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Posts Tagged ‘Crispi’

downloadEsercito in assetto da campagna, leggi speciali, secoli di galera e soggiorno obbligato. Lo Stato borghese affronta così i Fasci Siciliani. I socialisti “legalitari” colti di  sorpresa  – Turati è fermo alla lezione di Engels sullo spontaneismo del Sud -, l’estrema sinistra, a quel tempo anarchica e già minoritaria, in eterna attesa della rivoluzione che non verrà e il disastro giunge puntuale. Non c’è una teoria buona per ogni tempo. Ci sono pensatori che guardano al tempo loro e chi fa di un metodo di lettura le “dodici tavole”.  Le inedite parole di questa canzone napoletana sequestrata dalla polizia crispina non ci parlano solo di tempi lontani. Anche oggi l’anacronistico conflitto tra “purezza rivoluzionaria” e “via legalitaria” produce corti circuiti e apre la via alla reazione.

Napule bella è ‘na schiumma d’oro,
s’hanno arrubbate tutte cose lloro
e ricche hanno arrubbate e puverielle,
Facimme come fece Masaniello.

So ‘sti guverne tutt’assassine,
so cose propete da stravede’.
Chiunque saglie fa ‘n‘arruine,
nisciune dice: cheste che d’è!

Nu guappe deputate è De Felice
Chi nun ‘o sape, overo nun ‘o dice:
Pe’ senza niente l’hanno condannate
a diciott’anne e pure survigliate.

So ‘sti guverne tutt’assassine,
so cose propete da stravede’.
Chiunque saglie fa ‘n’arruine,
nisciune dice: cheste che d’è!

Hanno arrestate a tutt‘e socialiste
sagliuto a lu putere è pure Crispe,
Ma u cunte s’hann’a fa ch’hanno sbagliato:
mo sentarranno ‘e botte d’o Mercato

So ‘sti guverne tutt’assassine,
so cose propete da stravede’.
Chiunque saglie fa ‘n’arruine,
Nisciune dice: cheste che d’è!

Iamm‘a piglia’ ‘e legne e li fascine,
struimme a chesta razza ‘e malandrine,
struimme a chesta razza de ministe
ca chiste songo ‘e vere cammorriste!

So ‘sti guverne tutt’assassine
so cose propete da stravede’.
Chiunque saglie fa ‘n’arruine,
Nisciune dice: cheste che d’è!

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L’articolo va letto. Dalla “sicurezza” e dal decreto Minniti, infatti, DemA prende le distanze ed esprime critiche di fondo:

dema_logo1

ImmagineFrancesco Puglisi era a Genova nel luglio 2001 ma non torturò e non uccise. La Cassazione, che ha evitato il carcere agli uomini in divisa dopo la Diaz e Bolzaneto, a lui ha dato 14 anni di galera. Si sono incrementati poi ammazzamenti umanitari, bombe intelligenti e fuoco amico e chi s’è visto s’è visto. E’ stato come dire: ti prudono le mani? Bene. Percorri la via «legale» e passa all’incasso: una «guerra per la pace» o la «democrazia da esportare, tutta massacri «umanitari». E se poi centri ospedali e scuole, sta tranquillo, c’è la stampa che dice «è fuoco amico» o «nemico sbagliato». Tu rientri e fai la carriera in polizia. Lì ai modi bruschi non si fa caso: il terrorismo è un’infamia misteriosa buona per coprire altre infamie.
A chi sa di storia, il «caso Genova» e Francesco Puglisi ricordano gli eterni «spettri del ’98», i processi politici costruiti ad arte contro gli operai e Giovanni Bovio, l’avvocato che in Tribunale parlava per gli imputati e ammoniva le classi dirigenti:

«Noi chiediamo di rimuovere gli ostacoli che fanno il lavoro impossibile e voi ci rispondete con aspre sentenze e i figli armati contro i padri. Per carità di voi stessi, giudici, per quel pudore che è l’ultimo custode delle società umane, non fateci dubitare della giustizia. Noi fummo nati al lavoro, non fate noi delinquenti e voi giudici!».

I tribunali li «fecero delinquenti» e tali sono stati per sempre. Umberto I, che aveva premiato le fucilate sul popolo inerme, pagò con la vita. La violenza del potere genera violenza e il tribunale nazista che volle morti i cospiratori della «Rosa Bianca», quello repubblicano che da noi assolse i responsabili morali del delitto Rosselli, benché legalmente costituiti, non hanno legittimità storica. Tra Bruto e Cesare la storia non cerca colpevoli ma registra un dato: il tiranno arma la mano dell’uomo libero.

Sul terreno della giustizia siamo fermi a Crispi che, accusato di violare la legge proclamando lo stato d’assedio, antepose la sicurezza alla legalità: «una legge eterna impone di garantire l’esistenza delle nazioni; questa legge è nata prima dello Statuto». Un principio eversivo, che fa dell’eccezione la regola, ignora la giustizia sociale, unica garante della sicurezza dello Stato e di fatto ispira ancora i nostri legislatori in materia di ordine pubblico e conflitto sociale. Nel 1862, all’alba dell’Italia unita, la legge Pica sul cosiddetto «brigantaggio», mezzo «eccezionale e temporaneo di difesa», prorogato però fino al 31 dicembre 1865, apre l’eterna stagione delle leggi speciali. Di lì a poco, in una riflessione affidata a un volantino sfuggito al sequestro, Luigi Felicò, un internazionalista che conosce la galera borbonica, non ha dubbi: con l’unità, la sorte della povera gente e del dissidente politico è peggiorata.
Normativa emergenziale, come figlia naturale di una vera e propria cultura della crisi, indeterminatezza e strumentale confusione tra reato comune e reato politico, sono diventati così i perni della gestione e della regolamentazione del conflitto sociale. Un’impostazione che nemmeno il codice Zanardelli, adottato nel gennaio nel 1890, sceglie di abbandonare. Certo, per il giurista liberale la sanzione deve rispettare i diritti dell’uomo. Di qui, libertà condizionale, abolizione della pena capitale e discrezionalità del giudice nella misura dell’effettiva colpevolezza del reo. Non sarebbe stata un’inezia, se Zanardelli, però, non avesse affidato la tutela dello Stato nei momenti di crisi sociale a un «Testo unico» di Polizia, cui regalò basi teoriche forti e strumenti pericolosi quanto efficaci: istigazione all’odio di classe e apologia di reato, crimini imputati a chi esaltava «un fatto che la legge prevede come delitto o incita alla disobbedienza […], ovvero all’odio tra le varie classi sociali in modo pericoloso per la pubblica tranquillità».

La definizione volutamente vaga del reato fornisce agili strumenti repressivi e lo Stato, che non dà risposte al malessere delle classi subalterne, può criminalizzarne le lotte, in nome di norme che sono contenitori vuoti, pronti ad accogliere le strumentali “narrazioni” di una polizia per cui anche il generico malcontento e una marcata diversità rispetto alla cultura dominante è «pratica sovversiva». Nei fatti, istigo al reato e poi condanno. Tra crisi, indeterminatezza e natura emergenziale della regola – un’emergenza spesso creata ad arte e più spesso figlia legittima dello sfruttamento – diventavano così dato storicamente caratterizzante di una giustizia fondata su una “legalità ingiusta”, sulla tutela di privilegi a danno dei diritti, mediante un insieme di norme che consentono di tarare la repressione sulle necessità e sugli interessi dei ceti dirigenti.
Il fascismo al potere sterilizza molte norme progressiste introdotte da Zanardelli, poi nel 1930 vara codice «suo», firmato da Alfredo Rocco, che incredibilmente sopravvivere al regime. La repubblica, infatti, sacrifica alla «continuità dello Stato» l’idea di tornare a Zanardelli e conferma Rocco, “tecnicamente” più moderno, ma soprattutto molto più autoritario. In attesa – si dirà – di un nuovo codice che, però, non si farà. Delusa la legittima attesa, la conseguenza di quella grave scelta consente oggi, in un clima di nuovo autoritarismo, di tornare al reato di «devastazione e saccheggio» e spezzare così la vita di un giovane, senza che in Parlamento una voce denunci la natura classista dell’operazione e i «caratteri permanenti» che segnano trasversalmente le età della nostra storia contemporanea: nessuna risposta alla sofferenza di chi paga la crisi, criminalizzazione del dissenso, indeterminatezza di norme volutamente discrezionali e impunità assicurata alla «genetica devianza» di alcuni corpi dello Stato. Senza contare lo stretto rapporto tra politica e malavita organizzata. Ormai non c’è una voce libera che domandi perché il codice penale italiano, che non prevede in modo serio il reato di tortura, consente al torturatore di perseguire il torturato che si ribella.

Oggi, mentre si leva la bandiera della democrazia, si continua a ignorare il nodo che la soffoca, un nodo mai sciolto, nemmeno col mutare della vicenda storica; un nodo che ha impedito cambiamenti radicali persino nel passaggio dalla monarchia alla repubblica: liberale, fascista o repubblicana, in tema di ordine pubblico, l’Italia ha un’identità che non muta col mutare dei tempi. Da un lato, infatti, l’uso intimidatorio e per certi versi terroristico dell’emergenza legittima la ferocia delle misure repressive presso l’opinione pubblica, dall’altro l’indeterminatezza della norma lascia mano libera a una repressione generalizzata. E’ una sorta di blando «Cile dormiente», che si desta appena una contingenza negativa fa sì che, per il capitale, soprattutto quello finanziario, metta in discussione mediazione e regole democratiche, che pretenderebbero di controllarlo: sono, afferma, merci costose che non hanno mercato. Su questo sfondo si inseriscono le più o meno lunghe fasi repressive – lo stato d’assedio nel 1894, le cannonate a mitraglia nel maggio ‘98, la furia omicida in piazza durante i moti della Settimana Rossa, il fascismo, Avola, e, per giungere ai nostri giorni, Genova 2001. In questo quadro si spiegano l’indifferenza per la tortura, le impunite morti «di polizia» e i loro tragici connotati: Frezzi ammazzato di botte in una caserma di Pubblica Sicurezza, Acciarito torturato, Passannante ridotto alla pazzia, Bresci «suicidato» e il suo fascicolo sparito, Anteo Zamboni linciato dopo un oscuro attentato a Mussolini, che consente di tornare alla pena di morte, e via via, Pinelli, Giuliani e i torturati di Bolzaneto e della Diaz, Cucchi, Uva, Aldrovandi, Magherini e i tanti sventurati che nessuno paga.
Non è questione di momenti storici. Se nel 1894, mentre lo scandalo della Banca Romana svela i contatti mai più interrotti tra politica e malaffare, per colpire il PSI, Crispi si «affida» all’esperienza di un prefetto per un processo che non lasci scampo – e il processo truccato si farà; più abile, la repubblica cancella mille verità col segreto di Stato. In ogni tempo, indeterminatezza e discrezionalità della legge consentono di colpire il dissenso come e quando si vuole. In età liberale a domicilio coatto ti manda la polizia, col fascismo il confino non riguarda i magistrati e il «Daspo» che Maroni e la Cancellieri, avrebbero invano voluto estendere al dissenso di piazza, con Minniti c’è ed è sanzione amministrativa e di polizia. Quale criterio regoli da noi il rapporto legalità, tribunali, miseria e dissenso emerge da dati che non ci parlano di età liberal-fascista, ma pienamente repubblicana: dal 1948 al 1952, mentre nei grandi Paesi europei si contano in piazza da tre a sei morti, qui la polizia fa sessantacinque vittime. Nove furono poi i morti nel 1960, in due caddero ad Avola nel 1968 e si potrebbe proseguire. Nel 1968, quando una legge poté infine deciderlo, l’Italia scoprì che la repubblica aveva avuto quindicimila perseguitati politici con pene carcerarie dure come quelle fasciste. Di lì a poco, all’ennesima emergenza – stavolta è il terrorismo – si replicò col fermo di polizia, la discrezionalità della forza pubblica nell’uso delle armi e barbare leggi sulla detenzione, nate per essere eccezionali, ma ancora vigenti, quasi a dimostrare che di «normale» da noi c’è stata solo la stagione democratica nata con la Resistenza. Anche quella seguita da innumerevoli processi, condanne e internamento in manicomio di numerosi partigiani.

Così stando le cose, con una protesta di piazza che costa a un giovane quattordici dodici anni di galera, mentre un poliziotto che uccide per strada un ragazzo inerme se la cava con nulla, una domanda è d’obbligo: perché si fanno carte false per archiviare la Costituzione antifascista e nessuno si preoccupa di cancellare il codice fascista? Perché così si può mandare in galera un barbone, cui peraltro non si è mai dato un aiuto, o per colpire il dissenso e assolvere ladri di Stato e mafiosi in veste di statisti?

Giuseppe Aragno, Coordinatore DemA

DemAFuoriregistro e Agoravox, 20 giugno 2017.

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G8 GENOVA: VITTIMA DIAZ, SENZA SCUSE FATTI RIPETIBILIMi sorge un dubbio: i Questori si cambiano, o si ricorre a cloni di un funzionario nato con l’unità d’Italia? Un dubbio legittimo per chi passa la vita tra carte di polizia riservate e miserabili note di confidenti. La storia ha talora volti impresentabili. Uno, piaccia o no, è quello del potere. Gli metti a guardia limiti e regole, ma sulle zone d’ombra non sorge luce. Prendi il sindacato, per esempio. Oggi sarebbe comico vederci un “covo di terroristi”, ma nel 1893 a Napoli è una minaccia per l’ordine pubblico: un operaio può elemosinare, non lottare per un diritto. Se lo fa, è un “sovversivo” e la Questura lo mette dentro. Quando i lavoratori si associano, il collega di Minniti ne infiltra le organizzazioni per “conoscere il numero complessivo degli iscritti, le generalità, i connotati e un cenno biografico dei capi”. Sono furbi, i Questori. Si muovono nell’ombra, fanno schedature e mandano a Roma le liste dei più “pericolosi”. Se l’operaio parla delle otto ore, del salario e dello sciopero, ecco l’etichetta: “sovversivo”. Senza informare gli interessati, le “autorità”, segnalano i sindacalisti “più influenti affiliati ai partiti sovversivi”. La Questura ricama, la stampa fa da cassa di risonanza, ed ecco nascere “cabine di regia” e “manovre anarchiche”. Per colpire chi disturba i padroni, l’anarco-insurrezionalismo è un’arma vincente nell’Italia liberale, fascista e repubblicana. Gli schedari della Questura sono pieni di rapporti fantasiosi e inverosimili di spie e confidenti che vendono a peso d’oro notizie di terza mano, libere interpretazioni o invenzioni di trame rivoluzionarie. Costruita la trama, parte la denuncia: “si punta a fomentare le passioni, a coalizzare, con mire evidentemente politiche e avverse all’attuale stato di cose”. Perché? Per “trarre partito dal malcontento che serpeggia nelle varie classi operaie”.

In questi giorni, leggendo i giornali e ascoltando il Questore, mi è sembrato di essere in archivio tra le carte del 1893. Allora come oggi, le cause del malcontento non interessano  nessuno. Contano i “sovversivi”. Quasi sempre presunti. Si costruiscono teoremi e si fanno girare inverosimili soffiate di confidenti. Così, per tornare al passato, fa paura persino una bevuta “in una bettola fuorigrottese, ove si legge una lettera pervenuta da Palermo”. Nessuno sa che c’è scritto, ma è certo: è un piano rivoluzionario al quale, suggerisce un infiltrato a caccia di quattrini, “prenderebbe parte un giovane prete dimorante al Vomero”. Il condizionale la dice lunga e il senso del ridicolo consiglierebbe più serie riflessioni, ma “in alto” si preme. Per colpire gli operai, la Questura induce il proprietario di uno stabile a sfrattare i sovversivi, la Procura “garantisce che dal locale Pretore sarà emessa relativa ordinanza e, nello stesso giorno in cui giunga, fatta eseguire”. Per le accuse è presto, ma il Questore trasmette in via riservata alla Procura Generale copia dei rapporti destinati al Prefetto. La procedura é inusuale ma serve allo scopo e si giunge al punto di denunciare gli autori di un manifesto che due settimane prima è stato giudicato del tutto legale. I lavoratori scoprono un provocatore, un ex agente di PS, lo espellono, ma qualcuno lo inserisce nell’elenco degli iscritti “ritoccato” dopo il sequestro, e in Tribunale fa la sua parte di testimone. Falso naturalmente. Per un po’ si cerca un’imbarcazione “comandata da un maltese, che dovrebbe arrivare dall’Albania con armi da sbarcarsi lungo la marina di Licata e Porto Empedocle”. Nessuna la trova e le perquisizioni senza mandato non tirano fuori carichi di armi, ma la “velina” della Questura giunge a giornali compiacenti e crea un clima di tensione giustificato, scrivono le Autorità, dalla “necessità di opporsi con energia al movimento che nelle presenti condizioni economiche e morali di queste basse classi sociali, può da un momento all’altro gettare la città in preda allo scompiglio”.
Occorrono imputati “deferiti al potere giudiziario sotto il titolo di Associazione di malfattori”. Cos’, scrive il Prefetto; poi, Creato l’allarme, il solito confidente tira fuori un misterioso piano di rivolta imminente a Palermo, Messina e Napoli. Inizierà, si dice, con “incendi dolosi appiccati nella notte”. La Questura, avuta “notizia sicura che gli incendi si sarebbero praticati nella nottata mediante petrolio e acqua ragia” di cui sarebbero intrisi “stoppacci accesi gettati negli scantinati”, mette in moto “pattuglie che percorrono la città in tutti i sensi con ordine di fermare, perquisire e arrestare”. Nel cuore della notte sono presi due individui, che, guarda caso, hanno con sé due bottiglie di acqua ragia e un foglio con la scritta a mano: “Viva la rivoluzione sociale”. Due terroristi e due bottiglie di acqua ragia sarebbero ben povera cosa per una rivoluzione, ma la Squadra Politica sostiene che mille compagni, impauriti, si sono ritirati. Nella fretta, la Questura sbaglia la data dell’arresto e anticipa d’un giorno la rivolta, ma per i giudici va bene così. La fantomatica rivolta non c’è, ma due bottiglie d’acqua ragia e le chiacchiere di un sarto arrestato, che si “pente” bastano e avanzano.
Al processo, tutto si basa su insinuazioni di anonimi confidenti della Questura. La difesa chiede di interrogarli, ma il giudice rifiuta, perché “le informazioni dei confidenti trovano riscontro negli atti”. E’ verità di fede. I due “terroristi” negano: l’acqua ragia è strumento di lavoro. Nessuno gli dà retta. Degli agenti che testimoniano, uno è colto con un foglietto da cui legge appunti e nomi d’imputati; un altro manda su tutte le furie il giudice che lo interroga perché ricorda “cose molto differenti da quelle risultanti nella deposizione scritta”. Un ispettore, infine, messo alle strette dalla difesa, ammette che gli imputati non sono sovversivi pericolosi. Il giudice preoccupato, scrive allora al Questore per fargli “raccomandazioni sul contegno di funzionari e agenti che dovranno essere intesi, non potendo in caso contrario garantire l’esito del processo”. Preoccupato è anche Crispi, Presidente del Consiglio, che ingiunge al Prefetto “di sollecitare il più possibile il pronunciato della Camera di Consiglio, ritenendo opportuno lo scioglimento del sindacato”. In quanto al sarto, il testimone chiave ritratta le dichiarazioni rese in istruttoria e narra la storia di durissimi interrogatori, di lunghi digiuni e della privazione dell’acqua. La polizia, racconta, l’ha convinto a firmare una dichiarazione falsa e già preparata. Dopo un’altalena di violenze e lusinghe, ha ceduto in cambio di 500 lire, un passaporto e la sistemazione delle figlie. L’uomo non mente. In archivio la polizia ha dimenticato la ricevuta della cifra pattuita firmata da un ispettore. Il processo è una farsa, ma Il sindacato è disciolto e i sindacalisti sono spediti in galera.

Un caso eccezionale? No. Nel 1914, quando l’Italia prepara la guerra, l’ostacolo sono gli operai antimilitaristi. A giugno del 1914 l’esercito liquida il conto, sparando sui lavoratori. A Napoli sono ammazzati quattro dimostranti. Due sono operai di 16 anni. Polizia e bersaglieri sostengono di aver  sparato una sola volta per legittima difesa e poiché i morti si sono trovati in due vie diverse, si “aggiustano” gli atti. Un testimone ferito, arrestato, si rimangia le accuse e “per imperiose ragioni di ordine pubblico”, uno dei due morti è nascosto “nella sala mortuaria del Trivio”, il cimitero ebraico. Mentre per giorni la povera madre cerca il figlio ucciso, si prende tempo e si concorda una versione tra i Commissariati di quartiere. “Prego redigere un unico rapporto ribadente questo solo punto di vista”, scrive il Questore ai dipendenti: “c’è stato un unico conflitto a fuoco. Confido nella solerte abilità ed attendo un preciso rapporto per il quale è opportuno prendere accordi col Colonnello che comandava la truppa”. Un giudice nota che “l’esame necroscopico e gli accertamenti generici escludono che uno degli operai sia morto con gli altri”, ma tutto è sepolto in archivio, anche la verità narrata da un veterinario, finito in ospedale per uno scontro a fuoco in cui è morto un lavoratore. La via dei tumulti non è quella indicata dalla Questura.
Si può dire ciò che si vuole, ma le cose stanno così: negli anni settanta una legge della Repubblica ha dichiarato “perseguitati politici” 12.981 lavoratori e 2.078 lavoratrici che tra il 1948 e il 1966, hanno dato fastidio. In Archivio ci sono ancora i telegrammi della polizia repubblicana che pedina il mio amico Gaetano Arfè, partigiano, storico di prestigio e direttore dell’Avanti, che è in contatto con quell’autentico pericolo pubblico che risponde al nome di Giorgio Napolitano. Chi non ci crede, controlli. In archivio Sandro Pertini è ancora schedato come malfattore. Lo tenne prigioniero a Ventotene un camerata del noto Almirante, per dirla col linguaggio dei questurini: Marcello Guida, direttore della colonia penale fascista di Ventotene, ove fu prigioniero anche Terracini, che poi firmò la nostra Costituzione. Chi non se ne ricorda, si informi. Scoprirà che il 12 dicembre 1969, quando una bomba fascista fece strage a Milano, all’epoca italiana e oggi capitale della Padania, il Questore che coordinava le indagini era Marcello Guida. E fu lui, Guida, a mentire agli italiani sostenendo che l’attentato era opera di anarchici insurrezionalisti. Pochi giorni dopo il povero Pino Pinelli, volò dal quarto piano della Questura retta dal Guida, alto funzionario fascista e incredibile Questore della Milano antifascista. Malore attivo, si disse, ma non è chiaro che voglia dire.
Si potrebbe continuare a lungo, giungere a Genova e Cucchi, ma a che serve?

Sbaglierò, ma in questi giorni sento puzza di montatura. Per ora si sono indicati ignoti colpevoli all’opinione pubblica. Poi verranno il reato e i nomi. Senza aspettare un sarto che si penta, si può azzardare una profezia: i nomi li hanno già fatti i giornali e in quanto al reato, da noi vige ancora il codice del fascista Rocco, con la devastazione e il saccheggio pensati per gli oppositori del regime. Nessuno lo dice ma mentre scrivo c’è un ragazzo che sconta 14 anni di carcere per un bancomat distrutto. Un lavoratore uccisi sul lavoro ti costa un anno e il carcere non lo vedi manco da lontano.

Agoravox e Contropiano, 16 marzo 2017

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lustrascarpe-526x394«I tuoi sono i soliti argomenti degli anti renziani a prescindere», mi assale becero e tronfio il neofita del renzismo. «Vedi solo le cose brutte e gli errori (che ci sono, ovvio, ma chi non ne fa?), mandanti oscuri che lo manovrano (il grande capitale e la grande finanza, ovvio), l’attacco continuo alla Costituzione (e chi sei tu per deciderlo?), l’aver resuscitato Berlusconi (che non è mai stato così fuori dai giochi come ora). Sei tristissimo, circondato da fantasmi che ti ossessionano, sempre più rinchiuso nel tuo fortino di duro e puro. E gli altri, noi poveretti che non abbiamo capito quello che solo tu eletto, invece, sai. Noi che viviamo nella vita normale, dove si fanno cose giuste e cose sbagliate ma ci si prova. Sei tristissimo».
Non c’è lavoro? Licenziamo, come chiedono Squinzi e la Confidustria. Riduciamo in servitù il giovane disoccupato e il problema sarà risolto. Poi, però, per favore, non piantiamo grane sulla dignità calpestata: se il matrimonio è un gesto d’amore, si può andare a nozze anche coi fichi secchi.
Dietro la cieca e feroce flessibilità morale invocata da Renzi, che sorvola su tutto, in nome di una comoda quanto inesistente necessità storica, si cela la tragica complicità che accompagna di solito le avventure dei personaggi loschi e pericolosi. Così fu per il fascismo, che passò col consenso della borghesia pronta a sostenere il regime. Il peggior Crispi resuscitato, il domicilio coatto reso ben più feroce dal confino politico? Sono solo fantasmi che ossessionano i moralisti! Lo Statuto Albertino calpestato? E chi siete voi per deciderlo? Quando un fiume di sangue corse in lungo e in largo il Paese e caddero Matteotti, Amendola, Gobetti, si patteggiò con la coscienza: avrebbero fatto certamente di peggio i bolscevichi. «Sei tristissimo, vedi solo le cose brutte e gli errori», si disse a chi non stava al gioco.
Oggi sono tristissimi e sempre più colpevolmente rinchiusi nel fortino di duri e puri coloro che registrano fatti gravissimi: un presidente della Repubblica eletto due volte («che ossessione! La Costituzione non lo vieta!», Già, ma la Costituzione non vieta nemmeno l’elezione ripetuta tre, quattro e cinque volte…). Sono tristissimi quanti ricordano puntigliosamente che questo Parlamento è illegittimo, perché eletto con una legge dichiarata incostituzionale dalla Consulta. Tristissimi, perché nella loro inaccettabile smania di costituzionalità, si rifiutano di capire che esiste una «vita normale, dove si fanno cose giuste e cose sbagliate ma ci si prova».
C’è da augurarsi che stavolta, quando la folle avventura appena iniziata sarà terminata e il disastro compiuto, i «tristissimi» sappiano ricordare e trattino come meritano i ciechi gioiosi che tutto accettano e tutto lasciano correre. Ricordare e punire senza pietà. Sarebbe inaccettabile una nuova legge togliattiana sull’epurazione e una nuova amnistia.

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SerraDue parole a mente fredda sulla morte di Luigi Bifulco. Due parole oggi, quando la stampa di regime, compiuta la missione, ha chiuso la pratica e ha sepolto la verità con il ragazzo. Due parole per controinformarzione, sul velenoso trafiletto che Michele Serra scrisse per Repubblica l’undici settembre:

«La tragedia napoletana che ha visto morire un ragazzo per mano di un carabiniere è una specie di memento della catastrofe sociale italiana. Si vedono e si sentono i coetanei di Davide piangere e inveire, scandire slogan con il braccio teso nel modo degli ultras (la cultura “politica” largamente egemone tra i giovani dei ceti popolari di tutta Italia, anche fuori dagli stadi), e ieri chiedere e ottenere che il capo degli “sbirri” – un maresciallo civile, gentile – si levi il cappello davanti al lutto popolare. Ne sono morti dieci, cento volte di più per mano di camorra, di ragazzi come Davide, qualcuno anche innocente come lui, ma non risultano boss con il cappello in mano, a chiedere scusa.
L’illegalità implacabile che regola la vita di quei quartieri è l’evidente causa di questa e altre morti, fermarsi a un posto di blocco o mettere il casco o avere documenti in regola non fa parte delle premure messe a tutela degli altri e di se stessi. Nel clima di guerra l’assenza di pietà, i nervi tesi, lo sfoggio continuo di prestanza fisica e di impudenza sono le “qualità” richieste ai maschi giovani, e ne è rimasto vittima anche il carabiniere che ha sparato, lui, almeno, riconoscibile da una divisa e da quella divisa inchiodato alle sue responsabilità. Ma le responsabilità degli altri? Di tutti gli altri? Quanto se ne è parlato, in questi giorni? Quanto ha dominato il coro, invece, il lamento contro lo Stato sbirro e traditore, eterno alibi per non vedere il quotidiano tradimento contro se stessi di così tante persone?
».

La deformazione dei fatti è cosi strumentale e brutale che, al confronto, la violenza sul ragazzo ucciso diventa carezza. Basta leggere attentamente per capirlo: Serra è fuori da una dimensione storica, è colto, ma stranamente ignora che all’alba della repubblica Guido Dorso chiese di sciogliere l’Arma dei Carabinieri, minaccia per la democrazia. Per Serra, il cuore del problema sono i nervi tesi del carabiniere che, guarda caso, è «vittima» assieme al ragazzo che ha ucciso. Il punto è che, senza coperture istituzionali, la camorra sarebbe finita. Dal «dittatore», Garibaldi, che a Napoli affida l’ordine pubblico a Liborio Romano, fino alla nascita della Repubblica e alla mafia che apre la strada ai «liberatori», è andata così. Porti la «cartolina precetto», che sottrae al lavoro contadini e operai, spari nella schiena al fantaccino che scappa sulla linea del fuoco nella «Grande guerra», tiri un colpo di rivoltella al ragazzino di un quartiere abbandonato al suo destino, o si tolga gentilmente il cappello, il carabiniere costituisce uno dei pilastri di un’antica ingiustizia: tutela gli interessi dei ceti dominanti. Così fu con Crispi, così con Mussolini, così oggi col governo Renzi-Napolitano.
Chiacchiere da bar? Non direi. Partiamo da fatti solo apparentemente lontani. Tra 1948 e 1950 le forze dell’ordine denunciano decine di migliaia di lavoratori e i giudici fascisti, che l’amnistia ha lasciati al loro posto, grazie al codice del fascista Rocco che nessuno ha voluto mandare in pensione, condannano oltre 15.000 “sovversivi” a 7.598 anni di carcere. Per farsi un’idea del clima che c’è nel Paese, basta un raffronto coi dati dell’Italia fascista, in cui, tra il 1927 e il 1943, il Tribunale Speciale condannò complessivamente gli imputati per reati politici a 27.735 anni di carcere. Per un triennio di storia repubblicana, quindi, la media annuale è di 2533. Molto più dei 1631 che fu la media annuale dell’Italia fascista. Nell’Italia repubblicana, nel 1948-52, in piazza le forze dell’ordine fecero, secondo dati ufficiali, 65 vittime (82 secondo fonti non ufficiali); in quegli stessi anni, in Francia si ebbero 3 morti, in Gran Bretagna e in Germania 6. A conferma del ruolo delle forze dell’ordine e della Magistratura, c’è l’intramontabile “modello Fiat”, varato dal fascista Valletta, passato agevolmente tra le maglie dell’epurazione: reparti-confino (tornarti di moda con Marchionne), schedature politiche e licenziamenti per rappresaglia di lavoratori comunisti, socialisti e anarchici. Nel 1974, una legge riconobbe la qualifica di “perseguitati politici” a 15.099 lavoratori e lavoratrici vessati in ogni modo tra il gennaio 1948 e l’agosto 1966.
Non sarà male ricordare sinteticamente a Serra i numeri agghiaccianti delle vittime. Non “casi” che vivono ancora nella coscienza del Paese, come quello di Giuseppe Pinelli, anarchico volato giù dalle finestre della Questura di Milano il 12 dicembre 1969, affidato al fascista Marcello Guida, già direttore della colonia penale di Ventotene, dove il regime aveva confinato lo stato maggiore dell’antifascismo militante a partire da Sandro Pertini. Si tratta di morti dimenticati, uccisi negli anni che vanno dalla caduta del fascismo ai giorni nostri.
26 luglio-27 settembre 1943 (caduta del fascismo-Quattro Giornate di Napoli e inizio Resistenza): il governo Badoglio ordina alla forza pubblica di sparare su chi protesta. A Bari, Bologna, Budrione, Canegrate, Colle Val d’Elsa, Cuneo, Desio, Faenza, Genova, Imperia, La Spezia, Laveno Mombello, Lullio, Massalombarda, Milano, Monfalcone, Napoli, Palma di Montechiaro, Pozzuoli, Reggio Emilia, Rieti, Roma, Rufino, San Giovanni di Vigo di Fassa, Sarissola di Busalla, Sassuolo, Sesto Fiorentino, Sestri Ponente, Torino, Urgnano, carabinieri, polizia e reparti dell’esercito in servizio di ordine pubblico fanno almeno 98 morti nelle manifestazioni seguite all’arresto di Mussolini e nelle lotte per carovita, lavoro, pace e libertà dei detenuti politici. In un sol caso, a Torino, durante uno sciopero alla Fiat, gli Alpini rifiutano di sparare. il 18 dicembre a Montesano, (SA), mentre ormai si lotta per la liberazione , le ultime vittime del tragico 1943. Il paesino insorge contro il malgoverno e paga con 8 morti. I carabinieri fascisti, ora badogliani, accusano ovviamente “elementi comunisti”. Ai carabinieri di Napoli un record insuperabile: l’arresto del primo partigiano, Eduardo Pansini, uno dei capi delle Quattro Giornate, a pochi giorni dall’insurrezione in cui è caduto da eroe il figlio Adolfo. Nei giorni di lotta sanguinosa, gli ufficiali superiori dei carabinieri, delle Forze Armate e dei corpi di Polizia se l’erano squagliata, lasciando in balia dei nazisti i loro uomini e la città.
Il 1944 con 35 vittime accertate e numerose rimaste ignote non va molto meglio. Il 13 gennaio a Montefalcone Sannio e a Torremaggiore esercito e polizia sparano ai contadini in lotta. Un conto preciso dei morti non s’è mai fatto. A Roma un carabiniere uccide un minorenne che manifesta contro gli accaparratori di grano, a Regalbuto i carabinieri uccidono Santi Milisenna, segretario della federazione del Pci. Di lì a poco cade una donna che manifesta per la mancanza di cibo, 3 morti si registrano a Licata, dove polizia e carabinieri sparano contro chi protesta perché all’ufficio del collocamento è tornato il dirigente fascista. A Ortucchio i carabinieri, giunti a sostegno dei principi Torlonia durante un’occupazione di terre, fanno due morti. A Palermo, una protesta per il caropane costa 23 morti. Stavolta sparano i soldati. Seguono due morti a Licata, un morto a Roma, e i tre morti di dicembre tra i separatisti siciliani
1945: 38 morti tra cui Vincenzo Lobaccaro, bracciante, scambiato per un ex confinato politico;
1946; 42 morti (7 cadono tra le forze di polizia);
1947: 8 morti (6 sono i militi uccisi;
1948: 35 vittime (ci sono anche 7 agenti caduti);
1949: 22 morti;
1950: 19 caduti;
1951: 4 morti;
1952: 2 vittime;
1953: 12 uccisi;
1954: 6 morti.
1955: non si spara
e c’è tempo per un bilancio che non riguarda i morti. Secondo dati incompleti e parziali dal 1 gennaio 1948 al 31 dicembre 1954 ci furono 5.104 feriti e 148.269 arrestati.
1956: 7 morti;
1957: 4 vittime;
1959: 2 caduti;
1960: 11 morti ;
1961: 1 caduto;
1962: 2 vittime.

Una lunga pausa in coincidenza con l’esperienza del centro-sinistra, poi la contestazione giovanile e il triste elenco che si allunga:
1968: 3 morti;
1969: 5 caduti (1 poliziotto ucciso)
, cui si aggiungono Giuseppe Pinelli e Domenico Criscuolo, tassista incarcerato a Napoli durante una manifestazione sindacale. L’uomo si uccide dopo un colloquio con la moglie, che gli confessa di non sapere come procurarsi il denaro per vivere, insieme ai 5 figli. Strage di Stato e Servizi Segreti fanno i 17 morti del 12 dicembre a Milano uccisi da una bomba esplosa alla Banca Nazionale dell’Agricoltura. E’ la cosiddetta “strategia della tensione“, che consentirà la repressione dei movimenti di massa di quegli anni. Per la strage di matrice fascista furono accusati senza alcuna prova gli anarchici, tra cui Pinelli e Pietro Valpeda.
Gli anni di piombo non rientrano un questo doloroso elenco. Furono anni di guerra civile strisciante e occorrerebbe un discorso a parte.
Il ritorno alla “normalità” si ha con il G8 di Genova nel 2001, quando una pistolettata uccide Carlo Giuliani e si registrano le feroci torture alla caserma Bolzaneto e alla scuola Diaz
. Forse l’elenco che segue è incompleto e gli ammazzamenti non sono della stessa natura, ma basta avanza a giustificare la nausea per l’operazione di Serra.
11 luglio 2003: Marcello Lonzi, finito nel carcere di Livorno.
5 settembre 2005: Federico Aldovrandi, ucciso mentre viene arrestato.
27 ottobre 2006: Riccardo Rasman, finito per “asfissia da posizione”.
14 ottobre 2007: Aldo Bianzino, trovato morto nel carcere di Perugia.
11 novembre 2007: Gabriele Sandri, ucciso come Bifulco da un colpo accidentale.
14 giugno 2008: Giuseppe Uva, morto nella caserma in cui era stato portato.
22 ottobre 2009: Stefano Cucchi, ucciso durante la custodia cautelare.
3 marzo 2014: Riccardo Magherini, morto durante l’arresto.
Serra aveva di che riflettere su vittime e innocenti, ma il suo compito, per gli editori, è quello di impedire che riflettano i lettori. Meglio perciò le chiacchiere sulla camorra.

Uscito su Agoravox, IL 22 ottobre 2014

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A Carpineto Romano, cittadina in provincia di Roma, la nostra “grande democrazia” ha dato ancora una volta forfait. La presentazione dell’ultimo libro di Barbara Balzerani, intitolato Lascia che il mare entri, prevista per il 21 agosto, è stata downloadannullata. La giunta comunale formata da SEL e PD, dopo averla patrocinata, ci ha ripensato per «evitare strumentalizzazioni di ogni genere o manifestazioni che possano turbare la tranquillità della nostra comunità». Così si legge in un comunicato che annuncia la disordinata Caporetto dell’Amministrazione di fronte alle polemiche dell’opposizione di destra, sostenuta da un giornale locale. Per salvare la faccia, poi, i liberi pensatori del sedicente centrosinistra hanno ribadito «la loro ferma contrarietà ad ogni forma di terrorismo e violenza nei confronti delle Istituzioni Democratiche».
La civiltà dell’Occidente e l’inesausta lotta al terrorismo si arricchisono così di un nuovo, originale e nobile principio: chi si azzarda a presentare un romanzo sul tema della donna fiancheggia pericolosi piani sovversivi che al momento non esistono, ma nessuno può escludere possano nascere. Per l’amministrazione comunale di Carpineto Romano, quindi, Barbara Balzerani, dopo ventinove anni trascorsi dietro le sbarre e in semilibertà per la sua militanza nelle Brigate Rosse, non ha diritto di parola. La pena scontata? La libertà riacquistata da tre anni? Siamo in guerra col terrorismo e la Costituzione è sospesa.
Chi si meraviglia della ferocia è un ingenuo. Un Paese che si scioglie nella retorica del Risorgimento, ma dimentica Mazzini morto clandestino in patria, sotto falso nome e Garibaldi circondato di spie e questurini, quand’era ormai vecchio e quasi paralitico, è un Paese nato male e destinato a vivere peggio. Lo so, i “democratici” alleati dell’estrema destra, i benpensanti per vocazione e i cialtroni di professione si scandalizzeranno per la bestemmia – la “terrorista” e i “padri della patria” – ma le cose stanno così e Mazzini e Garibaldi, per chi ha memoria corta o fa il finto tonto, ieri furono rivoluzionari e oggi sarebbero “terroristi”. Questo è un Paese geneticamente destinato a sostenere Crispi, che sputacchiò sul Parlamento fino al disastro di Adua, e a vantare tra i suoi “grandi statisti” Giovanni Giolitti, che Salvemini definì “ministro della malavita”. Un Paese che non s’è mai vergognato del suo passato fascista e dei suoi generali criminali; un Paese oggi targato Renzi e governato di fatto da un pregiudicato per reati comuni che, invece di eleggere domicilio tra Rebibbia e Regina Coeli, frequenta Palazzo Chigi e il Quirinale e cambia la Costituzione antifascista, accoppando diritti costati sangue. Piero Gobetti sostenne che il fascismo è stato l’autobiografia degli italiani e non aveva torno. Un Paese così, nato male e cresciuto peggio, non può comportarsi diversamente e gli pare normale: il pregiudicato che  sconta la risibile pena può governare, la scrittrice libera deve invece tacere.
Per ignorare la decomposizione della sua coscienza civile,  un Paese così in fondo non ha che una scelta: disprezzare tutto ciò che è insorto a difesa della dignità e della giustizia sociale e negare quel tanto di buono che ha saputo e sa dare. Lo so, beghine, cattocomunisti e benpensanti mi scomunicheranno, ma questa è la realtà: se ogni cosa marcisce e tutto si corrompe, la degenerazione diventa regola. Così Berlusconi frequenta Napolitano e un pensiero libero è imbavagliato.
A Barbara Balzerani, ieri brigatista, oggi scrittrice di forte sensibilità, si rinfacciano scelte lontane, benché i suoi conti con la giustizia siano chiusi e quelli con la storia, tutti ancora da sistemare, non è detto che risultino in passivo. In realtà, la condanna morale del passato è un alibi immorale che non sta in piedi; ciò che davvero non si tollera sono la coerenza d’una vita e l’umanità che traspare dalla scrittura. Una donna come Barbara Balzerani, di fatto, è un quesito inquietante e un involontario ceffone assestato in pieno viso a quanti – e sono tantissimi ormai – si trovano nella tragicomica condizione di chi fa il moralista, ma s’è venduto e ogni giorno si vende al migliore offerente. La gente che vive così accetta la più disumana cialtroneria, ma diventa immediatamente feroce con le manifestazioni di umanità.

Uscito su Agoravox il 25 agosto 2014

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Chi s’interessa ancora di politica parlamentare è ormai apertamente schierato per il voto palese. Una scelta «eccezionale», per risolvere una vicenda «straor-dinaria». Questa la spiegazione ufficiale. Io ne ho un’altra, molto meno popolare, lo so, ma di gran lunga più realistica. matteottiQuesto Paese ha vissuto 150 con un male cronico. Dei Crispi, dei Mussolini, dei Berlusconi e delle controfigure più o meno brave, come Scelba o quel nobiluomo di Bettino Craxi, non c’è età della nostra storia che non porti il segno. I «casi eccezionali» dalle nostra parti non sono il «tour di force» in Commissione Giustizia, per cacciare dal Senato un pre-giudicato col quale però si governa il Paese; un «caso eccezionale» non è nemmeno la vicenda del voto palese per risolvere la sporca faccenda di un parlamentare che non ha mai avuto i requisiti per essere eletto e sono venti anni che ci sta. Ci sta tranquil-lamente, votato da milioni di elettori e benedetto dai colleghi del maggior partito italiano che se lo sono scelti come alleato. I «casi eccezionali» qui da noi sono i rari, rarissimi momenti di «normalità».
Il Paese va a rotoli, ma che importa? Noi abbiamo da risolvere il caso Berlusconi. A qualunque costo. Facciamoci ancora male, tanto che fa? Se abbiamo fatto la Resistenza e ci siamo tenuti il codice del fascista Rocco, possiamo tranquil-lamente cambiare la Carta costituzionale in compagnia di Alfano, Cicchitto, Qua-gliariello, Lupi, Lorenzin e la De Girolamo, tutti amici di Berlusconi. Attenzione, però, che bisogna studiarsi immediatamente un nuovo «rimedio eccezionale», perché il male cronico non guarirà e già si vede all’orizzonte una nuova terribile crisi: stavolta il germe si chiama Renzi o se volete uin misto tra Crispi e Mus-solini: un Berluschino.
Non avrei mai pensato di doverlo riconoscerlo – ho scritto due libri per dimo-strare che sbagliava – ma avevo torto io e ragione Gobetti: è vero, c’è una tara genetica che affligge questo Paese. Ormai però non il problema non fa più paura a nessuno. Per liberarci dei virus, infatti, abbiamo brevettato un metodo infallibile: ora curiamo la malattia uccidendo il malato.
Bravi, veramente bravi. Bravi da… morire.

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