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p16_beard_webDal giorno in cui è nato questo sciagurato governo, quella che si combatte nel nostro Paese non è, come ci vogliono far credere, una battaglia sull’immigrazione contro l’Unione Europea e i cosiddetti “buonisti”, ladri di futuro e sfasciacarrozze. Lo dimostra il fatto che, nel cuore di questo scontro, gli amici di Salvini, i camerati “fascisti del terzo millennio”, hanno voluto attaccare platealmente l’ex ministro Cécile Kienge e Luigi De Magistris per i quali chiedono l’esilio.
Ci sarebbe da ridere, è vero, ma i tempi sono bui ed è meglio capire, spiegare e reagire. Cominciamo a dircelo chiaro: Salvini e Casapound non stanno rovesciando la medaglia del “mal d’Africa” e di “faccetta nera”. Come al duce fascista più che l’impero “tornato sui fatali colli di Roma”, interessava un “posto al sole” tra quelli non ancora occupati, per spedirci straccioni e disperati, così a Salvini non importa nulla se la Libia oggi manda da noi la sua disperazione. L’obiettivo vero è una scommessa ambiziosa e molto pericolosa per la democrazia; in gioco c’è la conquista dell’egemonia leghista su precari, disoccupati e lavoratori stremati.
Teniamolo bene a mente:  gli immigrati non sono il fine, ma solo uno strumento. Salvini utilizza in maniera spregiudicata la disperazione, per fare della gente dimenticata dalla politica, dei lavoratori sfruttati ben oltre il limite della sopravvivenza, i carnefici di altri disperati e allo stesso tempo la larga base di consenso per il suo governo di leghisti bugiardi.
In una realtà di giovani senza futuro e lavoratori umiliati, il simbolico “esilio” della Kyenge – idealmente spedita in Africa – non è solo una scelta rozza e teatrale, ma un gioco che può andare alla grande, perché fa dell’ex ministro una sorta di “simbolo” dell’immigrato  che ci “spossessa”.
Diciamocelo chiaro, però, altrimenti non capiremo ciò che accade. L’obiettivo vero dell’attacco, quello coperto dalla cortina di fumo del caso Kyenge, si chiama Luigi De Magistris. Bianco e meridionale, in un Sud che i 5Stelle hanno venduto al miglior offerente, nell’immaginario collettivo il sindaco di Napoli è ormai il campione di una serie di scelte che con il “buonismo” e l’immigrazione non c’entrano nulla. L’attacco che gli viene portato perciò è tutto politico e molto rivelatore, perché la battaglia vera, inconfessata ma fortemente voluta da Salvini, mira a costruire un’egemonia sul mondo del lavoro annichilito da Renzi e dal PD, sulla sua precarietà e sulla sua disperazione. Non a caso Di Maio, Ministro del Lavoro, parla con gli ultimi e promette diritti.
In questa situazione, De Magistris è l’unico ostacolo serio sulla strada del governo e ha i numeri per diventare scelta alternativa. Il sindaco di Napoli, infatti, ha dimostrato che si può governare contro la bibbia neoliberista, di cui Salvini segue i comandamenti senza fiatare. Se De Magistris e il suo movimento scendono in campo a fianco dei lavoratori e delle loro lotte, possono essere decisivi per l’esito di uno scontro che non si è affatto concluso a marzo. E non chiedete il perché. La risposta è nei fatti. Sia pure tra mille difficoltà, De Magistris ha al suo attivo risultati indiscutibili. Benché da sette anni provino a tagliargli l’ossigeno, non ha ceduto: niente licenziamenti, niente privatizzazioni, acqua pubblica, debito contestato, movimenti di lotta al governo con lui. Da sette anni a Napoli il neoliberismo cozza invano contro un muro e si rompe la testa.
Napoli è ormai un esempio di governo alternativo. Salvini lo sa e ha capito: o toglie di mezzo De Magistris, o se lo troverà di fronte, leader credibile e finora vincente, alla testa di uno schieramento decisamente alternativo. Di qui l’ostracismo e allo stesso tempo la necessità di reagire.
De Magistris è umano, non “buono”. Non è infallibile, ma è il leader che non ha tradito e non si è compromesso. L’unico. Per questo oggi è una speranza. Chiedetevi quanto vale una speranza tra tanta disperazione e vedrete che la risposta è semplice: una speranza oggi non ha prezzo e fa terribilmente paura.
De Magistris la sua parte l’ha fatta e la sta facendo. Ora tocca agli altri. Tocca a tutti quelli che vedono con animo inquieto l’estrema destra dilagare. Non è più tempo di dubbi. Occorre far quadrato attorno a Napoli e all’’uomo che l’ha resa una roccaforte della lotta al neoliberismo. E’ una grande speranza di giustizia sociale.

Agoravox, 20 giugno 2018 a La Sinistra Quotidiana, 21 giugno 2018

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La storia è scienza umana per eccellenza; in quanto tale, il primo insegnamento che impartisce a chi vuole capire è la “mortalità” dei suoi protagonisti, siano uomini o fatti, per lo più figli del nostro agire. Essa non studia dottrine che hanno pretese di “eternità” e con spirito laico mostra come sono caduti imperi che parevano immortali.
mosaico-giustiniano-ravennaQuando il piccolo proprietario agricolo, nerbo delle legioni, sparì, schiacciato dal latifondo, quando il lavoro servile ridusse a zero il valore di quello libero e i costi della burocrazia, l’avidità di padroni e ceti parassitari che vivevano all’ombra della corte, imposero un opprimente sistema fiscale, si sentirono scricchiolare le fondamenta dell’Impero Romano. Come oggi – ma chi ci bada? – nacque un’emigrazione di intelligenze e capacità imprenditoriali e quella ch’era stata conquista orgogliosa, divenne un peso; chi aveva vantato uno stato di superiorità – “civis romanus sum” – varcò il confine con quanto aveva e se ne andò a vivere tra quei “barbari”, parte dei quali, intanto, proprio come oggi, in fuga dalla guerra, cominciava a premere sui confini del traballante impero.
Roma non cade sotto l’urto degli invasori, così come la globalizzazione e gli equilibri nazionali non vanno oggi in crisi per l’immigrazione. L’impero agonizza da tempo, per l’ingiustizia sociale che vi trionfa e perché non c’è un romano disposto a lottare per uno Stato che l’opprime. Per due secoli, i barbari sono una risorsa: l’istituto dell’hospitalitas concede l’ingresso in territorio romano e offre terre in cambio di protezione militare dagli altri barbari. Sono i nuovi piccoli proprietari, ma è tardi e la perizia giuridica non salva dalle contraddizioni interne la “globalizzazione” del Mediterraneo, nata dalla “pace di Augusto”. L’Impero non è immortale. Cade.
Di questa “regola fissa” della storia dell’umanità c’è stata fino a qualche temo fa coscienza chiara e  purtroppo svanita; se ne sarebbero ricavate preziose chiavi di lettura del presente, ma si è voluto fare tabula rasa dell’intelligenza critica e l’opinione pubblica la fanno ormai i servi sciocchi e la loro ignoranza. Sembra incredibile, ma è così: la regola laica della “mortalità” era così nota, che oltre venti secoli fa, prima dell’eruzione fatale, un ignoto pompeiano ne espose il senso in poche parole scritte sul muro d’un vicolo, con una vena di struggente e profetica tristezza: “Nulla v’è al mondo che in eterno duri”.

Due menzogne hanno caratterizzato la stagione dell’attuale globalizzazione, sul cui altare i chierici della sinistra ci hanno sacrificati, giungendo fino alla degenerazione di se stessi e alla morte. La fine del conflitto, anzitutto, dopo la caduta del muro di Berlino e la nascita del mondo governato dal mercato, descritto come un nuovo paradiso terrestre. Fine del conflitto – e quindi fine della storia – per assenza di interessi contrapposti e soddisfazione di tutti i bisogni. Nella narrazione di questo eden, Fukuyama e con lui una banda di mercenari al servizio del potere, hanno inventato un punto di arrivo di un processo storico “unidirezionale”: il grande sviluppo tecnologico come garante della dignità del lavoro. La seconda menzogna – il processo è irreversibile, inutile citare Marx o Keynes, non c’è alternativa – trova in questi giorni la più clamorosa smentita.
A riprova della laicità delle leggi della storia, torna il protezionismo. Dopo decenni di rimozione, lo riportano in vita prima la Brexit, poi il Presidente degli degli USA, cui fa da sponda, significativa per quanto piccola, Conte. E’ una sorta di dottrina di Monroe in tema di economia: non impone altolà a spedizioni militari, ma modifica il principio in una formula più aderente ai tempi; non  “l’America agli americani”, ma “prima gli americani”. Torna il protezionismo ed è subito sinonimo di conflitto e antitesi della religione neoliberista.
Su questa linea si muove da noi – e non è un caso – il governo Conte. Gli si potrà sparare addosso come si vorrà, bisognerà chiedersi se ha intercettato il treno della storia. E’ un governo fascista? E’ di certo pericoloso e per tutto il resto vedremo. Guai però ai democratici che vivono di astrazioni, se non proveranno a capire quanto questo governo risponda a un problema storico reale che chiede una risposta seria. Nel momento in cui il capitale finanziario attraversa come un lampo ogni frontiera e diventa “internazionalista” come non mai, quali sono i rischi che corre la democrazia, se la risposta delle sinistre in termini di difesa dei diritti del lavoro, della produzione reale, del ruolo del conflitto sociale, non è la lotta di  classe, che sarebbe risposta “internazionale”, ma l’adozione del modello neoliberista come l’unico possibile? Una domanda urgente, soprattutto per un Paese che ha la nostra storia.
Non capiremo nulla del governo Conte, se cercheremo i suoi errori senza fare i conti coi nostri; se non sapremo valutare a fondo il ruolo svolto dal PD – quello sì, davvero populista – nella nascita di generazioni alienate e stritolate dalla sterilizzazione del pensiero critico e dalla colonizzazione delle menti, soprattutto quelle giovani. Non sono stati Salvini e Di Maio a creare  quello che Luigi Russo definirebbe un “popolo di iloti”. Forse dovremmo provare a riflettere sui nostri slogan, capire se il problema sia il populismo o la degradazione dei lavoratori in ‘plebe’, in una moltitudine che non è massa, ma conglomerato di consumatori, la cui vita oscilla tra cellulare. telecomando e difesa impaurita di apparenti privilegi, che sono danni. Masse che sono ormai un’immensa e vischiosa sabbia, sulla quale non è possibile costruire e però è terribilmente permeabile ai luridi liquami della propaganda, alle verità di fede del pensiero unico.
Una sabbia su cui, come è giunto il temporale della crisi, la pioggia ha gettato domande primordiali e bisogni al limite della sopravvivenza. A questa plebe simile a sabbia che si fa fango, Conte lancia segnali di discontinuità e pare salvifico. Sembra  un regime? Non lo sapevamo, noi, che il capitale finanziario fa della crisi l’incubatore dell’abbrutimento e la culla dei fascismi? Che l’estrema destra ha un’anima sociale? Ora non serve attaccare a testa bassa. Occorre fare politica, avendo chiari almeno tre principi: a) nulla v’è al mondo che in eterno duri; b) non si vince, stando assieme al principale alleato del nemico; c) non è più tempo di congreghe e gruppi isolati fra loro.

Agoravox, 15 giugno 2018

downloadDopo anni di propaganda battente, becera e strumentale, la pianta dell’odio razziale, coltivata con feroce incoscienza al solo, bieco scopo di conquistare voti nella competizione elettorale, dà ormai i suoi frutti velenosi. Com’era facile prevedere, infatti, il raid di Macerata non è stato purtroppo – e non poteva esserlo – un caso isolato. Dopo San Calogero e l’assassinio di Sacko Soumali, lo sventurato sindacalista del Mali ucciso a fucilate, dopo Padova e un richiedente asilo trascinato sull’asfalto per le vie della città veneta da un’auto guidata un giovane razzista, la furia razzista si è scatenata a Sarno, in Campania, terra di emigrazione, tradizionalmente ospitale e tollerante. Nelle vie della cittadina, la “punizione” è toccata stavolta a Mvomo Dang, un giovane del Camerun che ha un regolare permesso di soggiorno, lavora ed è perfettamente integrato nella realtà in cui vive, come dimostra la sua esperienza di calciatore nell’Intercampania, squadra di calcio di Prima categoria.
Anche stavolta un agguato di stampo squadrista. L’hanno atteso per strada in due, giovani come lui e accecati da un odio irrazionale; armati con mazze da baseball, moderno sostituto del manganello, l’hanno preso alle spalle, mentre tornava tranquillamente a casa in bicicletta e non gli hanno dato nessuna possibilità di difendersi o scansarsi: colpivano ferocemente ed esultavano, picchiavano con violenza e festeggiavano.
Questa è l’Italia oggi e a garantire la sua sicurezza – quella di quanti ci vivono, immigrati compresi – c’è un uomo che ha costruito sull’odio la sua carriera politica, aizzando la sua gente prima contro i meridionali e poi gli immigrati, diventati responsabili della crisi e nemici da colpire. E’ amaro dirlo, ma bisogna prenderne atto: con Salvini al Viminale, il rischio di un nuovo “razzismo di Stato” è diventato concreto e le conseguenze potrebbero essere devastanti.
In un Paese in cui la crisi economica e le politiche di austerity, colpendo con inaudita violenza la scuola, l’università, il lavoro e il ruolo formativo della famiglia, hanno prodotto ignoranza, rabbia e disoccupazione, Salvini ha creato il brodo di cultura in cui storicamente si sono sviluppati guerre tra i poveri, intolleranza e fascismi. La sua presenza al Viminale perciò non solo preoccupa, ma è minacciosa per la tenuta democratica del Paese e chiama tutti noi alla più attenta e rigorosa vigilanza in difesa della Costituzione nata dall’antifascismo e dalla Resistenza.
Lo stupore addolorato e la solidarietà per le vittime innocenti non bastano più. Tutto va in una direzione inquietante e tutto annuncia tempesta. E’ venuto il momento di puntare il dito su chi ci ha condotti al punto in cui siamo. Il PD e Minniti, anzitutto, i suoi disumani accordi con la Libia e quei provvedimenti sul “decoro urbano”, oscena fotocopia di provvedimenti fascisti. Occorre una reazione collettiva del corpo sociale, una risposta forte e intransigente, di natura etica, culturale e politica. E’ necessario individuare il terreno comune sul quale sfidare il nuovo ministro dell’Interno, che minaccia di essere ministro di polizia. Un terreno che non è difficile individuare; quello della legalità costituzionale e della giustizia sociale. L’unico sul quale si possa costruire da subito un’alternativa di democrazia per dire forte e chiaro a Salvini e alla Lega che il razzismo non passerà.

34707592_10214236523860141_7005747084670271488_nQuando si attacca in maniera così dura e intollerante la scuola, i docenti e la loro libertà di opinione, non c’è da girarci attorno: si sta costruendo un regime. Di mio voglio aggiungere solo una chiosa di carattere cronologico: l’episodio precede la nascita del governo Conte e dimostra che l’opposizione dei “democratici” in Parlamento è totalmente priva di credibilità. E’ il PD che ha gettato nel nostro Paese le basi di un’avventura autoriataria. Il primo nemico, della democrazia – è molto importante dirselo – è il Partito delle banche e del capitale finanziario, il cui regime prediletto, storia alla mano, non è quello democratico.

APPELLO
Solidarietà ad Antonio Mazzeo, contro la militarizzazione del sapere.
Antonio Mazzeo è un nostro collega e un nostro compagno di lotte, un docente impegnato nella difesa e della valorizzazione della scuola pubblica, del suo carattere democratico e critico.
Antonio è anche un attivista, giornalista e ricercatore punto di riferimento dei movimenti che si battono contro la guerra e la militarizzazione della società, in questi mesi si è particolarmente impegnato nella denuncia della sempre più pervasiva presenza militare nelle scuole: progetti di alternanza scuola/lavoro in basi militari, iniziative propagandistiche, occasioni importanti di riflessione come quelle del centenario della fine della grande guerra appaltate all’ esercito.
E persino i marines in giro per gli istituti.
Antonio ha criticato, coerentemente, anche un’iniziativa del genere programmata nella scuola dove insegna, a Messina.
Per questo è stato avviato un procedimento disciplinare contro di lui dalla dirigente scolastica.
Non solo dichiariamo la nostra totale solidarietà ad Antonio ma crediamo questo episodio deve aprire una riflessione generale che individui nella salvaguardia degli spazi di discussione e nel rifiuto della pervasiva presenza militare nelle scuole due nodi importanti.
Chiediamo alle/ai docenti, alle studentesse e agli studenti, al mondo intellettuale di prendere parola e di avviare una stagione di impegno che leghi ancora più strettamente la lotta alla legge 107 a quella alla militarizzazione del sapere e all’autoritarismo.
Sin d’ora prepariamo un grande appuntamento di riflessione e di iniziativa per l’apertura del prossimo anno scolastico.

Potete aderire mandando una mail a docenticontrolaguerra@gmail.com

Fuoriregistro, 8 giugno 2108, Agoravox, 9 giugno 2018

matteo-renzi-3379364_0x410L’ho scritto: un governo pericoloso. E lo ripeto.
Per gli smemorati, però, è meglio precisare.
Salvini dovrà sudare le proverbiali camicie per superare in disumana ferocia Marco Minniti. In quanto al Presidente del Consiglio una certezza c’è: nessuno può valere meno di chi ha definito inutile il Senato, ha fatto di tutto per abolirlo, poi si è fatto eleggere nell’inutile Camera che inutilmente ha tentato di sopprimere. Inutile a tutti, tranne che a se stesso.

34065902_1619893124786634_150451695061565440_nOggi, martedì 5 giugno a partire dalle ore 18:00, allo Spazio ARTienda presso La Tienda Bottega Equosolidale, Giuseppe Aragno ci parlerà del suo ultimo lavoro, intitolato Le Quattro Giornate di Napoli Storie di Antifascisti.

Il libro ha i toni e l’andamento di un romanzo storico, non rinuncia al rigore della ricerca e dà la parola a chi non l’ha mai avuta. Diventa, così, il canto corale della Napoli Antifascista

Una pagina indelebile della nostra storia, un racconto più che mai forte e vivo in tutti noi.

Spazio ARTienda presso La Tienda Bottega Equosolidale, ti aspettiamo!

Siamo al Forum Scarlatti in Via Scarlatti 198 ed ingresso anche da Via Solimena 143 – Vomero Napoli.

Sarà presente l’autore, Giuseppe Aragno

 

Necessariamente lungo, nonostante la volontà di essere sintetico.

xassemblea-720x443.jpg.pagespeed.ic.iLcZlt77H0All’assemblea nazionale di maggio di Potere al Popolo università e ricerca erano inclusi nel vasto tema del welfare e cinque minuti non potevano bastare.  Ci torno ora e spero di dare un utile contributo.
Parlo di università e ricerca perché cerco risposte a domande emerse nell’assemblea di Napoli e cadute nel vuoto: perché nel gruppo c’erano più insegnati che studenti? E perché tra i docenti gli “anziani” prevalevano sui più giovani? Non sono domande banali e la risposta ci chiede forse di “capovolgere” il nostro modo di ragionare: invece di partire da ciò che vogliamo, cominciamo da ciò che è successo. Certo, a noi importa correggere storture, perciò procediamo in questo modo: la scuola così com’è non va per queste ragioni, noi la cambiamo e sarà così. E via con modifiche, leggi d’iniziativa popolare, raccolta di firme eccetera. Avremo così risposto alla domanda sulla presenza degli studenti e la prevalenza dei vecchi docenti sui giovani? Non mi pare e forse al nostro ragionamento manca qualcosa.
Si può pensare che manca una riflessione sugli effetti prodotti dalle misura neoliberiste sul mondo della conoscenza e quindi nella società? Si può supporre che da qui derivi un serio problema di partecipazione? Io penso di sì e credo che dovremmo capire come siamo giunti a questo e quali meccanismi abbiano prodotto questa indifferenza. Individuarli consente di sapere se la formazione c’entra e come si può smontarli. Tra noi vive ormai almeno una generazione di giovani – studenti e docenti – educata nelle agenzie di formazione di un Paese soffocato nei confini che vanno da Bassanini a Renzi. Una generazione, ma forse qualcosa in più, cui sono stati abilmente sottratti gli strumenti che formano il pensiero critico, la capacità di pensare con la propria testa e valutare liberamente, che è anche capacità di opporsi. Una generazione che ormai cede alla rassegnazione, all’egoismo, all’indifferenza e al qualunquismo.
E’ vero, contano i dati materiali, ma l’aria che respiriamo non conta? Ciò che apprendiamo a casa, a scuola e nelle strade un peso non ce l’ha? Giungere a conclusioni frettolose, potrebbe impedirci di capire se la sinistra ha subito un sconfitta culturale prima ancora che politica, come sembrano dirci i milioni di voti ai 5 Stelle, che non sono solo meridionali, e – ciò che più conta – sono voti che per molti versi si incontrano agevolmente con gli altri milioni finiti all’estrema destra leghista. In genere si pensa a un regime anzitutto come repressione, ma è una visone miope. Un regime reprime, ma bada anche a costruire consenso, sterilizzare la conoscenza come potenziale arma di lotta e manipolare il pensiero. Se ignoro i miei diritti, se non li riconosco nemmeno come tali, non rifiuto lo sfruttamento, ringrazio lo sfruttatore e divento persino ostile a chi vuole combatterlo. All’inizio della storia del movimento operaio e socialista, i lavoratori salutavano e ringraziavano i loro carnefici, se elargivano “benefici” e li definivano “padri dei lavoratori”.
Torniamo al punto. E’ vero, università finanziate da adeguati investimenti dello Stato sono decisive per la crescita del tessuto sociale. Esse sono un irrinunciabile bene comune, che dovrebbe rendere possibile ciò che il giovane Gramsci chiese ai suoi coetanei, quando scrisse: “Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza”. Le cose però non stanno così. Noi vediamo subito – e perciò combattiamo – gli effetti macroscopici delle politiche neoliberiste: livelli di precarietà elevatissimi nell’area docente, sfiducia degli studenti e immatricolazioni che calano. L’Italia è l’ultimo paese europeo per percentuale di laureati, ma impone restrizioni al passaggio scuola superiore-Università; da noi le difficoltà economiche causano la rinunzia all’iscrizione e i numerosi abbandoni, ma la tassazione universitaria pubblica è più alta che altrove e abbiamo creato figure paradossali, quali gli “idonei non beneficiari”, giovani ai quali, cioè, si riconosce il bisogno di un sostegno che però non avranno. Il diritto allo studio è un’astrazione, l’università è indebolita dalla penuria dei finanziamenti, isolata dal contesto sociale, e inaccessibile ai ceti meno abbienti. La sua decadenza è tra le cause principali del decadimento culturale, etico e politico della Repubblica.
Ridotta così, va rifondata ma c’è un problema che in genere ci sfugge. Se diciamo Invalsi, molti di noi sanno che parliamo di assurdi criteri di valutazione e contro l’Invalsi lottiamo. Se diciamo Anvur, si tratta ancora di valutazione, una valutazione che è controllo sulla cultura, ma pochi lo sanno e non è facile difendersi. Eppure, così com’è, la valutazione della ricerca è una galera per i ricercatori. Non è un tema da tre soldi. Se non lo affrontiamo non assicureremo mai una formazione critica di alto livello, sottratta agli interessi delle imprese e alle loro logiche di corto respiro.
La formazione non è un corpo a sé. Il suo principio-guida è nella Costituzione, quando, mettendo ordine e armonia tra uomo, lavoro e società, essa dice che quest’ultima è fondata sul lavoro, ma la sovranità non appartiene al mercato, bensì al popolo. Solo seguendo questa bussola, l’Università, ad esempio, può insegnare che le risorse della natura non costituiscono un patrimonio a disposizione delle ragioni del profitto, ma fanno parte di un ecosistema che ha inviolabili equilibri e che dal loro rispetto dipendono la nostra vita e quella di chi abiterà la terra dopo di noi. Ma l’Università questo non può più farlo, perché, gli equilibri ambientali sono subordinati agli interessi economici.
Se le cose stanno così, si spiega il ruolo centrale svolto dall’Anvur: costruire sacerdoti del pensiero unico e che non hanno capacità di organizzare resistenza. Ecco la risposta alla domanda da cui siamo partiti. L’Anvur è un’agenzia che fa della quantità della produzione scientifica la misura della qualità di testi che le commissioni non leggono. Per l’Anvur, un lavoro vale se l’editore conta molto – meglio se straniero – se c’è chi lo cita –  gli anglosassoni sono i più quotati – se l’autore “produce” molto e partecipa a convegni internazionali. Grazie al criterio della «misurazione quantitativa», una commissione ha regalato una cattedra a una sorta di “speedy gonzales” che dalla laurea al concorso, in tredici anni, ha firmato otto saggi e “curato” nove libri; in quei tredici anni, moltiplicando il valore del tempo, come Cristo i pani e pesci, il giovane ha firmato due voci enciclopediche e trenta tra contributi in volume e articoli in rivista. A conti fatti, rigo più rigo meno, 200 pagine all’anno per tredici anni. Un impegno che non gli ha impedito di organizzare undici convegni, dire la sua in ventinove simposi e festival nazionali, dodici seminari e workshop internazionali, svolgere il ruolo di revisore per valutare «prodotti di ricerca» su riviste italiane ed estere, presentare quattro progetti di rilevanza nazionale e internazionale e, dulcis in fundo, trovare modo di partecipare alle attività di otto comitati scientifici. La commissione che non ha letto alcun libro dell’enfant prodige, non s’è posta la domanda cruciale: quanto tempo il candidato ha potuto dedicare alla ricerca?
A che serve questo meccanismo e quali effetti produce sull’insegnamento? Perché l’Anvur con la sua logica produttivistica impone alla ricerca vincoli temporali, se i progetti di qualità richiedono spesso anni di lavoro e tutti sanno che il valore reale della ricerca è la qualità, che si misura in base alla metodologia, all’originalità, alla capacità innovativa e alla ricchezza creativa. La risposta è semplice: l’Anvur sa che il legame forte tra “grandi editori” e “baroni” che ne dirigono le collane e scelgono i testi da pubblicare, impedisce ai ricercatori di occuparsi di alcuni indirizzi di ricerca. Se studio gli anarchici, non pubblico le mie ricerche e non vinco concorsi. Di conseguenza studierò altro e nessuno insegnerà più il significato e il valore storico dell’anarchia. Se voglio occuparmi di salute mentale e seguire la scuola di Basaglia e Piro, non ho speranze di ottenere cattedre con le mie ricerche perché non trovo editori. O rinuncio o batto la via farmacologica. La conseguenza è una salute mentale che torna a soluzioni repressive, narcotici e letti di  contenzione e una università dai cui insegnamenti sparisce l’esperienza di psichiatria democratica e del disagio come male sociale.
Potremmo continuare, ma è ormai chiaro. Valutare per controllare, significa imporre dall’esterno “obiettivi di valore” che ispirano periodiche verifiche della qualità dell’insegnamento; significa creare docenti che tutelano potere e mercato. Significa decidere cosa dicono i libri di testo. E’ questo meccanismo che rende apatico lo studente, impreparato e subordinato il docente, ormato al pensiero dominante. E’ da qui che occorre partire, per capire e cambiare davvero. Se il pensiero è sotto stretto controllo, se i giovani che si danno alla carriera universitaria devono rinunciare a fare ricerca su argomenti sgraditi al potere, la minaccia non grava sugli studenti è direttamente rivolta contro la libertà della Repubblica.