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Archive for gennaio 2011

Quante parole libere insegnate,
voi che padroni siete e servi avete,
se la storia spiegate.
Voi, che la libertà
ingabbiate nella legalità.
Dio non lo so, ma voi v’assolverete,
voi che bene sapete
che mai nulla potrà farci più male
di questa vostra ingiustizia legale.

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Il prossimo anno scolastico in Molise mancheranno all’appello 600 studenti. Lo riconosce con disinteressato distacco Miur e lo conferma la Cgil, che rincara la dose: il calo è ben più grave, più di 2000 sono gli alunni “persi” negli ultimi anni. La faccenda non interessa nessuno: Viale Trastevere dorme, Gelmini, presa dalla crociata per la “terra santa”, s’è messa in adorazione del signore e il celebre giravite di Fioroni lavora per smontare il partito di Bersani, che attraversa come può lo scandalo delle primarie.
Il centro della vita politica ormai non è il Parlamento. Si vive di telefonate. Masi a Santoro per mettere in mora la libertà d’informazione, dio padre onnipotente a Gad Lerner per censurare i “postriboli” televisivi – da quale pulpito viene la predica! -, Emilio Fede per far la cresta sulla spesa e procurare prestiti d’onore a Lele Mora, la falsa nipote del dittatore Mubarak per gli inviti a cena a Villa Certosa, il Presidente del Consiglio alla Questura di Milano per risolvere il caso d’una sua amica minorenne accusata di furto e un eletto stuolo di fanciulle per il rituale passaggio dai riti di Dioniso all’impegno politico. Quanta parte del nostro ceto politico abbia imparato il mestiere negli ozi pompeiani della Villa dei Misteri, nelle periferie dei viados e nelle accoglienti camere da letto d’un apprendista tiranno, non è facile dire, ma non ci sono dubbi: i titoli per le “quote rosa” d’una battaglia tardo femminista li assicurano ormai gli audaci calendari delle modelle procaci, i casting di sculettanti ballerine di fila, le fotocamere di noti paparazzi e le ambite comparsate nel degrado televisivo. Dai banchi del governo, ai consigli regionali, il campionario dei “prodotti pregiati” è sotto gli occhi di tutti, ma lo scandalo che prende a schiaffi la nostra dignità non è fatto solo di alcove e festini. Scandalizza la miseria culturale e morale che esprime fatalmente il “Circo Barnum”, di travestiti della politica.
Il ministro Frattini, noto esportatore di democrazia all’italiana, s’è schierato col macellaio Mubarak contro un popolo in lotta per la libertà e il Parlamento non s’è levato in armi. Confortato dal successo dell’indecorosa sortita, l’imbarazzante ministro ha superato se stesso, portando al Senato i panni sporchi della sua famiglia. Meglio ha saputo fare, però, il degno compare Sacconi, arruolato da Marchionne nella lotta ai diritti e per un nuovo welfare, fondato sullo schiavismo auspicato dai padroni del vapore.
In questo clima, la repubblica delle escort va celebrando i funerali del sistema formativo. La riforma universitaria è appena entrata in vigore e già, coperta da scandali d’ogni genere, la polemica monta di nuovo. Gli studenti delle lauree triennali sono stati, infatti, esclusi dalle tesi di laurea sperimentali e dalla partecipazione ai progetti di ricerca. Non bastasse, gli scatti d’anzianità per i docenti sono stati bloccati e gli ultimi tre anni di servizio cancellati: c’è un “buco” di tre anni che forse non sarà possibile colmare. La pietra tombale la poggia sul feretro il rapporto del Comitato Nazionale per la valutazione del sistema universitario, che ci colloca tra gli ultimi Paese al mondo per investimenti pubblici nell’istruzione universitaria. A dar retta agli “esperti” del nostro evanescente Parlamento, la scuola è un’azienda decotta, coi conti in rosso. Una zavorra di cui liberarsi.
I toni sprezzanti, tipici dei regimi autoritari, rimandano direttamente alle sponde del Mediterraneo in fiamme, al Nordafrica e ai Balcani dove, studenti e professori in testa, le popolazioni, stanche di subire, si sono ribellate. La “legalità” non è sinonimo di giustizia e spesso è vero il contrario. Il 14 dicembre, a Roma, la frattura tra legalità e giustizia è apparsa così intollerabile che i giovani hanno assalito i palazzi del potere. I moralisti a pagamento hanno subito puntato il dito su “terroristi” e “cattivi maestri”, sicuri che chiacchiere di pennivendoli, specialisti della disinformazione e forze antisommossa bastino a imporre l’ingiustizia. Tunisi e il Cairo, però, stanno lì a dimostrare che non è vero. A lungo andare, la globalizzazione dello sfruttamento suscita sdegno, unisce le piazze e chiama alla rivolta.

Uscito su “Fuoriregitro” il 31 gennaio 2011. L’immagine è di Daniela Romano

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Venerdì’ prossimo, 28 gennaio, sciopero generale della scuola e dell’università con la Fiom. E sarà bene dirlo: è sciopero politico. Non sarà la Procura di Milano a chiudere la partita col neoliberismo all’italiana e, assente in Parlamento un’opposizione pronta a una battaglia di democrazia, la piazza fa supplenza.
Semaforo rosso per ogni soluzione autoritaria d’una crisi economica e sociale, che chiude nell’unico modo possibile la seducente “età dell’oro” promessa dal capitale dopo la caduta del muro di Berlino.
C’è un filo diretto tra il massacro di Marchionne alla Fiat e la decimazione del Ministro Gelmini. Si vede chiaro e bisogna far fronte, reagire e scompaginarlo: è un pericoloso progetto politico. Non si tratta solo di pugnalate alla ricerca, di università privatizzata, di 140.000 posti tagliati tra docenti e Ata, di un bando di espulsione di massa dei precari, dell’aumento delle cattedre che superano le 18 ore e degli alunni per classi che sono ormai 35. E neanche è questione del mortale squilibrio tra aumenti peggiorativi e peso insostenibile delle riduzioni: ore di lezione, insegnamenti, materie, sforbiciate al sostegno e impoverimento di ogni risorsa. Non è solo questo, che pure grida vendetta. E’ che la scelta è chiara: da un lato c’è il lavoro colpito e l’esercito dei disoccupati, buoni per diventar crumiri, dall’altro ci sono i diritti negati e la creazione del “bestiame votante” che legittimi un involucro democratico vuoto di contenuti. Chiuso il cerchio, gli estremi si toccano e la proletarizzazione crea le nuovo classi “subalterne” rassegnate a un futuro di servitù.
Del ministro Gelmini si son perse le tracce. Vive di comunicati-stampa e sfugge il contradditorio. Oggi smentisce “le indiscrezioni apparse […] su un quotidiano, secondo cui esisterebbero diversi punti di vista” col collega Tremonti, ieri, contornata dai baroni che le danno il là, dava per “finita l’era dei baroni“, ieri l’altro faceva scudo col corpo al “suo” Berlusconi, nella furiosa guerra che s’è inventato coi magistrati, e sosteneva con l’arroganza del potere sinora impunito: “tutto questo fango si tradurrà in ulteriore consenso“. A quale fango si riferisca, dopo la minorenne fatta uscire dalla Questura di Milano, nessuno saprebbe dire, nemmeno lei, ma non ci sono dubbi: la scuola, è l’ultima preoccupazione del ministro, che coi docenti non parla, dopo che in quattro provincie le hanno rifiutato il suo delirante “progetto di valutazione” e va avanti come uno schiacciasassi: imporrà con la forza una indecente “meritocrazia“.
Ovunque la scandalosa, oscena suddivisione della ricchezza, causata da quel neoliberismo di cui il governo si riempie la bocca, produce disastri. Fingere di non vederlo sarebbe un suicidio. Qui da noi – è un pericoloso paradosso – tutto si tiene e sta assieme grazie al ricatto separatista di Bossi e Maroni. Ma non occorre un’aquila per vederlo: ciò che unisce i leghisti divide il Paese e tutto potrebbe crollare da un momento all’altro. Non c’è più tempo. Frattini ha giocato per giorni con le parole e i rivoltosi tunisini, in lotta per la libertà, sono diventati “terroristi“, come suggeriva Ben Alì, che da noi è stato alleato privilegiato della criminale politica di espatri voluta da Maroni e in Tunisia il dittatore che fugge di fronte all’ira d’un popolo vessato. A Tunisi, come da noi, lo scontro tra studenti e governo è stato violentissimo e, come da noi, gli uomini della dittatura – anche quelli che oggi frenano lo sviluppo democratico della rivolta – ce l’hanno con la scuola. “E’ gente irresponsabile. Invito i sindacalisti corretti a ritornare alla ragione“, tuonava ieri il ministro Ibrahim, di fronte ai licei e agli istituti universitari che non si fidano e continuano a lottare. Accadeva anche qui, quando Berlusconi e Gelmini sostenevano in coro che la “scuola vera” studia, non protesta. Una menzogna tipica delle dittature. “L’anima, diceva giustamente Plutarco, non è un vaso da riempire, ma un fuoco da suscitare“. Noi non saremmo scuola oggi, se l’animo nostro non fosse acceso dalla continua violenza che ci colpisce.
Venerdì’ prossimo, 28 gennaio, sciopero generale della scuola e dell’università con la Fiom. E sarà bene dirlo: è sciopero politico.

Uscito su “Fuoriregistro” il 25 gennaio 2011

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Quando questo governo se ne andrà – e dovrà accadere – di Maria Stella Gelmini rimarranno indelebili, nel ricordo di chi l’ha vista all’opera, l’immagine più concreta e completa della crisi morale, prima ancora che economica, di questi anni bui. Una donna che ha governato la scuola senza poter spiegare in virtù di quali titoli sia giunta al governo, che per quasi tre anni ha continuato a confondere tempo pieno e tempo scuola e non ha mai distinto tra propaganda e progetto politico.
Da qualche giorno, poi, mentre difende il “suo” premier da quello che, a suo modo di vedere, è il “fango” rovesciatogli addosso da comunisti e congiurati annidati nella Procura di Milano, il “ministro ha completamente dimenticato quanto pure aveva solennemente promesso ieri e fa di tutto per meritare una menzione particolare nell’albo dei venditori di tappeti che occupano il banco di questo sciagurato governo.
Goering ne era convinto: una menzogna più volte ripetuta diventa verità. Val la pena perciò di tornarci sulle due “verità” del ministro. Ecco le sbandierate intenzioni di Maria Stella Gelmini agli esordi, quando non era ancora diventata l’illustre passacarte della macelleria sociale di Giulio Tremonti:

Gelmini: “Stipendi insegnanti a 40mila euro annui”
10 giugno 2008

Lasciare lo scontro politico fuori dalla scuola. Lo ritiene necessario il ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Mariastella Gelmini, che lo ha sottolineato con forza presentando alla commissione Istruzione della Camera le linee generali del suo programma per la scuola. “Occorre – ha detto – una presa di posizione lontana da inutili visioni ideologiche: il Paese ci chiede a gran voce di lasciare lo scontro politico fuori dalla scuola”. Secondo il ministro, è indispensabile “una grande alleanza” in cui tutti diano il proprio contributo “per il miglioramento della più grande infrastruttura del Paese”.
Il ministro ha poi pigiato un tasto “caldo”, quello degli stipendi degli insegnanti: “Questa legislatura deve vedere uno sforzo unanime nel far sì che gli stipendi degli insegnanti siano adeguati alla media Ocse”. Attualmente gli “stipendi sono sotto tale media”, ha comunicato il ministro svelando”numeri” di questa emergenza salariale:
“Non possiamo ignorare che lo stipendio medio di un professore di scuola secondaria superiore dopo 15 anni di insegnamento è pari a 27.500 euro lordi annui, tredicesima inclusa. Fosse in Germania ne guadagnerebbe 20 mila in più, in Finlandia 16 mila in più. La media Ocse è superiore ai 40 mila euro l’anno.

Di tutto questo non rimane traccia e il programma è cambiato. Gli insegnanti? E chi se ne ricorda. Ora ci sono problemi ben più seri: processano Berlusconi!

 

MINISTERO DELL’ISTRUZIONE, DELL’UNIVERSITA’ E DELLA RICERCA
Def_23. 11.10

DISPOSIZIONI SULLA DESTINAZIONE DELLE SOMME DI CUI ALL’ART. 64, COMMA 9, DELLA LEGGE 133 DEL 2008 IN APPLICAZIONE DELL’ART. 8, COMMA 14 DELLA LEGGE 30 LUGLIO 2010, N. 122 . D.I. n. 3 Del 14 gennaio 2011

IL MINISTRO DELL’ISTRUZIONE, DELL’UNIVERSITÀ E DELLA RICERCA di concerto con IL MINISTRO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE

VISTO […]
CONSIDERATO […]
TENUTO CONTO […]
SENTITE le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative.

 

DECRETA


Art. 1. Per i motivi espressi in premessa, le risorse di cui all’art. 64, comma 9, del decreto legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, relative all’esercizio finanziario 2010, sono ripartite secondo le modalità di cui ai successivi articoli 2 e 3.

Art. 2. La somma di euro 320 milioni è destinata al recupero dell’utilità dell’anno 2010 ai fini della maturazione delle posizioni di carriera e stipendiali e dei relativi incrementi economici del personale docente, educativo ed ATA.

Art. 3. La somma di euro 31 milioni è utilizzata per l’attivazione di due progetti di sperimentazione, uno relativo alle modalità, criteri e strumenti per la valutazione delle scuole per i processi di miglioramento della didattica e l’altro per premiare gli insegnanti che si distinguono per un generale apprezzamento professionale all’interno di una scuola. Il Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, con proprio decreto, provvede alla definizione dei citati progetti e al riparto delle somme previste tra le specifiche finalità.

Art. 4. Le risorse di cui all’art. 64, comma 9, del decreto legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, relative agli esercizi finanziari successivi al 2010, sono prioritariamente dedicate alle medesime finalità di cui all’art. 2, entro il limite di quanto effettivamente reso disponibile ai sensi dell’ultimo periodo del medesimo articolo 64 comma 9.

IL MINISTRO
DELL’ISTRUZIONE, DELL’UNIVERSITÀ E DELLA RICERCA
F.TO MARIASTELLA GELMINI

IL MINISTRO
DELL’ ECONOMIA E DELLE FINANZE
F.TO GIULIO TREMONTI

Uscito su “Fuoriregistro” il 25 gennaio 2011

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Anche oggi, la “libera” stampa cuce, scuce e rattoppa il quadro d’un Paese che non c’è. Ci hanno detto mille volte che la riforma Gelmini è passata, ma hanno “dimenticato” che ci sono centinaia di statuti da approvare e, al primo tentativo, ecco il CNR occupato. Se per ogni statuto si fanno barricate, la notizia vera non è che la legge è passata, tanto più che nelle scuole di Napoli e Torino la meritocrazia pezzente e la strisciante gerarchizzazione del personale docente sono fallite. Chi si ricorda di Roma il 14 dicembre, lo capisce bene: la notizia vera è che la prova di forza continua.

Se un governo la forza ce l’ha, e pensa di usarla, può andargli anche bene. Ma la forza governa un Paese?

Chi ha visto dai cellulari tunisini studenti e professori uccisi e un popolo insorto che urlava “non abbiamo paura” chiede ai fatti se la forza governa. E i fatti dicono no. Lì in Tunisia, dicono, non è solo rivolta della fame e, interrogati, spiegano che Ben Alì, l’amico di Frattini, Gelmini, Berlusconi e soci, il dittatore tunisino di cui grancassa e sordina coprono da vent’anni il romanzo criminale, è stato cacciato sì dalla fame, ma era soprattutto fame di diritti.

C’è fame e fame, dicono i fatti, e meglio sarebbe ascoltarli.

Diritti. Sì, certo, qui da noi la difesa è all’ordine del giorno. C’è un diluvio di “notizie iraniane” e ci sono i mille ripetuti appelli per la povera Sakinè. Siamo liberali e liberisti, noi, non c’è dubbio, ma siamo soprattutto “occidentali” e qui da noi la globalizzazione farà i conti con la civiltà. Così dice la stampa ad ogni piè sospinto. Sta di fatto, però, che abbiamo avuto vent’anni di Sakiné tunisine e i nostri pennivendoli, sbadati, striminziti, col loro misurato contagocce, con la loro scientifica avarizia, se ne sono stati rigorosamente zitti. Mai un attacco, mai una denuncia. Né sì né no. Solo da un po’ qualche . Ed è stato già molto.

A scuola, da noi, la Tunisia è solo un paese mediterraneo; confini, economia, l’indipendenza nel ’56, poi storia in pillole e tanto turismo. Del sistema politico, poco o niente, ma si sa: gli amici del regime da noi sono potenti. A ben vedere, la Tunisia s’è quasi persa nella coscienza nostra e l’avremmo dimenticata, se la grancassa non togliesse la sordina per il can can sugli immigrati e i clandestini stupratori e delinquenti, persi tra motovedette corsare nel Canal di Sicilia, i CIE di Maroni e le nostre civili galere: carne da macello per la lega di Bossi e Borghezio. Ovunque cerchi, nell’elenco liberale e liberista di “fatti tunisini” non c’è traccia dei settecento colleghi di Marchionne alleati del regime di Ben Alì per spolpare l’osso, come comanda l’etica del profitto.

Etica del profitto, certo. Se questa però è l’etica, ecco il senso reale della riforma Gelmini, ecco spiegata la volontà di sottomettere scuola e cultura al potere economico. Ecco, soprattutto, la saldatura della lotta per la cultura con quella per il lavoro. L’Italia che lotta nelle scuole e nelle università è la stessa che soffre a Mirafiori con la Fiat che “modernizza“. Diverso è il contesto, ma uguale l’origine della questione: la cosiddetta “globalizzazione“. Eccolo il problema. Di là, dal feticcio della globalizzazione, partono Gelmini, Sacconi e Marchionne, da una regola fissa: questo è, questo può e deve essere. Viste così, quale che sia l’angolo visuale, Italia e Tunisia diventano incredibilmente vicine: i giovani diplomati rapinati del futuro, i costi della “modernizzazione“, la difficile scelta tra vivere e sopravvivere che spinge in piazza e sconfigge la paura, i legami inconfessabili tra due governi complici nello sfruttamento delle risorse umane e materiali.

Lo sfruttamento. Non se ne parla più, ma esiste e cresce.

Ce l’hanno detto mille volte: a questo governo non c’è alternativa, come non c’è alternativa alla “globalizzazione“. La scelta è comunque tra fame e diritti. Da una parte ci sono il diritto al lavoro e il diritto allo studio, dall’altra la promessa d’un piatto di lenticchie. In ogni caso, scuola o lavoro, la condizione è una: rinuncia al diritto di avere diritti. Può darsi che sia così, può darsi che il civilissimo Occidente, geloso custode di una pretesa identità di fronte all’integralismo musulmano, sia al bivio fatale: o profitto o diritti. E’ la logica di Marchionne. E tuttavia, se quattrocento impiegati cinesizzano l’Italia, il modello Fiat nasce tunisino e, dopo Mirafiori, deciderà la piazza.

Uscito su “Fuoriregistro” il 17 gennaio 2011

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Disprezzo l’ipocrisia e so che ci governa.

Sospetto di chi ad ogni occasione tira fuori la formula radicale: senza se e senza ma. Servono, invece, sono indispensabili i se e i ma. Possono essere la sola luce che illumini il buio più profondo.

Rispetto il dolore”, sento dire di continuo e mi pare un’affermazione inutile e retorica. Avrebbe senso se fosse il contrario: “non rispetto il dolore”. Allora sì, allora sei tenuto a dirlo chiaro. Ma chi lo farebbe?

In quanto a me, non rispetto chi mente di rispettare il dolore. Come si fa a rispettare chi si sbatte come un dannato per uno sventurato ch’ è morto ammazzato e se ne sta zitto e indifferente in mezzo a una strage?

Rispettate il dolore? Bene. Sbattetevi come pazzi, mobilitate il Parlamento, strepitate come fate per Battisti, ma fatelo in nome di un’associazione delle vittime degli imprenditori assassini e metteteci dentro i padri, le madri i figli, i fratelli, le sorelle, i parenti e gli amici di chi è ucciso ogni giorno dal lavoro, dai caporali e dai padroni che non stanno alle regole. Fatelo, e vi crederò. Dategli la parola, a queste vittime imbavagliate, chiedete pene esemplari per chi li uccide e allora sì, allora crederò a questo vostro misterioso “rispetto del dolore” che finora ha funzionato a corrente alternata: per questo sì, per questo m’addoloro e per quell’altro no, quell’altro me lo scordo. Mandate a quel paese i dittatori assassini con cui firmate contratti, ai quali stringete la mano insanguinata, fatelo, e sarete credibili quando parlate di giustizia. Fatelo, in nome di questa vostra squallida imitazione d’umanità che piange per il dolore, aprite gli archivi che tenete secretati, sputate fuori i nomi e i cognomi osceni, gli indirizzi taciuti, le notizie terribili che il vostro eterno e complice segreto di Stato copre con ostinazione feroce. Consegnate alla storia gli assassini di Pinelli, i mandanti di Piazza Fontana e di Bologna, restituite la vita che ditruggeste a Valpreda. Fatelo, se nelle vene vi scorre veramente sangue umano, poi si parlerà di giustizia e diritto. Non volete? Avete scheletri negli armadi e un passato di cui vergognarvi? State zitti, allora, piantatela di strepitare e toglietevi dai piedi ora, subito e per sempre!

Non m’importa nulla di Battisti, come nulla interessa a voi, ma sto con Lula perché odio gli ipocriti e so che spacciate per giustizia una voglia di vendetta che ci disonora tutti. Disprezzatemi, se vi pare,  come io dispezzo la vostra ipocrisia, ma spiegatemi perché non avete minacciato la guerra e non vi siete strappati i capelli quando Sarkozy, in nome della destra francese, v’ha sbattuto la porta in faccia e s’è tenuto Marina Petrella. Avete avuto paura di fare i gradassi con la Francia? Avete temuto la risposta, che tutti conosciamo? Temuto che vi dicessero chiaro che non siete attendibili, che la democrazia vi tiene in profondo sospetto, sinistri o destri che vi dipingiate?
La mia posizione la presi tempo fa. Molto o poco che conti, è quella di chi si vergogna della classe dirigente del suo Paese e glielo dice chiaro: il fascismo fu più credibile. La lettera che segue l’ho scritta nel 2008, in tempi non sospetti. Non era indirizzata a Lula, ma a Sarkozy. E la riscriverei.

Monsieur le Président,
Pardonnez avant tout mon français. Je suis italien, je ne connais pas beaucoup votre belle langue, et pour me faire comprendre j’utilise mon petit dictionnaire Larousse. C’est ainsi que je m’adresse à vous, Monsieur le Président, pour lancer un appel à l’homme, ainsi qu’à l’homme d’État, que vous êtes. Je suis de gauche et, par conséquent, je suis conscient du fait que nous avons des opinions politiques différentes. Mais vous êtes français et ce mot, pour moi et pour beaucoup de ceux qui connaissent l’histoire et l’évolution de la pensée politique, signifie civilisation et humanité. Autrefois, on disait que « chaque homme libre a deux patries : la sienne et la France ». Au nom donc de ce que je considère être l’histoire de votre peuple, que vous gouvernez et représentez dans le monde entier, au nom des raisons humanitaires que vous avez reconnues le mois dernier à Tokyo, je pense pouvoir vous demander de revenir sur la décision – la vôtre et celle de votre Premier Ministre – concernant le cas douloureux de Marina Petrella.
Je sais qu’il est en votre pouvoir – et en celui de votre Premier Ministre – de suspendre le décret qui avait été signé. Si vous le faites, vous ne prendrez pas seulement une décision noble et digne de votre grand Pays, mais vous écrirez aussi une belle page de votre propre histoire politique. Permettez-moi de croire que vous serez d’accord : un choix effectué à but humanitaire ne peut offenser ni l’Europe ni sa partie italienne ; par contre, il peut représenter un exemple de bonne gouvernance.
Vous, Monsieur le Président, vous avez écrit à Berlusconi et, par son truchement, à Napolitano en demandant qu’à la femme que – vous disiez – vous n’auriez pas pu éviter d’extrader par respect envers un « Pays ami » soit octroyée par le Président de la République italienne une grâce. Puis-je croire que cette demande naît de votre sens de l’humanité?
Dans ce cas, croyez-moi, Monsieur le Président, aucune grâce ne sera considérée concevable par les hommes politiques italiens, donc accordée par le chef de l’Etat. Cette « société politique », sur cela unanime, n’a pas hésité, Monsieur Sarkozy, à vous mettre dans la difficile et amère nécessité de prendre une décision d’extradition pour des faits remontant à plus de 25 ans, en oubliant ainsi l’engagement de la France de ne pas extrader des réfugiés Italiens, passant par-dessus, comme s’ils étaient nuls et non avenus, quinze ans de vie d’une personne. Non, Monsieur le Président, aucune grâce ne sera accordée. En Italie, personne ne s’occupera, au niveau institutionnel et décisionnel, de la terrible détérioration de l’état de santé de Marina Petrella. Vous avez fait votre part, mais les autorités italiennes n’ont certainement pas l’intention de jouer un rôle « humanitaire » en écoutant votre sollicitation d’une mesure de grâce. Vous faites appel au sens de la justice, ils désirent de la vengeance.
Permettez-moi enfin, Monsieur, de m’adresser à vous d’une façon directe : dans leur jeu cruel, ils ne donnent aucune importance ni à la vie de Petrella, ni aux difficultés qu’ils vous ont consciemment créées et aux prévisibles effets négatifs que cette affaire pourra avoir sur votre image. Montrez-leur, Monsieur le Président, que vous avez un sens différent et profond de ce qu’on appelle « humanité », et ne permettez pas que Marina Petrella soit enterrée vivante dans une prison. Vous pouvez le faire. Vous êtes – j’en suis sûr – un homme politique qui par intelligence et sensibilité saura garder une distance par rapport à un enjeu – je vous l’assure – interne à la politique politicienne en Italie. Ne livrez donc pas Petrella aux autorités italiennes, ne le faites pas, puisqu’elles ne veulent pas entendre votre sollicitation d’une grâce. Je ne crois pas être dans l’erreur : en allant dans ce sens, vous serez digne de votre peuple, et la partie la meilleure du peuple français sera fière de vous.
Avec espoir,

Giuseppe Aragno
Chercheur Historien

Non sarà stata certo merito mio, ma Sarkozy in Italia non ve l’ha rimandata la Petrella. In quanto a Battisti, ci sono ancora italiani capaci di pensare con la propria testa:

http://uninomade.org/caso-battisti-ecco-perche-stiamo-con-lula

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In prima persona, con uno spirito apertamente “democratico“. E se Pierino rivoluzionario, quello che più rivoluzionario proprio non si può, dirà che i “sacri testi” sono chiari e fatalmente la crisi stana l’anima mia borghese, sorriderò di Pierino, e della sua rivoluzionaria rivoluzione, perché il versetto di un’antica bibbia recita testualmente: “l’idea che sia possibile costruire il socialismo […] senza l’aiuto degli esperti borghesi, è una puerilità […] Nessun prezzo sarà troppo alto per istruirci, purché soltanto impariamo in modo intelligente“. E’ Lenin che lo sostiene, ma ho in sospetto le verità per fede e non ne ricavo una bibbia nuova – prassi e teoria, del resto, non si sposarono nei Soviet – ed è stata spesso la borghesia a imparare dal socialismo, ma l’idea mi conforta: non mi manca la compagnia. Ci tengo molto: istruiamoci, riconosciamo il bisogno d’imparare dalla cultura dei padroni per criticarla, ma anche per penetrare i meccanismi della sua attuale e sorprendente capacità di egemonia.
Abbiamo bisogno di conoscere e di farlo in modo intelligente. Non è un caso se nella crisi, in ogni crisi, la cultura finisca sotto tiro. Quella del lavoro – la cultura operaia in un senso lato – e quella “classica” dei luoghi deputati alla formazione. Studenti e lavoratori, scuola, università e fabbrica, sono i presidi d’una democrazia che, senza esperienza e conoscenza critica e, quindi, senza reale partecipazione e controllo, esclude i ceti subalterni, privi di rappresentanza e si riduce a dittatura d’una maggioranza virtuale, aggregata in un blocco sociale, sulla maggioranza reale disgregata e negata. E’ necessario dirselo: se la democrazia autoritaria ci sta soffocando, la piazza può diventare il parlamento della maggioranza negata. Occorre però che la democrazia dal basso ragioni in termini di resistenza e diventi inclusiva. Unire le lotte. Sembra uno slogan, ma è l’ultima spiaggia e occorre fermarsi un attimo a ragionare.
Se le colonne d’Ercole si fanno incubo di mostri per vietarmi l’Oceano mare, m’imbarco sulla nave dannata d’Ulisse e Dante per me è divino soprattutto all’inferno, con le passioni sbilanciate sull’uomo; benché ami la pace, so che la guerra è passione feroce che vive nella storia e pertanto mi schiero. Sono partigiano. A vederla in poesia, di fronte alla belluina furia di Achille, sto con Ettore in armi, turbato, mentre alle porte Scee va incontro al destino e si lascia alle spalle Andromaca diletta e il timore per il figlioletto. Sono terribilmente elementare, lo so, e in tema di filosofia della storia giungo alla rozzezza. So che si fa un gran parlare di pensiero debole e pensiero forte, ma mi fermo al pensiero che non ha aggettivi e lo chiamo critica. Elementare come sono, mi riconosco limiti insuperabili: non so collocare sulla linea del tempo l’idea contemporanea di postmoderno, che, se non vado fuori strada, dà per certa l’esperienza d’una fine: moderna fu la “storia” intesa come insieme “unitario” delle vicende umane, regolato allo stesso tempo da idee “cardine”, temi centrali, visioni geograficamente unificanti e dalla loro contrapposizione. “Finita” questa “storia”, cessa il conflitto e, senza la contrapposizione di idee totalizzanti, anche l’evo moderno. Di qui l’approdo al “postmoderno”.
Come si giunga a Marchionne da questa premessa, dovrebbero spiegarcelo i “mastri pensatori” della borghesia, che a questa dottrina hanno ispirato la riforma padronale del sistema formativo firmata dalla Gelmini. A noi può tornare utile, intanto, organizzare scorrerie nel campo avverso. Saremo in centomila su molti milioni, ma “l’età di Gutemberg” ci trova che ragioniamo ancora col piombo e con l’inchiostro, professori e studenti, e facciamo scuola alla maniera antica. Siamo un “conflitto sopravissuto”, un po’ di famigerato moderno nel mitico postmoderno? Va bene così. Debole o forte che sia il pensiero, non è facile negarlo: quando sopravvive, un mondo dato per spacciato è la prova del difetto logico nel ragionamento dei suoi becchini. Il fatto è che non esistono fonti documentarie che possano sostenere due costruzioni metafisiche – la fine della storia e la fine delle ideologie – poste a sostegno d’una teoria che predica la fine della metafisica come filosofia della storia e, paradossalmente, pretende di fare delle ragioni dell’interesse economico i documenti d’una ricostruzione storica. L’immagine unitaria e globale della storia umana non è mai esistita. Per quanti sforzi possano fare i pensatori della borghesia, il maestro che narra ai suoi scolari l’apologo di Menenio Agrippa non racconta ai giovani dell’età postmoderna la storia dell’Evo antico. No. Il bravo maestro fornisce agli studenti “globalizzati” dalla Gelmini una chiave di lettura del conflitto in atto a Mirafiori. Getta un ponte tra passato e presente e prende a schiaffi l’idea stessa della fine delle ideologie: ideologica è l’idea che la scuola rinunci a pensare, ideologica è l’idea che la lotta in fabbrica sia conservazione, ideologica la convinzione che il futuro sia già scritto, perché non esistono i fondamenti del conflitto. C’è un “agire unico” che nasce dall’istinto. Se il maestro spiega agli scolari la rivolta di Spartaco, lo scolaro capisce che un filo rosso conduce al presente: l’uomo si fa uccidere in nome del diritto all’umanità. Il maestro sarà prudente, ma il pensiero rimarrà forte: esisteva, esiste ed esisterà un conflitto, ogni volta che gli interessi tra individui e tra gruppi di individui che condividono interessi non coincidono. La natura dell’uomo non può soggiacere passivamente al feticcio del mercato. Il servo è un capitale del padrone, ma la natura umana è proprietà del servo e sfugge al possesso del padrone. Esiste una proprietà che è di ogni uomo e di tutti. Non si compra e non è in vendita. Sembrerà strano, ma una merce che sfugge alla legge del mercato produce confitto, perché è una parte che nega il tutto, è la legge della vita che va in rotta di collisione con le leggi del profitto.
E’ indubbio, non ci sono verità che costituiscano un pensiero così forte da spiegare tutto. Sarebbe ideologico negarlo. Tuttavia, per quanto debole, nessun pensiero potrà pretendere di spiegare tutto quello che non spiegava il pensiero forte. Crederlo, sarebbe altrettanto ideologico e, in più, avrebbe il difetto di negarlo. Ogni sistema di pensiero, non potendo spiegare tutto, non può che ammetterlo: una domanda può avere risposte contrastanti. Ecco, questo è il principale conflitto che il sedicente postmoderno riceve in eredità dal passato moderno e, checché ne pensino Marchionne e soci, è un’eredità che si chiama uomo. E’ l’uomo il conflitto vero e insopprimibile della storia. In nome di questo conflitto, il buon maestro, nonostante Gelmini, spiegherà che l’uso massiccio degli schiavi consentì di risparmiare sul costo del lavoro ma segnò la fine dell’impero romano. Non fu questione di pensiero forte o debole e non c’entravano nulla le considerazioni di Ichino e Giavazzi sulle ragioni del mercato. Più semplicemente, accadde che i romani liberi non trovarono conveniente difendere i padroni che li affamavano. Meglio i barbari, si dissero tutti. Anche questa è legge del mercato e, senza alcuna intenzione di far politica, il maestro avrà spiegato così agli studenti il rischio reale che c’è dietro il ricatto referendario di Marchionne. Che la presunta barbarie del conflitto, diventi preferibile ai fasti della “civiltà”.
E, d’altra parte, fingiamo che sia vero: la storia è finita. Il capitale ha sciolto il conflitto nell’acido di schiaccianti rapporti di forza e lo ha travestito da collaborazione di classe. Un maestro che, spiegando il fascismo, dicesse che il suo fondamento voleva essere il corporativismo, non direbbe sciocchezze e, dopo la spiegazione, si vedrebbe chiaro il filo che attraversa i fatti della storia, senza dover far questione di formule o di nomi, senza dare i numeri sul pensiero che è debole o forte a seconda della sorte della storia. La pietra tombale sul naufragio “corporativo” è di marca fascista. Pietro Capoferri, sindacato dell’industria, così scrisse con audace realismo a Benito Mussolini: si continua “a perpetuare l’errore di colpire le sospensioni di lavoro [le proteste operaie], senza preoccuparsi mai né di indagare sulle cause, né di intervenire sui responsabili. La politica sociale del regime risulta così per gli operai vuota di significato“. Chi sa leggere tra le righe non fa fatica: è quanto gli studenti rispondono a Gelmini e la Fiom ripete a Marchionne. Ed appare chiaro: non ci sono strutture stabili, ma la storia non finirà. Non potrà finire finché uomini sopravvivranno.

Uscito su “Fuoriregistro” l’11 gennaio 2011

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