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A me piacerebbe che, quando si commenta, ci si attenesse a quello che si è letto e perciò chiedo:

E’ vero o no che due governi europei di fronte allo stesso problema si sono comportati in modo diametralmente opposto, uno democratico e l’altro fascista?

E’ vero o no che la nostra stampa questo lo sa bene, ma non lo dice?

E’ forse falso che prima di arrivare a questi giorni dolorosi per quasi quattro anni Barcellona ha avanzato proposte puntualmente respinte senza discussione? E questo in nome di cosa? Della “nazione spagnola” che è riconosciuta dalla frettolosa Costituzione del 1978?

E’ vero o no che la polizia catalana è stata commissariata e il personaggio ambiguo che ora la guida è Diego Pérez del los Cobos, fratello di Francisco, ex Presidente della Corte Costituzionale che ha pervicacemente impedito ogni soluzione “inglese” della questione?

E’ vero o no che entrambi provengono dall’ultradestra?

Potrei continuare, consigliando ai nostri iperdemocratici difensori di Rajoy di informarsi sull’ospitalità che alcune navi passeggeri assicurano ai poliziotti spagnoli protagonisti delle epiche imprese del referendum. Scoprirebbe che si tratta di natanti affittati a compagnie italiane – grandi navi veloci e Moby/Tirrenia – cancellate dalle corse di Sardegna. Sarebbe materia per una interrogazione parlamentare, ma chi dovrebbe farla? I “nominati” accampati nella Camera dei Fasci delle Corporazioni?

 

 

downloadDemocrazia vuol dire regole, bofonchiano Mentana e soci, ma si guardano bene dal ricordare che due governi europei di fronte allo stesso problema si sono comportati in modo diametralmente opposto, uno democratico e l’altro fascista. Il Regno Unito, infatti, cambiò le regole, lasciò che la Scozia facesse il suo referendum sull’indipendenza ed evitò interventi armati, arresti e feriti. Democrazia vuol dire regole, ma i pennivendoli di casa nostra fingono di non sapere che la Costituzione di cui è armato Rajoy non condanna esplicitamente il franchismo, lascia al loro posto i franchisti impuniti, consente a falangisti vecchi e nuovi di scorrazzare per il Paese, riconosce una “nazione spagnola” e – rigida com’è – nel 2010 ha potuto rifiutare ogni offerta catalana di mediazioni che erano il frutto di un lavoro quadriennale. La nostra stampa lo sa, ma preferisce ignorarlo: la polizia catalana è stata commissariata e ora la guida un personaggio ambiguo, Diego Pérez del los Cobos, fratello di Francisco, l’ex Presidente della Corte Costituzionale che ha pervicacemente impedito una soluzione “inglese” della questione. Sarà un caso, ma i due fratelli provengono entrambi dall’ultradestra. Non bastasse – anche questo si sa ma nessuno lo dice – i poliziotti spagnoli protagonisti della repressione sono attualmente ospiti di alcune navi passeggeri affittate a compagnie italiane – grandi navi veloci e Moby/Tirrenia – cancellate dalle corse di Sardegna. Ce n’è quanto basta per una interrogazione parlamentare, ma chi dovrebbe farla? I “nominati” accampati nella Camera dei Fasci delle Corporazioni?
Qualcuno a questo punto si meraviglia se, per Mentana e soci, la Spagna e l’Unione Europea sono democratiche e pluraliste, mentre gli inglesi, che hanno democraticamente mollato l’Europa, sono invece populisti e nazionalisti di destra?
Sono stato a Parigi nel 2004, ai tempi del referendum sull’Europa. Qui da noi la stampa di regime sputava veleno sul “Grand Debat” e sul “nazionalismo francese”, però la sera, nelle scuole pubbliche che venivano lasciate aperte e affidate ai cittadini, incontravo tanta gente di sinistra ostile a un’Europa massacratrice di diritti. Testimone oculare, scrissi in questo senso un articolo per il settimanale campano del Manifesto e fui tra i pochi a mettere pubblicamente in discussione l’idea che rifiutare questa Europa fosse una “cosa di destra” e una “scelta antieuropeista”. Fu di destra, invece, di destra estrema, la scelta di ignorare la volontà dei popoli e di definire populismo ogni critica alla ferocia capitalista che decideva e decide contro la volontà dei popoli. Ne venne fuori – oggi è sotto gli occhi di tutti – l’aborto che chiamiamo Europa unita.
Vi chiedete perché metta insieme in maniera frammentaria fatti apparentemente diversi tra loro? Lo faccio perché intendo sgombrare il campo dall’idea generica e superficiale che gli indipendentisti siano sempre e comunque di destra e impedire che una concezione astratta di “Stato Occidentale” ci porti a credere che la Spagna sia una “democrazia pluralista”. I fatti hanno dimostrato che Madrid ha un governo più o meno fascista, guidato da un proconsole della Troika, che tratta gli spagnoli come fossero abitanti di una colonia del Nord Europa. Un proconsole che difende interessi e privilegi delle classi più agiate del Paese a danno di quelle più povere ed emarginate. In linea di principio, quindi, si badi bene, la Catalogna, la più ricca e agiata tra le realtà che formano la Spagna, dovrebbe essere alleata di Rajoy. Se questo non accade, vuol dire che l’indipendentismo non nasce solo da questioni di carattere economico.
Mio figlio ci ha vissuto due anni e la Catalogna un po’ la conosco. Se ti ammali, in ospedale trovi solo giovani medici inesperti che se ne vanno nel settore privato appena si son fatti le ossa. Un attacco di appendicite può diventare peritonite e tu rischi la pelle. Perché non credere che dietro la lotta dei catalani ci sia anche il rifiuto del modello di Europa che rappresenta Rajoy e l’affermazione di un’aspirazione: un’Europa che non nasca dall’integrazione di Stati nazionali, ma poggi sul federalismo tra realtà regionali? In Catalogna sono stato invitato più volte: un convegno, di cui si sono pubblicati gli atti, la presentazione di un mio libro, la messa in scena di un lavoro teatrale di cui sono coautore, voluta dalla Generalitat de Catalunya e dal Memorial Democràtic per ricordare una famiglia di antifascisti napoletani che lottò assieme ai repubblicani. Barcellona antifascista, quindi, ha ricordato quegli antifascisti di cui Napoli non si è mai occupata come avrebbe dovuto. La Catalogna è sinceramente antifascista. Lo è per l’eredità storica della guerra di Spagna. Non posso dire la stessa cosa di Madrid, alla cui università ho tenuto una lezione a due voci con Mirta Nuñez Díaz Balart, ma ho anche incontrato la contestazione franchista.
In Catalogna ho amici. Elisabetta Donatello, Ida Mauro storica e militante, Steven Forti, un italiano, che insegna storia contemporanea a Barcellona e spesso fa da consulente e opinionista per il TG3. Non sono per gli indipendentisti, ma non li criminalizzano e soprattutto puntano il dito sulla balbettante transizione dal franchismo alla democrazia e sulle responsabilità di governi come quello di Rajoy. Dovremmo riflettere sulle “insalate russe” che si definiscono “grandi coalizioni”, ma mettono assieme il diavolo e l’acqua santa per schiacciare i diseredati e i nuovi poveri creati dalla crisi economica. Le “grandi coalizioni” non sono la “democrazia pluralista”, ma il populismo di Stato, il volto formalmente legale di una deriva autoritaria.
In quanto alla violenza di Stato, essa è ormai un modello europeo. Lo utilizza ampiamente Minniti qui da noi ed è una minaccia concreta per la democrazia. Parlare oggi di Catalogna dimenticando tutto questo vuol dire vender fumo. La Catalogna probabilmente è oggi la cartina di tornasole da cui emerge il volto vero dell’Unione Europea, con i problemi immensi che essa produce e ignora. Se penso a ciò che accade a Napoli, al peso che le leggi europee hanno sulla sorte della città, alle armi che l’Unione offre a governi di dubbia legittimità che ci tagliano i viveri e ci soffocano per impedire ogni scelta autonoma, se ci penso, oggi non posso fare a meno di sentirmi catalano.

Agoravox e Fuoriregistro, 4 ottobre 2017

Immagine.pngSe la gigantiasi in natura è una condizione di carattere patologico, perché in economia può essere un obiettivo? La domanda, ripetutamente posta, non ha mai trovato risposte convincenti e l’Occidente, che esporta a suon di cannonate la sua “democrazia laica”, mostra così di avere un’incurabile anima integralista. Prendiamone atto: l’economia ha divorato la politica, privandola dell’ultima parola sui temi economici e della sua specifica facoltà di decidere sui conti pubblici, sull’uso degli investimenti, sui movimenti di capitali e sull’ingigantimento delle finanza. Le conseguenze gravissime di questo fenomeno sono da tempo ormai sotto gli occhi di tutti: distruzione dello stato sociale, cancellazione dei diritti dei lavoratori, precarizzazione della vita di intere generazioni, guerre tra poveri che fanno da fertilizzanti per le rozze, ma efficaci formule di un fascismo che rinasce, come dimostrano le recenti elezioni tedesche.
Poiché le parole hanno un peso spesso decisivo, è bene dirlo: il rovesciamento del rapporto tra economia e politica è figlio di uno “spossessamento”.  Non sono stati i cittadini italiani a dare ai governi con il loro voto la facoltà di sottoscrivere gli accordi internazionali che ci hanno condotti a questo disastro. Con una legge riconosciuta incostituzionale da una sentenza della Consulta si sono, infatti, creati Parlamenti privi di legittimità politica ed etica e sono stati quei Parlamenti illegittimi che hanno inserito nella Costituzione repubblicana i provvedimenti che sottomettono la politica all’economia: pareggio di bilancio e fiscal compact. Un colpo di Stato interno, quindi, e non la libera volontà di un popolo, ci ha ridotti in una condizione di servitù. Siamo, per intenderci, ben oltre i timori della critica internazionalista ad ogni potere che sia superiore a un altro. Qui da noi non è diventato oppressivo un potere legittimamente delegato, transitorio e limitato nel tempo, come Bakunin riteneva che dovesse inevitabilmente accadere. E’ stata l’alta borghesia a rinnegare Montesquieu e i pilastri della società nata dalla rivoluzione borghese. Siamo di fronte a una controrivoluzione.
Le conseguenze di questo delirio integralista, che uccide in maniera mille volte più feroce e più efficace di ogni terrorismo, si vedono chiare negli Enti locali, dove i sindaci non sono più in grado di assicurare alle popolazioni dei territori che amministrano il rispetto dei diritti costituzionalmente garantiti.
Dovremmo quindi rassegnarci e arrenderci? Tutt’altro. Poiché la Costituzione è la fonte primaria del diritto e prevale su ogni direttiva, sia del governo nazionale, che della Commissione di quell’aborto che i pennivendoli chiamano “Unione Europea”, i Comuni possono contare su un’arma micidiale, che non uccide, ma restituisce la vita: costituire commissioni per valutare la natura e le origini del “debito”, contestarne la tirannia e intanto seguire alla lettera il dettato costituzionale, utilizzando tutte le risorse per soddisfare diritti.
L’Unione Europea, quella dei popoli, può nascere solo così: come alternativa legale – la legalità della giustizia sociale – al mostro illegittimo che da Bruxelles soffoca i popoli. In quanto al sedicente “governo romano”, a che serve parlarne? L’esito del referendum del 4 dicembre ha il valore legale di un autentico certificato di morte.

Agoravox, 30 settembre 2017

Le Quattro giornate di Napoli a - CopiaFondazione Humaniter, Piazza Vanvitelli, 15

Mercoledì 27 settembre, ore 17,00 – Aula 11- 1° piano

Presentazione del libro del prof. Giuseppe Aragno “Le Quattro giornate di Napoli – Storie di antifascisti” Ed. Intra Moenia
Ne parlerà con l’autore il prof. Francesco Soverina, storico, già direttore dell’Archivio dell’Istituto Campano per la storia della Resistenza

Ingresso libero

 

 

In occasione del Premio Artistico Arte e Rivoluzione,

il 28 settembre 2017, h. 17,30, nella Biblioteca Comunale “Benedetto Croce”, F. De Mura 2, Napoli,
sarà presentato il libro di Giuseppe Aragno, Le Quattro Giornate di Napoli. Storie di antifascisti, edito da Intra Moenia.

Ne parleranno con l’autore, il sindaco Luigi De Magistris, lo storico Francesco Soverina, gli esponenti dell’ANPI Antonio Amoretti e Gennaro Morgese. il consigliere della Municipalità Vomero-Arenella, Daniele Quatrano.  Interverrà Serena Colonna, segretaria dell’ANPPIA, che ha contribuito alla realizzazione del volume. Modererà la curatrice del premio Arte&Rivoluzione, Daniela Wallman.

CoopPer Wikipedia i punti vendita Coop vanno aumentando la loro presenza nel Sud e nelle isole, ma il sito ufficiale della Coop dichiara la sua assenza dalla Sardegna in un quadro di presenze territoriali evidentemente squilibrato. Su un totale di 1167 punti vendita, infatti, 708 si collocano nelle Regioni del Nord (il 60 %), 390 in quelle del Centro (34 %) e 69 al Sud (6 % del dato nazionale). Se storicamente la prima finalità delle cooperative di consumo è la tutela del potere d’acquisto e la garanzia della qualità, non ci sono dubbi: il dato è avvilente e, sommato a quello dei livelli di occupazione, dimostra che anche in questo settore il Sud è purtroppo fanalino di coda.
All’origine dello squilibrio ci sono certamente ragioni storiche. La pratica dell’«acquisto collettivo» nasce infatti a Torino nella seconda metà dell’Ottocento e la prima «resistenza» allo strapotere privato e alla costosa intermediazione dei grossisti si organizza al Nord. Non vale qui la pena di ricostruire le linee di sviluppo storico del movimento, ma è significativo – e va segnalato – un dato «snaturante»: i 249 milioni di euro di utili ottenuti dalle vendite nei negozi, contro gli 889 milioni prodotti da operazioni finanziarie negli anni tra il 2009 e il 2013. Un bilancio che dimostra come l’asse degli interessi aziendali si sia spostato dalla gestione per così dire «industriale» a quella finanziaria, sicché i maggiori ricavi delle Coop provengono dagli investimenti speculativi, che non solo producono profitti molto più alti di quelli realizzati dalle vendite nei negozi, ma possono anche causare serissime perdite. Si tratta di uno spostamento che spiega probabilmente la natura reale dei problemi ed è lì che vanno cercate le cause dell’ulteriore  taglio alle attività in Campania, dov’è prevista la chiusura di due dei cinque punti vendita della Regione. Una scelta cui De Luca non ha finora prestato attenzione, benché le conseguenze siano drammatiche e aggravino una situazione già insostenibile: 100 posti di lavoro persi e 100 famiglie gettate sul lastrico senza alcuna prospettiva e alternativa.
Dopo l’approvazione del piano industriale del 2006, che prevede la chiusura o la cessione dei due punti vendita in Campania, il 23 dicembre 2013 un accordo tra Azienda e Sindacati, firmato anche dalla Regione, ha imposto ai lavoratori pesanti perdite  salariali, in cambio di rassicurazioni su futuri tagli al personale. Ipercoop Tirreno, infatti, ha messo nero su bianco la sua decisione di continuare a gestire i cinque punti vendita della Campania. A gennaio dello scorso anno, poi, la fusione di tre società (Adriatica, Estense e Consumatori Nord Est), con la nascita della Coop Alleanza 3.0 e la costituzione della Distribuzione Centro-Sud s.r.l. per la gestione dei tre Ipermercati campani di Afragola, Quarto ed Avellino, Unicoop Tirreno ha acquisito la proprietà dei punti vendita di S.Maria Capua Vetere e Napoli-Arenaccia, i due soli superstore campani . Benché la complessa operazione abbia portato nella sue casse una notevole liquidità, Unicoop Tirreno ha deciso che, se entro il 31 Dicembre 2017 non troverà qualcuno disposto a rilevare le due strutture con il relativi personale, chiuderà le due Coop.
Nell’inerzia della Regione, DemA condivide e sostiene la lotta del Sindacato, che combatte una battaglia dura e difficile, chiedendo il rispetto degli impegni presi, affinché i due punti vendita in questione, che attualmente operano già sotto organico, e il loro intero personale facciano ancora capo al sistema cooperativo. Non si tratta di richieste ideologiche campate per aria. Le due strutture insistono infatti su aree geografiche popolose, che consentono all’azienda di garantire ottimi standard commerciali, qualitativi e occupazionali. Ha ragione quindi l’USB, quando accusa l’azienda di non voler investire decisamente su due strutture che hanno un notevole potenziale e le chiede di non abbandonare l’identità storica delle Coop e non affrontare le conseguenze di scellerate speculazioni finanziarie, che nel 2016 hanno prodotto una perdita totale di esercizio di 44,7milioni di euro, ricorrendo a chiusure inaccettabili. Il costo del personale, che incide per appena l’11% sul totale dei costi della produzione, è totalmente estraneo alla crisi, mentre un peso decisivo ce l’hanno la svalutazione di obbligazioni bancarie subordinate che ammontano a 15,8mln di euro, gli sprechi nei costi per servizi e lo strozzinaggio dei canoni di locazione, che l’azienda paga all’Unicoop Firenze (proprietaria degli stabili), calcolati in misura tre volte più alta degli attuali valori di mercato.
In questa situazione DemA si schiera a fianco dei lavoratori in lotta contro chiusure o cessioni a piccoli privati, decise per rimediare a una gestione finanziaria fallimentare, a scelte manageriali dissennate, a costi fuori controllo e a scarsi investimenti in comunicazione. Una situazione in cui i lavoratori e le loro famiglie non c’entrano nulla, sicché non si capisce perché debbano pagare colpe che non sono loro.
Ciò, senza contare i diritti costituzionali dei lavoratori calpestati e i costi sociali della perdita di posti di lavoro in territori in cui la disoccupazione ha raggiunto livelli da incubo, lo sfruttamento del lavoro è sempre più disumano e intere generazioni non hanno futuro. In questo senso il progetto della Coop è nei fatti un favore alla criminalità organizzata. Contro questa ennesima tragedia occupazionale e le sue conseguenze, DemA si schiera compatta e sosterrà sul terreno politico e su quello della partecipazione attiva ogni iniziativa e lotta che il sindacato vorrà organizzare.

presentazione

SET                        Le quattro giornate di Napoli. Storie di antifascisti
21                           Presentazione e dibattito con l’autore Giuseppe Aragno

h. 17, Ex OPG Ocupato Je so pazz
Via Matteo Renato Imbriani 218, 80136, Napoli