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potere-al-popoloA gennaio avrò 73 anni. Ho lasciato per strada tanti compagni, alle spalle ho il mio mondo sconfitto e non mi resta tempo. Se hai vissuto come volevi, però, se sai che, tornando indietro, faresti più o meno quello che hai fatto, la vecchiaia non ti pesa. E’ la naturale compagna della vita che tramonta e si sa: per tutti giunge la notte che non porta l’alba.
Quello che rende molto pesante quest’ultimo percorso è la sensazione di straniamento che, più passa il tempo, più si fa viva, dolorosa e soffocante. Non avrei mai creduto di dover chiudere in un mondo come quello che mi circonda. E’ un mondo nel quale non mi riconosco. Le idee per cui ho lottato, la società che pensavo stessimo costruendo, non ci sono più. Mi sento come un viaggiatore che scende da un treno alla stazione sbagliata e non riconosce i luoghi, le persone e la parlata. Una sorta di sopravvissuto cui mancano persino le parole per descrivere ciò che prova. Questa non è la solitudine che solitamente si accompagna alla vecchiaia. E’ molto di più e molto peggio.
Da novembre, però, è accaduto qualcosa che mi ha aiutato a vivere, mi ha restituito la curiosità di un tempo, il desiderio di capire, la forza di lottare. Forse sono un illuso, forse con gli anni non sono più grado di leggere la realtà, ma da novembre ho vissuto così, con una passione che avevo smarrito, con l’entusiasmo di una giovinezza che non c’è più. A farmi questo regalo è stata l’idea da cui è poi nato Potere al Popolo.
Quando Salvatore Prinzi mi ha chiesto se volevo dare una mano, mi sono spaventato: sono vecchio, ho risposto, che vuoi che faccia? C’è voluto poco, però, per convincermi e non è stato solo perché a Salvatore voglio bene. E’ che quella idea che pareva folle, quella sfida che poteva sembrare irrazionale, mi è sembrata la sola risposta possibile alla tragedia che si scorgeva dietro le quinte della storia. La risposta a un presente che si rifiutava di diventare futuro e si faceva passato. Il neofascismo al governo era già lì, bastava poco per vederlo.
Non dirò cosa è stata la campagna elettorale nel gelo e con i mezzi che avevamo. Delle difficoltà non mi sono accorto. Dirò dei compagni giovani e non più giovani che ho incontrato in quei mesi. Erano in tanti e avevano tutti negli occhi una speranza. Che non si potesse vincere lo sapevamo. Contava però, era preziosa, quella scintilla riaccesa, quel fuoco che tornava a brillare nel buio, come se chissà quale antica Vestale l’avesse difeso nel tempo. Non dimenticherò le assemblee romane, il comizio conclusivo a Piazza Dante e quella convinzione che mi era cresciuta dentro e non ho più perso: c’è bisogno di Potere al Popolo, c’è bisogno che quella idea si realizzi. Risveglia sogni e speranze, conduce alla lotta chi non lottava più.
Ho vissuto i mesi seguenti il voto, quelli delle trattative tra le forze che avevano partecipato alla fase iniziale della nascita di Potere al Popolo con pazienza, fiducia e rassegnazione: ci vuole del tempo mi sono detto, è naturale. Mi sono trovato ai margini, ho capito che ai “cani sciolti” toccava pazientare e l’ho fatto con buona volontà e con fiducia. Ho voluto credere a tutti e a tutti ho fatto spazio.
Ora che il fascio-leghismo ci toglie l’ossigeno, non si può più aspettare, però, e lo dico senza mezzi termini e senza false ipocrisie: il tempo è scaduto. Tutti hanno avuto modo di difendere le proprie idee e posizioni e ora è necessario che Potere al Popolo dia a se stesso la struttura che si è delineata nelle assemblee e nel dibattito. E’ tempo di consentire a tutti quelli che credono nella sua funzione politica di vederlo nascere come organismo autonomo.
Non lo dico perché così sarò meno vecchio. E’ che Potere al Popolo per me è la risposta da sinistra al problema storico che ci pongono i Cinque Stelle e allo stesso tempo la prova che esiste un inganno che va smascherato: la sinistra esiste, vive e può avere consistenza. Così come purtroppo esiste e governa la destra. Una destra estrema.

Contropiano, 10 agosto 2018

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ca2fdb061915f300a650dca32a5e41dd7cc2197990efd6acddd5d5dbPer quello che è accaduto in Puglia, per quello che accade ogni giorno, parole non ne ho. Prendo perciò in prestito da me stesso quelle che scrissi il 7 agosto del 2012, oggi sono sei anni, riflettendo su un libro intitolato Sulla pelle viva. Nardò: la lotta autorganizzata dei braccianti immigrati, curato per le Brigate di solidarietà attiva da Gianluca Nigro, Mimmo Perrotta, Devi Sacchetto, Yvan Sagnet e stampato da Derive e Approdi.  

Non mi chiuderò nei confini d’una recensione, mi dico, mentre i quaranta gradi di Lecce calano fino ai venti del Potentino e il pullman caracolla tra curve e tornanti, puntando su Napoli. Meglio le riflessioni di un lettore “preso” da un libro che, nato nel Salento e nel Salento incontrato, non mi consente più di guardare Otranto con occhi di turista. Di un libro parli quando è seme che germoglia un’idea e così è accaduto con questo volumetto in un’estate di fuoco: le sue pagine fitte, stampate da Derive e Approdi con piacevole eleganza grafica, m’hanno scottato come sole d’Africa.

Scriverò da lettore, senza voler costruire ragionamenti che intendano spiegare. Del tema dirò poi. Prima segnalo un dato che colpisce. Come s’usa nei lavori collettivi, in copertina trovi gli autori in ordine alfabetico, ma l’elenco parte da una sigla che conoscono in pochi – Brigate di solidarietà attiva – e non fa nomi, sicché di Maria Desiderio e Nives Sacchi, che per le Brigate hanno curato l’interessante parte finale, c’è traccia solo all’interno del libro [p. 101]. La scelta rimanda a radici profonde del movimento operaio, a un’idea militante di lavoro sociale cooperativo, tradotta con coerenza in fogli di propaganda e corrispondenze anonime, sicché tutto parlava di un insieme coeso, di un “collettivo”, rappresentato al più dal nome d’una testata e dal gerente responsabile, dovuto per legge. E’ un biglietto da visita significativo, un dato costitutivo dell’agile volume e della cultura di chi l’ha curato. Non a caso, del resto, il libro, proprio nel capitolo conclusivo, è un gioco di luci e ombre, anche se punta i fari su un tema prevalente: l’esperienza di un gruppo di braccianti africani che, giunti nel Salentino nell’estate 2011 per la raccolta dei pomodori e ospitati a Masseria Boncuri, in un campo gestito dall’associazione Finis Terrae e dalle Brigate di solidarietà attiva, realizzano il primo sciopero autorganizzato di lavoratori migranti. Qualcosa di epocale, precisa l’introduzione non firmata, “un momento importante della storia del movimento operaio in Italia dal punto di vista sia delle pratiche sia dell’analisi” [p. 8].

E’ questa continuità che colpisce: il nesso tra passato e presente della lotta di classe, in una visione così ampia della vicenda che, a ben vedere, il libro narra due storie e descrive un Paese che solo a lettori ciechi può sembrare “molto diverso dai tempi del primo sciopero a Villa Literno tanti anni fa” (1).

In primo piano, con l’obiettivo che s’apre a “zumata”, trovi lavoratori migranti che a Nardò, dopo un’inutile trattativa con un caporale, trasformano la rabbia in pratiche “sindacali” autorganizzate e per due settimane ripercorrono le tappe d’una grande storia, quella del movimento operaio, di cui a quanto pare non s’è persa memoria. Come in un film retrospettivo che ha una specificità tutta attuale, dal libro affiora così l’anima profonda di un conflitto in cui braccianti sfruttati si trovano di fronte all’eterna frontiera che separa il lavoro dal capitale. Occidentali o africani, la distinzione è solo iniziale e non è il cuore del libro. Lo senti quando il caporale minaccia: “prendere o lasciare”. Non è andata così con Marchionne? Lo capisci mentre vedi risorgere pratiche d’una cultura antica che da tempo si dà per spacciata: il blocco stradale (l’antico presidio contro i crumiri), il prezioso confronto in assemblea, l’appello all’unità (siete piccini perché siete in ginocchio diceva uno slogan a fine Ottocento), l’internazionalismo (lavoratori di tutto il mondo unitevi). E’ così che ancora una volta, sul terreno della lotta per i diritti, si incontrano sfruttati d’ogni luogo e cultura e si ripete un fenomeno antico che ha leggi sue proprie: nel fuoco della lotta emergono leader – di dove sarebbero venuti sennò, Bordiga, Gramsci, e organizzatori della tempra di Enrico Russo, Buozzi e Di Vittorio? – e strumenti di lotta – come il mutuo soccorso e la resistenza – che pongono al centro il lavoro e la sua tutela, i dati materiali e il bisogno di cambiamento. Un bisogno che passa giocoforza per quello stesso conflitto negato, dopo il crollo dei regimi dell’Est, da un artificio ideologico inneggiante alla “fine della storia” e dal preteso trionfo dell’eden capitalista.
Il percorso, però, si badi bene, non segue le sirene della nostalgia: “non si tratta di riproporre schemi e teorie senza un’adeguata contestualizzazione”, scrivono le Brigate, attaccando i feticci neoliberisti. Si dice che “nell’era della globalizzazione […] le classi sociali non esistono più, che lo stereotipo degli operai e dei braccianti in sciopero appartiene a un immaginario collettivo che mal si adatta al «capitalismo»”. Invece “il lavoro coatto c’è ancora”; che, “importa se siano italiani, africani o asiatici? La globalizzazione […] ne ha prodotte di nuove, ma certo non le ha eliminate”. E’ l’affermazione di un principio di fondo che non solo dimostra “quanto trasversale sia lo sfruttamento dei lavoratori” [p. 144], ma rappresenta la tappa decisiva d’un percorso e il messaggio più attuale e se possibile “rivoluzionario” che viene da Masseria Boncuri.

Inutile negarlo, ognuno ha la sua storia e la mia lettura è certo “di parte”. A me tuttavia pare chiaro: la sofferenza che brucia sulla “pelle viva” – per dirla col felice titolo del libro – non bada al colore o ai confini. Se così fosse, se il punto fosse il dramma dei migranti e il libro non leggesse ogni voce che viene dallo sciopero, in altre parole, se non raccontasse un altro racconto, che fa da sfondo, allo sciopero e cala la lezione del passato nella realtà dello scontro di classe di questi anni di crisi, se fosse così, non avrebbe ragione d’essere. Sarò più chiaro. Se il libro non cogliesse il momento di un contatto tra pari che come tali prendono a riconoscersi, non solo persone ma sfruttati protagonisti di un’unica lotta, il libro sarebbe un’occasione mancata. Così invece non è: “Nardò – leggiamo – non rappresenta solo Nardò, si configura come paradigma e specchio di un sistema più ampio, […] rispetto allo sfruttamento e alla precarietà del lavoro nel contesto della crisi generale” [p. 103]. Qui è evidente che non si parla solo di migranti africani, ma dell’altra storia, quella che, tenuta sullo sfondo con circospezione quasi stupita, emerge quando ragazzi e ragazze fanno i conti con la realtà del campo: “si arriva e si parte cambiati”, scrivono, perché tutto attorno “fa vacillare il senso di giustizia” [p. 103], perché “vivere Nardò vuol dire sospendere la propria concezione di tempo”, [p. 103], sicché ognuno “si mette in discussione in prima persona e lo fa agendo da singolo in una collettività alla quale il suo agire appartiene […] verso la comunità con cui ci si relaziona, i braccianti, che a loro volta rispondono alle loro condizioni di appartenenza” [p. 113].

E’ una vicenda, questa, che non cerca la ribalta e lascia spazio all’impostazione più “culturale” di Mimmo Perrotta e Devi Sacchetto, ricercatori universitari di Sociologia, al carisma di Pierre Yvan Sagnet, che dal Camerun è approdato al Politecnico di Torino e nelle roventi campagne pugliesi si è scoperto sindacalista, rompendo il fronte dei migranti divisi per etnia. E’ la storia di due organizzazioni di un moderno movimento operaio, “motori” di un incontro che potrebbe avere rilievo storico non solo per il futuro dei migranti ridotti in servitù dai caporali, contro i quali lo sciopero ottiene una legge che fa del caporalato un reato penale, ma anche per i giovani occidentali che un feroce attacco ai diritti e l’imperante precarietà ricacciano indietro nel tempo, fino a condizioni da Ancien Régime, riducendoli a migranti in patria, giramondo senza speranze in dissidio insanabile con un sistema che li cancella dalla storia. Se è vero, come scrive il camerunense Segnet, che “tutte le cose belle si ottengono lottando”, non meno vero è che, nel mettere al centro del discorso la centralità del conflitto per il lavoro e la sua tutela, egli torna inconsapevolmente a un patrimonio d’esperienze sedimentate, a lotte vittoriose che produssero crescita civile e sconfitte sanguinose che ci imbarbarirono.

Il libro è prezioso per questo, perché si fa “documento” e consegna alla memoria storica un momento di lotta operaia, che colloca nell’alveo d’una tradizione fertile e d’una cultura senza le quali lo sciopero a Masseria Boncuri non avrebbe radici e futuro. Prezioso, perché la sua idea di fondo segue i fili d’una storia antica che ha ancora una bruciante attualità e, come scrive Gianluca Nigro, di Finis Terrae, guarda alla questione del “lavoro, spesso elusa dal movimento antirazzista”, [p. 77] e “costringe” Istituzioni e sindacati a “prendere atto delle proprie responsabilità di fronte ai fenomeni di degrado e sfruttamento lavorativi”: la necessità di far fronte agli esiti di leggi repressive “pensate” in funzione di interessi padronali, alla condizione disumana di un universo concentrazionario creato da politiche di classe, per produrre serbatoi di manodopera da sfruttare e all’urgenza di “recuperare […] nodi culturali e teorici dell’agire sociale e politico” [p. 79 e 93]. Questo, saldando le pratiche di lotta a una teoria antica come quella del mutualismo che non è “carità privata”, ma recupera i modi e le forme della democrazia di base e l’ethos del primo movimento operaio; un mutualismo in cui Finis Terrae vede un “contrappeso alla cultura del conflitto”, ma è poi costretta a riconoscere che “nel caso di Nardò è servito ad alimentare […] la conflittualità ” [p. 86]. Solidarietà, quindi, ma come strumento di lotta, base per la “resistenza”, pilastro teorico della cultura operaia, che assume connotati concreti con la creazione di una “cassa di resistenza” nata per ammortizzare i contraccolpi dello sciopero che “per un lavoratore migrante […] significa oggettivamente un’autoespulsione dal ciclo produttivo e la mancanza quasi immediata di risorse al suo sostentamento” [p. 87].

Questo è il libro che il lettore scoprirà. Non solo cronaca di lotta, descrizione dei processi per i quali passa e si struttura una nuova servitù, ma un’esperienza che diventa “scuola di conflitto” per tutti, migranti e volontari, offre prospettive future all’idea di riscatto e non riguarda solo lo sciopero del Salento, un gruppo di migranti, i migranti in quanto tali o i giovani volontari. Riguarda gli sfruttati e il loro scoprirsi classe al di là delle diverse condizioni di vita imposte dalla globalizzazione alle varie anime presenti nel campo. In questo senso, una divisione netta tra lavoratori africani e giovani militanti è fuorviante. Il libro, infatti, racconta il momento di un incontro tra gruppi che, su piani sfalsati, sono in balìa di logiche di profitto. I migranti, “in condizioni di estrema emarginazione sociale, sottoposti a un capillare sfruttamento sedimentato da quasi vent’anni” [p. 102] e chi giunge volontario e si percepisce come un “occidentale privilegiato” ma, catapultato in “un microcosmo, un piccolo paradigma di marginalità, […] dentro una realtà parallela – a pochi chilometri dalle più belle spiagge pugliesi gremite di turisti”, sente aprirsi “fratture interne”, acquisisce la “consapevolezza che la logica della militanza «ordinaria» è stata stravolta” [p. 103] e si trova a riflettere su un dato sconvolgente: “nessuno dei volontari delle Brigate ha una storia senza precarietà, senza il problema di fare i conti alla fine del mese”. Pur senza azzardare paragoni per ora improponibili – il futuro è tuttavia davvero buio – è così che centinaia di militanti occidentali e africani, impegnati a livelli diversi nella stessa lotta, individuano una via comune, che è tutta da esplorare e non sarà facile da percorrere, ma ha le lontane radici in una storia di lotte che ha prodotto civiltà contro una rinnovata barbarie.
Questa è la narrazione sorprendente e incredibilmente aperta al futuro che il libro ci offre: mentre un cieco sfruttamento torna a riempire di contenuti la parola solidarietà, un terribile fronte di lotte unisce giovani generazioni rapinate dei diritti nell’Europa “madre dei diritti”, in un “campo” non a caso aperto, con generazioni sfruttate da sempre. Assieme, africani e occidentali scoprono che contro di loro s’è scatenata – si sta già combattendo – “una lotta di classe che deve tornare a ripartire dal basso, dagli ultimi della scala sociale del nostro Paese”. E’ così che “tanti volontari” si sentono “mossi dalle stesse motivazioni di emancipazione dei migranti lavoratori” [p. 115] (2).

Visto da questo punto di vista, il libro è soprattutto la prova che in un mondo che va globalizzando la disperazione si può riuscire “a creare momenti di forte mobilitazione come alla Masseria”, una mobilitazione che assume il significato di quelle “azioni cardini che consentono di credere che la crisi si può combattere anche così. Forse solo così”.(3).

Un concetto ormai quasi dimenticato torna spesso nel libro e assume un significato preciso: lotta di classe. L’urto sarà violento? Migranti e volontari vorrebbero che non fosse così e il movimento non lo è stato. Le curatrici, però, sanno che troppa gente è schiacciata e lucida è amara è la loro verità: la violenza è già in campo. E quella” di un sistema economico e politico colluso, la violenza di strutture che si muovono sul piano mediatico e non sulla realtà quotidiana, la violenza delle rivendicazioni del singolo individuo a discapito della collettività, uno contro tutti, tutti contro uno, tutti contro tutti” [p. 135].
La partita non s’è chiusa a Nardò.

Note
1) Mario Desiati, La rivolta dei migranti in difesa della legalità, Repubblica, 11 marzo 2012.
2) Annamaria Sambucci, Bsa Tuscia.
3) Idem.

Uscito su “Fuoriregistro” il 7 agosto 2012.

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ImmagineIn Francia, l’Assemblea Nazionale ha approvato all’unanimità la cancellazione della parola razza dalla Costituzione. Il razzismo è perciò sparito dalla Francia? No. Non si cancella ciò che esiste solo perché si riferisce a qualcosa che non ha più nome. Il razzismo più pervasivo e pericoloso non ha costruito la sua fortuna su una categoria biologica; più semplicemente ha utilizzato il concetto di razza per imporre una costruzione sociale fondata su gerarchie. La differenza di razza, insomma, è stata e sarà se,pre l’alibi che giustifica la differenza di trattamento, la discriminazione e soprattutto lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
I ricchi sono razzisti per opportunismo. i poveri lo diventano per disperazione. Per far sparire il fenomeno non basta cancellare parole. Ci vogliono giustizia sociale e un’equa distribuzione delle risorse tra classi sociali e Paesi, a livello nazionale e internazionale. Ci sono problemi di natura apparentemente morale e ideale, che si possono capire solo avendo presenti dati “volgarmente” materiali. Diciamocelo perciò chiaramente: se il razzismo riguardasse esclusivamente il campo delle caratteristiche biologiche, l’idea di rimuovere la parola razza dal linguaggio comune, una logica di sradicazione o, se si vuole, di negazione lessicale potrebbe funzionare. Anche perché la “razza”, in senso razzista, non esiste davvero
img-20180803-wa00361.jpgPer quanti sforzi abbiano fatto la genetica, l’antropologia fisica e la biologia, infatti, nessuna misurazione delle differenze complessive tra i popoli ha potuto accertare delle “distanze biologiche” tali da consentire di costruire una tabella di “valori” in grado di giustificare scientificamente una classifica tra popoli. Si è provato a definire le razze umane in virtù di criteri morfologici e di dati sierologici, ma tutti gli studi così impostati hanno fallito perché mille altri criteri provano che negli esseri umani esiste una fortissima, innegabile e comunanza di caratteristiche. Le differenze tra gruppi umani sono soprattutto “storiche” – adattamento al clima, isolamento, migrazione e così via – e non consentono di definire tipi umani razzialmente separati.
La razza, in realtà è solo uno strumento pratico di carattere “descrittivo” o, se si vuole, “narrativo”, come dimostra il razzismo interno ai popoli. Il leghismo padano, per esempio, si è inventato due razze che non esistono. Cancellare dal vocabolario la parola non serve perciò praticamente a nulla, perché esiste storicamente – ed è quello più autentico – un razzismo senza razza. E’ il razzismo più diffuso, quello autentico, che serve per coprire interessi materiali di classi dominanti e privilegi di classe. Se il Mezzogiorno, spolpato vivo, non può essere più cannibalizzato, ecco che Bossi s’inventa la razza padana e una politica di decolonizzazione che ha naturalmente bisogno di creare una “razza meridionale”.
Napoli e i napoletani, che da un punto di vista razziale non esistono e sono uno stupendo esempio di mescolanza di semi e di idee, possono talora subire il razzismo e qualche volta vederlo attecchire anche nei loro vicoli, ma la città e la sua gente non ci credono mai per davvero e non a caso per il popolo napoletano Hitler fu il “furiere”. La ferocia degli ultimi governi – quella del ministro Minniti anzitutto, che di Salvini è stato maestro – seguendo un progetto preciso, privilegiando interessi di parte – i ricchi prima dei poveri, il Nord prima del Sud e l’euro prima dei popoli e per ultimi i dannati della terra, gli immigrati – ha potuto e può provocare talora episodi di violenza razziale, ma la gente qui è vaccinata e prima o poi si ribellano persino le pietre delle strade.
I napoletani, che sono anche greci, latini e levantini, che hanno visto persino i cosacchi accampati a Piazza Mercato e non hanno mai consentito che nella loro città ci fosse un tribunale dell’Inquisizione, istintivamente diffidano di un razzismo senza razza. Accade ciò che si è visto ieri, quando su povere magliette di gente comune si è letta la sfida beffarda, orgoglioso e tagliente: “Nel mio quartiere nessuno è straniero”.
Non è sogno e nmmeno speranza, è certezza: da Napoli, dove per la prima volta i nazisti si arresero a un popolo insorto, partirà il riscatto morale e i lanzichenecchi gialloverdi morderanno la polvere.

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download«Molti nemici, molto onore» ha dichiarato non a caso Salvini, ma pare che nemmeno questo sia bastato purtroppo a far suonare con forza un campanello di allarme. E’ accaduto mille volte: la percezione di una tragedia storica è infinitamente più lenta della rapidità con cui essa si abbatte su un popolo inconsapevole e complice e lo travolge senza possibilità di scampo.
Fa male scriverlo, ma si direbbe che le cose stiano così anche stavolta, in questo terribile 2018 che, a partire dall’insediamento del «governo del cambiamento», ci ha portato un episodio di violenza razziale ogni due giorni e la resurrezione del fascismo, adattato ai nostri tempi e però saldamente ancorato a quello storico. E’ per questo forse, per una consapevolezza che dovrebbe esserci ma non c’è, che anche in un anno come questo le «celebrazioni» dell’anniversario delle Quattro Giornate sembrano collocarsi nel solco di una tradizione di ricostruzioni parziali e mezze verità, che non ha mai reso un buon servizio alla causa della democrazia.
E’ sconcertante che una corona di fiori sulla lapide della basilica di Santa Chiara distrutta il 4 agosto 1943 da un bombardamento degli Alleati apra quest’anno le manifestazioni per ricordare le Quattro Giornate di Napoli. Spero sia solo una falsa partenza, ma mi domando perché almeno stavolta non si colga l’occasione per aprire un dibattito serio e approfondito sulle terribili responsabilità italiane. Una discussione in cui si dica infine ciò che di solito si tace – la guerra è una barbarie che l’Italia aveva voluto e fu combattuta al fianco dei nazisti – e si denunci la vergognosa medaglia posta recentemente sul «valoroso petto» di un nostro centenario pilota, uno di quelli che per primi sperimentarono l’uso terroristico dell’arma aerea a spese della Spagna repubblicana, aggredita senza dichiarazione di guerra.
Quanti sanno, che nostri purtroppo, anche nostri e non solo nazisti, furono gli aerei, le bombe e i piloti che rasero al suolo Guernica e colpirono Barcellona, bombardando a tappeto persino la preziosa «Escola do mar»?
Mi chiedo perché – e lo dico con il rispetto dovuto a Salvo D’Aquisto – non si colga l’occasione per ricordare il ruolo dell’Arma dei carabinieri, soprattutto dei suoi ufficiali, che, a parte qualche nobile eccezione, prima fuggirono, lasciando ai civili il compito di combattere contro nazisti e fascisti, poi, tornati impuniti ai loro posti nella città liberata, si diedero da fare per proteggere i gerarchi fascisti, dare la caccia ai partigiani che non consegnarono le armi e ammanettare gente come Eduardo Pansini, perseguitato politico e comandante partigiano napoletano. Quei carabinieri – perché non dirlo? – di cui l’azionista Guido Dorso chiese lo scioglimento e per questo fu schedato tra i sovversivi.
Per ricordare le Quattro Giornate in quest’anno tragico sarebbe necessario uscire dal solito terreno celebrativo e legare il passato al presente con un gesto di coraggio e di verità. Bisognerebbe farlo, perché questo non è un anno come gli altri e mai come stavolta la storia, «maestra di vita», non può essere ridotta a luogo comune.
Quello in cui viviamo non è l’Italia che sognarono e per la quale diedero la vita i nostri partigiani. Se è andata così e ci troviamo a fare i conti con Salvini è anche perché per anni si è taciuto sui notri crimini e si è insistito sulla ferocia nazista e sulle bombe degli altri.
Alla città che fino a qualche tempo fa si dichiarava «ribelle», ma è andata poi a votare in massa per gli alleati di Salvini, più che gli errori degli altri, occorre ricordare i nostri, spiegare che nel 1943 si è combattuto anzitutto contro le nostre bombe e la nostra ferocia, per un’Europa diversa da quella che è poi nata e ci opprime. Si è combattuto – ma nessuno lo dice – contro quelle bombe e quella ferocia che, tornate di nuovo sulla scena in aperto contrasto con la Costituzione, hanno trasformato la Libia in un tragico lager.
Di ciò non si parla purtroppo e questo silenzio è il miglior alleato del neofascismo.

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6850271facIl movimento operaio ha una noblie storia di lotte per i diritti dei lavoratori e non ha mai ripiegato. E’ più vivo che mai. Nessuno oggi rappresenta quella storia con maggiore dignità e con tanto coraggio come i Mimmo Mignano, Marco Cusano, Antonio Montella, Massimo Napolitano e Roberto Fabbricatore. Cinque metalmeccanici licenziati per ragioni politiche dalla Fiat dell’ormai beato Marchionne. Questi uomini, dei quali mi onoro di essere amico e compagno, meritano un incondizionato e fortissimo sostegno. Faccio mia perciò la loro richiesta e rivolgo a chiunque legga un invito pressante alla solidarietà. 

“NON UN PASSO INDIETRO
Questo è il secondo mese senza stipendio
Questo è il codice iban della cassa di resistenza
IT57T 02008 32974 023309421592 intestato ad Antonio Barbati.
Noi non chiediamo 400 milioni….vi chiediamo di farci continuare a resistere anche versando 1 euro.
I 5 operai licenziati politici fiat”.

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socrateOdio l’unanimismo perché amo la lezione per la quale Socrate diede la vita e Brecht scrisse la sua immortale lode del dubbio. E’ questione di laicità.
Per il “grandissimo” Cesare, un uomo del suo rango – Bruto, suo figlio adottivo – toccò tasti che sembravano stonati e cantò fuori dal coro. Non importa se a torto o a ragione, uno ci fu, uno almeno, che seppe dubitare e temere che nell’ombra, non visto o volutamente ignorato, un impasto di ambizione e di certezze errate rendesse l’elogiata grandezza presente una cieca piccolezza, se misurata sulla larga scala del futuro.
Del “geniale” macellaio corso, uno scrittore filosofo, Lev Tolstoj, colse i limiti e nuotando controcorrente puntò il dito sul Bonaparte che “non poteva non inebriarsi di onori”  e gli addebitò la rovina dell’esercito francese nel 1812 per l’avanzata troppo  tardiva e senza preparazione invernale nel cuore della Russia.
Si dirà che è facile criticare la grandezza, quando la sorte la trascina nella polvere, ma non è così. Tolstoj non esaltò nemmeno il Bonaparte di Austerlitz, del tutto indifferente alla tragedia dei morti e dei moribondi che pagavano il suo trionfo.
Avrei voluto sentire una voce autorevole revocare in dubbio l’esattezza della dottrina economica del “grande manager”, la fede cieca nell’automazione che cancella l’omo e produce di conseguenza una disumana gestione delle risorse umane.
Avrei voluto che qualcuno trovasse in tanta presunta luce un’ombra, com’è naturale che sia. Una di quelle ombre che col tempo si allargano cupe e fanno la storia  ben più delle presunte luminose vittorie.
Avrei voluto sentire da qualcuno che conta, in controcanto, il nome di Maria Baratto – lei sì,  una piccola, grande persona – che la politica del manager ferì a morte – e i nomi dei cinque coraggiosi compagni che l’hanno onorata rimettendoci il posto. Non è andata così e quel nome lo faccio io per dire che un grande che non sbaglia  non esiste. E’ solo una menzogna. Piccola e senza storia.

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Le condivido e non aggiungo nulla alle parole di Salvatore Prinzi. Mi limito a riportarle qui, nel mio blog, dove lascio che entrino solo gli amici veri e i compagni che stimo e annuncio con lui che “Potere al Popolo” esiste, cresce è fedele a se stesso e apre la sua campagna di adesioni.
PAP adesioni
Ieri c’era la fila all’Ex OPG per fare le adesioni a Potere al Popolo! Nonostante la domenica di luglio, la finale dei mondiali, il clima generale di stanchezza, di “lasciamoli lavorare”, di “ho già i miei problemi”… Un altro miracolo, l’ennesimo, di Potere al Popolo!

Tanti giovani e tanta commozione, perché per molti era la prima iscrizione in un’organizzazione politica, e la voglia, la speranza, è tanta. Anche per me, confesso: ora non solo un patto a parole, ma un pezzo di carta, mi lega a una comunità di migliaia di persone in Italia e in Europa.
Una comunità che si propone di costruire qualcosa di nuovo, di differente da tutto quello che esiste, di andare oltre i partiti e i movimenti che ci sono, di mettersi innanzitutto in contatto con la gente comune, stare a fianco di chi ha bisogno, costruire con lui percorsi di lotta e momenti di svago. 
Una comunità che vuole rendersi utile al prossimo e acquisire credibilità con l’esempio, con l’analisi, con le proposte concrete. Radicandosi sui territori e facendo partecipare chi oggi è deluso, chi vive i problemi in prima persona, chi ha qualcosa da dare in termini di idee innovative e creatività. Accumulando piccole vittorie che da subito facciano vedere che forza ha il popolo quando si organizza.
Soprattutto, un’organizzazione seria, che faccia quello che dice, che faccia tutto il contrario di quello che ha fatto la sinistra in questi anni: tradimenti, accordi sottobanco, trattative fra vertici, elettoralismo, antagonismo fine a se stesso, presunzione, auto-conservazione identitaria.
Io non so se ce la faremo, so che finalmente abbiamo posto in modo chiaro il problema e stiamo tentando di risolverlo collettivamente, misurandoci con il mondo reale e non con il nostro gruppo di amici o in laboratorio.
Non sarà facile, dopo tutti questi anni di errori, di cattive abitudini, di pessime analisi, di corruzione anche etica e umana. Non sarà facile in un paese che ti spinge verso la fuga, la depressione, o la chiusura davanti all’idiozia di massa del razzismo, dell’antipolitica…
Forse falliremo, non è da escludere. Gente migliore di noi ha fallito in passato. Ma ora conta solo provarci, dire al mondo che esistiamo, che esiste chi sta ragionando e praticando un altro modo di vivere, chi si offre senza tornaconti di difendere la bellezza, l’umanità, la giustizia sociale, di fronte all’egoismo e all’arroganza di padroni, mafiosi, finanza e tecnocrazie.
Potere al Popolo! nasce oggi per davvero, nasce come forza indipendente anche da chi l’ha lanciata, perché non è una lista elettorale, un passaggio tattico, l’ennesimo coordinamento o intergruppo, è il progetto di un nuovo socialismo, che mette al centro il diritto alla vita, il nostro essere sociale, lo sviluppo delle nostre potenzialità attraverso l’incontro, la conoscenza, la messa in comune di saperi, esperienze e possibilità. Perché, senza queste cose, l’esistenza non ha senso…
Venite, vi aspettiamo!

Volete sapere cosa fare per aderire? E’ semplice, date uno sguardo al link:
http://contropiano.org/img/2018/07/adesioni-pap-2018.pdf

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