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Mi dicono che in ebraico la parola Pasqua significa tralasciare, passare oltre. Da un punto di vista cristiano, invece, Pasqua vuol dire ritorno alla vita. Bene. Di religione non m’intendo e mi consento la contaminazione. Se, in senso ebraico, tralascio la salute che fa qualche capriccio e della Pasqua cristiana passo oltre il carattere cattolico, apostolico e romano, mi rimane l’dea della “resurrezione”. Di questi tempi, è l’unica Pasqua per cui credo abbia senso scambiarsi gli auguri. Risorgeremo.

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Questa riflessione è troppo acuta e originale per non provare a farla circolare.  Leggete e poi ditemi se sbaglio.
“A patto però di andare oltre quello che ci hanno insegnato”, scrive Salvatore Prinzi. E viene in mente un modo di intendere la vita, che ti fa pensare a una ricerca altissima, a un’affascinante volontà di “seguire virtute e canoscenza”. Chi cercava Ulisse, a me pare l’abbia trovato.
Bravo Salvatore, e grazie per quello che hai avuto l’intelligenza e il coraggio di scrivere.

 

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Va bene, basta. Diciamolo e poi superiamo le discussioni inutili, che si fanno ad arte per giustificare i «bravi ragazzi che rischiano la vita»: ci sono carabinieri perbene o, per dir meglio, ci sono persino carabinieri perbene che perdono la vita in servizio. Diciamolo e però ricordiamo quanti lavoratori muoiono ogni anno uccisi da imprenditori che non rispettano le norme di sicurezza. Non ce n’è uno che uccida i padroni. Qui da noi si muore di lavoro e la vita la rischiano in tanti, a cominciare dai pompieri e non risulta a nessuno che il pompiere-mela-marcia pesti di botte chi ha chiesto soccorso.
Non ho scelto per caso «Potere al Popolo!» e vorrei che lo dicessimo: quando si trattò di costruire la Repubblica sulle ceneri del fascismo, Guido Dorso, che non frequentava centri sociali, ma conosceva la nostra storia, fu netto e coraggioso: se vogliamo che sia davvero una democrazia, dobbiamo sciogliere l’Arma dei carabinieri. Basta andare a cercare in archivio per sapere come finì: i carabinieri sono ancora al loro posto e Dorso finì segnalato come se il fascismo non fosse caduto, la libertà di pensiero costituisse ancora un reato e il grande meridionalista non fosse altro che il solito «pericoloso sovversivo».
Diciamolo chiaro anche noi e non abbocchiamo all’amo dei ciarlatani dei salotti televisivi: non si tratta solo di Stefano Cucchi, che di per sé sarebbe già un caso inaccettabile. E’ che non sappiamo a quanti Cucchi è stata spezzata la vita con una scarica di botte, con un rapporto che ti mandava e ti manda in carcere, al soggiorno obbligato e al manicomio, finché i manicomi sono stati aperti. Non sappiamo quante siano state dall’unità d’Italia a oggi le vittime di una violenza che non ha un nome, un cognome o un indirizzo. Quante siano e quante purtroppo saranno. Sappiamo che quando è accaduto non è mancato il servo sciocco di un potere capace di stritolare, il quale se n’è venuto fuori con i bravi ragazzi che rischiano la vita. L’intellettuale del «particulare», per dirla con Guicciardini, è nel DNA della nostra storia: ci siamo abituati e la memoria è corta.
Qualcuno si è accorto che sotto l’ultimo appello a marciare contro il razzismo, c’è la firma di Marco Rossi Doria, che pochi anni faceva il paladino del dialogo  con Casapound? No. Non se n’è accorto nessuno, perciò diciamolo chiaro, Guido Dorso, messo d’un tratto sotto controllo, non è impazzito. Sa bene, lo studioso antifascista, quanta miseria umana ha prodotto il fascismo. Sa che i carabinieri, folgorati sulla via di Damasco e convertiti all’idea repubblicana, hanno cominciato a incarcerare partigiani e «dissidenti» di sinistra. Glielo consentono il Codice Rocco – che nessuno provvederà mai a bandire – e di lì a poco l’amnistia, di cui si parla da tempo e che Togliatti firma, dopo averne affidato il testo a un vero campione di democrazia: Gaetano Azzariti, compromesso con la Magistratura fascista fin dal 1928, zelante collaboratore del ministro Dino Grandi nell’elaborazione dei codici civile e di procedura civile, Presidente del Tribunale della razza, ministro con Badoglio  e – perché no? – giudice della Corte costituzionale nel 1955. Giudice e poi presidente.
Dorso sa. Per questo a novembre del 1945, mentre la repubblica è in gestazione, mette sotto l’obiettivo della sua critica l’essenza dello Stato italiano; vengono fuori così le due figure chiave: il «Prefetto che costituisce l’architrave dello stato storico» e il «Maresciallo dei RR. CC.», l’equivalente di «quello che gli architetti chiamano la voltina». Nonostante la guerra partigiana e il sommovimento tellurico che l’ha lesionata «la piccola ma robusta voltina è emersa tra i calcinacci pericolosi, mostrando la sua intima connessione con l’architrave prefettizio e con le altre principali strutture dell’edificio», prima di tutte quella Magistratura per la quale il maresciallo è come il Papa.
Cucchi non è morto per le botte. L’ha ucciso questa struttura rimasta intatta. Oggi come allora, la quasi totalità dei Magistrati, proprio come scriveva Dorso nel 1945, giura «in verba Marescialli con assoluta convinzione. Ipse dixit, come Aristotele». Per questo elementare motivo, che ha radici profonde nella nostra storia, Dorso riteneva che occorresse sciogliere l’Arma. E’ ancora oggi un capolavoro di giornalismo l’ironico ricorso ad Anatole France, e al suo Crainquebille – un venditore ambulante protagonista di un caso giudiziario caratteristico di una giustizia sciocca, feroce e vendicativa, al quale un vigile intima di circolare per non intralciare il traffico. Ne nasce un battibecco e la guardia, che non ammette di essere contraddetta, denuncia, imprigiona e conduce al processo, Crainquebille non ha scampo: è condannato, malgrado un medico testimoni a suo favore in maniera più che convincente. Scontata la pena e tuttavia isolato, perde i clienti, il lavoro e presto anche la testa. Era un brav’uomo, diventa cattivo, non ha di che vivere – né un tetto né un tozzo di pane – e quando pensa che è meglio farsi arrestare ancora, per cercare scampo a spese dello Stato che l’ha distrutto, scopre che nemmeno la galera è disponibile ad accettarlo.
Sono «di moda nelle nostre Corti di giustizia», le considerazioni «che concludono il malinconico racconto del caso Crainquebille». Così scrive Dorso. La parola del maresciallo dei Carabinieri è verità di fede per il giudice e se il maresciallo ti vuole rovinare, lo fa. Il giudice, i benpensanti, la società perbenista optano sempre per «il potere costituito». E’ stata questa la morte che ha ucciso Cucchi, la stessa che uccide i «dissidenti», i «diversi», i Rom, gli immigrati e chiunque si metta di traverso. L’Arma è la migliore garanzia di questa feroce continuità dello Stato. Credo che Potere al Popolo!, nato per «fare tutto al contrario», non possa contentarsi della pietà per Cucchi e della solidarietà per la sorella Ilaria. Come Dorso, deve chiedere lo scioglimento dell’Arma, il miglior alleato di un potere costituito, rappresentato alla perfezione dai due ultimi ministri dell’interno: Minniti, che ha consentito la partecipazione di Casapond alle elezioni, e Salvini amico dichiarato dei fascisti del terzo millennio.

Agoravox,  12 aprile 2019

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Prima i padroni

Prima i padroni

C’è una sapienza antica che la crisi mortale del capitalismo va cancellando. E’ la sapienza politica, se volete anche solo il senso della misura di uomini che, per quanto lontani dalle classi popolari, erano consapevoli della necessità di migliorarne le condizioni, per evitare se non altro pericolose agitazioni sociali. Sarà stato pure «Ministro della malavita», però dopo i tragici fatti del ‘98, nel celebre discorso agli elettori di Dronero, Giolitti puntò il dito contro coloro che chiedevano ancora l’uso della forza a beneficio esclusivo dei loro interessi. Essi, affermò, andavano respinti «come i peggiori nemici di quelle istituzioni che noi riteniamo inseparabili dalla causa della unità, della indipendenza, della libertà».
A proposito di memoria smarrita e di imbarbarimento, antica è la saggezza da cui nascono le regole del conflitto sindacale, in cui tutti vogliono vincere, ma nessuno stravincere. Giuseppe Santoro Passarelli, presidente della Commissione Nazionale di Garanzia sugli scioperi, non lo sa, ma più sacrifici impone alla collettività la lotta sindacale, più siamo garantiti tutti. Sono millenni che Tito Livio lo insegna col celebre apologo dell’Aventino:
«Le membra dell’uomo, visto che lo stomaco oziava in attesa del cibo, decisero di farla finita, si misero segretamente d’accordo e stabilirono che le mani non portassero cibo alla bocca e se vi giungesse comunque, la bocca lo rifiutasse e i denti non masticassero. Mentre cercavano di domare lo stomaco, gli arti indebolivano anche se stessi, sicché tutto il corpo giunse a un’estrema debolezza. Presto fu chiaro che il compito dello stomaco non è quello di essere pigro, e che anzi, quando riceve i cibi, li distribuisce per tutte le membra. Stomaco e membra tornarono in amicizia. Così, come fossero un unico corpo, il senato e il popolo muoiono con la discordia, con la concordia vivono in salute».
Intimando all’Unione Sindacale di Base di revocare lo sciopero generale indetto per il 12 aprile in virtù di un inesistente mancato rispetto dell’«intervallo minimo» che dovrebbe intercorrere tra uno sciopero e l’altro, Santoro Passarelli invita di fatto lo stomaco all’ozio, si schiera contro gli arti e ci riporta indietro fino al V secolo avanti Cristo, inserendosi nel solco della storica ignoranza dei «padri della patria italiana», che, incapaci di prendere coscienza dello squilibrio esistente nei rapporti di forza tra capitale e lavoro, trasformarono lo sciopero, da diritto qual era, in un inesistente reato.
Sarebbe difficile contare i lavoratori incarcerati e gli anni di galera scontati dall’unità al 1904, anno in cui Giolitti lasciò che in Italia il primo sciopero generale fosse realizzato senza l’intervento repressivo di questurini, carabinieri, esercito e magistrati. Fino a quel momento si era andati avanti a suon di cariche, sciabolate, arresti ed eccidi proletari, tant’è che il primo sciopero generale nacque proprio dall’esplosione della tensione accumulata nel Paese dopo le stragi di lavoratori di Castelluzzo in Sicilia e Buggerru, in Sardegna.
Seguace di Albertini, il direttore del «Corriere della Sera» che definì quelle storiche giornate di lotta «cinque giorni di follia», la Commissione di Garanzia ha ignorato lo spirito animatore dell’Assemblea Costituente, che nel dibattito sul tema e nella formulazione originaria dell’articolo 36 del progetto, passato poi nella Costituzione come articolo 40, non solo assicura ai lavoratori il diritto di sciopero, ma limita gli interventi della legge ordinaria nella sua regolamentazione a tre soli ambiti: procedura di proclamazione, tentativo di conciliazione, mantenimento dei servizi assolutamente essenziali alla vita collettiva. Benché qualcuno voleva che la Costituzione non proclamasse il diritto di sciopero, non poteva andare altrimenti: dopo la legislazione fascista, che aveva considerato lo sciopero un reato, la Costituzione della Repubblica fondata sul lavoro non poteva che riconoscerlo.
Anche l’ala moderata dell’Assemblea, del resto, rinunciò alla richiesta di vietare lo sciopero politico. Mise tutti d’accordo la formulazione di Umberto Merlin, che riconosceva il diritto di sciopero e un’unica limitazione, il cui senso e valore, tuttavia, indicava senza possibilità di equivoco al giudice ordinario, quando ricordava che lo sciopero «degli agenti di polizia, dei carcerieri, dei magistrati e degli agenti delle imposte», non avrebbe semplicemente tolto allo Stato «la dovuta forza e il dovuto prestigio», ma ne avrebbe favorito il suicidio. Furono d’accordo più o meno tutti, perché fu chiaro che il solo limite che Merlin intendeva porre al diritto riconosciuto mirava a garantire il rispetto delle esigenze fondamentali dello Stato.
Le formule pretestuose con cui Giuseppe Santoro Passarelli motiva la decisione di proibire lo sciopero generale del 12 aprile, indetto dall’Unione Sindacale di Base, quali il mancato rispetto dell’«intervallo minimo» e la «rarefazione soggettiva», non rientrano nello spirito e nella lettera della Costituzione, resuscitano gli spettri del ’98 e ci riconducono agli anni in cui Giovanni Giolitti, che non fu certo un pericoloso bolscevico, richiamava la borghesia alla necessità di porre un limite alla prepotenza e all’arroganza di classe. Non si tratta solo di una decisione grave e antidemocratica, ma di una corrispondenza di amorosi sensi tra un organo di garanzia, che calpesta la sua funzione istituzionale e un governo di estrema destra in cui Salvini, alleato dei fascisti di Casapound, sta realizzando una politica repressiva e liberticida, che colpisce con estrema durezza i lavoratori e le loro organizzazioni e criminalizza ogni forma di lotta, dall’occupazione di edifici al blocco stradale.
E’ una politica che dimostra come lo slogan nazionalista e razzista della Lega secessionista, del governo e dei suoi servi, è una volgare menzogna. Per  questa gente, infatti, non è vero che vengono «prima gli italiani». Prima, molto prima vengono i padroni.

Contropiano, 7 aprile 2019 e Agoravox, 9-4-2019.

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Sono grato a Paolo Pezzino per la segnalazione e per le parole giustamente indignate. Ha certamente ragione: «Si torna al pensiero unico, al rifiuto del libero dibattito, confondendo negazionismo ed esercizio della libertà di ricerca e di critica». Che poi questa fosca vicenda provochi «una forte risposta da parte di tutti i democratici», purtroppo è tutto da vedere e personalmente non ci metterei le mani sul fuoco.
In questi giorni facebook ha censurato la «Nuova Alabarda» di Claudia Cernigoi. Nonostante le sue vibrate proteste, nessuno s’è mosso e temo non ci sia molto da sperare. In ogni caso colgo l’occasione e pubblico il suo appello:

Car* tutt*, scusate se vi “rompo” ancora, ma mi è stato suggerito (per chiedere che venga ripristinata la pagina de La Nuova Alabarda) di inviare a questi indirizzi mail
disabled@facebook.com
disabled@fb.com
appeals@facebook.com
info@facebook.com
legal@facebook.com
il seguente testo (in inglese)

Dear Facebook support team,
I’m contacting you because few days ago you deleted “La nuova Alabarda”, an Italian journalistic page focused on antifascist themes. During the years La nuova Alabarda made a precious work inquiring fascist and nazi activities in our country and debunking old and new fascist narrations. Precisely because of this work the page and its autor, Claudia Cernigoi, found themselves under the attentions of fascist peoples and groups who made a constant reporting to the facebook team.
I would like to know why Facebook decided to delete this page and all his precious content and if is it possible to restore it.

Che dire? Ringrazio Gaetano Colantuono per le parole con cui ricorda «ancora con rabbia l’attacco anonimo e scriteriato che un box del Corriere della sera riservò al collega Giuseppe Aragno, coautore di un volume Fascismo e foibe, bollandolo come “negazionista” (nella neolingua post-antifascista: termine riservato a chi discute la vulgata sulle cd. foibe)». Di mio ci aggiungo due ricordi: la noncuranza con cui l’associazioni degli storici contemporanei si rifiutò di sottoscrivere una lettera di protesta firmata tra gli altri da un uomo del valore di Gerardo Marotta e le parole profetiche di un altro maestro, Gaetano Arfè, che dopo aver puntato il dito su quella che definì “storiografia benpensante”, si scagliò su un revisionismo che ci traghettava dall’a-fascismo al filo-fascismo e il 12 dicembre del 2000 sulla “Rivista del Manifesto”non usò mezze parole per denunciare un documento approvato dalla Regione Lazio nel quale si sosteneva che le giovani generazioni erano «avvelenate dal sinistrismo e dal marxismo di cui sono intrisi i libri di storia correnti nelle scuole» e si proponevano «provvedimenti idonei a fronteggiare la minaccia». «Sovversivismo storiografico», scrisse guardando lontano Arfè , e invitò a reagire.
Rimase praticamente solo, così come soli fummo lasciati io e il compianto Marotta ai quali Ferruccio De Bortoli e il suo Corsera pensarono bene di non rispondere. Nove anni dopo questa vergogna, non ci si può stupire. Si può e si deve sperare nei giovani, come  lucidamente scrive Gaetano Colantuono.
Ecco il link: .
https://giuseppearagno.wordpress.com/2010/04/22/corriere-della-sera-immagine-dellitalia-che-muore-da-fuoriregistro/

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La mia gente,la gente che lotta…

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Se non avete di meglio da fare…

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