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Archive for ottobre 2019

OLYMPUS DIGITAL CAMERANel Dialogo sopra i due massimi sistemi, Galilei affida alle discussioni di tre personaggi – Sagredo Salviati e Simplicio – il compito di presentare le argomentazioni relative al sistema copernicano e a quello tolemaico. E’ Sagredo e ricordare l’atteggiamento tenuto da un fanatico aristotelico in casa di un noto anatomista veneziano, punto di riferimento per gli studiosi interessati alla materia, che vi si recavano per osservare sezioni di cadaveri. Quando Salviati, incuriosito, gli chiede di raccontare la vicenda, Sagredo non si fa pregare e il suo breve racconto è un’immortale lezione sui rischi legati all’integralismo.
Quel giorno, ricorda Sagredo, il medico anatomista si preoccupò soprattutto di mostrare da dove traessero origine i nervi nel corpo dell’uomo. E poiché era presente un ascoltatore di formazione aristotelica, il dottore ci tenne a sezionare il cadavere seguendo il percorso dei nervi; un percorso che emerse dal bisturi così chiaro, da non lasciare spazio a dubbi: i nervi provenivano dal cervello, si allungavano per la spina dorsale e di lì giungevano al cuore.
L’aristotelico, posto di fronte alla verità dei fatti, tacque per un po’, come riflettendo, poi rispose al dottore con voce ferma che, se Aristotele non avesse sostenuto che i nervi nascono dal cuore, avrebbe certamente creduto nella verità di quanto l’anatomista gli aveva mostrato.
Oggi il nuovo aristotelismo è il neoliberismo. Ha la sua bibbia, le sue verità assolute e indiscutibili e conta su sacerdoti più pericolosi dei folli aristotelici. Ogni giorno, l’anatomista seziona il cadavere di una società decomposta e i dati sono inconfutabili, come quelli mostrati dal medico veneziano ai tempi di Galilei: ne viene fuori con inconfutabile evidenza la feroce teologia del mito neoliberista. A partite dagli anni Settanta, dal trionfo della fede propagandata dai profeti Friedrich August von Hayek, Milton Friedman e José Piñera Echenique, i più nuovi e più convinti aristotelici sono gli uomini di una sedicente sinistra che, abiurato il marxismo, si è convertita alla religione della Scuola di Chigago.
Da decenni il neoliberismo guida la marcia progressiva dell’ineguaglianza sociale; giorno dopo giorno, a partire dagli anni Settanta, l’economia registra sistematicamente due dati che crescono in misura uguale e contraria: la povertà del 99 % della popolazione mondiale e la ricchezza del rimanente 1 %. Invano l’anatomista dimostra che è l’andamento costante della crescita della diseguaglianza, ad arricchire una fascia ristretta della popolazione mentre impoverisce in maniera schiacciante la maggioranza. Questo andamento della vita sociale non nasce da una legge naturale, ma è l’esito terribile del modello “di sviluppo” neoliberista e della finanziarizzazione dell’economia ad esso connessa. I sacerdoti della bibbia liberista vedono che le cose vanno così ma rispondono come l’antico tomista: sarebbe vero, se la religione neoliberista non dicesse che è falso.
Quanto tempo durerà questo inverno della ragione è difficile dire. Nel corso della vicenda storica la crescita della miseria ha sistematicamente chiuso le vie della politica, aprendo la porta a soluzioni rivoluzionarie, che hanno avuto sempre una caratteristica molto pericolosa per i ceti dominanti: quella di apparire irrealizzabile.
La Resistenza dei popoli è invisibile per la cecità dell’ordine costituito, ma se diventa rivoluzione, gira la pagina della storia. Porti o meno giustizia sociale, è la solo, inevitabile risposta alla violenza intollerabile del potere.

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marcella.jpgDa laletteraturaenoi diretto da Romano Luperini

28 Ottobre 2019
Ripubblichiamo il nostro manifesto per la scuola con, in calce, l’elenco dei primi sottoscrittori. Invitiamo i nostri lettori a firmarlo e a farlo firmare a questo indirizzo: https://sites.google.com/view/manifestoperlascuola/home

I. La Scuola e lo stato presente delle cose
Chi insegna non può svolgere il suo lavoro senza porsi, in ogni proprio singolo atto educativo, domande oneste e profonde circa lo stato presente delle cose. La cosiddetta “complessità” del mondo globale non può più essere il pretesto per rimuovere queste domande, pena la superficialità o il cinismo nella pratica didattica. Un filosofo del diritto (Luigi Ferrajoli) ha usato efficacemente il concetto di “crimini di sistema” per dare un nome ai contenuti di questa rimozione: le leggi e le pratiche adottate in Italia, come in molti altri paesi, contro l’immigrazione clandestina – dice – sono responsabili del silenzioso massacro prodotto dai respingimenti alle frontiere. Lo stesso può dirsi per i milioni di morti per fame, sete e per devastazione ambientale: non si tratta di inevitabili catastrofi naturali ma di esodi e di omissioni di soccorso imputabili ai poteri selvaggi dei mercati. Senza la stigmatizzazione di questi crimini di sistema e l’attivazione nel dibattito pubblico di proposte dirette a impedirli non può più maturare il fondamento civile e culturale di ogni educazione. (cfr. L. Ferrajoli, Crimini di sistema, in L’ospite ingrato).

II. Il governo Salvini: una parentesi?
In questa situazione sarebbe sbagliato pensare che i 14 mesi di “salvinismo” imperante rappresentino una eccezione, un caso destinato a restare senza sviluppi ulteriori. Il fenomeno è più serio e più grave di un casuale incidente di percorso. È un monito e un annuncio di quanto può accaderci in un futuro non lontano.

 III. Contro la legittimazione della disparità
Anche per la cultura sarebbe “finita la pacchia”, come ha affermato l’ex ministro della polizia nel candidarsi a nuovo “capo” degli italiani. Con ciò viene proclamata in corso di dismissione la garanzia dei diritti elementari e per tutti. Alcuni grandi e piccoli sintomi, nei territori, sembrano variamente provarlo: espulsione di bambini “stranieri” dalle classi e dalle mense delle scuole, rimozione di panchine dai centri storici per non far riposare gli “stranieri”, estendersi delle violenze contro le donne e riesumazione delle crociate a favore della “Famiglia”, tagli di fondi a associazioni culturali impegnate nel mutualismo e nell’accoglienza perché “troppo di nicchia”, messa al bando di libri dalle biblioteche comunali perché gli autori hanno idee politicamente o sessualmente sgradite, scrittori insultati dai rappresentanti dello Stato perché “professoroni”. La legittimazione pop del privilegio e della disparità, l’allergia al pensiero critico e la colpevolizzazione della povertà sono veleni che si respirano ogni giorno e a ogni livello del corpo sociale: si traducono, come già è accaduto, nel razzismo e nella guerra tra poveri.

IV. La regionalizzazione e l’autonomia differenziata
Emblema dello stato attuale della cultura e dell’educazione è la “regionalizzazione”, di cui si sta molto discutendo in questi ultimi mesi. Comunque evolva tale discussione, essa di per sé è oltremodo significativa delle tendenze in atto. Si tratta della differenziazione su base economica tra scuole e atenei nell’orbita di tessuti produttivi avanzati, e quelli localizzati in un’economia più debole: l’“autonomia differenziata” esalta e legittima le disparità sia sul territorio nazionale che all’interno di una stessa regione. È il rovesciamento dei principi di uguaglianza e di emancipazione economica a cui è ispirata la costituzione repubblicana: il più grave dopo l’introduzione bipartisan del pareggio di bilancio, che l’ha sfigurata. Con la regionalizzazione, il diritto allo studio, gli indirizzi disciplinari, i criteri di reclutamento dei docenti e la loro retribuzione, dipenderebbero sia dalla “ricchezza” delle regioni che dagli indirizzi politici che le stesse vorranno darvi. Non è detto infatti che a regioni ricche corrisponda un diritto allo studio più efficiente e “universalistico” quanto, piuttosto, l’accentuazione di un modello “ordoliberale” già incentivato nei nostri atenei e nelle attuali parole d’ordine egemoni della formazione: internazionalizzazione, competenze, eccellenza, innovazione.

 V. La negazione delle garanzie e dei principi
Il sovvertimento delle garanzie e dei principi su cui si fondava il compito educativo dell’istruzione pubblica è anch’esso, come il pareggio di bilancio, di natura bipartisan: è infatti condiviso da tutte le parti apparentemente in contrasto sulla scena politica italiana. Tutte le principali forze politiche concordano su alcune idee inerenti il futuro della formazione. Per sanare i “problemi di sempre” bisognerebbe mettere in pratica le ricette che le riforme dell’ultimo ventennio hanno varato: l’autonomia, le indicazioni nazionali, la valutazione di sistema. Bisognerebbe insomma, si dice, far uscire la scuola dalla sua “comoda autoreferenzialità”, integrare “innovazione” e “umanesimo”, abbattere il muro che la separa dal mondo dell’economia. Questo invito a ‘modernizzarsi’ in fretta e a disfarsi di inibizioni e pregiudizi, così come la richiesta di smetterla con la contesa tra i depositari della «scuola della Costituzione» e i fautori “della cosiddetta deriva aziendalista”, è la base retorica del discorso attualmente egemone sulla scuola. L’ “allineamento” fra educazione e mercato è inverato nelle bozze sulla regionalizzazione (la “secessione dei ricchi”): dove l’adeguamento “integrato” dell’offerta formativa al mercato si concreta nei finanziamenti delle regioni “virtuose” a nuovi corsi di laurea basati sulle “esigenze espresse dal contesto economico e produttivo”.

VI. Per una Scuola contro l’ideologia egemone
Oggi è ancora possibile, tuttavia, parlare di scuola con un altro lessico, non subalterno all’ideologia egemone. È possibile ricordare che la razionalizzazione del mondo ha escluso, nei due secoli che ci stanno alle spalle, i subalterni, i proletari, i colonizzati, le donne. Va detto che l’ideologia dominante con cui oggi viene pensata la scuola (vale a dire il collegamento integrato fra saperi tecnico-scientifici e lavoro) non è solo ottusamente tecnocratica, è anche immemore del legame che da secoli esiste tra razionalizzazione del mondo e sfruttamento, che può giungere a casi estremi come, al presente, i “crimini di sistema” planetari (desertificazione, riscaldamento del pianeta ecc.). D’altronde, come si sa, civilizzazione e barbarie coesistono in una unità problematica.

VII. Le tecnologie pedagogiche

È il momento di ricordare che i poteri, in una democrazia autentica, si possono sottoporre a verifica a partire dai luoghi di elaborazione e di trasmissione dei saperi. Chiunque abbia avuto a che fare con le “tecnologie pedagogiche” così come sono state parcellizzate nella formazione dei nuovi docenti, sa bene che esse non sono neutrali né innocenti ma sono viceversa – a partire dai concetti-termini prevalenti – ispirate a una sola ideologia: congelano il processo di apprendimento in una neolingua di pseudoconcetti e slogan (Imparare facendo! Passare dalle conoscenze alle esperienze alle competenze!). Semplificano e azzerano le ricerche dei migliori insegnanti e i tentativi di vitalizzare in senso critico il concetto di competenza. Agiscono prevedendo un consenso totale da parte dei docenti, in apparenza in forza del “fare” neutrale, moderno e concreto, ma in profondità in forza della medesima ideologia che pretende, tautologicamente, il mercato come la sola forma di organizzazione infra-umana, l’individuo da formare come un imprenditore di se stesso e i diritti come inscindibilmente conseguenti alle libertà di mercato. La legge 107 del 2015 ha imposto una scuola che riconosce il suo modello nell’azienda, esattamente come è accaduto all’Università, nel 2010, con la Legge 240. Eccellenza, valutazione e competenza è la triade concettuale, automatica e ideologica, che consegue al nuovo modello di apprendimento, comune a scuola e a università. 

VIII. La marginalizzazione dei docenti
Il governo Salvini-Conte ha ricevuto il proprio confuso consenso anche dalle frustrazioni che questa ideologia ha lungamente disseminato nel corpo sociale. Non c’è infatti soluzione di continuità tra questa visione del mondo egemone e i richiami all’identità locale, alla famiglia naturale, al ‘prima gli italiani’, che di quella rappresentano il rovescio e il rimosso. In modo analogo, diversi studenti oggi vedono con simpatia le destre fasciste e razziste perché sembrano sfuggire al linguaggio dominante, quello normativo e sedicente oggettivo della scuola-azienda, privo di verità e di futuro, che predica pari opportunità e diritti individuali senza mai mettere in discussione i rapporti di proprietà e di dominio (la “dignità sociale” dell’articolo 3 della Costituzione). Si può capire così perché il governo da poco decaduto non abbia avuto “in agenda” la scuola e abbia disattivato la formazione dei docenti: ha dato infatti per scontato che il processo sia già avvenuto e che la scuola e la formazione si siano già collegate ‘finalmente’ a uno dei mondi produttivi esterni all’aula: o meglio, a uno solo, quello raccontato e disegnato dal pensiero unico neoliberale. Senza questo lavoro di smascheramento dell’ideologia dominante, i docenti, sempre più disorientati dalla perdita di legittimità dell’insegnamento, non potranno che rassegnarsi alla rinuncia di essere persone colte necessarie in un processo collettivo di rielaborazione critica dei saperi (da ogni parte avvertito non più legittimo) e non potranno che ridursi a collaborare a una propria legittimazione come riproduttori di schemi semplificati e preconfezionati.

IX. La presa in carico di un nuovo mandato
Ai docenti il mandato educativo in quanto funzione è stato ormai revocato: il loro solo ruolo riconosciuto dal senso comune – quello in base al quale possono ottenere senza vergogne sociali un salario – è di preparare il capitale umano di cui le imprese necessitano. I giovani tuttavia sono ancora capaci di mobilitazioni straordinarie intorno ai temi del disastro ambientale, del razzismo, del sessismo, questioni che implicano una critica radicale ai “poteri selvaggi dei mercati”: come quella (subito normalizzata o cooptata) che ha riempito le piazze di tutto il mondo contro il cambiamento climatico e sui “Fridays For Future”. L’esperienza interpretativa (il dialogo critico sui contenuti, sui testi, sulla storia) è, in classe, una delle ultime occasioni istituzionali per un’ipotesi che il pensiero dominante non condivide: che l’essere è l’essere sociale e che è preferibile la gestione collettiva delle contraddizioni, che è meglio ciò che unisce e rende uguali di ciò che divide e fomenta sopraffazione e diseguaglianza. Per questo, quell’esperienza va praticata in quanti più luoghi educativi sia possibile, controcorrente rispetto alle disposizioni e ai linguaggi non neutrali delle istituzioni formative medesime.

X. Per una mobilitazione permanente da parte del mondo della Scuola
In questa situazione gli insegnanti si trovano di fatto costretti, ne siano coscienti o meno, a scegliere fra uniformarsi alle direttive che provengono dal sistema economico e dalla logica aziendale o restare fedeli alle norme della nostra Costituzione. Questa infatti pone come fine della scuola una educazione democratica che accresca il livello culturale dei giovani e contribuisca a rimuovere i dislivelli che minano la eguaglianza dei cittadini. In una scuola dello Stato italiano compito di un insegnante è, nel contempo, la istruzione pubblica (e non l’avviamento alla produzione o alla imprenditorialità, magari di se stessi) e la formazione democratica dei giovani secondo i principi e lo spirito della nostra Costituzione. Tanto più oggi quando grandi questioni internazionali sono anche grandi questioni culturali ed educative. Pensiamo in primo luogo alla emigrazione (sia quella che cerca salvezza e lavoro nei nostri confini, sia quella dei nostri studenti sempre più costretti a trovare impiego all’estero). La questione dell’emigrazione è, e sembra destinata a rimanere per molto tempo, dominante in questo nuovo secolo. Essa, infatti, costituisce un terreno fondamentale di lotta non solo politica ma anche (e per certi versi soprattutto) culturale perché pone, già nella vita concreta e quotidiana delle nostre classi, questioni decisive e discriminanti (il rispetto dell’altro, il rifiuto del razzismo, la solidarietà fra gli uomini indipendentemente dalla nazionalità e dal colore della pelle). Solo la scuola pubblica, che è e deve essere scuola di tutti, può chiarirle ai giovani, e anche per questo va difesa dall’imperialismo economico come dal dogmatismo ideologico o religioso. Solo la scuola pubblica può far crescere nei giovani una coscienza democratica, insegnando l’importanza del dialogo, l’assunzione di responsabilità nel praticarlo, il coraggio e la responsabilità nella interpretazione della storia civile e culturale del mondo in cui viviamo. Sappiamo quanto sia difficile questa lotta. Ogni giorno, spesso quasi alla chetichella, entrano nelle nostre classi idee e progetti che tendono a snaturare il nostro insegnamento. Solo la pazienza e la costanza della maggior parte dei nostri colleghi ci hanno sinora in parte protetto, ma il peggioramento della situazione è sotto gli occhi di tutti e richiede una mobilitazione permanente di autodifesa da parte del mondo della scuola.

***

  1. Tomaso Montanari, Università per Stranieri di Siena
  2. Giulio Ferroni, Università degli Studi di Roma 1
  3. Raul Mordenti, Università degli studi di Roma 2, Circolo Walter Benjamin
  4. Mario Ambel, già docente scuola secondaria, direttore di “Insegnare” rivista del CIDI
  5. Cristina Lavinio, Università di Cagliari
  6. Giorgio Ficara, Università di Torino
  7. Annagrazia D’Oria, direttrice della rivista “L’immaginazione”
  8. Piero Manni, direttore casa editrice Manni
  9. Francesco Marola, Assur – scuola università ricerca
  10. Federico Bertoni, Università di Bologna, Presidente dell’ Associazione di Teoria e Storia Comparata della Letteratura
  11. Mino Conte, Università di Padova
  12. Riccardo Castellana, Università di Siena
  13. Giuseppe Bonifacino, Università degli studi di Bari
  14. Anna Maria Palmieri, docente e Assessore alla scuola e all’istruzione del Comune di Napoli
  15. Andrea Manganaro, Università di Catania
  16. Felice Rappazzo, Università di Catania
  17. Francesca Fedi, Università di Pisa
  18. Duccio Tongiorgi, Università di Genova
  19. Mario Fiorentini, Università di Trieste
  20. Michele Carducci, Università del Salento
  21. Giuseppe Saponaro, Pontificio Ateneo Antonianum, Roma, Officina dei Saperi
  22. Giuseppe Corlito, psichiatra, presidente ANPI Grosseto
  23. Felice Piemontese, giornalista e scrittore
  24. Piero Bevilacqua, storico, Sapienza Università di Roma / Officina dei saperi
  25. Lucinia Speciale, Università del Salento
  26. Giuseppe Aragno, storico
  27. Rosaria Sardo, Università di Catania
  28. Tiziana Drago, Università di Bari
  29. Angela Drago, Università di Bari
  30. Rossella Latempa, docente scuola secondaria, prima firmataria dell’Appello per la Scuola pubblica
  31. Alfonso Gambardella, già dirigente scolastico
  32. Francesco Trane, pensionato, ex comandante pilota civile
  33. Daniela Poli, Università di Firenze
  34. Roberto Scognamillo, docente scuola secondaria
  35. Gianni Vacchelli, docente scuola secondaria, primo firmatario dell’Appello per la scuola pubblica
  36. Franco Novelli, già docente scuola secondaria
  37. Stefano Dal Bianco, Università di Siena
  38. Rosario Paone, docente scuola secondaria
  39. Mimmo Cangiano, The Hebrew University of Jerusalem
  40. Giovanni Carosotti, docente scuola secondaria, primo firmatario dell’Appello per la scuola pubblica
  41. Anna Angelucci, docente scuola secondaria, Circolo Walter Benjamin, Università Tor Vergata Roma, presidente dell’Associazione “Per la scuola della Repubblica”
  42. Luigi Matt, Università di Sassari
  43. Chiara Fenoglio, Università di Torino
  44. Roberta Olmastroni, docente scuola secondaria
  45. Piero Totaro, grecista Università di Bari / Officina dei saperi
  46. Enzo Scandurra, urbanista Sapienza Università di Roma / Officina dei saperi
  47. Alberto Ziparo, urbanista Università di Firenze / Officina dei saperi
  48. Paolo Favilli, storico Università di Genova / Officina dei saperi
  49. Rossano Pazzagli, storico Università del Molise / Officina dei saperi
  50. Tonino Perna, economista e sociologo, Università degli studi di Messina / Officina dei saperi
  51. Dino Vitale, già preside Liceo Galluppi Catanzaro / Officina dei saperi
  52. Sabiana Brugnolini, docente scuola secondaria

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downloadDenunciando la vergognosa congiura, Alessio Gemma, ottima firma di “Repubblica”, è di una chiarezza olimpica e capisci chi sta bloccando il Consiglio Comunale di Napoli e perché lo fa.
Anzitutto i “clan”: “Sono gli eletti dei gruppi Agorà, Verdi e Riformisti democratici”. Subito dopo i motivi: “De Magistris non li coinvolge nella Giunta”. Seguono i numeri e le possibili conseguenze: “tre gruppi che sommano sette consiglieri: senza il loro voto la maggioranza in consiglio non esiste più”.
Che vogliono? “Mandare a casa l’ex pm” così “votiamo a maggio insieme alle regionali”. Come raggiungere l’obiettivo? Non presentarsi al consiglio Comunale.
Stefano Buono, dei Verdi, è chiarissimo: “Lo logoriamo, dopo una settimana si arrende. È finito…”. Ciro Langella di Agorà, non ha dubbi: “Tutti noi abbiamo i voti per essere eletti un’altra volta”. Non lo dice, ma l’intento è chiaro: li offriremo a chi ci darà ciò che De Magistris non vuole darci. Uno scambio, insomma, dopo qualcosa che fa pensare a un tentativo di estorsione. Il verde Marco Gaudini non ha già fatto i conti: “se facciamo questa operazione, prendiamo ancora più voti”.
Tu pensi a un ricatto ma per i congiurati si tratta di una “operazione”.  Il “do ut des” lo chiarisce poi Carmine Sgambati, anche lui di Agorà: “Gli assessori li decidiamo noi, altrimenti arrivederci e grazie…”. Più pratico, Gabriele Mundo (Riformisti democratici), fissa il valore del dare e dell’avere: “Se mi vuoi dare Asia, devo mettere il presidente e due consiglieri”.
Ad evitare querele, Repubblica offre ai lettori la sconsolante registrazione di una riunione dei capiclan, che vale la pena di riportare. Prima però una considerazione. E’ evidente: non siamo di fronte a Bruto e Cassio che si accingono ad accoltellare Cesare, avendo l’intento nobile di salvare la Repubblica dalla dittatura. Qui si tratta solo di capi di gruppi organizzati che utilizzano la politica a fini squisitamente personali. De Magistris insomma è finito nel mirino perché si rifiuta di cedere a un ricatto, che non colpisce lui, ma la città. Non mi intendo di leggi, ma mi sorge il dubbio fondato che in questa sporca faccenda ci sia qualcosa che interessi da vicino la Magistratura.
Ecco il video di “Repubblica”. Sarei tentato di definirlo “corpo del reato”:

https://video.repubblica.it/edizione/napoli/napoli-rimpasto-in-comune-ecco-l-audio-segreto-del-patto-contro-il-sindaco-lo-logoriamo-e-votiamo-a-maggio/346619/347202

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191008_slide_800x476-395x237Su “Zapruder” una sintetica, ma bella recensione di Gino Candreva al mio libro sulle Quattro Giornate.

Giuseppe Aragno, Le quattro giornate di Napoli. Storie di antifascisti, Napoli, Intra Moenia, 2017, pp. 344, euro 18,00

In Europa, il primo quartiere a insorgere contro il fascismo, nel settembre del 1943, fu il quartiere Ponticelli di Napoli. Un storia, quella dell’insurrezione napoletana, che spesso è stata rubricata come impeto popolare e ribellione apolitica. Giuseppe Aragno intende sottrarre la narrazione dell’evento, che dal 27 al 30 settembre del 1943 riuscì a sconfiggere e cacciare i tedeschi dalla città partenopea, alla vulgata che parla solo di esplosione spontanea di un popolo eroico quanto spoliticizzato, utilizzando, nel caso della rivolta napoletana, come chiave di lettura gli stereotipi che accompagnano la storia di Napoli: “sanfedismo alla rovescia”, rivolta di scugnizzi e popolani senza coscienza. Come se fosse una rivolta senza nomi e senza storie.
Questi volti e storie mira invece a riconsegnare il saggio, documentatissimo frutto di una ricerca che l’autore persegue da anni e che ha trovato espressione in Antifascismo popolare, del 2009 e Antifascismo e potere. Storia di storie, del 2012. Volti e storie, dunque, restituiti al loro ruolo di antifascisti coscienti. Il testo non costituisce quindi solo la narrazione delle quattro giornate, sono assenti le battaglie e gli scontri di strada, ma ci racconta anche di cosa fosse l’antifascismo sotterraneo, quali istanze incrociasse. E’ impossibile, nel breve spazio di una recensione, ricostruire nel dettaglio l’immenso lavoro di Aragno, che analizza con dovizia di particolari l’intero spettro delle posizioni dell’antifascismo e, in appendice, riporta la biografia di circa 400 antifascisti napoletani.
L’antifascismo napoletano risale già all’opposizione alla Prima guerra mondiale, “sanguinoso sacrario dei valori fascisti”, per trovare una concretizzazione nella semiclandestinità durante gli anni del regime e una saldatura con la Guerra civile spagnola: dai campi di battaglia spagnoli provengono decine di napoletani e campani che parteciparono poi alla Resistenza.
Ma chi sono questi uomini e donne che parteciparono alla liberazione di Napoli? Di quale provenienza politica? Il ventaglio è ampio, e comprende praticamente tutti i partiti antifascisti e non solo: si va dai liberali agli anarchici, passando per i militanti del Pdci, i socialisti, i trotskisti, protagonisti di un’opposizione silenziosa che ha attraversato e a volte sfidato la repressione fascista: si tratta di una “resistenza carsica” (alla quale è dedicato un intero capitolo) finora quasi ignorata dalla storiografia. Storiografia che ha passato sotto silenzio anche lo straordinario ruolo delle donne e dei bambini resistenti, che invece ritrovano il loro posto nel libro di Aragno. Dal primo settembre, si realizza anche la spaccatura nel fascismo partenopeo: fascisti delusi, che non aderirono alla Repubblica di Salò, ma imbracciarono le armi contro il nazista occupante. Ma ci sono anche doppiogiochisti e spie fasciste, che, dopo aver tradito i compagni, passano alla Resistenza.
La resistenza napoletana però non termina con il primo ottobre: un gruppo di resistenti continua la caccia ai fascisti incontrando la repressione dei carabinieri, ex fascisti passati con il Regno del sud, mentre altri partecipanti alla rivolta raggiungeranno le bande partigiane.
Cacciato il fascismo con le armi, la restaurazione postfascista si riprende la rivincita in seguito all’amnistia Togliatti: oltre settemila ex fascisti vengono amnistiati dal Guardasigilli, che ritrovano la loro collocazione nell’apparato repressivo della Repubblica, nella magistratura e nella polizia, stavolta a perseguitare i comunisti e gli ex partigiani. Conclude Aragno: “Chi voglia capire le ragioni per cui l’Italia non si è data una legge sulla tortura, e perché i poliziotti nelle piazze non portano un numero identificativo, deve tornare a questi anni, agli anni in cui poliziotti fascisti, in piena legalità formale, arrestano i partigiani per le azioni di guerra compiute”.

Gino Candreva, “Zapruder”, n. 49, maggio-agosto 2019

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censuraDue domande, prima di riportare i fatti gravissimi che accadono sotto i nostri occhi, così come in estrema sintesi li espone Viola Carofalo.
C’è stat
o per caso un golpe e non ce ne siamo accorti?

E’ stata cancellata con la forza la nostra Costituzione?

Voi mi direte che sono domande assurde, che tutto procede come dovrebbe, ma io penso che non sia così e mi domando se in Italia abbiamo ancora il diritto di manifestare liberamente il nostro pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione o dobbiamo prima adeguarci ai sedicenti standard di facebook, che non solo fanno a pugni con l’articolo 21 della nostra Costituzione, ma ignorano lo spirito che l’anima e tutti i suoi principi fondamentali.
Quel diritto noi l’abbiamo conquistato combattendo contro una dittatura e l’abbiamo pagato col sangue dei nostri partigiani. Proibendo a chi ne fa uso di schierarsi contro Erdogan e censurando tutti coloro che non si allineano alla sua posizione, Facebook viola le nostre leggi e non può operare nel nostro Paese. Il problema per la democrazia non sono gli scritti degli utenti, il problema è Facebook che deve adeguare i suoi standard alla nostra Costituzione o fare le valigie e andare via.
Ciò detto ecco quanto scrive Viola Carofalo:

Proprio così, ci hanno bloccato.
La pagina fb dell’Ex OPG “Je so’ pazzo” è stata oscurata a causa dei post di solidarietà al popolo curdo. Una pagina con 126.000 follower. Qui sotto i link per continuare a seguirci. Ovviamente anche su FB, su Potere al Popolo nazionale e locale. Vi chiediamo di far girare le info perché al momento non sappiamo se torneremo online…

Alle 13 si terrà a Roma una conferenza stampa dei media Contropiano.org, InfoAut Globalproject.info oscurati per lo stesso motivo e poi tornati on line: speriamo che facciano sentire anche la nostra voce e che queste denuncia pubblica serva a inibire altre azioni di Facebook!

 SITO                 www.jesopazzo.org
INSTAGRAM   https://www.instagram.com/exopgjesopazzo/
TWITTER        https://twitter.com/ExOpgJesopazzo
MAIL              exopgoccupato@gmail.com
TELEGRAM   https://t.me/ExOpgJeSoPazzo”.

 

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download (1)La Guardia di Finanza torinese non sa, o finge di non sapere, che l’Italia, prima in Europa per evasione fiscale dell’Iva, galleggia in un mare di contante sporco, figlio di un’evasione da record e di una corruzione che non pare avere limiti.
Convinte evidentemente che Torino sia un’isola felice, le fiamme gialle accampate all’ombra della Mole Antonelliana non si sono accorte che siamo a livelli d’eccellenza nel campo delle frodi comunitarie: sei contratti con frode ogni 10. E’ vero, negli ultimi anni la Guardia di Finanza ha eseguito 12.838 controlli, ma il quadro che ne emerso è desolante: sul totale dei controlli effettuati, 6 contratti su dieci contenevano frodi. Il peggio è che il Senato ha ritenuto che sì, quei controlli qualche effetto l’hanno avuto, ma sono statti insoddisfacenti: esistono, si legge in un rapporto, possibilità di effettuare interventi più tempestivi per bloccare le erogazioni e recuperare i fondi in caso di criticità e malversazioni, ma questi interventi  sono mancati.
La situazione non cambia se si guarda all’usura. Dal rapporto Usura 2017 Confesercenti – Sos Impresa, emerge infatti un quadro desolante: non solo l’Italia è in mano agli strozzini, ma la crisi aiuta la crescita del fenomeno, perché – si legge nel rapporto – “durante la recessione, il mercato del credito illegale ‘a strozzo’ ha raggiunto un giro d’affari di circa 24 miliardi di euro, e coinvolge circa 200 mila imprenditori e professionisti del nostro Paese. Un dato in deciso aumento rispetto ai 20 miliardi stimati nel 2011, poco prima della crisi economico-istituzionale italiana, e che riflette l’aumento dei debiti medi contratti dagli usurati con gli strozzini, passati da 90 mila euro a circa 125 mila”.
In quanto al gioco d’azzardo e  ai suoi stretti contatti con la criminalità organizzata, la crescita della tendenza all’illegalità e all’evasione fiscale è sempre più evidente, mentre calano – Dio sa perché – il numero degli esercizi sospesi e l’importo delle sanzioni irrogate. Invano recentemente il direttore Giochi dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, Roberto Fanelli, ha individuato una priorità: contrastare il settore illecito che danneggia allo stesso tempo l’Erario i giocatori e la loro tutela.
C’è poi – ma a Torino nessuno se n’è accorto – la grave questione della tutela del patrimonio artistico e culturale. Sul tema, “Repubblica” è lapidaria : “L’Italia è il primo paese al mondo per furti d’arte: […] Il traffico di opere vale 9 miliardi di euro nel mondo, e solo nel nostro Paese si registrano 20 mila furti l’anno, 55 al giorno”.
Per la Guardia di Finanza di Torino questi dati sono evidentemente marginali. Come dimostra l’eroica impresa del 16 ottobre scorso, dopo lunghe riflessioni, i vertici delle fiamme gialle si sono convinti che il vero, il grande, grave e urgente problema del nostro Paese è costituito da quella banda di criminali notoriamente formata da docenti e personale ATA. Colpisci l’inesistente assenteismo abusivo degli operatori della scuola e farai carta straccia dell’evasione, delle frodi fiscali dell’usura e dei mille guai che rischiano di affondare il Paese.
Di qui la concentrazione di forze utilizzata per un allucinante blitz al liceo Gioberti. Con i docenti ispezionati e discreditati davanti agli studenti in nome di quei “Controlli anticorruzione”, che, effettuati nelle aule, davanti agli studenti, sono la panacea per tutti i mali.
A questo punto la domanda è d’obbligo: dopo il plateale blitz al Gioberti, non è il caso di chiedersi se i risultati disastrosi ottenuti in questi anni dalla Guardia di Finanza dipendano da una presenza fisica così evidentemente inutile, che di fatto equivale a un’assenza?

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downloadIncarcerando Nicoletta Dosio, come comanda il codice firmato dal fascista Rocco, la magistratura torinese sogna di mettere in gabbia un esempio e impedire a un un’idea di circolare. Tutti sanno invece, tranne il potere geneticamente ottuso, che non c’è galera capace di cancellare un esempio e fermare un’idea di libertà.
Mentre questa consapevolezza aiuterà Nicoletta a sopportare con forza e dignità l’eventuale carcerazione, diverrà sempre più chiaro che giudici, gabbie e provvedimenti restrittivi possono ottenere solo un inevitabile risultato: moltiplicare il suo esempio e rendere più che mai forte e inarrestabile la sua idea di libertà.

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