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Archive for dicembre 2014

imagesE’ passato ormai un anno da quando la Corte Costituzionale ha messo al bando la legge elettorale da cui è nato il Parlamento in carica. Un anno da quando entrambi i punti sottoposti alla verifica di costituzionalità sono stati dichiarati contrari alla legalità repubblicana: il premio di maggioranza e l’abolizione del voto di preferenze. Da più di anno, però, con l’attiva collaborazione del Quirinale, Palazzo Madama e Montecitorio ignorano la sentenza, tutto è ancora com’era e l’ago della bilancia della vita politica italiana è il patto del Nazareno, un accordo privato sottoscritto dal Presidente del Consiglio dei Ministri e da un pregiudicato, espulso dal Senato e privato dei diritti politici. In questa condizione, sperare del bene o temere peggioramenti solo perché, voltando pagina al calendario, un numero cambia e ci dice che un anno se n’è andato, è un’innocente finzione che alimenta pericolose illusioni. Quando per noi non decidono il caso, gli accidenti maligni e le insperate fortune, il futuro, figlio del passato, è in mano al presente. Il calendario non c’entra.
Potremo farci tutti gli auguri che vogliamo, sognare a occhi aperti tempi migliori e cambiamenti radicali, nulla cambierà se non sapremo dire a chiare lettere e tutti assieme, in una manifestazione pubblica di radicale dissenso, che avanti così non è più possibile andare. Non cambierà nulla, se non denunceremo con forza il crimine che si sta commettendo contro la Costituzione e contro i diritti che garantisce, se non diremo che non ci stiamo, che non siamo più disposti a subire passivamente. La tragedia della nostra democrazia è sotto gli occhi di tutti e siamo in milioni a pagarne l’inaccettabile prezzo: lavoratori, pensionati, precari e soprattutto le giovani generazioni cui si nega un futuro dignitoso. Stiamo subendo una violenza inaudita. Un Parlamento nato da una legge incostituzionale tiene in piedi a colpi di fiducia un governo automaticamente privo di legittimo morale e politica, che sta cambiando le regole del gioco, grazie a un accordo più o meno segreto con un uomo condannato in via definitiva a quattro anni di galera per gravi reati contro lo Stato. E’ come se una banda di ladri, colta con le mani nel sacco in flagranza di reato, invece di finire davanti ai giudici, si arrogasse il diritto di cancellare il furto dal codice penale.
In questo clima di violenza ci avviamo al 2015. La «legalità» formale, di cui si riempiono ogni giorno la bocca gli uomini che ne calpestano la sostanza, è l’arma con la quale i ceti padronali schiacciano i lavoratori e cancellano diritti che sono costati sacrifici e sangue. Non sarà voltando pagina a un calendario che eviteremo lo sfruttamento feroce dell’uomo sull’uomo, i processi e la galera per i dissidenti, i morti sul lavoro, le scandalose sentenze che assolvono i padroni, le manipolazioni dell’opinione pubblica e la facoltà concessa agli imprenditori di licenziare chiunque si opponga a questo disegno criminale o provi a difendersi dallo sfruttamento. La via elettorale è in mano a un governo illegittimo: quando ci manderanno a votare non cambierà nulla, perché in cantiere c’è una legge elettorale più illegale di quella cancellata dalla Consulta e l’opposizione sociale, colpita pesantemente in piazza dalle forze dell’ordine e dal codice Rocco, è sotto scacco.
Che fare?
Auguriamoci tutto il bene possibile, ma diciamoci chiaro che il solo bene in cui possiamo sperare è quello che conquisteremo difendendoci dal male che ci stanno facendo. Diciamoci pure che non staremo mai bene, finché non starà male chi male ci fa. Augurarsi un buon anno, quindi, per chi subisce i colpi del governo illegittimo dei padroni, può voler dire solo giurare che l’anno nuovo sarà nero per Renzi e la sua banda, perché ogni piazza sarà una trincea della giustizia sociale.

Da Fuoriregistro, 30 dicembre 2014 e Agoravox, 31 dicembre 2014

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I decreti attuativi per il Job Act sono già pronti! C’è uno spirito animale nella vitalità del pupo fiorentino accampato a Palazzo Chigi. Ha il dono dell’ubiquità. Ovunque ti volti, lo trovi. E ovunque la voce chioccia insiste sulla “riforma a costo zero”, lo slogan demenziale che traduce in linguaggio parapolitico le promozioni da supermarket: “compri due e acquisti tre”.
Negli incubi che turbano i sonni del pugnalatore di Letta, Goebbels si presenta forse in compagnia di Giuda? Non è facile saperlo, ma qualcuno gliel’ordinerà ai propagandisti del Minculpop di ripetere ossessivamente l’indecente bugia: il Job Act non prevede licenziamenti discriminatori. Come se esistessero padroni così idioti, da mettere nero su bianco che ti cacciano perché sei omosessuale o sindacalista. Esistono padroni che non vogliono giudici autorizzati a ficcare il naso, questo sì. E il governo dei padroni li accontenta! Esistono imprenditori che chiedono una terra di nessuno in cui si licenzi a piacere e si assuma senza regole e diritti. Lo spirito animale sente il vento e gliela regala. Tutele crescenti ai padroni, ammortizzatori sociali ridotti a un’elemosina,  un sussidio da fame a tempo determinato poi, se non ce la fai, t’appendi a una corda e ti togli dai piedi, che l’elemosina non ce la possiamo permettere. Il cuore della riforma è questo: basta con gli uomini liberi. Sono già pronte per l’uso intere generazioni schiavizzate e i dubbi tormentosi sono solo dei padroni: licenzieranno per difficoltà economiche legate all’azienda, o gli basterà anche solo una contrazione del mercato di riferimento? E gli utili precedenti, i milioni incassati negli anni buoni? Questi sono affari che riguardano i lavoratori? Se licenzio per motivi disciplinari, qualcuno potrà dirmi per caso che è un abuso, perché il lavoratore è stato alle regole?
Dubbi infondati. Il merito principale del Job Act, è il principio che lo ispira: la legge riguarda solo i dipendenti e l’azienda è un museo degli orrori impuniti.
Non so come le chiameranno gli storici domani, queste leggi. So che sono le prove generali di un funerale dei diritti. Si pensa di celebrarlo, dimenticando il sangue versato da chi li ha conquistati, ma la risposta verrà. Non sarà immediata e giungerà certamente dopo un percorso di guerra lungo e doloroso. Nulla v’è al mondo che in eterno duri scrisse qualcuno su un muro di Pompei, davanti alla morte che piombava improvvisa dal vulcano. Le classi lavoratrici hanno a disposizione memoria storica e tradizione di lotte. Occorrerà che tutto si adatti ai tempi nuovi e al livello della sfida, ma chi pensa d’aver vinto sta regalando ai presunti sconfitti un’arma micidiale: la sua ebete convinzione che le ragioni della forza possano prevalere sulla forza della ragione. La storia è la scienza di un tragico errore: in ogni tempo la violenza cieca dei padroni si è illusa di annichilire il coraggio della dignità, ma non c’è mai riuscita.
Non è vero che la storia non si ripete. Nei percorsi della vicenda umana esistono variabili e costanti; chi osserva i fatti senza pregiudizio lo vede chiaro: nel momento stesso in cui si afferma, un regime prende a seminare i germi del suo tracollo. E’ così anche per i barbari che oggi si fanno scudo di un contenitore senza contenuti e lo chiamano “democrazia”.
Pagheranno. Invano, poi, all’ultimo momento, terrorizzati, si appelleranno vigliaccamente ai diritti che hanno cancellato. La storia non fa sconti.

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mal-di-mare-rimedi1Da un punto di vista etimologico, la parola nausea, deriva dalla greco ναῦς naus, che significa nave. Non a caso nausea in latino vuol dire mal di mare. La nausea, quindi, per estensione, è una reazione involontaria e molesta, che si manifesta con ingombro allo stomaco, si accompagna ad un’abbondante salivazione, è seguita non di rado dal vomito ed è causata da sentimenti di vivo disgusto e inarrestabile repulsione.
A rigor di logica, quindi, non è certo colpa mia – e non mi si può accusare di vilipendio – se, per insondabili meccanismi psico-somatici, Giorgio Napolitano ha sul mio organismo l’effetto involontario e tedioso del mal di mare; se, per esser chiari, contro la mia volontà, ascoltandolo, sento aumentare la salivazione, avverto un senso di vertigine, mi ricopro di un velo di freddo sudor e, come provassi un profondo disgusto, una inarrestabile ripulsa, divento vittima di un’invincibile nausea.
Lascio immaginare al lettore la condizione in cui mi trovo da quando, l’accoppiata mediatica Napolitano-Renzi, impazza sul piccolo schermo, sui giornali e su tutti i mezzi di comunicazione di massa. Malauguratamente sui rapporti tra vomito e pupo fiorentino mancano, per la cronica  mancanza di fondi, ricerche adeguate, sicché non ho strumenti scientifici per spiegare e affrontare la nausea micidiale, ma posso garantirlo a chi legge: da quando il bipresidente l’ha imposto alla volontà del popolo sovrano, nonostante le mani lorde del sangue vivo di Enrico Letta, mi sto svenando per acquistare farmaci a base di pantoprazolo.

Da Fuoriregistro, 23 dicembre 2014

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Nicola Patriarca

una-rivoluzioneCi sono vicende umane e politiche che rivelano allo stesso tempo la complessità di un momento storico e la ricchezza delle prospettive da cui è possibile tentarne la lettura. Il peso della casualità, le radici lontane che legano tra loro gli eventi, la logica repressiva che spesso accomuna il potere politico che cade a quello che lo scalza, la dignità che combatte con alterna fortuna il sonno della ragione. Questo e molto più si cela nella vicenda di Koliuscia – così Varia, la giovane moglie russa, chiama affettuosamente il marito, Nicola Patriarca – che paradossalmente i sovietici ritengono un anticomunista e in Italia incappa nei fulmini della repressione perché ai fascisti appare invece un pericoloso comunista .
In realtà, se si scava a fondo, se si leggono con attenzione le note, le lettere censurate e i rapporti confidenziali raccolti dalla polizia fascista in fascicoli ormai ingialliti dal tempo, si fa presto a capire che le antiche carte non raccontano semplicemente l’amaro destino di un uomo ma anche il tragico problema storico della rivoluzione sociale che diventa potere politico. 
Se gli storici accettassero la loro natura di opinabili narratori delle proprie e delle altrui ricerche e non si chiudessero nelle gabbie degli “statuti scientifici” e della legittimità accademica, sarebbe una fortuna: avremmo libri più comprensibili, lettori più numerosi e appassionati e un popolo più colto e consapevole. In attesa che questo accada – e chi ci crede invochi un miracolo – la vicenda dal Patriarca, cercherà invano una chiave di lettura appropriata nella categoria storiografica del “totalitarismo” che, generalizzando, si ferma su dati macroscopici e, com’è naturale, coglie le affinità, che sono abbastanza evidenti, ma sottovaluta fatalmente il peso delle differenze.

Da Giuseppe Aragno, Antifascismo e potere. Storia di storie, Bastogi, Foggia, 2012

Nato a Mosca il 4 aprile del 1893, quando il trono degli zar sembra ancora abbastanza solido, Nicola Patriarca è cittadino italiano, ha vissuto in Russia per tutta la vita, come Vladimiro, suo padre, originario di Voronež, un porto fluviale di 80.000 anime e memoria storica della famiglia, il quale ricorda che italo-russi erano stati a loro volta suo padre e sua madre e russo di adozione era diventato ancor prima “suo nonno, […] tenente dell’armata napoleonica, fatto prigioniero e rimasto in Russia” . Comunista convinto, sebbene non militante, Patriarca, è un onesto lavoratore, non conosce fascisti, non sa bene probabilmente nemmeno cosa sia il fascismo e non ha commesso alcun reato contro quella rivoluzione che, nelle enunciazioni di principio, nelle motivazioni profonde e nelle fasi iniziali è stata davvero lotta di proletari per l’affermazione politica del proletariato. Nel 1937, però, quando Stalin, “con la maggioranza degli ex oppositori ormai giustiziata e Bukarin in prigione“, opera un terribile “intervento di chirurgia etnico-sociale sul corpo della popolazione“, Kolia è inevitabilmente coinvolto nei provvedimenti di repressione di massa – le grandi “purghe” del 1937-38. che colpiscono anche le cosiddette “nazionalità inaffidabili“, quelle che per i documenti della polizia politica sono “soggette a governo straniero“, benché i loro membri risiedano in Russia da oltre un secolo .
“Inaffidabile” per Stalin, quindi, e costretto a riparare all’estero per evitare i colpi della feroce repressione sovietica, nell’ottobre del 1937 il Patriarca si rifugia in Italia, dove il regime, che si accinge ad aderire al patto anti Comintern, colto il valore politico della vicenda, lo ospita di buon grado, tant’è che a febbraio del 1938, come “cittadino italiano profugo dalla Russia“, è “ricoverato nel locale “Albergo dei Poveri“, a carico del comune di Napoli“. Nei suoi confronti nessun pregiudizio, nessuna misura cautelare di sorveglianza, né informazioni che consiglino la prudenza. L’ospite, del resto, lontano dal suo mondo e dai suoi affetti e ancora scosso dalla persecuzione, appare così affidabile che, a pochi giorni dall’arrivo nell’istituto, è “adibito al servizio di custode alle prigioni del convitto maschile, unitamente con certo Tamigi Giuseppe pure ricoverato“.
Quali siano i progetti e le speranze del profugo in quei primi mesi del 1938 non è facile dire; la separazione dalla famiglia è stata, tuttavia, così dolorosa, che l’uomo chiede alla moglie di raccogliere la documentazione per un ricorso e la donna, disperata, gli scrive:

Kolia caro, sono stata da tuo padre, […] mi ha detto che lui è nato a Voronež, che suo padre e sua madre erano russi e che suo nonno era tenente dell’armata napoleonica. Fatto prigioniero è rimasto in Russia. Ecco che straniero sei tu e noi qui senza di te conduciamo una vita dura e triste“.

D’altra parte, nonostante gli ingiusti provvedimenti di Stalin, la Russia rivoluzionaria ha lasciato nell’uomo segni così vivi e profondi, che l’aria del nostro paese gli pare irrespirabile e il paragone con la Russia dei Soviet, che rimane la sua patria, è inevitabile, tanto più che gli ospiti dell’Istituto si mostrano curiosi di sapere come si trovi in Italia un profugo della Russia dei Soviet. Per lunghi giorni l’uomo dissimula, si chiude in se stesso, evita discussioni che sa pericolose, poi, d’un tratto, in un giorno di metà aprile, coi fascisti in festa dopo i violenti bombardamenti di Barcellona, la crisi del governo Negrin e la Spagna repubblicana divisa in due dai falangisti, la solitudine, che spesso è cattiva consigliera, e un’opprimente sensazione di disagio hanno la meglio sull’iniziale diffidenza. Patriarca lo sa, quel momento è destinato a segnare ulteriormente la sua vita ma, lasciando che dentro di lui il comunista insorga, non si tira indietro e afferma con orgoglio “di trovarsi male in Italia, perché v’è molta miseria e si guadagna poco“. Non contento, aggiunge “che in Russia, dopo l’avvento del bolscevismo le condizioni economiche degli operai sono state di molto migliorate e che egli era riuscito a guadagnare 32 rubli al giorno” .
Benché colpito da una cieca repressione, Kolia, quindi, si riconosce ancora nelle motivazioni e nelle realizzazioni della rivoluzione bolscevica che evidentemente non è stata per lui solo esclusione e oppressione. Preso dalla foga e rotti gli argini, l’uomo non esita a motivare le sue riserve: in Italia, spiega, non si sente “parlar d’altro che di guerra“, mentre “in Russia tutti erano fratelli” . In quanto “alla reale potenza militare italiana“, precisa tagliente, i fascisti hanno “conquistato l’impero per la deficienza bellica degli abissini” e, se “hanno strappato ai repubblicani spagnoli molte vittorie, non si deve al loro valore, bensì alla scarsità di mezzi aerei e di munizioni dei rossi“. La conclusione ha il valore profetico d’un monito: questo “non avverrebbe se l’Italia malauguratamente venisse in guerra con la Russia“.
Patriarca naturalmente non può saperlo, ma in prospettiva e a distanza di decenni, il suo sfogo getterà più di un’ombra sulle deformazioni del revisionismo, che assimila sotto la fuorviante etichetta del “totalitarismo” regimi politici che condivisero metodi comuni a tutte le dittature, ma ebbero natura e funzione storica ben diverse tra loro. Un “merito postumo” che, tuttavia, non mette il Patriarca al riparo dalle prevedibili conseguenze di critiche pubblicamente rivolte al regime e immediatamente riferite alla polizia politica dall’immancabile “confidente“. Né servirà a qualcosa, d’altro canto, la certezza che l’antifascismo del profugo sovietico non può essere in alcun modo “militante“. Denunciato “come persona pericolosa per gli ordinamenti sociali e politici“, il 28 maggio 1938 l’uomo, che in Russia s’è lasciato alle spalle l’accusa di anticomunismo, finisce davanti alla Commissione Provinciale per l’assegnazione al confino, che lo spedisce per tre anni a San Costantino Calabro, perché, “esaltando lo Stato bolscevico, oltraggiando la Nazione Italiana, il Fascismo e il Duce“, ha dimostrato d’essere, invece, un “convinto comunista, svolgendo propaganda e manifestando il suo odio pel Regime” . Paradossalmente, quindi, il comunismo di un uomo legato alla rivoluzione d’ottobre, ai suoi principi ispiratori e alle sue iniziali realizzazioni, risulta “pericoloso” in ogni caso: se è autentico, come ritiene l’Italia fascista, che condanna il Patriarca al confino, o “inaffidabile“, come è apparso nella patria dei Soviet, da dove la spietata “repressione preventiva” di Stalin lo ha costretto a fuggire , Gli italiani, si sa, son “brava gente”, San Costantino Calabro non è certamente la Siberia e può darsi che lager e gulag siano stati più feroci del confino fascista, come da un po’ raccontano revisionisti d’ogni colore, sostenuti con singolari equilibrismi etici dagli eterni chierici della tradizione trasformista . Sta di fatto, però, che il prigioniero russo va incontro a un vero e calvario e, quando finalmente riesce a stabilire un primo, momentaneo contatto con la moglie Varia e il figlio Koka, dal giorno dell’arresto sono passati addirittura sette mesi dall’arresto.

Carissimo Kolia! – scrive la moglie da Karkov l’11 novembre del 1938 – Finalmente abbiamo ricevuto la tua lettera. Ero già inquieta per il tuo lungo silenzio. Caro Kolia! Io non capisco bene. Dunque tu hai ricevuto anche la cartolina che ti ho mandata a Napoli. In tutto ne hai ricevuto due“.

Cosa sia accaduto in quei lunghi mesi non è facile dire, ma è chiaro che un insuperabile muro di silenzio e di dolore ha diviso l’uomo dal suo mondo. Più che una corrispondenza, le lettere, infatti, sembrano una somma di monologhi che provano invano ad aprire un impossibile dialogo. Non potendo scrivere – i fascisti non consentono – l’uomo è costretto a immaginare ciò che vorrebbe leggere o ascoltare. Il tempo, per lui, d’un tratto s’è fermato e in mente le domande si affollano: che fa la moglie? Come tira avanti? E Koka, il figlio, sta bene, se la cava? Come l’ascoltasse, Varia gli scrive che il ragazzo “è passato nella quinta classe dopo gli esami di riparazione“, ma tutto è frammentato e sfuggente, tutto sembra smarrito nei vuoti della memoria. Persino i volti e il suono delle voci.

Tu sai com’è nostro figlio – prosegue la moglie – vuol far tutto ma per lo studio è pigro. E’ una vera disperazione. Bisogna stargli sempre dietro. Adesso si interessa ai colombi. Ha fatto da sé una gabbia e poiché io non gli ho permesso di tenerli in casa, li tiene da un compagno“.

Manca una guida, una mano affettuosa ma ferma che indichi la via al ragazzo inconsapevole e vivace che finalmente gli scrive:

Caro papà, abbiamo ricevuto la tua lettera e siamo tanto contenti. Noi viviamo assai bene. Un pesciolino è morto e l’altro se l’è mangiato il gatto. Adesso volano qui dei colombi. lo do loro da mangiare ma non li acchiappo perché sono selvatici. Papà io sono passato nelle quinta dopo gli esami di riparazione. Adesso studio assai bene. Abbiamo avuto tre giorni di vacanza. lo sono stato a letto cinque giorni e cosi non ho ricevuto la pagella. Quanto saprò i miei punti te lo scriverò. Papà i francobolli non li ho ricevuti. Tu mi domandi se faccio la collezione di francobolli. Sicuro che la faccio. Per ora arrivederci. Ti abbraccio forte, forte tuo figlio Koka“.

In quanto alla moglie, che probabilmente non conosce bene la sorte toccata al marito in Italia, la sofferenza ha toni dolci, ma terribilmente acuti:

Caro Kolia, non vedo il momento che la nostra famiglia si riunisca. Non ho che un desiderio; di esser tutti insieme. In questi giorni il nostro Koka è stato poco bene. Ho chiamato il dottore. Ora sta meglio. Tempo fa sono stata chiamata nella sua scuola. E’ buono ma non vuol studiare. Bisogna che tu gli scriva. […] Se tu ritornassi presto! Io al solito lavoro, Koka studia. Da poco è venuta la mamma e cosi viviamo nella speranza di riunirci e allora vivremo benissimo. Scrivi come stai di salute, come vanno i tuoi affari. Quando potremo essere di nuovo insieme! Noi sentiamo molto la nostalgia di te stiamo male senza di te. E scrivici più spesso. Sono inquieta per la tua salute. Vorrei dirti tante cose ma non è possibile per lettera“.

Una risposta il marito riesce a inviarla, ma giunge in Russia quasi un anno dopo, nell’ottobre del 1939. Solo un mese prima, l’Armata Rossa ha aggredito da Oriente la Polonia, martoriata a Occidente dalla Wermacht di Hitler, in una guerra di distruzione di una ferocia che non ha precedenti e sconvolge ogni equilibrio. Tutto vacilla, gli ideali, il senso della dignità, il confine stesso tra ragione e istinto animale, i principi attorno ai quali solo pochi anni prima ruotava la vita di Nicola Patriarca e della sua famiglia. Ogni speranza sprofonda in una notte interminabile e buia e ciò che prima pareva a Varia motivo d’un orgoglio sia pure amaro si va trasformando in un cupo senso di colpa: “Caro e amato Koliuschka, […] che amarezza di esserci creati da noi tanto dolore!” scrive la donna al marito il 15 ottobre del 1939 in una lettera in cui la disperazione si alterna alla speranza. “Pazienza”, […] bisogna […] aspettare che la felicità ci sorrida di nuovo. Dobbiamo vivere e credere che saremo di nuovo insieme“, prosegue la donna che, nel rimescolamento delle carte prodotto dalla guerra ha fatto quanto poteva per ottenere il ritorno del marito in Russia, ma non ha mai ottenuto una risposta precisa e s’è rassegnata: “io non posso far niente“, pare sia “necessario che tu faccia le pratiche. Informati costì“.
Quali pratiche e a chi indirizzate la donna non saprà mai. Ogni cosa diventa vaga, incerta e dolorosa, anche se Varia si fa coraggio e spera:

Koka sta bene..[…] Pare che studi un po’ meglio ma è sempre pigro. Potrebbe studiare benissimo ma contentiamoci. Adesso sta più in casa. Ho bisogno di 250 rubli per lui, ma forse li avrò presto. In generale ogni giorno mi porta una sorpresa ma penso che avrò la forza di sopportare tutto in attesa che venga il momento che saremo tutti insieme. Basta che ci sia la salute. […] Caro Kola, io frequento i corsi di infermiera e credo che tra un mese e mezzo avrò il mio diploma. Mi è venuto a noia di fare l’insegnante. Come sarebbe bene se tu fossi qui. Devo fare tutto da me. […] Nell’animo sento, tristezza. Tutti vivono con il marito, il mio non c’è“.

La stretta repressiva che accompagna la furia della guerra cancella le speranze di Vania. Dopo la Polonia, per Stalin è il turno della Finlandia; una dopo l’altra Hitler assale Danimarca, la Norvegia, l’Olanda e la Francia, contro la quale, abbandonando ogni prudenza, Mussolini scatena proditorio l’impreparato esercito italiano. Il 9 febbraio 1941, mentre l’Europa è ormai un sanguinoso campo di battaglia, Nicola Patriarca riesce a far giungere sue notizie alla famiglia:

Miei cari Variuscia e Koka, – scrive il confinato – è quasi un anno e mezzo che non vi scrivo e non ricevo vostre lettere, ma avrete probabilmente capito che non è per colpa mia. Oggi ho ricevuto il permesso di scrivervi una lettera in russo e ne approfitto immediatamente“.

Così si apre l’ultima lettera spedita dal confino. Un anno e mezzo di silenzio, una lontananza sempre più dolorosa e le mille ingiustizie subite sembrano finalmente lasciare un po’ di spazio alla speranza di un ritorno che, tuttavia, la tragedia della guerra rende sempre più difficile e avventuroso.

Sono sano e salvo – prosegue il Patriarca – penso a voi ogni giorno, vivo al pensiero di voi. Il 18 aprile finisce il mio esilio, cosa sarà dopo non lo so ma penso che vi rivedrò tutti e due. Sono già tre anni e mezzo che sono lontano da voi. Koka? […] Credo che ormai non sia più il caso di chiamarlo così: quando l’ho lasciato era piccolo e adesso, se non sbaglio, deve avere 14 anni passati, già un giovanotto, a momenti bisognerà pensare a sposarlo. Come vanno, caro, le tue cose, che classe fai, come vanno gli studi, come passi le tue sere, sei sempre appassionato del cinema come eri prima? Quante domande vorrei fare ma non è possibile scrivere tutto. E tu Variuscha, ti ricordi sempre di me o mi hai dimenticato? Lavori sempre nella fabbrica dei profumi o fai l’infermiera come scrivesti nella tua ultima 1ettera. E’ sempre vivo il babbo o è morto, quando sono partito era già vecchietto […] Della mia vita non c’è niente da scrivere, una vita monotona, un giorno assomiglia all’altro. […] Vorrei scrivere tante cose ma i pensieri fuggono e non posso ricordarli. Variuscha, […] dato che la lettera deve passare la censura, non rispondere ed aspettane una col nuovo indirizzo perché, come ti ho scritto, il 18 aprile sono libero e non so dove mi manderanno. Ecco per ora è tutto, vi abbraccio forte, forte a tutti e due“.

Kola svanisce così, con quest’abbraccio. Altro di lui non sappiamo e anche Varia perdiamo con lui. In quanto a Koka, non è da escludere: potrebbe essere ancora vivo. Sono trascorsi decenni. La rivoluzione bolscevica ha chiuso la sua parabola storica, la Russia dei Soviet si è disintegrata sotto il peso delle sue contraddizioni e quel fascismo che sognava di permeare di sé la civiltà occidentale vive solo nella nostalgia di vecchi rottami e nel delirio di qualche giovane fanatico. Non sappiamo se Kola sia riuscito a tornare tra i suoi compagni bolscevichi nella Russia aggredita, se abbia riabbracciato il figlio e la sua Varia e se assieme siano usciti indenni dalla ferocia della guerra. Come che sia andata, la vicenda di questo comunista merita d’essere ricordata in questo nostro tempo di strumentali revisioni e gratuiti processi perché ha il valore di un monito e chiede conto del silenzio che l’ha cancellata dalla storia. Lo storico – sembra dirci – non può chiamarsi fuori dalla mischia in nome di una pretesa neutralità dei fatti. Dietro gli eventi ci siamo noi e la storia è un dialogo tra uomini vissuti in tempi diversi tra loro, sicché il passato cambia col cambiare degli uomini e vive nel presente che ci aiuta a “leggere” In questo senso, Nicola Patriarca vive ancora. E ci parla.

Note

1.Archivio Centrale dello Stato, Roma, Ministero dell’Interno, Casellario Politica Centrale, (da qui in avanti ACS, CPC), busta (d’ora in poi b.), 3781, fascicolo (in seguito f.) “Patriarca Nicola”, e Confino Politico, Fascicoli Personali (d’ora in poi Confino), b. 793, f. “Patriarca Nicola”. Sulla vicenda del profugo, si trovano cenni in Rosa Spadafora, Il popolo al confino. La persecuzione fascista in Campania, Athena, Napoli, vol. I, pp. 27-28 e 373, che, tuttavia, si sofferma sulla vicenda personale di cui non coglie il profondo significato politico.
2.Nella sua recente storia dell’Unione Sovietica, Andrea Graziosi sostiene che fino al 1920, quando ne scrissero Ludwig Mises e Boris Davidovič Bruckus, nessuno aveva ancora “messo in luce la tara di origine ideologica” del sistema sovietico. In realtà, nel luglio del 1919, Errico Malatesta aveva già individuato i limiti teorici e l’esito fatalmente burocratico e autoritario della rivoluzione bolscevica. “Lenin, Troski e compagni, – ebbe a scrivere, infatti, Malatesta – sono di sicuro dei rivoluzionari sinceri, […] ma essi preparano i nuovi quadri governativi che verranno dopo per profittare della rivoluzione ed ucciderla“. Andrea Graziosi, L’Urss di Lenin e Stalin. Storia dell’Unione Sovietica. 1914-1945, Il Mulino, Bologna, p. 10, e lettera di Malatesta a Fabbri, datata 30-7-1919, in Errico Malatesta, Pagine di lotta quotidiana, prefazione di Gino Cerrito, Tipografia Il Seme, Carrara, 1975, riportata da Luigi Di Lembo, Guerra di classe e lotta umana. L’anarchismo in Italia dal biennio rosso alla guerra di Spagna. 1919-1939, Biblioteca Serantini, Pisa, 2001, p. 57.
3.Nella prima metà del Novecento Benedetto Croce elaborò una filosofia della storia in cui affermava che ogni storia e , per sua natura, “storia contemporanea“, perché lo storico guarda al passato con gli occhi dell’uomo del presente, alla luce dei problemi del presente e secondo la sensibilità del tempo in cui si è formato. La storia, quindi, non è solo una ricostruzione di fatti, ma il giudizio che se ne dà. Com’è noto, Croce sostenne questa sua affermazione con una constatazione logica: se lo storico si limitasse semplicemente a catalogare dei fatti senza esprimere giudizi, come farebbe a sapere ciò che vale la pena di catalogare? Benedetto Croce, La storia come pensiero e come azione, Laterza, Bari, 1938. Nonostante la limpida riflessione di Croce, ancora alcuni anni fa, un noto studioso americano si è chiesto il perché della molto “recente acquisizione della storia contemporanea nell’ambito della rispettabilità accademica“, e ha ritenuto di poterle individuarle nell’assenza del necessario distacco e, quindi, di quella obiettività di giudizio assicurati dallo spegnersi delle passioni legate alla vicinanza degli eventi. Arthur Schlesinger Jr, On the writing of contemporany history, in “Atlantic Monthly”, marzo 1967, p. 69, riportato da Claudio Pavone, Prima lezione di storia contemporanea, Laterza, Roma-Bari, 2007, pp. 7-8, al quale si rimanda per un’attenta e aggiornata riflessione sull’argomento. Ancora molto stimolante in tema di filosofia della storia, nonostante gli anni, è certamente Edward Hallett Carr, Sei lezioni sulla storia, Einaudi, Torino, 1966.
4.ACS, CPC, Confino, b. 793, f. “Patriarca…”, cit., lettera proveniente da Kharkov, spedita al confinato dalla moglie Varia l’11 novembre 1938 e tradotta dal russo per la polizia da Valentina Dolgher.
5.Andrea Graziosi, L’Urss da Lenin…, cit., pp. 417-19. A proposito del terrore, Graziosi osserva che “una volta penetrata la sua logica, esso ci appare […] una gigantesca opera di ‘pulizia’ decisa dall’alto, che seguiva due strade: l’eliminazione dei ‘detriti’ ostili lasciati dalla costruzione del socialismo […] e quella di ogni quinta colonna potenziale in vista della prossima guerra. […] Ciò spiega […] il peso determinante che vi ebbero le nazionalità collegate a stati esteri, le persone che avevano contatti con l’estero […] e gli stranieri, inclusi gli emigrati politici: molti dei comunisti rifugiatisi in territorio sovietico […] presero allora la via delle carceri o del Gulag“. Ivi, p. 425. Sulla sorte degli italiani nella Russia sovietica, si veda Elena Dondovich e Francesca Roghi, Italiani nei lager di Stalin, Laterza, Roma-Bari, 2006.
6.ACS, MI, Confino, b. 793, f. “Patriarca…”, nota n. 12.2 del 19-5-1938 inviata da Antonio Contursi, comandante della Tenenza Scali della Legione Territoriale dei Carabinieri Reali di Napoli, alla Regia Questura e, per conoscenza, al Comando del Gruppo Interno dei Reali Carabinieri di Napoli.
7.ACS, CPC, b. 3781, f. “Patriarca…”, profilo biografico.
8.Ivi, Confino, b. 793, f. “Patriarca…”, cit., nota n. 12.2 cit.
9.Ibidem, nota n. 12.2 cit.
10.Ibidem.
11.Ibidem e Rosa Spadafora, Il popolo…, cit., p. 27 12.ACS, Confino, b. 793, f. “Patriarca…”, cit., nota n. 12.2 cit.
13.Ivi, ordinanza del 29 maggio 1938, emessa dalla Commissione Provinciale per l’assegnazione al Confino di Polizia composta dal vice Prefetto, Gennaro Sannino, dal Sostituto Procuratore del Re, Beniamino Patrone, dal vice Questore Umberto Palma, dal comandante Gruppo Interno dei Carabinieri, Ulderico Berengo, da Michele Bellocci, Seniore della M.V.S.N e da Avallone Raimondo con funzioni di segretario.
14.Il carattere “preventivo” della repressione di massa, osserva Graziosi, fu quello “più discusso ai vertici. Stalin sottolineava nella sua copia della ‘Pravda’ i passaggi sul nemico interno” e “persino i filatelici furono tra le subcategorie del terrore“. Andrea Graziosi, L’Urss di Lenin…, cit., p. 425.
15.Silverio Corvisieri, La villeggiatura di Mussolini: il confino da Bocchino a Berlusconi, Baldini Castoldi Dalai, Milano, 2004.
16.ACS. MI, Confino Politico, Fascicoli Personali, b. 793, f. “Patriarca…”, cit., Lettera della moglie Varia datata Kharkov 11 novembre 1938.
17.Ivi.
18.Ibidem, nota senza data e provenienza, ma spedita certamente da Kharkov l’11 novembre del 1938. Stupisce il fatto che nelle lettere dei familiari di Patriarca non si ritrovi cenno alla terribile carestia di qualche anno prima, sulla quale si veda Andrea Graziosi, Lettere da Kharkov: la carestia in Ucraina e nel Caucaso del nord nei rapporti dei diplomatici italiani, 1932-33, Einaudi, Torino, 1991.
19.ACS, MI, Confino Politico, Fascicoli Personali, b. 793, f. “Patriarca…”, cit., lettera della moglie Varia dell’11 novembre 1938.
20.L’alleanza della Russia con la Germania fu conseguenza diretta di gravi scelte politiche dei Paesi occidentali. Com’è noto, il “Cremlino provò a costruire un’alleanza militare che scoraggiasse Hitler“, ma non trovò alcuna disponibilità. Londra, infatti, che sperava in un conflitto tra Germania e Russia, “non mandò il suo ministro degli esteri a condurre i negoziati a Mosca, ma un addetto militare” al quale “non fu conferito il mandato per trattare“. Le conseguenze furono naturalmente tragiche, perché, come osserva Service, “se Stalin aveva sinceramente pensato a un’alleanza con le democrazie occidentali, ora sapeva di non poter contare su di loro“. Robert Service, Storia della Russia nel XX secolo, Editori Riuniti, Roma, 1999, pp. 278-79. Sulla vicenda si vedano Michael Jabara Carley, 1939: l’alleanza che non si fece e l’origine della seconda guerra mondiale, La Città dl Sole, Napoli, 2009, e Andrea Graziosi, L’Urss di Lenin…, cit, pp. 447-49, che si ferma però quasi esclusivamente sulla politica estera di Stalin.
21.ACS. MI, Confino Politico, Fascicoli Personali, b. 793, f. “Patriarca…”, cit., lettera inviata a Nicola Patriarca dalla moglie Varia il 15 ottobre 1939.
22.Ivi.
23.Ibidem, lettera di Nicola Patriarca spedita da San Costantino Calabro il 9-2-1941.

Uscito su “Fuoriregistro” l’11 dicembre 2009.

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palreaLa ricerca storica è un viaggio da giramondo tra polvere, carte e percorsi intricati che alla fine lascia un album prezioso dell’animo umano e una domanda insistente: che fai, porti tutto con te? La Storia in fondo è un insieme di storie: uomini e donne che spesso non meritano di sparire, e vite e fatti da raccontare.
Prendi, per dirne una, la singolare vicenda di Napoleone Brambilla, un calzolaio socialista milanese che a fine Ottocento trova lavoro a Napoli, nella città dei disoccupati, e ci mette radici. Se prendi la via che conduce alla nascita del sindacato, ti viene incontro con la passione e l’umanità che lo unì ai compagni napoletani contro i colpi di un capitalismo che, ieri come oggi, viveva di leggi del mercato e faceva guerra allo stato sociale: Cetteo De Falco, Ferdinando Colagrande e Gaetano Balsamo, sindacalisti d’altri tempi, nomi che oggi non dicono niente a nessuno, ma in quegli anni erano così noti tra i lavoratori, che la questura li “teneva d’occhio”. I tempi cambiano e spesso occorre perdere ciò che si ha per riconoscerne il valore.
Il 6 gennaio del 1894 – chi si ricorda più? – quando a Napoli nasce la Camera del Lavoro, Brambilla non ne è solo uno dei dirigenti che firmano l’atto di nascita in Via Banchi Nuovi; se il sindacato quel giorno prende a funzionare è perché, con un manipolo di compagni napoletani, ci ha perso il sonno e la salute. Mentre firma, però, – il nome si legge ancora chiaro nell’atto notarile – sta sul chi vive: troppe strane manovre, troppi sguardi e cenni d’intesa tra questurini in borghese, perché sia sereno. Brambilla se ne sta defilato e a casa quella sera non ci torna. Nel cuore della notte, per far festa alla neonata Camera del Lavoro, una “retata” micidiale coglie tutti nel sonno: militanti e dirigenti, repubblicani, anarchici e socialisti. Tutti dentro: Crispi fa a Napoli le prove generali delle leggi speciali che è pronto a varare.

scansione0001Brambilla a casa non c’è; riappare quando l’aria si fa più respirabile e si presenta al processo per rispondere all’accusa di complicità con gli anarchici in un fantomatico “piano rivoluzionario”. Non esiste nessun progetto, afferma deciso, e l’accusa non sta in piedi: la smentiscono se non altro ragioni di dottrina. “Inconciliabili differenze teoriche dividono socialisti e libertari – spiega infatti al giudice l’operaio – e ci sono profonde divergenze nell’azione concreta. Tra noi non può esserci comunanza”. E’ la cultura operaia che sale in cattedra e fa lezione, denunciando l’ipocrisia della legalità borghese, ma il giudice è di parte e la condanna è già scritta; si fonda su prove costruite ad arte invano smentite dalla logica inoppugnabile del calzolaio.
Brambilla sa di che parla. A Napoli, nel 1890 ha fondato e diretto una società di calzolai che, rifiutato il “mutuo soccorso”, si è indirizzata verso la resistenza; dal 1891 è nella lista nera della Questura: uno dei “sovversivi” più pericolosi del Circondario, perché, insieme ad alcuni compagni, ha riunito i delegati di sessanta società operaie e si sono messi a lavorare perché Napoli abbia una Camera del Lavoro. Il coraggio non gli manca e assieme al tipografo Colagrande ha fondato ”Il Secolo dei Lavoratori”, un giornale operaio che dà voce agli sfruttati e pesta i piedi agli sfruttatori, sicché, quando i padroni definiscono il giornale “organo degli straccioni”, Brambilla non ci gira attorno: “questo epiteto – scrive – o signori, ci fa essere più alteri e coraggiosi nel dir la verità. La parola straccioni tanto vale per noi, quanto quella di cavaliere per voi. Noi siamo gelosi dei nostri cenci onorati”.
Napoli a fine Ottocento non è solo camorra. C’è una cultura operaia, che nasce da lotte ormai dimenticate. E’ una storia semplice fatta di principi egualitari e solidarietà.
Questura e padroni non stanno a guardare. Dei lavoratori, terrorizzati dallo spettro della fame e della disoccupazione, chi non si lascia comprare, cede alle minacce e la Camera del Lavoro si ritrova così un presidente e un segretario legati a filo doppio ai padroni, ai questurini e alla camorra. Nell’ottobre 1896, però, a Firenze, al Congresso delle Società Cooperative, Brambilla trova il coraggio di denunciare le intromissioni e provoca l’espulsione dell’organizzazione inquinata dalla Federazione delle Camere del Lavoro d’Italia. Una denuncia che gli costa caro: sorveglianza strettissima, fermi, perquisizioni e una carriera di “sovversivo noto e pericoloso” da colpire appena possibile.
Brambilla ha un cuore grande, ma è un cuore ammalato che stenta a seguirlo nelle battaglia. Dovrebbe fermarsi, ma non si tira indietro. Nel 1897, mentre lavora con Angelo Binaschi, dirigente operaio di Milano, alla nascita della Federazione Nazionale dei calzolai e stringe rapporti con l’organizzazione internazionale di categoria, che ha sede a Bruxelles, si batte per la refezione scolastica e l’abolizione del domicilio coatto.
La repressione che lo stanca ogni giorno di più, lo rende anche saggio e non caso ricorda a Binaschi che in tempi così oscuri le organizzazioni operaie devono “mantenersi in una linea puramente economica e professionale, imperocché noi conosciamo per esperienza quanto sia nocivo per metodo d’organizzazione il frammischiare a questa la questione politica, mantenendo per base che l’economia unisce, la politica divide”.
Quando però si tratta di organizzare una nuova Camera del Lavoro, da contrapporre a quella dei “cavalieri e questurini”, non dubita si collega apertamente ai socialisti e la nuova organizzazione ben presto si afferma e incute timore ai padroni. Lo stato d’assedio a Napoli nel maggio 1898 si spiega anche con questo timore, sicché non un caso se Brambilla finisce in carcere con molti dei suoi compagni sindacalisti. Non c’è uno straccio di prova, ma basta l’accusa: si preparava la rivoluzione.
Spedito a domicilio coatto, il sindacalista ci resta pochi mesi, ma la salute ne esce definitivamente compromessa: con un sussidio di 30 centesimi al giorno, non c’è un soldo per sostenere un cuore sempre più malato e tutto diventa tremendamente difficile. Ai primi del 1899, dopo un mese trascorso all’Ospedale degli “Incurabili” per ridurre alla ragione il cuore che non vuole più saperne, Brambilla tesse di nuovo la sua trama: le società operaie disciolte si riorganizzano, i contatti con i dirigenti del Partito Socialista si rafforzano – Andrea Costa è il riferimento diretto – e le elezioni amministrative di luglio si avvicinano. Il movimento operaio è cresciuto e i primi successi sono nell’aria. Sta per nascere il secolo dei lavoratori.
“L’uomo trovato morto sotto i portici di San Carlo ieri notte è il noto Brambilla”. Così annota per il Questore la Squadra Politica la mattina dell’otto luglio 1899. Poco prima della mezzanotte il cuore l’aveva tradito. Tornava da un comizio, nella serata del 7 luglio, quella di chiusura della campagna elettorale e non se n’ere accorto nessuno: poggiato a un pilastro del porticato, se n’era andato. Poche ore dopo migliaia di voti avrebbero premiato il lavoro dei militanti operai e col nuovo secolo un’agguerrita pattuglia di lavoratori avrebbe fatto il suo ingresso a Palazzo San Giacomo.
Non fece in tempo, Brambilla, non vide mai sorgere il sole dell’avvenire e ogni volta che ci passo, sotto i portici del teatro San Carlo, mi pare quasi di vederlo, seduto a terra, le spalle poggiate a un pilastro e lo saluto: ” Non hai avuto la gioia del successo – gli faccio – questo è vero, ma non t’è nemmeno capitata la vergogna della disfatta nella quale rischiamo di affondare “. Lo saluto così e penso che annuisca.
Sarebbe bello se oggi sotto i portici del teatro, si trovasse un po’ di spazio per un nome su una targa: Napoleone Brambilla, un operaio milanese tra tanti compagni napoletani.

Fuoriregistro, 6 gennaio 2005 e Agoravox, 16 dicembre 2014, Repubblica ediz. Napoli, 3 gennaio 2015

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9e_automobiliIl primo ottobre 1943, mentre i tedeschi lasciano in tutta fretta la città che li ha costretti alla resa, Napoli, stremata dalla fame, dai bombardamenti e dalle ferite di tre anni di guerra, ingombra di macerie e morti ancora insepolti, diventa sede naturale del laboratorio in cui si prova a dar vita all’Italia “nuova”. Uniti per forza di cose da un comune nemico, i protagonisti dell’esperimento sono, in realtà, profondamente divisi tra loro. Al centro della vita politica, riemerse dal nulla, ci sono le autorità civili e militari badogliane, rappresentate per lo più da uomini compromessi col fascismo, che, in ogni caso, si sono screditati per la collaborazione con l’occupante nazista e la fuga al momento dell’insurrezione. In perfetta linea con la tradizione trasformista delle nostre classi dirigenti, essi mostrano tutti una passione quantomeno sospetta per la causa di quella democrazia liberale tradita vent’anni prima, per far posto al fascismo e scaricare sulle classi subalterne le spese della guerra imperialista. Anche stavolta in gioco ci sono interessi e privilegi di classe da tutelare, di fronte alla crescita di una sinistra che torna a far paura, ma non è un monolite e anzi, proprio a Napoli, lascia intravedere i sintomi di contraddizioni e fratture destinate a indebolirla…

Per continuare a leggere:Alfonso Nicolò un comunista di base tra continuità dello Stato e memoria negata.

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ImmagineIl laboratorio di metodologia della ricerca e sperimentazione di una didattica della storia, di cui sono stato ideatore ed esperto esterno, ha operato presso il Liceo Classico “Adolfo Pansini” di Napoli dal 2002 al 2011, grazie al prezioso lavoro delle colleghe Arianna Anziano, Luciana Blasi, Bianca Giuanquitto, Maria Palumbo ed Evelina Violini. Ne sono nati cinque saggi, scritti dagli studenti che hanno partecipato all’esperienza e pubblicati dagli editori Ferraro e La città del Sole nella collana “I Quaderni del Pansini”. Tutto iniziò con una visita al preside, Salvatore Pace, al quale esposi il progetto. Benché sconcertato, il preside, che non mi conosceva, ne parlò ai docenti. Si formò così il gruppo che realizzò poi il laboratorio. Propongo ai lettori, con una punta di nostalgia, il testo del progetto, ritrovato per caso, mentre riordinavo vecchi documenti. Le difficoltà in cui versa la scuola, nonostante i proclami degli ultimi, pessimi governi, hanno interrotto il’esperienza che si era dimostrata valida e coinvolgente. Il progetto iniziava così:

Presupposto teorico: il fatto e la sua lettura. La pretesa “neutralità dello storico”;
Finalità: lavoro di ricerca su testi e su documenti editi e inediti custoditi negli archivi di Stato di Napoli e Roma, riguardanti il periodo che va dall’Unità alla nascita delle repubblica;
Obiettivi: scoperta del dubbio come fondamento del sapere; consapevolezza delle relatività e, quindi, della parzialità dei risultati di ogni ricerca storica; abitudine a considerare momentanea e legata a un particolare contesto temporale, politico e socio-culturale la lettura dei fatti della storia; sviluppo delle capacità critiche…

Chi ha voglia di leggere l’intero documento può utilizzare il link che conduce a “Fuoriregistro“.

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