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E’ vero, è un accademico. E che fai, non lo voti per questo?  Sarebbe una scelta discutibile, perché non sono molti, ma esistono anche quelli non compromessi con l’andazzo dei concorsi pilotati, dei posti ereditati e delle cattedre moltiplicate come i pani e i pesci.
D’accordo, sì, è diventato ministro perché ha accettato di governare l’Università dopo il rifiuto di Lorenzo Fioramonti, indignato per il trattamento da Cenerentola toccato alla formazione.
Manfredi non s’indignò.
Non fu una bella scelta, questo è vero, ma qualcuno doveva pur farlo…
Non c’è dubbio, come ministro è stato un autentico fantasma, però per fare il sindaco, s’è impuntato: voglio i fondi che avete negato a De Magistris. Di fatto perciò, dopo aver sparato a zero sul sindaco uscente, ha riconosciuto che contro di lui si sono fatte scelte scorrette e vergognose.
Questo comportamento è un punto a suo favore o la dimostrazione di una sconcertante ambiguità?
I soldi li avrà?
Se potrà battere moneta, probabilmente sì. Sta di fatto che non solo è un neoliberista convinto, ma a sostenerlo c’è anzitutto il PD, pilastro del pensiero unico e, come tutti sanno, cieco sostenitore della cosiddetta «autonomia differenziata». Forze politiche per le quali il Sud è sostanzialmente una colonia.
Non sai cos’è l’autonomia differenziata? E’ la scelta feroce che unisce tutti i candidati sindaco contro Napoli e contro la Clemente, la sola che rifiuta di vendere la città al Nord, come sono pronti a fare il PD, la Meloni, i 5Stelle, l’innocente nullatenente e patetico Antonio Bassolino e Catello Maresca, dietro il quale si nascondono Salvini e la «Lega Nord per l’Indipendenza della Padania».
Proprio così, «Lega Nord per l’indipendenza della Padania»…!!!!
Stringi stringi, se pensi di votare Manfredi due domande te le devi porre. Solo due, ma decisive:

  1. Quale credibilità può avere Manfredi, che un giorno accusa De Magistris e un altro fa il suo avvocato d’ufficio?
  2. Da napoletano, sei disponibile a votare un candidato sostenuto da un partito proto a pugnalarti nella schiena?  

    Candidato di Potere al Popolo! 
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La scuola apre con tre suicidi. Stanno massacrando la popolazione, soprattutto i giovani. E non parlo dei talebani asiatici, ma di quelli nostrani: i neoliberisti. A cominciare da candidati sindaco tipo Bassolino, Maresca e Manfredi, tutti in varia misura sacerdoti del pensiero unico e dalla sua Bibbia, l’austerità. Tutti sostenitori di un governo che dovrebbe togliere velocemente il disturbo!


«Non parliamo di cose, parliamo di persone. Sono le persone in carne ed ossa a costruire le gallerie, sono loro a guidare i treni, sono loro a fare sacrifici tutti i giorni per i cittadini. Come il lavoratore napoletano che ha perso la vita nel cantiere della metropolitana. A lui […] ho rivolto un pensiero commosso».

Così scrive su Facebook Gaetano Manfredi, candidato sindaco di Napoli.
 
Il fatto è, caro Manfredi, che le persone prima o poi se ne vanno, mentre le cose restano. Resta, per esempio questa «cosa»: lei è candidato di un partito che nel corso degli ultimi anni ha firmato le leggi peggiori per i lavoratori. Vuol parlare di «cose»? Eccone una su cui lei tace, forse perché il PD che la candida sostiene Draghi persino quando, come ha fatto quest’anno, mette in bilancio una spesa di 25 miliardi per armi di ogni genere e un misero miliardo per la Sanità. Lei può anche tacere, tuttavia questa è una «cosa» che la chiama in causa direttamente, perché non ha speso una parola per condannare una scelta così scellerata.
Sa quali sono le conseguenze di questa «cosa» che lei preferisce ignorare? Stia a sentire e capirà.
Poiché da anni chi ci governa regala miliardi a chi vende armi,  il Centro di salute mentale della V Municipalità non ha un quattrino e taglia servizi. Orari notturni aboliti, psicoterapia praticamente cancellata. Chi sta male di notte non trova soccorso ed è solo coi suoi guai. Di giorno, poi, si può star male dal lunedì al venerdì. Il sabato e la domenica no, perché il Centro chiude il venerdì sera e riapre il lunedì mattina. Se tutto va bene, nelle ore in cui è aperto, il Centro offre solo un soccorso farmacologico. Pensionata la psicoterapia, chi non sta bene può solo sperare di trovare un dottore misericordioso che gli riveli una sorta di segreto: provi a portare la sua sofferenza a Via Adriano. Lì, se l’accolgono, una mano forse la trova. Da buon migrante della salute, però, a Via Adriano il poverino scopre che prima di ricevere cure deve pagare un ticket presso uno sportello aperto solo la mattina a Via Scherillo.
Acqua, vento, solleone, benché bisognoso di assistenza, il migrante porta a Via Scherillo la sua anima in pena, ma è comunque un fortunato: finalmente può sperare di non doversi imbottire di psicofarmaci e non dover fare i conti con l’assuefazione. Può sperare, insomma, che sia terminato il suo calvario di involontario drogato. Naturalmente, come ogni migrante, deve rassegnarsi alle angherie di leggi, circolari e funzionari che fanno il bello e il cattivo tempo. In questi giorni, per esempio, uno sventurato sofferente mi ha raccontato la sua esperienza di cittadino di serie b.
Tutto è cominciato con un medico di base che non gli ha potuto fare la richiesta dei colloqui, perché gli è scaduto il contratto! Ha letto bene: abbiamo bombe a volontà e scarseggiano i medici, sui quali risparmiamo per acquistare cacciabombardieri. Senza medico di base, il povero migrante non ha avuto scelte. Si è imbarcato su un gommone malsicuro e ha iniziato la traversata, sperando di sbarcare a Lampedusa. Male come stava da giorni, nonostante gli anni, il malessere e l’avvilimento, ha allontanato la tentazione del suicidio, s’è fatto forza, è riuscito ad avere la richiesta e ad approdare all’ufficio ticket. Lì, però, si è trovato contro un muro: i migranti della salute, infatti, non pagano più il ticket a via Scherillo. Dove lo pagano? L’impiegato non lo sapeva gli ha consigliato di chiedere a Via Adriano.
Ricacciata in gola la voglia di piangere, in preda a una crisi di panico, l’uomo per fortuna ha scelto la vita. Ripreso il gommone, ha raggiunto boccheggiante Via Adriano, ma lì ha scoperto che i napoletani migranti, se sono fortunati, possono curarsi a Via Adriano, ma il ticket devono pagarlo in patria. Originario del Vomero, lo sventurato ha capito che la sua patria è la Municipalità Vomero-Arenella; una patria che non ha chi gli faccia la psicoterapia, perché i soldi se ne sono andati tutti per armi, munizioni e guerre umanitarie, ma prende gli euro per o colloqui che non fa. Cittadino del terzo mondo, il paziente ha affrontato i rischi di una nuova traversata sul solito gommone e come Dio ha voluto è sbarcato stremato a via Mario Fiore.
Accatastati come in un treno piombato per Auschwitz, senza regole di distanziamento, lì ha scoperto che assieme a lui erano sbarcati un centinaio di malati di tutti i mali. Che fare? Nonostante l’agitazione, s’è messo in fila ad aspettare. Attorno a lui, nel girone infernale, una umanità che riesce a essere ancora solidale. Un ammalato che cedeva il passo a una vecchina novantenne più malata di lui, un altro che scovata una sedia la dava a un uomo molto anziano cui non bastava il bastone e un giovane settantenne che trovava la forza per spingere nel labirinto di uffici e corridoi la carrozzella d’una paralitica in difficoltà. A mezzogiorno l’ufficio ha chiuso. Il migrante sopravvissuto a lunghe traversate  ha trascinato il suo malessere fino a casa con una speranza cui aggrapparsi: se le notti eterne dell’ansia e la fatica di vivere lo consentiranno, il 13 settembre farà il suo colloquio. Intanto droga a volontà!
Glielo dico senza far polemiche, Manfredi. Discuto di «cose». Se lei e il suo partito dovessero mettere di nuovo le mani sulla città, per Napoli questa sarebbe una «cosa» catastrofica.

Candidato di Potere al Popolo!

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Del Bassolino «miracoloso» – quello del ’94 – ho esperienza diretta e trovo singolare che la stampa stia zitta quando l’ex sindaco afferma che con la sua elezione la città ridotta al buio si illuminò di lampi inattesi, intercettò la stella polare e uscì dalla sua eterna mezzanotte. Cantando a coro, gli immancabili adulatori ricorrono alle solite mezze verità: la luce ritrovata fece tornare ben presto per le strade deserte i ragazzi che s’erano rintanati. Ed è vero, sì, me lo ricordo anch’io: i ragazzi riempirono le strade, ma non ce li portò Sant’Antonio Bassolino. Si ritrovarono in piazza, spinti da un moto di protesta esploso a buon diritto contro una delle mille riforme confindustriali della scuola e dell’università.
Il coro di adulatori smemorati non ricorda più che i ragazzi, appena tornati in strada, si trovarono a fare i conti con la vocazione autoritaria e repressiva del sindaco «miracoloso», sicché il 14 novembre 1994, la stella polare sparì, tornammo al buio pesto e si giunse allo scontro violento e premonitore. Ricordo con angoscia la sirena della Camera del Lavoro allertare i dirigenti e l’affannosa e inutile corsa verso gli studenti degli istituti superiori di Napoli e Provincia, riuniti in corteo. Giungemmo in tempo, ma la Questura non sentì ragioni e a via Medina si scatenò. Un attimo e il bilancio divenne pesantissimo: un giovane travolto da una volante, studenti fermati in massa e un messaggio che emergeva chiaro: Bassolino non gradiva.
Rifiutato l’ascolto ai ragazzi tornati in strada e respinti con la violenza, dietro il «Rinascimento» si intravide così il rifiuto della vita democratica e la volontà di trincerarsi nell’immagine artificiosa di una  campana di vetro. Invano Jean Nöel Schifano, acuto interprete della natura di uomini e cose, lacerò il manto conformista degli elogi e individuò precocemente le radici del fallimento: l’idea del «salotto buono» conteneva in sé germi reazionari. Napoli, ebbe a dire, «è una città di carne, una città di vita, la sola città in tutta Italia in cui la gente è in simbiosi con le pietre, con le statue, i quadri. Se questa città si museificasse, sarebbe una città-mummia. Mai i napoletani vorrebbero essere […] mummie, dunque la città museo no».
Bassolino lo ignorò. Lui non voleva la gente. Preferiva le mummie.
Dopo il delirio di cariche e inseguimenti, dopo che uno studente, colpevole di essere tornato in strada, fini in Questura trascinato per i capelli come una bestia, dalle vie sparirono i ragazzi. E non solo loro. Per Bassolino il «rinascimento napoletano» era incompatibile con ciò che si muoveva. I movimenti sociali rendevano smossa l’immagine e non permettevano di vendere fumo. Occorreva perciò mummificare, sicché Francesco Festa ha potuto poi scrivere che «la filosofia delle istituzioni locali nei confronti dei movimenti antagonisti era mutata radicalmente». Avendo una formazione comunista deteriore, «Bassolino conosce bene i movimenti di lotta», e gli toglie l’ossigeno per respirare. Il sedicente democratico «smorza qualsiasi forza antagonista, delegando alla Questura la gestione dei rapporti con i disoccupati», con gli studenti e, in genere, con le forze alternative. Di fatto, imbocca così la via che conduce difilato alle violenze del 2001, che, non a caso, ebbero il loro più autentico laboratorio sperimentale nella città di un «Rinascimento» scivolato progressivamente e inesorabilmente nelle sabbie mobili di una nuova «Restaurazione».
Alla tragedia spazzatura non si giunse per caso. Nelle diverse tappe della sua carriera politica nessuno ha saputo incarnare meglio di Bassolino il berlusconismo di sinistra, la mutazione genetica da cui è nata una prassi perniciosa: sottrarsi a ogni tipo di mediazione con quei movimenti che erano e sono l’autentica espressione dei bisogni reali dei ceti subalterni. Rifiutando il colloquio con gli esponenti del dissenso popolare, Bassolino non solo colpì duramente la partecipazione democratica, ma produsse la caligine densa che avvolse e coprì i processi di deindustrializzazione. Grazie a quella nebbia impenetrabile, fu possibile promettere a Bagnoli turismo al posto dell’acciaio e aprire la strada che incanalava i bisogni della povera gente verso l’unico sbocco possibile: quello delle logiche clientelari, anticamera delle pratiche camorristiche.
Inserita in questo contesto, al di là delle inadeguate verità giudiziarie, la vicenda della spazzatura non fu un incidente di percorso, ma l’esito inevitabile di una scelta politica, che aveva fatto propri i disvalori della peggiore destra; non basta scrivere perciò che «Bassolino ha lasciato inevasa tutta una domanda sociale proveniente dai ceti più bassi». Occorre ricavarne la logica conclusione: quella domanda è stata spinta così in braccio alla camorra.
Piaccia o no, questo disastro cadde sulle spalle di De Magistris, che, per quanto possibile, provò a girare pagina, tornando a dialogare con i movimenti. Una scelta che scavò un abisso tra le due esperienze. Non mi avventuro sul terreno di una comparazione, ma una cosa la dico: l’ennesima candidatura di Bassolino, che riporta Napoli al 1993. non solo è anacronistica e fuori dalla storia, ma ripropone formule reazionarie. E’ perciò una sfida pericolosa, cui occorre rispondere rifiutando la tentazione di non votare. La sinistra quella, vera, è oggi rappresentata da Potere al Popolo che non a caso si presenta in una coalizione che sostiene la candidatura a sindaco di Alessandra Clemente. La sfida vera infatti è questa: dignità e futuro contro passato e reazione, contro un blocco di potere in cui tutti fanno il gioco delle tre carte: a Napoli sono avversari e a Roma alleati nell’inaccettabile governo Draghi.

Candidato di Potere al Popolo

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Più l’impasto di trasformismo e opportunismo che sostiene Manfredi e Maresca sconcerta gli elettori, più Antonio Bassolino trova spazio e diventa addirittura una «novità». D’altra parte, perché stupirsi? Se Manfredi mette il diavolo con l’acqua santa e dietro Maresca c’è Salvini, il gioco di Bassolino diventa facile. In una società che non ha memoria storica basta vendere all’elettore i pregi dell’«usato sicuro» e il gioco è fatto. Il suo messaggio, tuttavia, è semplice, chiaro ma, come vedremo, fuorviante. Dopo anni di delusioni – dice ammiccante il nuovo che avanza – sognate un uomo che abbia alle spalle una vita vissuta a sinistra? Bene. Io sono di sinistra e vengo dal PCI. Quella sinistra che vantava la sua «diversità» morale. E, a proposito di «morale», reduce come sono da sedici processi e sedici assoluzioni, non temo smentite: sono stato perseguitato.
Com’è noto, quando i concetti si riducono a slogan e sembrano quasi verità di fede, è necessario controllare. E’ vero, negli anni Settanta Bassolino fu un dirigente del PCI, ma ne rappresentò l’ala destra, fu per il massimo del centralismo e non tollerò dissensi. Un comunista «normalizzatore», mille miglia lontano dalla gente di sinistra, che non si oppose alla liquidazione proposta da Occhetto e lavorò soprattutto per convincere chi non voleva chiudere bottega. Fu così che divenne dirigente di primo piano di quel Partito Democratico della Sinistra che iniziò il disastroso viaggio verso il PD. Alla prova dei fatti, questa è la storia del «comunista» Bassolino.
Quanto ai processi, eviterei di parlarne, ma come tacere se l’«amministratore innocente»fu la condannato per colpa grave della sezione di Appello della Corte dei Conti per una vicenda che riguardava Bassolino come Commissario per l’emergenza idrogeologica? E non basta. Contando sui vuoti di memoria di un mondo che vive alla giornata e sui silenzi inspiegabili dell’informazione, Bassolino tace su un dato significativo: pur essendo personaggio politico di primo piano – sindaco, ex ministro, ex Presidente di Regione – sottoposto a procedimento giudiziario che comportava il rischio di dover metter mano alla tasca, risultò nullatenente. Qui la politica cede il passo alla morale e l’innocenza si colloca in un quadro di valori estraneo alla «diversità» comunista.
E veniamo alla propaganda tranquillizzante del sindaco «usato sicuro», cui la memoria corta del tempo che viviamo consente racconti a dir poco spericolati. La larghezza di mezzi che consentì a Bassolino i primi, effimeri successi è legata a filo doppio all’arrivo nella casse del Comune di cospicui finanziamenti straordinari legati allo svolgimento del G7 a Napoli. Soldi che consentirono interventi di miglioramento urbano e contribuirono a creare il mito del «Risorgimento napoletano». Di fatto, l’amministrazione vera della città iniziò dopo il G7 e fu segnata da operazioni che portano il segno del liberismo e rappresentano i primi esempi di «privatizzazioni».
Vale la pena ricordare, citando a memoria, l’emissione dei BOC, i Buoni Comunali Ordinari, ai quali dobbiamo una parte del debito che soffoca la città. La gente ormai non se ne ricorda più, ma la città produceva a prezzo popolare un alimento essenziale come il latte. Grazie a Bassolino, la Centrale del latte non esiste più. In nome delle politiche liberiste, il «comunista» ex sindaco aprì il porto a multinazionali le cui attività inquinanti fanno danni gravi all’ambiente, realizzano scempi architettonici e urbanistici e diventano uno dei primi esempi di un modello di organizzazione del lavoro fondato su due pilastri negativi: da un lato la nebulosa delle finte cooperative, degli appalti e dei subappalti, dall’altro un lavoro «malato» fatto di cottimo e paghe da fame. Primo esempio in Italia di privatizzazione di una infrastruttura di rilevo strategico, la Napoli di Bassolino cedette a una multinazionale l’Aeroporto Capodichino.
Mentre queste scelte liberiste causavano i primi tagli del welfare, la logica dell’aziendalizzazione in funzione capitalista dell’organizzazione e del funzionamento del Comune, comportava fatalmente la torbida crescita di spartizioni e logiche clientelari; erano i primi segnali dell’affermazione del pensiero unico, in cui un ruolo fondamentale rivestono la subordinazione del pubblico al privato, i tagli e l’impoverimento del sistema formativo e della Sanità. Senza fermarsi oltre sui limiti e le responsabilità di un’esperienza che si concluse con un naufragio personale e politico, val la pena di ricordare che persino i più stretti collaboratori di Bassolino hanno poi riconosciuto il disastro. Significativo, in questo senso, ciò che ebbe a scrivere sul «Corriere del Mezzogiorno» del 21 settembre 2008, Isaia Sales:
«È inutile negarlo, non ce l’abbiamo fatta a migliorare strutturalmente la città di Napoli, non ce l’abbiamo fatta a trasformare la Regione in un’istituzione autorevole e competitiva nei confronti delle migliori esperienze regionali, non ce l’abbiamo fatta a far vincere un modello alternativo alla pratica discrezionale di governo, relegando la clientela ad una eccezione e non ad una prassi corrente e abituale, non ce l’abbiamo fatta a rendere la politica e i partiti strumenti di grandi passioni civili dopo la fine di quelle ideologiche».
Di fronte allo sfascio finale, del resto, è stato Bassolino stesso a riconoscere il fallimento, quando ha ripetutamente vantato il solo suo grande «successo»: non ha mai ceduto il governo della Campania e della città al centro destra. La verità è che a Napoli per anni il vero centro destra sono stati Bassolino, i suoi uomini e le sue politiche.
Naturalmente la propaganda elettorale non lo dice, ma l’«usato sicuro» di un falso comunista e di un autentico liberista regalò alla Campania una serie di numeri negativi, che non sarà male ricordare: quasi sempre agli ultimi posti nelle classifiche regionali, il PIL, in decrescita costante rispetto alle altre regioni, crollò a livelli negativi ben prima del fatale 2008; un’anemia perniciosa che mise in ginocchio il tessuto produttivo, aggravando l’annoso problema della disoccupazione, consentendo delocalizzazioni devastanti, riducendo gli investimenti a speculazione ed elemosina. Di scuola e formazione, meglio non parlare. Alla fine, i cumuli di immondizia, prova tangibile d’un degrado inenarrabile, chiusero il cerchio.
Poiché con questa storia alle spalle Bassolino vorrebbe tornare a Palazzo San Giacomo, la domanda sorge spontanea: la sua candidatura è la giusta ambizione di un vecchio politico, o una prova d’arroganza che diventa uno schiaffo alla città?

Candidato di Potere al Popolo

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Presentandosi al «Mattino» nei panni chi «la sa lunga», Bassolino ha fatto tutto facile: per risolvere il problema del debito che ci soffoca, bastano due telefonate e meno vittimismo napoletano. Il vittimismo napoletano, sì.
Una battuta? No e nemmeno un momento di smarrimento.
E’ che lui la politica la concepisce così: chiacchiere, battute a effetto e il colpo di bastone, che funziona meglio della carota. Pensate che sia scemo? Guardate che Bassolino è convinto che gli scemi siete voi. Lui è un volpone, sa come, quando e a chi bussare.
Chiama Mattarella e glielo dice: «Presidé, senza soldi, non si cantano messe».
E il presidente non ci pensa due volte, straccia la Costituzione, cancella il pareggio di bilancio, convince Salvini, Meloni, Letta, Zaia e tutti quelli che aspettano impazienti l’autonomia differenziata, stampa qualche miliardo e il gioco è fatto.
Draghi? Certo che lo chiama. Ma per dovere istituzionale, tanto quello non ricorda più la lettera firmata con Trichet. Che vuole, Bassolino? Che il neoliberista non lo tratti come la Grecia? E che ci vuole? Due parole come si deve e Draghi resuscita Keynes.
Votatelo questo capolavoro, scegliete l’usato sicuro. E stato un disastro? Ma no, la colpa fu tutta di Bertolaso…

Agoravox, 13 settembre 2021

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Ho insegnato nelle scuole statali quando coltivavano intelligenze critiche ed erano un’efficace ascensore sociale. Dagli anni Sessanta a oggi ho sempre lottato per un mondo migliore e non ho rincorso sogni. Ho partecipato a lotte che hanno consentito grandi conquiste sociali. Quelle conquiste che, in nome del profitto, il neoliberismo dilagante sta cancellando, assieme all’equilibro dell’ambiente, mettendo a rischio la sopravvivenza del genere umano.
Di mestiere faccio lo storico, che non significa occuparsi del passato, ma fornire chiavi di lettura del presente e quella autonomia di pensiero che consente ai giovani di progettare il futuro.
Mi candido alle imminenti elezioni amministrative, convinto che amministrare Napoli e i suoi quartieri significhi anzitutto fare una scelta politica: rifiutare la logica devastante del neoliberismo e opporsi, se necessario, anche con la più intransigente disobbedienza. E poiché è necessario, noi diremo no.
Mi candido perché intendo contribuire alla sconfitta delle foglie di fico di forze politiche che qui a Napoli fingono di combattersi e a Roma governano con Draghi e dicono sì a leggi che massacrano la povera gente. Questa gente promette che farà il bene di Napoli, ma si è già accordata sull’autonomia differenziata, che assegna incalcolabili risorse al Centro-Nord e lascia Napoli e il Sud nella più nera miseria.
Mi candido con Potere al Popolo, a sostegno della candidata sindaca Alessandra Clemente, perché quando dice città, Potere al popolo non pensa ai salotti buoni di quei ceti sociali che si arricchiscono col lavoro nero e l’evasione fiscale. Pensa anzitutto ai territori in cui decenni le politiche neoliberiste hanno portato miseria, camorra, disoccupazione e disperazione.
Potere al Popolo è una forza politica apertamente antiliberista, non appoggia il tragicomico governo Draghi, rifiuta il devastante progetto di impoverimento di Napoli e del Sud e da anni dimostra coi fatti di avere un modello alternativo a quello che unisce tutti gli altri candidati. Potere al Popolo non promette “miracoli” e non si prepara a distruggere Napoli. Da anni offre gratis a migliaia di persone attività solidali, assistenza legale a lavoratori e immigrati colpiti dalle leggi di Salvini, Draghi e compagnia cantante, da anni fa funzionare doposcuola, ambulatori medici e attività teatrali e sportive e dai tempi del lockdown distribuisce pacchi spesa a chi ne ha bisogno.
Questo è il nostro modello di riferimento e questo faremo se ci voterete. Sarà più facile, perché avremo strumenti più efficaci e una più ampia possibilità di conoscere problemi e intervenire.

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Mi chiamo Giuseppe Aragno e ho di che vivere: ho insegnato nelle scuole dello Stato e di mestiere faccio lo storico.
Sono candidato al Consiglio Comunale e alla Municipalità Vomero Arenella con «Potere al Popolo!». Non sono più giovane, ma non sono nemmeno uno dei tanti «giovanilisti» che riducono la complessità della politica a un dato anagrafico. D’altra parte «Potere al Popolo» si presenta con tanti giovani candidati, che la presenza di qualche vecchio può essere più utile di quanto sembri. E vi risparmio qui uno sproloquio sugli antichi Romani, maestri di amministrazione e governo, che fondarono la loro grandezza anche sul ruolo degli anziani, riuniti nel «Senatus», un organismo di grande peso politico.
Vivo da cinquant’anni nella II municipalità e sono nato a Napoli, una città che da bambino ho visto rinascere dalle rovine dei bombardamenti Alleati. Ho lottato per tutta la vita per un mondo migliore e giunto alla fine del percorso non ho paura di dirlo: contro «Potere al Popolo» – che sostiene la candidata sindaca Alessandra Clemente – è schierata la peggiore classe dirigente che abbiamo avuto nella storia della Repubblica. La peggiore destra – quella di Salvini – che si nasconde invano dietro Maresca: tutti voi sapete che è stata ed è una vostra feroce nemica. Una nemica di Napoli. C’è poi il PD, un partito che ha rinnegato la sua origine democratica e di sinistra ed è diventato il peggior nemico della povera gente; questo PD vi chiede di votare Gaetano Manfredi, che ha accettato la poltrona di ministro dell’Università, dopo che altri l’avevano rifiutata, perché non c’era un soldo per farla funzionare.
Questa gente si finge avversaria, ma è alleata del governo neoliberista guidato da un banchiere figlio della fallita Unione Europea. Di fatto, questa gente è alleata e lotta per spartirsi il potere.
Nemica di «Potere al Popolo» e della coalizione che appoggia Alessandra Clemente, questa classe dirigente finge di voler fare il bene di Napoli, ma mente spudoratamente, perché si è messa d’accordo da tempo sulla cosiddetta «autonomia differenziata». Non sapete cos’è? Per spiegarlo, bastano poche parole. I sedicenti «amici di Napoli e del Sud» non ve lo diranno mai, ma l’accordo è chiarissimo: terranno per sé l’80 % delle tasse riscosse nelle regioni del Centro-Nord e lasceranno Napoli e il Sud nella miseria più nera.
Noi di «Potere al Popolo», schierati nella coalizione della Clemente, possiamo dirlo chiaro: se ci voterete non riconosceremo questo accordo, non pagheremo debiti che non abbiamo fatto, disobbediremo e pretenderemo il rispetto della Costituzione. Siamo il solo schieramento che lotta per una città che abbia ciò che le spetta, una città giusta in un Paese giusto e solidale, un Paese in cui la lotta per l’ambiente non sia affidata ai padroni, ai venditori d’armi e di fumo, come fa il governo che Salvini, il PD e i 5 Stelle sostengono. Forse non lo sapete, ma quest’anno hanno speso 25 miliardi di euro per comprare armi, un miliardo per la vostra salute che non gli interessa e meno di un miliardo per la formazione. Se siete vecchi, vi dovete togliere dai piedi, perché costate troppo. Vi vogliono ignorati, perché siate pecore rassegnate, che non capiscono ciò che accade  e si lasciano portare al macello.
«Chiacchiere», direte voi, giustamente diffidenti. Lo direte, ma sbaglierete. «Potere al Popolo» ha dimostrato coi fatti che esistono altri modi di amministrare e governare.  Ha realizzato e realizza ogni giorno un modello più giusto e solidale. Noi veniamo dall’«ex OPG je so’ pazzo», una realtà strutturata, in cui vive una comunità che ha dimostrato coi fatti cosa significhi difendere i diritti che ci stanno negando e la giustizia sociale sempre più calpestata. Da anni offriamo gratis a migliaia di persone attività solidali, assistiamo legalmente lavoratori e immigrati colpiti dalle leggi di Salvini, Draghi e compagnia cantante, da anni facciamo funzionare doposcuola, ambulatori medici, attività sportive e dai tempi del lockdown distribuiamo pacchi spesa a chi ne ha bisogno.
Questo è il nostro modello di riferimento e questo faremo se ci voterete. Sarà più facile, perché avremo strumenti più efficaci e una più ampia possibilità di conoscere problemi e intervenire.
Gli altri che vi chiedono il voto li avete sperimentati e sapete che vi aspetta. Non avete perciò nulla da perdere: votateci, metteteci alla prova e non ve ne pentirete.

Giuseppe Aragno

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L’Italia «imperiale» del 1939 ha il volto del capitalismo straccione di retroguardia: è cinica, cieca e degenerata; l’odio razziale cui ha aperto la via non è un’imitazione del razzismo nazista, ai quali gli insegna che si tratta di una affermazione di superiorità realizzabile solo con la «sparizione completa di […] un nemico che si deve odiare e combattere senza quartiere»[i]. All’ordine del giorno c’è il delirio del «goliardo dalmato oppresso» che, minaccia:

«Io ringhio e il ringhiare mio non avrà fine se non quando la nostra lama avrà inchiodato nel granito adamantino delle mura di Spalato romana i profanatori dei nostri focolari, i bestemmiatori del nome sacro d’Italia»[ii].

Nelle strade complici e indifferenti manifesti ignobili mettono accomuna nel disprezzo «il nero, l’ebreo e il comunista» e Visco, Pende e Cipriani, esempi di morale e di scienza fascista, fingono di vedere in genti dai mille semi campioni ariani, purissimi e guerrieri[iii]. Pronto al cimento, nei popolari disegni di Beltrame e sulle colonne della «Domenica del Corriere», il legionario fascista, nato «corsaro e distruttor di navi», è ormai il dannunziano «protagonista di folgoranti imprese» e l’invincibile eroe che «osa l’inosato». E’ l’ora del «milite glorioso». In Aragona e Catalogna, «le avanguardie della divisione Littorio» non mancano mai d’un «arditissimo sottotenente» che si impadronisce “di un autocarro carico di dinamite, sventolando il tricolore» e insegue il nemico fatalmente «in rotta»[iv].
Quale sia stata poi la sorte degli immancabili ufficiali, la «Domenica del Corriere» e Beltrame non dicono e poco se n’è parlato in seguito, quando di quel tempo s’è intuita la vergogna. In realtà, gli eroi di tutte le guerre hanno la vita breve d’un istante di gloria sanguinosa e li ricorda il marmo d’una piazza indifferente. L’eroismo dell’Italia «imperiale» del ‘39, come accadrà per quella che oggi esporta la pace a colpi di cannone, non si legge nei disegni del «Corriere» di turno o sui cippi dei caduti. Occorre cercarla nelle pieghe oscure d’una verità che nessuno racconta: la sorte dell’eroe sopravvissuto. Si scopre così quanto passato vive ancora nel nostro presente che, non a caso, è il passato dei nostri figli.

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«Sopracciglia grigie, baffi brizzolati, […] statura alta, corporatura media […], viso poligonale»… In una nota informativa asciutta fino allo schematismo e per molti versi gelida, Pasquale Ilaria, ormai cinquantenne, mostra sul volto «bruno e rugoso» la trama delle «cicatrici alla regione sopraccigliare sinistra, conseguenti a ferite di pallottole di shrapnel». Sono segni evidenti del comportamento eroico nell’inferno delle trincee e, ad un tempo, il debito che la patria ha contratto con un figlio valoroso negli anni lontani della giovinezza[v].
Geometra di Caposele, «ex capitano del Regio Esercito, volontario della guerra libica ed invalido di guerra nella conflagrazione del 1915-1918, decorato al valor militare», l’Ilaria è sopravvissuto al suo eroismo e, come accade assai spesso ai reduci, tornato in abiti borghesi, non si fida più molto dei «capi», discute gli ordini e giunge a disobbedire. Ilaria non ama il fascismo e diffida del suo tentativo di costruire sulla «Grande guerra» il mito di un eroismo che supera se stesso, che è

«qualcosa di più: é una milizia, é una religione, una passione che infiamma tutti i giovani generosi italiani e con i giovani gli adolescenti ed i vecchi che non si sentono tali e che hanno raccolta la face viva riaccesa dei morti della grande guerra»[vi].

Ilaria, che non si riconosce in questo «eroismo», si defila, «chiamandosi fuori» ed «esce» dal mito. C’è, in questo suo comportamento, un rifiuto istintivo, ma non del tutto inconsapevole, della funzione omologante assegnata a un eroismo «mummificato» dagli stereotipi di una società gerarchizzata. Contro questa società, scriverà anni dopo, egli si schiera quasi naturalmente, «per amor di verità, di moralità, di legalità, cioè di ordine, e per carità di patria»[vii].
Per il regime di Mussolini Ilaria è inizialmente un enigma. Uomo d’ordine per sua stessa ammissione, ma incompatibile con l’ordine fascista fondato sull’etica del manganello, il capitano che, nell’orrore del fronte, ha imparato a conoscere e rispettare l’umanità, il coraggio e la sofferenza della povera gente mandata al macello, pensa a un Paese che, senza rinunciare alla tutela della proprietà e della gerarchia, ritenga sacri i diritti civili e la dignità dell’uomo. Un uomo così, uno che non ha un partito, non è un attivista e non si propone di fare carriera politica, potrebbe apparire tutto sommato innocuo – e in fondo lo è – ma il fascismo diffida e sente di doverlo temere. Il fatto è che, senza nemmeno volerlo, semplicemente per ciò che rappresenta con la sua storia e la sua posizione sociale, l’ex ufficiale e le sue convinzioni costituiscono di fatto, per l’ordine in camicia nera, una sfida insidiosa e per certi versi intollerabile. E non si tratta solo, come potrebbe apparire, del fatto che l’uomo si colloca a destra, in un terreno politico che il regime tende per sua natura a monopolizzare. C’è dell’altro. Così com’è, vestita dei panni di un soldato valoroso, la sua idea di patria, lontana e sostanzialmente diversa da quella fascista, potrebbe trovare facilmente consensi tra ceti sociali che concorrono a formare la base di consenso del regime. In questo senso, essa non solo è alternativa ma, a ben vedere, costituisce una sorta di anomalia, una vera e propria «diversità» e, in quanto tale, fatalmente «sovversiva».
Com’è naturale, la replica è dura e immediata. Subito dopo le leggi «fascistissime», infatti, ai primi del 1927, il regime, che pure s’atteggia a patrono di invalidi e combattenti, getta la maschera e inserisce l’ufficiale decorato tra i sovversivi pericolosi da arrestare in determinate occasioni. L’inevitabile conflitto è subito duro e così difficile da gestire, che le autorità di pubblica sicurezza ricorrono subito alle maniere forti. Nel 1928, quando Ilaria è sorpreso a distribuire volantini ostili al regime, giunge implacabile la denuncia all’Autorità Giudiziaria, cui fanno da contorno la sorveglianza asfissiante, la schedatura e la minaccia di un rapido ricorso alla legge contro i «sovversivi».
Il coraggio della trincea non sempre basta ad affrontare, in tempo di pace, la guerra della vita e Ilaria, spalle al muro, cede e finisce col chiudersi in un silenzio sprezzante, ma inoffensivo. Con la resa umiliante, la vicenda sembra esaurire definitivamente la protesta antifascista dell’ex capitano del genio, ma le cose, in realtà, non stanno così. Nel 1939 Mussolini sente che l’alleanza con Hitler e l’antisemitismo inquietano piccoli e medi borghesi come Ilaria. Da anni il regime va avanti senza una filosofia della politica; tutto trasuda retorica e dietro le formule di rito e il dinamismo pseudo futurista dei gerarchi, fanno capolino una preoccupante frattura con la cultura, le tradizioni e le abitudini dei ceti popolari e un vuoto di valori coperto a stento dagli slogan d’una incessante propaganda. Mentre l’anticapitalismo di facciata non può nascondere la corruzione e i cedimenti agli interessi della borghesia capitalista, Mussolini sente che il fascismo non fa più presa; l’alleanza con Hitler e gli eccessi dell’antisemitismo inquietano la piccola e media borghesia da cui proviene Ilaria ma, invece di provare a capire, inasprisce la polemica ideologica, aggiungendo al danno la beffa. Ilaria e quanti come lui manifestano resistenze che sembrano condurre a principi di democratizzia, sono investiti così dalla strumentale «polemica antiborghese» del duce, in cui trovano spazio Rossoni, Olivetti, Malusardi, Chilanti, Orano, De Ambris, esponenti della cosiddetta «sinistra fascista», gente passata per lo più dalla militanza nelle organizzazioni o nella stampa socialista e anarchica alle strutture politiche e sindacali del regime, che trova ovviamente comodo attaccare il «vecchio fascismo»[viii].
E’ l’ora dei «poderosi cazzotti nello stomaco della borghesia italiana», del trionfo delle chiacchiere e dei formalismi, mentre gli eventi corrono veloci e sempre più incontrollabili. «Chi si ferma è perduto», recita uno slogan, che annuncia la disperazione di chi corre senza avere una meta, e il vuoto si riempie di vuoto: il passo romano di parata, l’abolizione del lei, l’uniforme per gli impiegati civili e la militarizzazione della società. «Dobbiamo liberarci della borghesia» urla il duce di fronte al naufragio dell’anima sindacale del corporativismo, ma intuisce che un filo si spezza, che gli Ilaria si moltiplicano e si volge tardivamente ai «ceti proletari». Dopo aver negato i più elementari diritti e cancellato ogni autonomia delle masse lavoratrici, c’è chi, nel regime, orchestra una strumentale babele socialistoide per accreditare un «nuovo fascismo», che di fatto ignora i bisogni veri delle classi subalterne, ma dichiara genericamente di voler porre i ceti proletari sullo stesso livello delle classi padronali[ix]. In un crescendo di menzogne che non conquistano l’operaio e disgustano sempre più i borghesi come Ilaria, al mito del soldato, prudentemente «ingessato» negli anni Venti, si affianca ora quello di lavoratori sempre più piegati ai voleri dei padroni, per i quali, promette la «sinistra», il regime prepara un futuro in cui non saranno più «merce».
Nella primavera del 1939, l’approvazione del testo unico sulle acque – e le occasioni di speculazioni più o meno lecite che la legge offre a chi è pronto a profittarne – pongono l’Ilaria di fronte all’arroganza del potere fascista[x]. L’occasione dello scontro è la cessione di alcune sorgenti del Sele all’Ente Acquedotto Pugliese da parte dell’amministrazione comunale di Caposele, coperta dalla nuova legge. Per tutelare l’antico «uso civico» delle acque da quella che si profila come una vera e propria «privatizzazione ante litteram» di un bene comune, con tutto quanto queste operazioni possono comportare in termini di torbidi interessi e rischi ambientali, Ilaria stavolta non fa calcoli, rompe il lungo silenzio e senza badare ai rischi di un’aperta contestazione prende una posizione dura e coraggiosa, che coinvolge senza fatica la popolazione del piccolo centro. Margini di mediazione però non ce ne sono e, a meno di non volersi tirare nuovamente indietro, la rottura con l’amministrazione fascista è inevitabile. Quando Ilaria prende a incontrare popolani e li organizza, gli eventi precipitano rapidamente e l’ex ufficiale finisce col trovarsi alla testa di una manifestazione pubblica che assume per il regime i connotati di una vera e propria rivolta. La misura è colma[xi].
Arrestato il 19 giugno del 1939 «per avere sobillato la popolazione di Caposele ad inscenare una dimostrazione ostile all’Amministrazione comunale», il 30 giugno l’ex ufficiale finisce davanti alla Commissione Provinciale per i provvedimenti di polizia. Una formalità che non può riservare sorprese e non lascia speranze. La Commissione, infatti, “esaminati gli atti annessi alla denunzia ed i precedenti morali e penali […], ritenuto […] che lo Ilaria Pasquale è individuo pericoloso alla sicurezza pubblica e all’ordine nazionale”, lo assegna “al confino di polizia per un periodo di anni cinque”[xii].
Come a voler riscattare il lungo e probabilmente doloroso decennio di silenzi e di sostanziale rinuncia a lottare, l’Ilaria contesta la decisione in un dettagliato ricorso, in cui denuncia il clima di illegalità che ha caratterizzato la vicenda, la violazione dei suoi diritti di imputato e soprattutto «gli atti di violenza che avevano preceduto, accompagnato e seguito la sentenza della Commissione». Tremiti, dove il regime lo seppellisce, riesce inizialmente ad atterrirlo e per sfuggire alla pena, l’uomo si affida al suo passato di soldato, presentando una domanda di arruolamento, che non viene nemmeno presa in considerazione[xiii]. La condanna al confino e il successivo rifiuto di sperimentare la via di un onorevole compromesso, accettando un ritorno alla vita militare, segnano l’inevitabile epilogo d’una vicenda che va ben oltre la questione dell’ordine pubblico e il caso personale dell’Ilaria.
Accecato dal delirio di onnipotenza del suo «duce», il regime non coglie il senso profondo e per molti versi emblematico della rottura irrimediabile che si va consumando. Eppure alla vigilia di un cimento militare decisivo per le sorti del fascismo, non sarebbe difficile capire che l’opposizione aperta dell’ex ufficiale, un eroe di guerra decorato al valor militare, capace di mettere assieme contro il regime artigiani e contadini, senza aver nulla a che spartire coi temi del dissenso «rosso», è in realtà la spia d’un malessere profondo, dal quale nasce – ed è destinato ad assumere una preoccupante consistenza – un antifascismo collocato nel campo moderato, monarchico e cattolico: l’antifascismo degli «uomini d’ordine», dell’amor patrio e del senso dello Stato, la cui coscienza morale e giuridica è sempre più incompatibile con quanto sopravvive del mondo liberale, col disprezzo delle fondamentali libertà civili, col dichiarato «razzismo» e con una politica estera di isolamento, che lega il Paese alle sorti della Germania nazista. E’ una crepa ben più profonda di quanto possa apparire, che ha radici lontane e, nel momento della crisi del regime e del tradimento dei Savoia, produrrà una «resistenza di destra», minoritaria, ma non per questo priva di un suo peso specifico nelle vicende che condurranno alla nascita della repubblica[xiv].
Certo, nello scontro col regime Ilaria esce momentaneamente sconfitto. A ben vedere, però, il suo caso diventa una testimonianza emblematica del lento ma inesorabile distacco del fascismo dalla sensibilità politica e dai principi morali di una borghesia cattolica che sa parlare alla gente e, dopo anni di consenso ambiguo e precario, matura un dissenso che, se si manifesta pubblicamente in maniera solo sporadica, preannuncia, tuttavia, l’isolamento e la crisi del regime, incapace di sopravvivere alle conseguenze della tragica avventura bellica.
Il 27 ottobre 1939, pochi giorni prima che la Commissione d’appello rigetti il suo ricorso, l’Ilaria invia «a S. M. Vittorio Emanuele Terzo, Re d’Italia e d’Albania ed Imperatore d’Etiopia» una breve lettera, in cui supplica il sovrano

«di convertire l’arbitraria e provocatoria tortura del suo confino con la pena, più umana e più vantaggiosa per l’erario, della fucilazione che egli dichiara di preferire»[xv].

Da Tremiti, intanto, superato l’iniziale avvilimento, l’ex ufficiale invia a Roma un esposto durissimo ed esprime come può la sua crescente distanza dal fascismo, rivolgendo continue critiche ai rappresentanti di quelle autorità verso le quali – scrive con lucido puntiglio – «nell’attuale periodo di emergenza della nazione», non può nutrire «per principio e per convinzione […] il massimo rispetto»[xvi]. L’occasione per un giudizio definitivo e irrevocabile sul regime giunge nell’autunno del 1941, quando l’Ilaria rifiuta una «sanatoria» offerta in cambio di un gesto di sottomissione e, dopo aver brevemente accennato al suo passato di soldato che, puntualizza, «è costretto a mettere in evidenza in sua legittima difesa contro l’accusa di antinazionalità», ricorda a Mussolini che gli uomini veri riconoscono un solo padrone: la coscienza. Essa, prosegue,

«sua tiranna e sua consigliera implacabile, non gli ha mai permesso che il desiderio di liberazione dal tormentoso confino prevalesse sul dovere e sulla dignità di modesto patriota legalitario, cristiano, qual egli, con gravi sacrifizi, ha cercato di essere».

Se l’idea fascista di patria, conclude lucidamente l’Ilaria, produce un regime che perseguita ingiustamente un patriota e tenta di corromperne la coscienza, quella non è, non può essere la

«Nazione alle cui fortune anch’egli, modestamente, con la sua opera e il suo sangue, seguendo l’esempio dei Maggiori, ha cercato di dare il suo contributo disinteressatamente».
Alla patria per cui ha combattuto, un soldato può domandare «giustizia, non clemenza […], giustizia formale ed effettiva che «non può non attendere con serena fiducia».
Si consuma così, col richiamo a una giustizia che certamente verrà, sia pure a conclusione d’una tragedia, il divorzio del regime da quei patrioti che ha esaltato e tradito; e non ci sono dubbi, si può riconoscerlo onestamente: qui muore davvero la patria fascista. Prima, molto prima della sconfitta militare e dell’armistizio[xvii]. Una morte per cui non occorre autopsia: il regime affonda nel fango prodotto in vent’anni. Quei vent’anni in cui la vita di Ilaria e dei suoi mille sconosciuti compagni di lotta assume quasi il valore una risposta al pessimismo di Gobetti: il fascismo, ci dice la storia del geometra, non fu l’autobiografia di un popolo[xviii].


 

Note

[i]  Ruggero Timeus, Trieste, Gaetano Garzoni Provenzali, Roma, 1914, pag. 9.

[ii] Giuseppe Aragno, Dall’irredentismo al fascismo, in Idem (a cura di), Fascismo e foibe. Ideologia e pratica della violenza nei Balcani, presentazione di Spartaco Capogreco, La Città del Sole, Napoli, 2008.

[iii] Sabato Visco, Nicola Pende e Lidio Cipriani, docenti universitari, firmarono coi colleghi Leone Franzi, Lino Businco, Arturo Donaggio, Guido Landra, Marcello Ricci, Edoardo Zavattari e Franco Savorgnan, il Manifesto degli scienziati razzisti. Nato sotto l’egida del Ministero della Cultura Popolare e intitolato Il Fascismo e i problemi della razza, il Manifesto uscì il 15 luglio 1938 sul «Giornale d’Italia» firmato da un non meglio identificato «gruppo di studiosi fascisti, docenti nelle università italiane»; il 5 agosto 1938, però, fu pubblicato di nuovo dalla rivista «La difesa della razza» che rendeva note le firme degli autori. Per quel che riguarda la «classificazione» delle razze, esistevano due riepiloghi parziali, che non riguardavano gli ebrei, elaborati dalla Direzione generale demografia e razza, istituita da Mussolini presso il ministero dell’Interno, di cui era titolare. Un elenco dell’estate 1938 definiva non ariani arabo-berberi, armeni, indiani, mongoli, negri, palestinesi, turchi e yemeniti. Nel 1939 una circolare, che vietava i matrimoni misti, aggiungeva all’elenco cinesi, libanesi e meticci e definiva ariani gli albanesi cristiani o musulmani, gli armeni, gli indiani e gli iraniani; per gli egiziani permanevano ridicole incertezze, dovute soprattutto a considerazioni geo-politiche, che rivelano la sostanza criminale dei provvedimenti.

[iv] Eroismo italiano in Catalogna, «Domenica del Corriere», 17-4-1938.

[v] ACS, Confino, b. 531, f. “Ilaria Pasquale”, giugno 1939, foto segnaletiche e connotati.

[vi] Benito Mussolini, Scritti e discorsi, Hoepli, Milano, 1934, II, pp. 207-08

[vii] ACS, Confino, b. 531, f. “Ilaria…, cit., lettera del 19-10-1941, cit.

[viii] Edgardo Sulis (a cura di), Processo alla borghesia, Edizioni Roma, Roma, 1939. A certificare le origini socialiste e anarco-sindacaliste di alcuni di questi fascisti, c’è l’eloquente testimonianza dei fascicoli personali della polizia politica che non furono mai distrutti. Si vedano in proposito ACS, CPC, b. 1304, f. «Felice Chilanti»; b. 1633, f. «Amilcare De Ambris»; b. 1803, f. «Ottavio Dinale»; b. 2964, f. «Edoardo Malusardi»; b. 3586, f. «Angiolo Oliviero Olivetti»; b. 3597, f. «Paolo Orano» e b. 4466, f. «Edmondo Rossoni». Su Malusardi c’è ora la bella biografia di Alessandro Luparini nel Dizionario Biografico degli anarchici italiani, diretto da Maurizio Antonioli, Giampietro Berti, Santi Fedele e Pasquale Iuso, Biblioteca Serantini, Pisa, 2004, II, pp. 69-70.

[ix] Felice Chilanti, Ettore Soave, Dominare i prezzi e superare il salario, Il lavoro fascista, Roma, 1938. Edgardo Sulis, Rivoluzione ideale, Vallecchi, Firenze, 1939.

[x] La legge sulle acque è la 1497 del 29 giugno 1939.

[xi] Riportato da Enzo Santarelli, Storia del fascismo, Editori Riuniti, Roma, 1973 (II ediz.), III, pp. 113-115. Sul tema si veda anche Renzo De Felice, Mussolini il duce. Lo Stato totalitario 1936-1940, Einaudi, Torino, 1996, p.100-101.

[xii] ACS, Confino, b. 531, f. “Ilaria…, cit. Verbale della Commissione provinciale del 30 giugno 1939 e nota senza n . del 14-6-1929 da Questore a Prefetto.

[xiii] Ibidem, ricorso alla Commissione d’appello presso il Ministero dell’Interno e domanda di arruolamento dell’agosto 1939.

[xiv] Sull’antifascismo di destra si veda Giuseppe Aragno, Antifascismo popolare. I volti e le storie, Manifestolibri, Roma, 2009.

[xv] Il ricorso fu ufficialmente respinto il 7-11-1939.

[xvi] Esposto al Ministero dell’Interno del 15-10-1941.

[xvii] La lettura dell’8 settembre come «morte della patria», è di Ernesto Galli della Loggia, La morte della patria. La crisi dell’idea di nazione tra Resistenza, antifascismo e Repubblica, Laterza, Roma-Bari, 1996. Su questa sorta di «teorema» revisionista, val la pena di leggere l’ineccepibile riflessione di Gaetano Arfè, che ha osservato: «Chi vede in quella data la morte della patria e ne nega la resurrezione non è interprete di storia, è strumento di una offensiva ideologica che ha la Costituzione come bersaglio, nei valori cui essa si ispira, nei principii che essa afferma, nell’ethos politico che la pervade». Gaetano Arfè, Dall’8 settembre rinasce la patria, «Lettere ai Compagni», a. XXXII, n. 4, settembre 2002, ora in Idem, Scritti di storia e politica, a cura di Giuseppe Aragno, La Città del Sole, Napoli, 351-355.
Ilaria, trasferito da Tremiti ad Avigliano, in provincia di Potenza, fu liberato il 31 agosto 1943, dopo la caduta del fascismo. La ferma e coraggiosa resistenza opposta al regime in più di quattro anni di confino gli costò trenta giorni di consegna e tre mesi di carcere. In memoria della sua battaglia a difesa dell’ambiente esiste oggi un’associazione ambientalista che porta il suo nome e si è costituita come comitato di difesa del territorio di Caposele del suo fiume e delle sue sorgenti.

[xviii] Piero Gobetti, Elogio della ghigliottina, «La rivoluzione liberale», n. 34/1922.

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Vi chiederete perché, parlando di elezioni amministrative, tiri fuori l’articolo 116 della Costituzione che riguarda le regioni e la loro autonomia. Un po’ di pazienza e mi direte poi se sono fuori tema.
Prima della sciagurata riforma del Titolo V, voluta da Massimo D’Alema, in tema di potere delle Regioni, la Costituzione era chiarissima: «Alla Sicilia, alla Sardegna, al Trentino-Alto Adige, al Friuli-Venezia Giulia e alla Valle d’Aosta sono attribuite forme e condizioni particolari di autonomia, secondo statuti speciali adottati con leggi costituzionali». L’on. Meuccio Ruini, antifascista, perseguitato politico e padre Costituente, nella  sua relazione al progetto, aveva spiegato la scelta, precisando che «la Regione non sorge federalisticamente. Anche quando adotta con una legge lo statuto di una Regione, lo Stato fa atto di propria sovranità». Pur non potendo sapere che alcuni decenni dopo ci saremmo trovati di fronte alle folli richieste leghiste, Meucci e i padri Costituenti pensavano di porre così un argine a ogni egoismo locale e all’avventurismo di gente come Salvini e i suoi camerati leghisti.
Contro questa impostazione storicamente fondata nelle radici di un Paese ridotto a «una espressione geografica» dalla lunga vicenda degli Stati regionali, lo sguardo corto di D’Alema e degli uomini che oggi formano il PD, modificarono l’articolo 116, sicché oggi la legge ordinaria può attribuire alle regioni «ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia». Unico limite – di fatto formale – un’intesa fra lo Stato e la regione interessata. Com’era prevedibile, quando la bibbia neoliberista ha scatenato una dietro l’altra le crisi disgreganti che attraversiamo, per fare pressioni sullo Stato, alcune delle Regioni che, dall’Unità a oggi, più hanno preso e meno hanno dato a un processo di armonico sviluppo sociale ed economico della Repubblica, hanno assunto iniziative che fanno a pugni con lo spirito Costituente chiarito da Ruini all’alba della nostra storia repubblicana.  
E qui il legame tra la cosiddetta «autonomia differenziata» e le imminenti elezioni amministrative di Napoli diventa chiaro. Tranne la Clemente, che ha apertamente dichiarato la sua totale avversità a questo scellerato cambiamento, i candidati che chiedono un voto perché «amano Napoli» provengono tutti da partiti o aree politiche che sono invece favorevoli. Promettono di dare un futuro alla città, ma sanno che chi li presenta e li sostiene non glielo consentirà.
Prendete Maresca, a parole tutto cuore e passione napoletana, nei fatti sostenuto dalla Lega di Matteo Salvini e Luca Zaia presidente della Regione Veneto, così interessato alla sorte dei napoletani, del Sud e in generale dell’Italia, che nel 2014 ha addirittura tentato di indire un referendum dichiarato illegittimo dalla Consulta. Di che si trattava? dell’indipendenza del Veneto. E’ inutile tornare a leggere. Non avete sbagliato. L’amante di Napoli, ci ha riprovato nel 2017, quando ha chiesto ai veneti di votare sì o no a un nuovo referendum, rivelatore dei rapporti che i ricchi autonomisti intendono instaurare con i poveri napoletani: il Veneto vuole tenere per sé una percentuale non inferiore all’ottanta per cento dei tributi pagati annualmente dai suoi cittadini all’amministrazione centrale in modo che venga utilizzata nel territorio regionale in termini di beni e servizi; vuole che la Regione mantenga almeno l’ottanta per cento dei tributi riscossi nel territorio regionale e, «dulcis in fundo», pretende che il gettito derivante dalle fonti di finanziamento della Regione non sia soggetto a vincoli di destinazione.
Lo Stato immaginato dagli amici di Maresca, quindi, non può e non deve attuare il principio costituzionale che consente di destinare alle autonomie territoriali risorse aggiuntive per promuovere lo sviluppo economico e a fini di coesione e solidarietà sociale. Gli squilibri economici e sociali? L’esercizio concreto dei diritti della persona? La formazione? La salute? Il Veneto e la Lombardia, che l’ha seguito a ruota, se ne infischiano. Gli amici e sostenitori di Maresca con la loro « autonomia differenziata » sono una dichiarazione di guerra a Napoli e al Sud.
Si può sperare sul rettore ed ex ministro Gaetano Manfredi? Purtroppo no. Il PD di Manfredi è d’accordo con la Lega di Salvini e il referendum non l’ha nemmeno fatto. In Emilia Romagna, infatti, sono stati più spicciativi e l’Assemblea legislativa ha incaricato di avviare il negoziato con il Governo il Presidente della Regione, Stefano Bonaccini, un trasformista passato da Bersani a Renzi, collocabile senza forzature nelle file della destra del PD, il principale responsabile dello sfascio del Paese e del Sud in particolare. Ho dimenticato Bassolino? No. Rientra perfettamente nel gruppo dei distruttori.
Di fronte a questa situazione, le elezioni amministrative non sono mai state così politiche e su questo tema Alessandra Clemente e la sua coalizione hanno la possibilità di fare a pezzi i candidati avversari, chiamandoli a un confronto serrato e ricordando ogni giorno agli elettori la loro funzione di cavalli di Troia, che si presentano in pace, ma sono pronti a massacrare la città.

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Aderisco pienamente convinto alla manifestazione indetta autonomamente dai docenti per il 30 agosto a Roma e sento il bisogno di motivare la mia scelta solidale.
E’ storia antica: quando la crisi della democrazia apre la porta all’autoritarismo, nel laboratorio sperimentale della repressione la scuola diventa immediatamente la provetta più preziosa, quella da cui il potere si aspetta i risultati migliori. Sarà che, per quanto la massacri, come s’è fatto da Berlinguer a Renzi, non puoi cancellare del tutto la sua funzione di fucina del pensiero critico e la sua natura geneticamente «sovversiva»; sarà che annichilire la scuola, per il «migliore» di turno significa poter contare su un popolo di «senzastoria» ridotto a gregge elettorale; sarà quel che sarà, ecco che ci risiamo: fatte le debite proporzioni, l’esperimento repressivo in atto ricorda le pagine più buie della nostra storia, i tempi in cui qualcuno aveva «sempre ragione» e chi non era d’accordo pagava con lo stipendio e il posto di lavoro. Non è previsto ancora il manicomio, perché nei brevi anni di un vichiano «corso positivo» sono stati chiusi. Draghi incarna però il «corso negativo».
Qualcuno dirà che esagero, ma l’obiezione, più che demoralizzarmi, mi spinge a entrare nel dettaglio della mia posizione favorevole agli insegnanti non vaccinati e radicalmente ostile alla scelte vessatorie e illegali del cosiddetto Governo Draghi. Cominciamo da una domanda: vaccinarsi è diventato un obbligo? Quando? Dov’è la legge che lo impone? Esistono circolari, disposizioni con valore di legge, ordini di servizio ignorati? No, non c’è nulla di tutto questo. Ci è stato detto che vaccinarsi è una libera scelta e noi abbiamo liberamente scelto. In democrazia le opinioni hanno pari valore e non è scritto da nessuna parte che io debba essere d’accordo con le vili cretinate di Draghi.
Dirò di più. Mi sono vaccinato due volte con un vaccino che ha diviso il sedicente «mondo scientifico», che l’ha prima bloccato, poi riabilitato e gli ha attribuito miracoli in relazione a un’età che non era mai la stessa. L’ho fatto, accettando di firmare un documento vergognoso, in cui mi assumevo le responsabilità dei guai presenti e futuri che me ne sarebbero derivati. Anche di quelli ignoti che potrebbero capitarmi di qui a qualche anno. Draghi ha pensato così di evitare di risarcire le vittime del vaccino. L’ho fatto perché a parole era in piedi un patto di reciproco rispetto: da un lato la mia libertà di scelta, dall’altro le difficoltà del momento e la collaborazione Istituzioni – cittadini in un momento difficile della nostra storia.
Mettere in campo discriminazioni, lasciapassare, sospensioni di stipendi, licenziamenti e altre scelte vergognose e campate per aria rompe quel patto e il governo diventa così la caricatura di un esecutivo mussoliniano: si muove nell’illegalità, sperpera quattrini in armamenti, se ne infischia della formazione e della salute e poi, consapevole delle sue infinite responsabilità, colpisce non a caso la scuola. Tutti i regimi autoritari partono di là. Invece di colpire gli insegnanti, Draghi e i suoi ministri – faccio fatica a usare queste parole per certa gente – dovrebbero avere il coraggio di dimettersi. Quest’anno, nonostante l’infuriare della pandemia, il signor nessuno, descritto come un padreterno, ha messo in bilancio quasi 25 miliardi di euro per la Difesa, soprattutto per sistemi d’arma. Non è da escludere: geniale com’è, il banchiere che capisce solo di soldi e in tutto il resto è semianalfabeta, pensava forse di far guerra al Covid a colpi di cannone.
Quanto ha speso per la salute? Un miliardo e mezzo, che lascia tutto com’era. E per la formazione? Venticinque volte meno che per le armi. Se non ci fosse da piangere, verrebbe da ridere. Mentre tutto resta com’era – classi pollaio, strutture fatiscenti e giù, giù, persino carenza di carta igienica – che si fa? Si va all’attacco degli insegnanti. Tutti i cialtroni investiti di potere sanno bene che se non intimiditi pesantemente, i docenti spiegheranno agli studenti le ragioni del disastro e indicheranno i nomi di chi l’ha causato.
Un senatore romano consiglierebbe a Draghi moderazione, motivando il suo consiglio con la scienza della politica: «ne cives ad arma ruant». Draghi però non capirebbe. La sua scienza è prigioniera di una tragica ignoranza: quella dei mercanti: Il rischio è perciò concreto: ridotti spalle al muro, i cittadini metteranno mano alle armi in difesa della libertà. I prepotenti non ci credono mai, però succede.
E’ una costante della Storia.

Fuoriregistro, 22 agosto 2021; Agoravox, 26 agosto 2021

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