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Posts Tagged ‘razzismo’

ca2fdb061915f300a650dca32a5e41dd7cc2197990efd6acddd5d5dbPer quello che è accaduto in Puglia, per quello che accade ogni giorno, parole non ne ho. Prendo perciò in prestito da me stesso quelle che scrissi il 7 agosto del 2012, oggi sono sei anni, riflettendo su un libro intitolato Sulla pelle viva. Nardò: la lotta autorganizzata dei braccianti immigrati, curato per le Brigate di solidarietà attiva da Gianluca Nigro, Mimmo Perrotta, Devi Sacchetto, Yvan Sagnet e stampato da Derive e Approdi.  

Non mi chiuderò nei confini d’una recensione, mi dico, mentre i quaranta gradi di Lecce calano fino ai venti del Potentino e il pullman caracolla tra curve e tornanti, puntando su Napoli. Meglio le riflessioni di un lettore “preso” da un libro che, nato nel Salento e nel Salento incontrato, non mi consente più di guardare Otranto con occhi di turista. Di un libro parli quando è seme che germoglia un’idea e così è accaduto con questo volumetto in un’estate di fuoco: le sue pagine fitte, stampate da Derive e Approdi con piacevole eleganza grafica, m’hanno scottato come sole d’Africa.

Scriverò da lettore, senza voler costruire ragionamenti che intendano spiegare. Del tema dirò poi. Prima segnalo un dato che colpisce. Come s’usa nei lavori collettivi, in copertina trovi gli autori in ordine alfabetico, ma l’elenco parte da una sigla che conoscono in pochi – Brigate di solidarietà attiva – e non fa nomi, sicché di Maria Desiderio e Nives Sacchi, che per le Brigate hanno curato l’interessante parte finale, c’è traccia solo all’interno del libro [p. 101]. La scelta rimanda a radici profonde del movimento operaio, a un’idea militante di lavoro sociale cooperativo, tradotta con coerenza in fogli di propaganda e corrispondenze anonime, sicché tutto parlava di un insieme coeso, di un “collettivo”, rappresentato al più dal nome d’una testata e dal gerente responsabile, dovuto per legge. E’ un biglietto da visita significativo, un dato costitutivo dell’agile volume e della cultura di chi l’ha curato. Non a caso, del resto, il libro, proprio nel capitolo conclusivo, è un gioco di luci e ombre, anche se punta i fari su un tema prevalente: l’esperienza di un gruppo di braccianti africani che, giunti nel Salentino nell’estate 2011 per la raccolta dei pomodori e ospitati a Masseria Boncuri, in un campo gestito dall’associazione Finis Terrae e dalle Brigate di solidarietà attiva, realizzano il primo sciopero autorganizzato di lavoratori migranti. Qualcosa di epocale, precisa l’introduzione non firmata, “un momento importante della storia del movimento operaio in Italia dal punto di vista sia delle pratiche sia dell’analisi” [p. 8].

E’ questa continuità che colpisce: il nesso tra passato e presente della lotta di classe, in una visione così ampia della vicenda che, a ben vedere, il libro narra due storie e descrive un Paese che solo a lettori ciechi può sembrare “molto diverso dai tempi del primo sciopero a Villa Literno tanti anni fa” (1).

In primo piano, con l’obiettivo che s’apre a “zumata”, trovi lavoratori migranti che a Nardò, dopo un’inutile trattativa con un caporale, trasformano la rabbia in pratiche “sindacali” autorganizzate e per due settimane ripercorrono le tappe d’una grande storia, quella del movimento operaio, di cui a quanto pare non s’è persa memoria. Come in un film retrospettivo che ha una specificità tutta attuale, dal libro affiora così l’anima profonda di un conflitto in cui braccianti sfruttati si trovano di fronte all’eterna frontiera che separa il lavoro dal capitale. Occidentali o africani, la distinzione è solo iniziale e non è il cuore del libro. Lo senti quando il caporale minaccia: “prendere o lasciare”. Non è andata così con Marchionne? Lo capisci mentre vedi risorgere pratiche d’una cultura antica che da tempo si dà per spacciata: il blocco stradale (l’antico presidio contro i crumiri), il prezioso confronto in assemblea, l’appello all’unità (siete piccini perché siete in ginocchio diceva uno slogan a fine Ottocento), l’internazionalismo (lavoratori di tutto il mondo unitevi). E’ così che ancora una volta, sul terreno della lotta per i diritti, si incontrano sfruttati d’ogni luogo e cultura e si ripete un fenomeno antico che ha leggi sue proprie: nel fuoco della lotta emergono leader – di dove sarebbero venuti sennò, Bordiga, Gramsci, e organizzatori della tempra di Enrico Russo, Buozzi e Di Vittorio? – e strumenti di lotta – come il mutuo soccorso e la resistenza – che pongono al centro il lavoro e la sua tutela, i dati materiali e il bisogno di cambiamento. Un bisogno che passa giocoforza per quello stesso conflitto negato, dopo il crollo dei regimi dell’Est, da un artificio ideologico inneggiante alla “fine della storia” e dal preteso trionfo dell’eden capitalista.
Il percorso, però, si badi bene, non segue le sirene della nostalgia: “non si tratta di riproporre schemi e teorie senza un’adeguata contestualizzazione”, scrivono le Brigate, attaccando i feticci neoliberisti. Si dice che “nell’era della globalizzazione […] le classi sociali non esistono più, che lo stereotipo degli operai e dei braccianti in sciopero appartiene a un immaginario collettivo che mal si adatta al «capitalismo»”. Invece “il lavoro coatto c’è ancora”; che, “importa se siano italiani, africani o asiatici? La globalizzazione […] ne ha prodotte di nuove, ma certo non le ha eliminate”. E’ l’affermazione di un principio di fondo che non solo dimostra “quanto trasversale sia lo sfruttamento dei lavoratori” [p. 144], ma rappresenta la tappa decisiva d’un percorso e il messaggio più attuale e se possibile “rivoluzionario” che viene da Masseria Boncuri.

Inutile negarlo, ognuno ha la sua storia e la mia lettura è certo “di parte”. A me tuttavia pare chiaro: la sofferenza che brucia sulla “pelle viva” – per dirla col felice titolo del libro – non bada al colore o ai confini. Se così fosse, se il punto fosse il dramma dei migranti e il libro non leggesse ogni voce che viene dallo sciopero, in altre parole, se non raccontasse un altro racconto, che fa da sfondo, allo sciopero e cala la lezione del passato nella realtà dello scontro di classe di questi anni di crisi, se fosse così, non avrebbe ragione d’essere. Sarò più chiaro. Se il libro non cogliesse il momento di un contatto tra pari che come tali prendono a riconoscersi, non solo persone ma sfruttati protagonisti di un’unica lotta, il libro sarebbe un’occasione mancata. Così invece non è: “Nardò – leggiamo – non rappresenta solo Nardò, si configura come paradigma e specchio di un sistema più ampio, […] rispetto allo sfruttamento e alla precarietà del lavoro nel contesto della crisi generale” [p. 103]. Qui è evidente che non si parla solo di migranti africani, ma dell’altra storia, quella che, tenuta sullo sfondo con circospezione quasi stupita, emerge quando ragazzi e ragazze fanno i conti con la realtà del campo: “si arriva e si parte cambiati”, scrivono, perché tutto attorno “fa vacillare il senso di giustizia” [p. 103], perché “vivere Nardò vuol dire sospendere la propria concezione di tempo”, [p. 103], sicché ognuno “si mette in discussione in prima persona e lo fa agendo da singolo in una collettività alla quale il suo agire appartiene […] verso la comunità con cui ci si relaziona, i braccianti, che a loro volta rispondono alle loro condizioni di appartenenza” [p. 113].

E’ una vicenda, questa, che non cerca la ribalta e lascia spazio all’impostazione più “culturale” di Mimmo Perrotta e Devi Sacchetto, ricercatori universitari di Sociologia, al carisma di Pierre Yvan Sagnet, che dal Camerun è approdato al Politecnico di Torino e nelle roventi campagne pugliesi si è scoperto sindacalista, rompendo il fronte dei migranti divisi per etnia. E’ la storia di due organizzazioni di un moderno movimento operaio, “motori” di un incontro che potrebbe avere rilievo storico non solo per il futuro dei migranti ridotti in servitù dai caporali, contro i quali lo sciopero ottiene una legge che fa del caporalato un reato penale, ma anche per i giovani occidentali che un feroce attacco ai diritti e l’imperante precarietà ricacciano indietro nel tempo, fino a condizioni da Ancien Régime, riducendoli a migranti in patria, giramondo senza speranze in dissidio insanabile con un sistema che li cancella dalla storia. Se è vero, come scrive il camerunense Segnet, che “tutte le cose belle si ottengono lottando”, non meno vero è che, nel mettere al centro del discorso la centralità del conflitto per il lavoro e la sua tutela, egli torna inconsapevolmente a un patrimonio d’esperienze sedimentate, a lotte vittoriose che produssero crescita civile e sconfitte sanguinose che ci imbarbarirono.

Il libro è prezioso per questo, perché si fa “documento” e consegna alla memoria storica un momento di lotta operaia, che colloca nell’alveo d’una tradizione fertile e d’una cultura senza le quali lo sciopero a Masseria Boncuri non avrebbe radici e futuro. Prezioso, perché la sua idea di fondo segue i fili d’una storia antica che ha ancora una bruciante attualità e, come scrive Gianluca Nigro, di Finis Terrae, guarda alla questione del “lavoro, spesso elusa dal movimento antirazzista”, [p. 77] e “costringe” Istituzioni e sindacati a “prendere atto delle proprie responsabilità di fronte ai fenomeni di degrado e sfruttamento lavorativi”: la necessità di far fronte agli esiti di leggi repressive “pensate” in funzione di interessi padronali, alla condizione disumana di un universo concentrazionario creato da politiche di classe, per produrre serbatoi di manodopera da sfruttare e all’urgenza di “recuperare […] nodi culturali e teorici dell’agire sociale e politico” [p. 79 e 93]. Questo, saldando le pratiche di lotta a una teoria antica come quella del mutualismo che non è “carità privata”, ma recupera i modi e le forme della democrazia di base e l’ethos del primo movimento operaio; un mutualismo in cui Finis Terrae vede un “contrappeso alla cultura del conflitto”, ma è poi costretta a riconoscere che “nel caso di Nardò è servito ad alimentare […] la conflittualità ” [p. 86]. Solidarietà, quindi, ma come strumento di lotta, base per la “resistenza”, pilastro teorico della cultura operaia, che assume connotati concreti con la creazione di una “cassa di resistenza” nata per ammortizzare i contraccolpi dello sciopero che “per un lavoratore migrante […] significa oggettivamente un’autoespulsione dal ciclo produttivo e la mancanza quasi immediata di risorse al suo sostentamento” [p. 87].

Questo è il libro che il lettore scoprirà. Non solo cronaca di lotta, descrizione dei processi per i quali passa e si struttura una nuova servitù, ma un’esperienza che diventa “scuola di conflitto” per tutti, migranti e volontari, offre prospettive future all’idea di riscatto e non riguarda solo lo sciopero del Salento, un gruppo di migranti, i migranti in quanto tali o i giovani volontari. Riguarda gli sfruttati e il loro scoprirsi classe al di là delle diverse condizioni di vita imposte dalla globalizzazione alle varie anime presenti nel campo. In questo senso, una divisione netta tra lavoratori africani e giovani militanti è fuorviante. Il libro, infatti, racconta il momento di un incontro tra gruppi che, su piani sfalsati, sono in balìa di logiche di profitto. I migranti, “in condizioni di estrema emarginazione sociale, sottoposti a un capillare sfruttamento sedimentato da quasi vent’anni” [p. 102] e chi giunge volontario e si percepisce come un “occidentale privilegiato” ma, catapultato in “un microcosmo, un piccolo paradigma di marginalità, […] dentro una realtà parallela – a pochi chilometri dalle più belle spiagge pugliesi gremite di turisti”, sente aprirsi “fratture interne”, acquisisce la “consapevolezza che la logica della militanza «ordinaria» è stata stravolta” [p. 103] e si trova a riflettere su un dato sconvolgente: “nessuno dei volontari delle Brigate ha una storia senza precarietà, senza il problema di fare i conti alla fine del mese”. Pur senza azzardare paragoni per ora improponibili – il futuro è tuttavia davvero buio – è così che centinaia di militanti occidentali e africani, impegnati a livelli diversi nella stessa lotta, individuano una via comune, che è tutta da esplorare e non sarà facile da percorrere, ma ha le lontane radici in una storia di lotte che ha prodotto civiltà contro una rinnovata barbarie.
Questa è la narrazione sorprendente e incredibilmente aperta al futuro che il libro ci offre: mentre un cieco sfruttamento torna a riempire di contenuti la parola solidarietà, un terribile fronte di lotte unisce giovani generazioni rapinate dei diritti nell’Europa “madre dei diritti”, in un “campo” non a caso aperto, con generazioni sfruttate da sempre. Assieme, africani e occidentali scoprono che contro di loro s’è scatenata – si sta già combattendo – “una lotta di classe che deve tornare a ripartire dal basso, dagli ultimi della scala sociale del nostro Paese”. E’ così che “tanti volontari” si sentono “mossi dalle stesse motivazioni di emancipazione dei migranti lavoratori” [p. 115] (2).

Visto da questo punto di vista, il libro è soprattutto la prova che in un mondo che va globalizzando la disperazione si può riuscire “a creare momenti di forte mobilitazione come alla Masseria”, una mobilitazione che assume il significato di quelle “azioni cardini che consentono di credere che la crisi si può combattere anche così. Forse solo così”.(3).

Un concetto ormai quasi dimenticato torna spesso nel libro e assume un significato preciso: lotta di classe. L’urto sarà violento? Migranti e volontari vorrebbero che non fosse così e il movimento non lo è stato. Le curatrici, però, sanno che troppa gente è schiacciata e lucida è amara è la loro verità: la violenza è già in campo. E quella” di un sistema economico e politico colluso, la violenza di strutture che si muovono sul piano mediatico e non sulla realtà quotidiana, la violenza delle rivendicazioni del singolo individuo a discapito della collettività, uno contro tutti, tutti contro uno, tutti contro tutti” [p. 135].
La partita non s’è chiusa a Nardò.

Note
1) Mario Desiati, La rivolta dei migranti in difesa della legalità, Repubblica, 11 marzo 2012.
2) Annamaria Sambucci, Bsa Tuscia.
3) Idem.

Uscito su “Fuoriregistro” il 7 agosto 2012.

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ImmagineIn Francia, l’Assemblea Nazionale ha approvato all’unanimità la cancellazione della parola razza dalla Costituzione. Il razzismo è perciò sparito dalla Francia? No. Non si cancella ciò che esiste solo perché si riferisce a qualcosa che non ha più nome. Il razzismo più pervasivo e pericoloso non ha costruito la sua fortuna su una categoria biologica; più semplicemente ha utilizzato il concetto di razza per imporre una costruzione sociale fondata su gerarchie. La differenza di razza, insomma, è stata e sarà se,pre l’alibi che giustifica la differenza di trattamento, la discriminazione e soprattutto lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
I ricchi sono razzisti per opportunismo. i poveri lo diventano per disperazione. Per far sparire il fenomeno non basta cancellare parole. Ci vogliono giustizia sociale e un’equa distribuzione delle risorse tra classi sociali e Paesi, a livello nazionale e internazionale. Ci sono problemi di natura apparentemente morale e ideale, che si possono capire solo avendo presenti dati “volgarmente” materiali. Diciamocelo perciò chiaramente: se il razzismo riguardasse esclusivamente il campo delle caratteristiche biologiche, l’idea di rimuovere la parola razza dal linguaggio comune, una logica di sradicazione o, se si vuole, di negazione lessicale potrebbe funzionare. Anche perché la “razza”, in senso razzista, non esiste davvero
img-20180803-wa0036.jpgPer quanti sforzi abbiano fatto la genetica, l’antropologia fisica e la biologia, infatti, nessuna misurazione delle differenze complessive tra i popoli ha potuto accertare delle “distanze biologiche” tali da consentire di costruire una tabella di “valori” in grado di giustificare scientificamente una classifica tra popoli. Si è provato a definire le razze umane in virtù di criteri morfologici e di dati sierologici, ma tutti gli studi così impostati hanno fallito perché mille altri criteri provano che negli esseri umani esiste una fortissima, innegabile e comunanza di caratteristiche. Le differenze tra gruppi umani sono soprattutto “storiche” – adattamento al clima, isolamento, migrazione e così via – e non consentono di definire tipi umani razzialmente separati.
La razza, in realtà è solo uno strumento pratico di carattere “descrittivo” o, se si vuole, “narrativo”, come dimostra il razzismo interno ai popoli. Il leghismo padano, per esempio, si è inventato due razze che non esistono. Cancellare dal vocabolario la parola non serve perciò praticamente a nulla, perché esiste storicamente – ed è quello più autentico – un razzismo senza razza. E’ il razzismo più diffuso, quello autentico, che serve per coprire interessi materiali di classi dominanti e privilegi di classe. Se il Mezzogiorno, spolpato vivo, non può essere più cannibalizzato, ecco che Bossi s’inventa la razza padana e una politica di decolonizzazione che ha naturalmente bisogno di creare una “razza meridionale”.
Napoli e i napoletani, che da un punto di vista razziale non esistono e sono uno stupendo esempio di mescolanza di semi e di idee, possono talora subire il razzismo e qualche volta vederlo attecchire anche nei loro vicoli, ma la città e la sua gente non ci credono mai per davvero e non a caso per il popolo napoletano Hitler fu il “furiere”. La ferocia degli ultimi governi – quella del ministro Minniti anzitutto, che di Salvini è stato maestro – seguendo un progetto preciso, privilegiando interessi di parte – i ricchi prima dei poveri, il Nord prima del Sud e l’euro prima dei popoli e per ultimi i dannati della terra, gli immigrati – ha potuto e può provocare talora episodi di violenza razziale, ma la gente qui è vaccinata e prima o poi si ribellano persino le pietre delle strade.
I napoletani, che sono anche greci, latini e levantini, che hanno visto persino i cosacchi accampati a Piazza Mercato e non hanno mai consentito che nella loro città ci fosse un tribunale dell’Inquisizione, istintivamente diffidano di un razzismo senza razza. Accade ciò che si è visto ieri, quando su povere magliette di gente comune si è letta la sfida beffarda, orgoglioso e tagliente: “Nel mio quartiere nessuno è straniero”.
Non è sogno e nmmeno speranza, è certezza: da Napoli, dove per la prima volta i nazisti si arresero a un popolo insorto, partirà il riscatto morale e i lanzichenecchi gialloverdi morderanno la polvere.

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piazza indipendenzaNoi sottoscrittori di questo appello esprimiamo la più netta e ferma condanna dell’inaudita violenza di Stato che si è perpetrata nel cuore di Roma nei confronti di persone inermi e innocenti: centinaia di rifugiati, uomini, donne e bambini, sopravvissuti a guerre e persecuzioni di ogni genere e ora aggrediti con ingiustificata violenza dalle forze dell’ordine, caricati con manganelli e idranti (operazione ignobilmente definita di “cleaning”).
Si tratta di un delitto contro l’umanità, di una pagina vergognosa per la città di Roma e per l’Italia intera, di un pessimo segnale del Ministero degli Interni, della Prefettura e del comune di Roma, che rivelano tutta la loro pochezza nella cornice di un Paese quotidianamente sfigurato dallo scandalo dell’ingiustizia, da un impoverimento sociale e culturale preoccupante, da una regressione di matrice francamente xenofoba e razzista.
È tempo di guardare sino in fondo l’orrore in cui stiamo precipitando, quell’orrore di cui è parte non secondaria la facoltà di assuefare e omologare.
È tempo di ammettere apertamente che la iniqua distribuzione della ricchezza e l’insaziabile accumulo sono una minaccia costante alla convivenza e alla coesione sociale.
È tempo di riscoprire quanto siano profonde e molteplici le nostre radici. Differenze che stimolano l’intelligenza e accendono l’immaginazione.
È tempo di riannodare i fili di una civiltà culturale, di uno spazio di convivenza comune, di una storia plurimillenaria che si stanno sgretolando ogni giorno sotto i nostri occhi.
Roma deve tornare ad essere città aperta, antirazzista e antifascista.

Tiziana Drago, Piero Totaro, Vittorio Boarini, Alessandro Bianchi, Giuseppe Aragno, Enzo Scandurra, Piero Bevilacqua, Ignazio Masulli, Pier Luigi Cervellati, Paolo Favilli, Laura Marchetti, Lucinia Speciale, Amalia Collisani, Maria Pia Guermandi, Velio Abati, Luisa Marchini, Francesco Trane, Cristina Lavinio, Francesco Santopolo, Rossano Pazzagli, Ugo Maria Olivieri, Peppe Allegri, Dario Bevilacqua, Alberto Ziparo, Piero Caprari, Francesco Cioffi, Giuseppe Saponaro, Tomaso Montanari, Luigi Vavalà, Andrea Battinelli, Lidia Decandia, Francesca Leder, Stefano Sylos Labioni, Michele Carducci..

Per aderire inviare una mail a: officina-dei-saperi@googlegroups.com

Fuoriregistro, 20 agosto 2017.

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La foto e di malanova.info

Undicimila, afferma il cronista indifferente. Tanti gli uomini, le donne e i bambini che hanno attraversato il Canale di Sicilia. “Successo politico” della stretta di freni, sottintende, ma nulla dice dei morti affogati, di quelli rispediti nei luoghi di tortura, consegnati ai nostri complici macellai e restituiti alla disperazione da cui speravano fuggire. Le nostre “bombe intelligenti” sono sparite dalla scena, assieme a Giorgio Napolitano, anima nera della tragedia libica e autentico killer della repubblica. Non conosciamo i “numeri” della strage, non possiamo – e in tanti purtroppo non vogliamo – fermarci sulla tragedia cui assistiamo.

Quanti sono i morti? Quante le donne stuprate? Quanti i bambini uccisi o lasciati soli in balia di criminali? Le più atroci tempeste della vicenda umana si riducono a due parole nei manuali di storia e sono binari morti, rami secchi, passato senza presente. E’ anche per questo che parlamentari illegittimi – eccoli i veri e autentici clandestini – hanno potuto approvare di nuovo leggi razziali e far passare il “Codice Minniti”, mentre sotto i nostri occhi ovunque si rinnova in Europa la ferocia hitleriana.

E’ ferragosto. Gli “esportatori di democrazia” riposano e nessuno chiede conto delle nostre giovani generazioni rapinate del futuro, dei vecchi condannati al lavoro forzato, di una infinita barbarie che i pennivendoli chiamano civiltà.

Se mai verrà il tempo delle ricostruzioni, si vedrà che la nuova banalità del male ha causato un genocidio. Il futuro è già scritto? No, il futuro lo scriviamo noi e perciò maledico questa mia vecchiaia che mi impedisce di ribellarmi in tutti i modi possibili, armi comprese, al nuovo fascismo che dilaga.

Fuoriregistro, 16 agosto 2017

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LIBERIAMOCI! DAL FASCISMO, DAL RAZZISMO, DALLA GUERRA, DALLO SFRUTTAMENTO

NAPOLI, 25 APRILE 2016, PIAZZA MANCINI ORE 10

LiberiamociIl 25 Aprile del 1945 l’Italia si liberava, grazie alla lotta partigiana, dalla dittatura fascista e dall’occupazione nazista. Per moltissimi quella liberazione doveva significare anche liberazione dalla guerra, dalla fame, dallo sfruttamento. Un nuovo inizio.

Se ci pensate, anche noi abbiamo bisogno di liberazione, di un nuovo 25 Aprile.

Anche noi oggi abbiamo un Governo sempre più autoritario, che scavalca il parlamento, distrugge la scuola, attacca i lavoratori e i sindacati.
Anche oggi veniamo sfruttati e facciamo la fame, lavoriamo a nero, siamo disoccupati, ricattati da organizzazioni criminali in combutta con poteri economici e politici, costretti ad emigrare.

Anche oggi i nostri Stati fanno la guerra in giro per il mondo, e anzi ormai la guerra ci è entrata in casa, con i militari armati in ogni piazza.

Anche oggi l’Europa alza muri di fili spinati, mette su campi di concentramento, crea profughi e rifugiati.
Anche oggi bande di violenti, di razzisti, di nostalgici del nazifascismo aggrediscono i “diversi”, i più deboli, cercano di dividerci e metterci l’uno contro l’altro.

Anche oggi insomma siamo davanti alla barbarie, a un grande pericolo.

Ma anche oggi c’è chi è stanco di tutto questo, e sta iniziando a unirsi, a organizzarsi, perché è convinto che questa situazione debba cambiare. Perché può davvero cambiare.

A Napoli sono tanti gli esperimenti che dal basso ci parlano di un altro modello di società, fondato sull’uguaglianza, sulla libertà, sul riscatto e sulla giustizia sociale. Da Napoli può partire un messaggio diverso, contro le politiche di austerità, contro le decisioni dall’alto imposte ai territori.

Scendere in piazza il 25 Aprile vuol dire far vedere a tutti che esiste un’altra umanità, che non è tutto come raccontano i media, che non dobbiamo lasciarci terrorizzare, né dai nostri governi né dall’ISIS, né dalla faccia repressiva dello stato e dai suoi servi né dalle bande fasciste come Casa Pound che, protetti dai loro padrini politici e forti dell’impunità, aggrediscono i giovani che stanno cercando di cambiare le cose.

Scendere in piazza il 25 Aprile vuol dire lottare, sottrarre terreno a chi ci impone sfruttamento e precarietà, a ci reprime, a chi omologa, a chi cammina sui corpi e uccide. Vuol dire rivendicare e riprenderci tutto quello che ci hanno tolto, dando parola a chi fino a oggi, sulla propria pelle, ha vissuto le conseguenze delle contraddizioni di questa società, dai lavoratori agli studenti, dai disoccupati a chi vive nei quartieri popolari.

Scendere in piazza il 25 Aprile vuol dire quindi incontrarsi, prendere coraggio, comunicare alle tante persone di questa città, ancora troppo rassegnate o sole, che un’alternativa a questa barbarie è possibile.
Liberiamoci!

Rete cittadina “Napoli verso il 25 Aprile!”

qui il video di lancio:

https://www.facebook.com/Napoli25Aprile/videos/1693774120879853/

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12801244_939779709424425_8119971876729752403_nL’Assemblea del 27 febbraio al Maschio Angioino non è stata solo un’iniziativa riuscita, che ha trovato il consenso di numerosissime realtà di lotta, Associazioni e Comitati. Essa si è conclusa con una dichiarazione, approvata all’unanimità, che definiva un percorso per una mobilitazione verso il 25 aprile. Eccone il testo:

L’assemblea contro il fascismo il razzismo e l’omofobia, riunita a Napoli, presso la sala dei Baroni del Maschio Angioino il giorno 27 febbraio 2016, dichiara la sua ferma condanna della violenza continuamente esercitata dai neofascisti di Casa Pound e di qualsiasi altra organizzazione che si richiami all’esperienza del fascismo e che propagandi qualsiasi forma di discriminazione.
L’assemblea chiede verità per gli assassinii di Giulio Reggeni e di Ciro Esposito, ultime vittime di silenzi, complicità e connivenze che non è più disposta ad accettare.
Chiede la chiusura delle organizzazioni neofasciste e l’espulsione dalle liste elettorali di chiunque sia ad esse collegato.
L’assemblea prende impegno di costruire una forte mobilitazione cittadina in vista di un 25 aprile scevro da qualsiasi celebrazione retorica e di portare avanti la battaglia antifascista nel nostro Paese.
Il primo marzo i componenti dell’assemblea si ritroveranno in piazza contro la guerra e al fianco dei migranti in lotta per i loro diritti.
L’assemblea si aggiornerà il 15 marzo presso l’Asilo Filangieri per discutere e organizzare il percorso di mobilitazione per il 25 aprile.

 

Il precorso prosegue e ieri nel corso di una riunione si è meglio definito, programmando la prossima tappa: la giornata del 15 marzo. Questo il Comunicato venuto fuori dalla riunione:

Dopo la grande assemblea contro il fascismo e il razzismo del 27 febbraio al Maschio Angioino, che ha visto la partecipazione di circa 400 persone, di tante e variegate realtà associative, comitati, reti studentesche, sindacati etc, ci incontriamo di nuovo martedì 15 Marzo alle 17:00 all’ex Asilo Filangieri per organizzare il percorso di mobilitazione in vista del 25 Aprile.

Un percorso che ci veda impegnati in campagne di controinformazione, di inchiesta e di denuncia politica delle coperture istituzionali di cui godono i gruppetti di estrema destra.
Un percorso di iniziative e momenti collettivi che possa far vivere fra le masse della nostra città i temi dell’antifascismo, dell’antirazzismo, dell’antisessismo, del rifiuto della guerra.

Un percorso che ci porti il 25 Aprile a riempire la strade dei quartieri popolari delle nostra città, per fare avanzare un’idea di Liberazione. Liberazione dai gruppi xenofobi e dalle loro aggressioni compiute per attaccare la convivenza multietnica e l’attivismo sociale che c’è in questi quartieri. Ma anche Liberazione da tutte le forme di miseria e sfruttamento, dal lavoro nero, dalla disoccupazione, dalle camorre, dalle guerre e dagli eserciti di occupazione che non servono a nulla…

Vogliamo ribadire che chi fomenta l’odio per il diverso, chi indica nell’immigrato un nemico, chi difende l’ordine dominante, non deve avere alcuna agibilità. Ma non vogliamo solo difenderci, vogliamo avanzare, estirpare questi mali alla radice, costruire un’alternativa alla violenza, alla prevaricazione, alla miseria che ci circonda, cercando di aprire nuovi spazi di democrazia.
Per questo il 15 marzo proveremo anche a buttare giù un calendario cittadino di iniziative, in cui tutti possano riconoscersi e in cui tutte le sensibilità trovino posto. Perché insieme possiamo davvero costruire una forte mobilitazione, una Festa della Liberazione scevra da qualsiasi celebrazione retorica e in grado di portare avanti la lotta per la libertà, l’uguaglianza e la giustizia sociale nel nostro Paese.

DOVE Ci TROVEREMO: A Napoli, all’Ex Asilo Filangieri
vico Giuseppe Maffei 4 (una traversa di via San Gregorio Armeno)

www.exasilofilangieri.it

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13681571_napoliNon mi stupisce che Matteo Renzi un giorno parli del Sud dei piagnistei con toni da Salvini, e l’altro di un piano miracoloso che in breve risolverà quella “Questione meridionale” che già Mussolini aveva dichiarato definitivamente chiusa. Non è vero che la storia non abbia nulla da insegnare a nessuno. La verità è che spesso gli allievi sono scadenti.
Molti pensano che Salvini sia un’anomalia e che il razzismo fascista fu il prezzo pagato all’alleanza col Reich di Adolf Hitler, ma non è andata precisamente così. Per lo più, i settentrionali che ebbero ruoli di primo piano nel processo di unificazione nazionale nutrirono un autentico disprezzo per la gente del Sud; per Ricasoli, i meridionali erano “un lascito della barbarie alla civiltà del secolo XIX”; buona parte della stampa piemontese dell’epoca li definiva figli di una terra “da spopolare” e c’era persino chi propose di mandarne gli abitanti “in Africa a farsi civili”. Una razza inferiore, insomma, da educare col bastone. “Qui stiamo in un Paese di selvaggi e di beduini”, affermò il deputato Vito De Bellis e, di rincalzo, Carlo Luigi Farini, luogotenente del re nelle terre del Sud e, di lì a poco, Presidente del Consiglio, nel dicembre 1860, dimenticata la “passione unitaria“, non esitò a scrivere a Minghetti: “Napoli è tutto: la provincia non ha popoli, ha mandrie […]. Con questa materia che cosa vuoi costruire? E per Dio ci soverchian di numero nei parlamenti, se non stiamo bene uniti a settentrione“.
Partiti da queste convinzioni, i galantuomini della Destra storica produssero infamie come la Legge Pica, i villaggi bruciati assieme agli abitanti, i processi sommari, le fucilazioni senza processo, le deportazioni e il carcere a vita. Un fiume di sangue che battezzò la “nazione unita” prima del macello di proletari che alcuni chiamano “Grande Guerra”.
In realtà, un filo rosso lega tra loro gli eventi della storia e dietro il razzismo c’erano e ci sono ceti dirigenti, interessi di classe e la ricerca di un alibi per la feroce difesa di privilegi. In questo senso, non basta ricordare che il 5 agosto del 1938 il fascismo scoprì la superiorità della “razza italiana” e mise mano alle leggi razziali. Occorrerebbe aggiungere un dato particolarmente significativo, sul quale, invece, si preferisce tacere: Businco, Franzi, Landra, Savorgnan e tutti gli altri “scienziati” che compaiono come autori o sostenitori del Manifesto della razza, conservarono la cattedra dopo il fascismo; qualcuno fece addirittura una brillante carriera e tutti continuarono a “formare” le giovani generazioni.
Buona parte di ciò che accade oggi ha profonde radici in un passato con il quale non abbiamo mai fatto seriamente i conti. Il giornale che pubblicò il famigerato “Manifesto” del 1938 – “La difesa della razza” – ebbe come segretario di redazione un equivoco personaggio, che alcuni anni fa Giorgio Napolitano, presidente della “Repubblica nata dall’antifascismo”, volle commemorare in Parlamento: il fascista Giorgio Almirante, futuro capo di gabinetto del ministro Mezzasoma a Salò, nella tragica farsa passata alla storia col nome di “Repubblica Sociale”. Un uomo, per intenderci, coinvolto successivamente in oscuri rapporti con bombaroli neofascisti, che sfuggì al processo, facendosi scudo dell’immunità parlamentare e sfruttando, infine, un’amnistia.
Un caso eccezionale? Assolutamente no. Caduto il fascismo, i camerati di Almirante pullulavano nei gangli vitali della Repubblica “antifascista” e non fu certo un caso se l’amnistia di Togliatti si applicò solo a 153 partigiani e salvò 7106 fascisti. Magistrati, Prefetti e Questori avevano fatto tutti carriera nell’Italia di Mussolini e nel 1955, quando si giunse a tirare le somme, i numeri erano agghiaccianti: 2474 partigiani fermati, 2189 processati e 1007 condannati. Quanti finirono in manicomio giudiziario non è dato sapere, ma non ci sono dubbi: ce ne furono tanti.
In quegli anni cruciali trova le sue radici la sottocultura che ispira la linea “politica” di Salvini. Anni in cui la scuola di polizia fu affidata alla direzione tecnica di Guido Leto, capo dell’Ovra prima di Piazzale Loreto, e Gaetano Azzariti, che aveva guidato il Tribunale fascista della razza, prima collaborò con il Guardasigilli Togliatti, poi fu nominato giudice della Corte Costituzionale, di cui, nel 1957, divenne il secondo Presidente, dopo la breve parentesi di De Nicola. Confermato il Codice Penale del fascista Rocco, Azzariti, ex fascista, fu incredibile relatore sulla competenza della Consulta a valutare la costituzionalità delle leggi vigenti prima della Costituzione repubblicana.
Di lì a qualche anno, nel dicembre del 1969, quando Pino Pinelli volò dal quarto piano della Questura di Milano, essa – è inutile dirlo – era affidata a un fascista, quel Marcello Guida che a Ventotene era stato carceriere di Pertini, Terracini e dello stato maggiore dell’antifascismo. E’ questo il mondo dal quale, senza che probabilmente se ne renda conto, proviene la concezione della politica che esprime Renzi. Il mondo che, dal 1948 al 1950, secondo i dati inoppugnabili di una legge varata nel 1968, creò 15.000 perseguitati politici, condannati a 27.735 anni di carcere dai giudici che la repubblica aveva ereditato dal fascismo. In proporzione, molto peggio di quanto fecero in vent’anni Mussolini e i suoi.
C’è un dato ancora che va ricordato: a partire da settembre, grazie alla riforma della scuola, su questa realtà cadrà una pietra tombale e chi vorrà insegnare la storia nelle nostre scuole dovrà fare i conti col rischio del licenziamento. Diciamolo chiaro: siamo ben oltre il livello di guardia.

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