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78240946_983253805407630_1163089173960196096_nNell’Italia liberale, molto simile a quella attuale, ma per certi versi lontanissima dall’odierno perbenismo conformista, l’articolo 247 del codice penale puniva l’odio socialmente orientato, che diventava istigazione all’odio tra le classi sociali; il reato, che non colpisce un crimine consumato, esiste ancora ma fa a pugni con la Costituzione, sicché si è giunti a un penoso compromesso: prima di condannare occorre accertare se l’odio possa concretamente produrre situazioni di pericolo.
Poiché, con gran dispetto degli uomini d’ordine, abbiamo una Costituzione scritta da gente che spesso in galera per istigazione all’odio tra le classi sociali c’era stata, da qualche tempo l’imperante ipocrisia va tirando fuori dal cilindro un suo spelacchiato coniglio e finge di cercare una sorta via di mezzo tra punire e condannare. Inutile dire che la squallida “terza via” si riduce a una tragicomica barzelletta. Non c’è altro modo, infatti, per definire la proposta di “educare a non odiare”. Tragicomica non tanto e non solo perché non si capisce cosa e come si vorrebbe educare, ma perché, come l’amore, l’odio non è solo un sentimento, ma un diritto. Chi ci fa volutamente male, infatti, suscita naturalmente in noi una ripulsa istintiva, un giustificato, comprensibile e profondamente umano rifiuto, che fa scattare la molla che ci spinge a reagire e a non subire. L’odio degli sfruttati per gli sfruttatori è la il presupposto primo della liberazione. Se il fascismo avesse saputo educare i giovani a non odiare, non avremmo avuto la Resistenza, la Repubblica e la Costituzione.
Questa forma di educazione che significa sottomissione è, se possibile, peggiore del messaggio cristiano che comanda di porgere l’altra guancia e in ogni caso va detto che, se non altro, il Cristo della rassegnazione si fece mettere in croce per liberare gli sventurati. Trovatemi, se potete anche un solo sostenitore della cosiddetta educazione a non odiare, così ricco d’amore, da smettere di sfruttare i suoi odiatori e consegnarsi al carnefice per il martirio. Non ne troverete uno nemmeno a pagarlo a peso d’oro e credo proprio che abbia ragioni da vendere Viola Carofalo, che stamattina così commentava questa gesuitica maniera di soffocare l’ennesimo diritto: quello di odiare.

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Cesare

Catullus_at_Lesbia's_by_Sir_Laurence_Alma_TademaPossibile che, se finalmente qualcuno si muove, scende in piazza per dire che non ne può più, i soliti coltivatori diretti del proprio orticello rivoluzionario si affrettino a scomunicarlo, prendono le distanze, chiedono il certificato di sana e robusta costituzione politica, completo di attestato sulla tonalità  rosso viva del colore del sangue?
Siamo proprio sicuri che il primo passo verso un cambiamento non possa essere il silenzio sprezzante di chi occupa la piazza contro il Potere e non gli parla, sta zitto, ma dimostra di esistere?
Non so chi siano, so che rivolti a chi crede di averci in pugno lo sfidano e con il loro silenzio ripetono le antiche parola di un ribelle:

«Nil nimium studeo, Caesar, tibi velle placere,
nec scire utrum sis albus an ater homo.

Non faccio nulla per piacerti, Cesare,
né m’interessa di sapere se sei un uomo bianco o nero.

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76706765_10222351000670252_7852560686633713664_nE’ mio amico, ha girato un film capolavoro, nei titoli di coda ci sono anch’io con il mio libro sulle Quattro Giornate, sono onorato di ospitare nel mio Blog la notizia della sua vittoria e lo abbraccio idealmente, mentre onora Napoli a Mosca e riceve un meritato e splendido premio.

Oggi 24.11.2019, presso il Кинотеатр Октябрь (CineTeatro “Ottobre”) di Mosca, il docufiction Bruciate Napoli, di Arnaldo Delehaye ha VINTO il 1° Premio della Sezione “Documentari” della 6° Edizione 2019 del RIFF – Russia-Italia Film Festival di Mosca di Mosca!!!
Adesso la programmazione del docufiction andrà nei cinema di oltre 30 città della Federazione Russa, per un anno, fino al Novembre 2020, a cura della Casa di Distribuzione ПилотКино (PilotKino), con il patrocinio dell’ Посольство Италии в Москве – Ambasciata d’Italia a Mosca!!!
Grazie a TUTTI della Produzione, del Cast e della Troupe!

GLI ATTORI:
Mariano Rigillo, Patrizio Rispo Alter, Nunzia Schiano, Maria Rosaria Virgili, Lucianna De Falco, Maria Angela Robustelli, Masimo Masilello Anna Capasso,Luca Gallone, Luca Maggiore, Mario Porfito, Renato De Rienzo, Sergio Savastano, Luca Napolano, Ernesto Cataldo, Daniele Napoleone, Fulvio Pastore, Rosaria Clelia Niola, Marianna Robustelli, Silvia Siravo, Sergio Campese, Cicci Rossini, Riccardo Canessa, Domenico Formato.

LE COMPARSE
Nunzia Adamo, Vincenzo Amodio, abrizia Aniello, Rosa Argo, Vittorio Armando Aubry, Anna Autiero, Anna Bozza, Virginia Branca, Flavia Busco, Sara Busco, Alberto Cammarata, Marco Campagna, Maria Amelia Castagnaro, Alessia Cerbone, Mario Coppeto, Silvana Cosentino, Antonella Cossa, Susy D’Alterio,  Francesco D’Alterio, Gabriele Hermit, Giovanni D’Alterio, Nunzia De Luca, Francesco De Rinaldo, Alessandro Del Core, Alessandro Di Fenza, Chiara Di Vaio, Dana Di Vaio, Ferdinando Esposito, Simone Esposito, Alessia Gargiulo, Martinapia Guida, Fabio Improta, Giovanni La Veglia, Marisa Giuliani, Salvatore Manna,Rosaria Marasco,,Antonio Marotta, Anna Maria Marrone,Marinella Morra, Andrea Pane, Federica Rotolo, Sofia Sansone, Flora Simonetti, Lorenzo Tommasino, Valentina Tommasino, Carmine Traino, Marco Tramontano

  • Scenografi: Francesco Davide & Renato Deleahye
    • Assistente Scenografo: Carmine Placanica
    • Aiuti Scenografi: Valentina Boccia, Valeria Emanuela, Angela Iesce, Ilaria Lieto, Maeia Muoio
    • Attrezzista: Ilaria Leieto
    • Costruttore / Pittore: Sergii Golovko (Sergio Bravo)
    • Laboratorio di Scenotecnica: Davice & Delehaye – Scenic Art

Capo Truccatore: Damiano Pinna
• Truccatrici: Nuny Capuozzo Mua & Paola Vicedomini
• Truccatrice Prostetica Fx: Maria Sorvino

STORICI che hanno fatto da consulenti e loro libri:
Giuseppe Aragno, Le Quattro Giornate di Napoli. Storie di Antifascisti
Simon Pocok,  Campania 1943

La Produzione (Associazione le Nove Muse), il regista Arnaldo Delehaye, tutto il Cast artistico, tutta la Troupe tecnica ed amministrativa, del docufiction Bruciate Napoli, di Arnaldo Delehaye, RINGRAZIANO il 6° RIFF Russia-Italia Fil Festival 2019 per il 1° PREMIO assegnato assegnato oggi, 24.11.2019, al nostro docufiction!
Ringraziano l’Organizzazione, la Giuria, il calorosissimo e qualificato Pubblico, gli Sponsor ed i Patrocini della straordinaria Manifestazione di cultura e di amicizia, ed anche TUTTI i Registi, i Cast e le Troupe di TUTTI gli altri Film in concorso!
Vogliamo, inoltre, ringraziare la Casa di Distribuzione ПилотКино che ci distribuirà con proiezioni in oltre 30 città della federazione Russa per 1 anno!
Ringraziamo, altresì, la Посольство Италии в Москве – Ambasciata d’Italia a Mosca e l’Istituto Luce Cinecittà.
Ci rivedremo sui migliori schermi della Federazione Russa!

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La notizia è sul web e non importa se sia vero o falsa. Un suo significato certamente ce l’ha

in Giappone gli unici cittadini che non sono obbligati ad inchinarsi davanti all’imperatore sono gli insegnanti. Il motivo è che i giapponesi sostengono che senza insegnanti non ci possono essere imperatori“.

Vero o falso non so e non m’interessa, ma questa è saggezza orientale, mi dico con una punta di comprensibile orgoglio, mentre penso che forse qui da noi, nell’Occidente torpido, presuntuoso e sempre più barbaro, dovremmo tentare di convincere i giapponese a tenersi per una decina d’anni a soggiorno obbligato i ministri e i sottosegretari della nostra Pubblica Istruzione. Probabilmente si tornerebbe finalmente a parlare di scuola col dovuto rispetto.

Uscito su “Fuoriregistro” il 26 novembre 2012.

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Ancora un vecchio racconto, molto diverso dal primo, ma la domanda torna – metterlo assieme ad altri per farne un libro? – e ritorna il dubbio: vale la pena?

Progetto-senza-titolo-4-3Un uomo può vivere a lungo in un suo modo particolare, può svegliarsi ogni giorno alla stessa ora, fare le stesse cose per anni e continuare a credere che gli basterebbe volerlo per cambiare tutto, mettersi a fare il contrario e vivere al rovescio. Un uomo può evitare di tentare la sorte e non rischiare mai nulla, nemmeno quando dovrebbe, semplicemente per paura di farlo, eppure continuare a credere che prima o poi l’asso comparirà nella manica, giocherà la sua carta e sarà capace di giocarla bene. Un uomo può non essere mai nato e tuttavia contare cinquant’anni e sperare di poterne contare ancora chissà quanti.
Finché in lui queste illusioni sono la realtà, per un uomo così fatto non esistono squilibri e non sono possibili incrinature: nel grafico dei bilanci della sua esistenza non c’è posto per le sfasature.
Per Fermo Rimani era stato sempre così. La sua era una vita dai grafici perfetti, il sogno di un navigato capitano d’industria: simmetrici, con sbalzi fisiologici e, ciò che più conta, senza nessun segnale d’un possibile crac. L’illusione di Fermo era semplice: marito e padre perfetto. Sì, l’illusione della sua vita era quella e, a dire il vero, il grafico dei suoi giorni si era fatto veramente costante dacché s’era sposato. Prima no, prima qualche squilibrio c’era stato, per via di certi palpiti politici, di certi amori acerbi per la violenza delle squadracce – violenza ed amori prudenti, s’intende, – che si manifestavano solo quando i neri erano in molti e i rossi pochi.
Un saliscendi allarmate nell’andamento tranquillo dei suoi grafici Fermo l’aveva registrato al tempo delle sirene, degli allarmi e degli improvvisi richiami alle armi, quando portammo la civiltà in lande sperdute dell’Africa Orientale, decidemmo di spezzare le reni alla Grecia e domare la protervia bolscevica. Uno squilibrio veramente forte, ma tra lui e il padre s’era trovato il modo di pagare sottobanco e d’evitare quell’impiccio grave: la guerra era una violenza imprudente e non gli andava a genio.
La madre non l’aveva conosciuta e per il padre che moriva – c’era la guerra, morivano tutti – non c’era stato grande affanno. Certo, la guerra era stata terribile per lui, con tutti quei giovani infilati dentro le divise di mezzo mondo, ai quali occorreva spiegare che sì, sembrava forte e sano, ma era solo apparenza: Fermo era malato.
Finita la guerra – e smessa l’ingombrante camicia nera – ogni cosa aveva preso a girare per il verso giusto e s’era anche sposato. Fermo ricordava ancora bene il giorno del matrimonio che l’aveva reso d’un tratto marito; ricordava soprattutto il viso della moglie in quella prima notte. Quanti impicci, che moine sciocche e che fatica far intendere subito a quel corpo bello e desiderabile sotto il peso del suo, che l’amore era quello. E’ vero, sì, talvolta poi gli era parso che ci fosse anche dell’altro, s’era fatto sentire un sentimento strano, ma complicato – forse l’amore che gli diceva la moglie in quella prima notte – ma Fermo se n’era tenuto accuratamente lontano, sicché la moglie s’era dovuta rassegnare: l’amore era solo un’abitudine necessaria.
I figli li aveva voluti, erano suoi e li amava. Di loro amava tutto, per loro lasciava correre cose che avrebbe dovuto impedire, per loro sognava e si faceva in quattro. I figli li amava a tal punto che, quand’erano ancora bambini, a volte era giunto a chiedersi perché si chiamasse Fermo e aveva avuto paura che potessero vergognarsi di quel nome e cognome del padre, di quel Fermo Rimani: per il nome, s’era vergognato, solo per il nome e per null’altro. E solo per quello s’era molto turbato.
La sua illusione era d’essere marito e padre felice. Se n’era convinto via via che il tempo passava senza dare scosse alla sua vita, se n’era convinto guardando i suoi figli crescere mentre invecchiava. Non che tra loro ci fossero gran confidenza e rapporti profondi. Il dialogo non era il suo forte e non glielo chiedeva, però non capiva quel loro volere evadere per forza – quasi una fuga – e non si spiegava da dove volessero evadere. Si limita a osservare che la nuova società s’era creata i suoi miti: qualunquismo, ad esempio. I suoi figli disprezzavano profondamente i qualunquisti. Qualche volta si chiedeva se per caso non fosse un qualunquista, ma subito si tranquillizzava: non c’entrava nulla, lui, coi miti dei suoi figli. Lui era il padre – si diceva – ravviandosi i radi capelli sulla fronte stempiata e socchiudendo gli occhi bovini, raddrizzandosi gli occhiali ormai spessi sul naso lucido e tirandosi su i pantaloni che si assestavano fatalmente sotto la pancia gonfia. Fermo era un qualunquista borghese d’aspetto classico, apparentemente alieno da nevrosi, ma non lo sapeva.
Coi figli in realtà non si capiva, ma era un padre felice perché non s’avvedeva della cosa.
Non s’avvedeva nemmeno, in verità – ma in fondo perché avrebbe dovuto? – che la moglie sembrava ringiovanire più che invecchiare, mentre lui stava invecchiando velocemente; non s’accorgeva nemmeno che il lavoro lo prendeva e lo assorbiva del tutto – non era quello un alienarsi, un subire, un divenire senza volerlo nevrotico? – e che tra lui e la moglie l’amore non lo si faceva più e, a farlo, era amaro e senza fremiti. Lei non si rifiutava, è vero, ma non partecipava. Era distratta, a sempre fredda.
Oltre quell’amore non ce n’era altro tra lui e la moglie, ma a Fermo andava bene cosìe ogni tanto, con una punta di gioia maligna, pensava che anche la moglie era ormai vecchia, che sembrava giovane di fuori molto più di quanto poi lo fosse dentro. Qui si fermavano le sue riflessioni e ogni volta concludeva soddisfatto che poteva dirsi davvero felice.
Può sembrare strano eppure era proprio così. Senza aver capito i figli e senza esser da loro capito, senza amare la moglie e senza esserne amato, per Fermo la realtà era nell’illusione di essere un padre e un marito felice. Capita più spesso di quanto si creda e per questa illusione il grafico della sua esistenza mostrava un mirabile equilibrio.
Un’esistenza come quella di Fermo, insomma, così comune, così tranquilla, era di quelle destinate a seguire la norma e finire in un silenzio assoluto, senza rimpianti e senza fretta, come una candela, magari con un ultimo guizzo, con un gesto e una comica finali.
Come accade spesso, tuttavia, più importante è il suo compito, più danni una trave produce cadendo. Quando aveva avuto la certezza del tradimento della moglie, a Fermo era sembrato d’essere stato colpito da una grave malattia. Gli era capitato l’incidente sbagliato, quello più grave di tutti: a lui poteva andar bene il fallimento economico, la servitù allo straniero, l’infarto al miocardio, tutto poteva andar bene, tranne quello e tutti sapevano tranne lui. Persino i figli sapevano. Da tempo, da molto prima che lui se accorgesse.
Una civiltà crolla con i suoi miti, un uomo con le sue illusioni. Per uno come Fermo non c’è tristezza peggiore che esser costretto a girarsi e guardarsi indietro. Il vuoto è spaventoso ed è il vero dolore dell’uomo sconfitto dalla vita ch’egli stesso si è creato. Fermo ora si sentiva solo. Non aveva di che ricordare, non aveva a che attaccarsi: non un’idea politica, non un’iniziativa da prendere da solo e per se stesso. Nulla. Motivi seri, argomenti capaci di convincere un uomo come lui a sentirsi in pace con se stesso, ad aver voglia di mettersi davanti alla propria coscienza – anche lui ne aveva una, ed ora la sentiva – per ricominciare la farsa del padre e del marito felice, quei motivi seri che ci spingono normalmente a mentire persino a noi stessi, Fermo sentì di non averli. Nulla, nessun gesto eroico, nessun bambino da salvaguardare. No, solo due traditori complici della madre.
In questi casi la gente incivile spara ed uccide, quella “civile” ricorre alla legge. Fermo non poteva fare entrambe le cose e non sapeva sceglierne una. Era davvero solo e certe cose sono insopportabili quando non si è più giovani e non c’è più voglia d’inventarsi una menzogna per la quale vivere. Il grafico di Fermo Rimani segnò così d’un tratto una flessione inarrestabile: l’incrinatura era giunta alla profondità in cui la realtà, privata dell’illusione, trasforma un uomo in un pupazzo a cui la sorte si è divertita a tagliare i fili.
Fermo lo seppe subito. Aveva un solo modo per sopravvivere: impazzire.

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Un vecchio racconto. L’idea di metterlo assieme ad altri per farne un libro e il solito dubbio: dubbio: ne vale la pena?

vicoloPer me smoke vuol dire Forcella subito dopo la guerra, alla fine degli anni quaranta del secolo scorso.
Vuoi sapere cos’èra Forcella quand’ero bambino?
Se hai mai conosciuto una bellezza maltrattata, se riconosci un incubo ma non hai paura di sognare, mettili assieme, paradiso e inferno, e saprai cos’era Forcella negli anni di cui ti parlo.
Forcella è una strada di Napoli – Via Vicaria Vecchia c’è scritto sulle carte – una strada che scende verso un bivio e non è lontana dal mare. Il ricordo più vivo è una chiesa caduta, che non c’è più, nera di fumo e di crepe che parevano rughe. Una bomba l’aveva centrata e pareva l’occhio guercio e bendato di un bucaniere. Era lì per fare la guardia a un antico budello: Vico Sant’Agostino alla Zecca, di fronte a Via delle Zite, vico di monache forse, certamente di zitelle, che si chiamava un tempo «Capo di Vico». Le conoscevo come le mie tasche quelle viuzze senza sole. Sono nato a Vico Zuroli 45, dove c’era ancora chi conservava ciò che sopravviveva d’una scatenata «devozione» popolare e ricordava Armelinda d’Ettore, la «santa», che in una casa di quel budello aveva vissuto.
Smoke per me è la divisa bianca dei marinai americani, le loro scarpe nere, lucide di «cromatina» e i lacci che legavamo tra loro per farli inciampare, quando sedevano dal lustrascarpe e una mano svelta sfilava portafogli.
Smoke, per me, sono le bancarelle colorate del contrabbando di sigarette, pronte a sparire nell’ombra malata assieme ai cartoni variopinti delle “stecche” con le scritte inglesi storpiate dalla pronuncia scugnizza: «Pallaman! Lucstrai! Cammell!»
Questo è stato per me smoke e anch’io l’ho urlato come tanti. Urlavo, vendevo e se per caso ci piombava addosso «‘a finanza», sfidavo la paura e facevo l’eroe. Tre passi e sparivo: «‘int’e vicoli ‘a finanza non nce trase»…
Smoke vuol dire per me pallore di ragazzini fatti solo di occhi grandi, svegli e profondi.
Smoke vuol dire per me occhi tristi.
Sono stato così, me lo ricordo bene; pronto a segnalare «a polisse» e «‘a finanza», convinto che il mondo avesse i suoi confini tra Via Duomo e le mura greche di Piazza Calenda, dove il malconcio «Cinema Teatro Trianon» m’incantava. Ci aveva recitato mia madre prima della guerra e anche a me piaceva recitare; per palcoscenico avevo la strada e ci mettevo in scena la commedia del coraggio che non avevo nella sfida precoce alla vita. Il cuore in petto mi batteva forte per la paura che non confessavo e correvo, correvo senza meta, avanti e indietro, dal barbacane che accecava il vicolo e mi metteva al riparo, alla strada di fronte, l’antica Via delle Zite, che misurava la forza delle mie gambe magre negli improvvisi scatti, nei salti sempre più lunghi oltre i cumuli di verdura di scarto che si allungavano da un marciapiede all’altro.
Correvo. Oltre i banchi di frutta e di pesce, a tutta velocità verso l’antico Sedil Capuano, assieme a compagni abituati alla diffidenza e alla solidarietà della strada. Compagni senza nome, che avevano solo soprannomi pittoreschi e barbari. Me ne ricordo due più di tutti, sciupati, malaticci e subito affaticati, caratteristi per istinto, nati su quella scena improvvisata e sempre pronta a cambiare: Zé Monaco e l’inspiegato e rachitico Auccetiello. Recitavamo assieme, da artisti consumati, imitando l’andatura e i modi della gente che passava e riempiva la via di voci, colori e odore di vita; la gente che ci ignorava e scivolava via come fanno i tronchi sulla corrente dei fiumi, senza parlare, conservando gelosa i suoi segreti. Eravamo noi a decidere, a seconda dell’umore e dell’ora, se il pubblico dovesse amare o lottare, sperare o disperare. Noi, pronti a sberleffi e capriole, usavamo la gente come ispirazione, copione e pubblico d’occasione.
Smoke, per me, è Sant’Agostino alla Zecca, dove una sera scura piansi tutte le mie  lacrime  – avevo appena visto sparire su, verso Sedil Capuano, mia madre in lite con mio padre – e sperai di morire. Mi trascinarono via i due compagni barbari, Zé Monaco e Auccetiello, con le parole incomprensibili d’una lingua che non era mia, ma dolci, sorprendentemente dolci – sono così in ogni lingua le parole della solidarietà: dolci come una musica – e non mi lasciarono più finché non mi tornò un sorriso anemico e non ripresi a recitare l’uomo forte, come facevo sempre per paura che si scoprisse la paura. Non avevano mamma, quei due, e Vico Sant’Agostino alla Zecca li aveva adottati. Io una mamma, invece ce l’avevo e la mia guerra un giorno finì.
Me ne andai una sera d’inverno. All’angolo del vicolo, i pantaloncini corti legati con lo spago, i gambali di gomma telata, le magliette di lana consumata, slabbrate e penzoloni, gli occhi più grandi del solito, due compagni disperati mi salutarono, piangendo:
«Nce vedimme».
Non ci tornai mai più. Ora è cambiato tutto, c’è chi conta le repubbliche e dice che siamo alla terza., Se ci passate, però, li trovate. Le repubbliche cambiano, ma loro sono sempre là, sessant’anni dopo, Zé Monaco e l’inspiegato e rachitico Auccetiello.
Per loro non è mai cambiato niente.

Da Fuoriregistro, 9 agosto 2003.

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WhatsApp-Image-2019-10-05-at-22.13.56-672x372Se avessi vissuto badando a te stessa, se di fronte alla violenza del potere avessi scrollato la testa, disapprovando, ma nello stesso tempo, messa l’anima in pace, avessi considerato che questa è la vita e così purtroppo va il mondo, nessuno ti avrebbe trascinato in Tribunale e non saresti mai giunta al punto di dovere scegliere tra carcere, coerenza e dignità. Tu hai vissuto lottando. Non ti consiglierò perciò di scegliere il male minore e non ti dirò di non andare in carcere, Nicoletta; se lo facessi, ti dimostrerei affetto, sarei apparentemente solidale, ma probabilmente ti mancherei di rispetto. «Umano sei, non giusto», tu potresti dirmi e sarebbe una risposta meritata.
Tu sei una donna minuta e apparentemente fragile, ma l’apparenza inganna e la tua storia fa venire in mente l’esempio di giganti. Quello che ti accade e il modo in cui lo vivi a me ricordano una grande lezione di coerenza, passione politica e dignità: la vicenda di Maria Muzio, la madre addolorata di Sandro Pertini, malato e prigioniero della galera fascista, per il quale domandò grazia al duce dei fascisti. Se ti spingessi verso un compromesso che giudichi indegno della tua scelta di vita militante, meriterei che tu mi rispondessi con le parole di Pertini:
«Perché? […] Mi sento umiliato al pensiero che tu, sia pure per un solo istante, abbia potuto supporre che io potessi abiurare la mia fede politica pur di riacquistare la libertà. Tu […] hai potuto pensare questo? Ma, dunque, ti sei improvvisamente così allontanata da me, da non intendere più l’amore, che io sento per la mia idea?».
Credo che questa tua scelta vada rispettata fino in fondo e anzi accettata per quello che è, un atto politico, non solo perché è l’unica che ci si poteva attendere da una compagna con la tua storia, ma perché contiene un forte insegnamento per tutti noi e indica una via irrinunciabile. Non ti dirò perciò di fare in altro modo, benché mi spiaccia moltissimo che tu vada in prigione. Ti dedicherò invece poche e ormai antiche parole, che in qualche modo rendono omaggio alla tua scelta e al suo esemplare valore di regola di vita di cui tutti dovremmo far tesoro:

Amico, se ti compri,
pagati quanto vali.
Non un quattrino in più.
Credimi, non sentirti prezioso,
tanto nemmeno serve e poi si muore.
Ma se ti vendono un giorno per caso,
e magari all’incanto,
tu non avere prezzo.
Stattene duro e il banditore invano
attenda di picchiare il martelletto.

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