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Archive for febbraio 2014

machiavelliA proposito del Principe di Machiavelli, Gramsci osservò che «le masse popolari dimenticano i mezzi impiegati per raggiungere un fine, se questo è storicamente progressivo e risolve i problemi essenziali dell’epoca». Per giudicare della «virtù» del Principe, quindi, occorre tempo per capire se abbia saputo parare i colpi della «fortuna». Si metta l’animo in pace, perciò, chi si scandalizza per il colpo vibrato da Renzi all’amico Letta. Paladino del merito, intanto, un merito Renzi ce l’ha: ha usato per bussola Machiavelli. Sarà stata un’impresa da Giuda, la sua, ma ai moralisti risponderà che i tempi – e quindi gli uomini – sono così «tristi», che ha dovuto decidersi a «intrare nel male». Il punto, perciò, non è se abbia colpito a tradimento. Conta che la condizione delle cose lo richiedesse e abbia inferto il colpo con una «crudeltà bene intesa». Conta, per esser chiari, che i fatti dimostrino, poi, che s’è trattato di ferocia «necessitata», capace di volgersi a una «bontà» delle scelte, che spieghi il «male» e lo riscatti in nome del «bene comune» che ne è venuto.
In questo senso, la formazione del governo, in particolare Stefania Giannini al Miur, fortilizio su cui si leva la bandiera del merito come grido di crociati – «Dio lo vuole!» – è la prima, vera cartina di tornasole per capire se il Principe ha voluto «intrare nel male» per quella «virtù» che produce «vantaggi collettivi», o per istinto da Giuda che il «suo» Machiavelli direbbe «azione egemonica», mirata alla «gloria», non alla necessità di un «bene» che susciti consenso popolare. Un consenso, si sa, che non è «caritatevole» e disinteressato, ma risponde al criterio del «do ut des»: il tuo potere, in cambio di un minimo di benessere e giustizia sociale.
Chi provi a cercarlo, un segnale che dica sin da ora dove s’indirizzi Renzi, lo troverà nella scelta che ha seguito il colpo; una scelta che presto chiarirà se, dato il peggio di sé in ragione della «durezza dei tempi» e dei «venti della fortuna», è ora pronto a cancellare l’impressione sgradevole d’una natura opaca, sensibile all’interesse «particulare» e incapace di ricavare dal male compiuto il cambiamento che conduce al «bene». E’ vero, Stefania Giannini non si valuta su dati «qualitativi» – il Miur, di cui è titolare, gioca le sue carte su un’idea «quantitativa» della valutazione – Invalsi e test, Anvur e «mediane» – e non bastano i valori di riferimento, che, non c’è dubbio, conducono alla famigerata «Agenda Monti», a criteri di «revisione della spesa pubblica» che diventano «tagli», alla detassazione delle sovvenzioni private a università e scuole che non hanno più accesso a fondi pubblici, al «prestito d’onore» come forma di finanziamento privato degli studi, che nei paesi anglosassoni consegna troppi giovani all’indebitamento a vita e al ricatto del «debito si studio» e, infine, alla dottrina Aprea sulla privatizzazione del sistema. Stefania Giannini, docente universitaria di glottologia, si valuta anzitutto coi parametri bibliometrici adottati dal Miur per i docenti.
Il Corsera e Wikipedia – che in tema di politici è più realista del re – ci dicono che la Giannini, glottologa e linguista, è diventata docente Associata all’Università di Perugia dal 1991, quando contava solo su una monografia scritta con una collega. Per carità, nessun giudizio di valore (il Miur non chiede alle Commissioni per l’abilitazione alla docenza di leggere i libri) solo un rilievo oggettivo: con le regole imposte oggi dall’Anvur – bibbia del Ministero – il suo lavoro, che sarà certamente un modello di scienza e innovazione, non le avrebbe dato la cattedra e la carriera, che l’ha poi vista rettrice dell’università di Perugia, ne sarebbe stata segnata, tanto più che, in seguito, assieme ad alcune «curatele», la ministra ha scritto una sola nuova monografia. Non c’è dubbio e va detto: sarebbe davvero stupido discutere del valore di Stefania Giannini in base a questi dati. Sarà studiosa di indiscutibile talento. Sta di fatto, però, che proprio in questo modo stupido l’università valuta oggi gli studiosi. E la ministra lo sa.
Per un governo che leva il vessillo della «cultura del merito», il tema della valutazione diventa a questo punto contraddizione grave e problema grande come una casa. O ha scelto Stefania Giannini in ragione di questa esperienza diretta, con l’intento di correggere le distorsioni di un sistema di valutazione dannoso e inefficiente, o Renzi e Giannini vendono fumo e l’ultima preoccupazione del governo è il sistema formativo. Fosse così, Letta politicamente ucciso e Giannini al Ministero di Carrozza, per dirla col maestro di Renzi, sarebbero «crudeltà male usate», offese che non evitano mali maggiori, non superano la dimensione dell’egoismo e non creano condizioni di miglioramento. Fosse così, stia certo Matteo Renzi, «appena si presenterà l’occasione del proprio profitto», la gente, ingannata, romperà l’impegno di fedeltà con «colui che inganna» e invano il Principe starà sul chi vive, sempre necessitato a tenere il coltello in mano». Il duca Valentino, privo di«virtù», perirà, travolto da quella«fortuna» che ha in odio i vili e non perdona i Giuda, tutte le volte che il tradimento si dimostra inutile. Con lui, purtroppo, cadrà però il Paese senza colpo ferire e all’Europa, che egli afferma di voler cambiare, sarà «licito pigliare la Italia col gesso», come fece Carlo VIII.  Non è un’esagerazione e nemmeno polemica politica. E’ la «realtà effettuale», direbbe Machiavelli: il PD del Principe rischia di portarci molti secoli indietro.

Uscito su Liberazione.it il 25 febbraio 2014 e su Fuoriregistro 1i 26 febbraio 2014

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downloadNiente televisione. Non ce la faccio, no, non l’accendo nemmeno se mi pagano! Il telegiornale mi dà la nausea e Napolitano è un incubo presente pure nei cartoni animati. Mi rifugio nella lettura e un sollievo a poco a poco lo trovo, finché non mi chiama, scandalizzato, un amico.
“Giuda ha messo insieme la sua banda”, mi dice.
“Non m’interessa”, replico, scostante, ma lui insiste e non c’è verso di fermarlo. “Peggio di tutti”, urla, “mi pare il ministro degli esteri. Federica Mogherini, si chiama, e si presenta con questo indecentissimo biglietto da visita: IAI (Istituto Affari Internazionali), Consiglio per le relazioni fra Italia e Stati Uniti, Presidente della delegazione italiana all’Assemblea parlamentare della NATO, fellow del German Marshall Fund degli Stati Uniti”.
Ecco qua. M’è passata pure la voglia di leggere.
Ma che cazzo di Paese è questo? Possibile che accetta pure Renzi senza scatenare l’inferno?

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Volantino rivolto alle donne di NapoliPer liquidare le Quattro Giornate di Napoli – «il glorioso […] episodio aurorale della Resistenza» – Claudio Pavone si fermò al ricordo crociano d’una lotta disperata «pro aris et focis» di «lazzari» senza éthos politico, che, nella storia della città, «per la prima volta si trovano dalla parte giusta». Qualcuno si scandalizzerà, e per questo probabilmente nessuno lo dice, ma i «lazzari» di Pavone fanno singolarmente il paio con la «plebaglia», il termine sprezzante utilizzato puntualmente dagli ufficiali di Hitler per descrivere la popolazione civile napoletana che li attaccava. Ci sono modi di dire che si ripetono costantemente. Ricorrono non solo nel linguaggio duro e venato di malcelato razzismo del tedesco Steinmayr, il direttore dello «Stern», che nel 1961 definì «la ribellione allo straniero oppressore, nella città dei mandolini e delle pizze, null’altro che un parapiglia tra papponi e prostitute», ma nelle note delle questure italiane dal 1861 a oggi; Settimana Rossa, o lotte per il salario, proteste per la casa o per il carovita, ogni volta che in piazza i lavoratori si fanno sentire e si ribellano a una qualche ingiustizia, la polizia tira fuori la «teppaglia».
Sembra quasi che esista una sorta di «internazionale del linguaggio classista» che è caratteristica del potere nelle sue diverse espressioni: quello secco e mistificatorio dei militari in guerra, quello dello storico, che si configura spesso come una variante colta della lingua dei vincitori, quello strumentale e fuorviante degli apparati repressivi nella loro anima poliziesca e in quella giuridica.
A cercare la verità, nell’incredibile guazzabuglio delle falsificazioni ufficiali, qualcosa, tuttavia, alla fine viene fuori. Per le Quattro Giornate, il lapsus freudiano è dei militari hitleriani, che, per giustificare la violenza bestiale delle rappresaglie, rivelano un dettaglio illuminante che smantella la ricostruzione bugiarda. Non c’era da andare troppo per il sottile – scrivono, infatti, gli ufficiali – c’era solo da «agire senza riguardo» e farlo senza indugio, perché la «mentalità vile e malvagia» della «canaglia» era ormai facile preda di una «propaganda comunista», che, sommata alla fame, rischiava di scatenare «in una sola volta tutti gli elementi rivoluzionari della città». Nella protesta che cresceva, quindi, – ecco la verità taciuta – si muovevano ed arano pronte ad agire forze politiche e si temeva addirittura una rivoluzione. Altro che «lazzari»! Dopo tante chiacchiere sulla «canaglia», ecco emergere un’anima politica delle «Quattro Giornate». Ecco anche, però, allo stesso tempo, la lezione della storia che riguarda il passato, ma parla al presente. Mettete i militanti e i disoccupati arrestati in questi giorni tra Roma e Napoli al posto della «teppaglia», mettete la polizia e un giudice al posto degli ufficiale tedeschi e non farete fatica a vedere ciò che si cela dietro gli arresti e le denunzie: la crisi incalza e morde così forte, che non bastano certo Renzi e il suo pugnale da Bruto a fermare la giusta rabbia della gente. Senza violenta repressione, la «canaglia», sensibile alla «propaganda comunista», e l’osceno spettacolo offerto dalla politica, potrebbero scatenare «in una sola volta tutti gli elementi rivoluzionari della città». Non ci vuole molto a capirlo e la lezione è amara, ma preziosa: il processo che si sta mettendo in scena non solo è evidentemente politico, ma rivela una preoccupazione che sconfina nella paura. A chi non ricorda più come andarono le cose, conviene rammentarlo: in quattro giorni i tedeschi sbaraccarono.
Spesso la «canaglia» ha dalla sua le leggi della storia e le ragioni del futuro.

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Di Vilio Pasquale Anarchico e combattente delle Quattro GiornateDopo la Val di Susa, anche a Roma e a Napoli arresti e retate di militanti segnano un giro di vite di un governo che se ne va, pugnalato alla schiena da una nullità come Renzi, segretario del maggior partito di maggioranza, in una guerra per bande tutta interna ai partiti. La politica non c’entra e non c’entrano nulla i problemi della gente che soffre per gli errori, l’incapacità, la cialtroneria, la sete di potere e le politiche classiste di una banda di nominati priva di legittimità politica e morale. Una classe dirigente di gran lunga peggiore di quella fascista.
Non ho voglia di discorsi politici. Sono stanco. Passo lunghe ore in archivio, deciso a cercare le radici del presente nel nostro passato, per ricordare a quanti lottano e non si sono arresi chi siamo e da dove veniamo. Non sprecherò parole. Desidero solo mandare un messaggio di solidarietà e di incoraggiamento a chi è caduto in mano a un sistema repressivo nemico giurato della giustizia sociale. A loro dedico una foto che è da sola un programma, un impegno e una certezza. Fu scattata dalla polizia fascista a Pasquale di Vilio, un anarchico di Scisciano, nei pressi di Napoli, dopo un arresto eseguito con le logiche che hanno condotto in galera oggi gente che lotta per il lavoro e la casa. Le stesse leggi, identiche, e le stesse imputazioni: il codice era ed è quello del fascista Rocco e la volontà repressiva è immutata. Quest’uomo lottò come poté, si piegò, quando lottare poteva significare spezzarsi, non collaborò mai, non cambiò mai idea, non rinunziò a credere in quello che riteneva giusto. Per non farsi spezzare il futuro, cospirò, ma scelse la via della prudenza. Un rivoluzionario sa che non è giusto rischiare, senza avere fondati motivi per credere di poter restituire il colpo. Il 27 settembre del 1943, quando si giunse alla resa dei conti, Pasquale Di Vilio uscì allo scoperto, armi in pugno, e per fascisti e nazisti non ci fu scampo. Le Quattro Giornate le chiamano gli storici, ma in genere si racconta che si trattava di “scugnizzi”, perché il potere ha paura dei popoli che prendono in mano il loro destino e lottano. Quest’uomo è la prova che non furono gli “scugnizzi” a costringere i tedeschi alla resa. Ce n’erano tanti come lui. Lottarono per se stessi e per tutti noi. Dopo la sconfitta del regime, fu un apprezzato sindacalista. I compagni che ne conoscevano l’impegno lo chiamavano “Sbardellotto”, perché ricordava l’anarchico fucilato da Mussolini. E’ una lezione da non dimenticare: non c’è nessun regime capace di durare e non c’è popolo che si rassegni alla violenza del potere. Chi pensa di chiudere la partita con gli arresti, le manette e la galera, ha fatto male i suoi conti. E’ solo questione di tempo.
Questa è la storia e occorre farci i conti.

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scansione0002Si dice ed è vero: la «Grande guerra», ci costò seicentomila uomini, per lo più lavoratori, costretti in trincea dopo il «maggio radioso», nonostante i moti della «Settimana Rossa». Si tace, ma Giovanna Procacci lo ha dimostrato senza ombra di dubbi: centomila di quei morti non li fece il «nemico», ma lo Stato Maggiore e i governi del re. Prigionieri di Paesi ridotti alla fame – la Croce Rossa Internazionale chiese invano all’Italia cibo e coperte – furono lasciati al loro destino e morirono di stenti. Chi aveva voluto la guerra ritenne la resa tradimento e lasciò morire i soldati caduti in mano al nemico. Per quei centomila uomini, espulsi dalla «memoria di Stato», non scrivono artisti, non si appassionano politici, non ci sono corone e discorsi ufficiali. Condannati al silenzio persino dai baccanali nazionalisti dell’ex ministro La Russa, quando nelle scuole c’era un andirivieni di militari che narravano agli studenti le mirabili imprese della «inutile strage».
Nell’inarrestabile eclissi della ragione, invano sparute pattuglie di studiosi ricostruiscono con scrupolo filologico, dovizia di documenti e onestà professionale, le politiche culturali del fascismo, la snazionalizzazione delle «terre irredente» e la semina d’odio che tra il ’22 e il ’40, mise a coltura il vento che scatenò tempeste di sangue e morte col genocidio degli etiopi gassati e le operazioni antiguerriglia nei Balcani. Si sa, ma non si dice: per annichilire il consenso attorno all’esercito di liberazione, i lanciafiamme crearono decine di Marzabotto slave. Si finge d’ignorare persino la presa di coscienza di migliaia di soldati che, stanchi di uccidere civili, dopo l’armistizio, formarono la «Divisione Italia» e combatterono nell’esercito di Tito la guerra dell’Europa per i più alti valori della civiltà, contro il nazifascismo. Le tappe della «semina» e il suo esito sconvolgente non si conciliano con le finalità politiche della verità di Stato e della «memoria a scadenza fissa».
Saldare i conti con la propria storia non produce consenso. Nessuno perciò vuol ricordare Irma Melany Skodnik, cognata di Matteo Renato Imbriani, erede della mazziniana «Società Irredenta per l’Italia» e anima di quella «Pro Dalmazia» che nutre l’utopia della pace garantita da una patria per ogni popolo, poi, dopo la «vittoria tradita», infiltrata dai fascisti, s’impantana nel terreno melmoso della «supremazia dei popoli civili». Ricordarlo, vorrebbe dire riconoscere che, da quel momento, un nazionalismo che sa di razzismo investe come un ciclone i circuiti formativi, sicché, nel fiorire di iniziative «culturali», la fanno da padroni un «Foscolo dalmata», Michele Novelli e i canti di guerra per l’eccidio di Sciara Sciat contro «gli arabi traditori maledetti» e l’oratoria di Camillo Casilli per la «Dalmazia irredenta». La violenza nutre così una gioventù per la quale si recuperano Odoacre Caterini e le «Visioni Dalmate», poesia e geografia della razza, in cui i «rupestri contrafforti delle Dinariche staccano come inappellabile decreto di separazione etnica le turbolente terre balcaniche».
Tra il 1926 e il 1929, fascistizzato l’irredentismo e ridotta la «Pro Dalmazia» a «Comitati d’Azione Dalmata» militarmente organizzati, il fascismo s’insinua nelle coscienze dei giovani; qui un «eroe» fascista – Mario Mastrandrea, istriano e bombarolo, che ha disseminato di morti le piazze operaie – attraversa l’Italia a passo di marcia e giunge a Fiume, per portare a casa «sacre ampolle del mare di porto Barros», lì un improvvisato comitato conduce in «patria» dall’Istria, in pompa magna, fanciulli sottratti agli slavi, ospitati da famiglie italiane. L’obiettivo diventa chiaro nel 1929, quando Eugenio Coselschi, anima nera del fascismo di seconda fila, inserisce nei circuiti culturali e nelle giovani menti l’odio violento del «canto di Caleo» – il «Memento Dalmatiae»: «Ringhio! Ed il ringhiar mio non avrà fine se non quando la nostra lama avrà inchiodato nel granito adamantino delle mura di Spalato romana i profanatori dei nostri focolari». Di lì a poco, nel 1930, Alfredo Vittorio Russo, porta nella campagna demografica il tema della «qualità della razza e dei rapporti con l’Eugenetica». E’ l’invito aperto alla selezione della razza, al controllo delle classi subalterne e della «bassa qualità degli individui» che producono; per affrontare il pericolo giallo e quello slavo, afferma Russo, non basta il «numero», occorre proibire i matrimoni tra «gente tarata», che in genere è povera gente, e «rieducare» i figli dei «deviati» in appositi istituti.
In questo clima culturale, fioriscono i «Battaglioni Dalmati», pronti a versare fino all’ultima goccia di sangue contro la barbarie slava. Dietro le bandiere dalmate listate a lutto, con le tradizionali teste di leopardo in campo azzurro, si celano la «benevolenza» dei Principi di Piemonte e segmenti del regime: il generale Coselschi, comandante dei Comitati d’Azione per l’universalità di Roma, Enrico Scodnik con l’Associazione Volontari di guerra, l’Opera Balilla e quella per il Dopolavoro. Ettore Conti della Banca Commerciale, la Federazione Industria e Commercio e la Montecatini assicurano il sostegno economico della finanza e degli imprenditori, che pagano le spese per portare nelle scuole un irredentismo, che «formi i giovani destinati a riconquistare le terre italiane e a tenerle in pugno». Mentre una sorta di delirio produce «Gruppi d’azione irredentista corsa» e «Comitati per la Tunisia italiana», i giovani urlano la loro passione malata: «Dalmazia o morte» è il grido ricorrente. Mani e menti, ormai armate, preparano la tragedia. Sarà un bagno di sangue.
Dopo decenni, il Mediterraneo, ridotto a un cimitero, fa invano da campanello d’allarme. Qui da noi la retorica della memoria ignora ciò che è stato e alimenta il mito della «brava gente»; in Parlamento si fa strada una legge – Napolitano l’ha sollecitata – che pare sacrosanta e innocua, ma, di fatto, è un bavaglio per la «memoria fuori protocollo». «Negazionismo» è la parola magica ma si direbbe che la politica, decisa a scrivere senza intralci una verità di Stato, punti direttamente alla libertà di ricerca e di insegnamento. Quali giudici – e con quali competenze – giudicheranno gli storici non è dato capire. Su un punto, però, si può esser d’accordo: quando il passato fa tanta paura al presente, il futuro si tinge di nero.

Uscito su Fuoriregistro e su Liberazione il 10 febbraio 2014

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Copia di 26885112_eterna-finzione-della-liberta-ritrovata-0Pare che Berlusconi sia seriamente preoccupato, Napolitano profondamente irritato e Pietro Grasso a dir poco  sconcertato. Di Laura Boldrini, meglio non parlare; non lo dice nessuno, ma le notizie trapelano e destano serie preoccupazioni:  ha trascorso la giornata tra crisi isteriche, svenimenti e sali ammoniacali per rianimarsi. Che dei magistrati facessero un simile regalo al suo più acerrimo nemico, proprio non se l’aspettava, la Presidente della Camera! A Torino la Procura, chissà per quali scopi segreti,  s’è messa, infatti, a complottare contro la repubblica! E’ ormai certo, infatti, che intende processare Grillo per il reato di “ingresso in baita sigillata“. Le ragioni non sono chiare, ma è in arrivo un’altra accusa, tirata fuori fresca fresca dal codice Rocco. Scartata l’ipotesi dell’omicidio – Grillo ha incitato la polizia a non scortare più i politici e, quindi, è il potenziale mandante d’una strage – si è optato per il reato di “incitamento alla disobbedienza“. Il piano è scoperto e non ci vuole molto a capirlo: ci sono Procure della Repubblica che hanno deciso di fare una tale campagna elettorale a Grillo, che l’Italia voterà in massa per i Cinque Stelle!

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scansione0001Da giorni ad Alessandra Kersevan, studiosa seria e preparata, che documenta ogni sua ricerca con grande scrupolo e notevole capacità professionale, si sta impedendo di parlare. Avrebbe diritto di farlo, anche se dicesse sciocchezze, ma non è così. In sua difesa, si dovrebbero sollevare tutti, anche gli avversari. Non parla nessuno. La Boldrini, Grasso, Napolitano recitano, predicano, ma assieme pensano a come far passare una legge liberticida contro quello che chiamano «negazionismo», e punta invece a cancellare la libertà di ricerca, di pensiero e di opinione. Ci mancano solo le manette. Verranno anche quelle, temo. Chissà se qualcuno si sveglierà dal sonno e finalmente proverà a dire basta.
So quanto vale Alessandra. Con lei ho scritto un libro e mi permetto di dire che tutti dovrebbero leggerlo,perché è raro trovare tanta chiarezza, una così indiscutibile documentazione su argomenti che si avviano a diventare una sorta di religione di Stato sulla quale è proibito discutere.  Purtroppo non è più facile da reperire, ma non escludo che si possa ristampare.
Sono solidale con Alessandra Kersevan e non ho dubbi: chi vuole che stia zitta è semplicemente fascista. Qui, su questo blog, ha ed avrà diritto di parola. E chi vuole può ascoltarla. E’ solo un’intervista e si vede che è scossa, ma la sua accusa è chiarissima e la faccio mia: in Italia c’è ormai un regime, una vergognosa, vile e intollerabile dittatura.

 Ecco il link con la breve intervista.

Uscito su Contropiano il 7 febbraio 2014

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