massimiliano Tresca. Risultano assenti con comunicazione preventiva Monica Natali e Maria Rachele Via.
Per quanto riguarda il primo punto, Giulia Venia propone l’elezione a presidente di Giuseppe Aragno. L’assemblea approva all’unanimità.
Giuseppe Aragno ringrazia e propone l’elezione a segretario di Pierluigi Luisi, che l’assemblea approva all’unanimità.
Al termine della riunione si decide di darsi un appuntamento di persona il giorno precedente a quello dell’assemblea nazionale. La prossima riunione è quindi fissata in presenza a Roma il 22 giugno prossimo, al pomeriggio.
L’ordine del giorno sarà trasmesso nei giorni precedenti la stessa riunione.

 

 

115_Tvk8jthumbSalvini non è un uomo colto. Non a caso fino al 2018 ha vissuto come cittadino di un Paese che non c’è – la Padania – e ha diretto un partito che ne chiedeva la separazione dall’Italia: la “Lega Nord per l’indipendenza della Padania”.
Cresciuto nella convinzione che la Liguria, il Piemonte, la Lombardia, l’Emilia e le Venezie costituissero una comunità di valori armonici, un’unica realtà geografica, economica, storica e – ciò che più conta – etnica, si è poi convertito a un tragicomico nazionalismo italico, cambiando così cittadinanza e razza. Oggi infatti non è più figlio dell’inesistente etnia padana, con i suoi codicilli celtici, transpadani e cispadani, la sua identità economica, produttiva e linguistica.
Svanito il razzista secessionista, è nato dal nulla il difensore dell’etnia italiana, minacciata da fantomatiche orde di barbari immigrati. Ministro di polizia della Repubblica ieri rinnegata, Salvini è ossessionato dalla difesa dell’identità culturale italiana e se la prende con l’Europa alla quale, in realtà, è molto più vicino di quanto creda. Certo, per secoli l’Europa ha affermato il diritto di emigrare e Kant riconobbe quello di immigrare, facendo appello a una universale ospitalità garante di una pace perpetua. Quell’Europa, però non esiste più e oggi l’antico diritto è diventato un delitto.
Salvini non lo sa, ma non inventa nulla. Dice semplicemente, con la brutalità di un ignorante, ciò che pensano le classi dirigenti dell’Unione Europea, imbarbarita da una sempre più iniqua distribuzione della ricchezza: il diritto di emigrare non è mai stato un principio di civiltà, ma la copertura legale del colonialismo. Oggi, che i popoli colonizzati premono ai confini dei privilegi occidentali, quel diritto è ovunque negato, costi quel che costi, anche un ritorno al nazifascismo.
Il capo degli autonomisti settentrionali non è in grado di fare ragionamenti complessi, ma lo guida l’istinto; non  sa, ma sente che le ragioni profonde del suo razzismo – ieri padano, oggi italiano – non derivano dall’emigrazione, ma nascono dalla necessità feroce di difendere privilegi. E’ per questo che ripete la solfa del negro stupratore, punta il dito sulla minaccia dei Rom, cavilla sul clandestino economico, lancia quotidianamente lo slogan dello straniero pericoloso e se occorre fa esplodere il caso della docente che non ha sorvegliato gli studenti. Da perfetto ignorante, si affida all’istinto: guai se gli insegnanti riusciranno a far capire agli studenti che il razzismo è un’invenzione del capitalismo, un’esigenza del neoliberismo che difende il diritto di sfruttamento.
Se il leghista istintivamente capisce che la sinistra si è suicidata quando ha inseguito la destra sui temi della formazione e attacca chi fa scuola come si deve, a noi tocca difendere in ogni modo Rosa Maria Dell’Aria: la sola via d’uscita dalla tragedia che viviamo passa per la capacità che avremo di coltivare intelligenza critica e libero pensiero. E’ questa la prima e forse l’ultima trincea.

Agoravox e Fuoriregistro, 21 maggio 2019