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Archive for giugno 2016

Rfig166Prima del referendum sull’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, pennivendoli, velinari, servi sciocchi e giullari di corte, hanno provato a fare la lezione agli inglesi, spiegandogli quale grave errore sarebbe stato mollare i ciarlatani golpisti targati Merkell. Sono così stupidi questi strapagati scribacchini, da non sapere che gli inglesi sono orgogliosi e non accettano lezioni non chieste. Ora che il dado è tratto, sono disperati, hanno perso la bussola e navigano a vista. Non so chi gli abbia mandato la geniale velina, ma d’improvviso hanno preso a cantare in coro: il popolo non è abbastanza maturo per decidere su argomenti molto complessi.
La paura fa 90 e ottobre è più vicino di quello che pare. Uno dice, va beh, ma la pianteranno, in fondo la storia è maestra di vita e qualcosa la insegna. E no, cari miei, non insegna un bel nulla, se gli allievi non provano a studiarla o peggio ancora, sono penne prezzolate e stupidi figli di un potere cieco.

Questa cazzata liberticida si potrebbe renderla più chiara, ma non vogliono farlo. Basterebbe fare un uso migliore e più appropriato delle parole . Diciamola meglio e prendiamone atto: il popolo non è più sovrano. De Gasperi, Pertini, Togliatti  e Calamandrei erano dei deficienti. E’ sovrana una minoranza di ladri che nessuno ha eletto. Subito dopo però prepariamoci a subirne le conseguenze. Le ghigliottine e le teste cadute a migliaia non furono colpa del popolo, ma di chi aveva deciso di decidere che il voto di una banda di cialtroni contava più di quello che decide il popolo che non sa decidere.

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downloadHo sorriso ieri, all’«ex OPG Je so’ pazzo», pieno di gente, quando un amico di vecchia data mi ha avvisato: «in giro c’è chi dice che ti sei troppo appiattito sul sindaco». Poiché non mi sono spostato di un millimetro e sto come sempre a sinistra, ne ho ricavato una conclusione: come fanno gli storici compiacenti che ignorano i documenti, quando non raccontano la «verità» dei padroni, così alcuni sedicenti compagni fanno con chi non sta con loro. Non ti vedono come sei, ma come vorrebbero che fossi.
Appiattito su cosa? Io, che oggi conosco De Magistris, so che è uomo di sinistra, come può e deve esserlo uno della sua generazione. Più adatto al suo tempo e più a sinistra di certi vecchi sinistri inaciditi. Più adatto per cultura, esperienza e temperamento. E non lo dice uno che scrive le vite dei santi.
E’ inutile che farsi le pulci l’uno con l’altro, mentre il mondo corre e non aspetta. Si può essere diversi e lottare per lo stesso obiettivo. Finché funziona, va bene com’è. Se qualcuno tradisce ne riparleremo.  L’anomalia Napoli ha molti protagonisti e suscita allo stesso tempo timore e spirito di emulazione. Parlo per me, per il contributo che ho potuto dare a un disegno collettivo, a cui tanti hanno messo mano senza per questo «appiattirsi».

Il primo passo concreto l’ho fatto il giorno stesso in cui De Magistris fu messo brutalmente alla porta. In un comitato nato per rispondere alla prepotenza, riuscii a far passare un principio: non stiamo difendendo un sindaco, ma la sua e la nostra città. E mi pareva già chiaro: per i cialtroni romani, Napoli e il suo sindaco andavano subito normalizzati. Erano già un’autentica anomalia.
Subito dopo, naturale conseguenza, il conflitto con la coscienza: un magistrato? Ma no, un ex magistrato… Sì, va beh, però uomo di quelle Istituzioni che hai rifiutato…
Ho cercato un confronto. Raffaele Paura è l’amico che se mi dice sbagli, mi ferma. Avrebbe bocciato l’idea che mi affascinava? E qual è questa idea? La dico sinteticamente. in origine avevo questo in testa: ricondurre il sindaco ai movimenti e i movimenti al sindaco. Come? Una «cessione di poteri», un trasferimento autentico. Per me era ed è un’occasione storica, un treno che non passa due volte. L’opinione, quella che sempre rispetto e quel giorno temevo, fu immediata: sai cosa penso dei magistrati, ma questo non è stato al gioco e s’è fatto mettere alla porta. Merita rispetto. Prova.
Occorreva parlarne anzitutto con lui, con il sindaco. L’ho scritto in un libro e non mi ripeto. Ho discusso del rapporto tra legalità e giustizia sociale, ma l’avevo già fatto nel 2012, quando presentò un mio libro sull’antifascismo e mi sorprese per la coincidenza delle opinioni. Venne la riconferma e fu il primo segnale di un’anomalia. Un magistrato a vita – non gliel’hanno mai tolta la toga, non si può fare – un giurista autentico, colto, che riconosce il tuo stesso confine: la legalità senza giustizia sociale è una prepotenza.

Il secondo segnale fu che ci si capiva benissimo quando si parlava di potere. Anche questa era un’intesa anomala: lo studioso dei perseguitati politici e un ex rappresentante dei persecutori. Solo che, guarda caso, il magistrato era finito tra i perseguitati. E poiché pensavo fosse in fondo un liberale, mi venne in mente Giovanni Amendola, che a quattro passi da Palazzo San Giacomo dirigeva “Il Mondo”, capofila della stampa antifascista che ora un marmo ricorda. Su questa base nacque un’intesa forte. Oggi lo so: l’uomo è integerrimo come Amendola, ma lo scavalca mille e mille volte a sinistra.
Cominciò la messa scalza. Non lasciai fuori nessuno. Tutti la stessa risposta: sì certo ha garantito spazi di democrazia dal basso, ma vorremmo capire. Secco e intellettualmente onesto il no di quello che allora era il Me-Ti; diventato poi Ex Opg, è stato il più veloce nel passaggio del guado e si è inventato il «controllo popolare». In tutti i movimenti c’era gente di prima qualità. Il più illuminante fu per me Mario Avoletto, che non è mai andato oltre una partecipazione iniziale a titolo personale e poi s’è fatto da parte. Mi confermò la formula base che conduce ad oggi: una progressiva cessione di poteri ai comitati attivi sui territori. Potere di decidere, potere di gestire. Seguirono per me incontri con il sindaco, lunghe lettere, riflessioni che avvicinano. Non ci poteva essere e non c’è appiattimento. Era un binario unico, con due forze che non puoi sovrapporre: una sintesi tra «vertice» e «base» che conservano le distanze.

Inizialmente assemblee da carbonari cui si veniva a titolo personale, senza impegnare gruppi e organizzazioni. Anche trovare una sede non era facile. Per l’esordio pensai al «Giardino Liberato», di cui sono peraltro il garante giuridico, ma non si poté fare; mi chiamò da Roma Enrico Voccia, amico carissimo, e mi spiegò che hanno le loro regole: occorreva un po’ di tempo. Aveva ragione a difendere la sua autonomia e non forzai la mano. Poiché il tempo mancava, pensai a Barbara Pianta Lopis, sempre così ospitale. Andò bene e ne uscii confortato*. A Bagnoli, in una sera di pioggia, tra mille scetticismi, la pubblica assemblea e la conferma che non si scavavano buchi nell’acqua.
Il 6 dicembre 2014, infine, missione compiuta: a palazzo San Giacomo c’erano più o meno tutti e l’anomalia Napoli divenne processo in corso. Chi più, chi meno, tutti i movimenti hanno poi fatto miracoli e la stampa dei padroni si è suicidata con la slogan sprezzante: «il sindaco dei sovversivi». Ho poi lasciato tutto in mano a tutti. Non ho mai barato. Non ho mai chiesto nulla. Ho sopportato le persone moleste che misurano gli altri da se stessi e mi hanno inutilmente atteso al varco delle candidature. C’erano compagni presenti all’ultimo garbato rifiuto: no, grazie, non mi candido, ho fatto ciò che credevo necessario. E poi sono vecchio.

Ho sorriso ieri, quando un amico mi ha parlato di appiattimento; gli ho spiegato che è giunta l’ora di farsene una ragione. Si rassegnino i duri e puri. C’è ancora chi lotta per ideali e non si mette in vendita. Ruoli? C’è a questo mondo chi ha sempre fatto ciò che credeva giusto, senza badare a chi fa ciò che gli torna comodo. E’ questa la prima anomalia del caso Napoli.  Se dovesse servire, ci penserei, ma non chiederei il consenso di nessuno. So sbagliare con la mia testa.
In due anni non mi sono mai fatto da parte, ma non mi sono mai nemmeno fatto avanti. Sono entrato in un comitato, uno solo: quello che lotta per la salute mentale. L’ho fatto dopo ripetute insistenze e quando ho capito che si poteva lavorare per un obiettivo che l’Italia ci invidia: l’«Osservatorio Comunale per la Salute Mentale». Non a caso comunale. I compagni che «noi non abbiamo a che fare con le Istituzioni», erano partiti dal ruolo che il sindaco ha: garante della salute. Da un’apertura alle Istituzioni, quindi. Poteva nascere solo così l’Osservatorio. Ho lavorato perché me l’hanno chiesto loro, i duri e puri, ma pochi giorni fa due dei più duri e più puri, un terzo sta dietro e tace, in un empito di durissima purezza me l’hanno contestato: «chi ti ha mai detto di parlare con il sindaco? Lo sai, sono state le nostre lotte…». No, non si tratta di Alzheimer. E’ malafede. Va così a questo mondo. Di mio ci ho messo l’intelligenza politica e il credito che i durissimi non hanno. Ho garantito per loro, bambini capricciosi o ambigui marpioni.

Ancora un passo: aiutare lo sforzo dei «Volontari di Napoli Insieme». Dare una mano a Salvatore D’Amico, che ritiene la solidarietà con i poveri un gesto politico e ha ragione. La sinistra non fa la carità dei preti, come dimostrano la storia del primo socialismo e dei pionieri delle prime organizzazioni operaie. Nessuno meglio di Ernesto Cesare Longobardi lo ha mai spiegato con più chiarezza ai compagni. Si era ai primi del Novecento e lui fu efficace e semplice: «E’ inutile parlare di organizzazione e di politica a chi la mattina non sa se la sera mangerà e non ha dove dormire la notte». Troviamogli un pasto, troviamogli un letto, aggiungo io, poi si potrà parlare di lotta.
Qualche giorno fa qualcuno mi ha detto che sono una merda e ha scagliato l’anatema: «agente del partito De Magistris, presto ti daremo quello che meriti!». Gli ho risposto che non mi fa paura. Non pubblico la lettera firmata perché il minacciato dovrebbe poi preoccuparsi di tutelare la salute di chi minaccia e perciò tengo per me i nomi dei campioni. Vale per loro quello che spesso diciamo dei fascisti: tornate nelle fogne.

* Qui ho corretto alcune parole frettolose e malaccorte. Pareva che ce l’avessi con Enrico o con i compagni del «Giardino Liberato», ma non è così e mi scuso.

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Non servono parole e non ne dico. Questi ragazzi sono eccezionali. Sanno quello che vogliono e sanno come averlo. Con loro ci sono uomini di valore, che stimo profondamente. Dietro si comincia a vedere il futuro e non è un sogno. Ci sono le forze e gli uomini per dare battaglia e ci sono fondate ragioni per credere in una vittoria.
Tutto questo non accade per caso. Per una volta, lasciatemelo dire: ognuno ha fatto e farà la sua parte, ma in tutta onestà, anch’io c’entro qualcosa e ne sono orgoglioso.

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Le cose stanno più o meno così:

Copia di ImmagineRenzi è la manifestazione concreta di una gravissima malattia della democrazia e non lo vuole nessuno.
Renzi è il peggiore e più feroce nemico del popolo italiano; è il boia del suo stesso partito. Dei giovani soprattutto. Perde, perciò, nonostante lo sostenga una stampa peggiore di quella fascista.
Senza Renzi, a Roma ci sarebbe Marino e la Costituzione non sarebbe stata violata.
Senza Renzi, l’amico di Marchionne, a Torino Fassino avrebbe probabilmente vinto.
Senza Renzi, a Napoli il PD avrebbe perso con un minimo di dignità.
Il governo conserva per ora una maggioranza in Parlamento, ma essa di fatto vive esclusivamente nel Palazzo, dove sta in piedi , a condizione che pratichi rapporti contro natura con la feccia prestata da un pregiudicato affidato ai servizi sociali.
Il governo Renzi-Alfano – nei fatti governo Verdini – è maggioranza nel Parlamento – maggioranza di bancarottieri inquisiti, lobbisti di formazione fascista, analfabeti di valori, mezze calzette e venditori di fumo – ma è minoranza sparuta e squalificata nel Paese.
Il PD è irrecuperabile. Ha il popolo contro – anche il suo – ed è un pericoloso suscitatore di odio.

Questo quadro osceno si inserisce nella cornice di un Parlamento di «nominati» privi di legittimità morale e politica. Tutti i parlamentari, infatti, compresi quelli a 5 Stelle, sono accampati nelle Camere come abusivi e portoghesi e le conseguenze logiche sono evidenti: il solo politico che non abbia nulla da spartire con questa vergogna è Luigi De Magistris; il suo movimento è figlio dell’unico laboratorio politico sperimentale che abbia le carte in regola con la Costituzione di Calamadrei e compagni. «Controllo popolare», la formula politica che ne sintetizza l’ispirazione, non è uno slogan populista, ma il primo prodotto di un laboratorio, un modello riproducibile su scala nazionale e in ambito mediterraneo.
Napoli non è la capitale della protesta apolitica, impolitica o antipolitica, come scribacchiano i pennivendoli del Minculpop, ma si propone come punta avanzata di un esperimento politico serio e consapevole; un baluardo contro il «sistema Napolitano» e, di conseguenza, la capitale del fronte del no alla riforma della Costituzione. I neosquadristi renziani di Montecitorio se ne facciano una ragione: De Magistris è il leader politico di un movimento che non è protesta qualunquista, plebea o sanfedista, ma la sola, possibile alternativa politica ai proconsoli dell’antieuropa. Quella Europa che, nel senso «spinelliano» della parola, non ha per riferimento il neofascismo di Bruxelles, rinasce a Napoli e si contrappone all’Europa golpista delle banche e del capitale finanziario, che massacra i popoli e ha torturato e tortura la Grecia. A Napoli vive e cresce una concezione della politica che è l’esatto contrario dell’Unione autoritaria e neoliberista , nel cui nome ogni giorno si massacrano gli immigrati e le classi subalterne. Un’Europa che purtroppo non può essere riformata. Napoli derenzizzata è la capitale di una per ora piccola, ma vitale Europa detedeschizzata; il modello dell’Europa da costruire.

Il primo appuntamento è a ottobre, ma occorre una premessa: al referendum non si voterà sulla qualità della nuova sedicente Costituzione, un aborto semifascista che nessun “sì” potrà mai legittimare. Si va a dire a Renzi che un avventuriero, un proconsole dell’Europa delle banche, che disprezza la Costituzione e la democrazia, se ne deve andare subito, assieme al suo illegittimo Parlamento. Sia l’uno che l’altro viaggiano a occhi chiusi e fuori controllo contro le ragioni della storia. Non a caso nelle piazze francesi in lotta si è diffuso uno slogan: non faremo la fine degli italiani. Questa vergogna non può durare.

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divorzio-siDell’aspirante sindaco Lettieri, non si conoscono bene le opinioni politiche. Si colloca più o meno a destra, ma rispetto ai politici ha sempre vantato soprattutto l’amicizia con Cosentino ‘o ‘mericano, passato da sottosegretario con il pregiudicato Berlusconi a detenuto per camorra.

La cultura politica di Marco Nonno, sostenitore e amico dell’amico d’o ‘mericano, è nota, perché quando può, se ne vanta:  si è formato alla più coerente scuola di neofascismo attiva nella storia della Repubblica, il Movimento Sociale Italiano. Quello al quale forse si ispira oggi Renzi col suo vagheggiato Partito della Nazione. Chi non ci crede, faccia un rapido controllo, Wikipedia non lascia spazio a dubbi: «Il Movimento Sociale Italiano (MSI) fu fondato il 26 dicembre 1946 da reduci della Repubblica Sociale Italiana,  come Giorgio Almirante e Pino Romualdi, ed ex esponenti del regime fascista, come Artuto Michelini e Biagio Pace».

Dopo la conferenza stampa odierna sulla democrazia violata, qualcuno forse si meraviglierà, ma la storia è anche questo e ci sono personaggi dell’attuale vita politica – se di politica si può parlare – che spiegano meglio di  un saggio storico le origini della crisi del nostro sistema politico. Quando Nonno dice MSI, si riferisce a Rodolfo Graziani, il generale fascista e criminale di guerra che comandò l’esercito della Repubblica Sociale. I «repubblichini», sì, proprio loro. I famigerati «repubblichini». Si riferisce – e diventa più chiaro – a un partito politico che non ha preso parte ai lavori della Costituente, contestava la Costituzione Repubblicana, non rinnegava il fascismo e andò incontro in pochi anni a una serie di arresti per ricostituzione del partito di Mussolini.

Queste le radici.

L’approdo, poi,  dimostra, la bontà della scuola. Nonno è vicino a Casa Pound e l’anno scorso, a Pianura, il suo feudo, com’era Cremona per il ras Farinacci, si è dato molto da fare in occasione dell’inaugurazione di una targa storica con le parole del discorso del Duce pronunciato in occasione della fondazione dell’Impero, nel maggio del 1936. Le parole, per i passanti distratti, sono le seguenti e chiunque può leggerle sulla targa:

«Il popolo italiano ha creato col suo sangue l’impero. Lo feconderà col suo lavoro e lo difenderà contro chiunque con le sue armi. In questa certezza suprema, levate in alto, o legionari, le insegne, il ferro e i cuori, a salutare, dopo quindici secoli, la riapparizione dell’impero sui colli fatali di Roma. Ne sarete voi degni? Questo grido è come un giuramento sacro, che vi impegna dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini, per la vita e per la morte».

Per carità, si può ben capire perché gente con questa storia si infastidisca per il controllo popolare che incontra attorno ai seggi. Voler spacciare, però, una storica idiosincrasia per una impossibile passione democratica, è molto peggio che una volgare barzelletta: è una pericolosa sceneggiata. L’ultima.

Poche ore ancora, poi si torna al vecchio copione: Nonno sognerà di nuovo Almirante, Rauti, l’impero e la Repubblica di Salò. Lettieri si pentirà delle sue amicizie. Per fortuna di Napoli, però, sarà tardi.

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lettieri-e-cosentinoCi sono medici pericolosi per la salute, avvocati e giudici che disonorano la giustizia, professori che ti fanno odiare la scuola e preti che ti allontanano dalla tua chiesa. E’ così e sarebbe  stupido negarlo, ma tu non diresti mai che non t’importa più nulla della salute, che non senti più un forte bisogno di giustizia e che è meglio essere tutti analfabeti. Nessun pessimo prete ti ha allontanato dal tuo Dio, se uno ce l’hai. Tu sai bene che faresti una enorme sciocchezza. Con la politica, però, questa sciocchezza la fai e poiché i politici sono diventati quasi tutti cialtroni, non vai a votare. Non lo capisci che è proprio quello che vogliono? Non t’accorgi che così fai proprio il gioco di quelli che disprezzi?

Domani si vota.
Smettila di fare sciocchezze, va a votare e ricordati: se non lo fai, saranno altri a decidere per te. Se  non voterai, la parte peggiore di Napoli potrebbe scegliere Lettieri, un uomo che si vergogna di dire qual è il suo partito, ma un partito ce l’ha: è quello di Berlusconi e Cosentino, che ti hanno fatto tutto il male possibile. Un uomo di Berlusconi e un amico di Renzi. Tu lo sai bene chi sono Berlusconi e Renzi: un vecchio di ottant’anni che è stato affidato ai servizi sociali per la rieducazione, e un ignorante, senza arte né parte, che nella vita non ha mai fatto nulla, non ha mai lavorato e ci ha venduto ai padroni come fossimo schiavi. Renzi è l’amico dei banchieri corrotti, quello che ti nega il diritto di curarti e ha distrutto la scuola e l’università. Se tu non voti, domani, fai un regalo a questa gente,

Non venire a dirmi che tanto sono tutti uguali e se voti l’altro candidato non cambia nulla. Anche questa è una enorme sciocchezza. L’altro candidato è un galantuomo che non ha mai avuto nulla da spartire con i responsabili della tua rovina. Si chiama De Magistris e ha una storia di lotte contro la corruzione politica e la malavita organizzata; uno che poteva mettersi d’accordo con i tuoi nemici, spartirsi la torta e chi s’è visto s’è visto. Non l’ha fatto. Tu sei di Napoli e ce l’hai sotto gli occhi quello che sta accadendo. Cinque anni fa, quando De Magistris è diventato sindaco, governavano gli amici di Lettieri e tu eri una tragicomica barzelletta. Se dicevi napoletano, la gente rideva e ti prendeva in giro: “napoletano significa munnezza”. Dopo cinque anni, tutto è cambiato e la città è pulita. Non ci veniva più nessuno, oggi per strada c’è una ininterrotta fiumana di turisti incantati. Centinaia di migliaia di persone che portano soldi e lavoro. La nostra acqua è pubblica, come hai voluto che fosse. Nelle altre città l’hanno regalata a privati che la vendono a carissimo prezzo. Napoli era sull’orlo del fallimento, oggi ha un bilancio sano. Non ho bisogno di continuare. Tu sei napoletano e lo sai meglio di me come stanno le cose.

Se domani non vai a votare De Magistris, poi sta zitto e non ti lamentare, perché lo sai: le cose  torneranno com’erano e l’hai voluto tu, Svegliati, perciò, non farti del male, che te ne fanno già tanto gli amici di Lettieri.
Non tradire te stesso, va a votare e vota De Magistris.

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