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Posts Tagged ‘Rudinì’

verso-la-democrazia-10-638Quando fu sancita l’incostituzionalità della legge elettorale da cui nasce l’attuale Parlamento, un moderato come Zagebrelsky non usò mezzi termini: la Consulta aveva assestato un ceffone alle Camere. Erano giorni di caos. Grillo chiedeva la cacciata degli «abusivi» e c’era chi, non a torto, si interrogava sulla legittimità costituzionale e giuridica di gente che nessuno aveva eletto. Un dato di fatto feriva le coscienze democratiche: dopo aver tenuto in vita il Codice Rocco di mussoliniana memoria, la Repubblica antifascista assisteva ora alla macabra riesumazione della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, col rischio paradossale che fossero proprio loro a mettere mano alla Costituzione antifascista.
La ferita era profondissima: Il colpo infatti era stato portato direttamente al rapporto tra il «potere delegato» e il «delegante», vale a dire al fondamento della sovranità e alla sua fonte, il popolo cioè, cui essa appartiene per dettato costituzionale. Per uscire dal vicolo cieco in cui ci avevano cacciato l’indigenza culturale, la miseria morale e una buona dose di malafede dei sedicenti «grandi partiti di governo», si cercarono punti fermi ai quali ancorarsi, per evitare un penoso naufragio. Per il «principio di continuità dello Stato» – si disse – la legge elettorale non potrà più essere applicata, ma le leggi volute nel frattempo dagli «abusivi» conservano la loro legittimità. La sopravvivenza dello Stato come Ente necessario sembrò l’unico possibile baluardo contro il caos e si accettò un principio giuridico indiscusso, ma non privo di paradossi: per evitare il caos, era necessario lasciare al loro posto tutti, anche chi l’aveva causato.
Si fece buon viso a cattivo gioco e si prese atto: una sentenza non retroattiva, in una condizione di agonia di quelle Istituzioni, che – osservarono i costituzionalisti d’ogni parte politica e scuola di pensiero – risultavano totalmente discreditate sia sul versante etico, che politico e democratico. Il triste «pannicello caldo» che settant’anni prima, sommandosi a una scellerata amnistia, aveva consentito alla classe dirigente fascista di rifarsi una verginità – la «continuità dello Stato» – poteva e doveva salvarci nell’immediato. Fu subito chiaro, però, che quella soluzione comportava rischi molto seri e poteva diventare addirittura un colpo mortale per la democrazia, se non si fosse poi giunti al rapido scioglimento delle Camere e ad elezioni non solo immediatamente possibili, ma indiscutibilmente doverose. Anche su questo tema non ci furono divisioni tra i costituzionalisti. La legge c’era – si disse – era la proporzionale come veniva fuori chiara dalla sentenza della Consulta e non c’era alcun bisogno che il Parlamento discreditato intervenisse per farne un’altra. Bastava sciogliere le Camere, che rappresentavano solo se stesse, e tornare a votare, anche perché la famigerata «continuità dello Stato», applicata a scelte pregresse, costituiva di fatto una «ferita necessaria» ma, trasformata in passaporto per una «legislatura costituzionale», sarebbe diventata uno strumento di distruzione della legalità repubblicana e un’arma pronta a colpire a tradimento la Costituzione. D’altro canto, se si fosse giunti a tal punto alla nascita della repubblica, i membri dei Fasci e delle Corporazioni, di fatto, avrebbero conservato il loro seggio in Parlamento.
Sembrava impossibile che accadesse, ma è andata invece proprio così. I «nominati», moralmente discreditati e politicamente delegittimati, stanno cambiando la Costituzione e – tutelati da una «continuità dello Stato» trasformata in oscena ipoteca sul futuro – i sedicenti «grandi elettori», che nessuno ha mai eletto, si sono scelti persino un Presidente della Repubblica, la cui legittimità politica e democratica, al di là del valore personale, è pari a quella di chi lo ha mandato al Quirinale.
Dopo Crispi, gli stati d’assedio illegittimi e la tragedia di Adua il tentativo golpista di Rudinì e Pelloux cozzò contro il muro dell’ostruzionismo parlamentare attuato d’intesa dai socialisti e dai «liberali di sinistra» guidati da Zanardelli e Giolitti. Una via parlamentare, quindi, è storicamente esistita, ma l’anemia perniciosa che affligge la rantolante democrazia ha fatto sì che nemmeno l’ostruzionismo fosse più consentito. Il secondo esperimento autoritario della nostra storia, quello fascista, finì come si sa: liquidato da una terribile guerra partigiana. Cosa accadrà stavolta non è facile dire ma, chiusa definitivamente la via parlamentare, la violenza del colpo assestato ai diritti metterebbe i nostri giovani davanti a una tragico dilemma: o una servitù rassegnata o una durissima e orgogliosa disobbedienza. La via d’uscita c’è: sciogliere le Camere, restituire la delega al delegante e consentirgli di esercitare la sovranità nelle forme prescritte dalla Costituzione. Mattarella ha un’occasione irripetibile per tornare alla legalità repubblicana e conquistare una legittimità che questo Parlamento non poteva e non può dargli.

Da Fuoriregistro, 19 febbraio 2015 e Agoravox, 20 febbraio 2015

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Manifesti per il 1° maggio sequestrati nel 1892

Manifesti per il 1° maggio sequestrati nel 1892

Cominciò così: manifesti incollati di notte sui muri, riunioni più o meno segrete per evitare l’arresto e la decisione di astenersi dal lavoro.
La risposta dei padroni non si fece attendere:

Nota n. 1838 Urgente e riservata alla persona
Agli Uffici dipendenti
Oggetto: Agitazione pel 1° maggio.
Le SS.LL. sapranno già come da varii gruppi di affiliati ai partiti sovversivi si studii con ogni sorta di maneggio di animare l’agitazione pel 1° maggio che, secondo i disegni dei più arrischiati, dovrà, come essi dicono, segnare una data memoranda nella storia di queste agitazioni.
Al gruppo di questi ultimi appartengono tra gli altri i noti anarchici Mariano Gennaro Pietraroia, Vincenzo Petillo, Giovanni Bergamasco, Attilio Volpi, Gerolamo Tommasoni (fatti questi due rimpatriare, ma che potrebbero da un giorno all’altro tornare) Augusto Tralascia e Luigi Perna. Ad essi si è collegato l’altro noto socialista-repubblicano Luigi Alfano, rappresentante il Circolo «Gioventù Operosa», giovane turbolento ed audace.

Circolare segreta della Questura di Napoli

Circolare segreta della Questura di Napoli per il 1° maggio 1892

Costoro, riunitisi in comitato segreto tendono a organizzare pel 1°, maggio un movimento rivoluzionario ed a prepararsi, intanto, il terreno adatto, eccitando gli animi degli operai con la propaganda dei loro principii e col formulare il malcontento verso gli attuali ordinamenti sociale e politico.
Mentre sarà mia cura di tener dietro alle segrete macchinazioni di costoro per prevenirne a tempo gli effetti, desidero intanto di richiamare su di essi la speciale attenzione della SS. LL. perché con attiva ed oculata vigilanza li seguano nei loro maneggi presso gli operai. E se avvenga loro di sorprenderli in mezzo agli operai stessi, (avvertendo cessi si mischiano a preferenza tra i disoccupati e nei luoghi ove questi sogliono raccogliersi nella speranza di essere chiamati al lavoro) poiché non potrebbe cader dubbio sullo scopo della loro presenza tra essi, cioè di sommuoverne gli animi e spingerli a tumultuare, vorranno, senz’altro, disporne l’accompagnamento in quest’ufficio per quegli ulteriori provvedimenti, che fossero del caso!
A contrastare poi alle mene di costoro e di quanti altri tendano a turbare per l’occasione suddetta l’ordine pubblico, Le prego di usare, nei modi che più crederanno convenienti e conducenti allo scopo, della loro personale influenza presso le locali società operaie, affinché le mene e le insinuazioni degli agitatori, i quali devono essere in questi giorni, anche più del solito, personalmente e strettamente vigilati, non abbiano presa su di esse.
Dalla solerzia delle SS. LL. mi attendo, in questo servizio di somma importanza, la più attiva e ed accorta cooperazione nel supremo interesse del mantenimento dell’ordine pubblico. Gradirò un cenno di ricevuta della presente che dev’essere tenuta segreta.
Il Questore
“.

Gli operai chiedevano le otto ore – in Italia se ne facevano anche 14, donne e bambini compresi – ma i padroni sostenevano che la richiesta era una pazzia, perché non avrebbero potuto sostenere la concorrenza. La repressione scattò immediata e violentissima: manifesti sequestrati, arresti preventivi, piani militari dettagliati, mappe con i punti in cui nascondere le truppe, città presidiate con la cavalleria e infine, il 1° maggio, cariche, arresti, denunce per associazione sovversiva, disobbedienza alle leggi e istigazione all’odio di classe. Il potere s’illuse che  la lotta dei lavoratori fosse stata sepolta sotto secoli di galera, ma vennero, invece, ancora “feste del lavoro”.
Nel 1894, Crispi sciolse il Partito Socialista e segregò nelle isole del soggiorno obbligato e nei penitenziari migliaia di lavoratori. I proletari, però, non si fermarono e si fecero di nuovo “feste del lavoro”. A maggio del 1898, il generale Bava Beccaris sparò a mitraglia sulla folla disarmata e il re lo decorò come fosse un eroe. I proletari, però, non si arresero e Rudinì ricorse agli stati d’assedio e ai tribunali di guerra. Secoli di domicilio coatto non bastarono a “ricondurre all’ordine il Paese”. Muro contro muro, finì che Gaetano Bresci vendicò i morti del ’98 e l’oltraggiosa medaglia al generale assassino, uccidendo Umberto I. La violenza è figlia del malgoverno e la sola possibile guerra preventiva si combatte con le armi della giustizia sociale. Nel 1892, Giovanni Bovio, difendendo gli operai arrestati per le manifestazioni del 1° maggio lo aveva avvertito lucidamente, quando, rivolto ai giudici, aveva urlato a nome degli imputati:

per carità di voi stessi e per quel pudore che è l’ultimo custode delle società umane, non ci fate dubitare della giustizia. Io fui nato ad esser cavaliere e tu mi hai fatto malfattore, ed ora ti fai giudice! Così gridò il figlio a Nicolò III estense, provocatore e parricida. A quelli che ci chiamano fratelli e poi ci processano noi ricordiamo che fummo nati al lavoro e li avvisiamo: non fate noi delinquenti e voi giudici!”

Un monito inascoltato, ma chiaro e più che mai attuale, così come attuali sono tornati i manifesti e la propaganda di quel lontano 1892. Giolitti, Turati e la necessità della pace sociale a garanzia della crescita costrinsero i padroni alla resa, ma oggi troppi diritti sono di nuovo calpestati, troppa gente è senza lavoro, troppi salari non bastano a cancellare la fame. Ovunque ormai il lavoro non ha né orari, né tutele e non è tempo di primo maggio in piazza San Giovanni con canzoni e chitarre. Il pupo analfabeta e i suoi pupari possono anche pensare di ricondurre le masse al 1892, ma devono sapere che, così facendo, preparano un nuovo ’98. Oggi come allora non basteranno questori, circolari segrete, reggimenti in piazza, stati d’assedio e tribunali di guerra.

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Ancora un palazzo del potere, ancora qualcosa che vola dalle sue finestre, ancora una “morte” che rimarrà impunita. Stavolta tocca direttamente alla democrazia. Qui da noi va così. Qui da noi dalla finestra della Questura a Milano volò a terra l’anarchico Pino Pinelli e Vincenzo Guida, il questore, spudoratamente ne infangò la memoria. S’era ucciso, sostenne, schiacciato dal peso delle prove che lo inchiodavano alla sua responsabilità per la strage di Piazza Fontana. Pinelli era stato partigiano e il questore fascista come fasciste erano le bombe di Milano. Sembra strano, ma è così: passato senza colpo ferire da Mussolini a Einaudi, aveva diretto la colonia penale di Ventotene dov’erano reclusi Pertini e Terracini. Sono storie di questori che andrebbero insegnate. Ma forse è proprio quello che non si vuole.
Qui da noi va così: fanno testo i questori, salvo smentita postuma degli storici tra cinquant’anni, quando probabilmente “scopriremo” e non servirà a nulla che gli ignobili lacrimogeni sparati dalle finestre di via Arenula, proprio sotto il naso dell’inconsapevole!? ministro Severino, sono l’esito previsto di un progetto studiato a tavolino dai teorici della “postdemocrazia”, accorsi al capezzale dell’agonizzante Repubblica democratica. Oggi no: oggi, contro l’evidenza, ha ragione l’ineffabile questore Della Rocca: «sono stati sparati “a parabola” non diretti sui manifestanti. La traiettoria è stata deviata perché hanno urtato sull’edificio». E c’è da giuraci: il ministro Cancellieri non pagherà col licenziamento la tragicomica tesi della “legittima difesa” tirata fuori per giustificare i soliti “servitori dello Stato” che ormai ammazzano di botte chiunque si azzardi a manifestare dissenso.
Qui da noi va così. Questo è un Paese in cui, in nome della legalità, Farini, presidente del Senato, cogliendo al volo l’occasione dell’attentato Acciarito, non esitò a scrivere al Presidente del Consiglio Rudinì che «l’Agenzia Stefani va diffondendo non esservi complotto: è male dico. Ottima cosa sarebbe la convinzione d’un complotto, per indurre questa società molle a difendersi». E poiché di queste cose non si vuole che si parli, ecco i colpi alla scuola e all’università. Ai Rudinì di ogni tempo occorre anzitutto un rassegnato “bestiame votante”. L’insegnamento della storia in libere istituzioni formative potrebbe di fatto complicare la via alla “postdemocrazia” di cui questo governo s’è fatto il portabandiera. E, guarda caso, è proprio su studenti e professori che i lacrimogeni volano clandestini dai palazzi del potere. Docenti e studenti per ragioni di forza maggiore, perché piegando la scuola e l’università si vuole spezzare il filo forte e decisivo della trasmissione della memoria storica.
Qui da noi va così. Qui da noi lo Statuto albertino escludeva lo stato d’assedio perché non riconosceva a un Esecutivo il diritto di sospendere la Costituzione, ma contro gli “scrupoli garantisti“, Crispi non esitò a proclamarlo per colpire il “reato politico” o, se si vuole, il dissenso e a chi, in nome della legge, si opponeva rispose che, «di fronte allo Statuto, c’è una legge eterna, la legge che impone di garantire l’esistenza delle nazioni». Di lì a poco, un potere che non riconosceva freni alla sua azione decorava di medaglia al valor militare un mascalzone in divisa che aveva sparato a raffica sulla folla inerme e condannava alla galera il mite Turati e Anna Kuliscioff, colpevoli di socialismo.
Qui da noi va così. Da noi qui c’è sempre un ’98 in agguato, da quando Mazzini s’è spento clandestino in patria sotto falso nome, inseguito da una condanna a morte in contumacia che nessuno mai cancellò, e Garibaldi morente non s’è liberato della  polizia che lo teneva d’occhio come un volgare malfattore. Qui da noi per gli ideali “rossi”, i lavoratori si son fatti secoli di galera prima e dopo la Resistenza e il reato politico è stato ed è terreno privilegiato di tutte le polizie, passate attraverso le varie epoche della nostra storia senza mai dar conto di sé al “popolo sovrano”. Dietro i questori che parlano a ruota libera e gestiscono la piazza fuori dalla regole, c’è una malintesa e deformata idea liberale che ha sempre partorito governi reazionari e non a caso in buona parte i liberali confluirono nel listone fascista. Quest’idea, che è tornata di moda assieme a un liberismo che pare articolo di fede, ce l’ha a morte con la formazione di massa. L’attacco che oggi si porta alla formazione con l’alibi dell’ordine pubblico risponde perfettamente alla filosofia del bastone e della carota enunciata impunemente dal ministro Profumo ed è anzi la spia più evidente e inquietante d’una idea liberale che non solo vive di paure irrazionali e falsi miti, ma periodicamente lascia emergere dal suo seno un elemento occulto di continuità con una vocazione autoritaria che da Crispi alla DC di Scelba, giù fino ai giorni di Genova e ai tecnici alla Monti è un dato ineliminabile della nostra storia.
Occorre dirselo e trovare al più presto una via d’uscita: qui l’ordine pubblico non c’entra veramente nulla. In discussione è ancora una volta la democrazia.

Uscito su “Fuoriregistro” il 16 novembre 2012 

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Se il “Popolo d’Italia” non fosse ormai modello prevalente, avremmo caratteri cubitali: da Profumo a Gelmini siamo fermi a Berlusconi. Se prima, aperta una falla, provvedeva l’Invalsi, ora che la nave affonda c’è ancora l’Invalsi. La riforma è un Moloch.
Dopo i dotti bizantinismi su tecnici e politici dei soliti pennivendoli, folgorati dalla sostanza della forma, un silenzio complice e forse persino imbarazzato accoglie l’amara verità dei fatti: Profumo sposa la tesi politica di Gelmini ed ecco le prove Invalsi, tecnicamente errate, ma illuminanti sul terreno della politica. Il fine è scandaloso: imporre valutazioni dettate da un’idea di formazione omologante, che imprigioni la libertà d’insegnamento, produca un “Casellario Politico” delle scuole con tanto di schedatura, agevolando la disgregazione di una istituzione che rinneghi i principi di inclusione e solidarietà, per far spazio a una visione aziendalistica tutta competizione, concorrenza e discriminazione. Tecnici o politici, la scuola non ha più tempo per chi presenta disturbi specifici d’apprendimento e mentre un’intera generazione di test fa da Rupe Tarpea è sempre più evidente: la Questione Meridionale, il radicamento leghista in alcune aree del Nord, le differenze metodologiche tra le diverse scuole, in una parola la complessità d’un Paese di cui si riscrive la storia cancellando gli “omissis”, sono ignote all’Invalsi e ignorate dal governo. Lo sanno tutti, la distinzione tra “tecnico” e politico è una volgare “patacca”, ai tecnici, tuttavia, s’impicca il Paese, inebetito da imbonitori fini e pericolosi, che sparano ad alzo zero gli slogan berlusconiani sul “salvaitalia”, la monotonia del posto fisso, il sindacato trincea di sfaticati, i miracoli dei supertecnici e i politici ladri che fanno sconcia e mariuola l’idea stessa della politica.

Un fotografo che volesse raccontare l’Italia d’oggi userebbe il grandangolo e le prime pagine si aprirebbero di nuovo su Bettino Craxi; a lui rimanda, infatti, la trovata di Monti, che si affida ad Amato per tirar fuori dallo stato confusionale i suoi “tecnici”, incapaci di salvarci dall’incapacità dei partiti. Se l’Invalsi è il volto statico dello scandalo Italia, la vicenda Amato-Monti rovescia la medaglia e ne svela il volto dinamico. Giuliano Amato, pensionato da oltre 1000 euro al giorno, non è solo uno schiaffo alla miseria regalata dal governo a milioni di italiani, Amato è il germe della malattia che Monti sostiene di curare: una vita nell’università allo sbando, mezzo secolo di storia dei partiti, una sconcertante comunità d’intenti col socialismo indecente del pluricondannato Craxi, due Presidenze del Consiglio, sei incarichi da Ministro e infine fasullo Cincinnato, vagolante tra presidenze alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e alla Treccani.
A ben vedere, dietro Monti si scorge il tragico filo rosso che percorre la storia di un Paese nato per “creare un mercato” e cresciuto così, malato dei mali del suo capitalismo: penuria di capitale per scarsa accumulazione primitiva, nessuna propensione al rischio, frazionamento politico e assenza di un grande mercato interno. L’Italia che Garibaldi unì non era un mercato. Mancavano investimenti e smercio e ci pensò lo Stato, in mano a un capitalismo molto interessato al controllo delle leve governative. Iniziò così una rapina costante, un travaso ininterrotto di ricchezza prodotta dal lavoro e regalata al capitale dei Lanza e dei Sella, impegnati a “pareggiare il bilancio” per risarcirsi delle spese delle guerre per l’indipendenza. I lavoratori sputarono sangue, pagarono tasse persino sul grano macinato e fu la fame. La finanza, in compenso, divenne “allegra”, e i proventi fiscali finirono alle banche, pronte a sostenere ogni avventura industriale. Quando scoppiò la bolla immobiliare, s’intravidero legami oscuri tra politica e mafia e nel 1893 si scoprì che le banche d’emissione truccavano conti e stampavano banconote false. Non pagò nessuno e cominciarono i salvataggi: le banche fallivano, i lavoratori pagavano e quando la speculazione mise piede in Africa, si andò alla guerra. Nessuno ha calcolato mai quanto c’è costata in oro, sangue e civiltà l’avventura del cattolico Banco di Roma nel mare di sabbia libica, mentre il Sud mancava d’acqua e lavoro. Da Adua all’Amba Alagi, passando per l’ignominia di Sciara Sciat, la Spagna martoriata, la tragica Siberia e da ultimo l’Afghanistan, chi cercherà notizie serie sul debito di cui ciancia Monti, dovrà andare a cercarle tra i bilanci delle banche e incrociare i dati con quelli dello Stato. Altro che welfare. Qui da noi, la storia del capitale oscilla tre avventure, salvataggi e lavoratori strangolati. Gronda sangue. Anche la Comit è stata salvata: oggi si chiama Intesa e ha ministri al governo. Non aveva torto Pietro Grifone quando, scrivendo di storia al confino di Ventotene, definì il fascismo “regime del capitale finanziario” e ricordò agli antifascisti che nulla nasce dal nulla e prima del “Duce” c’erano stati Crispi, Rudinì, Pelloux, le cannonate di Bava Beccaris e il Parlamento tradito a Londra.

La democrazia è incompatibile col capitalismo, spiegava di fatto Grifone e in quanto all’Invalsi, strumento di normalizzazione tipico di un’idea corporativa dei rapporti sociali, risponde agli scopi del capitale finanziario che ci governa. Grifone direbbe “regime”. E sarebbe difficile dargli torto.

Uscito su “Fuoriregistro” il 4 maggio 2012

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Quando l’Europa delle banche, livida e sguaiata, vorrà “rifarsi il look” per meglio raccontare frottole alla gente, la premiata ditta “Trichet-Constâncio & CC“. verrà a copiarci pari pari questo governo di spettri e sepolcri imbiancati. Noi siamo così: perfezionisti. E si sa, il made in Italy esporta fantasia. Intanto, finché la tecnocrazia che ispira il gioco del capitale non ci dà quel che è nostro, riconoscendo il merito, noi, più o meno sedicenti “cittadini“, consoliamoci sin d’ora col primato indiscusso che ci assegna la storia: in centocinquant’anni di vita, dal Regno alla Repubblica, tredici li abbiamo vissuti a sperimentar le strade dei tiranni col celebre trio Crispi, Rudinì e Pelloux, venti si sono persi nel tragicomico con Mussolini e sedici, se qui ci fermeremo, recano il segno del primo esperimento riuscito di democrazia autoritaria. Un terzo della nostra vicenda è follia autoritaria e miseria morale. Gli altri due terzi li abbiamo spesi per una inesausta fatica in una sorta di “fabbrica di San Pietro“, dove una minoranza di gente onesta si strema per riparare oggi, quello che ieri e domani cialtroni e delinquenti guastarono e guasteranno.
Siamo maestri esportatori di un umorismo rozzo ma insuperabile. In un Paese in cui tutto è precario per definizione, una legge di “stabilità” mette al sicuro i conti benestanti. La presenta un governo privo di maggioranza, l’approva il Parlamento d’una repubblica antifascista, fascisticamente formato solo da “nominati“. Gente che nessuno ha eletto. Precario tra i precari, l’avvocato Gelmini, diventato ministro per un mistero glorioso, s’è dichiarato soddisfatto: la scuola dello Stato non ha avuto un centesimo, ma quella papalina, apostolica e romana ha visto salire a 245 milioni il fondo per le scuole private. In tutt’altre faccende affaccendato, l’avvocato ha tenuto a comunicare a studenti e docenti la buona novella: “Sono prive di fondamento le notizie legate ad una uscita del ministro Carfagna dal Governo e dal Pdl. Mara Carfagna è un ottimo ministro e la sua lealtà nei confronti del presidente Berlusconi non può essere messa in discussione, come ha anche sottolineato in questi giorni il coordinatore nazionale del Pdl Denis Verdini“‘. Diffusa la sua nota, s’è preparata al week end.
Tutto va come le hanno suggerito le veline: la scuola primaria è colpita a morte, la Conferenza dei rettori ha barattato potere e scampoli di finanziamento con un testo di riforma passato al Ministero, più o meno sottobanco, dal suo presidente, prof. Decleva, il ministro vive la sua giornata impolitica e, oplà, eccola impegnata nella “prova-fedeltà” a Berlusconi, che salta agilmente nel cerchio di fuoco e poi dichiara:
I continui attacchi che il ministro Carfagna ha subito sono ingiustificati e dannosi per tutto il governo. Basta con il fuoco amico. Questo e’ il momento in cui invece – avverte – è necessaria l’unità del partito attorno al presidente Berlusconi“.
Tutto come da copione. la Finanziaria vestita da legge di stabilità col voto favorevole di Bocchino e soci, il “quasi compagno” Fini che modifica sua sponte il calendario dei lavori per consentire così che, dopo la scuola, il colpo del killer centri anche l’università e si ricostituisca ancora una volta la vecchia maggioranza, sia pure divisa in tre spezzoni: leghisti, “libertari berlusconiani” e “futuristi“.
Il 14 dicembre, dopo l’attacco criminale all’istruzione pubblica, il voto di fiducia. Come finirà non è dato sapere, ma qualcosa forse ce la sta già dicendo: fiducia o sfiducia, il Paese non cambierà in questo Parlamento. C’è chi si consola: “è una linea di tendenza planetaria, c’è poco da fare“. E sarà vero, com’è vero che in ciò che accade ci sono una filosofia della storia e un modello di società. Una società che esalta l’individualismo e la preminenza del privato sul pubblico e pretende la più sfrenata libertà del mercato, per farne un grimaldello che destrutturi le basi fondanti della convivenza civile e consenta di ristrutturarle come comanda la globalizzazione.
A cosa punta tutto questo? Siamo certi che la conquista del “mercato-istruzione” sia un obiettivo economico? La subordinazione delle intelligenze vale molto più che la compravendita di merci. In gioco c’è altro. Si intende manomettere il concetto di “umanità“, disarticolare gli strumenti critici come fondamento del conflitto, trasformare la partecipazione in “militanza della tastiera“, in una “virtualizzazione” dell’opposizione che vanifichi la ribellione. Siamo ben oltre il mito borghese dell’uomo che “si fa da sé“: è l’asservimento consenziente a una servitù che passa per la robotificazione dell’uomo o, se si vuole, per la sua disumanizzazione. La sinistra, ferma alla percezione di una “privatizzazione selvaggia” o si “autonormalizza“, come fa il PD, scende in campo e diventa maestra della privatizzazione, o si esalta di fronte ai milioni di appelli per la salvezza della povera Sakiné. Ci portano dove vogliono. Salviamo, orgogliosi, le Sakiné che fanno comodo a chi comanda il gioco e ci lasciamo “suicidare“. In questo contesto, l’avvocato Gelmini è un “grande ministro“: non pensa, esegue ordini. Noi, noi che pensiamo di pensare, noi non ci accorgiamo che non si tratta dei centesimi della privatizzazione. In gioco è una “rivoluzione preventiva. Non si cerca un mercato. Qui si vuole l’uomo.

Uscito su “Fuoriregistro” il 20 novembre 2010

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Nelle banche, sulle quali marciano – per ora, si direbbe, disarmate – le bande in divisa verde guidate da Bossi e Cota, vige la regola aurea del “contributo spese” che – ignobile scialacquo! – consente all’impiegato di trovar casa senza svenarsi per tener dietro al principio dell’efficienza. Mai nessuno, per ora, in nome della “qualità“, s’è mai sognato di lasciare a casa chi abbia esperienza e “numeri” professionali in omaggio alla colta dottrina leghista che, detta così, alla buona, nell’Europa senza confini, si riduce paradossalmente al classico e un po’ demodémogli e buoi dei paesi tuoi“.
Principessa del merito“, l’efficientista Gelmini, avvocato padano targato Calabria, per ottenere la “qualità” nelle scuole della Repubblica, ha invertito il principio: a decidere del merito, in tema di formazione, non è più il valore del lavoratore ma, incredibile a dirsi, la sua residenza! Lo scopo è chiaro. Poiché è dal Sud che si sale a Nord in cerca di lavoro, a partire dal 2011, un mediocre indigeno leghista” avrà precedenza assoluta sul migliore dei docenti delle colonie meridionali, col risultato che la celtica Padania realizza l’evangelico principio per cui “gli ultimi saranno i primi“. E, vivaddio, beati i poveri di spirito.

Se l’opposizione continua a dormire non c’è più a che santo votarsi e il “miracolo”, se così può chiamarsi, può venire solo dal campo del “nemico”. Può darsi che sia vero. Il “comunista” Fini, cha ha mille colpe e infinite resposabilità, non fa una battaglia puramente personale e, in ogni caso, agli ex camerati glielo spiega da tempo con la chiarezza dell’abbeccedario: a tutto c’è un limite. Il paragone sembrerà azzardato, ma ha un suo fondamento. Passato nel campo liberale, l’ex delfino di Giorgio Almirante ragiona come Giolitti faceva con Crispi, Pelluox e Rudinì: se la politica non sa far altro che scatenare guerre tra i poveri e utilizzare la forza dello Stato a difesa esclusiva dei privilegi d’una minoranza contro i diritti della stragrande maggioranza dei lavoratori, non si va lontano. Ed è facile capirlo, sembra dire: dietro la crisi economica c’è lo spettro di quella istituzionale e, peggio ancora, di uno scontro sociale dalle dimensioni e dagli esiti imprevedibili. Sia come sia, checché pensi Fini, la politica muore di tatticismo se un miliardario che governa e può comprare tutto facilmente, trova immediatamente chi si vende; la politica muore se milioni di cittadini si riducono a stupidi serpentelli intorpiditi da un pifferaio e il paese naviga nella burrasca, macchine avanti tutta, la prua verso gli scogli.

La scuola che la Gelmini costruisce è quella di Adro: abbandona al suo destino i bambini poveri di ogni sud, marocchini e sudici terroni, e chiarisce il principio etico cui s’ispira l’avvocato più o meno calabrese, eseguendo ordini di cui non ha i mezzi per cogliere l’obiettivo: “divide et impera“. E’ in nome di questo ethos che si tagliano al Sud il doppio dei posti di lavoro del nord e del centro messi assieme e, con la crescente miseria prodotta nel Mezzogiorno, si pensa di affrontare la crisi del “miracolo padano“. scatenando un’ennesima guerra tra i poveri. Ma c’è di più. C’è un assaggio di “federalismo” e si capisce bene ciò che accade: da minaccia armata, il secessionismo diventa rapina legalizzata.
Chi ha memoria ricorda: barbari di questa pasta ci condussero al 25 aprile.

Da “Fuoriregistro“, 24 aprile 2010

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Testimoni
Liberale si definisce il nostro Parlamento nel suo insieme. Questo tornare al vecchio è segno distintivo dei nostri tempi nuovi. Fatta l’Italia, abbiamo finalmente gli italiani: cattolici, socialisti e comunisti all’ombra di Smith, del Fondo Monetario e delle guerre infinite e umanitarie. Imperando il mercato, non siamo più lavoratori produttori, ma clienti consumatori e, d’altro canto, come non esultare? Liberale fu Crispi con le sue leggi speciali, il suo colonialismo di retroguardia che ci condusse al disastro di Adua, e liberali, uno dopo l’altro, furono Rudinì e Pelloux con gli stati d’assedio e le leggi liberticide, liberale fu Bava Beccaris, decorato per il fuoco a mitraglia aperto su inermi morti di fame, liberali furono i giudici che seppellirono sotto secoli di galera e domicilio coatto socialisti e libertari. Liberale fu l’Italia delle stragi proletarie, l’Italia della Libia aggredita e della grande guerra, coi carabinieri che sparavano nella schiena ai combattenti e i centomila nostri soldati finiti in mano nemica e lasciati morire di stenti dal nostro governo perché la resa divenne diserzione. Tutti così moderati, borghesi e progressisiti, che val la pena ricordare ai neofiti del capitale la sorte dei dissidenti ai tempi dell’Italia liberale verso la quale stiamo ritornando.

Anarchica
Clotilde Peani nasce a Torino il 18 aprile del 18731, da una modesta famiglia di lavoratori, messa in ginocchio dalla crisi che investe l’economia europea, sconvolge il corso della moneta, frena bruscamente la “crescita” – araba fenice dei sacerdoti del “laissez faire” – ma non intacca l’incrollabile fede borghese nel mercato e nelle leggi del profitto. E’ in nome di questo credo che Marco Minghetti, deciso a colmare il disavanzo dello Stato senza rinunciare alle immancabili spese militari, come comanda la religione liberista, non trova di meglio che seppellire i lavoratori sotto una marea di tributi, esazioni e balzelli approvati da un Parlamento che ignota le imposte dirette, rappresenta esclusivamente se stesso e le classi agiate e si accinge a bocciare Scialoja e l’obbligo scolastico2.

Il destino ha leggi sue intangibili e, a rigor di logica, Clotilde, non ha scelta: figlia di povera gente, le tocca in sorte un futuro classista da sartina, che l’oleografia borghese vorrebbe “signorinella pallida,” rassegnata e persa nei ricordi di un vecchio “notaro”. A scuola dura poco, appena il tempo di imparare a leggere, scrivere e a far di conto, poi la miseria la conduce in fabbrica, dove cresce rapidamente. E’ poco più che adolescente, quando prende a frequentare i socialisti libertari e a diffondere volantini, giornali e opuscoli “sovversivi”, che legge avidamente, imparando ben presto a cogliere gli interessi nascosti dietro le belle parole dell’amor patrio3.

“L’era democratica non è a priori favorevole alle donne”, è stato scritto. E non a torto4. Mentre le utopie socialiste sembrano collocarsi ancora fuori della storia, “il lavoro delle donne è un luogo tanto di supersfruttamento quanto di emancipazione” e “la società politica uno di esclusione e di riconoscimento”5. Clotilde lo impara presto a sue spese. “Nubile, anarchica” e naturalmente “di cattiva condotta morale”, secondo le formule burocratiche e la concezione “reazionaria” della vita, tipica dei questurini nella “liberale” età di Giolitti, la giovane donna si sottrae, consapevolmente al cliché della “moglie fedele” e della “buona madre di figli”, ma anche in questo caso non ha scelta e fa “vita irregolare”: ha opinioni politiche che portano il segno del pensiero di Bakunin Merlino e Malatesta ed è fumo negli occhi per una società ingessata nei formalismi borghesi, che si proclama liberale, ma chiude in gabbia il dissenso e si lascia tentare dalle aberrazioni lombrosiane; un società che mostra di vivere la “Belle époque” con l’aria dissacrante del “café chantant”, ma diffida del sesso femminile, escluso dalla cosa pubblica e circoscritto nel limbo delle mura domestiche, e se ipocritamente ha per sante le madri e le sorelle, intimidisce le mogli e riduce le donne libere al rango di prostitute e cocottes. Né, d’altra parte, la libertà sessuale suscita entusiasmo tra i compagni di lotta: i rari casi di “amore libero” si sono risolti in maniera amara con le donne che si sono autoemarginate, “forse perché i compagni ne disprezzavano il corpo”, o hanno fatto scelte borghesi, sposando i loro compagni, sicché i libertari hanno trovato “nelle loro donne, che ne temono la perdizione, i primi avversari e sono perciò con esse sempre in contrasto”6.

Innamorata dell’anarchico romagnolo Dionigio Malagoli, va a vivere con lui “more uxorio”, come scrivono con aperto disprezzo i rapporti di polizia, poi lo lascia per il napoletano Giuseppe Di Domizio, un cartolaio anarchico conosciuto da tutte le questure del regno per le sue idee libertarie, e si stabilisce con lui a Londra7. Nella metropoli inglese, tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento l’animo ribelle di Clotilde nasce a nuova vita tra i fermenti più avanzati dell’anarchismo internazionale, cui l’accostano la breve ma intensa amicizia che la unisce a Roberto D’Angiò e Giuseppe Ciancabilla, entrambi legati all’élite del movimento libertario francese e all’autorevole “Les Temps Nouveaux” diretto da Jean Grave8.

La donna che lascia la capitale inglese nel 1905 col falso nome di Angela Angeli ha intelligenza brillante e parola convincente, è una militante appassionata, una convinta antimilitarista e, soprattutto, è incompatibile con gli schemi della morale puritana e maschilista dell’Italia liberale e borghese. Passa abilmente tra le maglie strette del controllo poliziesco, fa giri di propaganda e si fa notare per le affollate conferenze, la passione libertaria e gli stretti rapporti che intrattiene col fior fiore del “sovversivismo” toscano. Fermata a Livorno e spedita con foglio di via a Napoli, dove l’attende Malagoli col quale s’è riconciliata, nel 1906 è già tornata alla militanza politica9. Coperta da un falso nome – ora si chiama Angiola Mallarini – è segnalata al circolo “Germinal” di Pisa, a Roma, Milano, Londra e Parigi, e ovunque prende contatti con nuovi compagni, ovunque contrasta sterili ribellismi, sostenendo la necessità di rispettare le decisioni adottate ai congressi, ovunque fa circolare stampa antimilitarista. “Come donna” – riferisce a Roma un questurino – “è pericolosa, perché suscita eccitamento tra la folla e con la sua audacia può trascinare i compagni”.

In realtà, non è facile fermarla, sicché a poco a poco la mancata sartina percorre per intero il cursus honorum dei più temuti compagni, sicché, a dicembre del 1910 si merita l’etichetta di sovversiva pericolosa.10.

I colpi prendono a giungerle ora violenti, uno dietro l’altro. Non ha ancora  cinquant’anni, quando, in rapida successione, la stretta repressiva causata dalla guerra e il fascismo, che allunga ormai la sua ombra implacabile e nera sul paese prostrato, la costringono a fare “vita ritirata”. Non è ancora una resa incondizionata se, nel 1925, tuttavia, il regime, che va perfezionando il sistema repressivo ereditato dallo stato “liberale”, è costretto a prendere atto: la donna, benché “tormentata da seri problemi di salute che spesso la tengono a letto”, non “dà segni di attività politica”, ma “resta fedele all’anarchia11. A quel punto, poiché l’oppressiva sorveglianza e le ripetute e intimidatorie perquisizioni domiciliari non bastano a piegarla, giungono “provvidenziali” – tra i sovversivi è ormai un’epidemia – i “segni di squilibrio mentale” che chiudono la dolorosa partita col fascismo e aprono a Clotilde le pesantissime porte dell’ospedale psichiatrico provinciale di Napoli12. Nel calvario inatteso che l’attende, la donna non sarà sola. Come per una misteriosa predisposizione, un inspiegabile legame tra pazzia e sovversione, la donna incontrerà compagni di fede e di sventura e qualche smarrito “oppositore occasionale”, sepolto a vita per una frase sfuggita nel vino e nell’ira. Teresa Ravanello, che giungerà anni dopo, è solo la tenutaria d’un bordello. Ascoltando Mussolini parlare alla radio e minacciare guerre, non ha saputo frenare l’invettiva: “Parla, lui parla, fa i discorsi ma siamo noi che paghiamo le tasse”. Un anno di confino fatto di ribellioni, prepotenze e un feroce repressione, poi, com’è accaduto a Clotilde, come accade a molti di quelli che non si piegano, l’ha presa una follia inopinata, “un delirio cronico d’interpretazione” che non si spiega con le nozioni della scienza medica; come talvolta accade, è una pazzia che cova proditoria nell’ombra, senza dar segno della sua esistenza e d’un tratto cresce ed esplode. Il passaggio obbligato, però, sta nelle pieghe buie d’un regime che non sopporta asimmetrie, non accetta “sbandati” e “irregolari”, non tollera dissensi e conduce fino all’estrema disperazione chi prova ad opporsi. In quei tragici corridoi si aggireranno con la Peani Tommaso Serino, un disoccupato sorpreso a far propaganda contro il regime e improvvisamente “impazzito”, e il sellaio Salvatore Masucci, socialista libertario, che ha affrontato armi in pugno i fascisti e non ha avuto scampo: dopo anni di confino, carcere e fughe all’estero, è finito al manicomio civile e ci ha trovato la morte civile. Assieme a loro l’anarchico Vincenzo Guerriero, un irriducibile, passato per Ustica, Tremiti, Ventotene, Pantelleria e Santo Stefano, uno che la polizia liberale ha sbattuto in galera e manicomio con Crispi, Rudinì e Giolitti, ma non s’è arreso finché stenti, fatica e solitudine non l’hanno schiantato e ormai – scrivono i questurini – non è “più in grado di concepire e manifestare qualsiasi idea e tanto meno di natura politica”13.

E’ il 1930: Parigi, Londra, le conferenze, la stampa libertaria, tutto per Clotilde Peani si è fatto incredibilmente lontano e a poco a poco si spengono l’intelligenza brillante e la passione militante. L’Italia è un paese guerriero e i liberali, passati in massa nelle file fasciste, hanno bisogno di libertà di manovra sicché, dove non sono bastati il manganello e l’olio di ricino, tornano utilissimi il manicomio, la camicia di forza e i farmaci convulsivanti.

L’ultima notizia certa su Clotilde Peani risale all’agosto del 1942: è ancora ricoverata e tutto lascia credere che abbia chiuso i suoi giorni in manicomio14. A Napoli, a Port’Alba, dove a lungo trascorse i suoi giorni, né un fiore né un marmo ricordano ai giovani che passano il suo nome e il suo impegno per un mondo migliore.

Note

1] Achivio Centrale dello Stato di Roma, Casellario Politico Centrale, (d’ora in avanti ACS, CPC) busta (di questo momento b.) 3797, fascicolo (d’ora in poi f.) “Clotilde Peani”, cenno biografico al 24-3-1905.

2] Sulla politica economica di Minghetti e sul suo ruolo di uomo di governo della Destra, Raffaella Gherardi, L’arte del compromesso. La politica della mediazione nell’Italia liberale, Il Mulino, Bologna, 1993; Aldo Berselli, Il governo della Destra. Italia legale e Italia reale dopo l’Unità, Bologna, Il Mulino, 1997. Massimo M. Augello e Marco E. Laura Guidi, Gli economisti in Parlamento 1861-1922. Una storia dell’economia politica dell’Italia liberale, Franco Angeli, Milano, 2003. Antonio Scjaloia ministro dell’Istruzione Pubblica nel governo Lanza dall’agosto del 1972, fu confermato nel secondo Ministero Minghetti, ma si dimise il 6 febbraio 1874 per la mancata approvazione del suo progetto sull’istruzione elementare obbligatoria. Costituì una commissione d’inchiesta sulla scuola che raccolse una preziosa mole di documenti, oggi conservati nel l’Archivio centrale dello Stato. In proposito si veda Ministero per i beni culturali e ambientali, Ufficio centrale per i beni archivistici, Fonti per la storia della scuola, IV, L’inchiesta Scialoja sulla istruzione secondaria maschile e femminile (1872-1875), a cura di Luisa Montevecchi e Marino Raicchi, Roma 1995. Sulle politiche scolastiche dell’Italia postunitaria si veda Francesco Cormino e Giuseppe Aragno, Il giacimento in fondo allo stivale, Scuola e cultura nel Sud, Laterza, Roma-Bari, 1997.

3] ACS, CPC, b. 3797, f. “Clotilde Peani”, cenno biografico, cit.

4] Geneviève Fraisse e Micelle Perrot , Storia delle donne in Occidente. L’Ottocento, Economica Laterza, Roma-Bari, 1995, p. 4.

5] Ivi.

6] Archivio di Stato di Napoli, Questura, Gabinetto, II Serie, 1881-1901, b. 128, f. “Associazioni sovversive”, nata n. 2887 del 15-6-1894.

7] ACS, CPC., b. 3797, f. “Clotilde Peani”, cenno biografico, cit.; ACS, CPC, b. 2946, f. “Malagoli Dionigio” e b. 1781, f. “Di Domizio Giuseppe”

8] Ivi, b. 3797, f. “Clotilde Peani”, cenno biografico, cit., b. 1612, f. “D’Angiò Roberto”. Su Giuseppe Ciancabilla e Roberto D’Angiò, si vedano Nunzio Dell’Erba, Giornali e gruppi anarchici in Italia 1892-1900, Franco Angeli, Torino, 1983, passim e le schede curate rispettivamente da Alessandro Luparini e Mario Mapelli per il Dizionario biografico degli anarchici italiani, Biblioteca Serantini, I, Pisa 2003, diretto da Maurizio Antonioli, Giampietro Berti, Santi Fedele, Pasquale Iuso, pp. 393-396 e 489-490.

9] ACS, CPC., b. 3797, f. “Clotilde Peani”, cenno biografico, cit.

10] Ivi, nota senza numero del 21-12-1910 da Prefetto di Napoli a MI.

11] Ibidem, nota senza numero del 4-12-1925, da Prefetto di Napoli a MI.

12] Ibidem, nota n. 12365 del 27-11-1930 da Prefetto di Napoli a MI.

13] Per la vicenda della Ravanello e di Masucci, Guerriero e Serino, si vedano Archivio di Stato di Napoli, Prefettura, Gabinetto, II versamento, b. 48, f. “Relazioni mensili 1937”, sf “Relazione maggio”, nota 103319 del 26-5-1937 da Questore a Prefetto, e ACS, Confino Politico, Fascicoli Personali, b. 765; CPC, b. 2576, f. “Guerriero Vincenzo”, b. 3148, f. “Masucci Salvatore”; Rosa Spadafora, Il popolo al confino, La persecuzione fascista in Campania, I, Athena,  Napoli, 1989, pp. 317-318 e 376; Giuseppe Aragno, biografia di Guerriero Vincenzo in Maurizio Antonioli, Giampiero Berti, Pasquale Iuso e Santi Fedele, Dizionario biografico degli anarchici italiani, I, Biblioteca Serantini, Pisa, 2003, p. 781, e Idem, Antifascismo popolare. I volti e le storie, Manifestolibri, Roma, 2009, pp. 14-15 e 148-149.

14] ACS, CPC, b. 3797, f. “Clotilde Peani”, nota senza numero del 24-8-1942.

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