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Posts Tagged ‘Costituzione’

41-bisBisognerebbe partire da un punto condivisibile: più forte è la giustizia sociale, più sana è la politica, più deboli sono la criminalità comune e quella organizzata. Poiché le cose non stanno certo così, abbiamo galere piene di detenuti e i rapporti tra lo Stato e la mafia sono storicamente fortissimi. E’ indubbio, la mafia va colpita, ma questo si ottiene solo spezzando il legame tra potere politico e criminalità organizzata. Secondo il nostro ordinamento giuridico, le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere al recupero. Costituzione della Repubblica, articolo 27. In carcere non sono mai stato, ma so che è un inferno, sicché il “recupero” è difficile, se non impossibile. Tuttavia, per semplificare, facciamo finta che il trattamento normale nelle nostre galere piene zeppe di detenuti rientri nella tipologia di pena prevista dalla Costituzione e che cioè sia umano e tenda al recupero. L’articolo 41 bis sospende questo trattamento – una sospensione che spesso dura per tutto il tempo della carcerazione – e applica al detenuto numerose restrizioni, a cominciare dai colloqui mensili, che si riducono a uno e si svolgono in locali attrezzati per impedire ogni contatto fisico con il visitatore, che può essere solo un familiare o convivente. I colloqui sono sottoposti a controllo auditivo e su richiesta dell’autorità giudiziaria si possono registrare; per coloro che non effettuano colloqui è consentito una telefonata mensile con familiari e conviventi e il colloquio – che ha la durata massima di dieci minuti – è sottoposto a registrazione. Con i difensori si possono effettuare fino ad un massimo di tre colloqui alla settimana della stessa durata di quelli previsti con i familiari. Qui si ferma la necessità di impedire il contatto con l’esterno, in cui potrebbero rientrare la limitazione delle somme, dei beni e degli oggetti che si possono ricevere dall’esterno e la sottoposizione della corrispondenza al visto di censura (fanno eccezione lettere inviate a parlamentari o autorità nazionali ed europee che abbiano aventi competenza in materia di giustizia). Il carcerato però è anche escluso dalle rappresentanze dei detenuti e degli internati. Incomprensibile è la limitazione della permanenza all’aperto – una passeggiata lungo uno stretto e spesso buio corridoio – che si svolge in isolamento o in gruppi che non vanno oltre le quattro persone e non può durare più di due ore al giorno. In pratica, il detenuto vive ventidue ore al giorno in una cella e non ha scelta: può stare a letto o seduto su una panca inchiodata a terra. Spesso la cella è piccola e il letto si trova vicino a un bagno, talvolta turco e chiuso da una bottiglia di plastica.
Il prigioniero non può attaccare al muro fotografie, e spesso non può tenere in cella che pochi capi di biancheria. In alcuni luoghi di pena i sandali possono essere utilizzati solo a partire dal 21 giugno, anche se il caldo comincia molto prima. In cella non si possono tenere detersivi e se il detenuto studia, può utilizzare il computer per un’ora, ma è un’ora sottratta alle due di aria. In quanto alla privacy, non esiste: ovunque ci sono telecamere e spioncini, cui si aggiungono le perquisizioni fisiche, con il detenuto che, nonostante il vetro divisorio e le telecamere per la sorveglianza, viene fatto denudare, prima e dopo ogni colloquio. Maschi o femmine nessuna differenza e le donne recluse al 41-bis sono perquisite davanti ad agenti. Dopo una seria indagine,  la Commissione del Senato per la tutela dei diritti umani ha invano denunciato le condizioni intollerabili riservate a boss mafiosi e cosiddetti terroristi e ben 15 raccomandazioni dell’Europa hanno chiesto la dismissione delle «aree riservate», maggiori condizioni di riservatezza per i detenuti e la “revisione della legislazione consolidata”. Tra il 2003 e il 2013, dopo numerose visite nelle carceri italiane, un Comitato istituito dal Consiglio d’Europa ha definito il 41-bis “fortemente dannoso per i diritti fondamentali dei detenuti” e per le “condizioni somatiche e mentali di alcuni prigionieri”.
Cosa c’entri tutto questo con i cosiddetti “terroristi” e con il senso di umanità prescritto dalla Costituzione e con la “rieducazione” è un mistero glorioso e c’è una sola parola per definire questo trattamento: tortura. Se questo significa democrazia, beh, io non sono democratico.

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Difendiamo la scuola pubblica e le maestre di San Pietro in Casale dalle falsità e dalle minacce dei cosiddetti No-gender e della loro falange fascista.

Ci risiamo, è partita l’ennesima campagna di intimidazione contro le scuole della provincia bolognese. Come per il caso dello spettacolo Fa’Afafine, la morbosità di alcuni giornali diventa diffamazione e poi minaccia. Prima sono comparsi alcuni articoli di cronaca su “Il giornale.it” che riportavano di “presunte nozze gay” fatte celebrare dalle maestre in una classe elementare, poi la cosa è stata rilanciata senza alcuna verifica anche da altri giornali nazionali e tenuta in bella vista per più giorni, nonostante le maestre e la Dirigente si fossero affrettate a smentire. Ora arrivano le minacce di Forza Nuova che ha rivendicato sulla sua pagina FB di aver appeso davanti alla scuola in questione uno striscione su cui si legge “La vostra cultura è contro natura”. Inoltre, l’associazione neofascista ha blaterato di stare “facendo indagini” sul caso e minaccia di “non rimanere inerme” per non lasciare che queste maestre continuino a fare il loro lavoro con “i bambini”.
Sono minacce di stampo fascista che non possiamo tollerare.

Questo appello è rivolto a tutti coloro che hanno a cuore la nostra Costituzione, la libertà della scuola e dell’insegnamento e non tollerano che i fascisti e i loro ipocriti fiancheggiatori continuino nella loro azione di intimidazione e diffamazione.
Il rispetto per gli altri è il valore principale che la scuola democratica, nata dalla Costituzione antifascista, ha il compito di insegnare. Il rispetto dei diversi orientamenti sessuali e la parità di ruoli sociali tra uomo e donna è parte integrante di questi valori costituzionali. Ecco perché chi è, e si professa ancora fascista odia così tanto questi insegnamenti.
Crediamo, infatti, che non sia un caso che queste intimidazioni arrivino proprio oggi 2 giugno festa della Repubblica, nata dalla lotta di liberazione contro il nazifascismo.

È ora che la cittadinanza democratica faccia sentire la sua solidarietà a queste maestre che stanno subendo attacchi ingiustificati solo perché con coraggio e passione compiono il loro lavoro.
È ora che il Direttore dell’Ufficio scolastico faccia sentire chiaramente la sua voce in sostegno a queste maestre e a tutte quelle e quegli insegnanti che in questi mesi, anche in altre scuole, stanno subendo pressioni da parte di Dirigenti, associazioni e partiti di destra. Vogliamo che il Direttore dica chiaramente che questi reazionari si mettano il cuore in pace, perché la scuola continuerà ad insegnare il rispetto per tutti e tutte.
È ora, anche, che il prefetto e le forze dell’ordine agiscano per individuare i responsabili di queste minacce e si accorgano che il partito fascista, diventato fuorilegge dopo la liberazione, sta tornando ad agire con i metodi che lo hanno sempre contraddistinto: la menzogna, le minacce, la violenza.

È ora che la Bologna democratica dia la sua risposta pacifica ma determinata; organizziamola insieme.

Cobas Scuola Bologna
Per adesioni: cobasbol@gmail.com

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punire-310x232Sono passati due anni da quel 5 Maggio di speranza e di giusta ribellione in cui 650.000 docenti, presidi e lavoratori della Scuola pubblica scesero in piazza, paralizzando il paese, per difendere la propria dignità e il proprio ruolo educativo. Due anni di scelte arroganti che, ignorando la totale contrarietà del mondo della scuola, hanno imposto una riforma che stronca la mobilità sociale, trasforma in merce un diritto inalienabile e stravolge la facies e la funzione della Scuola, modellata sulle prescrizioni di quella Costituzione che pure da poco è scampata, grazie a un sussulto di coscienza popolare, al pericolo di essere cancellata.
Dopo quel moto suscitato da chi ha sempre respinto dalle fondamenta l’impianto economicistico e classista della riforma sfociata nel varo della L. 107, la sacrosanta protesta è rientrata, complici le confederazioni sindacali, e i docenti subiscono, oggi, gli effetti mortificanti di una riconversione disciplinare, didattica ed etica che, ancorché “legalizzata”, non può essere accettata, perché manomette la coscienza, calpesta principi deontologici inderogabili, e, soprattutto, preordina i destini degli studenti e delle studentesse.

Le prove INVALSI costituiscono l’alfa e l’omega del processo di mercificazione dell’istruzione e
di asservimento della Scuola a interessi esterni ed estranei ai processi educativi: i test, infatti, da un lato fanno tabula rasa, a monte, delle opzioni didattiche e della programmazione dei docenti, sopprimendo la libertà di insegnamento garantita dall’art. 33 della Costituzione; dall’altro, creano “a valle” – sulla base di indici tutt’altro che imparziali o “oggettivi” – una classifica degli studenti, degli insegnanti e delle scuole, senza alcun riguardo per le specificità territoriali e contestuali o per le peculiarità individuali.
Nonostante siano risultate fin dall’inizio invise sia agli studenti, che vedono assai spesso pregiudicata la loro intera carriera scolastica da un rilevamento istantaneo e arbitrario, che ai docenti, costretti ad “addestrare” gli alunni alla risoluzione dei test, trascurando l’articolazione dei contenuti delle singole discipline, queste asfittiche prove, che certificano discrepanze già a tutti ben note e sperperano ingentissime risorse, allo scopo di commissariare e, infine, liquidare le istituzioni scolastiche ritenute “improduttive”, vengono ogni anno imposte con la minaccia di ritorsioni e la precettazione da parte dei dirigenti, dotati di nuovi poteri dalla L. 107; salvo rare eccezioni, questi ultimi, senza esprimere un giudizio di valore, vantano inesistenti benefici dei test (ripudiati e proscritti, com’è noto, perfino dai loro teorici americani) e minimizzano la portata del danno, sostenendo che si tratta di una prassi “ormai” divenuta consuetudinaria.
E’ bene allora ricordarlo: la consuetudine non può sostituire né surrogare il giudizio assiologico che la classe docente ha il dovere di esprimere sulle scelte pedagogiche che orientano la società; risulta intuitivo, inoltre, che la reiterazione di un comportamento o di una pratica non ne configura la liceità né la bontà.

Noi ci rifiutiamo di pensare che la Scuola si lasci imporre uno strumento discutibile, discriminatorio, che non ha contribuito ad elaborare.
Ci rifiutiamo di accettare la logica ricattatoria di Istituzioni che pretendono di condizionare l’erogazione dei fondi per l’istruzione pubblica alla totale rinuncia alla libertà di insegnamento e di apprendimento. I fondi dovrebbero essere attinti alla fiscalità generale.
Ci intristisce non poco, ogni anno, la lettura di avvisi dirigenziali e delibere collegiali in cui si comunica a studenti e studentesse che intendessero sottrarsi all’avvilente valutazione econometria, legata ai quiz INVALSI, che saranno loro comminate sanzioni più o meno pesanti, alcune delle quali controproducenti
per la Scuola e la percezione del suo ruolo da parte dei giovani, come, ad esempio, l’interdizione dalla partecipazione ai viaggi di istruzione, declassati, così, da attività didattica integrativa e formativa a momento puramente ludico ed avasivo.

Come insegnanti (i presidi sono ex insegnanti!), sappiamo che ci sono margini ineliminabili di soggettività in ogni valutazione e sappiamo che la valutazione è un processo relazionale e ricorsivo, non meccanico e puramente sincronico. Come insegnanti, dovremmo pretendere il rispetto delle nostre competenze e prerogative di professionisti dell’educazione e formazione; come insegnanti, dovremmo credere che la nostra missione è quella di rendere indipendenti nel giudizio e critici nel pensiero i nostri studenti.

Come è possibile, dunque, che abdichiamo in modo così clamoroso al nostro precipuo dovere? Come possiamo cadere nel paradosso di punire gli studenti perché si rifiutano di essere conformisti, di essere schedati (è ormai palese e risaputo che i quiz INVALSI non sono affatto anonimi!) e selezionati su base economica? Come possiamo trovare giusto e normativo che vengano coartati nella libera interpretazione dei fatti e degli atti culturalmente connotati? Come possiamo biasimarli per aver compreso che i saperi non si trasmettono e non si misurano mettendo crocette a risposte preconfezionate?
E’ coerente che si abusi, in ogni verbale, dichiarazione o documento, dell’espressione “pensiero critico” e si ricorra poi alle minacce quando gli studenti non obbediscono perinde ac cadaver a un diktat che offende la Scuola e perverte l’insegnamento?

Ci chiediamo, con viva preoccupazione, che stima possano avere di noi questi ragazzi, della cui indisciplina ci lamentiamo spesso, vedendo che non sappiamo reagire neppure alla violenza di chi ci trasforma in addestratori, mandandoci in classe, de facto, un valutatore esterno e concorrenziale, abilitato ad applicare parametri slegati dalla didattica praticata e vissuta in aula.
Ci chiediamo che rispetto possano avere di noi questi ragazzi, una volta che abbiano constatato e capito che la loro carriera scolastica e universitaria sarà determinata dai risultati INVALSI e non dalle prove di verifica da noi pensate per loro.
Ci chiediamo con che grado di verosimiglianza, coerenza e maturità professionale si possa escluderli da attività che non sono accessorie, ma che costituiscono altrettante tappe del percorso educativo.
Ci chiediamo, infine, che idea i nostri ragazzi e le nostre ragazze si possano fare di noi come cittadini e come intellettuali, vedendoci rinunciare con tanta facilità e pavidità alla libertà, alla dignità, all’essenza del nostro lavoro, alla nostra passione per l’insegnamento inteso come atto creativo e alla collegialità democratica, che ne è, al contempo, il presupposto e il riflesso.

Vi sollecitiamo a considerare gli effetti sperequatori e sclerotizzanti delle prove INVALSI, ormai noti, e le conseguenze di un atteggiamento di complice resa a questo vero e proprio sistema di controllo sociale e ideologico, conseguenze che, ben vagliate da istituti di grandissimo prestigio, come, ad esempio,
il Liceo Mamiani di Roma, hanno portato a deliberare il rifiuto permanente del teaching to the test e
della “somministrazione” dei quiz.

I legislatori e i passivi esecutori delle loro riforme, violentemente imposte a colpi di fiducia, ripetono ossessivamente che la Scuola deve “prendere atto” di cambiamenti che vengono presentati come
epocali, inevitabili, quasi legati a una volontà metafisica, e che invece sono solo il frutto temporaneo e congiunturale di scelte economico-politiche regressive ed esiziali.
Noi sosteniamo che la Scuola non debba prendere atto, ma debba prendere posizione su quanto la coinvolge e rischia di travolgerla, anche, anzi, soprattutto se il cambiamento assume le vesti e la cogenza
di un provvedimento legislativo.
A tal proposito, ci è grato riproporre questo calzante e illuminato pensiero di Don Milani: “Bisognerà dunque accordarci su ciò che è scuola buona. […] La scuola […] siede tra il passato e il futuro e deve averli presenti entrambi. E’ l’arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio: da un lato formare in loro il senso della legalità […], dall’altro la volontà di leggi migliori, cioè il senso politico […]. Non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo di amare la legge è di obbedirla. Posso solo dire loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza
del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte)
essi dovranno battersi perché vengano cambiate”.

Ci rivolgiamo alla Scuola e all’Università, perché reagiscano con la necessaria fermezza e intransigenza;
ci rivolgiamo ai docenti precari, umiliati e traditi da una riforma che li ha demansionati e trasferiti coattamente; ci rivolgiamo ai genitori, agli studenti, ai cittadini e alle cittadine di ogni convinzione e condizione che hanno difeso la Costituzione dal recente tentativo di smantellamento: vi chiediamo di sottoscrivere questo documento, per innescare un processo di critica radicale e puntuale non
solo alla pratica dei test Invalsi ma a tutta la legge di riforma della Scuola, la cui revisione o abrogazione parziale, per colmo di scherno, viene oggi offerta dai suoi promotori e imbonitori come merce di squallido scambio elettorale.

Abbiamo un’enorme responsabilità, in questo desolante momento di crisi democratica e politica, che usa la crisi economica come alibi per azzerare diritti faticosamente conquistati: quella di resistere a chi vuole ridicolizzarci ed esautorarci di fronte alla generazione che sta crescendo, per dealfabetizzarla, sfruttarla (con l’alternanza Scuola-lavoro) e corromperla.
Eludere una simile responsabilità significherebbe deludere e tradire un’intera generazione.
Nessuna paura, specie per chi insegna, dovrebbe essere più angosciosamente e fortemente avvertita.

Coordinamento Precari Scuola Napoli
Docenti in lotta contro la L. 107
Cobas Scuola Napoli

Firmatari
Giuseppe Aragno, Storico, Napoli.

Promotori
Coordinamento Precari Scuola Napoli
Docenti in lotta contro la L. 107
Cobas Scuola Napoli
(Per l’adesione scrivere a questo indirizzo: giuseppearagno@libero.it)

Primi firmatari:

Giuseppe Aragno, Storico, Napoli; Piero Bevilacqua, prof, emerito di Storia, Università “la Sapienza”, Roma; Amalia Collisani, prof. Ordinario Musicologia, Università di Palermo;
Lidia Decandia, prof. Associata Urbanistica, Università di Sassari; Paolo Favilli, Storia Contemporanea: Università di Genova; Laura Marchetti, Università di Foggia; Ugo Maria Olivieri, prof. Associato, Letteratura italiana, Università Federico II, Napoli; Enzo Scandurra, Sviluppo Urbanistico sostenibile, Università “la Sapienza”, Roma; Lucinia Speciale prof. Associato, Storia dell’Arte Medievale, Università del salento; Luigi Vavalà, liceo classico “De Sanctis” di Trani;

Adesioni:
Velio Abati, Liceo Rosmini, Grosseto; Giovanna Aquaro,  Docente lettere, latino e greco, Liceo classico “Socrate” – Bari; Ilaria Agostini, ricercatrice urbanistica, Università di Bologna; Miriam Andrisani, docente, Napoli; Elena Astore; Paolo Baldanzi Massarosa (Lucca);  Angelo Baracca, Professore associato di Fisica, Università di Firenze; Daniele Barbieri, genitore, ex giornalista, ora blogger – IMOLA; Giuliana Barone, docente scuola primaria, Monreale (Palermo); Marco Barone, avvocato, blogger, attivista; Alessandro Bianchi, Dipartimento di Informatica, Università di Bari; Marco Biuzzi architetto,  roma; Vittorio Boarini, docente universitario di cinema; Marco Bonaccorso, docente; Ireo Bono, medico, Savona; Pier Paolo Bontempelli, Letteratura tedesca, università “D’Annunzio”, Chieti; Roberto Bongini, Liceo Rosmini, Grosseto; Federica Bordoni, insegnante scuola secondaria primo grado, Perugia; Roberto Budini Gattai, (già Università di Firenze, Facoltà di Architettura);  Giuseppe Caccavale, docente di Storia e Filosofia, Liceo classico “Carducci”, Napoli; Elisa Caruso, docente; Alessandro Casiccia, Sociologo, Università di Torino; Licia Cataldi, docente di scienze presso il Liceo Scientifico “Galilei”, Pescara; Alessandro Sandro Centrola; Augusto Cerri, docente a riposo, Giurisprudenza, Università “la Sapienza”, Roma;  Ludovico Chianese, docente Storia e Filosofia, Napoli; Annamaria Chiariello, docente; Antonella Chiellini, Docente Scuola secondaria di 2° grado,  Salerno; Anna Ciotola, docente; Elena Ciotola, docente di Lettere Scuola Media I grado, Napoli; Gaetano Colantuono, coordinamento scuola Risorgimento socialista; Antonio Giuseppe Condorelli, docente Catania; Tullio Coppola, docente;  Danilo Corradi, Liceo classico e linguistico Frascati;  Luigi Cozza docente ITAS “Bruno Chimirri”, Catanzaro; Maria Antonietta Danieli, docente Inglese presso Liceo artistico di Treviso;  Maria Rosaria De Lucia; Riccardo de Sanctis, giornalista e storico;  Lorenzo Desidery, docente di pianoforte, Scuola secondaria di I grado, Napoli; Giuseppe Antonio Di Marco Università di Napoli “Federico II”; Tiziana Drago, ricercatore confermato, Università di Bari; Aristide Donadio, sociologo e docente scuola II grado; Ferdinando Dubla, docente scienze umane e filosofia, liceo “Vittorino da Feltre”, Taranto; Mauro Farina, docente Scuola sup., Napoli;  Ilaria Ferrara, docente; Adele Fiordoliva, di Montecarotto (An), genitore; Vincenzo Franciosi, archeologo, Università degli Studi “Suor Orsola Benincasa”; Ugo Gbaldi, Docente Liceo Scientifico Leonardo da Vinvci, Genova; Alfonso Gambardella, Dirigente Scolastico in pensione; Gemma Gentile, docente di Lettere in pensione; Agata Anna Giannelli, docente; Rosanna Giovinazzo, docente; Maria Giuliano, docente; Ferdinando Goglia, docente di Lettere, Scuola Media I grado, Napoli; Dario Giugliano Ph.D. Docente di prima fascia, Cattedra di estetica, Accademia di Belle Arti di Napoli; Donatella Guarino, docente Storia dell’Arte, Napoli; Piera Guazzoni, docente, Piano di Sorrento; Alba Gnazi, docente; Mari Pia Guermandi, Università di Pavia; Roberto Iraci; Salvatore La Marca, docente di ed. fisica nella scuola sec. di 2 grado; Anna Immordino , nata a Valledolmo (pa) il 24/06/1968 residente a Palermo, , madre e professionista ( psicologa ); Marcella Leva, docente in pensione; Maria Lubrano, docente; Giuseppina Maggi, docente di inglese, liceo “L. da Vinci”, Casalecchio di Reno (BO); Francesco Paolo Magno, Ispettore tecnico MIUR in quiescenza; Angelo Mancone, docente in pensione; Luisa Marchini, Università di Foggia; Mariarosaria Marino, docente di Filosofia e Storia, Napoli; Antonio Masin, docente di chimica e tecnologie chimiche; Ignazio Masulli, storico, Università di Bologna; Enrico Milani, docente di diritto/ economia I.S. “MATTEI” – Caserta – avvocato lavorista; Daniela Minardi, docente scuola primaria, Napoli;  Maria Morone, docente scuola primaria; Maria Mucci, docente di lingua e lett. inglese, scuola secondaria di 2 grado; Dr Franco Nanni, Psicologo scolastico, San Lazzaro di Savena, BO; Vito Nanni, insegnante; Salvatore Napolitano, docente e Cobas; Antonello Nave, docente di Storia dell’Arte, Firenze; Italo Nobile; Gianluca Paciucci, liceo “Galilei”, Fulvio Padulano, docente di Storia e Fil., Napoli ; Rossano Pazzagli, Università del Molise; Gianfranca Pisani, docente; Paolo Piscina, I.S. Zappa-Fermi, Borgo Val di Taro (PR); Livia Ragosta, docente di italiano e storia presso il “Mario Pagano” di Napoli; Laura Raiola, docente Materie Letterarie, Napoli; Marcella Raiola, docente di Lettere Classiche precaria, Napoli; Angelo Recupero, docente presso Ist. “L. Fantini” di Vergato (Bologna); Andrea Ricci, genitore; Ida Rotunno, docente di filosofia e storia, liceo scientifico Fermi di Aversa. Giuseppe Sapio, docente; Francesco Santopalo. Agronomo; Angelo Semeraro, ordinario fuori ruolo di Pedagogia generale, Università del Salento; Nicola Siciliani De Cumis, Pedagogia; Franca Sirignano, docente di sostegno; Anna Solimini; Francesco Trane, architetto; Stefano Ulliana, insegnante; Mauro Van Aken, Antropologo, univ. Milano- Bicocca; Sono Cinzia Valentini, docente di Lettere Ist. Comprensivo “G. Leopardi”, Pesaro; Vincenzo Vecchia, maestro elementare; Nicola Vetrano, avvocato, Napoli; Claudia Villani, Storia Contemporanea, Università di Bari; Giuseppe Vollono, docente, Castellammare di Stabia (Na); Pasquale Voza, professore emerito, Università di Bari; Alberto Zigari, Urbanista, Firenze.

Fuoriregistro, 15 maggio 2017; L’officina dei Saperi, 15 maggio 2107, il Manifesto, 20 MAGGIO 2017.

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Prende forma, sceglie posizioni su una linea di cambiamento, ma si tiene ancorato alla Costituzione della Repubblica, come logica conseguenza del no al Referemndum istituzionale per il quale si è battuto,  il movimento che abbiamo chiamato DemA. Un movimento che si sta dando una linea politica e oggi dice la sua su una penosa scelta della maggioranza di governo e sulla distruttiva riforma della scuola. Una riforma, non è male ricordarlo, voluta a tutti i costi da quel Matteo Renzi che si è dimostrato il più rozzo e ignorante dei politici italiani. Un’autentica minaccia per la democrazia.

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La tensione indotta nelle scuole dalla legge 107 del 2015 genera ormai un conflitto permanente che sta svuotando dall’interno la relazione educativa basata sulla centralità dello studente e su un’organizzazione democratica e partecipata delle nostre Istituzioni.

L’episodio accaduto al liceo Vico di Napoli è solo la punta di un iceberg: sulla base di una delibera del Collegio Docenti – di cui sfugge qualsiasi motivazione educativa, ma di cui ben si comprendono i motivi politici – la Dirigente Scolastica ha intimato agli studenti di partecipare diligentemente alle rilevazioni condotte dall’INVALSI a pena dell’esclusione da tutte le attività extracurricolari, viaggi di istruzione compresi.

La grave  lesione del diritto allo studio indotta da una tale delibera è palese: le attività cosiddette extracurricolari (progetti, laboratori, stages…) dal 1999 sono divenute parte integrante del lavoro scolastico già con l’attuazione del DPR 275: la stessa legge 107 (la cosiddetta “buona scuola”) ha ribadito con forza l’indispensabilità ed insostituibilità del potenziamento dell’offerta formativa per il “curricolo personale dello studente”. Minacciare uno studente di togliergli quello che la Repubblica gli deve, è un atto violento di intimidazione che non solo lo danneggia come cittadino, ma la lo umilia anche come persona.

Il Movimento “demA”, nel manifestare tutta la sua attiva solidarietà agli studenti del “G.B. Vico” di Napoli, denuncia con forza la necessità di riformare uno strumento che , seppur necessario, è divenuto – con gli ultimi provvedimenti di legge – qualcosa di completamente diverso e pericoloso.  Sappiamo tutti che l’autonomia scolastica, sancita dalla L. 59 del 1997 ed introdotta nel 2001 nell’art. 117 della Costituzione con la modifica del Titolo V, porta con sé necessariamente l’obbligo di valutazione del sistema, che deve essere effettuato da parte di un organismo formalmente e funzionalmente autonomo, quale è appunto è l’INVALSI (Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione).

Ma, ben lungi dal fornire informazioni attendibili sul reale stato del sistema scolastico, l’INVALSI è divenuto un odioso strumento di controllo di massa e di negazione della stessa autonomia scolastica e della libertà di insegnamento e di dirigenza della scuola.

In primo luogo, se davvero si volesse un risultato scientifico, basterebbe pesare dovutamente il sistema e svolgere le prove su di un campione attendibile e significativo, senza mettere in moto un immondo e costosissimo carrozzone che paralizza le scuole ed obbliga tutta la popolazione scolastica a prove che nulla hanno a che fare né con le competenze né tanto meno con le conoscenze che il nostro sistema trasmette, introducendo schemi e prospettive indotte dall’esterno. Spacciate come anonime ed ininfluenti sulla valutazione degli studenti e degli istituti, sono invece assolutamente “in chiaro” tanto che, con la recente riforma, gli studenti dovranno  sostenere una prova “INVALSI”  parallela all’esame di Stato delle superiori, così come già avvenuto per quelli della scuola media.

Ma l’azione politicamente scorretta, inaccettabile, truffaldina, sta nell’aver trasformato l’INVALSI in strumento di controllo politico delle scuole. I Dirigenti Scolastici sono dirigenti di seconda fascia, sono assunti per concorso e non sono assoggettabili allo spoil system (che, non a caso significa “ sistema del bottino” per il quale gli alti dirigenti della Pubblica Amministrazione cambiano con il cambiare del governo): per assicurarsi la loro obbedienza e sudditanza, gli esiti delle rilevazioni INVALSI della scuola in cui prestano servizio, sono stabiliti come uno dei pochissimi elementi che ne determinano la valutazione e, quindi, la retribuzione di risultato.

Mercato, azienda, obbedienza, controllo, punizione, servitù intellettuale: è per una Scuola diversa, scientificamente fondata sulla Pedagogia e le Scienze dell’Educazione, moralmente radicata nei valori della Costituzione Italiana, volta ad includere ed a decondizionare dalle ignoranze, che la battaglia per la riforma del carrozzone-INVALSI va portata avanti con determinazione e per cui il “Movimento demA” esprime fattivi solidarietà e sostegno non solo agli studenti del “G.B. Vico” e di tutta Italia, ma a tutti i docenti ed ai dirigenti che si sono schierati ed operano con coerenza ed impegno per contrastare l’evoluzione autoritaria e mercantile della Scuola.

Salvatore Pace, Coordinamento Dema

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barcone rovesciatoNoi pensavamo che le ragioni per cui un Governo – anche l’attuale banda di abusivi fuorilegge spernacchiata dai risultati del Referendum – si potesse appellare all’articolo 77 della Costituzione per questioni di urgenza assoluta, come per esempio la necessità di ridurre del 99 % il bilancio delle Forze Armate, di fronte alla miseria dilagante. Sbagliavamo.
Noi pensavamo che, per rafforzare la sicurezza delle città, occorresse spendere fior di quattrini per la scuola e che la vivibilità dei territori dipendesse dai colpi assestati ai due livelli della criminalità organizzata: quella politica anzitutto, annidata soprattutto nei partiti di governo, nelle assemblee dei «nominati» e quella che forma i corpi militari della politica, volgarmente noti come mafia, camorra e sacra corona. Sbagliavamo.
Noi pensavamo che la sicurezza delle piazze dipendesse soprattutto dal ritorno alla legalità repubblicana, violata dal governo e dal Parlamento dei «nominati» e dall’espulsione immediata di manigoldi, cialtroni e ladri di democrazia dalle Istituzioni. Sbagliavamo.
Noi pensavamo che l’eliminazione dei fattori di marginalità e di esclusione sociale dipendesse dall’eliminazione della disoccupazione dilagante, della precarizzazione della vita, dell’umiliazione dei lavoratori e dalla restituzione dei diritti negati. Sbagliavamo.
Noi pensavamo che il rispetto della legalità repubblicana si potesse ottenere anzitutto mediante il ripristino delle condizioni minime di legalità sociale. Pensavamo che l’occupazione arbitraria del Parlamento fosse un reato gravissimo, ben più grave di quello commesso da chi occupa immobili abbandonati al loro destino da Istituzioni di cui ogni cittadino perbene si vergogna. Pensavamo che non si potesse nemmeno parlare di decoro urbano, se non si fosse posta mano al decoro della vita politica, ridotta a un verminaio. Sbagliavamo.
Questo governo illegittimo, espressione di un Parlamento ridotto a Camera dei Fasci e delle Corporazioni, sostiene che la sicurezza e il decoro delle città dipendono dall’«accattonaggio con impiego di minori e disabili», dai «fenomeni di abusivismo, quale l’illecita occupazione di spazi  pubblici» e lo «stazionamento» in luoghi turistici. In poche  parole, il centro storico di ogni città italiana. Forte di questa sua verità da alcolizzati, giunge ai sequestri di persona di centinaia di manifestanti allo scopo di verificarne l’orientamento ideologico, ripristina provvedimenti fascisti e ci pone tutti di fronte a un autentico paradosso: dopo che un intero Paese li ha invitati a togliere il disturbo e a lasciare libere le aule della politica, Minniti, l’uomo delle bombe sui Balcani, impone agli italiani di allontanarsi dalle loro strade e dalle loro piazze.
A chi fa tante inutili chiacchiere sull’ordine una domanda va fatta: come si fa a non vedere quanta violenza stanno subendo i nostri giovani? Come si fa a puntare il dito sui cosiddetti centri sociali e a fingere di non vedere dove sono i banditi che hanno messo a ferro e fuoco la nostra democrazia?

Fuoriregistro, 26 marzo 2017; Agoravox, 27 marzo 2017.

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Per la Costituzione nata dalla Resistenza, il fascismo è fuorilegge in ogni sua manifestazione e «la repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo». Il modello di Paese che ha in mente Salvini, invece, va ben oltre quello parafascista del presidente Trump. A chi gli chiede se pensa a una «Guardia nazionale anti-immigrati in Italia come negli Usa di Trump», lui risponde «magari», poi, non contento, riempie di contenuti apertamente fascisti il suo programma e pensa di arruolare squadracce per stanare gli immigrati «via per via, quartiere per quartiere e con le maniere forti se serve, perché ci sono interi pezzi d’Italia fuori controllo».

Per la Costituzione nata dal sangue dei partigiani, tutti i cittadini hanno pari dignità senza distinzione di sesso, razza e religione. Salvini, che della Costituzione se ne infischia, ha scritto «al presidente di Atm perché valuti la possibilità di riservare le prime due vetture di ogni convoglio alle donne che non possono sentirsi sicure per l’invadenza e la maleducazione di molti extracomunitari. E andando avanti così le cose saremo davvero costretti a chiedere dei posti da assegnare ai milanesi: sono davvero una minoranza e come tale va tutelata».

Per Salvini, figlio prediletto del celodurismo padano, le donne esistono solo per questioni sessuali, ma sono pupattole senz’anima, sicché ritiene giusto rappresentare Laura Boldrini non come avversaria politica, ma come donna e, in quanto tale, bambola gonfiabile. Nulla più che un oggetto di appetiti sessuali. Batterlo su questa via sarebbe riuscito difficile anche ai più incalliti squadristi.

Per la Costituzione repubblicana, il nostro territorio è indivisibile. Salvini guida la Lega Nord, un partito che ha nel dna il seme della divisione, si è inventato un Parlamento separatista, ha predicato e predica la secessione. Certo, oggi sfuma i toni e si appella ai principi costituzionali per rivendicare il diritto di parola. Ma quale democrazia dà la parola ai fascisti, gli consente di istigare alla violenza e di insolentire la Costituzione stessa che invoca a sua difesa? Per Salvini gli italiani del Sud sono razza inferiore, gli islamici vanno colpiti solo perché sono musulmani e occorre approvare leggi razziali. «Buttiamoli a mare», chiede, e a quelli che sono sbarcati «fermiamo per un anno le vendite di case e di attività commerciali», Questo è Salvini, che a Ciampi non strinse la mano, perché il Presidente della Repubblica non rappresenta la Padania: «No grazie, dottore, lei non mi rappresenta».

A questo aperto neofascismo Napoli si è opposta, negando quella agibilità politica che il Ministro di polizia di un governo nato dopo il referendum, da una sospensione della democrazia, intende garantire a tutti i costi. E’ una decisione gravissima di cui Minniti si assume la responsabilità. A Minniti risponderemo civilmente, ma c’è stato oggi chi l’ha ricordato e val la pena tornarci: così scrisse Pertini quando un governo tenuto in piedi dai voti dall’ex repubblichino Almirante provò a umiliare Genova partigiana:

«Io nego – e tutti voi legittimamente negate – la validità della obiezione secondo la quale il neofascismo avrebbe diritto di svolgere a Genova il suo congresso. Infatti, ogni atto, ogni manifestazione, ogni iniziativa, di quel movimento è una chiara esaltazione del fascismo e poiché il fascismo, in ogni sua forma è considerato reato dalla Carta Costituzionale, l’attività dei missini si traduce in una continua e perseguibile apologia di reato.
Si tratta del resto di un congresso che viene qui convocato non per discutere, ma per provocare, per contrapporre un vergognoso passato alla Resistenza, per contrapporre bestemmie ai valori politici e morali affermati dalla Resistenza.
Ed è ben strano l’atteggiamento delle autorità costituite le quali, mentre hanno sequestrato due manifesti che esprimevano nobili sentimenti, non ritengono opportuno impedire la pubblicazione dei libelli neofascisti che ogni giorno trasudano il fango della apologia del trascorso regime, che insultano la Resistenza, che insultano la Libertà.
Dinanzi a queste provocazioni, dinanzi a queste discriminazioni, la folla non poteva che scendere in piazza, unita nella protesta, né potevamo noi non unirci ad essa per dire no come una volta al fascismo e difendere la memoria dei nostri morti, riaffermando i valori della Resistenza.”
Sandro Pertini 28 giugno 1960».

Minniti farà bene a spiegare al Paese da quale parte sta il suo governo. Da quella di Pertini o del fascista Almirante?

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terracini-costituzioneCi siamo portati appresso la zavorra rivoluzionaria che “il mondo non si cambia con il voto“…
Abbiamo fatto i conti con i moderati del no, dai toni politicamente corretti, che somigliavano a un ni e hanno fatto un regalo grandissimo al sì…
Abbiamo dovuto aprire ogni volta, dicendo ai compagni che “noi mica ci difendiamo la Costituzione del ’48…“, facendo un altro regalo a gratis al fronte del sì…
Ora che, a quanto pare, la compravendita sta funzionando bene e il No ce lo danno perdente sul filo di lana, che fate? LO LEVATE IL CULO DALLA SEDIA E ANDATE A VOTARE NO?

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