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cq5dam.web.738.462Più i giorni passano, più la democrazia borghese si sgretola sotto i colpi violentissimi di un capitalismo accecato dai suoi incontrollabili meccanismi autodistruttivi. In Francia Macron imbavaglia le opposizioni e persino qui da noi, nella sonnolenta Italia, la legalità cancella l’umanità e nonostante l’età, chi lotta finisce in galera come Nicoletta Dosio.
Nessuno lo dice – l’idea ovviamente terrorizza – ma è sempre più evidente: la repressione non riesce a fermare la rabbia della popolazione oppressa e sofferente; più aumenta l’ingiustizia sociale e più cresce la violenza del potere, più forte diventa la protesta popolare.
Invano governi dalla mani macchiate di sangue provano a criminalizzare il conflitto. I cahiers de doléances invano annotano a migliaia la sofferenza delle popolazioni: nessuno li legge e ogni giorno che passa la tensione sale. Piaccia o no, se si va avanti di questo passo, se nessuno bada alla lava che sale e ribolle nell’intasato camino del vulcano sociale, molte teste cadranno.

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primo_congressoAgoravox ha memoria lunga e ricorda bene: un chilo di spaghetti e uno di linguine formano due chili di pasta, ma non saranno mai due chili di linguine o due di spaghetti. Benché le maestre d’un tempo si fermassero a lungo su questo concetto, non mancava la testa di rapa che trovava correttamente la somma  tra i chili, ma rimaneva a bocca aperta quando si trattava di rispondere alla domanda assassina: “due chili di che? Linguine o spaghetti?
Gentaglia come De Luca massacra l’aritmetica e mette assieme un chilo di candidati della vecchia sinistra squalificata, mezzo chilo di uomini e donne di destra riciclati, qualche ettogrammo di qualunquisti ed ecco i suoi due chili e mezzo di candidati compatti, coerenti ed omogenei. Da tempo purtroppo anche l’agonizzante sinistra militante si presenta alle elezioni sommando patate, fagioli e zucchine. Si sono visti così storici astensionisti associarsi a inveterati elettoralisti e liste di riformisti fare causa comune con sedicenti rivoluzionari, esaltando contemporaneamente la bandiera del marxismo e le dottrine neoliberiste. I risultati sono sotto gli occhi di tutti, ma puntualmente si insiste sull’unità: patate, fagioli, zucchine e se necessario, garofani e crisantemi.
Guai a consigliare una maestra e qualche lezione di recupero: passi per arrogante, spocchioso, divisivo, autoreferenziale e settario.

https://www.agoravox.it/La-sala-dei-Carabinieri-genovesi.html

Agoravox 1 luglio 2020

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104878659_1205373393144045_7686879872872718270_o-1Diciamolo francamente: un movimento politico nuovo, che due anni dopo la nascita vive, definisce sempre meglio la sua identità, cresce, si rafforza e allarga costantemente il suo orizzonte è per sua natura una realtà destabilizzante. Venendo al mondo, ha rotto equilibri che, pericolanti o stabili che fossero,  avevano sin lì tenuto il campo. Senza dichiararlo, insomma, un movimento politico nuovo è di per sé una critica all’esistente. Sparisce in breve, se non risponde a una necessità della storia, si afferma, se ne coglie l’inarrestabile corso, unisce alla forza impetuosa del presente la lezione che viene dal passato e getta le basi del futuro.
Un movimento così fatto non consente mezze misure: lo ami perché dentro ti suscita speranze, lo prendi in odio, se ti pare una minaccia. Dal 2018 a oggi, chi ha sentito «Potere al Popolo!» come una minaccia, per un bisogno di difesa che si può riconoscere legittima, ha costruito una narrazione tossica, nella quale probabilmente ha finito col credere. Una narrazione fondata su una formula sperimentata, che – fatte le debite differenze – ricorda da vicino il comportamento del PCI nei confronti di tutto quanto nascesse alla sua sinistra: «Potere al Popolo!» è settario, autoreferenziale, ostile alle alleanze, non si apre agli altri e in ultima analisi divide.
Come accade nella vita e nella storia, ciò che è nuovo fa la sua strada, al di là dei nemici dichiarati e dei falsi amici. Se corre col treno della storia nella direzione del futuro, non sente il bisogno di smentire e correggere narrazioni false. E’ un compito che spetta ai fatti e alle loro leggi ferree e immutabili.
In questi caldi giorni di prima estate, circola con meritato successo un intelligente video sulle regionali in Campania, che presenta due livelli di lettura: il primo ha una funzione «comunicativa»: annuncia la candidatura di Clementina Sasso e Marco Manna, attivisti storici del «Movimento 5Stelle» nella lista di «Potere al Popolo!» accanto a Giuliano Granato, Arianna Organo e altri noti militanti; il secondo, sfumato ma di grande impatto, smantella alla radice la narrazione tossica e fuorviante sul settarismo isolazionista di Pap.
Da quelle candidature e dalle parole con cui i due militanti spiegano una scelta che avrà di certo una ricaduta notevole sul futuro dei «5Stelle» delusi e di «Potere al Popolo!», emergono i caratteri reali del nuovo movimento: quel suo essere «comunità» che sa parlare alla gente di sinistra delusa da promesse mancate e pratiche ormai superate. Certo, siamo agli inizi, ma il risultato potrebbe essere sorprendente. «Potere al popolo!» comunque una vittoria l’ha già registrata, rivelando la sua evidente attitudine a proporsi come riferimento per classi subalterne che condividono i valori della sinistra, ma non li trovano più praticati. Classi subalterne e popolari, che non sono sparite solo perché non votano più o votano scegliendo il meno peggio.
C’è chi ha scritto che «Potere al Popolo!» è la casa di chi non si arrende. Ed è vero. C’è da aggiungere che in quella casa trova porte sempre aperte chi per troppo tempo si è sentito battuto e tradito, chi ritrova il senso della lotta. Con l’efficacia dei primi propagandisti socialisti, Pap dimostra ogni giorno che  i padroni non sono invincibili e chi soffre non è debole e non è destinato a perdere.
Clementina Sasso e Marco Manna l’hanno capito subito e non ci hanno pensato due volte: in quella casa non c’è rassegnazione. Dietro i nuovi candidati c’è un mondo, ci sono i sogni suscitati e delusi dai leader di Grillo, ci sono lotte reali, storie di militanza e tanti, tantissimi militanti. In ultima analisi, ci sono sorrisi e speranze ritrovate. Questo è il significato profondo della candidatura dei militanti storici dei 5Stelle, e questo davvero è oggi Pap: la casa di chi, ridotto in ginocchio, ritrova la sua dignità e si leva in piedi. Quando questo accade, quando si alza in piedi chi lotta perché è stanco di subire, un miracolo si ripete puntuale: di fronte ti trovi un gigante.

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7afa8af2-06e3-4139-9932-1b3220d12c95_largeUmberto Oreste, compagno serio, sperimentato e preparato, pone l’accento su una questione antica e di primaria importanza:
«Sanificare regione e comune è questione di igiene istituzionale: virus batteri e parassiti si annidano tra consigli di amministrazione, cooperative gestite da parenti, incarichi e commissioni, appalti e subappalti. Il capitalismo ha trovato nel pubblico una miniera di facile profitto. Non serve tentare di entrare nella stanza dei bottoni se non si ha coscienza di ciò».
Leggendolo, mi sono ricordato di quanto, a proposito della «stanza dei bottoni», mi raccontò tanti anni fa Gaetano Arfè, partigiano nelle formazioni di «Giustizia e Libertà», grande storico del socialismo, amico assai caro e – ciò che più conta – protagonista della nostra vita politica del Novecento tra i più intellettualmente onesti.
Nel racconto di Arfè, di cui non ho motivo di dubitare, nel 1963, quando nacque il primo e più autentico centrosinistra, Pietro Nenni, diventato vicepresidente del Consiglio dei Ministri, era convinto che finalmente un uomo di sinistra stesse per entrare nella «stanza dei bottoni», della cui esistenza materiale era sinceramente convinto. Umberto Oreste non è così ingenuo e il problema che pone, pur rimandandoci a un’immagine molto simbolica del potere, ci riconduce a una questione antica, seria, concreta e mai davvero risolta: quando militanti alternativi si propongono di entrare nella «stanza dei bottoni», si trovano immediatamente di fronte a questioni che non riguardano solo dottrine, ideali politici ed esperienza storica di militanza. Il nodo vero della questione riguarda soprattutto la persona umana.
Mi sono venuti in mente così non tanto e non solo coloro che, entrati nelle Istituzioni, si sono lasciati assorbire fino a confondersi coi parassiti che dicevano di voler combattere. Ho pensato piuttosto agli operai diventati «élite», quelli che, ottenute vittorie con l’aiuto di tanti compagni, si sono poi attestati a difesa dei vantaggi conquistati, dimenticando il senso e il valore della solidarietà. Noi tutti, bravi e bravissimi compagni, mi son detto, dovremmo ricordare sempre che ogni idea collettiva marcia inevitabilmente sulle gambe di singoli individui collegati tra loro. I nostri strumenti teorici hanno perciò da fare i conti con la natura umana, che non sempre è nobile come pare.
È tenendo presente tutto questo e lavorando molto sulla formazione, che occorre ingaggiare la battaglia. Riguardi una municipalità o un movimento rivoluzionario, la natura umana di quanti si accingono alla lotta conta molto e spesso è decisiva, sicché, entrando nei «palazzi», ognuno di noi dovrebbe essere entrato nella «stanza dei bottoni» che si porta dentro. Dovrebbe esserci entrato e averla conquistata per governare di  là i meccanismi che insidiano la nostra coerenza e fanno guerra ai nostri intenti migliori.
Il fatto è che non esiste impresa più difficile di questa, perciò, mentre ognuno di noi ci prova e fa guerra con se stesso, tutti assieme, con l’ottimismo della ragione, dobbiamo tentare di forzare la misteriosa porta della «stanza dei bottoni», sapendo che essa non esiste materialmente, ma augurandoci di coglierne i meccanismi ed essere in grado di sanificarli senza esporci al fatale rischio del contagio.

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primo_congressoLa voglia di unità, cui si accompagnano puntualmente le accuse di pulsioni microidentitarie rivolte a chi non si lascia incantare dal fascino della parola, domina purtroppo il dibattito sulle regionali in Campania. Un dibattito strumentale, in cui l’unità fa da paravento al livore per un giovane movimento che sta legittimamente costruendo una sua via. Tanti, troppi purtroppo, insistono su questo argomento fuorviante e ignorano, o fingono d’ignorare, che non è possibile capire il presente, se si cancella il passato.

Nel 1892, contro i socialisti che il 14 e 15 agosto, nella sala dei “Garibaldini genovesi”, si costituirono in partito, i sempieterni “unitari” si dissociarono, lanciarono le stesse accuse feroci che oggi si rivolgono a chi a sinistra va per la sua via. Era un coro di voci stridenti : anarchici, operaisti, repubblicani, radicali, che inveivano contro i “socialisti identitari” e “settari”. I fatti hanno poi ampiamente dimostrato che non si potevano tenere assieme e sommare, patate, pomodori e fagioli: l’unità tra statalisti e antistatalisti, classisti e interclassisti, riformisti e rivoluzionari non era più possibile e occorreva far chiarezza. Questo  per andare lontani.

Più recentemente, gli “unitari”, dotati di una memoria singolarmente debole, hanno dimostrato coi fatti che, quando si va a votare, il loro amore per l’unità è una finzione. “Unitari”  – così dicevano  di essere – erano coloro che, alle ultime elezioni nazionali, nelle indicazioni di voto, sostenevano Leu e i 5Stelle contro i candidati di Pap. E parlo di cose che ho vissuto. “Unitari” naturalmente erano anche i “sinistri” che pochi mesi fa, pur di non votare il candidato di sinistra, non diedero indicazioni di voto o, peggio ancora, votarono e invitarono a votare Ruotolo, che ora sostiene De Luca e il PD, così come gli “unitari” di fino Ottocento finirono nel primo governo Mussolini.

Ho conservato come reliquie le male parole che mi furono dedicate e il fango che mi si è stato rovesciato addosso pochi mesi fa da chi oggi predica l’unità e mi pare che sia tempo di finirla.
Invece d’inseguire il mito di una unità in cui evidentemente non crede, questa gente, che si dice di sinistra ma di fatto ha appoggiato il candidato di Renzi, De Luca e Zingaretti, scelga la sua via: segua Ruotolo e soci, come ha già fatto e sia coerente o voti il candidato della sinistra che c’è. Faccia quello che gli pare, insomma, ma smetta di invocare l’unità che ha distrutto. Il tempo dei cartelli elettorali che nascono oggi e muoiono domani è scaduto.

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104878659_1205373393144045_7686879872872718270_oConosco da molto tempo Giuliano Granato. Ci uniscono anni di lotte condivise, di approfonditi scambi di opinioni, di sguardi rapidi ed eloquenti, incrociati in piazza nei momenti di tensione, di ore serene nelle belle giornate dell’Ex Opg e le esperienze recenti della campagna elettorale per le suppletive, quando mi ha regalato la sua preziosa collaborazione.
Dopo dieci anni, vivo più di tutti rimane il ricordo di un affannoso ritorno all’Orientale, dopo una violenta aggressione della polizia entro e fuori il San Carlo, ai primi di dicembre del 2010. Mentre percorrevamo via Toledo, le forze dell’ordine in assetto da sommossa ci tenevano dietro. Ricordo come fosse oggi la mia preoccupazione. Ormai anziano, non avevo lasciato il gruppo, perché per nulla al mondo  avrei dato a quei giovani l’esempio negativo di chi molla i compagni e bada a se stesso; sapevo bene però che la polizia ci tallonava con un intento preciso: staccare qualcuno dal gruppo, isolarlo, prenderlo e trascinarlo in Questura. Temevo perciò d’essere d’impaccio e di rallentare i miei giovani e ben più veloci compagni. Preso da questi pensieri, mi muovevo come un corpo estraneo al gruppo in ritirata e più che un impaccio diventavo un peso. Fu Giuliano Granato a urlarmelo senza esitare:
“Prof., stia nel gruppo, per favore, si tenga dentro!”.
Era giovanissimo, ma aveva un gran carattere e una personalità così forte che mi colpì moltissimo. Senza fiatare, feci sì con la testa, entrai disciplinatamente nel gruppo e giungemmo così assieme fino all’Orientale.
Gli anni sono passati; Giuliano li ha attraversati tutti in prima linea: studente, emigrato in Inghilterra, precario dopo esser tornato tra noi, lavoratore consapevole dei suoi diritti e perciò licenziato, ha dimostrato di essere uno che non si tira indietro e paga di persona. Se mi avessero chiesto chi candidare per Pap alla presidenza della regione, non avrei avuto dubbi: avrei fatto il suo nome. Rappresenta come pochi la sua generazione ed è un esempio non comune di quella sintesi attiva tra teoria e pratica che garantisce la crescita di un militante.
Sabato scorso, quando per la prima volta ha parlato da candidato, gliel’ho detto abbracciandolo: “Potere al popolo” ha scelto un candidato che fa pensare davvero e fino in fondo al mondo che vogliamo. Sono orgoglioso di poterlo sostenere.

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bukowski-636x395Quando quel maledetto convegno sul fascismo terminò, non ne potevo più. Invitato come ospite, l’avevo scoperto solo quando era iniziato: i relatori, anche quelli italiani, parlavano esclusivamente in inglese e non c’era traduzione simultanea, perché, mi avevano spiegato con falsa cortesia, “è una lingua che ormai tutti gli storici capiscono certamente”. Senza scompormi, avevo risposto che le regole hanno sempre un’eccezione e mi ero seduto al posto che mi avevano indicato.
La giornata fu lunga, noiosa e sonnolenta. Non capii una parola, ma mi rassegnai. Grazie alla bontà di un giovane ricercatore, seppi che l’ultima comunicazione aveva un titolo Bukowski-1che trovai decisamente sconcertante: “Il Fascismo regime inclusivo”. Ci misi un po’ a capirlo, poi mi convinsi che non sbagliavo: da giovane, lo storico che stava parlando era stato un militante convinto della sinistra estrema rivoluzionaria e bolscevica. Riscosse consensi unanimi e concluse l’intervento ricevendo l’abbraccio plateale di un gigante che per poco non lo stritolò. Il ricercatore gentile, notando il mio sguardo stupito, mi disse che il colosso era un “maestro” americano. Alzai le braccia in segno di resa e il ricercatore mi regalò un sorriso decisamente enigmatico.

Se non vi siete annoiati e volete proseguire, ecco il link che vi parta a “Canto Libre”:

Latino americano

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5287855_2350_whatsapp_image_2020_06_14_at_22.31.04Ieri sera a Napoli camorristi e malfattori di ogni tipo hanno avuto via libera e la delinquenza ha festeggiato. Influenzata probabilmente dal presidente De Luca, per il quale il problema della città è l’uso del “lanciafiamme” contro una popolazione stanca delle sue tragicomiche disposizioni sul coronavirus, la polizia ha impegnato cospicue forze in un esperimento di operazione perditempo per il controllo dei documenti nel microscopico perimetro di Piazza Bellini.
La minuscola piazza è diventata così l’epicentro di un terremoto. A pochi metri da lì, ladri, scippatori, spacciatori e tutto quanto mette in campo la delinquenza spicciola e organizzata ieri sera circolava tranquillamente e impunemente, libera di svolgere le proprie attività senza significativi ostacoli. Per il geniale questore di Napoli, insomma, garantire la sicurezza dei napoletani nel centro storico ieri ha voluto dire scatenare un putiferio a Piazza Bellini e trascinare in Questura tre di quei giovani che nei giorni più bui del Covid  la gente ha visto portare soccorso alle famiglie in difficoltà, abbandonate al proprio destino dalle Istituzioni assenti.
Speriamo che, dopo la notturna sbornia cilena della Questura, Pietro, Fabio e Diego tornino liberi e la polizia, invece di fare campagna elettorale per De Luca, si occupi seriamente di criminalità e criminali.

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downloadI segnali ci sono tutti. Le condizioni per una convivenza pacifica non esistono più e il limite è superato: miseria insopportabile, ricchezza smisurata, sfruttamento, ingiustizia, privilegi oltraggiosi e una diffusa condizione di servitù. Molto probabilmente un conflitto sociale violento sarà l’esito fatale del secolare scontro tra capitale e lavoro. Una prospettiva terribile, che tuttavia non prevede necessariamente vincitori e vinti. Sull’immane rottura, infatti, incombe, ben più devastante, la guerra senza quartiere che oppone il genere umano all’ambiente di cui è parte; quell’ambiente che, forte delle sue antiche e sperimentate regole di sopravvivenza, ha una soluzione definitiva: rinunciare all’umanità.
E’ difficile fare previsioni, ma se qualche essere umano uscirà vivo dalla catastrofe, non ci sarà più nulla che possa ricordare il concetto di civiltà e socialismo. Vivrà, se mai, tutto ciò che ho combattuto e ho ritenuto barbarie. Il mio tempo di fatto è finito e non penso semplicemente a quello breve della mia vita. Penso ad Atlantide che torna a sprofondare. In questa prospettiva, probabile e ciò ch’è peggio imminente e inevitabile, un sentimento ignoto si fa strada nel tramonto della mia vita: gli ideali sui quali ho costruito il mio percorso mostrano il peso degli anni e non ho più una forte collocazione politica. Estraneo e nemico della destra, non posso negare il disagio che provo in questa sinistra senz’anima e senza popolo, incartapecorita su dottrine  di secoli lontani, la cui Caporetto ci ha condotti al punto in cui siamo. Una sinistra così lontana dalla percezione della catastrofe, che balla sul Titanic, continuando a dividersi in piccoli gruppi, un giorno riformisti e l’altro rivoluzionari, ognuno orgoglioso della verità che porta in tasca e tutti pronti a sprecare le loro debolissime energie nelle periodiche battaglie elettorali, che consentono l’inesausto, reciproco scambio di accuse di malafede e tradimenti.
I segnali ci sono tutti. Le condizioni per una convivenza pacifica non esistono più e il limite è superato: miseria enorme, ricchezza smisurata, infinita ingiustizia, privilegi oltraggiosi e una diffusa condizione di servitù. Molto probabilmente un violento conflitto sociale sarà l’esito fatale del secolare scontro tra capitale e lavoro. Quando accadrà, avremo chiaro che il nemico vero è la natura autodistruttiva del capitalismo? Finora l’ansimante sinistra sembra assolutamente lontana da questa vitale consapevolezza.

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astensione-802x499«Se non voto, ho votato per il partito del non voto!».
Con questo slogan gli sconosciuti leader astensionisti diedero inizio alla loro singolare campagna elettorale. Li contrastò immediatamente e con gran decisione il premier uscente, che replicò a muso duro: «il partito del non voto non esiste! Chi non si presenta alle urne perciò non sarà contato tra gli elettori votanti».
Nato dal nulla, alla vigilia delle elezioni, il movimento astensionista cominciò a chiedere con crescente insistenza al partito del voto di calcolare il risultato del non voto tra i voti dati. Il rifiuto del leader uscente, però, risultava logico e inoppugnabile, tanto più che nelle piazze semivuote nessuno oratore parlava a nome di un partito del non voto organizzato. Fu così che molti presero a chiedersi come si sarebbe potuto proclamare un vincitore, se per caso non si fossero contati elettori votanti. Quale che fosse la giusta risposta, chissà perché, più il tempo passava, più la contesa sul voto si accendeva e più la gente cominciava a sentire una terribile puzza di broglio.
Finché durò la stranissima campagna elettorale, il premier uscente tenne banco e in ogni occasione e ripetutamente chiese al popolo un «voto per il cambiamento». Per un caso inspiegabile e strano, gli avversari di ogni altra parte politica presero a chiedere ai cittadini con crescente insistenza di non andare a votare. Poiché da cambiare c’era solo il governo corrotto del Presidente in carica, senza volerlo l’astensione divenne così il simbolo affascinante del disprezzo per la corruzione e il malgoverno.
A complicare le cose, come accade assai spesso, dietro la scelta simbolica, si nascosero ben presto anche interessi poco trasparenti e calcoli decisamente inconfessabili. Tanto per fare un esempio, temendo che il popolo degli sfruttati, in genere astensionista, stavolta potesse votare per ripicca chi da anni prometteva di cambiare il Paese e ora chiedeva di non votare, anche i rappresentanti dei padroni decisero sorprendentemente di schierarsi per l’astensione. Certi di perdere se si fosse votato, giocarono d’azzardo. Senza voti, si dissero infatti, nessuno avrebbe vinto e niente sarebbe cambiato.

Se non vi siete annoiati e volete proseguire, ecco il link che vi porta a “Canto Libre”:

https://www.cantolibre.it/un-voto-per-il-cambiamento/ 

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Fino a qualche tempo fa mi rifugiavo in una trincea che ritenevo inespugnabile. Facciano tutte le pessime riforme che vogliono, mi dicevo, alla fine la scuola la fanno in classe gli insegnanti. Ho paura che, se non scateniamo una battaglia da ultima spiaggia, anche questa trincea sia destinata a cadere.

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