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Hai votato. Ti dicono il risultato, ti fai un’opinione, sai che altri ne avranno una diversa dalla tua e va bene così. E’ nella logica delle cose, e si può dire che è una fortuna: se avessimo tutti la stessa opinione su tutto, il mondo sarebbe una gabbia di matti.
Una certezza ce l’hai: al di là delle interpretazioni che ognuno darà della faccenda, dopo la votazione Potere al Popolo ha finalmente uno Statuto. E’ un punto fermo. Ora – ti dici – andremo rapidamente avanti, perché da qualunque parte la guardi questa amara vicenda, su un punto almeno siamo d’accordo tutti: è ora di piantarla. Polemiche e scontri pubblici in un Coordinamento che nessuno ha mai eletto hanno prodotto danni evidentemente gravi. Non è più tempo di due verità contrapposte. Chi non è nel Coordinamento non ha alcuna possibilità di giudicare. C’è solo un modo per uscirne: organizzarsi, così come prevede lo Statuto approvato.
Davvero tutti d’accordo? Chi ha votato certamente sì. Non lo sono, invece, Acerbo e compagni, che subito dopo il voto ricominciano il can can. Altro che andare avanti. Rifondazione non accetta l’esito della votazione! Andrebbe bene persino così se, in nome della storia e dell’identità del partito, i dirigenti decidessero di sbattere la porta e andare per la loro strada. Le cose però non stanno così. Rifondazione non esce e non entra. Sta ferma sotto l’arco della porta, chiede di ignorare – o calpestare? – la decisione di chi ha votato e tornare a discutere in quel Coordinamento di autonominati che ha prodotto i due Statuti.
In un sussulto di ottimismo, speri che, assieme alla richiesta di tornare alla  discussione, Rifondazione abbia assicurato anche che non deciderà più nulla in tema di appelli, alleanze, poli ed elezioni, finché non saremo fuori dal pantano.
Un ottimismo eccessivo: Rifondazione non garantisce nulla. Potere al Popolo ha firmato l’appello di Lisbona? Pazienza. Ferrero e gli antiliberisti come lui hanno lavorato, lavorano e lavoreranno ancora per formare un “quarto polo” che includa i liberisti di Leu. Una scelta inconciliabile con potere al Popolo.
Come per lo Statuto, così per le eventuali elezioni e per gli alleati, Potere al Popolo è inchiodato a un’eterna e forse mortale discussione. Rifondazione non se ne va, non esce, non entra, sta sotto la porta: qui aspetta e altrove contratta. La conseguenza evidente del mistero fisico per cui un partito sta fermo e contemporaneamente corre  è sotto gli occhi di tutti: finché ha potuto tenere la sua “non posizione” e starsene immobile, mentre camminava, il partito della Rifondazione ha fatto ciò che credeva, come meglio voleva, frenando la corsa di Potere al Popolo.
E’ inutile chiedere nuove discussioni. L’approvazione dello Statuto apre una fase nuova e indietro non si torna. Rifondazione deve scegliere se stare ferma o camminare. Se, per dirla tutta e fuori dai denti, restare o andare via.

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Da novembre a oggi, per me Potere al Popolo è più necessario che mai; è la risposta possibile a una necessità della storia e voglio perciò tornare all’assemblea di novembre: per rendere pubblica la mia posizione e invitare a votare.
Vale la pena ricordarlo: tutto è nato da un’idea dell’Ex Opg je so’ pazze. Poi tutto è cresciuto, ma Potere al Popolo è nato da una scelta che mi fu comunicata subito: “Abbiamo parlato di elezioni, ma ci è venuta un’idea da pazzi, che va ben oltre il voto. Abbiamo registrato questo video messaggio: prof, lei ci sta a realizzarla?“.
C’ero, certo che c’ero, ero con loro, con i “pazzi” dell’Ex OPG, cui sono legato da un affetto profondo e da una stima incondizionata: Con me ci furono ben presto centinaia di compagni vecchi e giovani. Non dimenticherò mai più quell’atmosfera. Ho avuto il privilegio di prendere la parola alla prima assemblea di Potere al Popolo, ho detto quello che pensavo, come ho fatto per tutta la vita.
Da allora per me non è cambiato nulla, anche se un Coordinamento nato “provvisorio” e diventato eterno, mi ha praticamente tolto la parola. Io so che Saso racconta la verità, lo so, perché ciò che scrive oggi me le ha dette mille volte in tempi non sospetti. Oggi, come a novembre, perciò, non posso evitare di schierarmi. Non lo farò entrando in polemica con qualcuno. Non ne ho bisogno. Prima che tutto questo accadesse, a Roma, al teatro Italia, a novembre dell’anno scorso, fui chiarissimo:
“Occorre una fortissima unità di base”, dissi. “Ma quando dico unità di base intendo dire che le segreterie dei partiti non c’entrano niente!”. Lo dissi a novembre e ne sono ancora più convinto oggi.
Per questo, compagni, per questa unità che stiamo realizzando faticosamente ma decisamente da mesi, noi dobbiamo votare. Perché evidentemente non basta averla fatta l’unità della base: occorre difenderla. Per difenderla, esco malvolentieri dal mio riserbo e ripropongo qui il mio intervento di novembre. Buona parte di quello che dissi allora oggi è molto probabilmente più attuale di ieri:

Riace-MuralesHanno arrestato Mimmo Lucano!
Ora tutto diventa terribilmente chiaro: Di Maio si dimostra più fascista di Salvini, Fico balbetta, ma è complice e il governo dei neofascisti comincia a fare le sue prime vittime. Bisogna fermarlo. Ce l’hanno con tutti noi, vogliono ammanettare la solidarietà e l’umanità. Facciamo come i nostri nonni e ricordiamoci ciò che scrissero:
Occorre che ciascuno come individuo reagisca e si prepari alla resistenza civile! Si faccia il vuoto intorno ai fascisti e al fascismo […] Sia con cura evitato ogni contatto! Non si compri merce nei negozi fascisti o filo-fascisti! […] Chiudete il vostro uscio al loro passaggio […] e ritraetevi dai balconi! […] Nel nome […] della Libertà […] tutto il popolo si prepari a trarsi in salvamento“.
Comincino i sindaci anzitutto, quelli democratici almeno; seguano l’esempio di Mimmo Lucano in ogni parte d’Italia. Benché imprigionato egli indica una via. I suoi colleghi la seguano e ogni città diventi Riace!
Vedremo se avranno il coraggio di metterli tutti in manette e affrontare poi la reazione popolare.

Agoravox, 3 ottobre 2018.

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download«Potere al Popolo» cresce e com’è naturale comincia a dar fastidio. La prova? Cominciano le calunnie. Ecco quanto ho appena scritto sulla pagina facebook di «Stylo24», un sedicente giornale d’inchiesta:

«Poiché non voglio pensare che sia pagato per scriverle, consiglio a Giancarlo Tommasone di cambiare informatore, altrimenti continuerà a scrivere cazzate come quelle firmate oggi in un articolo barzelletta intitolato “Giggino lancia l’Opa su Potere al Popolo per Europee e Regionali.
Giuseppe Aragno».

Almeno per quanto mi riguarda, «Stylo24» è specializzato nella diffusione di notizie non solo inventate, ma anche ridicole. Secondo il giornale, infatti, «Potere al Popolo» si compone di due gruppi contrapposti: uno fa capo a me e l’altro alle figure più rappresentative dell’«ex Opg».  Si dà il caso, però, che tranne l’autore della barzelletta, in città lo sanno tutti e non c’è bisogno di fare inchieste per scoprirlo: io, Viola Carofalo e Salvatore Prinzi parliamo la stessa lingua.

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Senza i ricordi e i documenti in possesso della scrittrice Yvonne Carbonaro, che completano le notizie ricavate dagli archivi, quest’articolo non l’avrei scritto e non conosceremmo l’avventurosa e significativa storia di un uomo, che ci aiuta a far luce sulla dimensione politica organizzata di una rivolta di cui purtroppo conosciamo ancora troppo poco.
Fino a pochi mesi fa, infatti, Biagio Carbonaro era un nome in un elenco di combattenti o, se si vuole, un insieme di domande senza risposte. Comunista schedato, pareva lontano dal mondo di Lenin e non era chiaro come avesse beffato la sorveglianza fascista e per quali vie fosse giunto all’appuntamento con la rivolta napoletana. Di lui si sapeva solo che, nel 1936, poco più che ventenne, seguendo la profetica intuizione di Carlo Rosselli – «oggi in Spagna, domani in Italia» –  era sparito con l’anarchico Vincenzo Mazzone, per riapparire a Barcellona tra i difensori della Repubblica assalita dai nazifascisti.
Chi è in realtà Carbonaro? Nato a Tunisi da genitori siciliani il 23 maggio 1915, Biagio frequenta Maurizio Valenzi, protagonista della Resistenza antifascista in Europa e futuro sindaco della nostra città e si forma alla politica nella comunità italiana. Non è comunista, ma anarchico libertario e non violento ed è così ostile al fascismo, da attirare l’attenzione dell’Ambasciata sicché a Roma, il Casellario Politico Centrale si arricchisce di un dossier che porta il suo nome e si riempie di note di polizia e «soffiate» di «confidenti», Come spesso accade, sono le carte dell’onnipresente polizia fascista e quelle custodite nell’Archivio Generale della Guerra Civile, a Salamanca, a raccontarci la vita di un «sovversivo» che, in un tempo come il nostro, fatto di muri eretti contro i disperati e ponti caduti come simboli di separazione, diventa un esempio prezioso di quella nobiltà della politica che ai nostri giovani si presenta purtroppo come trama d’interessi per lo più inconfessabili.
Grazie ai verbali trimestrali, allegati all’ordine di arrestarlo appena metta piede in Italia, possiamo seguire passo dopo passo la vita avventurosa del giovane antifascista, guidata da sentimenti ormai rari da trovare: dignità, amore per la libertà e consapevolezza che la legalità che non si accompagna alla giustizia sociale diventa prepotenza.
A novembre del 1936, quando giunge a Barcellona, Carbonaro è assegnato ai carri armati della Colonna Ascaso, milizia internazionale che accoglie i libertari della «Centuria Malatesta» e i volontari di «Giustizia e Libertá». Benché ferito sul fronte di Huesca, il giovane combatte fino al 1939, quando i franchisti dilagano. Fuggito a Marsiglia con l’intento di raggiungere l’Italia, si presenta al Consolato per rinnovare il passaporto, ma scopre di essere nella «lista nera» fascista e sfugge abilmente all’arresto, rientrando a Tunisi clandestinamente. Lì, nell’estate del 1943, come mostrano i documenti in possesso dalla figlia, lo trova il capitano Andre Pacatte, responsabile dei servizi segreti Alleati, che, in vista della campagna d’Italia, cerca uomini fidati per stabilire contatti con gli antifascisti. Carbonaro, reduce della guerra di Spagna e uomo di provata fede antifascista, è particolarmente adatto alla rischiosa missione. Pacatte lo contatta e il giovane accetta.
Giunto clandestinamente in Italia prima dello sbarco a Salerno, l’antifascista passa per Amalfi e Maiori, arriva a Napoli, entra in contatto con comunisti e anarchici, li spinge a preparare la rivolta, formando gruppi armati e partecipa all’insurrezione. Un’attività che cancella il mito degli scugnizzi e fa degli antifascisti i protagonisti di una rivolta che assume così i suoi reali connotati: quelli di uno scontro organizzato, che ha un’identità politica e si svolge in una città eroica e consapevole.
Dopo le Quattro Giornate, da ottobre del ‘43 a febbraio del ’45, in via Crispi 106, sede dei servizi segreti alleati, Carbonaro incontra periodicamente il capitano Pacatte.  Fornito di un lasciapassare che gli consente di circolare liberamente nei territori occupati e di un documento che, in caso di arresto da parte tedesca, gli riconosce il grado di sergente maggiore dell’esercito USA, l’antifascista compie numerose operazioni concordate con l’ORI, l’Organizzazione della Resistenza Italiana, guidata da Raimondo Craveri, e porta in salvo a Napoli perseguitati politici ed ebrei rifugiati nel Vaticano e in chiese e conventi romani.
Finita la guerra, Carbonaro, che ha dato  un notevole contributo alla causa della Resistenza, esce di scena con la discrezione di chi lotta per grandi ideali: senza chiedere onori e riconoscimenti. E’ giusto perciò che la figlia si accinga a ricordarlo con una biografia significativamente intitolata Mio padre, un eroe rimasto nell’ombra.

Repubblica, 28 settembre 2018

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Lettera aperta a Vincenzo Delehaye che mi chiede giustamente una mano nella sua battaglia di studioso e di antifascista militante per “rendere fruibili i Fascicoli su Napoli dell’Armadio della Vergogna” e contrastare il dilagare del revisionismo storico.

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Caro Vincenzo,
ho trascorso tanti anni della mia vita cercando in archivio documenti preziosi e riportandone il significato profondo nella battaglia politica. Un tempo si diceva “storico militante”; e in testa avevo un’idea ben precisa: ricostruire col rigore dello storico e la passione del militante pagine di storia decisive non solo della nostra città, ma per il Paese. La storia dell’antifascismo – quello popolare soprattutto – e di quella Resistenza al nazifascismo, che da questa nostra città imboccò la sua via. Pagine di storia che sono state purtroppo cancellate o stravolte. L’anno scorso, come sai, è uscito un mio libro sulle Quattro Giornate, che – lo dico senza falsa ipocrisia o simulata modestia – è il primo libro di storia delle Quattro Giornate. Come se avessi lasciato in archivio i documenti faticosamente scovati o scritto sull’acqua, anche in questo settembre che muore i soliti ciarlatani sono andati in giro a raccontare la storiella che piace al potere. Siamo giunti anzi ai carabinieri che suonano al San Carlo in onore dei partigiani!
Prima di me, con uguale impegno e ben altro spessore, fece sua questa lotta purtroppo vana Gaetano Arfè, maestro non a caso rapidamente dimenticato, che autorevolmente puntò il dito contro la malafede e la miseria morale di quel “sovversivismo storiografico”, che oggi raccoglie i suoi frutti velenosi.
Credo che capirai ciò che intendo, perché ormai è chiaro: non siamo finiti dove ci troviamo per il valore delle destre, ma per la cialtroneria e l’opportunismo di chi ha preteso e pretende di rappresentare la sinistra, la rivoluzione e persino il riformismo. Poiché non si vede all’orizzonte nemmeno l’ombra di un Matteotti o di un Pansini, per restare alle Quattro Giornate, è inutile farsi illusioni: prima di uscire da questa tragedia, dovremo toccare il fondo dell’ignominia, come ormai sta accadendo.
A me resta comunque una consapevolezza amara, ma ferma: quando cominceremo la risalita, perché anche quel tempo verrà, puoi giurarci, occorrerà partire anche dal lavoro degli storici intellettualmente onesti. Quelli ai quali si è colpevolmente messo il bavaglio. Io non potrò farlo, ma tu sì, perché hai una vita davanti: non dimenticare quello che accade oggi e ricordarlo alle nuove generazioni. Devono sapere che nella vicenda storica hanno certamente un ruolo il caso e l’imprevisto, ma stavolta né l’uno, né l’altro hanno avuto un peso. Sono stati i “nostri” non il caso o il destino “cinico e baro” a condurci dove siamo.
In quanto a me, che sono sempre più stanco di vivere tra le macerie che ci circondano, lo scrivo a futura memoria: prima di togliere di mezzo i Salvini e i Di Maio, bisognerà chiudere i conti con i responsabili veri di questa catastrofe. Altro che fronte antifascista!
Tuo Giuseppe

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Domani 28 settembre 2018, alle ore 19, al cinema Delle Palme di Napoli, in occasione del Napoli Film Festival 2018, è in programma “Il Toro del Pallonetto”, film documentario  firmato dal mio amico regista Luigi Barletta. La cosa farà giustamente ridere i miei quattro o cinque manzoniani lettori, ma nel film ci sono anch’io, come “intellettuale” intervistato – le virgolette sono d’obbligo, perché la parola “pesa” e a me non piace – e soprattutto per il contributo che ho dato nella ricostruzione dei principali episodi storici narrati in un lavoro  che, fantasticando sulla vicenda di un pugile napoletano macchiato da uno scandalo legato al mondo delle scommesse, ripercorre la storia della città di Napoli nel Novecento.
La storia del pugile diventa così l’occasione per rendere giustizia a quella parte della città, di gran lunga più numerosa, ignorata da una storiografia “accademica” troppo spesso legata al carro del potere e dalla recente, inidimensionale “Gomorra” di Saviano. Un città che si batte da sempre contro le avversità e il malgoverno, senza dimenticare o tradire i suoi principi di umanità e la sua millenaria storia di civiltà.
Quella che qui mi riporto è un’intervista rilasciata nel giugno scorso a “Cinecittà News” dal regista Luigi Barletta:  

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BOLOGNA. “Si era in piena diatriba tra apocalittici e integrati riguardo all’immagine della città di Napoli offerta dai mezzi di comunicazione. Desideravo raccontare la cosiddetta ‘altra faccia della città’ – in realtà numericamente è la quasi totalità – che coesiste con Gomorra”. Luigi Barletta spiega così il suo documentario Il toro del Pallonetto, il mockumentary presentato nella sezione ‘Storie italiane’ del Biografilm Festival (sabato 19 giugno, ore 19.00 alla sala Galliera) e distribuito da Luce Cinecittà. La leggenda del pugile Joe (Giuseppe) Esposito, soprannominato il Toro del Pallonetto per la sua corporatura massiccia e le origini da un quartiere popolare di Napoli, è stata ingiustamente macchiata per anni dallo scandalo scommesse. Il regista Luigi Barletta riabilita l’uomo, di cui non si hanno immagini e che possiamo solo fantasticare, e ripercorre la sua vicenda, frutto della fantasia, in un mockumentary costruito in gran parte grazie ai materiali di repertorio dell’Archivio Luce.

Joe è in fondo il simbolo di quella Napoli proletaria e povera che cerca il riscatto sociale, la cui storia personale s’incrocia inevitabilmente e fa a pugni, appunto, con la Storia con la S maiuscola del Novecento e del capoluogo campano: il fascismo, la Liberazione, l’emigrazione verso gli Stati Uniti, la rivolta di Budapest, gli anni del ‘Comandante’ Lauro, la giunta guidata dal comunista Maurizio Valenzi, l’epidemia di colera e il terremoto in Irpinia. Il ritratto di Joe, questo eroe del ‘quotidiano’, è scandito dalle voci di chi lo ha conosciuto, personaggi sia di fantasia sia reali come il regista Ugo Gregoretti, l’editore Tullio Pironti, il critico Valerio Caprara, i pugili Nino Benvenuti, Patrizio Oliva. Alla fine allo spettatore si trova al centro di un viaggio attraverso le sofferenze e le speranze di quella città partenopea vitale e non rassegnata che viene raccontata con affetto e partecipazione da Barletta, che oltre ad essere docente di cinema presso l’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa e l’Accademia di Belle Arti di Napoli, ha firmato documentari,tra cui al film collettivo Il pranzo di Natale, coordinato dalla regista Antonietta De Lillo, cortometraggi di finzione, e spot sociali.

Come nasce l’idea di questo mockumentary?
Cercavo un personaggio che rappresentasse una Napoli che si batte contro ogni avversità mantenendo sempre ben saldi i propri principi morali. Il mockumentary è il genere che meglio di ogni altro consente di creare storie fantastiche con una forte aderenza alla realtà. Inoltre, fattore non secondario, permette di raccontare storie di finzione complesse ed elaborate a budget molto contenuti.

Perché ha scelto come protagonista un pugile?
Il pugilato è da sempre lo sport più cinematografico per molteplici fattori, basti pensare ai tanti film realizzati: da Stasera ho vinto anch’io a Rocky, passando per Cindarella Man e l’inarrivabile Toro scatenato. Si potrebbe dire che la nobile arte della boxe contiene al suo interno l’essenza stessa del cinema: il duello, la plasticità delle azioni, la carica emotiva.

Si è ispirato a una persona reale o a una tipologia napoletana?
La storia della boxe è ricca di personaggi con biografie incredibili a cui ho attinto. In particolare un punto di riferimento è stato Tullio Pironti, il grande editore e anche ex pugile, che mi ha raccontato tanti episodi della sua vita ai quali mi sono ispirato. Non posso tralasciare le storie di Tonino Borraccia, Enzo Guerra, Agostino Cossia; pugili tra gli anni ’40 e ’60, tutti di origine partenopea. Per quanto riguarda l’immagine di Joe, il pugile a cui ho fatto riferimento è il colosso Primo Carnera. Ma in realtà confluiscono in Joe Esposito le storie, la personalità, i comportamenti di tanti altri pugili come Joe Louis, Jack LaMotta, Nino Benvenuti, Muhammad Ali.

Perché ha scelto il quartiere del Pallonetto?
Il Pallonetto a Santa Lucia è una delle zone più povere della città, con un alto tasso di criminalità, situato a poche centinaia di metri da un luogo fortemente simbolico quale Piazza del Plebiscito. Rappresenta quindi al meglio la complessità di Napoli. Volevo raccontare la storia di un personaggio che riusciva a emanciparsi da un contesto difficile ma ciò nonostante non può togliersi di dosso l’etichetta che gli è stata affibbiata dalla nascita. Operiamo spesso questo genere di categorizzazioni considerando più facilmente dei delinquenti le persone che provengono da un determinato humus.  Non è altro che il principio della discriminazione.

Quali le sue fonti storiche?
Ho ripercorso i principali eventi storici del Novecento, legati in particolare a Napoli,  documentandomi nei modi più disparati: archivi, emeroteche, interviste a storici e anche documentari. Il supporto di Giuseppe Aragno, docente di Storia Contemporanea all’Università degli Studi “Federico II” è stato di fondamentale importanza nella ricostruzione dei principali episodi storici ripercorsi nell’arco narrativo del film.

C’è qualche evento storico della città di Napoli che ha dovuto sacrificare in questa panoramica del Novecento?
Nella costruzione del mockumentary ho ovviamente privilegiato dei momenti storici documentati dallo strumento audiovisivo. Mi è sembrato naturale quindi far nascere il protagonista, Joe Esposito, nel 1930 in piena epoca fascista e far perdere le sue tracce dopo il terremoto in Irpinia del 1980. Ciò mi ha consentito di ripercorrere un cinquantennio fondamentale per la città di Napoli e non solo, evitando di omettere momenti topici. Certo avrei voluto raccontare anche il terrorismo, attraverso il rapimento Cirillo del 1981, e l’arrivo di Maradona con la susseguente ventata adrenalinica. Un’intervista in cui Diego affermava di aver scelto Napoli dopo aver seguito le gesta di Joe Esposito sarebbe stata magnifica.

La ricerca dei materiali visivi è stata complicata e quanto è stato importante e decisivo il materiale dell’Archivio Luce?
Perdersi nell’infinito mare dei materiali dell’Archivio Luce è stato uno dei più grandi piaceri vissuti per la realizzazione del film. Ho navigato per ore, giorni, settimane all’interno del sito dell’Istituto Luce ritrovandomi a osservare filmati anche poco attinenti con la mia ricerca ma che custodivano un fascino e un potere attrattivo straordinari. Il patrimonio del Luce rappresenta un bene prezioso da tutelare, custodire e divulgare.

Come ha scelto le ‘testimonianze’ e a quali ha dovuto rinunciare?
I soggetti intervistati hanno tutti una precisa collocazione all’interno della parabola di Joe Esposito. Ho cercato innanzitutto di raccogliere le false testimonianze di veri pugili che potessero offrire verosimiglianza alle vicende di Joe: i contributi di Nino Benvenuti, Clemente Russo e Patrizio Oliva si sono rivelati decisivi. Nella costruzione della vita post-pugilistica del protagonista, mi sono concentrato nell’individuazione di personaggi noti che potessero, con la propria autorevolezza, incrementare il senso di realtà: il compianto Luigi Necco, Ugo Gregoretti, Valerio Caprara si sono concessi con grande disponibilità. I veri e propri attori Roberta Riccio, Nello Mascia, Franco Javarone e Antonello Cossia hanno permesso invece che il film assumesse toni epici senza rinunciare all’ilarità. Sono poche le testimonianze previste da sceneggiatura a cui ho dovuto rinunciare; su tutte quella di Vinicio Capossela, al quale auspicavo di poter far suonare la sua canzone Il pugile sentimentale tra le straordinarie rovine di un piccolo comune irpino, Calitri, di cui è originario. Sarebbe stato intrigante raccontare il terremoto e la scomparsa di Joe con la sua testimonianza. Speriamo almeno veda il film e gli piaccia.

Setfano Stefanutto Rosa, Interviste Cinecittà News,  15 giugno 2018

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