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Foto x sito Bruno 5Voglio segnalarlo. E’ un caso di severissima miopia, incurabile per lo storico, che invita i discepoli di Ippocrate a cercare però rimedi, in nome di quella umana compassione che il giuramento impone giustamente ai medici: preoccuparsi del bene dei malati, secondo le forze e il giudizio. Dei malati, aggiungo di mio, con il dovuto rispetto, e di quanti dalla cattiva salute del malato in qualche modo dipendono, perché da questa terribile miopia, ostinata fin quasi alla cecità, possono ricevere – e in questo caso hanno ricevuto – danni seri, morali e materiali.
C’è un luogo comune da sfatare: la storia non si ripete, si dice spesso, e qualcuno ci aggiunge un codicillo da saputello, per informarci che nelle rare circostanze in cui si ripete, l’evento muta genere letterario e da tragedia ch’è stato, diventa farsa. Gli addetti ai lavori lo sanno e gli archivi, con i loro polverosi documenti, confermano: la storia ha variabili e costanti, eventi che si puntualmente si ripetono e alla prova dei fatti confermano l’esito degli esperimenti di laboratorio. Una costante, una di quelle più solide scientificamente e, di conseguenza, più capace di tutte di indurre alla riflessione – ecco il caso che intendo segnalare – è la stupida miopia dei realisti più realisti del re. Un caso recentissimo e lampante s’è verificato pochi anni fa con un Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica, di così dubbia legittimità che a molti è parso solo un proconsole dell’Europa. Questo signore scriveva i comunicati del suo governo in lingua inglese, invece che nell’italiano di Manzoni e giustificava la decisione con un’affermazione che, a distanza di pochi anni, pare ad un tempo tragedia e farsa: è l’inglese la lingua ufficiale dell’Unione Europea.
Colto dalla gravissima forma di miopia, quest’uomo dallo sguardo annebbiato, vedeva nell’italiano la lingua di una colonia e riteneva giusto per la sua dignità di statista, parlare la lingua dell’Impero. Per tutto il tempo che è stato in carica, i cittadini della repubblica, soprattutto quelli che non conoscono l’inglese, sono stati di fatto offesi e discriminati e hanno dovuto arrangiarsi. Il popolo, che a dar retta alla Costituzione è sovrano, in genere non capiva un bel nulla e chi l’inglese non lo conosceva era declassato a sovrano di seconda scelta, subiva la discriminazione, ma aveva altro cui pensare perché ogni comunicato anglosassone celebrava i funerali di un diritto e il lavoro su cui si fonda la Costituzione stava diventando l’araba fenice. Ogni giorno erano botte da orbi e i suicidi non si contavano, ma subito entrarono in azione i «ministeriali di ferro»: pennivendoli, velinari  servi del potere non persero occasione per cantarne le lodi. Politologi d’ogni colore, editorialisti e osservatori politici, andarono tutti in brodo di giuggiole, quando il proconsole segnò sul calendario della nostra vita politica un nuovo insuperabile record, una svolta epocale: per la prima volta nella storia degli Esecutivi italiani, sul sito web istituzionale apparve un comunicato stampa nella lingua di quella che fu la «perfida Albione». Chiunque si fosse preso la briga di dare uno sguardo, sarebbe rimasto stupito. Ora non tutto è stato accuratamente cancellato, ma la prima informativa nella lingua imperiale era indiscutibilmente affascinante: «Italian economy picks up in 2013; structural balance remains on track». Una musica deliziosa per timpani educati. C’era della poesia in quel governo tecnico.
Come musulmani giunti alla Mecca, in una sorta di trance, i «ministerialisimi» si affrettarono a spiegarci con invidiabile tempismo che quel comunicato tecnico di due pagine web, pieno zeppo di dati esposti con perizia grammaticale e lessico di livello superiore, era figlio di un’accorta strategia: fornire messaggi subito comprensibili e, ciò che più conta, rassicuranti agli immancabili investitori esteri. Un progetto spregiudicato e lungimirante, si disse in un delirio internazionalista, però le ciambelle non riescono tutte col buco, si dice da noi nel provinciale idioma di Dante e Manzoni, e non tutto andò per il verso giusto. In Francia, ove, si sa, gli investitori sono una manica d’ignoranti, non solo non capirono nulla della nuova «comunicazione istituzionale in Italia» e non seppero cogliere il grande sforzo di attirare capitali dall’estero, ma in un provincialissimo francese la Fnac manifestò addirittura l’intento di lasciare l’Italia.
Che dire? Forse la rivoluzione era stata troppo radicale, forse il Governo avrebbe dovuto scrivere  comunicati anche in francese, perché da quelle parti sono tutti piuttosto nazionalisti. Non è facile capire, pareva una Torre di Babele e sta di fatto che a Parigi, abituati forse a leggere in Italiano i nostri comunicati, si confusero e ci presero per inglesi. Può darsi, poi, che gli “ombrosi mercati” si allarmassero: «l’Italia è messa così male, che il suo governo ha rinunciato a farsi capire dai cittadini e parla esclusivamente agli “investitori esteri!», si pensò. In fondo, i mercati non lo sanno che qui da noi i cittadini non contano più nulla…
Va bene così, sostennero i malati di miopia severa vicini alla cecità: la Fnac se ne va, ma il governo ci ha provato e i «tecnici» sono innovativi. E’ accaduto, poi, che non se n’è andata solo la Fnac. Se n’è andato addirittura il Regno Unito. A corto d’idiomi, abbiamo fatto ricorso alla neolingua di Orwell e s’è parlato di Brexit. Intanto non abbiamo una lingua e forse il massacro della Grecia ci indurrà ad adottare il tedesco ma, in attesa che i discepoli d’Ippocrate giungano in soccorso dei miopi ormai quasi ciechi, in vista del referendum istituzionale, sarà il caso di ricorrere all’italiano, per capire cos’è accaduto. Soprattutto essere certi che la miopia serissima non abbia attaccato le meningi e non sia diventata contagiosa, perché chi ha deciso di scrivere rottamare la Costituzione, bene certamente non sta.

1. Costituente e Costituzione: la «cultura dell’antifascismo»

ministri-arrivo-quirinale-140222123943_bigIl primo documento ufficiale che ci parla di una nuova Costituzione è il D.L.L. n. 151 del 25 giugno 1944, firmato da Umberto II di Savoia. L’Italia è ancora un Regno e l’articolo 1 prevede che «dopo la liberazione del territorio nazionale, le forme istituzionali saranno scelte dal popolo italiano, che a tale fine eleggerà a suffragio universale diretto e segreto, un’Assemblea Costituente per determinare la nuova Costituzione dello Stato».
La guerra di liberazione insanguina il Paese, ma c’è un governo guidato dall’ex socialista riformista Ivanoe Bonomi e su venti ministri, dodici sono antifascisti: l’azionista Alberto Cianca, confinato e fuoruscito proveniente da Giustizia e Libertà, Benedetto Croce, il cattolico De Gasperi, che ha conosciuto la galera fascista e l’isolamento, lo storico della filosofia Guido De Ruggiero, destituito dall’insegnamento universitario e arrestato, Giovanni Gronchi, cattolico e uomo della Resistenza, i comunisti Palmiro Togliatti, reduce dalla guerra di Spagna e dall’Unione Sovietica, e  Fausto Gullo, ex confinato, il socialista Pietro Mancini, che ha sperimentato confino e carcere fascista, Meuccio Ruini, perseguitato politico, il socialdemocratico Giuseppe Saragat, fuoruscito e protagonista della Resistenza e Carlo Sforza, liberale, ex ministro e fuoruscito. Tutti, tranne De Ruggiero, saranno poi nell’Assemblea Costituente.
E’ un momento terribile nella storia dell’umanità; l’Italia, che paga le sue gravissime responsabilità per l’immane tragedia, è un campo di battaglia e sui monti la guerra tra democrazia e dittatura è senza quartiere. Iniziata nel settembre del 1943 a Napoli, insorta contro i nazifascisti, brucerà il Paese fino al 25 aprile 1945. In quei giorni, però, non «muore la patria», come hanno poi  sostenuto Galli Della Loggia e una destra che non si è mai riconosciuta nell’Italia della Resistenza. In quei giorni, per dirla con la felice espressione di Gaetano Arfè,  «la cultura dell’antifascismo» consegna al Paese l’eredità preziosa che la Costituzione nel suo insieme, non i suoi soli principi fondamentali, tradurrà in norme fondanti. Sono i valori ideali e morali nei quali, a guerra finita, si riconoscerà una larga maggioranza del popolo italiano.
Prima ancora che nelle norme, però, quei valori si sono affermati nelle coscienze: ideali di libertà, di pace e di solidarietà tra i popoli hanno sostituito la concezione della vita e la filosofia della storia che il fascismo aveva imposto e che purtroppo oggi riemergono: il mito del capo, la scala gerarchica tra caste, classi e razze, la violenza come motore della vicenda storica. I deputati della Costituente, portavoce di questo cambiamento, traducono con sapienza giuridica un dato che è anzitutto storico. Essi potranno scrivere la Costituzione, così com’è, solo perché sono parte di un processo che giunge a compimento e ha ormai radici nel corpo della società. In altre e differenti condizioni, senza quella mutamento, senza quella cultura, essi non avrebbero potuto mai scriverla com’è. Una Costituzione non si scrive «a freddo». Essa è un punto di svolta, il perno attorno al quale la storia volta pagina e apre le porte a un futuro che, nei fatti, disegna. Vico ci ha insegnato una legge fondamentale della storia: essa conosce picchi positivi e precipita poi verso il basso. La Costituzione del ’47 segna nella nostra storia il «corso positivo»; si può aggiornarla, ma rifarne un articolo su tre, significa abolirla e questo segnerebbe il punto di caduta verso il basso, il picco negativo e una nuova barbarie.
A produrre la svolta, in quegli anni, non è un elemento esterno, come probabilmente accade oggi, non ci si muove per interesse o infatuazione ideologica. La svolta è figlia di un’esperienza dolorosa, collettiva e drammatica. Proprio in quei giorni, affrontando il plotone di esecuzione, Giacomo Ulivi, un partigiano di appena vent’anni, ha rivolto alla generazioni future parole che spiegano meglio di mille discorsi ciò che è accaduto davvero nelle coscienze più attente e più avvertite: «Dobbiamo […] abituarci a vedere in noi la parte di responsabilità che abbiamo dei nostri mali», egli ha scritto, e poi ha proseguito:

«Quanti di noi sperano nella fine di questi casi tremendi, per iniziare una laboriosa e quieta vita? […] Ma […] in questo bisogno di quiete è il tentativo di allontanarsi il più possibile da ogni manifestazione politica. È il tremendo, il più terribile risultato di un’opera di diseducazione […], che martellando per venti anni da ogni lato è riuscita ad inchiodare in molti di noi dei pregiudizi. Fondamentale quello della “sporcizia” della politica, che mi sembra sia stato ispirato per due vie. Tutti i giorni ci hanno detto che la politica è un lavoro di specialisti […]. Lasciate fare a chi può e deve; voi lavorate e credete, questo dicevano: e quello che facevano lo vediamo ora, che nella vita politica ci siamo stati scaraventati dagli eventi. […] Credetemi, la cosa pubblica è noi stessi: […] ogni sua sciagura è sciagura nostra […] per questo dobbiamo prepararci. […] Come vorremmo vivere domani? No, non dite di essere scoraggiati, di non volerne più sapere. Pensate che tutto è successo perché non ne avete più voluto sapere. […] Avete mai pensato che nei prossimi mesi si deciderà il destino del nostro Paese, di noi stessi: quale peso decisivo avrà la nostra volontà se sapremo farla valere; che nostra sarà la responsabilità, se andremo incontro ad un pericolo negativo? […] Oggi bisogna combattere contro l’oppressore. Questo è il primo dovere per noi tutti: ma è bene prepararsi a risolvere quei problemi in modo duraturo, e che eviti il risorgere di essi ed il ripetersi di tutto quanto si è abbattuto su di noi».

Quando, nell’autunno 1945, nascono la Consulta Nazionale e il Ministero della Costituzione, due nuove dati emergono chiari: la maturità di un popolo, che sente l’importanza del passo che sta per compiere e la comune volontà di ogni forza politica di giungere con la necessaria preparazione «tecnica» all’appuntamento con la necessaria preparazione. La materia prima, tuttavia, è accessibile a tutti, perché ogni elettore, anche i più giovani, ha vissuto e pagato sulla propria pelle il conflitto sociale, la violenza delle passioni ed è stato in qualche misura partecipe di un risveglio. Non si tratta di inaccessibili teorie. Dietro le diverse bandiere non c’è la propaganda, ma una tragica e sofferta esperienza vita. L’assassinio Matteotti, l’incendio del Parlamento tedesco, la guerra di Spagna, la battaglia nei cieli di Londra, la tragedia di Stalingrado, Auschwitz, Hiroshima, l’occupazione, la guerra in casa, la Resistenza, sono i mille volti di eventi che hanno scosso nel profondo anche le persone più semplici e meno attrezzate culturalmente. Sono dati concreti, vita vissuta a produrre esperienze e valori che danno un significato alle cose e un contenuto a parole che il regime aveva cancellato: libertà, pace, giustizia sociale, democrazia, solidarietà. Questo e tanto altro significano l’antifascismo e quella Resistenza che, scrive Arfè, è il crogiuolo «nel quale tutte queste esperienze si fondono: ne nasce una cultura nella quale tra ideologie diverse e tra loro contrapposte si instaurano nuovi dialettici rapporti e tutti finiscono con l’innestarsi in una trama unitaria intessuta col filo dell’antifascismo e dell’antinazismo».
La Repubblica è nei fatti, così come la schiacciante prevalenza di antifascisti militanti, di vite intensamente vissute, di grandi e significative speranze, che cercano risposte a una domanda chiara: come si costruisce un Paese senza guerra e dittatori, in cui ognuno è un «sovrano»? E’ la domanda cui dovrà dare risposta l’Assemblea Costituente. Una risposta destinata a durare. La scienza da sola non basta. Perché la luce si accenda, ci vuole coscienza storica. E poiché l’una e l’altra ci sono, ecco che la risposta giunge: occorre il sovrano di un Paese che fondato sulla dignità dei cittadini. E poiché il solo possibile sovrano di uno Stato senza ragion di Stato è il popolo, si comincia così: «L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo…».
Perché funzioni, occorreranno libere discussioni, articoli collegati tra loro, 347 sedute – di cui 22 con prolungamento serale e notturno – 1663 emendamenti, dei quali 292 approvati, 314 respinti, e 1057 ritirati o assorbiti; 275 oratori parleranno in 1090 interventi; ci saranno 15 ordini del giorno e sulle decisioni più controverse 23 votazioni per appello nominale e 43 a scrutinio segreto. Quando il lavoro è concluso, Piero Calamandrei, uno dei nostri più grandi giuristi, pur riconoscendo i limiti, le insufficienze, le contraddizioni e persino le ambiguità, figlie di un compromesso, che è comunque di alto profilo, tra forze politiche che, piaccia o no, rappresentano le grandi correnti ideali che hanno fatto la storia del Paese, saluta la Costituzione augurandole una vita lunga e fertile e interrogando se stesso:

«Io mi domando, onorevoli colleghi, come i nostri posteri tra cento anni giudicheranno questa nostra Assemblea Costituente: se la sentiranno alta e solenne come noi sentiamo oggi alta e solenne la Costituente Romana dove un secolo fa sedeva e paralava Giuseppe Mazzini. Io credo di sì: credo che i nostri posteri sentiranno più di noi, tra un secolo, che da questa nostra Costituente è nata veramente una nuova storia, e si immagineranno, come sempre avviene che con l’andare dei secoli la storia si trasfiguri in leggenda, che in questa nostra Assemblea, mentre si discuteva della nuova Costituzione repubblicana, seduti su questi banchi non siamo stati noi, uomini effimeri i cui nomi saranno cancellati e dimenticati, ma sia stato tutto un popolo di morti, di quei morti che noi conosciamo ad uno ad uno, caduti nelle nostre file, nelle prigioni e sui patiboli, nelle steppe russe e nelle sabbie africane, nei mari e nei deserti, da Matteotti a Rosselli, da Amendola a Gramsci, fino ai giovinetti partigiani, fino al sacrificio da Anna Maria Enriques e di Tina Lorenzoni nelle quali l’eroismo è giunto alle soglie della santità. Essi sono morti senza retorica, senza grandi frasi, con semplicità, come se si trattasse di un lavoro quotidiano da compiere: il lavoro che occorreva per restituire all’Italia la libertà e la dignità».

Nessuno in quei giorni avrebbe mai potuto immaginare Renzi, Boschi, Napolitano e un Parlamento abusivo.

1396125529-uccelli-del-malaugurioVoglio essere onesto. La mia presenza da un po’ è saltuaria, la mia vita precaria come precaria è sempre la vita e stamattina ho avuto mille da cose da fare, perciò ci ho pensato tardi e tardissimo mi decido. Buon ferragosto a tutti, come si suole scrivere, senza pensare a qualcuno in particolare. Una precisazione però la voglio fare: buon ferragosto a tutti, tranne Matteo Renzi, Giorgio Napolitano e quell’aquila della Boschi che ancora non mi ha spiegato com’è che è diventata ministro.
A loro Ferragosto glielo auguro pessimo, anzi no, pessimissimo !!!!!!!!!!!!

Aglie e fravaglie
cape ‘e alice e cape d’aglio”
e fatture ca nun quaglie.
Uocchie, maluocchie
e frutticielle
‘int’all’uocchie,
corna, bicorna
e la sfortuna ca nun torna,
diavulillo diavulillo,
jesce a dint’o pertusillo…
sciò sciò ciucciuvè!

 

Elezioni-Istruzioni-per-l-uso_h_partbIl governo dei traditori della Costituzione, la banda del magliaro fiorentino e la sua anima nera, il bipresidente Giorgio Napolitano, hanno allungato l’elenco dei crimini dei quali saranno chiamati a dar conto alla storia: abbiamo rimesso i piedi in Libia, l’abbiamo fatto a mano armata e ora siamo di nuovo lì, sullo scatolone di sabbia insanguinata che copre immense risorse petrolifere. Andammo a conquistarlo con la forca e con le deportazioni di massa, ai tempi di «Faccetta nera» e «Tripoli bel suol d’amor», ce ne cacciarono, poi, con le ossa rotte le potenze plutocratiche. L’Impero affogò, così, assieme ai suoi sventurati soldati che attraversavano in fuga il Canale di Sicilia, come oggi i migranti africani, e facevano da bersaglio ai mitra dei caccia Alleati.
Il mondo cambia e «l’Italia, proletaria per la terza volta in piedi, forte, fiera e compatta come non mai», non va più di moda. Stavolta, perciò, non ci siamo andati come disoccupati, straccioni e mano d’opera esuberante, ma per impedire una inesistente «invasione» di disperati e straccioni, in fuga dalle loro terre distrutte e terrorizzate dai nostri bombardamenti. Il petrolio se lo prenderanno gli americani e a noi toccheranno i costi della losca e dissennata impresa. L’avete visto, no? Non cantano i nostri soldati, stavolta non ci sono fanfare e non si marcia alla velocità dei bersaglieri. I soldati stanno nell’ombra e si nascondono persino al Parlamento, ammesso che l’accozzaglia di nominati e signorsi accampati in Senato e alla Camera, si possa definire Parlamento.
A tradimento, con il più sovrano disprezzo per la sovranità popolare e con una cecità destinata a produrre disastri, questo governo di sedicenti costituzionalisti, di incompetenti e di portaborse, si prende la responsabilità etica, giuridica e politica, di associarsi all’ennesimo crimine degli Stati Uniti dì America e alla miseria morale dell’Unione Europea, ricattata dall’alleato Erdogan, dittatore e volgare bandito da strada. Se e quando un reduce delle stragi che stiamo causando si vendicherà e avremo il nostro Bataclan, ricordiamocelo: non sarà un islamico fondamentalista il terrorista di casa nostra, ma un pagliaccio, travestito da Presidente del Consiglio e sostenuto da un vecchio osceno al quale paghiamo stipendi d’oro da più di mezzo secolo.
Ricordiamocelo, teniamolo bene a mente e regoliamoci di conseguenza, quando infine avremo in mano il mitra: spariamo a raffica milioni e milioni di «no», vinciamo il referendum, poi li metteremo spalle al muro e gli chiederemo conto del male che stanno facendo. Non abbiamo mai avuto nemici più feroci, più vigliacchi e più pericolosi.

ImmaginePer Renzi, Fabrizio Rondolino, è sinonimo di cretino. Il re dei cretini. Lo dicono i soliti bene informati, che preferiscono mantenere l’anonimato. Il pupo fiorentino, infatti, ne avrebbe le scatole piene. «Rondolini, te tu sei tonto e pure grullo!» – gli avrebbe urlato – «Ogni volta che apri la bocca, parte una sassata diretta al governo».
E come dargli torto?
L’ultima il Rondolini l’ha combinata proprio in questi giorni, insultando i docenti meridionali che protestano per le porcate del Miur.
“Se gli insegnanti del Sud che urlano in tv conoscessero l’Italiano, almeno capiremmo che vogliono“, ha scritto con l’abituale violenza l’ex consigliere della Santanché, scatenando l’ira di Renzi, che avrebbe deciso di mollarlo: «Basta, Rondolini, tu mi rovini! Gli insegnanti del Sud risponderanno al referendum con una valanga di no… Ma tu da che parte stai?».
Nel frattempo si dice che all’ANC, l’Associazione Nazionale Cretini, ci sia bufera e l’associazione minacci addirittura di querelare Renzi. Cretini, sì, sostengono all’ANC, ma Rondolino no, Rondolino è veramente troppo. Anche i cretini hanno una dignità!

Contropiano, 8 agosto 2026, Fuoriregistro, 9 agosto 2106 e Agoravox, 10 agosto 2016

banchieriCon la consueta schiettezza un ottimo amico, onesto, riflessivo e preparato, ha scritto due parole semplici, chiare e ricche di umanità:

«Non amo i numeri, anzi per la precisione,non credo nei numeri. Sin da bambino. Mio nonno, quando mi insegnava a giocare a carte chiudeva sempre la sua lezione dicendo “la matematica non è un’ opinione”, sancendo così la stessa come scienza esatta, nel senso che, a briscola, se lui aveva fatto 70 punti, io inevitabilmente ne avevo fatti 50. Non uno di più ne uno di meno».

Naturalmente la sua diffidenza per i numeri non si ferma al nonno e la sua spiegazione merita il massimo rispetto. La logica dei numeri, prosegue, infatti,

«quella che prevale nel mondo, è quella che fa accettare come verità inoppugnabile il fatto che a 50 anni sei già vecchio per lavorare, che a 60 una donna non può essere madre. La logica dei numeri è quella che stabilisce, per esempio, che i governi d’Europa non possono sforare il rapporto del 3% tra entrate e uscite pubbliche. E dietro quel numero, quel banalissimo numero,3%, si pongono le vite di milioni di persone».

Sulla maternità della sessantenne e su quanti anni ci occorrono per essere vecchi, nessuno eccepisce, ma poiché siamo ormai tutti economisti, sul 3 % e sui numeri in generale, apriti cielo! «Guarda che non sono uno sprovveduto» – gli fa indispettito un commentatore – «I numeri sono l’unico modo di interpretare la realtà…». Questi sono tempi in cui se ce l’hai coi numeri, ti trattano come il Santo Uffizio trattava gli eretici: ti abbrustoliscono in piazza. Io però gli do ragione al mio amico e pazienza se in piazza poi bruciano anche me. I numeri sono un modo di interpretare, non l’unico e tutte le interpretazioni hanno bisogno di parametri di riferimento. Se io non mangio nulla e un altro mangia due polli, i numeri diranno che siamo in due e abbiamo mangiato un pollo a testa. Non interpreteranno la realtà, ma la stravolgeranno. In quanto al 3 %, è stato scelto da un burocrate a cui fu detto di far presto. Nessuno verificò e tutti fecero l’elogio dei seri calcoli fatti. Lo dice il giornale della Confindustria e nessuno l’ha mai smentito, perché è vero.
Una scienza è tale se formula ipotesi, le verifica e dimostra che a condizioni date il risultato è ovunque e comunque quello ottenuto in sede sperimentale. L’economia, ripetono ossessivi i nostri politici, spalleggiati da una stampa sempre più serva, è una scienza, le leggi di mercato esistono,  hanno comportamenti prevedibili e consentono di predire il futuro. Sulla base di questa credibilità scientifica ci si racconta quotidianamente, con infinita arroganza, che sono la domanda e l’offerta a condizionare le nostre vite, non le scelte politiche effettuate in conseguenza delle predizioni degli analisti economici. Un bombardamento quotidiano di «certezze» ci presenta le leggi del mercato come «naturali» quanto la legge di gravità. Per alta che sia la soglia d’attenzione e il senso critico di un ascoltatore, è difficile impedire alla nostra mente di immaginare gli economisti come matematici in grado di elaborare dati certi, utilizzando equazioni e diagrammi da cui ricavare la predizione del futuro.
Le cose stanno davvero così? La predizione di un economista ha il grado di certezza di quelle di un fisico? La risposta a questa domanda non è banale. Se è positiva, vuol dire che gli economisti sono scienziati. Se è negativa, significa che sono poco più che astrologi, alchimisti capaci di descrivere tutt’al più in senso probabilistico una realtà sostanzialmente ignota. Per elaborare una predizione, che, essendo fondata su probabilità, retrocede subito al rango di previsione, l’economista esamina il passato – spesso filtrato attraverso la statistica – e applica teorie a variabili legate al caso e al rischio. Ne viene fuori un dato necessariamente soggettivo, frutto di esperienze diverse e  conoscenze e dottrine diverse. La previsione, pertanto, produce aspettative più o meno razionali e dati statistici da verificare, ma non ha la solennità della predizione, una parola che si riferisce a certezze, a risultati già verificati in laboratorio in ogni possibile condizione che hanno valore di dato scientifico. L’analista economico propone uno scenario, in base a un valore atteso dalla elaborazione e dalla distribuzione di probabilità scelte soggettivamente. In un quadro di crisi e di endemica incertezza non può avere alcuna pretesa di profezia o di verità perché per ottenere questo risultato occorrerebbe un veggente.
Ci parlano ogni giorno di «modelli dinamici stocastici di equilibrio generale (DSGE)»; ce li presentano come certezze, ma due cose sono certe: li elaborano le banche centrali per regolare l’economia e risultano puntualmente sballati sette giorni dopo che sono stati dati per infallibili. Se glielo fai notare, gli economisti ti guardano dall’alto in basso, lasciando trapelare il disprezzo del matematico che, secondo la lezione di Galilei, interpreta la natura. Il problema è che l’economista non utilizza la matematica come fanno i fisici e sono in tanti ormai a sostenere che

«i principali “gioielli della corona” della scienza economica sono del tutto privi di riscontri empirici e non possono essere confrontati. […] con dati osservativi perché la previsione che scaturisce da una teoria e consente di verificarne gli enunciati con esperimenti cruciali è impossibile in economia».

Ogni giorno ci troviamo di fronte ad affermazioni di carattere assiomatico, certezze che non occorre dimostrare, dogmi simili a verità di fede, contro le quali è pericoloso manifestare dubbi, pena la scomunica. I politici, mai così culturalmente indigenti, fanno ormai gli aristotelici in polemica con gli anatomisti neoplatonici: «è vero sì, si vede bene che tutti i nervi portano al cervello, ma Aristotele dice che l’intelligenza è nel cuore…».
Ogni giorno una «certezza» naufraga. Ogni giorno una predizione si dimostra campata per aria e ha conseguenze tragiche sulla vita degli uomini, però nessuno ha quel tanto di umorismo necessario per ricordare ciò Nicolas Chamfort ebbe a scrivere sugli economisti: sono ottimi anatomisti, ma chirurghi scadenti: fanno meraviglie sui morti e massacrano i vivi.

Archeologia-Prometheus-3Il furto del fuoco rubato a Prometeo si narra in mille modi, però, comunque lo racconti, ricorda l’antichissimo e innato bisogno di emancipazione dell’uomo. E’ un tema universale: la lotta per il progresso, che è soprattutto lotta per la conoscenza e il possesso del sapere. Il fuoco non scalda i corpi diversamente da quanto la conoscenza riscalda l’animo dell’uomo e lo rende ribelle di fronte alla prepotenza del potere. Prometeo «colui che riflette prima», il Titano che ama il genere umano, altro non è se non la metafora d’una lotta inesausta, identica a se stessa nell’apparente trascorrere del tempo: lotta contro il potere dei pochi, affidato all’ignoranza dei molti. Prometeo non ha un suo tempo, perché il nostro passato è stato presente e il futuro domani diventerà un nuovo presente e poi ancora passato. Su tutto, dai primordi, quel conflitto senza il quale – ci ammonisce Eraclito – non ci sarebbe vita.
A fine Ottocento, Prometeo fu l’operaio in lotta per la scuola gratuita, aperta a tutti e per la refezione scolastica. Fu l’operaio che impose con le lotte ai falsi «vati» del liberalismo una legge di riscatto, smascherando l’inganno: non era onesto e non rispondeva ai bisogni reali della gente l’incitamento rivolto al legislatore da Carducci che, dall’alto della sua cultura diventata potere, scriveva con toni di padre e intenti patrigni: «sottraete il figlio del lavoratore alla sofferenza dell’alfabeto». L’operaio voleva soffrire di quella pena, perché ogni parola che imparava a leggere lo rendeva Prometeo e lo spingeva a rubare la scienza dei padroni. arma possente di liberazione. Si videro così cortei con le bandiere rosse attraversare i «corsi» e i «rettifili» di città, rifatte a misura di ricchi, pronte a mettere ai margini le «classi pericolose», facendo ricorso allo sfruttamento del lavoro. Ogni parola svelava il segreto che Prometeo aveva  carpito ai numi: senza il fuoco della conoscenza lo sfruttato è il miglior alleato dello sfruttatore, perché non ha coscienza dei diritti.
Il fuoco esiste per riscaldare tutti e tutti hanno diritto all’alfabeto: chi lo userà per sfruttare e chi si approprierà del sapere per lottare.
Il futuro che seguì quelle lotte oggi è il nostro passato. Qualcuno l’ha chiamato «secolo dei lavoratori» e tutti i padroni lo sanno, benché non lo dica nessuno, perché ci sono verità che il potere nasconde come segreti di Stato: la generazione dei rivoluzionari bolscevichi nacque dall’improvvido regalo di uno zar narcisista più che riformatore: la scuola per tutti, gratuita e libera produsse il populismo russo e quest’ultimo i rivoluzionari. Quando si corse ai ripari, si fece la scuola di Renzi, ma era ormai tardi e cadeva il Palazzo d’inverno, per merito dell’alfabetizzazione più che dei fucili.
Contro Prometeo, i padroni d’oggi hanno rovesciato la storia e rubato il fuoco, che lasciano deperire, riducendo in cenere le scuole e le università languenti. A chi vuole ravvivarlo si oppone la forza di titani maligni nemici del genere umano: dirigenti del nulla, che hanno il compito di spegnere intelligenze critiche e trasformare le scuole in fabbriche di sfruttati consenzienti, costringendo i docenti a rinnegare Prometeo. Per realizzare il progetto di questo governo liberticida, i dirigenti scolastici hanno scelto un nuovo modo di assumere docenti: un filmato in cui si veda per intero la figura di chi si «candida». E’ sempre più evidente: la nuova filosofia della conoscenza ha cancellato dalla storia l’apologo di Menenio Agrippa e il suo irrinunciabile insegnamento. Essa ci riconduce ai primordi dell’umanità, all’eterna lotta per la libertà contro il potere.
Prometeo però è immortale e il fuoco non può avere padroni. Sarebbe ora che Abravanel, Giavazzi, Ichino e tutti i sacerdoti del neoiberismo se ne ricordassero, invece d’inseguire fantasmi che hanno prodotto disastri: Prometeo non è un solo mito, è un modo d’essere dell’uomo nella storia di tutti i tempi. Come un passero intrappolato, piuttosto che vivere in gabbia, si rompe le ali contro le gabbie per riconquistare la libertà di volare, così l’uomo sfida le imposizioni e mette in gioco la vita, se il potere prova a imporgli un’ideologia di annientamento della sua libertà di scelta. Hai voglia di giocare con le parole. Se hai riconosciuto che la conoscenza è «un bene della vita», è inutile ricordare che costa, come costano le polizze assicurative, sicché i giovani che non possono permetterselo devono rassegnarsi, perché la scuola per tutti ha un prezzo troppo alto. Non c’è prezzo troppo alto quando si parla di vita e perciò, finché c’è tempo, giù le mani dalla scuola. Sebbene a lunga combustione, una miccia giunge a innescare la carica esplosiva per cui è stata accesa. Qualcosa dovrebbe pur dircela la barbarie che monta ogni giorno di più. Da troppo tempo il potere ha rovesciato con la forza il corso della storia, rubando a Prometeo quel fuoco che filosofia della storia e leggi del progresso umano gli avevano imposto di rubare. E’ tempo di restituire il fuoco al legittimo proprietario. Per il bene di tutti, padroni compresi.

Fuoriregistro, 2 agosto 2016; Agoravox, Psicoanimismo e la Sinistra Quotidiana, 3 agosto 2016

 

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