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Archive for luglio 2010

L’Italia “imperiale” del 1939 ha i lineamenti del capitalismo straccione di retroguardia: è cinica, cieca e degenerata. L’alleato nazista fa paura e la retorica sulla missione di “Roma universale” smorza i toni eroici del nazionalismo italico, ma il ritorno all’irredentismo radicale di Timeus ha aperto la via all’odio razziale “che non può avere il suo compimento se non nella sparizione completa di […] un nemico che si deve odiare e combattere senza quartiere”[1]. All’ordine del giorno c’è il delirio del “goliardo dalmato oppresso” che, minaccia: “Io ringhio e il ringhiare mio non avrà fine se non quando la nostra lama avrà inchiodato nel granito adamantino delle mura di Spalato romana i profanatori dei nostri focolari, i bestemmiatori del nome sacro d’Italia”[2]. Nelle strade complici e indifferenti manifesti ignobili mettono insieme sprezzanti “il nero, l’ebreo e il comunista” e Visco, Pende e Cipriani, esempi di morale e di scienza fascista, in genti dai mille semi, vedono campioni ariani, purissimi e guerrieri[3]. Pronto al cimento, nei popolari disegni di Beltrame e sulle colonne della “Domenica del Corriere”, il legionario fascista, nato “corsaro e distruttor di navi”, è ormai il dannunziano “protagonista di folgoranti imprese” e l’invincibile eroe che “osa l’inosato”. E’ l’ora del “milite glorioso”. In Aragona e Catalogna, “le avanguardie della divisione Littorio” non mancano mai d’un “arditissimo sottotenente” che si impadronisce “di un autocarro carico di dinamite e, sventolando il tricolore” insegue il nemico fatalmente “in rotta”[4]. Quale sia stata poi la sorte degli immancabili ufficiali, la “Domenica del Corriere” e Beltrame non dicono e poco se n’è parlato in seguito, quando di quel tempo s’è intuita la vergogna. In realtà, gli eroi di tutte le guerre hanno la vita breve d’un istante di gloria sanguinosa e li ricorda il marmo d’una piazza indifferente. L’eroismo dell’Italia “imperiale” del ’39, come accadrà per quella che oggi esporta la pace a colpi di cannone, non si legge nei disegni del “Corriere” di turno o sui cippi dei caduti. Occorre cercarla nelle pieghe oscure d’una verità che nessuno racconta: la sorte dell’eroe sopravvissuto. Si scopre così quanto passato vive ancora nel nostro presente che, non a caso, è il passato dei nostri figli.

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Sopracciglia grigie, baffi brizzolati, […] statura alta, corporatura media […], viso poligonale”… In una nota informativa asciutta fino allo schematismo e, per molti versi gelida, Pasquale Ilaria, ormai cinquantenne, mostra sul volto “bruno e rugoso” la trama delle “cicatrici alla regione sopraccigliare sinistra, conseguenti a ferite di pallottole di shrapnel”. Sono segni evidenti del comportamento eroico nell’inferno delle trincee e, ad un tempo, il debito che la patria ha contratto con un suo figlio valoroso negli anni lontani della giovinezza[5].
Geometra di Caposele, “ex capitano del Regio Esercito, volontario della guerra libica ed invalido di guerra nella conflagrazione del 1915-1918, decorato al valor militare”, l’Ilaria è sopravvissuto al suo eroismo e, come accade assai spesso ai reduci, tornato in abiti borghesi, non si fida più molto dei “capi”, discute gli ordini e giunge a disobbedire[6]. Ilaria non ama il fascismo e diffida del suo tentativo di costruire sulla “Grande guerra” il mito di un eroismo che supera se stesso, che è

qualcosa di più: é una milizia, é una religione, una passione che infiamma tutti i giovani generosi italiani e con i giovani gli adolescenti ed i vecchi che non si sentono tali e che hanno raccolta la face viva riaccesa dei morti della grande guerra”[7].

Ilaria, che non si riconosce in questo “eroismo”, si defila, “chiamandosi fuori” ed “esce” dal mito. C’è, in questo suo comportamento, un che di volontario, un rifiuto istintivo, ma non del tutto inconsapevole, della funzione omologante assegnata a un eroismo “mummificato” dagli stereotipi di una società gerarchizzata. Contro questa società, scriverà anni dopo, egli si schiera quasi naturalmente, “per amor di verità, di moralità, di legalità, cioè di ordine, e per carità di patria”[8].
Per il regime di Mussolini Ilaria è inizialmente un enigma. Uomo d’ordine per sua stessa ammissione, ma incompatibile con l’ordine fascista fondato sull’etica del manganello, il capitano che, nell’orrore del fronte, ha imparato a conoscere e rispettare l’umanità, il coraggio e la sofferenza della povera gente mandata al macello, pensa a un Paese che, senza rinunciare alla tutela della proprietà e della gerarchia, ritenga sacri i diritti civili e la dignità dell’uomo. Un uomo così, uno che non ha un partito, non è un attivista e non si propone di fare carriera politica, potrebbe apparire tutto sommato innocuo – e in fondo lo è – ma il fascismo diffida e sente di doverlo temere. Il fatto è che, senza nemmeno volerlo, semplicemente per ciò che rappresenta con la sua storia e la sua posizione sociale, l’ex ufficiale e le sue convinzioni costituiscono di fatto, per l’ordine in camicia nera, una sfida insidiosa e per certi versi intollerabile. E non si tratta solo, come potrebbe apparire, del fatto che l’uomo si colloca a destra, in un terreno politico che il regime tende per sua natura a monopolizzare. C’è dell’altro. Così com’è, vestita dei panni di un soldato valoroso, la sua idea di patria, lontana e sostanzialmente diversa da quella fascista, potrebbe trovare facilmente consensi tra ceti sociali che concorrono a formare la base di consenso del regime. In questo senso, essa non solo è alternativa ma, a ben vedere, costituisce una sorta di anomalia, una vera e propria “diversità” e, in quanto tale, fatalmente “sovversiva”.
Com’è naturale, la replica è dura e immediata. Subito dopo le leggi “fascistissime”, infatti, ai primi del 1927, il regime, che pure s’atteggia a patrono di invalidi e combattenti, getta la maschera e inserisce l’ufficiale decorato nell’elenco dei sovversivi pericolosi da arrestare in determinate occasioni[9]. L’inevitabile conflitto è immediatamente duro e così difficile da gestire, che stavolta le autorità di pubblica sicurezza ricorrono subito alle maniere forti. Nel 1928, quando Ilaria è sorpreso a distribuire volantini ostili al regime, pronta e implacabile giunge la denuncia all’Autorità Giudiziaria, cui fanno da contorno la sorveglianza asfissiante, la schedatura e la minaccia di un rapido ricorso alla legge contro i “sovversivi”[10].
Il coraggio della trincea non sempre basta ad affrontare, in tempo di pace, la guerra della vita e Ilaria, messo spalle al muro, cede e finisce col chiudersi in un silenzio sprezzante, ma del tutto inoffensivo. Con la resa umiliante al regime, la vicenda sembra esaurire definitivamente la protesta antifascista dell’ex capitano del genio, ma le cose non stanno così. Nel 1939 Mussolini sente che l’alleanza con Hitler e l’antisemitismo inquietano piccoli e medi borghesi come Ilaria. Da anni il regime va avanti senza una filosofia della politica; tutto trasuda retorica e dietro le formule di rito e il dinamismo pseudo futurista dei gerarchi, fanno capolino una preoccupante frattura con la cultura, le tradizioni e le abitudini dei ceti popolari e un vuoto di valori coperto a malapena dagli slogan d’una incessante propaganda. Mentre l’anticapitalismo di facciata non può nascondere la corruzione e i cedimenti agli interessi della borghesia capitalista, Mussolini sente istintivamente che il fascismo non fa più presa; l’alleanza con Hitler e gli eccessi dell’antisemitismo inquietano la piccola e media borghesia da cui proviene Ilaria ma, piuttosto che provare a capire, inasprisce la polemica ideologica, aggiungendo al danno la beffa. Ilaria e quanti come lui manifestano resistenze democratizzanti, sono investiti così dalla strumentale “polemica antiborghese” del duce, in cui trovano spazio Rossoni, Olivetti, Malusardi, Chilanti, Orano, De Ambris, esponenti della cosiddetta “sinistra fascista”, gente passata per lo più dalla militanza nelle organizzazioni o nella stampa socialista e anarchica alle strutture politiche e sindacali del regime, che trova naturalmente comodo attaccare il “vecchio fascismo”[11].
E’ il momento dei “poderosi cazzotti nello stomaco della borghesia italiana”[12], il trionfo delle chiacchiere e dei formalismi, mentre gli avvenimenti corrono veloci e sempre più incontrollabili. “Chi si ferma è perduto”, recita uno slogan che annuncia la disperazione di chi corre senza avere una meta, e il vuoto si riempie di vuoto. Nascono il passo romano di parata, l’abolizione del lei, l’uniforme per gli impiegati civili e la militarizzazione della società. “Dobbiamo liberarci della borghesia” dichiara il duce, di fronte al naufragio dell’anima sindacale del corporativismo, ma intuisce che un filo si spezza, che gli Ilaria si moltiplicano, e si volge tardivamente ai “ceti proletari”. Dopo aver negato i più elementari diritti e cancellato ogni autonomia delle masse lavoratrici, c’è chi, nel regime, orchestra una strumentale babele socialistoide per accreditare un “nuovo fascismo”, che di fatto ignora i bisogni veri delle classi subalterne, ma dichiara genericamente di voler porre i ceti proletari sullo stesso livello delle classi padronali[13]. In un crescendo di menzogne che non conquistano l’operaio e disgustano sempre più i borghesi come Ilaria, al mito del soldato, prudentemente “ingessato” negli anni Venti, si affianca ora quello di lavoratori sempre più piegati ai voleri dei padroni, per i quali, promette la “sinistra”, il regime prepara un futuro in cui non saranno più “merce”[14].
Nella primavera del 1939, l’approvazione del testo unico sulle acque –e le occasioni di speculazioni più o meno lecite che la legge offre a chi è pronto a profittarne – pongono l’Ilaria di fronte all’arroganza del potere fascista[15]. L’occasione dello scontro è la cessione di alcune sorgenti del Sele all’Ente Acquedotto Pugliese da parte dell’amministrazione comunale di Caposele, coperta dalla nuova legge. Per tutelare l’antico “uso civico” delle acque da quella che si profila come una vera e propria “privatizzazione ante litteram” di un bene comune, con tutto quanto queste operazioni possono comportare in termini di torbidi interessi e rischi ambientali, Ilaria stavolta non fa calcoli, rompe il lungo silenzio e, senza badare ai rischi di un’aperta contestazione, prende una posizione dura e coraggiosa e coinvolge senza fatica la popolazione del piccolo centro. Margini di mediazione però non ce ne sono e, a meno di non volersi tirare nuovamente indietro, la rottura con l’amministrazione fascista è inevitabile. Ilaria non si ferma, incontra popolani, li organizza. Gli eventi precipitano in un baleno e l’ex ufficiale finisce col trovarsi alla testa di una manifestazione pubblica che assume per il regime i connotati di una vera e propria rivolta. La misura è colma[16].
Arrestato il 19 giugno del 1939 “per avere sobillato la popolazione di Caposele ad inscenare una dimostrazione ostile all’Amministrazione comunale”, il 30 giugno l’ex ufficiale del Genio finisce davanti alla Commissione Provinciale per i provvedimenti di polizia[17]. Una formalità che non può riservare sorprese e non lascia speranze. La Commissione, infatti,

esaminati gli atti annessi alla denunzia ed i precedenti morali e penali […], ritenuto […] che lo Ilaria Pasquale è individuo pericoloso alla sicurezza pubblica e all’ordine nazionale”, lo assegna “al confino di polizia per un periodo di anni cinque”[18].

Come a voler riscattare il lungo e probabilmente doloroso decennio di silenzi e di sostanziale rinuncia a lottare, l’Ilaria contesta la decisione in un dettagliato ricorso, in cui denuncia il clima di illegalità che ha caratterizzato la vicenda, la violazione dei suoi diritti di imputato e, soprattutto, “gli atti di violenza che avevano preceduto, accompagnato e seguito la sentenza della Commissione”[19]. Tremiti, dove il regime lo seppellisce, riesce inizialmente ad atterrirlo e, per sfuggire alla pena, l’uomo si affida al suo passato di soldato, presentando una domanda di arruolamento, che non viene nemmeno presa in considerazione[20].
La condanna al confino e il successivo rifiuto di sperimentare la via di un onorevole compromesso, accettando un ritorno alla vita militare, segnano l’inevitabile epilogo d’una vicenda che va ben oltre la questione dell’ordine pubblico e il caso personale dell’Ilaria. Accecato dal delirio di onnipotenza del suo “duce”, il regime non coglie il significato profondo e, per molti versi emblematico, della rottura irrimediabile che si va consumando. Eppure, alla vigilia di un cimento militare che si rivelerà decisivo per le sorti del fascismo, l’opposizione aperta dell’ex ufficiale, un eroe di guerra decorato al valor militare, che non ha un definito “colore politico”, non può ricondursi ai temi del dissenso “rosso”, ma ha messo insieme contro il regime artigiani e contadini, è la spia d’un malessere profondo, dal quale nasce – ed è destinato ad assumere una preoccupante consistenza – un antifascismo collocato nel campo moderato, monarchico e cattolico: l’antifascismo degli “uomini d’ordine”, dell’amor patrio e del senso dello Stato, la cui coscienza morale e giuridica è sempre più incompatibile con quanto rimane vivo del mondo liberale, col disprezzo delle fondamentali libertà civili, col dichiarato “razzismo” e con una politica estera di isolamento, che lega il Paese alle sorti della Germania nazista. E’ una crepa ben più profonda di quanto possa apparire, che ha radici lontane e, nel momento della crisi del regime e del tradimento dei Savoia, produrrà una “resistenza di destra”, minoritaria, ma non per questo priva di un suo peso specifico nelle vicende che condurranno alla nascita della repubblica[21].
Se sul piano personale la rottura col regime segna per l’Ilaria una irrimediabile sconfitta, il suo caso costituisce, tuttavia, una testimonianza emblematica del lento ma inesorabile distacco del fascismo dalla sensibilità politica e dai principi morali di una borghesia cattolica che sa parlare alla gente e, dopo anni di consenso ambiguo e precario, matura un dissenso che, se si manifesta pubblicamente in maniera solo sporadica, preannuncia, tuttavia, l’isolamento e la crisi del regime, incapace di sopravvivere alle conseguenze della tragica avventura bellica.
Il 27 ottobre 1939, pochi giorni prima che la Commissione d’appello rigetti il suo ricorso, l’Ilaria invia “a S. M. Vittorio Emanuele Terzo, Re d’Italia e d’Albania ed Imperatore d’Etiopia” una breve lettera, in cui supplica il sovrano

di convertire l’arbitraria e provocatoria tortura del suo confino con la pena, più umana e più vantaggiosa per l’erario, della fucilazione che egli dichiara di preferire”[22].

Da Tremiti, intanto, superato l’iniziale avvilimento, l’ex ufficiale invia a Roma un esposto durissimo ed esprime come può la sua crescente distanza dal fascismo, rivolgendo continue critiche ai rappresentanti di quelle autorità verso le quali, scrive con lucido puntiglio, “nell’attuale periodo di emergenza della nazione”, non può che nutrire “per principio e per convinzione […] il massimo rispetto”[23]. L’occasione per un giudizio definitivo e irrevocabile sul regime giunge nell’autunno del 1941, quando l’Ilaria rifiuta una “sanatoria” offerta in cambio di un gesto di sottomissione e, dopo aver brevemente accennato al suo passato di soldato che, puntualizza, “è costretto a mettere in evidenza in sua legittima difesa contro l’accusa di antinazionalità”, ricorda a Mussolini che gli uomini veri riconoscono un solo padrone: la coscienza. Essa, prosegue,

sua tiranna e sua consigliera implacabile, non gli ha mai permesso che il desiderio di liberazione dal tormentoso confino prevalesse sul dovere e sulla dignità di modesto patriota legalitario, cristiano, qual egli, con gravi sacrifizi, ha cercato di essere”[24].

Se l’idea fascista di patria, conclude lucidamente l’Ilaria, produce un regime che perseguita ingiustamente un patriota e tenta di corromperne la coscienza, quella non è, non può essere la

Nazione alle cui fortune anch’egli, modestamente, con la sua opera e il suo sangue, seguendo l’esempio dei Maggiori, ha cercato di dare il suo contributo disinteressatamente”[25].

Alla patria per cui ha combattuto, un soldato può domandare “giustizia, non clemenza […], giustizia formale ed effettiva” che “non può non attendere con serena fiducia”[26].
Si consuma così, col richiamo a una giustizia che certamente verrà, sia pure a conclusione d’una tragedia, il divorzio del regime da quei patrioti che ha esaltato e tradito e non ci sono dubbi, si può riconoscerlo onestamente: qui muore davvero la patria fascista. Prima, molto prima della sconfitta militare e dell’armistizio[27]. Una morte per cui non occorre autopsia: il regime affonda nel fango prodotto in vent’anni. Quei vent’anni in cui la vita di Ilaria e dei suoi mille sconosciuti compagni di lotta assume quasi il valore una risposta al pessimismo di Gobetti: il fascismo, ci dice la storia del geometra, non fu l’autobiografia di un popolo[28].

Note

1] Ruggero Timeus, Trieste, Gaetano Garzoni Provenzali, Roma, 1914, pag. 9.

2] Sul “fascismo universale” e sull’Internazionale fascista le pubblicazioni risalgono in gran parte agli anni del regime. Tra gli studi successivi, si possono vedere Marco Cruzzi, L’Internazionale delle camicie nere. I Caur 1933-1939, presentazione di Michael A. Leden, Mursia, Milano, 2005, e Giuseppe Aragno, Dall’irredentismo al fascismo, in Idem (a cura di), Fascismo e foibe. Ideologia e pratica della violenza nei Balcani, presentazione di Spartaco Capogreco, La Città del Sole, Napoli, 2008. Su Eugenio Coselschi, cenni significativi in Ferdinando Cordova, Arditi e legionari dannunziani, Manifesto libri, Roma, 2007, passim, (ristampa dell’omonimo saggio pubblicato da Marsilio nel 1969), e Marco Cruzzi, L’irredentismo dalmata di Eugenio Coselschi, in “Centro di Ricerche Storiche, Rovigno”, Quaderni, vol. XIX, Unione Italiana, Fiume, Università Popolare, Rovigno, 2008, pp. 187-208.

3] Sabato Visco, Nicola Pende e Lidio Cipriani, docenti universitari, firmarono coi colleghi Leone Franzi, Lino Businco, Arturo Donaggio, Guido Landra, Marcello Ricci, Edoardo Zavattari e Franco Savorgnan, il Manifesto degli scienziati razzisti. Nato sotto l’egida del Ministero della Cultura Popolare e intitolato Il Fascismo e i problemi della razza, il Manifesto uscì il 15 luglio 1938 sul “Giornale d’Italia” firmato da un non meglio identificato “gruppo di studiosi fascisti, docenti nelle università italiane”; il 5 agosto 1938, però, fu pubblicato di nuovo dalla rivista “La difesa della razza” che rendeva note le firme degli autori. Per quel che riguarda la “classificazione” delle razze, Sarfatti ricorda due riepiloghi parziali, che non riguardavano gli ebrei, elaborati dalla Direzione generale demografia e razza, istituita da Mussolini presso il ministero dell’interno di cui era titolare. Un elenco dell’estate 1938 definiva non ariani arabo-berberi, armeni, indiani, mongoli, negri, palestinesi, turchi e yemeniti. Nel 1939 una circolare, che vietava i matrimoni misti, aggiungeva all’elenco cinesi, libanesi e meticci e definiva ariani gli albanesi cristiani o musulmani, gli armeni, gli indiani e gli iraniani; per gli egiziani permanevano ridicole incertezze, dovute soprattutto a considerazioni geo-politiche, che rivelano la sostanza criminale dei provvedimenti. Sul tema, si vedano Enzo Collotti, Il fascismo e gli ebrei, Le leggi razziali in Italia, Laterza, Roma-Bari, 2003; Michele Sarfatti, Gli ebrei nell’Italia fascista. Vicende, identità, persecuzione, Einaudi, Torino, 2007; Tommaso Dell’Era, Il manifesto della razza, Utet, Torino, 2008.

4] Eroismo italiano in Catalogna, “Domenica del Corriere”, 17-4-1938.

5] ACS, Confino, b. 531, f. “Ilaria Pasquale”, giugno 1939, foto segnaletiche e connotati.

6] Ivi, e Rosa Spadafora, Il popolo al confino…, cit., pp. 268-269.

7] Benito Mussolini, Scritti e discorsi, Hoepli, Milano, 1934, II, pp. 207-08 riportato da Elisa Martinez Garrido ne Il primo discorso fascista di Mussolini: la traccia dannunziana, in Cuadernos de Filología Italiana, 5. 213-229. Servicio de Publicaciones UCM. Madrid, 1998 p. 225.

8] ACS, Confino, b. 531, f. “Ilaria…, cit., lettera del 19-10-1941, cit. Sulla retorica dell’eroe fascista si veda Enzo Nizza, Autobiografia del Fascismo, note storiche di Eugenio Zangrandi, La Pietra, Sesto San Giovanni, 1994.

9] Ivi, profilo biografico e Rosa Spadafora, Il popolo al confino…, cit.

10] ACS, Confino, b. 531, f. “Ilaria…, cit., rapporti del 1927-1928 e copia della denuncia del 1928.

11] Edgardo Sulis (a cura di), Processo alla borghesia, Edizioni Roma, Roma, 1939; Giuseppe Parlato, La Sinistra fascista. Storia di un progetto mancato, Il Mulino, Bologna, 2000. A certificare le origini socialiste e anarco-sindacaliste di alcuni di questi fascisti, c’è l’eloquente testimonianza dei fascicoli personali della polizia politica che non furono mai distrutti. Si vedano in proposito ACS, CPC, b. 1304, f. “Felice Chilanti”; b. 1633, f. “Amilcare De Ambris”; b. 1803, f. Ottavio Dinale; b. 2964, f. “Edoardo Malusardi”; b. 3586, f. “Angiolo Oliviero Olivetti”; b. 3597, f. “Paolo Orano” e b. 4466, f. “Edmondo Rossoni”. Sul Rossoni si veda anche Ferdinando Cordova, Verso lo Stato totalitario, Sindacati, società, fascismo, Rubettino, Soveria Mandelli, 2005; su Malusardi c’è ora la bella biografia di Alessandro Luparini nel Dizionario Biografico degli anarchici italiani, diretto da Maurizio Antonioli, Giampietro Berti, Santi Fedele e Pasquale Iuso, Biblioteca Serantini, Pisa, 2004, II, pp. 69-70.

12] La legge sulle acque è la 1497 del 29 giugno 1939.

13] Felice Chilanti, Ettore Soave, Dominare i prezzi e superare il salario, Il lavoro fascista, Roma, 1938.

14] Edgardo Sulis, Rivoluzione ideale, Vallecchi, Firenze, 1939.

15] Riportato da Enzo Santarelli, Storia del fascismo, Editori Riuniti, Roma, 1973 (II ediz.), III, pp. 113-115. Sul tema si veda anche Renzo De Felice, Mussolini il duce. Lo Stato totalitario 1936-1940, Einaudi, Torino, 1996, p.100-101.

16 La vicenda ebbe tra i suoi protagonisti i coniugi il calzolaio Pasquale Sturchio e la moglie Ersilia, il calzolaio Antonio Ferina e i contadini Rocco Iannuzzi e Vito Russomanno, che furono poi tutti ammoniti. ACS, Confino, b. 531, f. “Ilaria…, cit., rapporti della primavera 1939. e verbale d’arresto e Rosa Spadafora, Il popolo al confino…, cit., p. 269.

17] ACS, Confino, b. 531, f. “Ilaria…, cit. Verbale della Commissione provinciale del 30 giugno 1939 e nota senza n . del 14-6-1929 da Questore a Prefetto.

18] Ivi.

19] Ibidem, ricorso alla Commissione d’appello presso il Ministero dell’Interno.

20] Ibidem, domanda di arruolamento dell’agosto 1939.

21] Sull’antifascismo di destra si veda Giuseppe Aragno, Antifascismo popolare. I volti e le storie, Manifestolibri, Roma, 2009.

22] Il ricorso fu ufficialmente respinto il 7-11-1939. Ibidem, lettera al re del 27-10-1939.

23] Ibidem, esposto al Ministero dell’Interno del 15-10-1941.

24] Ibidem.

25] Ibidem.

26] Ibidem.

27] Sulla tesi che vede nell’8 settembre la “morte della patria”, si veda Ernesto Galli della Loggia, La morte della patria. La crisi dell’idea di nazione tra Resistenza, antifascismo e Repubblica, Laterza, Roma-Bari, 1996. Per una confutazione dello strumentale “teorema” revisionista di Galli della Loggia, val la pena di leggere l’ineccepibile risposta di Gaetano Arfè, che ha osservato: “Chi vede in quella data la morte della patria e ne nega la resurrezione non è interprete di storia, è strumento di una offensiva ideologica che ha la Costituzione come bersaglio, nei valori cui essa si ispira, nei principii che essa afferma, nell’ethos politico che la pervade. Gaetano Arfè, Dall’8 settembre rinasce la patria, “Lettere ai Compagni”, a. XXXII, n. 4, settembre 2002, ora in Idem, Scritti di storia e politica, a cura di Giuseppe Aragno, La Città del Sole, Napoli, 351-355.
Ilaria, trasferito da Tremiti ad Avigliano, in provincia di Potenza, fu liberato il 31 agosto 1943, dopo la caduta del fascismo. La ferma e coraggiosa resistenza opposta al regime in più di quattro anni di confino gli costò trenta giorni di consegna e tre mesi di carcere. In memoria della sua battaglia a difesa dell’ambiente esiste oggi un’associazione ambientalista che porta il suo nome e si è costituita come comitato di difesa del territorio di Caposele del suo fiume e delle sue sorgenti. ACS, Confino, b. 531, f. “Ilaria…, cit, e Rosa Spadafora, Il popolo al confino…, cit.

28] Piero Gobetti, Elogio della ghigliottina, “La rivoluzione liberale”, n. 34/1922.

Uscito su “Fuoriregistro” il 14 agosto 2010

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Per la Gelmini, dopo la scuola, è il turno dell’università. Su una cosa concordano tutti, maggioranza e opposizione, e non fa meraviglia: “è necessario avvicinare il sistema formativo al mondo del lavoro“. Fosse una malattia, sarebbe un vero e proprio accanimento terapeutico. Dopo trent’anni di quest’idea malata, la scuola-azienda, cantata e decantata dai sostenitori del libero mercato come la panacea di tutti i mali, s’avvia a uno sfascio senza precedenti, ma Gelmini, il curatore fallimentare del nostro sistema formativo, non conosce altra terapia: ordine, concorrenza e produttività su scala industriale. Non è bastata nemmeno la crisi del capitalismo, il tracollo della Grecia, la bancarotta fraudolenta delle banche private americane, le ripetute richieste di ossigeno venute dal mercato alle casse dei singoli paesi. Nulla da fare. Scuola e università non hanno scampo e attraversano impotenti le forche caudine dell’economia borghese: più dirigenza, una governance sempre più autoritaria, pochi quattrini per soddisfare le richieste del mondo del lavoro e produrre asini rassegnati. Si va avanti così, tra l’imbarbarimento d’una società schiavizzata, la precarizzazione dei lavoratori, la mortificazione della ricerca, lo sprezzo per la didattica, l’odio per la sperimentazione e progetti che hanno fini e caratteristiche di pura razionalizzazione aziendale.
Sulla carta, l’autore della tragedia risulta la Gelmini, ma il disastro è tutto interno ai sedicenti intellettuali dell’accademia, fiori di serra nati, cresciuti e pasciuti in quella sorte di Circo Barnum che da qualche lustro la “sinistra di governo” continua a chiamare università. Sinistra, all’occorrenza, destra se, come ormai tutti sanno, per destra s’intende lo sfascismo cui la sinistra è approdata armi e bagagli dopo il classico percorso dell’opportunismo rosso borghese, quando l’operaismo, l’anarco-sindacalismo e le pose rivoluzionarie facevano carriera. Un percorso stupefacente, figlio della nobile tradizione del trasformismo italico – Padania compresa – che ha saputo produrre indifferentemente il comunista!? “ministro delle grandi riforme” Luigi Berlinguer, il salottiero Sofri, la cupa Lucia Annunziata e l’onniscienza di Israel; un percorso che ha visto socialista Galli della Loggia e sessantottini Mieli, Liguoro e Cofferati. Gente che oggi è tutta liberal e riformista.
Passo dopo passo, Gelmini dopo Fioroni, Fioroni dopo Moratti, e via così fino a Berlinguer, la scuola prima, l’università poi, sono state strangolate da un principio ideologico che trasforma il merito in risparmio, confonde i tagli con gli investimenti, produce precarietà e si chiama riforma: “battere in breccia gli ideali utopici e assembleari dei sessantottini“. Ne è nata una descolarizzazione confindustriale che ha trapiantato, nel regno della riflessione critica, la gerarchia delle aziende e del mercato in cui il merito si misura dall’aumento del prodotto lordo. Un ridicolo criterio quantitativo come misura di un’astrazione qualitativa e, ad un tempo, la sterilizzazione dell’intelligenza critica.
Gelmini finalmente può chiudere il cerchio e privatizzare. Tutto quanto di male si poteva fare alla scuola e all’università è stato già fatto. Ancora un poco e il ministro firmerà il certificato di morte.

Uscito su “Fuoriregistro” il 27 luglio 2010.

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In una logica di mercato e profitto, Marchionne ha perfettamente ragione. Fa il suo mestiere: garantisce l’azienda e non gl’importa nulla se, coi soldi nostri, s’è tenuto a galla quando stava affondando. E storia antica: dallo Stato, la Fiat prende e non paga interessi.
Vent’anni fa, per difendere i margini di profitto degli azionisti d’una “grande azienda“, il cosiddetto “top manager” avrebbe fatto di Mirafiori un punto di forza della progettazione, del lavoro sui prototipi e sul loro sviluppo e si sarebbe affrettato a “delocalizzare” al Sud, nelle colonie meridionali. Uno Stato pronto a rimettere in sesto l’azienda coi soldi della collettività gli avrebbe assicurato elogi e quattrini.
Vent’anni fa il Sud era la Serbia di Callieri, Romiti e compagnia cantante e al sindacato giungevano le sollecitazioni che oggi ripete ineffabile Sacconi, recitando da guitto l’antico copione: “Occorrono relazioni sindacali cooperative. Il compito della Cgil, se vuole davvero rappresentare i lavoratori è quello di favorire la produzione.
Vent’anni fa, di proprietà e di furto, dei misteri dell’accumulazione primaria, dei fiumi di sangue versato versati dalla povera gente in due guerre mondiali per soddisfare i bisogni del padronato e la “baracca Agnelli” si smise di parlare. E oggi, se qualcuno s’azzarda a far cenno ai costi umani e sociali della ristrutturazione, la risposta è una e arrogante: “il sacrificio è quando ci metto di tasca mia!
Come e perché poche tasche siano così piene da poter fare “sacrifici” e tantissime così vuote, che il solo sacrificio possibile sia la vita da mandare al macello, non è più tema di discussione.

E’ accaduto tutto negli stessi anni. Le bombe del “terrorismo borghese“, di cui oggi qualcosa si comincia a capire, i giudici “pericolosi” – Falcone, Borsellino, gli antenati delle “toghe rosse” – fatti a pezzi uno dietro l’altro da “pezzi di Stato deviati“, la Caporetto sindacale passata alla storia col nome di “concertazione” e, dulcis in fundo, il governo D’Alema e le sue “bombe pacifiste” sulla Serbia ridotta a colonia.
Se si mettono insieme i fatti correttamente, questa è la storia e occorre dirlo: quando è servito, la “sinistra di governo” ha saputo far bene il gran lavoro sporco.

Senza tutto questo, Marchionne non sarebbe mai nato, la Lega di Bossi sarebbe ancora quel che era – un fenomeno da baraccone – e Cota e Chiamparino , d’accordo infine su un’idea razzista della politica , non avrebbero messo le tende in una Torino che difenderà “in tutti i modi il diritto dei torinesi a vedere rispettati gli impegni della Fiat sul futuro della città“, perché, si sa, “Mirafiori non è Pomigliano“. In altre parole: se ne avete bisogno, colpite pure a Sud, ma lasciateci in pace.
Senza tutto questo, nessuno si sarebbe azzardato a chiedere al sindacato di “cambiare cultura“, perché la Crysler si sta salvando affamando il lavoratori. Tutto questo però è accaduto e non c’è da stupirsi: la colonia serba bacia le mani al padrone che l’ha resa schiava, a Krakujevac dei cialtroni chiamati “management” esultano perché hanno dimostrato le loro miserabili capacità: gli operai affamati accettano ogni condizione imposta dal partner italiano e chi si azzarda a ricordare che un pugno di sedicenti imprenditori e finanzieri ha precipitato il pianeta in una crisi che li sta arricchendo a speso delle masse è un “vetero-comunsta attestato su posizioni ideologiche“.

C’è chi continua a sostenere che questa infinita vergogna si chiama globalizzazione e finge di non saperlo: è solo sfruttamento. E’ vero, la lezione è antica. E, tuttavia, nessuno la vuole imparare: chi semina vento, raccoglie tempesta.

Uscito su “Fuoriregistro” il 24 luglio 2010.

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Appare sempre più chiaro. L’uso pubblico della storia riaccende le ostilità e i rancori d’una stagione politica che sembrava conclusa e, alla resa dei conti, la memoria e il ricordo trasmettono ai nostri ragazzi il veleno dell’odio.
Le parole che seguono non nascono per caso: la risposta a chi da qualche tempo ci toglie la parola, levando in alto i labari fiumani, va affidata al rigore della ricerca e ad una scuola dello Stato che torni ad essere naturale cerniera tra scienza e conoscenza.
La contestazione – la mia generazione lo ricorda bene – può essere occasione preziosa per suscitare interessi e indurre al confronto. Da studioso, ho avviato perciò una ricerca e la sorte mi è stata amica: credo di aver qualcosa di nuovo da raccontare e sono più sicuro di quello che dico. Il mio mestiere è insegnare, ma si insegna solo se si continua a imparare.
Quella che vi racconto è la vicenda di un’associazione, nata dalla “Dante Alighieri” e intimamente legata alla “Associazione Nazionale Volontari di guerra”: la “Pro Dalmazia”, costituitasi legalmente in Italia nel 1919, quando il primo conflitto mondiale ha spento nel sangue i miti della “Belle époque” e al tavolo della pace la nostra diplomazia è paralizzata dalle sue contraddizioni. Ne è l’anima la “nota” Irma Melany Scodnik, suffragetta nelle battaglie femministe, che ha ereditato dal cognato, Matteo Renato Imbriani, l’ormai tarda visione di un irredentismo che, dopo essersi presentato come figlio della tradizione garibaldina e mazziniana, ha perso l’iniziale carattere di lotta per la creazione di una nuova identità nazionale, ed è scivolato nei meandri dell’etica e nell’ambiguo patriottismo di Giovanni Bovio. Com’è naturale, essa rivendica l’italianità della Dalmazia, raccoglie gente di nome – ha tra i soci Armando Diaz, un principe d’Aragona, il principe Colonna di Cesarò, Eugenio Cosleschi, stretto collaboratore di D’Annunzio a Fiume – e per un po’ vivacchia tra sussulti di orgoglio nazionale, commemorazioni del “fatidico 24 maggio”, di Foscolo e di Lissa e interpreta, tra i primi, truci bagliori del nascente squadrismo, i “voti dei connazionali tutti di Zara e di Fiume“. Giungono così, consacrazione ufficiale, mentre il paese è ormai in mano fascista, i “sovrani ringraziamenti per l’opera svolta“.
In un Paese giunto buon ultimo nella gara violentissima tra gli imperialismi, il fuoco della retorica dannunziana e l’esasperato nazionalismo fascista, sensibile alle cupe tentazioni del razzismo, formano così il crogiuolo nel quale nasce, col ferro e col fuoco, la tragedia del “confine orientale”, le cui terre, con arroganza pari solo alla rozzezza, sono state ribattezzate col nome di “Venezia Giulia”. Una tragedia destinata a condurre fatalmente alle “foibe”.
Come in buona parte d’Italia, la “Pro Dalmazia” ha una sezione anche a Napoli, nella città fascista di Michele Castelli, ministro plenipotenziario a Fiume nel 1922 e poi Alto Commissario imposto dal regime, e di manganellatori del calibro di Aurelio Padovani. A fare il bello e il cattivo tempo nella sezione napoletana dell’associazione è ormai il regime, che vi ha inserito i suoi immancabili squadristi “antemarcia”: Giovanni Maresca di Serracapriola, che sarà poi convinto sostenitore dell’universalità delle Corporazioni, Raffaele Pescione, fortemente legato a Padovani e Francesco Picone, futuro Federale della città. Basta guardarci dentro, ed eccoli all’opera, mentre “suggellano l’amore di Napoli per Fiume”, tumulando in città, nel recinto degli “uomini illustri” i resti mortali d’una sventurata dodicenne fiumana o fanno circolare – è la “Dante Alighieri” che diffonde in Italia il volantino – il “commosso saluto di Caleo da Spoleto, un “goliardo dalmata oppresso che urla ai camerati: “Memento Dalmatiae” e, intonando un suo inno rabbioso – Quando saremo a Spalato – scrive con un odio che impressiona: “Ringhio! Ed il ringhiar mio non avrà fine se non quando la nostra lama avrà inchiodato nel granito adamantino delle Mura di Spoleto romana i profanatori dei nostri focolari, i bestemmiatori del nome sacro d’Italia“. L’originaria impostazione irredentista e tardo risorgimentale della “Pro Dalmazia” è ormai svanita nelle spire della violenza squadrista e l’associazione non punta solo, come pure dichiara nel programma, alla “difesa dell’italianità in Dalmazia, ma intende imporre, in nome dell’antica prepotenza romana, una pretesa superiorità etnica, che precede di molto – e in qualche modo annunzia – la vergogna delle leggi razziali.
E’ un crescendo che non lascia spazio a dubbi. Per l’anniversario della “Marcia di Ronchi”, nel 1926, si recitano i “Canti di Guerra” di Michele Novelli e si riesuma Odoacre Caterini con le sue “Visioni Dalmate”, la “latinità del sangue” e una Dalmazia che le “le aspre cime dei monti Velebiti e dei rupestri contrafforti delle Dinariche […] nettamente tagliano e dividono e staccano come un severo, inappellabile decreto di separazione etnica dalle retrostanti, turbolente terre balcaniche“. Una “separazione” che va difesa ad ogni costo; la sorte di chi si oppone, di chi rivendica le proprie radici e rifiuta la snazionalizzazione ce la raccontano i comunicati della “Stefani”, che scrive gelida e professionale: “questa mattina ore sei nelle prossimità di Pola è stata eseguita mediante fucilazione nella schiena la sentenza di condanna a morte emessa dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato a carico capo banda terrorista Vladimiro Gortan“; una sorte segnata.
Mussolini, però, ancora non è pago. Il 4 novembre 1928, la “Pro Dalmazia” è assorbita nel “Comitato d’azione Dalmatica”, sorto “allo scopo di uniformare alle direttive del Regime e di rendere sempre più efficace ed omogenea l’azione per la difesa dell’italianità e dei diritti d’Italia nella Dalmazia“. Tra il 1929 e il 1930, mentre si moltiplicano le commemorazioni di “Tommaso Gulli ed Aldo Rossi uccisi a Spalato il giorno 11 luglio 1920” e nelle città italiane compaiono “striscioline di carta con la scritta dattilografata Dalmazia o morte“, la nuova associazione, che ha sede a Milano, finisce sotto il totale controllo del regime, che affida a Eugenio Coselschi la direzione di un organo settimanale nazionale, “Volontà d’Italia”, di ispirazione imperialista e assorbe nella “Pro Dalmazia” i militanti di tutte le associazioni consimili, sciolte dai prefetti per espressa volontà del duce.
E’ così che il nuovo organismo alza il tiro e intreccia il suo percorso, sia pure in maniera prudente e non ufficiale, con l’eugenica e una più aperta ed esplicita impostazione razzista della cosiddetta difesa dell’italianità. Tramite dell’operazione, che rimane ovviamente marginale, è l’avvocato Alfredo Vittorio Russo, ex liberaldemocratico e sindaco di Napoli nel 1920, che ha lungamente esitato tra la collaborazione con Mussolini e l’adesione all’opposizione costituzionale, guidata nel 1924 da Giovanni Amendola, ma infine, benché fortemente osteggiato dai fascisti napoletani che non dimenticano, è passato tra i simpatizzanti del regime e si è messo a studiare l’eugenica. E’ su questo tema che egli offre al “Comitato d’Azione per la Dalmazia” il suo contributo, intervenendo a sostegno delle tesi del “complesso problema demografico, come […] posto da Benito Mussolini“. Il suo contributo ha una duplice chiave di lettura: quella del “razzismo esterno”, nei confronti delle altre etnie – il “pericolo giallo” – e quello di un “razzismo interno”, inteso come “selezione della razza” e volto a impedire che la riproduzione umana tenda “sempre più a incombere sulle classi inferiori, ossia sui più deboli, con progressivo ed evidente deterioramento della specie“. Contro i pericoli che vengono dall’esterno, contro “il rapido aumento della razza slava” e “la predominanza quantitativa dei popoli di colore“, egli ricorda che tra gli scienziati c’è chi si è spinto “al punto da rimproverare, quasi, ai bianchi la diffusione, da essi operata, delle norme igieniche nell’Asia e nell’Africa“. Di fatto, però, egli osserva, il problema reale è quello della “quantità e qualità” della razza. Nessuno, infatti, “potrà mai sostenere che la quantità in tema di popolazione, possa sostituire la qualità. La necessità che si impone, quindi, è quella di combattere la “degenerazione umana” e, “tra le diverse provvidenze“, due, apprese dal noto psichiatra Leonardo Bianchi, gli appaiono essenziali: “educare in istituti speciali ben per tempo i fanciulli anormali […] malati e tarati” e “ vietare in qualunque modo il matrimonio di persone malate che presentino decise stimmate fisiche e morali della degenerazione umana. Lo spirito umanitario, l’amore, la pietà familiare devono piegare innanzi all’ineluttabile veto di questa legge. […]. Gli interessi delle nazioni esigono una prole sana“.
Non siamo ad una organica dottrina della razza, ma nelle parole del Russo, ben prima che il nazismo metta in campo la sua feroce pazzia, ci sono i caratteri specifici della psuedo scientificità di una teoria razzista.
E’ in questo clima culturale, e su questa base mai apertamente dichiarata, che si va formando la gioventù italiana sin dalla metà degli anni Venti. Un clima in cui, mentre cresce e si diffonde il culto della personalità del duce, “assertore magnifico del diritto e della civiltà della romanità e del Fascismo, egida vigoroso della nuova Italia“, si tiene desta una rivalità che ha le tinte fosche dell’odio contro quella che – cito testualmente da documenti reperiti in archivio – è “la canaglia jugoslava“. Non altrimenti si spiegano, se non con l’odio alimentato ad arte dalla propaganda del regime, le parole che Antonio Amato, un semplice capobarca in servizio ai motoscafi del Genio Civile scrive all’Alto Commissario Baratono nel dicembre del 1932: “Dica al Duce, Eccellenza, che gli azzurri del Battaglione di Napoli attendono frementi di sdegno un Suo comando, e quando la diana di guerra squillerà, dia a noi l’onore di piantare in quel sacro suolo profanato il tricolore d’Italia, […] di versare fino all’ultima stilla di sangue“.
Sono parole dietro le quali si cela la propaganda del regime che, avviandosi all’avventura coloniale, lavora ad una trasformazione profonda di ciò che resta della vecchia “Pro Dalmazia” e dei suoi Comitati, assorbiti, come annuncia la “Stefani” nell’ottobre del 1933, nei “Comitati d’azione per la Universalità di Roma”. Un piano complesso, che Mussolini elabora personalmente con la collaborazione di Eugenio Conselschi, Maresca di Serracapriola, Pietro Castellino e Pannunzio, facendo sì che progressivamente i toni salgano e gli animi si accendano. Nel 1935, mentre Buffarini Guidi lavora perché in ogni città l’attività di tali Comitati divenga sempre più intensa, agevole e proficua, anche Ciano, Starace e i Principi di Piemonte sono coinvolti nelle manifestazioni promosse dal Comitato e, poco prima della guerra d’Etiopia, entrano in gioco persino Bruno e Vittorio Mussolini, che la sezione napoletana dell’associazione Volontari di guerra e azzurri di Dalmazia […] saluta vibrante di entusiasmo […] iscrivendoli soci onorari nostro sodalizio“. Il duce se ne compiace e, in un crescendo di entusiasmo dai toni velatamente razzisti, Maresca di Serracapriola, membro di del Consiglio centrale dei “Comitati d’azione per la Universalità di Roma”, può salutarlo come il “rinnovatore della stirpe“. A scuola – si teorizza – “una cultura irredentista fra i giovani non solo servirà a conquistare le terre che sono nostre, ma sarà la più sicura garanzia di saperle tenere in seguito.
Si apre la stagione delle peggiori avventure e dei crimini di guerra quando, alla fine di settembre, Edgardo Borselli, console d’Albania, ad “una conferenza sul tema dell’Abissinia indetta dalla sezione di Napoli del Comitato per l’universalità di Roma” si intrattiene “sulla crisi economica del dopoguerra e sulle divisioni delle colonie tra gli stati belligeranti con la quasi totale esclusione dell’Italia“. Quando il Berselli accenna “allo stato di barbarie dell’Etiopia” e agli orrori della mortalità specie infantile“, gli aerei della nostra aviazione da guerra stanno già caricando spezzoni, gas e bombe incendiarie con cui si accingono a seppellire sotto in un diluvio di fuoco i poveri villaggi etiopi stretti nella morsa del terrore e nella disperazione.
E’ l’inizio della fine. Hitler non ha ancora mostrato al mondo la cupa ferocia del nazionalsocialismo ma, in tema di razzismo e crimini di guerra, il fascismo e il militarismo italiani non hanno in verità nulla da apprendere.

Uscito su “Fuoriregistro” il 4 aprile 2007.

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La legalità è in cima ai pensieri dell’avvocato Gelmini, vestale della meritocrazia e ministro della scuola e dell’università per meriti ignoti. Tra il dire e il fare però ci passa il mare e – pazienza per i luoghi comuni – ogni regola ha le sue eccezioni. Conserviamo, perciò, tra gli eventi che serviranno a ricostruire la storia di questi anni, un luminoso esempio di ministeriale rispetto della legalità.
Noi pensavamo un tempo – miserabili statalisti rossi e comunisti – che la scuola non potesse esser trattata come un raccordo autostradale o un regolamento di canali di scolo. Cattolici, socialisti e liberali, concordammo su un’idea di scuola cui Aldo Moro, un noto mangiapreti bolscevico, assegnò, durante i lavori della Costituente, “la tutela del diritto comune” e, quindi, la preminenza nel campo spinoso della formazione e, per suo conto, Concetto Marchesi, illustre latinista e – stavolta sì, davvero comunista – definì “il massimo e l’unico organismo che garantisca l’unità nazionale“. E’ noto a tutti, però, ed è storia d’oggi: per l’avvocato Gelmini, che s’è “formato” alla scuola d’un costituzionalista di gran nome, come Silvio Berlusconi, la Costituente fu l’anticamera del “consociativismo”. Cartastraccia. Sulla base di questo rivoluzionario principio, sono due anni che il ministro mette in mora Istituzioni, organi costituzionali, leggi, sentenze e tribunali. Le regole generali non valgono più. Decide il ministro.
Formalmente, cinquemila insegnanti precari possono ancora rivolgersi al Consiglio di Stato per rivendicare il diritto di essere inseriti in una graduatoria con il punteggio effettivamente maturato. Formalmente, il Ministro non può ancora impedirlo e può darsi persino il “caso scandaloso” che il Consiglio di Stato commissari il Ministero perché s’è rifiutato di obbedire a una legge che ostacola la volontà assoluta del ministro. E’ qui, però, che la storia volta pagina – stavolta torna indietro – e, a difesa della sua idea di legalità, il coltissimo avvocato sceglie la via della sfida e ci riporta a Louis quatorze e al glorioso passato della “rivoluzione monarchica” del marzio 1661.
Invano 5.000 insegnanti invocano il merito e attendono la vecchia giustizia. Il nuovo che avanza detta le sue regole e impone la sua legge. Alla stampa che pretende di raccontare la corruzione, ai giudici che intendono ancora processare il potere, agli insegnanti che osano ancora appellarsi alla Costituzione, Gelmini, risponde decisa: “lo Stato sono io“.
L’uomo è nato libero, ebbe a scrivere Rousseau, ma in ogni luogo egli è in catene. Anche chi si crede padrone degli altri non cessa tuttavia d’essere più schiavo di loro. Come mai è accaduto questo cambiamento?“. Dopo di lui, senza cercare risposte filosofiche all’angosciosa domanda, Massimilano Robespierre enunciò il principio che fece giustizia di chi si crede padrone e mandò al patibolo l’assolutismo. L’avvocato farebbe bene a ricordarlo: “quando il governo opprime il popolo, l’insurrezione è per il popolo intero e per ciascuna porzione del popolo, il più sacro e il più indispensabile dei doveri“.

Uscito su “Fuoriregistro” l’8 luglio 2010

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La mia vita da lontano: fili sospesi nel vuoto. Ci cammino come un funambolo stanco che oscilla, si ferma e va avanti, stretto tra il timore di cadere e il bisogno di muoversi, tra la paura di aprire gli occhi e il bisogno di spalancarli per giungere, passo dopo passo nel tempo che gli è dato, dove conduce la strada segnata dai fili. Prima o poi verrà la notte a coprire d’ombra il mio spazio e il mio tempo. Un funambolo sa bene che un giorno cadrà. In piedi su un filo non si può stare mai del tutto fermi ed è impossibile muoversi con passo spedito. Si sta e si va, come un’onda che ruota spinge un’onda e poi un’altra: ciascuna al suo posto e tutto il mare in moto. Si sta e si va, adattandosi alla fatale delusione che ogni equilibrio comporta. Poi uno squilibrio pone fine al viaggio.
La guardo la mia vita – solo così posso farlo – passando per il filtro misterioso della memoria. Ho un punto di vista, un osservatorio precario e l’unico possibile: il futuro subito passato che diciamo presente. Di là guardo il futuro diventato passato: mi scorre davanti, istante dopo istante, e mi meraviglio: è di nuovo un’attesa che andrà delusa.
No, non gioco con le parole.
Il futuro, quale che sia stato, sogno, speranza, incubo o illusione, non ha mai avuto il volto del presente e non è stato mai fermo un istante, mai ne ho colto l’anima, mai l’ho fissato in una successione di fotogrammi. Se n’è andato come un sogno all’alba e mi resta il passato, un sedimento di sogni, un baleno d’illusione, il sapore amaro della delusione, il mito perduto e una triste consapevolezza: indietro non si torna se non con le parole di un racconto.
Torno indietro, quindi. Narro, cantastorie di me stesso, il respiro del tempo: il breve mio tempo di uomo affannato e quello profondo e cavernoso dell’umanità; torno indietro e colgo intrecci impensati, un mondo dentro un altro, come se guardassi una goccia d’acqua al microscopio; torno indietro, ordino eventi, individuo legami, sequenze logiche di cause e di effetti, incontro il caso cinico e beffardo, scelgo nel tempo ciò che penso stia fermo e ciò che pare che avanzi e trascorra cambiando. Cantastorie di me stesso, torno indietro e scrivo: storie nella storia.
Dal mio punto di vista, aperto su un mondo di pupi sorretti da fili, sono fortunato: non so bene per quale inganno ottico, i fili io li ho sotto i piedi. Cantastorie di me stesso, mi reggo da solo e non sono sorretto. Li vedo sospesi nel vuoto, i cavi sottili sui quali ho vissuto e torno ai sussulti di panico, ai soprassalti d’orgoglio, alle rivolte sedate, alla rassegnazione rifiutata, ai patti con me stesso, ai compromessi, all’eterna paura di cadere cercando un equilibrio nuovo. Sono lì, davanti a me, sono io che guardo me stesso su fili che intrecciano fili, e li riconosco: la mia storia e quella di un mondo nel quale hanno vissuto insieme quattro o cinque generazioni, ciascuna col suo tempo, tutte in un unico tempo, entrando o uscendo una ad una dal tempo dell’altra. Ho un figlio, potrei avere un nipote, ho visto uscire dal mio tempo mio padre che non aveva più tempo. Non c’è stato, ma poteva esserci, il tempo di mio nonno che non ho conosciuto. Eppure l’ho visto così presente nella mia infanzia – me ne hanno parlato a lungo mille cantastorie di se stessi – che senza incontrarlo ho ricavato dal tempo suo il senso misterioso della storia che regola il mio oscillante cammino sui fili. E storia del resto era la vita di quel nonno sconosciuto e affascinante che mio padre mi narrava quand’ero bambino:


Papà era un socialista – mi raccontava spesso – amico di Mussolini quando il dittatore dirigeva l’Avanti! e spesso si fermava da “Aragno“.
Era quello per me un linguaggio incomprensibile e magnetico: il duce, l’omicidio Matteotti, la lotta antifascista, il comandante Giulietti – che mio padre trasformava in Giolitti – un organizzatore sindacale della “gente di mare” che aveva sistemato mio nonno al “punto franco” nel porto di Napoli; e mio nonno stesso – “ fuoruscito” diceva mio padre con orgoglio – si faceva magnetico e incomprensibile: un uomo che non scappa per paura, no, tutt’altro, uno che scappando ha coraggio. Due nani erano al confronto lo squadrista e il poliziotto che lo attesero per anni sotto il portone di casa e un giorno svanirono nel nulla. Tenevo per me mille domande e giungevo subito al cuore del problema:
Perché sparirono? Domandavo puntualmente come se già non sapessi. E puntuale giungeva la risposta:
Perché era morto. L’avevano ucciso. Non sappiamo nemmeno dove lo seppellirono.
Troverò la tomba del nonno, concludevo ogni volta che mio padre smetteva di raccontare. E sul suo viso bruno lo sguardo schietto si faceva luminoso.
Le prime, confuse lezioni di storia le ebbi così: una vicenda ripetuta mille volte, sempre nuova e mai definitivamente conclusa, un nonno ucciso e mai sicuramente morto, un assassino feroce, ignoto e, ciò che più mi colpiva, fino a prova contraria innocente, un tempo lungo che oggi vogliamo breve e, sullo sfondo, due fedi contrapposte, il socialismo e il fascismo, che ormai, al mercato delle pulci hanno lo stesso prezzo svilito e un’etichetta che le rende assurdamente uguali, come uguali potessero essere Lutero e Sant’Ignazio, solo perché ebbero entrambi a che fare con la religione. Sullo sfondo quel socialismo, per cui un uomo poteva scegliere di morire, e il fascismo, origine d’un odio così feroce da ridurne un altro ad ammazzare i compagni. Il rosso e il nero, valori contrapposti in un tempo lungo. Qualcuno anni dopo mi avrebbe raccontato del secolo breve e dei danni causati dall’ideologia: il secolo breve, proprio così, breve, in modo da mettere quanto più tempo possibile tra un tempo nato vecchio ed uno nuovo per definizione, tra un male e un bene nettamente scissi tra loro, come se fosse possibile annullare il legame che c’è tra l’essere e il non essere, come se potesse esistere un male senza che ci sia il bene e viceversa, un bene senza male. Secolo breve, certo, per ingannare e ingannarsi, come se il tempo della storia potesse nascere e morire là dove comincia o finisce un segno sul calendario.
Aragno e Mussolini, storie nella storia, storie di uomini nella storia dell’uomo. Carne ed ossa nel loro tempo né breve né lungo, incantarono misteriosamente la mia giovane fantasia, che presto rifiutò le intollerabili dosi della sciapita pappina scolastica, tutta massacri e truculento amor patrio, tutta politici e generali sorti dal nulla e divenuti arbitri tra destini d’uomini e fortune di popoli. Quando mi resi conto che la preistoria amazzonica e australiana vivevano assieme alla sofisticata tecnologia degli “sputnik”, mi sembrò che la linea del tempo fosse solo una stupida astrazione e sentii fino in fondo le ragioni di Diogene e della sua lampada:. in una storia fatta di morti risultava impossibile trovare la tomba di mio nonno. Sepolto dagli eventi di cui era stato protagonista, l’uomo scompariva.
Come un filosofo, mio padre mi aveva involontariamente insegnato che la storia della civiltà ha le mille sfumature della vita degli uomini. Di essi, tuttavia, nei libri di storia trovavo raramente traccia. Tutti i quanti i plebei messi assieme non avevano il peso di un Menenio Agrippa, le molte pugnalate patite da Cesare cancellavano completamente lo strazio di Vercingetorige, Alesia era un nome geografico e non un bagno di sangue, Roma non era mai chiamata a vergognarsi per Spartaco, le persecuzioni subite dai Cristiani avevano il nobile volto di Pietro e Paolo e rimandavano alla follia di Nerone, ma non intaccavano il mito della “patria del diritto” e non davano nome e volto alla sventurata gente di Linguadoca. Allo stesso modo, il Concilio di Trento aveva un’assoluta preminenza sui milioni di senza nome macellati dal Sant’Uffizio, l’Asiento era tutt’al più la causa di qualche guerra ma non segnava a fuoco col marchio dell’infamia l’Occidente schiavista e non è certo un caso che gli schiavi abbiano avuto bisogno d’un letterato per acquistare un nome e un volto; di fatto, però, essi sono tutti Tom e il loro posto è una capanna che non fa ombra a quel mito americano per il quale Buffalo Bill può tranquillamente essere un clown da circo equestre e i pellerossa ebrei di seconda mano per i quali la storia può serenamente smemorarsi.
Studente di materie letterarie a Salerno, divenni maestro senza aver risolto i nodi ingarbugliati del mio complesso rapporto con la storia. Tornato a casa dai “Censi” senza un’oncia di forza, preparavo gli esami con scrupolo, ma l’università potevo frequentarla veramente poco. Il corso pomeridiano di storia contemporanea però non volli perderlo e feci miracoli per non mancare. Se ne diceva un gran bene e un gran male e se ne discuteva persino sulla stampa. Lo teneva un gran nome, un comunista che, uscito dal Pci dopo i fatti d’Ungheria, s’era dato anima e corpo allo studio del fascismo, aprendosi strade impensate tra memorie di protagonisti e carte d’archivio, ma non s’era lacerato le vesti per i marines a Santo Domingo, per il moltiplicarsi delle repubbliche delle banane, per la Baia dei Porci, per il napalm Vietnamita o per la libertà uccisa dal dollaro a Santiago del Cile.
Non c’è nulla che ci aiuti a diventare adulti più che il dolore d’una cocente delusione. Così si dice ma è un luogo comune falso e meschino: le delusioni ci incupiscono e il dolore ferisce. Di quel corso di storia contemporanea che mi vide andare avanti e indietro da Napoli a Salerno per mesi e mesi ho ricordi splendidi, ma ciò che ne seguì prese la forma della contraddizione che spezza fili dentro.
Seguii col respiro sospeso. Non mi associai al consenso mostrato in aula da moderati servi sciocchi a caccia di un voto da scroccare, non condivisi le critiche saccenti dei futuri scienziati della borghesia che, fuori dai corridoi, censuravano arditamente il “venduto passato a destra” e si preparavano ad appendere ai pali della luce i “nemici del popolo”. Non ho mai amato le mille controfigure di Che Guevara che si riempivano la bocca di un gergo da iniziati, storcendo le labbra e pontificando sullo spontaneismo anarchico o si atteggiavano ad avanguardia proletaria esaltandosi al ritmo di slogan ritmati il più lontano possibile dall’aula di storia: “Viva Marx, viva Lenin, viva Mao Tsé Tung!”.
L’uomo mancava di fascino. La fronte, ampia sotto i capelli grigi tirati verso la nuca, si separava troppo bruscamente dagli occhi vivaci, intelligenti, cerchiati e luciferini; il naso grande e aguzzo si allungava fino al disegno delle labbra che, nello sforzo di tenere stretto l’eterno sigaro, si inarcavano costantemente verso l’alto, segnando il viso con un’aria involontariamente clownesca; il collo era corto, la vita larga e le mani nervose diventavano adunche quando aiutavano il pensiero. Non aveva fascino, ma sapeva ricostruire un evento, inserendolo in un contesto e non una parola era detta a caso: dietro ogni fatto citato c’erano prove e documenti. La storia del fascismo che ci raccontava era un mosaico che teneva conto delle tessere più minute.
I particolari, sottolineava sorridendo, sono essenziali. Occorre tener conto anche di quelli che sembrano fuori tono. La realtà italiana negli anni del fascismo fu complessa e articolato fu il fenomeno. Non capireste l’Italia vedendola superficialmente come una realtà unitaria e non capirete il fascismo se lo estranierete dalla complessità che pone le sue componenti in un rapporto tra loro dialettico. Se è moralmente consentito distinguere nell’antifascismo concezioni politiche, interessi, personalità, illusioni e fantasie, è e deve essere moralmente consentito cercare differenze tra Grandi, Farinacci e Mussolini, senza per questo doversi difendere dall’accusa di voler riabilitare il fascismo o il suo capo.
Storie nella storia, pensavo, mentre il viso molto pallido del professore si tingeva di un rosa vivo. E mi pareva che la sua strada conducesse alla tomba di mio nonno.
Un giorno ci spiegò che Croce aveva sentito sempre così viva la repulsione per il fascismo che non aveva mai voluto scriverne: gli ripugnava troppo.
Tuttavia, aggiunse, il filosofo napoletano ammise la necessità di rendere aperta giustizia a quanti si diedero al fascismo mossi non da vili interessi, ma da sentimenti nobili e generosi, sebbene immaturi e privi di equilibrio critico.
Ne ricavai l’idea che essere uccisi da banditi da strada è assai meno onorevole che finire per mano d’un nemico che ha fede, sebbene riponga il suo credo in un ideale omicida chiaramente scellerato. Mi sembrò che la lampada di Diogene avesse diretto la sua luce su segni di presenza umana e che la vicenda Mussolini-Aragno si dirigesse verso una via capace di renderla comprensibile. Intuivo però che, per giungere davvero alla tomba di mio nonno, occorreva evitare che fascismo ed antifascismo fossero considerati una vicenda storicamente conclusa e collocata nel passato. La questione del tempo – mi venne di pensare – è essenziale nella storia: il passato concluso perde la sua attualità e non aiuta a decifrare il presente. Indietro si torna se non con le parole di un racconto: ma a che serve raccontare qualcosa che proprio non ci riguarda più? Pensarlo e dirlo fu una cosa sola.
Posso fare una domanda?
Certo.
Ritiene che una nuova interpretazione del fascismo, professore, quale che essa sia, possa prescindere dai valori morali e politici che sono alla base della realtà del nostro tempo e della nostra Carta costituzionale?
Il giudizio morale non compete allo storico.
La risposta secca non consentiva repliche e dentro mi rimase la sensazione di una ambiguità. La lampada di Diogene smise di dare segnali: l’uomo era evidentemente ancora tutto da scoprire. L’esame orale, dopo quello scritto, si aprì con una bellissima sorpresa. L’assistente, dopo avermi chiamato, lasciò che sedessi, poi si rivolse al titolare:
Professore, questo è Aragno.
Il sorriso che ormai conoscevo si aprì verso di me con una curiosità compiaciuta che lo rese affettuoso:
Lei è parente degli Aragno proprietari del famoso caffè letterario?
Uno era mio nonno, ma non l’ho conosciuto. Fu amico del Mussolini socialista, ma morì prima che nascessi, molto probabilmente ucciso dai fascisti.
Lei ha fatto un compito scritto molto interessante, ha due esami di storia contemporanea e sta facendo la tesi col mio assistente. Le piacerebbe venire qui a lavorare con noi dopo la laurea?
Il viso del professore s’era fatto d’un tratto ammaliante. Toccai il cielo con un dito e acconsentii senza esitare.
Non le prometto molto, aggiunse, ma un posto di esercitatore lo troviamo. Si faccia vedere appena ha terminato. Mi racconterà di suo nonno. Ci tengo molto.
La strada per l’università non mi era parsa mai così ridente come quando passai il ponte sull’Irno e girai a sinistra verso la palazzina tutta nuova dove mi attendevano per prendere accordi e cominciare. Due mesi dopo il professore mi aveva già aperto la sua casa, la sua biblioteca, i suoi preziosi documenti e mi aveva offerto un’amicizia calda e imprevedibile. Mi pare di vederlo ancora davanti al cancello della sua casa romana a Monteverde, mentre mi veniva incontro sorridente, in canottiera, e mi accoglieva nello studio ingombro di libri e carte fino all’inverosimile. Su di una mia ricerca discutemmo per un anno ardentemente e fu per me una guida davvero preziosa. Ascoltava, sorrideva, prendeva tempo, mi invitava a prenderne, rifletteva, mi induceva a riflettere, leggeva e infine valutava:
Ora va davvero bene. Ma c’è un punto che chiarirei.
Ed era certamente un nodo che non avevo sciolto.
Su questo episodio dovrebbe esserci qualcosa di interessante in archivio.
E c’era di sicuro una carta da scovare.
Ti sarà utilissimo questo libro. Te lo presto – mi diceva scherzando – ma guai a te se non me lo riporti: non se ne trova una copia in tutt’Italia.
Andava a colpo sicuro tra migliaia di volumi, tirava fuori il suo tesoro e me lo consegnava con un’aria festosa che mi faceva sorridere.
Gli spiaceva che fossi comunista, ma era convinto che studiando avrei scelto altre vie. Io scuotevo il capo e replicavo che non sarei mai passato in campo liberale. Gli dicevo quello che pensavo e sosteneva che il dissenso non creava barriere tra noi; era evidente però che lo preoccupava.
Questa tua idea di una superiorità etica dei valori dell’antifascismo – mi ripeteva continuamente – è una posizione da militante. Tu rischi così di far prevalere il momento etico su quello scientifico.
Io mi difendevo con estrema semplicità: non credo alla neutralità dello storico, sostenevo convinto. Prendevo quel suo rimprovero come la lezione d’un precettore a un alunno che stima, ma non sentii mai pesare il potere che pure possedeva e non mi pareva mai di essere chiamato a scegliere tra “carriera” e valori. Certo, un velo gli passò negli occhi una volta che il discorso cadde sul consenso conquistato dal fascismo nel paese.
Un’opposizione inesistente. Ridotta a nulla senza ricorrere ai gulag, Aragno. E’ questo che conta. I numeri parlano chiaro.
Dopo le manganellate e l’olio di ricino, dopo il confino e il tribunale speciale. Col rischio del licenziamento e una famiglia da mantenere. Cose banali forse, ma i numeri non dicono ciò che pensa la gente. A casa mia, professore, ci furono balilla e piccole italiane. Non ci fu un fascista.
Quando giudicò concluso il mio saggio e mi annunziò che l’avrebbe pubblicato sulla prestigiosa rivista che dirigeva, mi sembrò di aver ottenuto una sorta di consacrazione.
Devi aver pazienza. L’anno prossimo verrà il tuo turno. Per quest’anno sulla rivista non c’è un rigo libero.
Un anno dopo lasciò Salerno per Roma e raccomandò il suo giovane pupillo a tutti quelli che contavano:
Trattatemelo bene. Ci tengo.
Ci sentivamo per telefono assai spesso e le volte che andavo a fargli visita a Roma aveva sempre strade da indicarmi e ricerche da avviare. Una volta, però, mentre sedeva alla scrivania con l’aria molto stanca, mi guardò sorridendo e confessò: sai una cosa? Guardandomi allo specchio stamattina ci ho visto Mussolini.
Scossi la testa, pensando agli antifascisti lasciati da poco in archivio:

Tutti abbiamo dentro i nostri fantasmi, professore. Se fanno compagnia va bene. Se no, occorre liberarsene. Dicono che Montesquieu abbia lavorato per decenni al suo “Spirito delle leggi”. C’era sempre qualcosa da rivedere e non si decideva mai a concludere. Domani si ripeteva, ma quel domani non veniva mai. Fu così che un giorno si accorse di avere un demone dentro. Si accostò al manoscritto, aprì l’ultima pagina ed esclamò: tu hai deciso di vedere la mia morte e io ti uccido. Prese la penna e scrisse la parola fine.
Rimase pensoso e non rispose. Se il suo duce gli fosse entrato davvero fin dentro il cuore, come il demone di Montesquieu non saprei dire. Cercava più carte di quante ne servissero e, fra tutte, sceglieva sempre quelle che aprivano uno spiraglio e chiudevano porte. Se due parole servivano a giustificare, tutte le altre finivano nella penombra di frettolose note in calce: un muto elenco di carte.
L’ultima volta che l’ho visto a casa sua aveva l’ombrello aperto nel giardino di casa. Pioveva e mi aveva accompagnato al cancello. Salutandomi mi assicurò:
I tuoi sindacalisti rivoluzionari sono al varo. Nel prossimo numero stampo il tuo saggio.
Aveva il solito viso sorridente e mi poggiò la mano sulla spalla. Nessuno dei due poteva immaginarlo quando il cancello si chiuse quel giorno dietro di me come tante altre volte prima: il filo che ci aveva uniti era logoro e stava per spezzarsi. Eravamo delusi. Mi aveva insegnato tutto ciò che sapevo e si era accorto che non sarei mai stato un suo allievo. Io, che gli dovevo molto e gli volevo bene, sapevo che non l’avrei mai considerato un maestro. Scrivere di storia in fondo è un po’ come andare in trincea: il cuore è nel presente. Il suo Mussolini e il mio Aragno, irriducibili avversari da vivi, erano incompatibili da morti. Stanco della mia indipendenza – frequentavo compagnie accademiche che riteneva selezionate apposta tra i suoi peggiori nemici – il maestro scelse la via chirurgica.
Il saggio non uscì: bisognava rifarlo – troppo il tempo trascorso – e all’università occorreva scegliere: o lasciare la scuola o andare via.
Il ponte sull’Irno non era mai stato così triste come quando me ne andai. Nel cortile tardi epigoni del Sessantotto, che da tempo straparlavano di diciotto politico e di esame di gruppo, trovarono il coraggio di appiopparmi l’etichetta che non si erano mai permessi di tirare fuori:
il fascista va via.
In cattedra poco dopo andarono gli “apprendisti di bottega”, alcuni dei tardi sessantottini che mi dopo avermi chiamato fascista impararono a ragionare con moderazione, rinunciando ad appendere in piazza i nemici del popolo.
Non ci contavo, più, ma molti anni dopo il vecchio professore si accorse di me.
Ha pubblicato una bella recensione sui tuoi socialisti – mi informò qualcuno – e nel tuo libro ha trovato uomini e non solo fatti.
La lessi: “ C’è una concezione alta e indipendente della vicenda storica, c’è la passione dello storico militante e ci sono ricerca e documenti“. Sorrisi amaramente.
Il telefono della casa a Monteverde non era cambiato.
Aragno, che piacere!
E sembrava sincero.
Volevo ringraziarla per la recensione. E’ bella.
E’ bello il tuo lavoro. Ora non potrai negarlo, avevi bisogno di maturare.
Può darsi, replicai. Tutti ne abbiamo bisogno. Una cosa però voglio dirgliela. Lei mi ha insegnato davvero molto di quello che so: ho imparato da lei come si fa ricerca. Il saggio che mi restituì, però, non l’ho rifatto. Così com’era poi divenne un libro. Ci aggiunsi un paio di capitoli e a Salerno lo adottarono come testo d’esame.
Stette un attimo zitto, poi esclamò cordialmente:
La mia rivista è a tua disposizione. Se scrivi qualcosa mandamelo.
Troppo tardi, avrei voluto dirgli. Ho lavorato e scritto molto. Fuori dei circuiti accademici però si incide poco. Ma come spiegarglielo? Avrei rischiato di sentirgli ripetere la lezione sulla neutralità dello storico e sui rischi che il giudizio etico fa correre alla scientificità della storia.
Non gli mandai nulla e non lo rividi mai più: un anno dopo morì.

Uscito su “Fuoriregistro“, il 7 luglio 2005.

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Alba o tramonto? chiedi, e non lo so.
Rossi, vedi, però,
son l’inizio e la fine,
perché la vita non ha mai un confine
e il sole che sparì con un saluto
l’alba tua fu che dalla sorte hai avuto.

Inizio o fine? Io davvero non so,
ma al tramonto di un’alba me ne andrò.
In pace, infin, perché in guerra ho vissuto
e non per sempre muto.
Eterno vive un libero pensiero
e agile vola al vento il suo veliero.

E questo all’alba conta:
un sogno non tramonta
non ha inizio né fine
perché la vita non ha mai un confine.
Cercalo, amica mia,
ancora parlerà. E’ un suono di poesia.

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