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Archive for ottobre 2011

Date retta a Maroni, il galantuomo verde bottiglia che diventerà santo per i miracoli nordafricani: sono anni ormai che le anime pie in divisa da tutori dell’ordine soffrono di un crescente timore psicologico. La gente, in genere, non se ne accorge perché non può guardarli in viso, bardati come sono da controfigure di robocop ma, da Genova 2001 in poi, va sempre peggio. Ogni volta è un crescendo di paura: rompere teste e, se occorre, ammazzare qualcuno in una manifestazione è ancora un po’  pericoloso. Terminata la pacchia del ventennio, messi in naftalina i giorni felici vissuti dai celerini di Scelba, in questa repubblica parlamentare senza Parlamento, vive o, per dir meglio, sopravvive a se stessa – e ha i colpi di coda dell’animale ferito a morte – l’eredità funesta della guerra partigiana: quel capolavoro di comunismo consociativo che si chiama Costituzione. In attesa che il distratto Napolitano ne firmi l’atto di morte, per i più disordinati tra i tutori dell’ordine ci sono ancora rare probabilità di trovarsi nei guai. Nessuno li porterà mai in gattabuia, questo si sa, ma ci sono le versioni ufficiali da concordare, gli avvisi di garanzia, le incriminazioni le sospensioni e i processi. Grattacapi, insomma, che il verde bucolico Maroni è deciso ad evitare agli uomini che in passato ha preso a calci e a morsi – s’è difeso con le unghie e con i denti scrissero i giornali – ma ora sono diventati il suo più grande amore, la vera passione della sua vita. Ed eccolo alla carica. E’ vero, manifestare è un diritto costituzionalmente garantito, ma cosa c’è di più serio di poliziotti impuniti? Il Daspo (Divieto di Accedere alle manifestazioni Sportive) non sarà costituzionale, non basta una semplice denuncia per privare di un diritto un cittadino, prima che arrivi almeno una condanna ma, quando si tratta di repressione, i “nominati” sono tutti d’accordo: si tratta di prevenzione e si può tranquillamente procedere nonostante manchino processo e sentenza sia d’obbligo la presunzione d’innocenza. Se il “daspato”, si dice, verrà l’ assoluzione. Quanto ci vorrà nessuno lo sa, perché in Italia un processo può durare anche molti anni, ma questo conta poco. Né serve invocare misura di sicurezza che tutelino i manifestanti dai frequenti eccessi dei sempre più nervosi robocop. Nulla da fare. Per i manifestati si stringe la morsa: introduzione dei reati di possesso e lancio di materiale pericoloso. divieto di portare maschere antigas e caschi protettivi nelle manifestazione pubbliche, sicché le teste siano inermi di fronte allo strapotere dei manganelli, estensione alle manifestazione pubbliche dell’arresto differito entro le quarantotto ore dal fatto. Una galleria degli orrori, insomma, mentre da anni si chiede inutilmente di rendere riconoscibili i robocp con giacche o pettorine che ne consentano “l’immediata identificazione“. Il ministro dei campi d’internamento, però, non ne vuole sapere. Per il galantuomo verde bottiglia, non ce n’è alcun bisogno. Per lui è un dogma: come il papa non può sbagliare quando parla ex cathedra, o per essere chiari, quando si esprime come dottore universale della Chiesa, i robocop sono infallibili ex platea. Insomma, se picchiano e ammazzano hanno certamente ragione.

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Da un po’, negli “studi” e nelle redazioni dei Tg, la preoccupazione era ormai palpabile e a far fronte alla “crisi” non era certo bastato il palliativo del “fuori onda” impietoso di un noto “anchorman” che s’era messo a urlare: “Niente, cazzo! Niente di niente! Ansa Adnkronos, Italpress, France Press, persino l’Atene News dalla Grecia disastrata! Niente. Elettroencefalogramma da stato comatoso. Porca puttana, qua se non ci pensa un attentato coi fiocchi o non fanno fuori un altro idiota come Arrigoni, siamo veramente fottuti. Fo-ttu-ti!”.

Linguaggio da scaricante, certo, ma come dargli torto? La situazione non era più sostenibile. Con le scariche d’adrenalina per l’immancabile ecatombe estiva di poveracci annegati nel Canale di Sicilia, s’erano fatti miracoli: i penosi litigi tra motovedette italiane e maltesi, la rissa accanita su immigrati e clandestini e le proteste di Lampedusa, tutto s’era sfruttato abilmente, andando avanti così fino all’indecenza. Tra le accuse agli “sporchi marocchini”, l’irriverente dito medio mostrato agli avversari, la gamma di contumelie che dall’adirato e secco “razzista” si era spinta fino all’articolato e travolgente “culattone, amico di tutti i culattoni e leccaculo, pronto a vendere l’anima per il voto dei preti”, nulla era stato trascurato e si era giunti così allo scambio violento di oggetti tra deputati di opposte fazioni, in un Parlamento ridotto a linguaggio da trivio e costumi da angiporto. Per un mese s’era suonata la stessa solfa ed era andata sinceramente bene, tant’è che sui set televisivi, a microfoni spenti, maggioranza e opposizione s’erano reciprocamente complimentate perché, nella violenza della contrapposizione, la gente non s’era mai fermata sulle responsabilità politiche degli ultimi governi e non ricordava più nemmeno la tragedia da cui s’era partiti. Sugli sventurati lasciati a morire, s’era fatto insomma un guadagno collettivo: giornalisti a ruota libera e politici usciti dalla bufera per il rotto della cuffia. Se poi a qualcuno, tornavano in mente per caso i morti finiti in pasto ai pesci nel canale, la peggio toccava ai maltesi, alle loro maledette menzogne e ai “rompicoglioni di Lampedusa che sono più africani dei clandestini”.

Nonostante la bravura di registi e studiosi della psicologia delle masse, tuttavia, giocate tutte le carte, quelle possibili e quelle impossibili, l’esaurimento della “notizia” e le burrasche autunnali avevano spezzato l’incantesimo. Il Paese televisivo, carta assorbente di ogni messaggio occulto ed elemento decisivo nella periodica trappola elettorale d’una democrazia parlamentare sempre più virtuale e priva di partecipazione, era stato costretto a fare a meno dell’istruttiva valanga di contumelie e pubblici ceffoni cui l’avevano assuefatto i naufragi estivi. Senza più sbarchi, s’era tornati alla programmazione televisiva prescritta come terapia di mantenimento per un popolo di quizzomani e tossicodipendenti da fiction, ipnotizzato da principi danzanti con le stelle: la dose quotidiana di “Principessa Sissi”, a giorni alterni santi carabinieri e beati poliziotti e in prima serata, a fine settimana, un violento bombardamento di “sogno americano” servito in pillole nella serie televisiva di “E.R. medici in prima linea” e di “Cold case. Delitti irrisolti”. Tuttavia, senza un gossip corposo e la cura da cavallo di sputi, parolacce e pugilato politico serale c’era il rischio concreto che persino pensionate, pensionati, sebbene drogati dal poker elettronico, inebetiti da ricette culinarie e messi in crisi d’identità da casalinghe felici di stirare e vecchi ruspanti persino nei pampers, s’accorgessero del trenta per cento di nipoti disoccupati e della pensione che valeva sempre meno e cominciassero con le domande scomode sulle piazze di Atene dove, per opera e virtù dello spirito santo, milioni di greci, informavano con aria di inequivocabile disapprovazione i più noti mezzibusti, erano diventati anarco-insurrezionalisti e s’erano messi addirittura a tirare sassi al Parlamento. Le parole, usate come pietre, erano lì pronte a rassicurare: “L’Italia non è la Grecia!“. Era un po’ come con gli immigrati: “sì, certo, povera gente, però perché non se ne stanno a casa?“. La disapprovazione dei mezzibusti era un messaggio chiaro: “ma a questi greci chi gliel’ha fatto fare di sperperare tanto?”. L’Italia non è la Grecia. Questo il passaparola avviato ad arte, tra giovani stelline sculettanti, seni al vento e isole di gente diventata d’un tratto famosa senza che nessuno sapesse bene il perché. A parare eventuali colpi bassi, per un po’ aveva provveduto l’overdose dei “servizi speciali” sul solito processo per un violento omicidio con stupro all’immancabile mostro rumeno messo in onda per venti sere di seguito per impedire ogni possibilità di riflessione e offrire una via di fuga nel tran tran quotidiano sulle espulsioni, sui permessi di soggiorno, sui rischi del terrorismo e sulla necessità di bombardare qua e là la miseria in una guerra dal bilancio strano: i morti tutti civili e tutti da una parte sola. Mai la nostra.

Col razzismo levato alla gloria degli altari, l’anchorman aveva saputo cogliere l’occasione per esaltare la sua abilità in spericolate serate di “grandi ascolti”: ogni trucco era servito, anche un siparietto anglosassone fatto di commenti al vetriolo sui costumi sessuali di notori farabutti e sfaticati che un linguaggio complice e ammiccante ha traformato nell’affascinante “jet set”. L’imbroglio geniale, quello che aveva vinto la gara dello “share”, era venuto quando s’era messo a pilotare lo zapping nel manicomio serale e, contro l’offerta di cosce e tette del polo privato, aveva condotto alla vittoria il polo “progressista” del servizio pubblic, sparando a zero sul rumeno presunto assassino. Uno scoop che aveva consentito più veli sul corpo femminile e un uso a pieno regime dell’intera gamma delle contumelie, senza le quali una serata televisiva o un dibattito sull’attualità politica non ha più speranza di successo.
Quando la crisi economica s’era fatta “greca” anche dalle nostre parti, però, non c’era stato scampo: la gente aveva preso a protestare e non pareva più possibile trovare il bandolo della matassa. Temendo la rivolta, la democrazia parlamentare aveva imbavagliato il Parlamento, impegnandolo su leggi senza capo e senza coda, e aveva puntato tutto sulla “pace televisiva“. Ne erano venute fuori ore e ore di una violenta criminalizzazione del dissenso che aveva unito senza alcuna eccezione destra, sinistra e centro dello schieramento politico e, come soldati precettati, i conduttori di ogni rete. Ciò fatto, s’era sperato in un qualche evento straordinario che consentisse di uscire dal “cul de sac“. Sarà che Dio vede e provvede, sarà che il potere è potere e orienta persino la speranza, sta di fatto che a metà di un ottobre caldo, con scontri di piazza “greci” anche in Italia, la gente piena di rabbia, il fumo e le fiamme che annunciavano rivolta, l’investimento sulla nonviolenza e il pacifismo aveva dato i suoi frutti e la gente in piazza s’era divisa tra chi odiava pacificamente governo, maggioranza e opposizione e chi nutriva un identico odio ma lo esprimeva con tutta la rabbia che produce la disperazione. Per sere e sere, senza sbarchi e naufragi, senza romeni processati e senza dosi di metadone per tossicodipendenti da televisione, erano spariti i principi danzanti con le stelle, l’immancabile “Principessa Sissi” e il sogno americano a base di “E.R. medici in prima linea” e di “Cold case. Delitti irrisolti”. Tutto s’era ridotto a santi carabinieri, beati poliziotti e arcangeli Gabriele in divisa da bersaglieri. In tutte le ore, dalla mattina fino alla sera. Ventiquattrore su ventiquattro. Due giorni soli, e s’erano visti gli effetti: la gente, pentita, col capo cosparso di cenere era andata a Canossa ad implorare un pacifico fallimento dello Stato e aveva portato i suoi averi agli uffici del fisco; come per incanto, era resuscitato il “sogno americano”, nei panni dell’eroe che, col cuore gonfio di dolore, l’animo oppresso dal rimorso e il viso indurito dalla sofferenza, aveva denunciato il padre e il fratello per una presunta congiura contro il potere economico ingiustamente accusato di essersi impadronito di quello politico. Con quest’accusa infamante, l’eroe aveva sottratto la sua coscienza all’oppressione di intollerabili pensieri violenti ed era andato incontro al trionfo dei talk show.

Due giorni dopo questa vera rivoluzione, maggioranza e minoranza, riunite nel “Partito unico della maggiominoranza”, avevano impartito democratiche disposizioni ai mezzi d’informazione. Ferma restando la condanna di ogni violenza, la televisione era tenuta a trasmettere per almeno quarantotto ore consecutive, senza alcuna fascia protetta, le immagini del linciaggio d’un leader africano, un ex alleato, passato per oscuri motivi nelle file dei nemici giurati delle banche. Non c’è  reato più grave. Le forze armate di tutto il “mondo civile“, impegnate da mesi nei feroci bombardamenti di una guerra di liberazione dal dittatore, con grande sprezzo del pericolo, dal cielo libero e sgombro avevano agevolato in ogni modo il linciaggio del tiranno. E bisognava che la gente la vedesse questa manifestazione di amore per la pace e questo così evidente disprezzo per la violenza.

Porca puttana”, aveva commentato nell’immancabile “fuori onda” il solito anchorman, mentre scontava vomitando la sua nota delicatezza di stomaco, “è la migliore trasmissione sulla nonviolenza che si sia mai fatta nella storia della nostra televisione”.

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Morirò combattendo”. Gheddafi l’aveva detto e l’ha fatto. Sono i paradossi della storia che giunge alla verità per vie sconosciute e non consente dubbi: il dittatore oggi appare un gigante al paragone coi nani vigliacchi che hanno fatto pollice verso. Stavolta non serve mobilitare l’intelligence, sguinzagliare cani,  e organizzare la caccia all’uomo come vanno facendo da giorni i “galantuomini” nostrani, indignati per San Giovanni, il diritto violato, un furgone bruciato e qualche sassaiola. Stavolta è tutto chiaro e i black bloc, i nemici della civile convivenza, i violenti, gli aggressori e i boia, li conosciamo veramente bene. Nome cognome e indirizzo, marchio d’origine controllata. Sarkozy, Cameron, Obama, la Clinton, Berlusconi, Bersani, tutti ben noti alle questure e all’Interpol, non saranno inchiodati da servizi speciali e non troveranno giudici pronti a processarli. Continueranno indisturbati il loro lavoro contro la giustizia sociale, contro i popoli e contro il diritto internazionale. La buffonata per gli incidenti romani si chiude qui, con un linciaggio in diretta rivendicato come l’ennesima, grande “vittoria della democrazia“.
No alla violenza“ insisteranno ancora pennivendoli e gazzettieri, ma giorno dopo giorno la violenza stupida e feroce del capitale colma la misura della storia e la saggezza dei popoli lo sa: chi semina vento raccoglie tempesta.

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Avrebbero avuto ben altro senso, la condanna della violenza e l’improvvisa passione legalitaria, se ci si fosse sdegnati con pari veemenza per i patti con Gheddafi, gli omicidi libici e le leggi razziste di questi anni. Non è stato così e i nuovi ”nonviolenti“ hanno votato indifferenti due destre responsabili di violenze ben più gravi di quella che li indigna. Sarebbe stati credibile il palpito di “nonviolenza“, se dei presidi messi in piedi dai nostri figli contro i campi di concentramento per stranieri, avessimo fatto bandiera di legalità violata da una inaudita violenza di Stato. Se, dico per dire, quando i giovani, violentemente privati del futuro, lottavano per la scuola della Costituzione, tra cariche e lacrimogeni, i “neononviolenti”, nati evidentemente a Roma il 15 ottobre del 2011, fossero stati con loro per protestare sull’invalicabile linea rossa che il 14 dicembre scorso protesse i violentissimi tagli della Gelmini e la compravendita parlamentare. Mi sarei “tolto il cappello” se, in nome della “nonviolenza”, si fosse scesi in piazza per restarci, quando i responsabili dell’ordine pubblico condannati per i fatti di Genova furono premiati con oscene promozioni. Se, vado a caso, quando fu ucciso vilmente Cucchi, avessimo incrociato le braccia per condannare la violenza di Stato che l’ammazzò. Non è stato così, ma prendo atto: alleluia! Il 15 ottobre è resuscitata la “nonviolenza“. Forse non era ciò che volevano gli ignoti quindicenni incappucciati, che sono figli nostri, forse il parto è stato così travagliato che la creatura, se non cieca, ora è orba – qui combatte animosa la violenza, lì è complice e non sai perché – ma, dice il poeta, “nunc est bibendum“. Col tempo migliorerà.

In piazza il 15 ottobre parlava la gente che soffre. Più voci, certo, non ancora l’armonia del coro, qualche stecca, la nota stonata, ma un pullulare d’anticorpi e la rappresentazione plastica d’una “crisi di rigetto”. Era lampante: il circo Barnum ha messo le tende a Montecitorio, l’antipolitica governa la politica e invano pennivendoli e velinari aprono un fuoco di fila di analisi a “senso unico”, recitano l’opera buffa dello sdegno e fanno i paladini di “indignati” traditi da “teppisti”. “Buoni” contro “cattivi”. il potere sperimenta la sapienza latina: divide et impera. E’ il vizio di chi, perso il pelo, non solo rimane lupo ma, per sopramisura, si fa pure volpe.
Scatenato, il circo mediatico fa lo specchio deformante. Il punto, dice, è la violenza, ma lo sapevano tutti: c’era chi la voleva, chi la temeva e chi la preparava. nessuno parlava, perché, a cose fatte, serviva l’allarme: “è ora di reagire”. E via con le leggi speciali. Tempo perso. Se schiacci i popoli, la rabbia cresce e non bastano prediche di neopacifisti o minacce di provvedimenti. La storia non fa sconti e il punto non è la violenza, il punto è la sofferenza.

Violenza, si ripete. Qualcuno sta li a rivendicarla con passione quasi “estetica” – e magari se n’è stato prudentemente a casa – altri puntano il dito su compagni diventati d’un tratto nemici e non manca chi prende la via sperimentata del “complotto” e degli immancabili infiltrati. In tanti, e qui forse è il punto delicato, sorpresi e impauriti, danno l’addio alle armi e in piazza non si vedranno più. Non gli servirà a molto: la fame attraversa i muri e apre ogni porta.
Violenza, dite? D’accordo, violenza se ci tenete, ma una parola ha mille sfumature e spesso cela inganni. La violenza del dissenso siriano, per esempio, qui trova mercato, ha la bellezza struggente e il fascino della libertà. E’ una rivoluzione asettica, fa impazzire di passione democratica e non fa paura, tanto, si sa, che c’entriamo? “Lì c’è una dittatura”. Sfumature così sottili e ingannevoli, che s’è scoperta persino la violenza “umanitaria”, proditoria, sanguinosa e spudorata come in Libia, ma capace di passare per un’affermazione della “democrazia”. Il monopolio della violenza, che tocca allo Stato, fa i miracoli dei santi: le bombe per un verso sono una straordinaria “difesa dei civili”, per l’altro fanno a pezzi con tanto di diritto legale al macello. Bollo e timbro delle Nazioni Unite. Che volete di più? La violenza è il barbaro pilastro della guerra alla barbarie del terrorismo, un totem da venerare ovunque c’è una rapina di petrolio da legalizzare, diritti di popoli da negare e uno sconcio da contrabbandare per amara necessità di “esportare democrazia”. L’immancabile, ambigua, nobile e diabolica “democrazia occidentale”.

Ma cos’è oggi la democrazia cui si consente tutto e contro la quale la violenza è prima bestemmia e poi sacrilegio?
Il diritto riconosciuto a Trichet di imporre licenziamenti di massa e uccidere la speranza, l’arbitrio concesso a Marchionne, che schiavizza i lavoratori, la lettera di Draghi che affama i vecchi e rapina i giovani, questo è democrazia. Atroce messinscena. La violenza, oggi, si chiama così: democrazia. Violenza e democrazia sono allo stesso tempo i conti pubblici piegati agli interessi delle banche e la vita della povera gente sacrificata alle regole del mercato. La democrazia oggi è la violenza usata a Montesquieu in nome dei profitti, la restaurazione della Bastiglia, il commercio dei voti in un Parlamento che fu tabernacolo di “civiltà borghese”. Democrazia è violenza di leggi fuorilegge. Democrazia è polizia armata fino ai denti coi soldi di tutti noi, ipocriti moralisti, per internare gli immigrati, massacrare di botte i pastori sardi nel porto di Civitavecchia, sostenere con la forza armata bande di privilegiati, tutelare gli evasori, i “condonati” e i loro padrini politici, imporre a manganellate discariche velenose a popolazioni che non ci stanno. Questo è democrazia: lunghe file di immigrati davanti alle questure, il miserabile contrabbando di permessi di soggiorno e la guerra tra poveri e disperati.
Questa inaudita violenza è oggi la democrazia, ma va bene così e si dice che mercato e profitto son legge di natura, che il capitale non è un fenomeno storico intessuto di arbitrio e sopraffazione, ma l’ultima delle tavole consegnate a Mosè.

A ben vedere, la sola violenza che apre la porta della galera e accende i salotti buoni televisivi è la rabbia dei giovani che si rivoltano per tirarsi dietro precari scippati, lavorati sfruttati, disoccupati umiliati e poveri sempre più poveri e disperati. Questa sì, questa è violenza. E qui, tutti allerta, qui ci schieriamo contro scandalizzati: il fenomeno è italiano. E’ falso. Cameron insegue teppisti, la Grecia ha gli anarco-insurrezionalisti e se non ci sarà via d’uscita, non so quando, non so con quale nome, sarà rivolta ovunque una lettera di Draghi produrrà disperazione.
La verità è che quando i popoli lottano per la sopravvivenza e la dignità, quando si dice crisi per dire che si rifiuta la terapia del dolore ai malati terminali e si avvelenano l’aria, l’acqua e il suolo in nome del delirio neoliberista, quando lo sfruttamento feroce nega speranze a intere generazioni di giovani, la violenza è nelle cose, si chiama potere e colpisce le ragioni della civile convivenza. In queste condizioni, la rivolta, esito fatale di inaccettabili provocazione, è racconto di una indicibile sofferenza, narrazione leggibile e comprensibile di un terremoto annunciato. Non c’è dubbio, c’è una incalcolabile differenza tra un’auto bruciata e l’urto contro la “zona rossa”; tuttavia la tensione crescerà e, violenza o non violenza, conterà soprattutto l’efficacia della “narrazione”. Se i fatti parlano, il dolore aggrega. Si dice – ma andrebbe verificato – che questo non è politica, perché la politica suscita e orienta forze, indica modi e pratiche che producono incontri e “civilizzano” lo scontro. Ma dov’è la politica? E’ il dito di Bossi la politica? Lo è diventato perché per D’Alema è “costola della sinistra”? E’ D’Alema, che battezza Bossi? E’ Berlusconi, che il partito di Bersani salvò dall’inferno con la bicamerale? Sono Fini e Casini la politica, gli ex amici dell’amico di Mangano? Dov’è la politica che ora, scandalizzata, invoca leggi speciali? Si chiama Vendola che da sinistra fa blocco con sceriffi alla Di Pietro? E’ Draghi la politica o per caso Trichet? Dov’è la politica? In quanto all’etica, che d’un tratto trova mille amanti, se un ruolo vuole avere occupandosi di violenza, si guardi attorno: il campo della violenza del potere è inesplorato.
Non si governa senza crimine, insegnò Machiavelli, ma i rivoluzionari borghesi elessero la loro risposta a principio universale: la rivolta contro i governi ingiusti è diritto dei popoli, legittima difesa.
Il dito puntato di chi mi farà la lezione, lo metto nel conto: “questo è giustificazionismo delirante”.

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Un libro di storia, qualche legge da esaminare ed eccolo il problema che non si pone con forza perché il silenzio dell’informazione si compra pagando o intimidendo. In quanto alla scuole e all’accademia, se nelle aule spieghi agli studenti che la Banca d’Italia è di fatto un Istituto privato, ti prendono per pazzo e non mancherà lo scandalo per “il professore che fa politica“. Si sa, siamo una “grande democrazia“. Pochi vogliono vederlo, molti lo nascondono e in tanti minimizzano, ma il conflitto c’è ed è grave. La solfa del “debito pubblico”  terrorizza, ma non è mai chiaro chi sia il debitore e chi il creditore. La verità è che il famigerato “debito”, non è ciò che noi dobbiamo a qualcuno, bensì l’ammontare del prestito che i cittadini fanno alla Banca d’Italia acquistando titoli di Stato. I lavoratori dipendenti, perciò, con questo maledetto affare non c’entrano nulla. I governi hanno sprecato i quattrini avuti in prestito favorendo l’evasione fiscale, sperperando miliardi in armamenti, guerre mimetizzate, sprechi incontrollati, costi insostenibili della politica e favori agli imprenditori. Gli interessi del “debito pubblico”, così accumulato, cioè i soldi che lo Stato deve a chi compra i suoi titoli, si fanno poi pagare a chi i titoli di Stato non li ha comprati, non ci ha mai guadagnato un centesimo e non sa come sbarcare il lunario. Messa in questi termini, la situazione è più chiara: la povera gente, i lavoratori a reddito fisso, i disoccupati, i giovani che dallo Stato non hanno mai nulla – ormai si paga tutto, in cambio di nulla – non c’entrano niente col debito e non si capisce perché a pagarlo debbano essere loro, come pretende Draghi, che si accinge a guidare la BCE, dopo la brillante carriera alla testa di un oggetto misterioso che si chiama Banca d’Italia, un Istituto che sembrerebbe pubblico ed è invece privato.

A Bankitalia occorrerebbe dedicare un istruttivo capitolo dei nostri manuali di storia. Incamerata la parte di riserve auree dello Stato borbonico – quella che non era sparita nei rivoli carsici del finanziamento alle imprese settentrionali – la Banca vede la luce il 23 ottobre 1865 a Firenze, allora capitale, col Decreto n. 2585 del 1865 e con l’approvazione contemporanea della “Convenzione per la formazione della Banca d’Italia” e del suo Statuto. Il decreto, però, non è trasformato in legge e, di fatto, la Banca è istituita solo il 10 agosto 1893 da Giolitti, poi travolto dal primo grande scandalo bancario del nostro Paese, quello della Banca Romana, che copriva le perdite di bilancio stampando banconote false. La Banca non ha ancora il ruolo attuale; a emettere moneta, infatti, sono anche il Banco di Napoli e quello di Sicilia, secondo criteri ribaditi dal decreto n. 204/28 aprile 1910. Così stando le cose, è la stessa Banca d’Italia a riconoscere che “data la scarsa diffusione dei depositi bancari, la fonte principale di risorse per effettuare il credito bancario era costituita proprio dall’emissione di biglietti: in pratica, accettando i biglietti di banca, il pubblico faceva credito agli istituti di emissione, e questi potevano far credito ai propri clienti“. Sembra strano, me è così e l’ammissione è illuminante.

Dopo la prima guerra mondiale, che consentì enormi profitti al padronato, quando si trattò di pagare i costi del conflitto e le spese per tornare a un’economia di pace, la Banca d’Italia si accollò l’enorme peso del salvataggio di Istituti privati a spese del pubblico: una marea di soldi passò così dalle tasche dei lavoratori a quelle dei “pescecani” che avevano “scialato” sulla pelle degli operai e dei contadini.
Nel 1926 a Bankitalia va l’esclusiva sull’emissione della moneta, ma la riorganizzazione vera, giunta nel 1928, dura un amen. Tutto, infatti, cambia, quando diventa chiaro che si va verso la guerra coloniale e nel 1935 si dà l’assalto all’Etiopia. Col decreto-legge n. 375 del 12 marzo 1936 (recentemente confermato dalla Cassazione con sentenza n. 16751/2006), trasformato poi nella legge n. 141 del 7 marzo 1938, si realizza una riforma bancaria che rende la Banca d’Italia “istituto di diritto pubblico” ed espropria gli azionisti privati, che contano, però, di essere lautamente ripagati dai profitti di guerra.

Nel secondo dopoguerra, si torna lentamente a una privatizzazione che muove i suoi passi più decisi con la crisi della cosiddetta Prima Repubblica. La legge Carli-Amato, la n. 35 del 29 gennaio 1992, sancisce la privatizzazione degli istituti di credito e degli enti pubblici. Non è cosa di poco conto, se si pensa che, intanto, i privati sono tornati nella proprietà della Banca d’Italia e di lì a poco la legge n.82 del 7 febbraio 1992, voluta da Guido Carli, guarda caso ex Governatore di Bankitalia prestato opportunamente alla politica, stabilisce in via definitiva che a decidere sul tasso di sconto sia esclusivamente il Governatore della Banca d’Italia che ormai fissa in piena autonomia il costo del denaro. Lo Stato non c’entra più nulla. Tutto questo, mentre l’Italia firma il Trattato di Maastrich, che istituisce il Sistema europeo di Banche Centrali (SEBC) e la Banca Centrale Europea (BCE) che riunisce le Banche Centrali dei Paesi membri dell’Unione Europea. Un tentativo di rimettere le cose a posto, si ha con la proposta di legge n. 4083 del 13 giugno 1999, presentata dal primo Governo D’Alema, che tenta di fissare le “Norme sulla proprietà della Banca d’Italia e sui criteri di nomina del Consiglio superiore della Banca d’Italia” e far sì che le azioni della Banca siano tutte dello Stato. La legge naturalmente non sarà approvata, e basta leggerla per capire il perché: “Il presente disegno di legge” – recitava testualmente – “attribuisce al Ministero del tesoro, del bilancio e della programmazione economica la titolarità dell’intero capitale della Banca d’Italia, prevedendo altresì la incedibilità delle quote di partecipazione […]. Viene poi istituita una Commissione bicamerale avente compiti di vigilanza sull’attività del Consiglio. Il governatore é tenuto a relazionare la Commissione sull’operato e sulle attività svolte dal Consiglio almeno una volta ogni sei mesi“.

Siamo praticamente a oggi.
L’assetto proprietario della Banca d’Italia è reso noto da “Famiglia Cristiana“, che il 4 gennaio del 2004, facendo riferimento ai risultati di una ricerca scientifica, pubblica proprietari e quote e scrive testualmente: “Stranamente la Banca d’Italia è una società per azioni che appartiene a banche italiane e, in misura minore, a compagnie d’assicurazione. E sorprendentemente l’elenco dei suoi azionisti è riservato. Per fortuna ci ha pensato un dossier di Ricerche & Studi di Mediobanca, diretta da Fulvio Coltorti, a scoprire quasi tutti i proprietari della Banca d’Italia“.
Presa in contropiede, il 20 settembre 2005 Bankitalia rende pubblico l’elenco dei “partecipanti al capitale“, che ci dà il quadro attuale della situazione: il capitale è per il 94,33% in mano a banche e assicurazioni. Solo il 5,67% è proprietà di enti pubblici, quali l’INPS e l’INAIL. Questo è. I nomi? Bene: Intesa San Paolo 30,3 % 50 voti; Unicredito 22,1, 50 voti Assicurazioni Generali 6,3 %, 42 voti; Cassa di Risparmio Bologna, 6,2 % 41 voti e via così. Inutile dire che Intesa e Unicredito hanno fortissime presenze di capitale estero, con tutto ciò che questo significa. Chi conosce anche solo un po’ la storia nostra sa che, se dici Intesa dici ex Comit, la Banca Commerciale, a capitale prevalentemente tedesco. Oggi? Bisognerebbe essere ciechi per non vederlo: se il Crédit Agricole e Paris Bas hanno una solida presenza qui da noi, dio solo sa quante azioni della Banca d’Italia sono in mano a banche estere.

Ecco. Gli studenti capiscono più di quanto crediamo, occorre però fornirgli gli strumenti.  Quando li avranno, non ci metteranno molto a interrogarsi sul ruolo di Einaudi, Carli, Ciampi e Dini, uomini di Bankitalia e politici in posti chiave e in momenti decisivi. Senza dire di Draghi, che ora va alla BCE e detta il programma di Governo.
C’è una legge, la n. 262 del 28 dicembre 2005, che ridefinisce “l’assetto proprietario della Banca d’Italia“, e disciplina “le modalità di trasferimento, entro tre anni dalla data di entrata in vigore della […] legge, delle quote di partecipazione al capitale della Banca d’Italia in possesso di soggetti diversi dallo Stato o da altri enti pubblici“. Da tempo, però, con un previdente intervento, la legge 291 del 12 dicembre 2006 ha cancellato dall’art. 3 dello Statuto della Banca d’Italia la parte che imponeva il possesso pubblico della maggioranza delle azioni della Banca Centrale. Si è così messo lo Stato definitivamente fuori da Bankitalia e, di conseguenza, dalla BCE. La lettera inviata da Trichet e Draghi a Berlusconi dimostra che a governare l’Italia e a decidere delle nostre vite sono, di fatto due privati cittadini.
Tutto cambia, si sa, anche la maniera di esprimersi. Un tempo si sarebbe detto “golpe“. Oggi si dice crisi.

Uscito su “Fuoriregistro” l’11 ottobre 2011

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A quanto pare, è una delle ultime occasioni e va colta al volo, prima che sia tardi, sperando che la legge poi non abbia anche valore retroattivo. Ormai è evidente: questione di giorni, poi, con tutta probabilità, ci tapperanno la bocca e, per dirla con Arfè, bisognerà tornare al ciclostile. Wikipedia s’è autocensurata e chi non seguirà la sua via rischia davvero molto. Troppo, se la penna e la testa non danno conto a padroni.
Alla pag. 24 lettera a) il Disegno di legge sulle norme in materia di intercettazioni telefoniche che la Camera dei Fasci e delle Corporazioni si accinge a votare recita testualmente: “Per i siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate, entro quarantotto ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono“.

Non è noto se il ministro Gelmini ne sia a conoscenza, se sia persa nel tunnel dei neutrini o, com’è più probabile, non sappia di che si parli, ma è un dato di cultura, sta tra l’apprendimento e il massacro della formazione che in tre anni ha saputo realizzare: Wikipedia è pensiero libero, come liberi sono i blog e la maggior parte dei siti che si occupano di scuola, storia, costume e di tutto quello che è informazione alternativa sulla rete. Non è chiaro se lo sappia l’ineffabile Alfano, oggetto misterioso della degradata politica italiana e principe dei “nominati” – nominato deputato, nominato ministro, nominato segretario – che oggi delirava in Parlamento, come in tanti nella piazza perugina, e gridava vergogna per una normale sentenza penale. “La sentenza di assoluzione per Amanda Knox e Raffaele Sollecito”, farfugliava eccitato, “fa pensare che in Italia per gli errori giudiziari nessuno paga […]; se la detenzione di Amanda è stata ingiusta, chi la risarcirà? Chi pagherà mai per una detenzione ingiusta sua e di Raffaele Sollecito?“.

Il Paese affonda, l’Europa delle banche pretende licenziamenti e riduzioni di stipendi e che fa l’uomo di Berlusconi? Si occupa dell’andamento di un processo penale e rilascia dichiarazioni che non stanno né in cielo, né in terra: “Io mi attengo all’esito del giudizio della Corte, che ha dichiarato innocenti i due, con ciò affermando implicitamente che la detenzione non doveva esserci. In Italia il tema è che per gli errori giudiziari nessuno paga“.
E per quelli politici? Per gli errori suoi e dei suoi compagni di merende chi paga? Chi paga per il Paese che fallisce, per i giovani senza futuro, per la barbarie che dilaga, per tutto quello che ha combinato alla scuola il ministro Gelmini? Chi risarcisce la povera gente per il disastro che deve affrontare? Lo sa Angelino Alfano che dal 2008 al 2011, a dar retta alla Flc, nelle scuole della sua Sicilia ci sono stati qualcosa come 25.217 alunni in meno e una decimazione di 1.500 docenti? Lo sa che la riforma Gelmini ha cancellato 10.113 cattedre e 5.017 posti di Ata? Che i fondi, che nel 2007 ammontavano a 129 milioni si sono ridotti poi a 49 milioni nel 2011? Non ha altro a cui pensare, il sig. Alfano, che all’innocenza di Amanda Knox e ai siti internet da silenziare? Non si rende conto di aver ampiamente superato il confine dell’indecenza?

Uscito su “Fuoriregistro” il 4 ottobre 2011

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Parlare di scuola oggi è un obbligo morale e lo farò. Non avrebbe senso, però, metter mano alla penna, senza guardare al contesto storico in cui ci muoviamo, senza ribellarsi all’idea che parlare di scuola non sia anche, e forse soprattutto, partire dal significato che assume per la nostra vita e per la vita dei nostri figli la lettera della Banca Centrale Europea, di cui finalmente conosciamo le parole, i toni, gli obiettivi dichiarati. Scuola, quindi. D’accordo, ma scuola per dire che c’è bisogno di strumenti utili alla difesa. Non c’è dubbio, siamo stanchi di cattedre tagliate e diritti negati, stanchi di un ministro che, dopo aver attaccato l’istruzione pubblica, l’ha avvilita in un contesto di crescenti disagi, l’ha mortificata, inchiodandola su posizioni di ispirazione razzista e, mentre la smantella, risponde alle critiche parlando di “attacchi sovversivi“.

Tutto questo conta, ma non può bastare. Occorre una riflessione più profonda. Questo governo inesistente, fatto di scandali e repressione, questa opposizione che si schiaccia sistematicamente sulle scelte economiche di un neoliberismo senz’anima e senza rispetto di uomini e diritti, sono il braccio armato d’una dittatura, di un “golpe finanziario” attuato da gruppi di potere che hanno cancellato la democrazia.
Dopo il ricatto che ha messo in ginocchio la Grecia, tocca a noi: per la prima volta nella storia dell’Europa contemporanea un organismo economico privato, espressione di interessi del capitale, detta le condizioni di vita a Paesi sovrani. Padronale è il linguaggio di Draghi e Trichet, due privati cittadini che si arrogano il potere di indirizzare al popolo italiano una lettera ultimativa, cieca, violenta e provocatoria. Una lettera che pretende “piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali […] attraverso privatizzazioni su larga scala”. Una lettere che detta una filosofia della storia e pretende di piegare la vita dei popoli alla legge del profitto. E’ tassativo, scrivono i due ragionieri, senza spiegarci con quale autorità, una “accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti”, la “riallocazione delle risorse verso le aziende e verso i settori più competitivi” E su questa linea proseguono, in un documento che val la pena leggere: “C’è anche esigenza di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva”, proseguono i due, “permettendo accordi al livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione.
Il Governo ha l’esigenza di assumere misure immediate e decise per assicurare la sostenibilità delle finanze pubbliche.
a) Ulteriori misure di correzione del bilancio sono necessarie. Riteniamo essenziale per le autorità italiane […] intervenire ulteriormente nel sistema pensionistico, rendendo più rigorosi i criteri di idoneità per le pensioni di anzianità e riportando l’età del ritiro delle donne nel settore privato rapidamente in linea con quella stabilita per il settore pubblico […] rafforzando le regole per il turnover e, se necessario, riducendo gli stipendi.
b) Andrebbe introdotta una clausola di riduzione automatica del deficit che specifichi che qualunque scostamento dagli obiettivi di deficit sarà compensato automaticamente con tagli orizzontali sulle spese discrezionali […]. Consideriamo cruciale che tutte le azioni elencate […] siano prese il prima possibile per decreto legge, seguito da ratifica parlamentare entro la fine di Settembre 2011. Sarebbe appropriata anche una riforma costituzionale che renda più stringenti le regole di bilancio.
[…] Negli organismi pubblici dovrebbe diventare sistematico l’uso di indicatori di performance (soprattutto nei sistemi sanitario, giudiziario e dell’istruzione)”.

C’è una guerra in atto. Guerra di aggressione, la terza dopo l’Afghanistan e la Libia. Non si combatte a Tripoli, non fa vittime in Libia, non ha cronisti sulla stampa ormai serva, non ha cittadinanza in un Parlamento delegittimato, è completamente fuori della legalità repubblicana. E’ la guerra delle banche contro la democrazia. Parlare di scuola oggi significa soprattutto dar voce alla rivolta.

Uscito su “Fuoriregistro” l’1 ottobre 2011. La foto è tratta dal blog il lavoto non è una merce.

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