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Presenrazionw 12-12-2017

Aspetto chi ama la storia, la bella scrittura e il canto fuori dal coro. Voi chiedete se vale la pena e io vi rispondo con le parole generose della cara amica Marcella Raiola:
Stavolta le foto dell’incontro dell’ANPI le ho fatte, ma non le pubblico, perché tradirebbero e traviserebbero l’atmosfera incredibile che si è creata in sala, rimandando un’idea di staticità, di normale “conferenza”… Invece, ieri sera, nella piccola Libreria di Torre del Greco che un tempo si chiamava significativamente “Alfa-beta”, per ricordare che i libri devono riportarci alle domande essenziali, al “che cos’è”, siamo stati investiti dall’energico e potente vento della Storia vera, quello che fa chiudere gli occhi per la violenza, ma che tuttavia piace, perché sembra voglia aiutarci a scuotere un’atmosfera plumbea, che opprime; quel vento che solleva polvere e qualche volta spazzatura nascosta, che porta brividi nelle ossa e che, soprattutto, sparge attorno, a distanze inimmaginabili, i semi della verità nella terra fertile di ogni anima pregna di rabbia in cerca di causa e sfogo. 
E’ stata una serata davvero galvanizzante. Uno di quegli incontri da cui gli uomini e le donne più giovani possono uscire cambiati per sempre, con quel peculio metodologico e logico che può bastare a impostare tutto un programma di vita, che non potrà mai più essere impolitico o “apolitico”. 
Il prof. Soverina ha rimarcato la specificità dell’approccio alle fonti dell’autore, lo storico dell’antifascismo e della Resistenza, nonché attivista mai pago e mai stanco Giuseppe Aragno, quelle fonti che non raccontano fatti “oggettivi” e inoppugnabili, da riportare senza interventi personali, né devono essere forzate a dire quel che un’argomentazione pregiudiziale e predeterminata pretende che dicano, magari occultandone o trascurandone una parte, ma che vanno interrogate nel rispetto della loro morfologia e finalità, della loro estrazione e qualità, e composte in un quadro di onesta ricostruzione di eventi e moventi. 
Il prof. Aragno ci ha tenuti inchiodati alle sedie ma ci ha attaccato le ali alle spalle, facendoci protendere verso una Napoli di stenti e di memoria, temuta dai gerarchi non perché c’era Benedetto Croce, innocuo quanto mai per il regime, ma perché c’era una pletora di ribelli, coltissimi, giovanissimi, ignoranti ma riscattati da una folgorazione, da un incontro, dalla consuetudine alla passività intollerabile connessa al loro ruolo sociale, come Salvatore Mauriello, ladruncolo di portafogli educato in galera da un anarchico, delegato a Mosca per gli operai italiani, amico di Mussolini socialista e poi dallo stesso ferocemente perseguitato, fino alla fame dei figli… Gente che scriveva e diffondeva fogli clandestini, che faceva accordi per ridimensionare e contrastare gli squadristi, come il ventenne Adolfo Pansini; gente che veniva da lontano, come il jugoslavo Zvab, a mettere su, tra i malati d’un ospedale, fino a venti unità di partigiani pronti all’azione, a Napoli e, dopo Napoli, fino alla Valsesia; gente che ha dato mente, organizzazione e vita, anche la vita, a chi era solo disperato, affamato o stanco di essere compresso tra tedeschi a terra e aviazione angloamericana che bombardava a tappeto dal cielo. Abbiamo visto una Napoli pullulante di storie mai raccontate, abbiamo visto mostri sacri della Storia “revisionista” marginalizzare le storie dei tanti sacrificati e umiliati, delle tante donne partigiane, come Vincenza Baiano, dimenticate perché donne, e cacciare via storici come Aragno, che hanno scelto di andare a leggere quelle fonti che i “maestri” hanno volutamente tralasciato, per meglio incastonare la realtà nel loro aprioristico schema eziologico e teleologico. 
Abbiamo riso per le trovate malandrine dei disperati, e pianto sui corpi martoriati dei giovani e di quei bambini dilaniati strumentalizzati puerilmente eppure efficacemente dalla Storia grande, che li ha resi protagonisti di una rivolta fatta apparire per calcolo e convenienza come “mossa di viscere” di un popolo incanaglito dalla fame (ma che sistematicamente e con alto rischio andava a rubare le armi ai tedeschi all’Arenaccia, presso cui erano ammassate)… Napoli, allora come ora, dà fastidio al potere. Dà più fastidio un popolo come quello di Napoli in armi che un esercito come il tedesco occupante. Il dopo-liberazione non è stato meno fascista e meno iniquo del ventennio. La Storia è stata epurata dai partigiani scomodi ma non dai fasci: quelli sono rimasti in carica, in onore e al potere. Ieri lo abbiamo capito con una lucidità e un’intensità nuova. Ieri abbiamo capito che vuol dire non trionfare mai, eppure non essere mai vinti. E abbiamo amato una volta di più, tanto di più, le nostre belle e apparenti sconfitte.
Il prossimo incontro sulla straordinaria ricerca condotta dal prof. Aragno, che è uno ktèma es aèi (guadagno eterno) per tutti, il 12 dicembre prossimo, alla Città Metropolitana, Piazza Matteotti!“.

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Libreria Mondadori, Corso Vittorio Emanule 134 , Torre del Greco (NA):

 

presentazione

Ho nutrito certezze
ma la mia religione è stata il dubbio
che ti apre le vie nuove
e rimette ogni cosa in discussione,
anzitutto te stesso.

 

Antifascista recensione 4 giornate

clip_image001Poiché se non stanno zitti, i protagonisti dell’informazione televisiva fanno gli smemorati, vale la pena di provvedere. Dopo l’ennesimo campanello di allarme suonato a Como, tiro fuori dal mio cassetto due pillole di fosforo e le regalo a Mario Sechi, che minimizza e se la prende con quotidiana violenza della politica. Io mi ricordo bene, però, che solo quattro anni fa il democratico campione della nostra libera stampa, tentò la scalata al  Senato con Mario Monti che, guarda caso, per recitare la farsa dello spread, s’era portato appresso Marco Rossi Doria, uno dei tanti rivoluzionari pentiti che, guarda caso per la seconda volta, promuoveva le democratiche ragioni del dialogo con i “ragazzi di Ezra”. Quello che accade, insomma, ha radici ben chiare e i “santi” per avvocato Casapound li ha trovati da tempo nelle alte sfere della politica.
Ecco le pillole di fosforo.

Ma il canto di Ezra non nasconde il male

D’accordo. Ognuno si sceglie il poeta che meglio risponde alla sua sensibilità, ma mi pare difficile negarlo: non si legge correttamente la storia facendo ricorso agli strumenti del letterato, alle emozioni del “lettore” e alle suggestioni della psicopatologia. Non entro qui nel merito delle “case” e delle cose di Ezra Pound e nemmeno di quella sconosciuta nebulosa che si cela dietro la formula generica dell’infermità mentale. Pazzo mi dicono fosse Adolfo Hitler e sarebbe stato da curare. E, tuttavia, se pazzi siano stati dal primo all’ultimo soci, complici e camerati, è difficile da credere e, in ogni caso, nessun dialogo con una così infame e criminale follia fu mai realmente possibile: il racconto dei fatti è solo raccapriccio. Lascio a chi le ama le riflessioni sulla poesia di Pound, che Rossi Doria ha consegnato a “Repubblica” giorni fa. Per quanto mi riguarda, se la misura delle “cose fatte” si ricava dalla “intenzioni”, se il gioco delle cause e degli effetti si colloca impropriamente sull’incerto confine della pazzia, se ci si muove tra sensazioni e filosofia, finisce che può essere vero tutto e il contrario di tutto. E’ questione di metodo e di punto di vista e, per carità, mi guardo bene dal sostenere la pura e semplice verità del fatto. Tuttavia, fuori dal campo dell’estetica, dalla soggettività del lettore, dall’interpretazione del “messaggio poetico” e del valore che ognuno è libero di assegnare alle parole, sono i fatti a parlarci degli uomini e dell’agire loro. I fatti soprattutto e le risposte che essi – testimoni muti del loro tempo – danno alle nostre domande.
Rossi Doria, del resto, anche questo ha il suo peso, giunge buon ultimo a dichiarare la sua passione poundiana, subordinando al valore del poeta il sistema di valori di cui si fece espressione. Prima di lui ci hanno provato, infatti, la cultura filosofica e la storiografia di destra. Giulio Giorello s’è spinto sino all’ “elogio libertario di Ezra Pound”, diventato addirittura un “nemico dei tiranni”; di Pound si sono innamorati Giano Accame, per il quale nemmeno Giovanni Preziosi fu razzista, e Luca Gallesi, che s’è sforzato – come se tanto bastasse a giustificarne le scelte – di vedere una matrice anglosassone e laburista nelle soluzioni economiche mussoliniane, nella “follia” nazifascista del poeta dell’Idaho e in un antisemitismo che, negli anni Venti, sarebbe stato totalmente ignoto al pensiero del duce.
Buon ultimo, quindi, Marco Rossi Doria s’è assunto la complicata e inutile difesa d’ufficio di un Ezra Pound collocato soprattutto nell’empireo degli intellettuali e dei poeti. E l’ha fatto lasciando ai margini, come un incidente che riguardi solo la sua salute mentale e un dato secondario della sua vicenda umana, quel feroce schierarsi col nazifascismo, quella sua ostinata e mai apertamente sconfessata difesa della miseria materiale e morale di Salò che, val la pena di ricordarlo, segna il punto basso, la vergogna estrema cui è giunto finora questo nostro Paese sventurato. I fatti, però, quelli che ci raccontano la storia quando poniamo le domando giuste, i fatti sono ben altri. Gli affari di casa innanzi tutto. Occorrerà pur dirlo: nessun antisemitismo britannico o statunitense degli anni Venti ha prodotto leggi razziali come quelle che il fascismo regalò all’Italia alla fine degli anni Trenta. In quanto al resto, mentre il revisionismo infuria e la parificazione tra fascisti e partigiani punta a colpire apertamente il cuore della Costituzione, un intellettuale democratico, progressista e antifascista che scelga di parlare alle giovani generazioni, non può far finta d’ignorarlo. Le parole sono pietre e, dietro “i ragazzi di Ezra”, come Marco Rossi Doria definisce i neofascisti di Casa Pound, si vedono bene e molto da vicino i “bravi ragazzi di Salò” tirati fuori dal cilindro anni fa da Luciano Violante. Troppo da vicino, perché tutto si riduca a una semplice e semplicistica questione di letteratura. Schierandosi con la Repubblica Sociale, Ezra Pound scelse il campo di chi volle il genocidio e la Shoà. Era impazzito, sembrerebbe, ma gli si fece grazia della vita e dopo una complessa e travagliata vicenda, gli si rese poi la libertà. Pazzo, sano, libertario o fascista che fosse, egli sembrò ribadire la sua fede e lasciò di sé, anni dopo, parole che si direbbero un testamento spirituale: “…sul lembo estremo dei Gobi, bianco nella sabbia un teschio canta e non par stanco, ma canta, canta: Alamein! Alamein! Noi torneremo! Noi torneremo”.
I “fascisti del terzo millennio” ritengono che Pound non fosse pazzo e condividono coi fatti il suo pensiero politico. Importa poco se Pound sia stato un traditore o un visionario. Fino a quando le sua follia sarà la fede di “Casa Pound”, il dialogo è improponibile. E’ vero. Molto ancora dovremo interrogarci sul senso storico del secolo scorso e il mondo in cui viviamo è complicato. Da troppe parti, tuttavia, e da troppo tempo, per ragioni oscure, è venuto e viene l’invito pressante a una pacificazione che ha assunto col tempo, ogni giorno di più, l’inaccettabile valore d’una parificazione. Rossi Doria dovrebbe saperlo: i vecchi e i bambini rom cacciati a suon di molotov da un nostro quartiere sono l’esito naturale d’una pratica di sdoganamento del fascismo alla quale da tempo i giovani antifascisti, nella loro stragrande maggioranza, si vanno opponendo con civiltà e misura. E’ vero che c’è un estremo bisogno di parole scambiate. Ma non meno vero è che non si può discutere con un’arma puntata alla tempia. E il fascismo, vecchio o nuovo che sia, è un’arma pronta a colpire, come ben sanno gli immigrati e gli omosessuali aggrediti e terrorizzati. Mi spiace doverlo dire, ma è così. Anch’io ho avuto in famiglia antifascisti e sono certo: è meglio lasciare in pace i padri e i nonni che se ne sono andati. Per quello che potevano, hanno già detto tutto ciò che c’era da dire. Nessuna violenza, quindi, ma un dissenso forte e chiaro. Qui non si tratta di pazzia, ma di una inaccettabile scelta di campo.

Giuseppe Aragno, “Repubblica”, redazione di Napoli, 7 ottobre 2009

Dialogo a tradimento

Succede a Napoli e, poiché ci vivo, non faccio fatica a capire: è l’incipit di un’offensiva destinata a durare. I neofascisti di “Casa Pound” occupano un vecchio monastero per farne un sedicente “centro sociale”. Grazie a Bassolino e soci, la sinistra s’è sciolta da tempo come neve al sole e, incontrastato, spira un vento fortissimo di destra. Com’è costume italico, i soliti “intellettuali” in cerca di “collocazione“, fanno sponda e aprono la breccia: “è necessario dialogare“, sostiene su “Repubblica” Marco Rossi Doria, seguendo il manuale del revisionismo e l’arte antica dei “gattopardi“. Il personaggio è noto, ma è bene ricordare: rivoluzionario ai tempi di Potop, poi “maestro di strada” a costi esorbitanti e risultato zero, sindaco mancato alla testa di un’insalata russa riunita sotto le bandiere d’una lista civica fatalmente “trasversale“, è passato dalla strada al palazzo col ministro Fioroni e ha contribuito allo smantellamento della scuola statale.
Il “dialogo” offerto dà frutti immediati. Forte di tanto appoggio, “Casa Pound si scatena. La prima, prevedibile risposta è un agguato squadrista a uno studente antifascista. Indignato, reagisco all’indecente proposta che legittima di fatto il neofascismo e falsifica la cronaca e la storia in nome di malintese e presunte ragioni d’una sedicente “cultura della democrazia“, chiedo un po’ di spazio a “Repubblica“, e denuncio la manovra.
Rossi Doria si tace, timoroso che addosso gli piombi una valanga. Il 9 ottobre, però, puntualmente ospitato da “Repubblica Napoli“, torna alla carica, inventandosi fantomatici centri sociali di destra, in una città inesistente, fatta solo di “esclusi” e di “protetti”, e così salta il fosso: il sindaco, scrive, faccia da mediatore tra i centri sociali. Finalmente le cose sono chiare: dopo i ragazzi di Salò, occorre benedire quelli di “Casa Pound“, nonostante la caccia ai gay e agli extracomunitari e i frequenti agguati agli studenti di sinistra.
Che dire? La partita non sarebbe chiusa, se “Repubblica”, eccessivamente timorosa di alimentare una polemica che molto impropriamente giudica personale, mi nega la facoltà di replicare. Non è certamente una censura, ma se penso alle recenti, sacrosante battaglie, mi domando se libertà di stampa, non sia anche diritto di replica e “par conditio“. Sia come sia, rimane in vita la minacciata libertà del web cui affido la replica destinata al giornale e una richiesta: chi condivide, faccia poi “girare“.
Il “dialogo” colpito a tradimento
La Napoli di Rossi Doria è una mela divisa in due. Un taglio netto e dai confini oscuri: di qua i protetti, dall’altra parte gli esclusi. Un po’ schematico, ma funzionale. A rigor di logica mancano i protettori e, se vuoi esser preciso, provi a capire chi è che va escludendo. Se ci pensi poi bene, una domanda non la puoi evitare: dove metti, in questo disegno lineare e semplice, una scuola aggredita come il “Margherita di Savoia“? In quale delle due città? E dove si colloca Francesco Traetta, un ragazzo mandato all’ospedale con una costola rotta, solo perché ha portato a scuola un partigiano? Chi è Francesco? Un “protetto, un “escluso o più semplicemente e drammaticamente l’idea stessa di “dialogo” ferita a tradimento nella città in cui Rossi Doria offre al fascismo la legittimità che la Costituzione gli nega?
Lo so. Siamo tutti contro il revisionismo e tutti democratici. Di democrazia si riempie la bocca chiunque ne ha bisogno per non sai quali scopi. Ne parla spesso persino Berlusconi. Difficile è capire come si fa ad essere davvero democratici e ancora più difficile saper dire verità impopolari, nel nome e per conto della democrazia. Se la smettessimo di fare delle parole un’arma impropria, per sostenere tesi avventate e demagogiche, se cercassimo soluzioni reali e leali a problemi nelle cui pieghe si cela l’agguato di Francesco, se la piantassimo finalmente di andare per la tangente e cercare l’applauso, diremmo che il ragazzo è una vittima e non ci sfiorerebbe nemmeno il pensiero che a dirlo si può spingere all’odio.
Se Francesco è una vittima, è chiaro che ci sono dei carnefici e non so per quale singolare follia dovremmo mettere insieme il giovane antifascista e chi l’ha massacrato. La dico tutta e fuori dai denti, perché mi pare chiaro che la questione riguardi, a questo punto, il senso stesso della convivenza civile. Con la storiella comoda e strumentale degli steccati da saltare, si fa di ogni erba un fascio e si protegge oggettivamente gente che predica da sempre la violenza. A me non importa da che parte venga e di che colore sia. Nella risibile società degli esclusi e dei protetti, il confine che separa chi colpisce da chi è colpito dev’essere visibile e ben definito. E non c’è dubbio, la domanda è una: per saltare non so bene quali suoi steccati, chi sosterrebbe a cuor leggero che, per risolvere il caso Saviano, il sindaco dovrebbe mettersi a un tavolo e fare da mediatore tra il giovane scrittore e i casalesi?
E torno a Napoli. Sempre più sventurata, devo dire. La guardo sconcertato, così come mi viene dipinta, e non la riconosco. Mi ci perdo. Una sola divisione: esclusi e protetti. I confini, tirati con la squadra e con la riga, sono incomprensibili e irreali, ma il quadro è suggestivo: due città che non si parlano e quasi non si conoscono. Ma quali città? E di che mondo parliamo? Se solo ti guardi attorno attentamente, il conto non ti torna. Nello stesso quartiere, nello stesso vicolo, spesso nella stessa famiglia, c’è tutta la complessità della vita. La gente parla e non c’è mai silenzio. La gente si incontra, si scontra, tratta, contratta, si conosce e trova modo di riconoscersi. Non ci sono due città, esiste solo un insieme di diversità, un’articolata molteplicità e la realtà non è riconducibile a una sorta di inverosimile binomio. Napoli è una metropoli che si legge a “strati” e non puoi chiuderla nell’antico stereotipo della città borbonica quasi per vocazione. Certo, se la guardi in superficie, ci trovi l’eterno malcostume politico e il ricatto clientelare che invischiano tutti i ceti nell’ideologia subalterna d’un popolo quasi indifferenziato. Ma se ti fermi a guardare, se stai per strada e vivi tra la gente, scopri che la salute è sorprendente, ti accorgi che la vita pulsa, che le tensioni sociali non erompono più fatalmente in protesta plebea e non soffocano malamente in un rigurgito sanfedista. Se vai più a fondo, e devi saperci andare, immediato giunge l’impatto con la borghesia e, se vuoi capire Napoli, tu devi farci i conti. Non puoi fermarti a Viviani e nemmeno conoscere solo Eduardo De Filippo. Il mondo cambia e, se tu non lo vedi, inganni te stesso o, peggio ancora, stai ingannando gli altri. Dov’è questa nuova “Berlino” col suo muro e i protetti da un lato, gli esclusi dall’altro? A meno di non esser ciechi – questo forse è il problema – la città è un inestricabile intreccio. Assieme all’economia del vicolo e a nuclei di plebe, per i quali il tempo non passa, la maturità non giunge, la coscienza civile non si forma, trovi una borghesia articolata che guarda in alto, ma ha frange che si proletarizzano; trovi, se guardi, un proletariato che ha avuto una gran storia. Gente che ha ancora un’anima e resiste al richiamo del vicolo, portandosi dentro l’identità di classe, sebbene sia ormai perennemente terrorizzata dal pauroso binomio licenziamento-disoccupazione e appaia piegata sotto i colpi di un’offensiva padronale così disgregante, che non ha precedenti nella storia della repubblica. E non basta. Quanto di militanza giovanile non sanno più raccogliere i partiti storici dei lavoratori, vive nei centri sociali “rossi“. Solo in quelli, perché centri sociali la destra non ne ha. Quale che possa essere la parte politica, nessuno onestamente può negarlo: nonostante limiti e insufficienze, negli ultimi anni questi ragazzi hanno costruito forme di democrazia “dal basso” che meritano rispetto. Sono stati protagonisti di una battaglia coraggiosa, civilissima e non ancora del tutto conclusa, quando la città è diventata un’enorme e vergognosa discarica a cielo aperto e hanno marciato con padre Zanottelli; svolgono ruoli attivi e propositivi nei “Comitati di quartiere” e nelle rare iniziative in cui la città mostra di essere ancora politicamente e socialmente viva. Chi li ha visti all’opera a Bagnoli, accanto a genitori, insegnanti e bambini in lotta per la scuola nella lunga ed esemplare vicenda del “Madonna Assunta“, chi li vede impegnati a fianco agli immigrati, chi ha la fortuna di stare con loro nelle assemblee universitarie e nelle manifestazioni in piazza, non può che togliersi il cappello. Ci sono limiti, errori e contraddizioni e sarebbe strano che non fosse così, ma c’è una passione civile che non è facile trovare.
La democrazia è partecipazione e Rossi Doria in piazza non si vede mai, ma lo ricordo negli anni della giovinezza, quando tutti eravamo autonomi e rivoluzionari. Il suo “potere” era allora tutto operaio. Non so di dove tragga fuori i suoi giudizi e i malaccorti e velenosi suggerimenti che regala al sindaco Iervolino. So che questo suo insistere nel paragonare i ragazzi dei centri sociali agli squadristi che hanno massacrato di botte Francesco Traetta, un loro compagno, uno di loro, non è solo una bestemmia. Somiglia molto a una sorta di provocazione, a qualcosa che sta la speranza e l’istigazione che mi auguro inconsapevole. Che si vuole davvero: evitare o scatenare la rissa? Protetti o esclusi: non sta in cielo né in terra. Tutto nasce semplicemente da una micidiale distorsione dei fatti? Può darsi. Ma questo è davvero il revisionismo. E sono sinceramente preoccupato.

Giuseppe Aragno, “il Manifesto” 15 ottobre 2009.

Teatro ItaliaCon la preghiera di far girare

L’idea lanciata dai “pazzi” si fa strada rapidamente. Ora i miei giovani compagni girano l’Italia come un tempo gli “apostoli del socialismo”. Li invitano dappertutto e la gente si ferma, ascolta e interviene. La stessa gente che normalmente se capisce che vuoi parlare di politica ti lascia con le parole in bocca e se ne va. Vuoi vedere che la pazzia è diventata contagiosa?   

Alcuni spunti di riflessione a partire dall’assemblea del 18 novembre

In queste pagine abbiamo provato a sintetizzare i contenuti espressi dalle mobilitazioni degli ultimi dieci anni di crisi: assistiamo ogni giorno alla guerra dei ricchi contro i poveri, di quelli che hanno gli strumenti – economici, tecnici, legislativi – per arricchirsi sempre di più e quelli che resistono solo col proprio lavoro e la propria determinazione.
Di tutte queste mobilitazioni abbiamo registrato le voci all’assemblea del 18/11 a Roma, dove decine di interventi, da più parti d’Italia, hanno raccontato esperienze di resistenza, partecipazione, attivismo, lotta; abbiamo provato a costruire un programma minimo che le tenga dentro e le connetta tutte.
Abbiamo voluto scrivere un testo breve e incisivo perché crediamo che non ci serva un lunghissimo elenco di promesse e proposte, ma pochi punti forti su cui in tanti possiamo continuare a impegnarci con l’obiettivo del protagonismo delle classi popolari.
Vorremmo provare a formulare assieme alcuni elementi di metodo e di intervento quotidiano, da portare avanti anche a prescindere dalla prossima scadenza elettorale: sui temi qui indicati vogliamo crescere e tornare ad essere protagonisti nei nostri territori, prima, durante e dopo le elezioni. Speriamo davvero che questo testo possa essere dibattuto, integrato, migliorato dalla partecipazione di tante e tanti.

  1. COSTITUZIONE

Vogliamo l’uguaglianza, vogliamo salari dignitosi, il rispetto di chi lavora. Perché su chi lavora è fondata la Repubblica. Chiediamo troppo? Chiediamo solo quello che già è scritto nella nostra Costituzione, nata dalla spinta dalla lotta di liberazione dal nazi-fascismo e da un grande protagonismo delle masse.
Il Referendum del 4 dicembre ha mostrato la chiara volontà del popolo italiano di difendere la carta costituzionale, noi crediamo che sia finalmente giunto il momento di metterla in pratica fino in fondo. Vogliamo dunque la piena attuazione della Costituzione nata dalla Resistenza, e in particolare dei suoi aspetti più progressisti. Questo significa prima di tutto:
– ridare centralità e dignità alle lavoratrici e ai lavoratori;
– far sì che ogni discriminazione di sesso, razza, lingua, religione, orientamento sessuale venga superata;
–  rimuovere ogni ostacolo di carattere economico e sociale che limita l’uguaglianza e inibisce il pieno sviluppo della persona umana;
– promuovere e supportare la cultura e la ricerca scientifica, salvaguardare il patrimonio ambientale e artistico;
– ripudiare la guerra e dare un taglio drastico alla spesa militare (ovvero: la rottura del vincolo di subalternità che ci lega alla NATO e la rescissione di tutti i trattati militari; l’adesione e sostegno dell’Italia al programma di messa al bando delle armi nucleari in tutto il mondo; il ritiro delle missioni militari all’estero; la cancellazione del programma F35, del MUOS, degli altri programmi e basi di guerra);
– rimuovere il vincolo del pareggio di bilancio, inserito di recente, che sacrifica le vite e la dignità delle lavoratrici e dei lavoratori in nome dell’equilibrio fiscale e del rispetto dei parametri europei;
– ripristinare l’equilibrio istituzionale, ridando centralità ad un Parlamento eletto con un sistema proporzionale.

  1. UNIONE EUROPEA

Negli ultimi 25 anni e oltre, l’Unione Europea è diventata sempre più protagonista delle nostre vite. Da Maastricht a Schengen, dal processo di Bologna al trattato di Lisbona, fino al Fiscal Compact, le peggiori politiche antipopolari vengono giustificate in nome del rispetto dei trattati. I ricchi, i padroni delle grandi multinazionali, delle grandi industrie, delle banche, le classi dominanti del continente approfittano di questo ”nuovo” strumento di governo che, unito al “vecchio” stato nazionale, impoverisce e opprime sempre di più chi lavora. Sempre di più la gente comune sente il peso di decisioni che sono prese altrove, lontano, e che non rispecchiano ciò che il popolo vuole.
L’Ue ha agito come uno strumento delle classi dominanti, delle banche, della finanza: un dispositivo che ha “protetto” dalla democrazia quelle riforme strutturali (da quelle costituzionali e a quelle del lavoro) non a caso definite impopolari. L’ Unione europea dei trattati è lo strumento di una rivoluzione passiva che ha reso funzionale “il sogno europeo” agli interessi di pochi. Noi vogliamo ricostruire il protagonismo delle classi popolari nello spazio europeo:
Per questo:
– vogliamo rompere l’Unione Europea dei trattati;
– rifiutiamo le storture governiste impresse al nostro sistema politico, lo svuotamento di potere del Parlamento e il rafforzamento degli esecutivi;
– vogliamo che le classi popolari siano chiamate ad esprimersi su tutte le decisioni prese sulle loro teste a qualunque livello – comunale, regionale, statale, europeo – pregresse o future.

  1. LAVORO E REDDITO

Costituzionalmente è riconosciuto il diritto al lavoro e la promozione delle condizioni che rendano effettivo questo diritto.
La realtà del lavoro in Italia è sempre più sbilanciata: c’è chi sia ammazza di fatica per 12 ore al giorno e non riesce ad andare in pensione e chi non riesce a trovare un impiego, noi vogliamo lavorare meno, ma lavorare tutte e tutti. Gli unici lavori che si riescono a trovare sono iper-sfruttati e sottopagati (o addirittura gratuito, nelle forme degli stage, dei tirocini, dell’alternanza scuola/lavoro, etc.); migliaia di persone ogni anno sono costrette ad emigrare per lavoro (nessuno ne parla ma sono più di coloro che arrivano nel nostro Paese); più di tre persone al giorno muoiono di lavoro e le norme a tutela della sicurezza dei lavoratori sono sempre più deregolamentate, così come le misure di prevenzione di infortuni e malattie professionali. La tenuta del nostro sistema pensionistico è a rischio a causa del fatto che nel mercato del lavoro si entra – forse – tardi, un eventuale reinserimento in età avanzata è ancor più difficile, e si esce chissà quando; ad essere garantite sono solo le pensioni dei dirigenti, pagate con i soldi dei lavoratori dipendenti.
Per questi motivi vogliamo:

– la cancellazione del Jobs Act, della legge Fornero, della legge Biagi, del pacchetto Treu e di tutte le altre leggi che negano il diritto ad un lavoro stabile e sicuro;
– il ripristino del testo originario dell’art. 18;
– la cancellazione di tutte le forme di lavoro diverse dal contratto a tempo indeterminato;
– misure che garantiscano incisivamente la sicurezza sul lavoro;
– serie politiche di contrasto alla disoccupazione;
– una legge sulla democrazia nei luoghi di lavoro che garantisca a tutte e tutti il diritto di scegliere liberamente la propria rappresentanza sindacale, tutti elettori e tutti eleggibili senza il vincolo della sottoscrizione degli accordi;
– che venga anticipata l’età pensionabile;
– la fine delle discriminazioni di genere e della disparità salariale.
– la battaglia per il diritto al lavoro e per la riduzione di orario viaggia insieme alla necessità di riconoscere il diritto a una esistenza degna a tutte e tutti. Non si tratta solo di contrastare una povertà sempre più odiosamente diffusa, ma di superare il welfare assistenzialistico e familistico e riconoscere a tutte e a tutti il diritto a un reddito minimo garantito.

  1. ECONOMIA, FINANZA, REDISTRIBUZIONE DELLA RICCHEZZA

Partiamo, come detto all’inizio, dalla Costituzione e dalla rimozione degli ostacoli all’uguaglianza. Questo punto è incompatibile con le scelte scellerate in materia di economia e finanza fatte dai governi di qualunque colore negli ultimi trent’anni. Ribadiamo la necessità di cancellare l’obbligo del pareggio di bilancio inserito in Costituzione e la volontà di disobbedire al Fiscal Compact. Crediamo inoltre che sia urgente trasferire ricchezza dalle rendite e dai capitali al lavoro e ai salari, ricostruire il controllo pubblico democratico sul mercato organizzando un piano che elimini la disoccupazione di massa e la precarietà  e cancelli la povertà. Per mettere in atto questo piano immaginiamo alcuni passaggi fondamentali:
– un’imposta patrimoniale;
– un sistema di tassazione semplice e fortemente progressivo;
– una lotta seria alla grande evasione fiscale;
– il recupero dei capitali e delle rendite nascoste;
– la fine delle privatizzazioni e delle esternalizzazioni (in particolare degli appalti per servizi permanenti): vogliamo che i beni e i servizi pubblici rimangano tali e non vengano svenduti;
– politiche industriali attive e controllo su delocalizzazioni e investimenti (in particolare delle multinazionali, quindi è necessario anche abolire Il trattato con il Canada e cancellare definitivamente Il TTIP);
– la nazionalizzazione della Banca d’Italia, delle banche e delle industrie strategiche, il ripristino della separazione tra banche di risparmio e di affari;
– un piano per il lavoro con  forti investimenti pubblici nel risanamento del territorio, nei beni culturali, nella formazione, nella ricerca e nella innovazione, nello sviluppo dei servizi e dello stato sociale.

  1. LOTTA ALLA POVERTÀ E ALL’ESCLUSIONE SOCIALE

Un paese sempre più preda della crisi, impoverito e incattivito, vede crescere l’emarginazione sociale. Superando le logiche assistenziali, la lotta alla povertà e all’esclusione è un punto importante del nostro discorso politico. Vogliamo:
– città e territori realmente aperti a tutti, senza zone ghetto, senza periferie immiserite e preda della criminalità organizzata accanto a “centri storici-vetrina” dai quali gli esclusi vengono cacciati con un DASPO;
– una seria politica per gli alloggi popolari mettendo innanzitutto a valore il patrimonio immobiliare esistente;
– il rispetto delle garanzie e tutele costituzionali – casa, salute, istruzione, etc. – per tutte e tutti, in particolare per chi è in condizioni di miseria e disagio socio-economico.
– un piano di inclusione da realizzare per tutti gli espulsi dalla crisi economica, il cui destino non può essere quello della marginalità e della ghettizzazione.

  1. WELFARE: SALUTE, ISTRUZIONE, ASSISTENZA, INCLUSIONE

La lotta alla povertà e all’esclusione, il superamento di qualsiasi diseguaglianza sociale, passano per la tutela del diritto all’istruzione, alla salute, per il potenziamento di qualsiasi forma di assistenza sociale, attraverso un incisivo ripristino del Welfare State. La sanità pubblica è allo sfascio, preda di sciacalli privati che hanno solo sete di profitto; i livelli assistenziali sono in caduta libera, frutto di politiche di tagli trasversali e indiscriminati, la partecipazione diretta alla spesa cresce sempre di più, come la lunghezza delle liste d’attesa, con una conseguente diseguaglianza di accesso ai servizi, in particolare nelle zone depresse come il Sud e le isole. Questa disuguaglianza è accentuata anche dall’introduzione del Welfare Aziendale e di fondi pensionistici integrativi vincolati al contratto di lavoro e allo status socio-economico. L’esclusione di fette sempre più ampie di popolazione dall’accesso alle cure va di pari passo con l’assenza di qualsiasi investimento incisivo sulla prevenzione primaria e secondaria di malattie e su misure di tutela della salute.
La “Buona Scuola”, degna figlia delle riforme precedenti, insulta gli insegnanti, svuota le conoscenze, punta a trasformare gli studenti in schiavi obbedienti pronti a lavorare gratis e senza protestare. Mancano totalmente politiche di assistenza e sostegno alla famiglia, come gli asili o dei servizi sul territorio per il sostegno agli anziani. I diversamente abili ed i soggetti sociali fragili sono sempre più spesso abbandonati a loro stessi o alle loro famiglie, senza alcuna assistenza economica e materiale e alcun serio programma di inserimento e inclusione sociale.
Per questo noi vogliamo:
– la cancellazione di tutte le riforme che hanno immiserito la scuola, l’università e la ricerca;
– l’assunzione a tempo indeterminato di tutto il personale precario della Pubblica Amministrazione e un nuovo programma di assunzioni per scuola, sanità, servizi socio-assistenziali, con immediato sblocco del turn-over lavorativo;
– un serio adeguamento salariale;
– l’ampliamento dell’offerta formativa e l’estensione del tempo scuola col tempo pieno per tutto il primo ciclo d’istruzione;
– la gratuità dei libri di testo e la certezza del diritto allo studio fino ai più alti gradi;
– la totale gratuità del servizio sanitario nazionale;
– un potenziamento reale del servizio sanitario e dei livelli assistenziali minimi;
– l’uscita del privato dal business dell’assistenza sanitaria;
– lo stop alla chiusura degli ospedali, il potenziamento dei servizi sanitari esistenti, una rete capillare di centri di assistenza sanitaria e sociale di prossimità;
– che ci sia piena libertà di scelta da parte del soggetto interessato riguardo l’uso sproporzionato di mezzi terapeutici (“accanimento terapeutico”) e le decisioni di fine vita (eutanasia);
– il risanamento e la bonifica dei territori inquinati, col potenziamento di programmi di prevenzione primaria e secondaria;
– la copertura totale del fabbisogno di posti negli asili nido;
– un concreto sostegno economico e materiale agli anziani e alle loro famiglie;
– un piano nazionale di edilizia pubblica per risolvere l’emergenza abitativa che preveda la costruzione di nuove case popolari e il recupero del patrimonio esistente (piano da finanziare in primo luogo con più tasse sugli alloggi sfitti dei grandi costruttori) e provvedimenti che regolino il mercato degli affitti (equo canone);
– la riqualificazione delle periferie;
– un sistema di trasporto pubblico efficiente e alla portata di tutti;
– un ripensamento globale delle politiche sui diversamente abili ed i soggetti fragili, e sull’inclusione, nella scuola, al lavoro, alla vita.

  1. IMMIGRAZIONE E ACCOGLIENZA

La questione è centrale, visto che nel dibattito pubblico e politico si fanno sempre più strada tendenze razziste. Per questo vogliamo invertire la tendenza e fare nostro un discorso solidale, antirazzista, per una degna accoglienza e per l’estensione dei diritti (primo fra tutti lo Ius Soli).
Vogliamo:
– il superamento della gestione emergenziale e “straordinaria” dell’accoglienza e la generalizzazione del sistema sul modello degli SPRAR, in centri di piccole dimensioni nell’immediato e prediligendo l’inserimento abitativo autonomo degli accolti in modo da contrastare la ghettizzazione, con un controllo rigido sulla qualità e una valorizzazione delle professionalità coinvolte;
– le gestione pubblica dei servizi legati all’accoglienza, perché affaristi senza scrupoli e organizzazioni criminali non possano più fare profitto sulla pelle dei migranti;
– la promozione dell’autonomia delle persone straniere che transitano o risiedono, per periodi più o meno lunghi, sul nostro territorio, indipendentemente dal loro status giuridico.

Rifiutiamo:
– il regolamento di Dublino III, le leggi Minniti-Orlando e tutte le leggi razziste che lo hanno preceduto, perché vogliamo accogliere degnamente chi scappa da fame, guerra, persecuzioni, alla ricerca di un futuro migliore


  1. AUTODETERMINAZIONE E LOTTA ALLA VIOLENZA CONTRO LE DONNE IN TUTTE LE SUE FORME

Oggi il movimento femminista mondiale “Non una di meno” è la forza politica che tiene insieme e traduce percorsi di liberazione dal dominio di classe, di genere, di razza e orientamento sessuale. La lotta femminista partita dalla Argentina ha portato nelle piazze centinaia di migliaia di donne contro la violenza in tutte le sue forme. Lo sciopero dal lavoro riproduttivo e produttivo dello scorso 8 marzo ha messo in luce le tante forme di sfruttamento invisibili, nel lavoro di cura, nel lavoro da casa e nella richiesta di disponibilità e prestazione permanente. Anche in Italia “Non una di meno” ha espresso, con autonomia e intelligenza, una capacità fortissima di lotta e di proposta, come dimostra l’elaborazione del Piano femminista contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere.
Nel Gender Gap Report 2017, il resoconto sulla disuguaglianza tra uomo e donna, l’Italia è all’82esimo posto su 144, ed era al 50esimo nel 2015. Aumentano quindi la disuguaglianza e le discriminazioni a partire dal lavoro, dove le donne sono meno partecipi e più povere degli uomini. La crisi e i tagli al Welfare aumentano la difficoltà a coniugare tempo di lavoro, tempo di vita e anche tempo per la politica: sempre più donne sono costrette a stare a casa, nemmeno libere di interessarsi alla propria dignità e alle battaglie per il miglioramento delle proprie condizioni.
Le violenze contro le donne sono cronaca quotidiana, è tra le mura domestiche o nei viaggi disperati in fuga dalle guerre che si consuma, nel silenzio, il maggior numero di violenze. In particolare i corpi delle donne migranti ci ricordano che la questione di genere è intrecciata alla questione di classe, inasprita dalla doppia oppressione che coinvolge anche le donne che diventa tripla se l’oppressa è donna e immigrata.

Noi vogliamo:

– parità di diritti, di salari, di accesso al mondo del lavoro a tutti i livelli e mansioni a prescindere dall’identità di genere e dall’orientamento sessuale;
– un sistema di Welfare che liberi tempo dal “lavoro di cura” (nidi, “tempo prolungato” a scuola,  assistenza agli anziani e ai disabili, etc. );
– mettere in campo soluzioni che inibiscano ogni forma di violenza (fisica, ma anche sociale, culturale, normativa) e discriminazione delle donne e delle persone LGBTI e che sia data centralità dell’educazione alla parità e alla non-discriminazione ad ogni livello d’istruzione;
– piena e reale libertà di scelta sulle proprie vite e i propri corpi; pieno diritto alla salute sessuale e riproduttiva, negata in tante strutture pubbliche dalla presenza di medici obiettori;
– Non vogliamo pacchetti sicurezza. La sicurezza delle donne è nella loro autodeterminazione.

  1. AMBIENTE

Questo sistema economico si è dimostrato totalmente incompatibile non soltanto con la vita e la libertà delle classi popolari, ma con la natura e la sopravvivenza stessa del nostro pianeta. La questione ambientale non può essere analizzata in modo settoriale, ma dobbiamo riappropriarci di uno sguardo ecologico sul mondo. Anche la devastazione ambientale, nelle sue ricadute drammaticamente differenti nelle vite degli oppressi e degli esclusi e in quelle dei ricchi e privilegiati, mostra la sua aspra natura di classe.
Mentre un intero continente, quello africano, fa i conti non solo con le guerre ma anche con la siccità, la desertificazione, l’inquinamento, nei paesi del primo mondo continuiamo ad usare – e sprecare – molte più risorse di quanto ci potremmo permettere. Ma i danni non si possono confinare a lungo: l’inquinamento, lo stravolgimento climatico, la crisi idrica, gli incendi colpiscono sempre di più al cuore dei paesi dominanti e ci impongono un urgente e radicale ripensamento del nostro modello produttivo e di consumo.
Anche nel nostro Paese abbiamo assistito a disastri ambientali, più o meno annunciati (terremoti, incendi boschivi, frane) e al tentativo costante di depredare e devastare i territori in nome del profitto (si pensi a “Grandi Opere” come la TAV, il progetto TAP, le trivellazioni petrolifere, etc.).
Noi vogliamo:
– la messa in sicurezza e salvaguardia preventiva dei territori;
– uno stop al business dell’emergenza ambientale  e a quello della cosiddetta green economy;
– una gestione trasparente, programmata e condivisa dalle popolazioni interessate delle risorse destinate all’ambiente, nonché da un serio piano per la messa in sicurezza idrogeologica del Paese;
– la messa in mora delle cd. “Grandi Opere”, presenti o future;
– un piano d’investimenti pubblici, ad esempio sui trasporti o sull’energia, tarato sui reali bisogni delle classi popolari e fatto nel pieno rispetto dell’ambiente;
– una nuova politica energetica che parta dal calcolo del fabbisogno reale;
– una nuova politica dei rifiuti, che parta da un ripensamento della produzione di merci e veda il privato fuori da ogni aspetto legato al ciclo di smaltimenti
– il rispetto totale per il territorio e la gestione partecipata e democratica di ogni lavoro e progetto.

  1. MUTUALISMO, SOLIDARIETÀ E POTERE POPOLARE

Le condizioni di vita delle classi popolari peggiorano sempre di più, questo deterioramento riguarda la salute, l’istruzione, ma anche più semplicemente la possibilità di godere di tempo liberato da dedicare ad uno sport, un hobby, etc. In quest’ottica mutualismo e solidarietà non sono semplicemente un modo per rendere un servizio, ma una forma di organizzazione della resistenza all’attacco dei ricchi e potenti; un metodo per dimostrare nella pratica che è possibile, con poco, ottenere ciò che ci negano (salute, istruzione, sport, cultura); una forma per rispondere, con la solidarietà, lo scambio e la condivisione, al razzismo, alla paura e alla sfiducia che altrimenti rischiano di dilagare. Le reti solidali e di mutualismo sono soprattutto una scuola di autorganizzazione delle masse, attraverso la quale è possibile fare inchiesta sociale, individuare i bisogni reali, elaborare collettivamente soluzioni, organizzare percorsi di lotta, controllare dal basso sprechi di denaro pubblico e corruzione.

Tutti i punti precedenti sono strettamente intrecciati con la questione centrale, la necessità di costruire il potere popolare. Per noi potere al popolo significa restituire alle classi popolari il controllo sulla produzione e sulla distribuzione della ricchezza; significa realizzare la democrazia nel suo senso vero e originario.
Per arrivarci abbiamo bisogno di fare dei passaggi intermedi e, soprattutto, di costruire e sperimentare un metodo: quello che noi – ma non solo noi – abbiamo provato a mettere in campo lo abbiamo chiamato controllo popolare. Il controllo popolare è, per noi, una palestra dove le classi popolari si abituano a esercitare il potere di decidere, autogovernarsi e autodeterminarsi, riprendendo innanzitutto confidenza con le istituzioni e i meccanismi che le governano. Per questo abbiamo chiamato controllo popolare la sorveglianza che abbiamo fatto sulla compravendita di voti alle ultime elezioni amministrative a Napoli, le visite che facciamo ai Centri di Accoglienza Straordinaria, le “apparizioni” all’Ispettorato del Lavoro per reclamare efficienza e certezza del controlli, la battaglia per il diritto alla residenza e all’assistenza sanitaria per i senza fissa dimora, o per il rispetto delle regole, senza abusi, nei dormitori pubblici e nei Consultori Familiari. Ancora, è controllo popolare denunciare e vigilare sui ritardi e gli abusi nei rilasci dei permessi di soggiorno, o sulle scuole dell’obbligo che vincolano la frequenza scolastica al pagamento di una retta. Anche la battaglia contro l’allevamento intensivo di maiali nel Mantovano, quella contro i DASPO a Pisa, o le inchieste sulle Grandi Opere e le battaglie per arrestarne la realizzazione sono controllo popolare.
Costruire il potere popolare, vigilare e prendere parola su tutto ciò che ci riguarda direttamente, rimettere al centro il lavoro (un lavoro degno ed equamente retribuito), mettere in sicurezza il territorio, smantellare il sistema degli appalti e delle esternalizzazioni e impedire l’accesso ai privati in settori cruciali (scuola, smaltimento rifiuti, sanità, accoglienza, etc.), significa ridurre le disuguaglianze, evitare speculazioni e contrastare efficacemente le organizzazioni criminali che avvelenano e distruggono la nostra terra, sottraendo loro bassa manovalanza, reti clientelari e occasioni per fare affari (è anche per questa ragione che sosteniamo la legalizzazione delle droghe leggere).
Per noi, ma per i tanti che sono intervenuti e che l’hanno ricordato, anche con altri nomi, oggi il controllo popolare è il primo passo per stimolare l’attivismo, la partecipazione, l’impegno di tutti, senza distinzioni.
È per questo, insomma, che crediamo e speriamo che il nostro compito non si esaurisca con le elezioni, ma che il lavoro che riusciremo a mettere in campo ci consegni, il giorno dopo le urne, un piccolo ma determinato esercito di sognatori, un gruppo compatto che continui a marciare nella direzione di una società più libera, più giusta, più equa.

Noi ci stiamo, chi accetta la sfida?

 

page3-img3Quando se ne potrà parlare con il necessario distacco, risulterà chiaro che, al di là dell’esito della loro iniziativa, a Falcone e Montanari va riconosciuto il merito di aver lanciato precocemente l’allarme: in questa Unione Europea, portavoce delle banche e degli interessi dei più forti, nelle condizioni in cui versa il Paese, con un Parlamento di nominati, sul quale pesa una irrevocabile sentenza della Consulta, e morale e con il fascismo che rinasce, le imminenti elezioni politiche sono un pericoloso tornante della storia e in gioco ci sono la Costituzione e la democrazia. Non a caso, del resto, Anna Falcone è stata in prima linea nella battaglia per il no e Tomaso Montanari è figura di primo piano di “Libertà e Giustizia”.
D’accordo, si sono fidati di autentici banditi e nelle loro “cento piazze” l’accento è forse caduto soprattutto sui “diritti civili”; forse la gente cui hanno parlato teme anzitutto una svolta autoritaria, non frequenta piazze infuocate e non è fisicamente a fianco delle classi sociali più pesantemente  colpite dalla crisi. Sarebbe sbagliato, però, pensare che è gente indifferente ai loro problemi e alla loro sorte. L’Italia è un Paese complesso e quelle piazze rappresentavano una delle componenti di tale complessità. E’ innegabile, però, che erano pronte a dare battaglia per il cambiamento e non si sarebbero tirate indietro nella difesa di tutti i diritti calpestati. Non c’è dubbio, perciò: da soli, coloro che si sono raccolti attorno all’appello del Brancaccio non avrebbero potuto farcela, ma chi  riprende e continua quel lavoro non può farne a meno, deve riuscire a parlare con quella gente.
L’appello lanciato dall’Ex Opg je so’ Pazzo al teatro Italia di Roma ha radunato un’altra componente della complessa realtà italiana, quella che, senza ignorare la terribile crisi della democrazia, sente sulla propria pelle le conseguenze di un’altra crisi, quella economica, prodotta dal capitale finanziario, il più forte elemento di coesione della nostra borghesia. Una crisi gestita con rara ferocia da governi moralmente e politicamente illegittimi, quanto e più dei “nominati” che, accampati in Parlamento, votano la fiducia. Due crisi che costituiscono il rovescio di un’unica medaglia, perché storicamente il fascismo – o in senso più lato i governi della destra autoritaria – è il regime del capitale finanziario, soprattutto in tempi di crisi.
Al Teatro Italia era presente chi difende la Costituzione, ma conosce più direttamente i colpi della reazione e della sua ideologia: il mito dell’infallibilità del mercato (un’astrazione dietro la quale ci sono i padroni), la teoria delle scelte obbligate e delle necessità oggettive che significa flessibilità, riduzione del costo del lavoro, licenziamenti e chi più ne ha più ne metta.
Questi due mondi non sono estranei tra loro e bisogna prenderne atto: o chi ha seguito Falcone e Montanari va con gli altri allo scontro, o saranno entrambi battuti perché i governi “tecnici” e liberali, feriscono profondamente, ma non ammazzano e non bastano a piegare la gente; occorre un regime che raccolga in un sol fascio le diverse anime della reazione. Non facciamo questioni di purezza e non puntiamo il dito l’uno contro gli altri. La dottrina fallimentare che s’inventò il social fascismo ha già fatto storicamente i suoi gravissimi danni e la fine dei fratelli Rosselli dovrebbe avere insegnato qualcosa.
C’è un ultimo dato da considerare. Al di là delle realtà radunate nei due teatri romani, destinate a marciare assieme o perire, non esistono posizioni intermedie. Chiunque in questa situazione pensa di poter stare alla finestra a guardare per  intervenire poi a cose fatte, è condannato a sparire politicamente. Non c’è tempo per aspettare. Oggi si va costruendo una resistenza. Se sarà possibile si proverà a farla in Parlamento, sennò ci si sarà messi assieme per una lotta molto più dura. Altra via non è data.

Fuoriregistro, 25 novembre 2017