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Archive for aprile 2015

32414_4504728950453_1694780384_n (1)«La sovranità appartiene al popolo». Così recita testualmente l’articolo 1 della Costituzione, ma Renzi lo ignora. Il voto, manifestazione concreta di questa inalienabile potestà, sottolinea l’articolo 48, «è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico». Il cittadino, quindi, ha diritto di scegliere direttamente chi lo rappresenta in Parlamento e nessun governo può manomettere l’esito delle urne, inventandosi premi di maggioranza che moltiplichino il valore di un voto rispetto a un altro. Renzi ignora anche questo principio. Non serve girarci attorno: questo è un colpo di Stato.
Com’è noto, la Consulta non ha potuto fare a meno di dichiarare incostituzionale la legge elettorale da cui è nato il nostro sedicente Parlamento. Con una postilla a mio avviso inutile e non pertinente, che regala un crisma di santità alla scelte passate, presenti e future di parlamentari eletti con una legge che dichiaravano illegale, i giudici della Corte Costituzionale hanno però tirato in ballo la “continuità dello Stato”. Questo è un non senso logico. Posto che non sia un’astrazione e che si debba accettare, è evidente che tale principio non cancella l’articolo primo della Costituzione, che attribuisce al popolo la sovranità. La domanda è perciò lecita: il Parlamento degli «abusivi», che non è espressione della sovranità popolare, in nome e per conto di chi legifera?
Non c’è bisogno di essere costituzionalisti, per trarre dalla sentenza le logiche conseguenze: deputati e senatori non solo non hanno legittimità politica e morale, ma non possono legittimamente votare la fiducia a un governo, perché non sono stati eletti dal popolo e non ne sono i rappresentanti. Il governo, quindi, illegittimo moralmente e politicamente, vive di un voto di fiducia arbitrario e la sua esistenza è in contrasto con l’articolo primo della Costituzione. Persino l’elezione del Presidente della repubblica è probabilmente in contrasto con lo spirito della Costituzione. E’ vero: il popolo non elegge direttamente il Capo dello Stato, ma vero è anche che ad eleggerlo sono deputati e senatori in veste di «grandi elettori». Nel caso specifico, come si fa a ritenere «grandi elettori» parlamentari che nessuno ha mai eletto?
Le ombre di illegittimità morale, politica, ma anche giuridica, sono più lunghe di quanto si voglia far credere. Renzi e i suoi ministri sostituiscono un governo mai sfiduciato. Quando sostiene di voler cambiare la Costituzione perché glielo chiede il Paese, Renzi mente sapendo di mentire, perché, in merito, non ha ricevuto e non avrebbe potuto ricevere alcun mandato popolare: nessun cittadino ha eletto i deputati che gli hanno votato la fiducia. Illegittima quindi è la sua pretesa di imporre una legge elettorale che peggiora quella incostituzionale da cui nasce la sua maggioranza, violenta, estremamente violenta, è la sua decisione di porre mano a una riforma costituzionale.
E’ qui, sulla violenza esercitata dalla banda di «nominati» che tiene in piedi il governo, sul tradimento della Costituzione che si sta consumando, occorre essere chiari e riflettere, senza attaccarsi a inaccettabili cavilli giuridici: la sovranità popolare è stata ripetutamente e violentemente usurpata. C’è solo un modo per ripristinare la legalità repubblicana: sciogliere le Camere e votare con la legge indicata dalla Consulta. Se questo non accadrà, sarà legittimo esercitare quel «diritto alla resistenza», che è stato solennemente riconosciuto ai popoli nei momenti alti della storia umana. Lo ricorda in queste ore don Paolo Farinella: persino Tommaso d’Aquino, uno dei padri della Chiesa, riscattando la dignità di Bruto, riconosce l’amara ma incontestabile legittimità dell’atto più estremo che si possa compiere a difesa della libertà: «chi uccide il tiranno è lodato e merita un premio».
Più che tornare col sacerdote alla Dichiarazione d’indipendenza degli USA, a quella dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino e alla Costituzione francese del 1793, che riconoscono il diritto-dovere dei popoli a resistere se un governo mira a sottometterli, chiediamoci che significa resistere. Quando si dice resistenza, si parla di formule astratte, per fermarsi alla rivendicazione di un principio? Non è così. E non è vero nemmeno, come pare affermare don Farinella, che tutto debba ridursi all’opposizione di «corpi inermi». La Resistenza che abbiamo appena ricordato il 25 aprile, dimostra che, per fermare un governo – anche legalmente costituito, che però l’ha sottomesso o intende farlo – un popolo non solo può, ma deve ricorrere a tutti i possibili strumenti. Quelli pacifici, se i responsabili dell’abuso, di fronte all’accusa infamante di tradimento, si fanno da parte e accettano di difendersi nelle sedi deputate. Se questo però non accade, se il governo nega la violenza e tenta di imporsi con la forza, resistere allora può anche voler dire mettere mano alle armi in nome della legalità repubblicana e riconquistare la dignità dei cittadini liberi che non tollerano in alcun modo di essere ridotti in condizioni di sudditanza.
Il messaggio di don Farinella quindi non è e non può essere quello di un pacifista che si appella ai principi. E’ la minaccia del gesto estremo che merita la lode e il premio da San Tommaso D’Aquino: o Renzi e i suoi compari sapranno fermarsi prima che sia tardi o tutti noi, costretti a subire una violenza inaudita e insopportabile, dovremo rispondere con una violenza uguale e contraria. E’ un imperativo morale e non potranno fermarci tribunali, processi, galera e truppe schierate in piazza come un esercito di occupazione, secondo un modello già sperimentato in Valtellina.
E’ bene che Renzi rifletta su ciò che il sacerdote gli annuncia: siamo decisi a riprenderci la nostra piena e totale sovranità.

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deprof3Nell’aula grigia e sorda bivaccano manipoli. Matteotti non c’è e non ci sarà un Aventino. O fuori, nelle piazze finalmente rideste, si sentiranno campane suonare a stormo e giovani correre alla difesa, o lenti e funerei ascolteremo i rintocchi del bronzo che suona a morto.

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Mussolini_e_Petacci_a_Piazzale_Loreto,_1945La foto di Mussolini e dei gerarchi esposti a Piazzale Loreto è indiscutibilmente tragica e non ci sono dubbi: qualcuno tra quelli che inveiscono e oltraggiano i cadaveri era stato fascista. Così va la vita e non c’è che fare. Da un po’, tuttavia, i commenti delle anime pie, i giudizi moralistici, il dissenso e l’aperta condanna della violenza partigiana si sono moltiplicati. Non sarà male perciò ricordare che proprio lì, a Piazzale Loreto, alcuni mesi prima, il 10 agosto del 1944, quindici partigiani erano stati trucidati dai militi repubblichini che operavano con le SS, le famigerate forze di sicurezza naziste.
Pochi giorni prima, l’8 agosto, in viale Abruzzi, un autocarro tedesco era saltato in aria in seguito allo scoppio di due bombe.C’erano state vittime tra i passanti ma non era morto nessun tedesco. I partigiani, che in genere non si nascondevano dietro un dito, non si assunsero la responsabilità dell’attacco. A Milano i Gap erano guidati dal comunista Giovanni Pesce, combattente di Spagna, reduce dal confino politico a Ventotene e medaglia d’oro al valor militare. Uno dei più esperti e coraggiosi comandanti partigiani, particolarmente abile nella guerriglia urbana. Tutto lascia credere, perciò, che non aveva torto il Tribunale Militare di Torino allorché, nel 1999, processando in contumacia Theodor Saevecke, capo dei servizi di sicurezza tedeschi e della Gestapo, la Polizia Politica, ritenne l’attacco al camion un colpo premeditato dai nazisti, che miravano evidentemente a rendere i partigiani odiosi alla popolazione, per isolare la Resistenza. A cose fatte, Saevecke, che alla fine della guerra si trovò sulla coscienza quasi molte centinaia di ebrei deportati e numerosi partigiani morti sotto tortura, tirò in ballo il bando di Kesserling, benché non ci fossero stati tedeschi uccisi, e pretese la rappresaglia, con la fucilazione di quindici partigiani italiani prigionieri.
Piazzale_Loreto_10_agosto_1944Non contento, dopo la strage, avvenuta il 14 agosto, il boia di Piazzale Loreto ordinò che i cadaveri, definiti “assassini” da un cartello tirato su per l’occasione, fossero lasciati sul posto senza essere ricomposti, atroce monito per la popolazione. Come i criminali tedeschi e fascisti avevano previsto, le vittime si decomposero rapidamente sotto il caldissimo sole estivo davanti agli occhi della città atterrita. Venti lunghe ore, tra nugoli d’insetti, un’insopportabile puzza e l’oltraggio feroce alla pietà e alla dignità umana. Venti ore, coi fascisti armati che vietarono a tutti, persino ai parenti, di portare un fiore o chinarsi a pregare.
Mussolini, che si limitò a una formale protesta con l’ambasciatore tedesco, di li a poco prese il posto delle sue vittime. Non ci sono giudizi morali da pronunciare. Dopo settant’anni, si possono solo ricordare i nomi onorati dei quindici partigiani, gridando con tutte le forze:
Ora e sempre, Resistenza!

Gian Antonio Bravin, Giulio Casiraghi, Renzo del Riccio, Domenico Fiorani, Umberto Fogagnolo, Tullio Galimberti,Vittorio Gasparini, Angelo Poletti; Andrea Ragni, Eraldo Soncini, Libero Temolo, Vitale Vertemati e i meridionali Andrea Esposito, Salvatore Principato ed Emidio Mastrodomenico.

Non sapevano di morire per la libertà di gente come Salvini.

Fuoriregistro, 24 aprile 2015 e Agoravox 25 aprile 2015

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Mercoledì 22 Aprile- ore 18:00 – Ex OPG Occupato – Je so’ pazzo

Napoli rivoluzionaria. La Camera del Lavoro e la resistenza operaia al fascismo
con Giuseppe Aragno (storico) e Clash City Workers

verso…

manifesto_25_aprile-exopg_jesopazzosabato 25 aprile – ore 10:30 – p.zza Garibaldi
Corteo cittadino antifascista
in serata: FESTA DEL FRIARIELLO (p.zza metro Materdei)

venerdì 1 maggio
dalle ore 17:00 – Ex OPG Occupato “Je so’ Pazzo”
inaugurazione della Camera Popolare del Lavoro
dalle ore 20:00: E’ Zezi in concerto

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Quest’anno ricorrono i 70 anni della Resistenza (1945-2015). Il 25 aprile ricorderemo la Liberazione, le lotte partigiane, il sacrificio di tutti quelli che hanno combattuto per l’uguaglianza, e per la libertà. Non si tratta però solo di un esercizio di memoria: l’antifascismo è per noi qualcosa che deve essere messo in pratica ogni giorno.

Ma ha ancora senso oggi definirsi antifascisti? Ci sono ancora, nel 2015, i fascisti? E chi sono?
Il fascismo ha tante facce e porta tanti abiti diversi, non solo la vecchia camicia nera
: ha la divisa blu del poliziotto che spara e uccide Davide Bifolco solo perché è un ragazzo della periferia. Ha il volto dei secondini che riempiono di botte e uccidono i detenuti, come nel caso di Stefano Cucchi. O quello di chi applica un TSO a Francesco Mastrogiovanni perché lo reputa “pazzo” e lo lascia morire dopo averlo tenuto legato e immobilizzato ad un letto di contenzione.
Veste i panni del militante dei gruppi estremisti di destra che si diverte a picchiare il barbone che dorme sulla panchina, l’immigrato, il ragazzo “alternativo”, l’omosessuale.
Si è infilato il camice del medico antiabortista. Ha l’aspetto apparentemente rassicurante dell’uomo convinto che la sua donna – sua moglie, sua figlia, sua sorella – debba starsene zitta, perché gli appartiene, e che, se prova a essere indipendente, va “raddrizzata” con la forza.

Ha il completo buono del politico che sostiene di agire “nell’interesse del paese”, ma che fa solo il proprio. Indossa la giacca e la cravatta del padrone che dice: “qui in azienda siamo una grande famiglia”, ma che poi ti sfrutta ogni giorno con la scusa della crisi mentre lui fa i milioni, che ti licenzia se provi a reclamare i tuoi diritti, che non ti rinnova il contratto se ti iscrivi al sindacato.

I fascisti non sono “roba da libri di storia”. Fascista è la mano che ha ucciso Ciro Esposito, giovane tifoso in trasferta a Roma per seguire la squadra del cuore. Fascisti sono Salvini, la Lega e i suoi alleati – tra cui, non a caso, c’è la formazione di estrema destra Casapound! – che rivendicano l’indipendenza di un Nord costruito anche sul sudore e sui sacrifici di chi è partito dal Sud alla ricerca di un lavoro e di un futuro e che hanno fatto del razzismo la loro bandiera.

Il fascismo è sopraffazione, sfruttamento, disprezzo per la diversità. Il fascismo, purtroppo, è ancora qui. Tocca a noi riconoscerlo e combatterlo, nei nostri quartieri, nelle scuole, sui posti di lavoro. Ogni giorno è il 25 aprile.

0002 Napoli 22 aprile 2015 ex OPG occupato La Napoli Rivoluzionaria La Camera del Lavoro0004 Napoli 22 aprile 2015 ex OPG occupato La Napoli Rivoluzionaria La Camera del Lavoro

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13864_621943391238772_8903687686590884485_nL’Istituto Campano per la Storia della Resistenza a me non l’aveva detto… Bella gente! Lo so, ora è tardi per fare propaganda, perciò non dico che vi aspetto tutti, sarebbe troppa grazia! Però gli attori sono bravissimi il teatro sta al centro, il lavoro è bello e il coautore è in gamba.
Che fate? Ci lasciate col teatro vuoto?

Domenica
alle ore 18.00
Teatro Instabile di Napoli – Vico Fico Purgatorio ad Arco, 38 – Napoli

LA CARROZZA D’ORO
presenta

Radio Libertà
Un racconto che ha il fascino dell’epopea

di Alfredo Giraldi
scritto in collaborazione e con l’aiuto di Giuseppe Aragno

Con Alfredo Giraldi e Luana Martucci
Regia: Luana Martucci
Aiuto Regia: Pasquale Napolitano

Radio Libertà è la storia di una radio nella Barcellona repubblicana. Una radio antifascista voluta e messa su da un avvocato napoletano, Carmine Cesare Grossi, socialista e antifascista, durante la guerra civile spagnola.
Radio Libertà è la storia di una famiglia napoletana, la famiglia Grossi appunto, che sceglie di schierarsi, sceglie da che parte stare, e raggiunge Barcellona facendo un giro lungo, molto lungo, passando attraverso l’Argentina, il Belgio e la Francia.
Radio Libertà è la storia di Ada, una ragazza che ha solo 19 anni quando attraversa l’Oceano Atlantico, con la famiglia, per tornare in Europa e diventare poi la voce della Spagna insanguinata, la voce della Spagna libera, che si rivolge agli antifascisti di tutta Europa perché portino il loro aiuto.
Radio Libertà è la storia di Renato, eroe sconfitto e dimenticato, che vede vent’anni di una vita ridotti in cinque righe di un foglio indifferente, alla fine di un interrogatorio. Un ragazzo di vent’anni che si scontra con la forza disumana della storia che travolge i vinti e non consente scampo. La storia di Aurelio, il quale segue il fratello maggiore sul fronte spagnolo. La storia di Maria Olandese, ex soprano, una donna molto forte, moglie e madre. Una donna capace di fermare i fascisti che vogliono arrestare suo marito con la sola forza del suo sguardo.

L’evento di domenica è organizzato dall’Istituto Campano per la Storia della Resistenza, dell’Antifascismo e dell’Età Contemporanea “Vera Lombardi”.
Il lavoro è ricavato dal libro di Giuseppe Aragno intitolato Antifascismo e potere. Storia di Storie, Bastogi, Foggia, 2012

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lampedusa-strage-migrani-680x365_cIn Italia c’è la tortura, abbiamo il codice fascista di Rocco, stiamo stracciando la Costituzione antifascista, i deputati non li ha eletti nessuno e la nostra barbarie sta ammazzando migliaia di sventurati. Sono eventi apparentemente isolati l’uno dall’altro e si potrebbe dire, sbagliando, che non si tratta delle tessere d’un unico mosaico.
Renzi sostituisce dieci commissari del PD perché si appongono al suo tentativo di far approvare dal Parlamento una legge elettorale reazionaria. Non chiediamoci se si può fare, proviamo a capire per conto di chi lo fa e dove vuole arrivare.
A scuola i presidi minacciano di sostituire chi sciopera contro l’Invalsi e di obbligare gli studenti a fare i test. Che importa se si può fare? Lo fanno e a noi interessa capire chi li comanda e dove si intende condurci.
Mentre le merci e i capitali possono girare liberamente, uomini donne e bambini sono bloccati ai confini, sicché il Mediterraneo è diventato un immenso cimitero. Si è giunti al punto di sequestrare le barche ai pescatori che aiutano i disperati in fuga dalla fame e dalla guerra. Non chiediamoci se si può fare. Si fa. Diciamoci piuttosto che è una vergogna inaccettabile e proviamo a capire come se ne’esce.
Non è più tempo di domande inutili. Troviamo il coraggio di dire quello che è, senza girarci attorno: è nata e si sta consolidando una terribile dittatura. Prendiamone atto e ricaviamo dalle nostre parole la sola possibile conseguenza logica. La dittatura c’è ed è sempre più feroce. Quello che manca è la scelta di affrontarla con tutte le armi possibili, come hanno già fatto una volta Amendola, Matteotti, Gobetti, Parri, Rosselli, Pertini, Gramsci e migliaia di migliaia di uomini liberi, che scelsero di combattere, piuttosto che piegarsi.

Fuoriregistro e Agoravox, 21 aprile 2015 e La Sinistra Quotidiana il 23 aprile 2015.

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Bomba d'acqua su Pisa (Stefano Degl'Innocenti)Il paese è migliore di quanto mostri il surreale duello quotidiano tra  «rottamatori» di Renzi e «rottamati» di Bersani. La scuola, per far riferimento a un pilastro fondante della società che Renzi crede di poter distruggere impunemente, è molto meno rassegnata di quanto si pensi. Basta conoscerla per sentire il fremito che muove l’aria nelle aule cadenti. E non è questione di precari, di sacrosanta amarezza per il lavoro promesso e negato, di salari, ferie o problemi per cui è facile tirare in ballo l’egoismo corporativo e i gufi conservatori. E’ ben altro: uno stato febbrile di coscienze allarmate, un’inquietudine profonda che coinvolge docenti «garantiti», personale amministrativo, studenti e famiglie più consapevoli. Chi ha memoria ricorda l’indignazione sorda, crescente e inascoltata che annunciò l’esplosione inattesa per il «concorsaccio da sei milioni» e segnò la fine di Luigi Berlinguer.
E’ vero, a quei tempi il governo non poteva contare sulla macchina da guerra che spiana la via a Renzi, ma non è meno vero che Berlinguer non si era spinto al punto da bocciare sprezzantemente una legge d’iniziativa popolare nata dall’impegno di intelligenze acute e dalla passione competente della scuola militante. Non c’è anestetico in grado di cancellare il dolore per la violenta coltellata inferta alla scuola e alla democrazia da un governo geneticamente debole, come quello di Renzi, sfiduciato alla nascita da una sentenza della Corte Costituzionale che delegittima politicamente e moralmente questo Parlamento di figuranti.
Le manifestazioni si annunciano a catena Gli argini reggeranno? Se il fiume carsico che diventa sempre più impetuoso troverà sbocco nello sciopero del 12 maggio, che minaccia di far saltare le prove Invalsi e mettere insieme i docenti, gli studenti, i genitori più consapevoli, la Cgil e il sindacalismo di base, gli argini salteranno e faranno strada a una bomba d’acqua simile a quella che travolse Berlinguer.
Benché blindata, la malaccorta consultazione sulla «Buona Scuola», voluta dal governo per dare una mano di vernice democratica a un’operazione profondamente reazionaria, non solo è naufragata pietosamente, ma si è trasformata in un boomerang micidiale, animando un’opposizione motivata e competente, che non lascia spazi ai twitter. E’ accaduto di tutto: più di duecento mozioni contrarie cestinate con infinita arroganza, l’inevitabile protesta repressa a colpi di polizia e soprattutto, inattesa, la resurrezione di Comitati agguerriti a sostegno di una Legge di iniziativa popolare che, sottoscritta da centomila cittadini è diventata un’alternativa concreta alle proposte inaccettabili del governo. Un’alternativa sprezzantemente respinta pochi giorni fa, in sede referente, da Commissioni Parlamentari formate da illustri sconosciuti che nessuno ha mai eletto. La sfida ha i connotati dell’oltraggio ed è resa più grave dai contenuti del disegno governativo che, tra annunci da venditori di tappeti e imbarazzanti rinvii, è più insolente e liberticida di quella «Legge Aprea», bloccata nel 2011 da una mobilitazione forte e corale.
In spregio della Costituzione, il governo stavolta va ben oltre la fallita sortita berlusconiana. Se la legge Aprea assegnava al dirigente scolastico potestà di chiamata diretta dei docenti, Renzi va oltre, attribuendo ai capi d’Istituito il potere di licenziare i docenti a proprio  esclusivo giudizio, anche per il mancato superamento dell’anno di prova. Se Aprea spalancava le porte della scuola ai privati e alle imprese, introducendoli nei consigli d’Istituto, Renzi, con scelta scellerata, assegna ai Dirigenti Scolastici il potere di gestire da soli e direttamente i rapporti con le forze economiche territoriali, pronte a condizionare la formazione e l’istruzione, a fare della Scuola un mercato che sdogani il lavoro minorile e al nero e offra alle imprese manodopera abbondante, gratuita e senza tutela. In una sorta di delirio di onnipotenza, Renzi, chiede per sé qualcosa come 13 deleghe, compresa quella di ispirazione fascista che dice di riformare – ma di fatto sopprime – gli Organi Collegiali.
Questa la portata dell’attacco, che non è rivolto ai docenti, come lascia strumentalmente credere il complice circo mediatico, dopo l’oscena campagna sui «fannulloni». E’ una sfida violenta, che mira a colpire le Istituzioni democratiche del paese, di cui, piaccia o no, la scuola è trave portante. D’altra parte, Renzi non ha scelta: nega la funzione costituzionale della Scuola perché la Costituzione è il principale ostacolo alla realizzazione del suo progetto reazionario e non basta stravolgerla nelle aule del Parlamento: va sradicata dalle aule scolastiche in cui si formano i cittadini, potenziali nemici di Renzi finché non saranno ridotti a bestiame votante. Di qui l’attacco alle pari opportunità, di qui le scuole di diverso livello e le risorse iniquamente distribuite.
In quanto ai docenti, non c’è dubbio: per piegare il Paese, occorre piegarne la resistenza, per debole che possa apparire. Si spiega così la scelta di creare albi regionali, abolire la titolarità di cattedra per gli insegnanti di ruolo, qualora siano costretti a ricorrere alla mobilità territoriale o professionale, e costringerli all’inferno del precariato; si spiegano così il lavoro decontrattualizzato, le valutazioni arbitrarie, affidate alla via scivolosa dei test Invalsi, frutto velenoso dell’intrusione di Confindustria nella didattica, e infine la soppressione della libertà d’insegnamento, che l’articolo 33 della Costituzione tutela, in quanto primo confine tra democrazia e regimi autoritari. Il ricatto ai precari, che l’Europa ci impone di immettere in ruolo e Renzi recluta solo a condizione che accettino la mobilità selvaggia e il demansionamento, insegnando materie per cui non sono abilitati, la distruzione della collegialità, con le diverse componenti della Scuola escluse dalla costruzione del progetto formativo, sono il prezzo che Renzi paga ai suoi sponsor: i padroni, che pretendono una scuola classista, che sia fabbrica di sfruttati e di rassegnati soldatini del capitale.
Se non trova un freno immediato, questa è la cifra reale della scuola di Renzi: non più la preziosa fucina socratica della coscienza critica, ma l’anticamera di un ufficio di collocamento.

Fuoriregistro, 17 aprile 2015 e Agoravox, 18 aprile 2015

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