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Posts Tagged ‘Pci’

ricetta medica-3Non ho una ricetta perché non ho idee del tutto chiare, non conosco bene ciò che accade a telecamere spente e non amo schematizzare.
Fino alla rottura provocata da Salvini, avevo alcune certezze: la crisi economica era destinata a pesare in maniera sempre più dura sulle classi popolari e un governo chiaramente reazionario stava facendo a pezzi i Cinque Stelle e andava sempre più decisamente assumendo connotati neofascisti. Questo non mi meravigliava: il fascismo – quello vecchio o quello nuovo importa poco – è il regime del capitale finanziario. Nutrivo poi una convinzione: il PD di Minniti è un partito di destra con tentazioni autoritarie. Non un’opposizione alla Lega di Salvini, ma una possibile alternativa, più digeribile per quella parte di elettorato che ha radici lontane nella DC e nel PCI.
Avevo un’altra certezza: a livello internazionale la crisi economica sta accentuando tendenze nazionaliste e militariste, creando rischi di guerre, mettendo in scacco le sempre più deboli forze democratiche e trasformando la già gravissima situazione climatica in un disastro irrimediabile.
In questo contesto il compito di Potere al Popolo mi sembrava duplice: costruire tra la gente e nelle lotte un’alternativa di sinistra, dialogare – e se possibile collaborare – con tutto ciò che nella sinistra e nella società teme il neofascismo di Salvini e non si lascia ingannare dalla finta alternativa proposta da Zingaretti. Dissidenti dei Cinque Stelle compresi.
Che è cambiato davvero, ora che Salvini ha fatto cadere il governo?
Il campo internazionale è quello di prima. Nel nostro Paese. alla necessità di stare nelle lotte per costruire una alternativa reale di sinistra, si aggiunge quella di contrastare sul terreno elettorale le due destre e il pericoloso qualunquismo grillino. Mi chiedo se questo si possa fare più efficacemente andando da soli alla battaglia, o cercando convergenze là dove si rivelino possibili. Non abbiamo fatto così – e con buoni risultati – alle recenti amministrative?

classifiche

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Mi permetto sommessamente di consigliare la lettura di questo libro sulle 4 Giornate di Napoli a firma Giuseppe Aragno. Un lavoro che finalmente rende giustizia a una delle pagine più importanti e meravigliose della lotta partigiana al nazifascismo. Non una rivolta incolore o peggio “tricolore” di scugnizzi mossi solo dalla miseria come vuole la storiografia ufficiale (anche e soprattutto togliattiana), ma una insurrezione popolare guidata dai migliori quadri comunisti (che per lo più diedero poi vita alla scissione di Montesanto), anarchici e socialisti. Assieme a “Fedeli alla classe” di Francesco Giliani, sono i due migliori lavori su una pagina della storia del movimento operaio, quella della resistenza al sud, volutamente dimenticata o vilmente contraffatta dagli storiografi ufficiali di partito. Avvenimenti che se raccontati mettono in discussione uno degli argomenti più usati dai vertici del PCI dell’epoca per giustificare la propria scelta (imposta dagli accordi di Yalta) di non fare la rivoluzione e non portare il proletariato in armi al potere. Ovvero una fantomatica arretratezza politica del Sud rispetto al Nord.

Paolo Brini

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tesinaToto05Biagio De Giovanni è vecchio ormai, ma non è diventato saggio, come vuole l’antico adagio.
Comunista, ai tempi in cui il rosso si portava molto e i maldicenti sussurravano che rosse fossero anche le carriere di successo, ha tenuto ferma nel tempo un’idea di Napoli lombrosiana: plebea per vocazione. E’ questa l’unica posizione immutata della sua lunga e tutto sommato inutile vita di intellettuale prestato alla politica. Dopo il suicidio del PCI, De Giovanni ha militato nelle file progressiste, un’etichetta buona per un vuoto a perdere, è diventato anticomunista, lasciapassare obbligato per i salotti buoni, è passato ai socialisti liberali radicali e oggi dice la sua sulla stampa di Caltagirone.
Sono questi percorsi che hanno portato Valente all’abbraccio con Verdini. Percorsi in cui c’è un nodo mai sciolto: De Giovanni non s’è mai fatta un’idea precisa della democrazia e ha vissuto così a lungo nei palazzi del potere, che tanto è lucido al chiuso, quanto all’aperto confuso. E’ da questa confusione che nasce la sua lettura del voto a Napoli e il suo disprezzo per il consistente consenso ottenuto dal sindaco uscente. Per De Giovanni si tratta di una «degenerazione della democrazia recitata, un suo lato estremo, anche se il suo ceppo fa parte delle fisiologie della democrazia plebiscitaria che in molti luoghi fa sentire la sua presenza, ma a Napoli si è giunti a un punto limite».
Più che le parole scritte – che non esprimono opinioni, ma disprezzo per la decantata democrazia – qui fanno impressione le parole non dette. Impressiona l’ignoranza dei fatti, nel senso classico di chi sa ma non dice.  Il comunista socialista liberale e radicale parla di democrazia, ma tace sul Parlamento di nominati, da cui, guarda caso, proviene Valeria Valente. Un pugno negli occhi della democrazia. Tace di una legge elettorale che la Consulta definisce incostituzionale. E’ la legge che ci ha regalato tre governi illegittimi moralmente e politicamente, due Presidenti della Repubblica, uno dei quali eletto due volte, mandati al Campidoglio da sedicenti parlamentari, eletti illegalmente e la Costituzione scritta da Boschi. Anche su questo tace, De Giovanni, parlando di democrazia. Che eloquente silenzio!
De Giovanni sembra un marziano capitato per caso su un pianeta sconosciuto di cui non conosce la lingua. Questo spiega perché per lui a Napoli i «problemi reali non hanno più la parola per esprimersi, e vengono vissuti in un altro mondo, dove ognuno è isolato nella propria entropia. […] in città percorse da flussi d’opinione incontrollati, e Napoli ne è capofila». Per De Giovanni i problemi reali della gente che vota per scegliersi un sindaco non sono il bilancio che era dissestato e non lo è più, non è l’acqua pubblica salvata dalla speculazione, come ha deciso il popolo con un referendum, non sono la spazzatura che ci seppelliva e non c’è più, la diossina che uccide di meno, le scuole comunali salvate, il turismo rinato che porta soldi e produce lavoro, il fervore di iniziative economiche e culturali e la partecipazione popolare alla vita pubblica ch’era stata letteralmente uccisa ed è resuscitata. No. Per De Giovanni, Napoli è plebe istigata e il suo voto fa schifo.
Sarà un caso, ma come lui la pensano Goffredo Buccini e il Corriere della Sera che pubblicano un velenoso elogio di De Magistris «capace di sintonizzarsi – gli va dato atto – con le pulsioni più profonde d’una città dove la plebe non s’è mai trasformata compiutamente in popolo, dove la lotta sociale si fonde col sanfedismo da oltre due secoli».
Diciamo la verità. Noi abbiamo pazienza, ci fidiamo dell’intelligenza dei lettori, sorridiamo di queste analisi da Minculpop, però – senza tornare a Cirillo e Pagano che nel ’99 hanno fatto scuola di civiltà – una domanda ce la dobbiamo pur fare: ma Buccini e il Corsera lo sanno che queste tesi erano quelle di Farini all’alba dell’Unità d’Italia, quando a Torino si pensava che l’Africa cominciasse più o meno a Caserta? Lo sanno che il primo accordo tra la loro democrazia e la «nostra» camorra l’ha fatto il genovese Garibaldi? Lo sanno che il veleno che ci uccide l’hanno portato dalle nostre parti aziende settentrionali? Buccini e il Corsera si sono accorti che in Val Padana la loro «democrazia» liberale s’è chiamata Bava Beccaris e ha prodotto quelli che il napoletano Labriola chiamò gli spettri del ’98? Lo sanno che nel nord del Paese c’è una vandea che ci ha regalato il fascismo e Salvini?
Io conosco una plebe che si è mossa, è cresciuta, è diventata persino classe dirigente. Conosco un plebeo – si chiamava Salvatore Mauriello – che a nove anni faceva furti con destrezza e a venticinque parlava da pari a pari con i bolscevichi e dirigeva con Bordiga il partito che è stato poi di De Giovanni. Conosco una plebe politicizzata dagli anarchici nelle patrie galere e dispersa nelle isole del domicilio coatto dai democratici alla de Giovanni. Una plebe che negli anni settanta, ai quartieri spagnoli, impose il prezzo politico sugli alimenti, animò nelle periferie comitati per la scuola pubblica, lottò per il lavoro, ebbe una nobile concezione del mondo e della giustizia sociale e fu costretta alla lotta armata dalla reazione della Santafede per eccellenza: il capitalismo liberista. De Giovanni e il Corsera lo sanno ma non lo scrivono: la plebe si è spesso evoluta, ha cercato e trovato riscatto, quando le Istituzioni hanno funzionato e il lavoro ha avuto il ruolo che gli assegna la Costituzione. Il punto è però che quando questo è accaduto, è stato necessario dividere la ricchezza in maniera meno iniqua e più democratica di quanto accade solitamente. La gente comune ha esercitato potere, si sono fatti più investimenti sui salari e sulla formazione e il saggio di profitto ha pagato un prezzo sociale che non vuole pagare. Piaccia o no al Corsera e a De Giovanni, è questa le democrazia, non le chiacchiere sul populismo che fanno da sponda ai padroni del vapore. La democrazia che comincia a prendere corpo a Napoli da cinque anni e terrorizza gli eterni spettri del ’98.

 

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Copia di a

 

 

MERCOLEDÌ CULTURALI
a cura
E.I.P. ITALIA SEZ. CAMPANIA
5° MUNICIPALITA’
presso 5a MUNICIPALITA’ – Sala “F. De Martino”
Via Morghen 34 Napoli
18 Febbraio 2015 ore 17,30

 

 

 

AURELIA DEL VECCHIO
PRESENTA
UN LUOGO PRECISO ESISTITO PER DAVVERO
Editore Polidoro

Aurelia Del Vecchio, ex lavoratrice dell’Italsider di Bagnoli, attivista politica e sindacale, militante straordinaria nel PCI e nella FIOM CGIL degli anni ’70 3 ’80, in questo libro, è voce del proprio tempo e si assume la responsabilità di “ricordare” quello che non si conosce o si vuole cancellare.

Intervengono gli storici
PROF. FRANCESCO SOVERINA, PROF GIUSEPPE ARAGNO
modera
DOTT.SSA GIULIA BUFFARDI

Agli studenti che parteciperanno alle iniziative l’E.I.P. Italia rilascerà un credito formativo ex DM 40/2000 che potrà essere valutato per il triennio delle Suepriori come bonus per l’esame di Stato e ai docenti un credito professionale ex DM 90/2003.

Indirizzo di saluto
Mario Coppeto, Presidente 5a MUNICIPALITA’
Elisa Rampone, Vice Presidente nazionale EIP Italia sez. Campania
Ersilia di Palo. promotrice “Mercoledì culturali” EIP Italia

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39965Tra le pesanti eredità che ci lascia l’esperienza politica “straordinaria” compiuta ai vertici della Repubblica da Giorgio Napolitano, ci sono la privatizzazione strisciante della scuola statale e l’amara sorte del corpo docente. Dell’una e dell’altra, il Presidente, rieletto contro una prassi consolidata, non ha mai colto la portata e le conseguenze per il futuro del Paese, dimostrando così allo stesso tempo una impressionante distanza culturale da un problema scottante e una grave inadeguatezza nel ruolo di garante dei principi fondanti della legalità repubblicana. A ben vedere, però, non poteva andare diversamente. La concezione aziendalistica della scuola è figlia naturale del progressivo processo di asservimento della politica agli oscuri interessi del potere economico-finanziario.
Quando Enrico Berlinguer pose l’accento sulla “questione morale”, a guidare l’opposizione interna al segretario del PCI fu proprio Napolitano, che lo accusò di rinunciare a fare politica, riducendo gli altri partiti a “macchine di potere e clientele”. Per Napolitano, Berlinguer tradiva così la lezione di Togliatti e riduceva la politica a “vuote invettive” e “pure contrapposizioni verbali”. Quanto sia costata al Paese l’opposizione di Napolitano è apparso chiaro anni dopo, quando i vertici di partiti politici, ridotti ormai a comitati d’affari, come il PSI di Craxi, che Napolitano sponsorizzava, furono decapitati per via giudiziaria e l’irrisolta “questione morale” aprì la strada a Berlusconi. E’ lì che vanno cercate le radici di Renzi, del Patto del Nazareno e della rielezione di Napolitano, garante di un nuovo equilibrio, eminenza grigia che ha un ruolo decisivo nella nascita dei tre governi – Monti, Letta e Renzi – che hanno avviato la liquidazione della Costituzione del 1948, inaugurando la stagione della postdemocrazia con un drammatico esperimento di “autoritarismo democratico”.
In questo groviglio d’interessi, nelle acque torbide della corruzione dilagante e di una evidente miseria morale, ha faticosamente navigato la navicella della formazione, approdata al disastro con Renzi e l’annunciata riforma Giannini. Un dato colpisce subito chi guarda agli insegnanti oggi senza la lente deformante dei pregiudizi: il cliché del docente-missionario, del lavoratore protetto, della casta privilegiata che lavora poco e sta sempre in vacanza è entrato in crisi. Lo smentiscono purtroppo un dato accertato, sebbene mai seriamente quantificato: il lavoro nelle “classi pollaio”, il prepotere dei dirigenti, il discredito sociale hanno determinato condizioni di stress che incidono pesantemente sul sistema delle difese immunitarie, causando patologie tumorali e problemi psichiatrici talvolta anche gravi.
La medicina del lavoro pone da tempo domande che non trovano adeguate risposte e non abbiamo studi approfonditi, ma non c’è dubbio: le malattie del sistema nervoso, che ai primi del Novecento, secondo le relazioni dei medici delle Società di Mutuo Soccorso, attaccavano anzitutto serve, lavoratori domestici, sarti, guardie e tipografi, colpiscono oggi pesantemente i docenti: il 70% dei lavoratori della scuola inidonei hanno problemi psichiatrici e fanno parte perciò a pieno titolo di quello che Marx giustamente definì “genocidio pacifico”. Non a caso si “gioca” ormai con le ore di servizio e si finge d’ignorare lo “specifico” dell’insegnamento. Come in ogni azienda, infatti, anche a scuola i docenti sono forza lavoro da consumare indiscriminatamente per sfruttare al massimo il “tempo di produzione” entro parametri temporali dati, senza tenere in alcun conto limiti fisici, soddisfazione morale e, in ultima analisi, la “tenuta” del lavoratore.
La maestra della penna rossa rischiava la tisi e il pericolo giungeva dal rischio di contagio. Oggi la scuola-azienda o, se si vuole, lo Stato padrone, espone il docente ad altri e più sottili pericoli. Ciò che conta è il bilancio e per farlo quadrare, si bloccano le paghe e si allungano gli anni che dividono dalla pensione, senza curarsi di quanto tutto questo costi in termini di salute. La malattia professionale, come si definisce oggi la “malattia da profitto” con una definizione ingannevole che ignora l’influenza dell’ambiente, è figlia delle logiche feroci della produttività, del profitto e dello sfruttamento, coperte per lo più da astrazioni quali la valutazione, il merito e la sua incentivazione (pagata peraltro coi soldi sottratti ai lavoratori “meno bravi” e di norma più indocili). Una ferocia cui si sommano gli effetti devastanti sul piano psicofisico e su quello della fatica mentale, della precarietà e dell’incertezza del posto di lavoro.
Napolitano se ne va, dopo che la scuola gli è morta tra le mani e non se n’è accorto. La sua sola preoccupazione è stata un’astrazione chiamata mercato. In concreto, i mercanti.

Da Fuoriregistro, 2 gennaio 2015, Contropiano e Agoravox, 5 gennaio 2015

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f482788d079e8d4eb9f7d18d2671dc22829b4615de2a808fdf9c09f6_175x175Il 17 agosto scorso, in un articolo dal titolo accattivante – «L’italiano della Potemkin. Francesco Misiano, l’uomo che inventò la Hollywood rossa» Giancarlo Bocchi ripercorre la vita avventurosa e appassionante di Francesco Misiano, rivoluzionario calabrese che – scrive giustamente – «è indissolubilmente legata alla storia del cinema e in particolare all’”età dell’oro” del cinema russo. Capolavori come La Corazzata Potemkin non sarebbero mai arrivati ad un successo internazionale e epocale senza il suo intuito. Inventore della cosiddetta “Hollywood rossa”. Misiano fu in sostanza il più grande produttore cinematografico dell’Unione sovietica. Riuscì a realizzare quattrocento tra film e documentari». Chissà, forse per aggiungere un alone di maggior mistero alla sua bella storia, Bocchi sostiene che nel dopoguerra Misiano fu cancellato dalla memoria collettiva. Ormai, quando si tratta di tirare calci al Pci, nessuno perde l’occasione e la gratuita pesantezza degli attacchi induce a schierasi per il partito che fu di Bordiga e Gramsci anche chi nella sua giovinezza lo ha lungamente combattuto.
Non è vero che Misiano fu cancellato. Giuseppe Berti lo ricordò in occasione della morte in un efficace ritratto del 1937 e nella sua Storia del PCI Paolo Spriano lo ricorda numerosissime volte. Di lui parla a lungo, in termini critici, Michele Fatica in un saggio del 1971 intitolato Le Origini del Fascismo e del Comunismo a Napoli; solo un anno dopo, nel 1972, Franca Pieroni Bortolotti ha firmato il suo Francesco Misiano: vita di un internazionalista. Nel 1997, poi, Giovanni Spagnoletti, in collaborazione con Michaela Bohmig, ha curato il volume Francesco Misiano o l’avventura del cinema privato nel paese dei bolscevichi, un libro che anticipa buona parte delle «rivelazioni» di Bocchi, il quale – come capita sempre più spesso ai giornalisti – non mostra un gran rispetto per il lavoro altrui.
La parte meno nota della vita di Misiano è certamente quella che riguarda la sua fine. L’articolo di Bocchi, del resto, bello sì, ma troppo «sensazionalistico» per tentare la via del rigore, tace su molte pagine significative della vita di Misiano e si guarda bene dal dire che fu iscritto alla Massoneria. In realtà, Misiano fu un noto dirigente della sezione napoletana del Sindacato Ferrovieri prima della “Grande Guerra” e nel dopoguerra divenne segretario della Camera Confederale del Lavoro di Napoli. Nella storia narrata da Bocchi spariscono le relazioni che intrattenne fino all’ultimo con i compagni campani, in primo luogo con Oreste Abbate, ferroviere napoletano, anarchico e poi bolscevico, rivoluzionario, antimilitarista e disertore, come lui, che con Misiano aveva partecipato a Berlino ai moti spartachisti. Condannato a morte dai tedeschi e sfuggito all’esecuzione, anni dopo aveva raggiunto in Russia il compagno, aveva criticato aspramente il regime instaurato da Stalin e dopo la morte dell’amico si era rifugiato in Francia. In ombra resta soprattutto la figura della moglie di Misiano, Maria Conti, e non trova risposta una domanda che non è priva di significato: com’è che dopo la fine del marito e la persecuzione che si sarebbe scatenata contro di lei, la donna non solo rimase a Mosca, ma tra il 1937 nel 1938 si adoperò perché il figlio Walter, «minorato fisico», lasciasse Napoli, dove viveva con lo zio Mario Conti, e la raggiungesse a Mosca? La risposta ci aiuterebbe a capire meglio che accadde davvero a Misiano.
Il viaggio di Walter, di cui il regime fascista era perfettamente a conoscenza, fu organizzato tra la Francia e Napoli da Oreste Abbate, il vecchio compagno che aveva combattuto con Misiano mille battaglie, e dal fratello di Oreste, Armido, anarchico napoletano e perseguitato politico, che conosceva Misiano dai tempi del Sindacato ferrovieri, di cui era stato a Napoli il Segretario provinciale. Non è una domanda banale, così come non è banale ricordare che ben altri silenzi sono a poco a poco caduti sui protagonisti di questa complessa vicenda politica. Del tutto sconosciuto, infatti, è Oreste Abbate, che nel 1948 viveva ancora in Francia e probabilmente non tornò mai più in Italia; ignorato è stato Armido, di cui solo agli inizi di questo secolo una mia breve biografia ha ricordato la figura di antifascista che fu poi combattente delle Quattro Giornate, ma non figura nemmeno nell’elenco dei partigiani riconosciuti. Era stato critico feroce del Patto di Roma, l’accordo tra DC, PCI e PSI, che soffocò nella culla la CGL ricostituita da un altro grande «dimenticato»: Enrico Russo, segretario regionale della Fiom, combattente di Spagna e avversario di Togliatti, di cui contestò le scelte dopo l’armistizio. Se Misiano finì i suoi giorni in un sanatorio. Enrico Russo, letteralmente cancellato dalla storia, morì solo e dimenticato in un ospizio per i poveri. Aveva rifiutato l’incarico di Ministro del Lavoro che gli era stato offerto da Togliatti per addomesticarne l’opposizione.
Bocchi non lo sa, ma il silenzio, quello vero, che pesa e che ha un profondo significato politico, non nasce dai dissensi e dagli scontri dolorosi che caratterizzano la storia della sinistra. Il silenzio più terribile è quello di una storiografia che, pronta a salire sul carro dei nuovi padroni, ha lasciato da tempo la storia del movimento operaio e socialista in mano a giornalisti a caccia di scoop.

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La memoria ritrovata di una rivolta morale
Rossana Rossanda
Il Manifesto 24.07.2009

STORIA – Giuseppe Aragno , «Antifascismo popolare», Manifestolibri

Quanto grande fu in Italia il consenso al fascismo? Renzo de Felice afferma che era grandissimo, anzi maggioritario. Giuseppe Aragno, ricercatore all’Università Federico II di Napoli, ha pubblicato presso la manifestolibri una ricerca che dubita di questa tesi, nella quale vede anche un’origine della rivalutazione o, almeno, della minimizzazione delle antifascismo-popolarecolpe del fascismo. Aragno ha certamente ragione, non fosse che per la impossibilità di valutare consenso e dissenso in un sistema totalitario, dove il consenso è obbligato e il dissenso sanzionato da pene severe. Egli però non si limita a questo ragionamento, ma ha compiuto una ricerca negli archivi di Napoli per accertare come la stessa polizia e il Ministero degli Interni fascisti si formulassero la domanda, e ha raccolto una messe insospettata di schedature e pratiche su dissenzienti, singoli o famiglie, individuati e perseguiti, con itinerari di vita disperanti fra sorveglianza, carcere e confino. E lasciati fuori dalla storia dei più noti. Antifascismo popolare ha titolato il suo lavoro, che se fosse esteso ad altre città, come sarebbe dovere del paese, fonderebbe molti dubbi sull’opinione di de Felice.
Quel che Aragno ha trovato, anche su suggerimento di Gaetano Arfè che gli è stato maestro, dimostra quanto il regime si preoccupasse dell’ampiezza del rifiuto e quanto aspramente lo reprimesse. Qualsiasi idea, libro o foglietto che venisse rintracciato, qualsiasi espressione di disaccordo, anche se non seguita da azioni specifiche, venivano perseguiti da una polizia occhiuta che, una volta afferrato un sospetto «sovversivo», non lo mollava. Istituiva un «fascicolo» a suo nome e lo spediva a tribunali che condannavano al carcere o al confino. Dal 1924 in poi i «fascicoli» hanno riempito armadi su armadi, e sono stati duri a morire se per molti non è stato agevole farsi restituire onore e libertà neanche a guerra finita.

Dolorose testimonianze 
La documentazione raccolta (l’apparato di note non è meno interessante, non fosse che per il linguaggio e l’argomentazione dei commissari e prefetti) disegna figure sociali diverse, da popolani a professionisti, uomini e donne di differente formazione e appartenenza politica, spesso senza un’appartenenza politica vera e propria, individui o interi gruppi familiari che sono perseguiti per quel che pensano, per qualche contatto che mantengono, o fin per una battuta che nell’esasperazione gli è scappato di dire. Al minimo gli capitava una «ammonizione», che significava essere sorvegliato per la vita e impedito di accedere a una carriera. Chi poteva cercò di emigrare ed ebbe sorti diverse: in Francia non ebbe vita facile, in Argentina un poco di più, chi partì in Spagna sarebbe stato coinvolto nella guerra civile e sarebbe dovuto alla fine fuggire incalzato dalle truppe di Franco, e appena passata la frontiera francese veniva internato.
Un filo immaginario costituisce l’architettura formale del volume: l’autore figura di trovarsi, in un giorno del 1937 alla stazione di Napoli e scorgervi un gruppo di persone in catene, i «politici» destinati al confino o al carcere dopo lunghissime tradotte. Da quella stazione e in quel tempo le persone che Aragno nomina passarono realmente, ed egli le ha scelte fra molti altri incontrati nel corso del suo lavoro perché si ritroveranno tutti, salvo un vecchio anarchico perito nel 1931 in solitudine – («apparente solitudine» perché fu un anno di numerose persecuzioni) – nelle Quattro giornate di Napoli contro i tedeschi del 1943.
Sono profili rapidi, ma ognuno è una storia – potrebbe essere un romanzo. Prendiamo quello dal quale Aragno comincia: la famiglia Grossi. La giovane annunciatrice italiana di Radio Libertà di Barcellona, Ada, è figlia di un avvocato di idee socialiste che nel 1926 è vessato al punto da dover chiuder lo studio, parte con i suoi in Argentina dove scrive contro il regime; poi vanno in Spagna, padre e figlia lavorano nell’emittente repubblicana, un fratello è ferito a Teruel, dovranno fuggire separatamente in Francia dove saranno separatamente internati, un altro fratello impazzisce, dopo l’armistizio cercano di rientrare in Italia, vengono arrestati e condotti in manette a Napoli e condannati al confino. Dopo l’armistizio, insisto. Non basta: padre e figlia hanno fatto in tempo a vedersi cacciare da Radio Libertà non da Franco ma dai comunisti – i bolscevichi, come li chiama Aragno. La famiglia Grossi è un cristallo sul quale si è sfaccettata la tragedia dell’Europa. E ancora gli è andata bene, scrive Aragno, perché molti di coloro che avevano incrociato sono finiti uccisi.
E questa era una famiglia sia pur vagamente socialista. Ma Ezio Murolo, giornalista e partigiano alle Quattro giornate, è un inquieto, un ribelle, uno che ha perfino partecipato all’impresa fiumana di d’Annunzio, ma dubita di Mussolini. Al confino è preso dai dubbi, poi non dubita più e si ributta nella lotta. E Luigi Maresca, commesso delle Poste, che viene licenziato dalle medesime nel gennaio 1928 per avere scritto una lettera di ammirazione a Nitti, dovrà fuggire con la moglie in Francia e poi in Belgio a vivere di stenti, sarà tentato di arruolarsi nella guerra d’Etiopia per uscirne, ma si ferma prima di compiere il passo e sarà sulle barricate napoletane nel 1943. E coloro che ha incontrato?
Dai moltissimi rimasti fuori dal volume, Aragno si sente rimproverato negli ultimi capitoli, per averli trascurati. Sono pagine emozionate, nelle quali non nasconde più la polemica, fino ad allora tenuta sotto tono, verso le forze più grosse della resistenza che nel dopoguerra hanno confiscato la storia ufficiale. Sono soprattutto i comunisti, che oscurano non soltanto gli avversari interni, i bordighiani (un gruppo dei quali resterà a Napoli a lungo, avversato da quell’Eugenio Reale che sarà poi espulso dal partito per ragioni opposte), ma i socialisti e gli anarchici, intransigenti, irriducibili al comunismo «stalinista».

Una guerra di popolo
Non è stata la sofferenza minore, in questo antifascismo, la diffidenza e fin l’odio fra gente che stava dalla stessa parte. A Togliatti Aragno rimprovera, come si può immaginare, la svolta di Salerno. Le figure che ha rintracciato sono, sì, anche di militanti comunisti, ma perlopiù gente che segue altri ideali, spesso persone mosse da una diffusa «rivolta morale» che, appena se ne presentano le condizioni con lo sbarco e l’avanzata degli alleati, si battono con coraggio – popolo autentico, scontri durissimi, con molte perdite inflitte e ricevute, un popolo che una vera strategia di classe non avrebbe consegnato «all’ex fascista e criminale di guerra» Badoglio per compiacere gli alleati. L’opinione cui Luigi Cortesi non ha mai rinunciato in tutta la sua opera (si veda specificamente Mezzogiorno 1943. La scelta, la lotta, la speranza, Edizioni Scientifiche Italiane, a cura di Gloria Chianese) è anche quella di Aragno: una linea insurrezionale, più simile a quella di Tito che ai tempi lunghi di Togliatti, non solo sarebbe stata più giusta, ma era possibile: lo testimoniano quei nomi, quelle storie. Il Pci è accompagnato dall’ombra della repressione del Poum spagnolo, dei trotzkisti, di tutto ciò che è alla sua sinistra e gli appare estremista in Italia e in quel momento; anche quando Aragno ricostruisce le figure dei comunisti con lo scrupolo di sempre, non nasconde che a suo parere le loro priorità sono non quelle del popolo ma del partito e dei suoi legami con l’Unione Sovietica.
Delle molte colpe di cui si accusano oggi i comunisti italiani e che, a mio parere, non reggono a un’analisi ce n’è una assolutamente vera, e della quale il Pci, finché è esistito e i suoi propri seppellitori poi, non hanno mai fatto l’autocritica: la diffidenza e sovente l’attacco alle forze minori che combatterono il fascismo e la resistenza. E non tanto, per ovvi motivi, i socialisti o i pochi trotzkisti italiani, presto valorosi nella resistenza, quanto Giustizia e Libertà. I recenti lavori di Giovanni de Luna, specie il carteggio fra Dante Livio Bianco e Aldo Agosti e i molti studi di Mimmo Franzinelli testimoniano d’una grande realtà e di un grande occultamento. Ma non è questo il nocciolo del lungo lavoro di Aragno: è il bisogno morale di restituire alla memoria i troppi dimenticati di una rivolta, anch’essa anzitutto morale, degli italiani della prima metà del Novecento, e lo sdegno per l’odierna disinvoltura dello stato attuale e delle sue istituzioni su quanto concerne il fascismo. Disinvoltura che non sarà la prima né l’unica ragione del degrado politico di oggi, ma non ne è sicuramente l’ultima.

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Dopo la pantomima dell’opposizione che attacca, nemmeno Cuperlo, che pure gliene ha dette di tutti i colori, ha votato contro. Il tempo dirà fin dove intende spingersi Renzi, il «sindaco d’Italia» nato in provetta dall’ibrido connubio tra terze file dell’ex DC e scarti del PCI, ma un dato certo, dal quale partire purtroppo esiste: siamo più che mai la «serva Italia» che Dante immortalò nei suoi amari versi: «nave senza nocchiere in gran tempesta,/ non donna di province, ma bordello!»
IT.ACS.AS0001.0000614.0002Negli Atti della Costituente, a futura vergogna di chi finge di ignorarlo e di un popolo complice – geneticamente fascista direbbe Gobetti – che tace o, peggio ancora, consente, c’è l’ordine del giorno di Antonio Giolitti, nipote del famoso statista liberale, approvato dall’Assemblea ma escluso dal testo definitivo dello Statuto, per evitare di rendere costituzionale la legge elettorale: «L’Assemblea Costituente ritiene che l’elezione dei membri della Camera dei Deputati debba avvenire secondo il sistema proporzionale». Questo è lo spirito autentico della Costituzione, ma Renzi non lo sa e – c’è da giurarci – se qualcuno glielo dicesse, non muterebbe d’una virgola la sua oscena legge elettorale. Per farlo, dovrebbe ragionare da politico, ma non gli interessa e non ha gli strumenti culturali per farlo. A chiunque lo attacca ormai, replica, con toni ricattatori: ti stai mettendo contro tre milioni di voti. E’ questo il suo unico argomento: tre milioni di oggetti misteriosi, tessere false e berlusconiani d’origine controllata che lo hanno «votato» al prezzo di due euro. Il prezzo che marca anche fisicamente la distanza dai nullatenenti, un problema che non riguarda più il Partito Democratico; ci penseranno forse camini e forni, come il Mediterraneo pensa ai migranti.
«Fortunato il paese che non ha bisogno di eroi», ebbe a scrivere Brecht, ma Gaetano Arfè, maestro di una stagione felice della nostra storia, conscio della tragedia incombente, al tramonto della sua vita, lucidamente, corresse: «fortunato quel paese che quando ha avuto bisogno di eroi li ha trovati, sventurato il paese che non sappia mantenersene degno». L’Italia ha disperato bisogno di eroi, ma non ne trova uno nemmeno in fotocopia. Ce ne fosse ancora di gente della tempra di Amendola, Matteotti, Gobetti, Gramsci e Rosselli, Renzi dovrebbe ammazzarli, ma eroi non ne abbiamo e al neofascismo non occorrono certo pugnali, manganelli e spedizioni punitive; la nostra dose quotidiana di olio di ricino e botte in testa la prendiamo da tempo, grazie allo strapotere mediatico dei padroni schierati a sostegno: De Benedetti con la Repubblica, il Gruppo Espresso, i nove supplementi, tre radio nazionali, quindici quotidiani locali e numerosi periodici, Berlusconi con la possente Mediaset, Urbani Cairo, un ex di Berlusconi alla Fininvest, che alla Giorgio Mondadori ha ora sommato «la Sette». E si potrebbe continuare. Con un’armata simile alle spalle, capace di un volume di fuoco davvero paralizzante, il caudillo «democratico», che solo due anni fa Bersani aveva ridotto al silenzio, ha fatto agevolmente la sua via e ora, se non vuol cadere nella polvere in un battibaleno, così com’è salito alle stelle in un momento, deve solo eseguire, rapido e senza esitazioni, gli ordini di chi in un giorno l’ha reso leader.
Di leggi elettorali e Costituzione, Renzi non capisce praticamente nulla – «ha la parlantina troppo facile per dargli il tempo di leggere e informarsi», ha giustamente osservato Giovanni Sartori – ma i padroni l’hanno affidato a un tutor di gran nome, il politologo Roberto D’Alimonte, uno che, guarda caso, ha un posto d’onore nei salotti buoni televisivi e ripete fino alla nausea il principio base della sua pericolosa scienza elettorale: «una cosa sono i valori su cui si fonda un regime democratico, un’altra cosa è il suo funzionamento». Quando l’immancabile amico degli amici gli ha «anticipato» le motivazioni della sentenza di una Corte Costituzione opportunamente rinforzata da Napolitano con Paolo Grossi, Marta Cartabia e Giuliano Amato, in quattro e quattr’otto Roberto D’Alimonte ha riscaldato la pietanza precotta: niente voto di preferenza, un premio di maggioranza da «legge truffa» e cancellazione dell’idea di «rappresentanza». I vizi costituzionali sono forse meno evidenti di quelli messi assieme da Calderoli, ma stavolta più gravi e non c’è dubbio: Antonio Giolitti e il suo ordine del giorno sono stati sprezzantemente ignorati.
Quella di Renzi non è «demagogia», come pensa Sartori, inseguendo il feticcio della governabilità, è la condanna a morte della democrazia parlamentare.
J. P. Morgan e il grande capitale finanziario ci avevano avvisati e non c’è scampo: la Costituzione troppo «socialista», sarà massacrata.

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Trionfa il «merito». Internazionalizzazione, «mediane» e requisiti aggiuntivi sono la via maestra per giudicare la ricerca. Per la «tornata 2102», tuttavia, i giudizi pubblicati dalla Commissione per l’abilitazione scientifica nazionale danno le vertigini. maestro_discipuloCon la Consulta che ci rassicura sulla legittimità giuridica delle Camere – di quella politica e morale poco o nulla ormai sopravvive – non ci si bada purtroppo – in campo ci sono Renzi e le leggi elettorali, ma la vita continua e studiosi d’ogni disciplina, da anatomia a scienza delle costruzioni e ingegneria sanitaria, disegnano il futuro. Non si tratta di scienze umane, che comunque non è dir poco, ma di salute, sviluppo e sicurezza.
Per Storia Contemporanea, il «prodotto doc» della «misurazione quantitativa» è il successo scontato del candidato che, a tredici anni dalla laurea, ha già nove libri «curati» e otto ne ha scritti di suoi, assieme a due voci enciclopediche e trenta tra contributi in volume e articoli in rivista. Rigo più, rigo meno, 200 pagine all’anno. Dotato di resistenza alla fatica, lo studioso ha all’attivo undici convegni organizzati, la partecipazione a ventinove tra simposi e festival nazionali, dodici seminari e workshop internazionali e, «dulcis in fundo», un ruolo di revisore per la valutazione di «prodotti di ricerca» su riviste italiane ed estere, quattro progetti – uno di rilevanza nazionale, tre internazionali – e un posto in otto comitati scientifici. Fatica premiata dall’Istituto Salvemini, che una domanda, però, la pone: dove ha trovato il tempo per la ricerca? La risposta non tocca alla Commissione, presa e persa tra curricoli, fasce, progetti e docenze estere.
Al di là delle esasperazioni quantitative, nei fatti, la sbornia di dati «oggettivi» rafforza le scelte discrezionali. L’internazionalizzazione, per dirne una, che, dopo tanto suonar di grancasse, costa l’abilitazione a più di un ottimo candidato, a conti fatti, è un parametro vago, legato a logiche interne all’accademia e difficile da rendere oggettivo. Come spiegare, infatti, la scelta della commissione, che per un candidato si contenta di un «un mese d’insegnamento alla PUC di Porto Alegre in qualità di visiting professor» – un mese, tutto compreso, sabato, domeniche e probabili festività – per un altro ignora la docenza etiope, benché superi largamente i requisiti quantitativi minimi e presenta prodotti articolati, convincenti e ricchi di sbocchi metodologici?
Poiché è difficile capire come nascono seri giudizi di merito su centinaia di libri e migliaia di articoli, mai letti – a cinque docenti non sarebbe bastata una vita – chi cerca tra le «sentenze» criteri sicuri, si perde. Gli articoli di prima fascia, ad esempio, sono un ancoraggio fermo ma, come per l’internazionalizzazione, criteri univoci non ne trovi. Se quattro articoli di prima fascia, infatti, sono il «bollino di qualità» che consente di abilitare un candidato privo dei requisiti minimi, come si spiega la bocciatura di chi i requisiti li ha, assieme a sette articoli in riviste di classe A, alcuni in inglese e francese, e «prodotti scientifici» adeguati per metodo e contributi offerti alla conoscenza storiografica, però resta al palo?
Mentre l’accento ripetutamente posto su dati qualitativi – solidità, impianto, complessità della documentazione, finezza di una presentazione – diventa indizio di sconfinamenti in un giudizio di valore che non nasce dall’attenta lettura dei lavori misurati, scopri un candidato di cui si dice un gran bene: la produzione è sicura, convincente, documentata e aggiornata. Metti a tacere il bisogno di capire se i cinque commissari hanno letto le sue trentatré pubblicazioni – perché quelle, poi, e non altre? – e ti contenti di aver trovato un riferimento. Per la commissione, infatti, la buona produzione del candidato non basta, perché ruota su un unico tema: Pci, Komintern, e repressione degli italiani antifascisti nei gulag. C’è tutto, qualità, quantità, docenze estere con relativi studi editi in terra straniera, progetti di rilievo nazionale, membership della redazione di rivista, ma l’abilitazione scientifica alla prima fascia non arriva, perché, a sentire la Commissione, il respiro degli interessi è corto. La ristrettezza dell’ambito di ricerca è, quindi, il punto fermo che lascia il candidato nella seconda fascia da cui proviene, in compagnia di studiosi la cui produzione scientifica si incentra ancora esclusivamente su monotemi: Francesco Crispi e l’età crispina, o il «patriota traditore» e la vita che mena chi scrive a Milano nella prima metà dell’Ottocento. Ti convinci che localismo e respiro corto, intesi come limite negativo, fanno argine alla discrezionalità della Commissione, quando scopri, sconsolato, l’abilitazione toccata a candidati che non escono dall’ambito regionale o addirittura lo riducono, fermandosi a studiare Vescovo, Azione cattolica, clero e parrocchie di Vicenza, per spingersi tutt’al più alle episcopato triveneto e a un sintetico profilo del padovano Giulio Alessio.
Quando trovi Spartaco Capogreco e Mimmo Franzinelli relegati in seconda fascia, uno per misteriose questioni didattiche e l’altro perché lento a correggere imprecisate forzature interpretative, non solo rimpiangi la libera docenza, ma le cooptazioni che, se non altro, impegnavano direttamente la dignità dei «maestri». La bandiera bianca, però, la alzi solo di fronte alla sorte di un «eretico», un neoplatonico «demodé» incurante del tribunale tomista e delle sue verità di fede. Un eretico che, annota scandalizzata la Commissione, insiste sulla subordinazione dei prefetti al potere politico – scempiaggini da Salvemini – e addossa agli italiani la colpa della mancata defascistizzazione. Dovrebbe saperlo, lo stupidello, che furono gli Anglo-americani a imporre a Togliatti il presidente del Tribunale della razza, cui affidare la legge sull’amnistia, e a Giovanni Leone la strenua difesa dei fascisti, poi riciclati dalla DC. In quanto all’assoluzione dei responsabili dell’omicidio Rosselli, ad Azzariti posto alla guida della Corte Costituzionale e agli autori del manifesto della razza mai rimossi dalle cattedre universitarie, tutto nacque, si sa, da pressioni estere. Una mano straniera, del resto, eclissò l’armadio della vergogna. Il neoplatonico ora lo sa: costretto dal bisturi a constatare che il sistema nervoso fa capo al cervello, il figlio del pensiero unico non fece una piega: ci crederei, commentò, se Aristotele non avesse detto che tutto parte dal cuore.
Se è andata così per tutte le discipline, sorge legittimo un sospetto: tra qualche anno, affidarsi a un medico sarà come giocare alla roulette russa.

Uscito su “Fuoriregistro” il 18 gennaio 2014 e su Liberazione.it il 23 gennaio 2014

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ImmagineQuattro mesi fa teppisti armati di spray al peperoncino intossicarono cinquanta malcapitati, causando crisi d’ansia, difficoltà respiratorie e due ricoveri in ospedale. «Il consiglio è quello di farsi visitare sempre da un medico», scrisse il Corriere della Sera. Ora che lo spray è in dotazione alla forza pubblica – non bastavano manganelli, lacrimogeni e pistole – è un coro di rassicurazioni: non nuoce alla salute. Sono tempi in cui le parole hanno più peso: sono scelte di campo.
Vedo all’opera gente in divisa e penso a milizie padronali; ignoro l’identità di chi «tiene l’ordine» in piazza e non so nulla dei picchiatori impuniti, al lavoro in mattatoi che chiamiamo carceri. La polizia irrompe nelle scuole occupate e non si contano i «caporioni denunciati»; invano protesta la madre di Federico Perna, ennesimo detenuto morto di botte in galera: i ministri pensano a tirar fuori gli amici e Napolitano è impegnato a sostenere che un Parlamento nato da una legge fuorilegge può cambiare la Costituzione scritta col sangue dei partigiani.
Non so perché, ma il pensiero va lontano,  penso agli esiti di una ricerca svolta tra archivi e sede dell’Anpi e ostinata mi si presenta la figura di un giovane antifascista, Adolfo Pansini, repubblicano di formazione mazziniana che avrebbe oggi più o meno l’età di Napolitano; non bestemmio, se dico che sarebbe stato un degno Presidente della Repubblica che contribuì a far nascere. Nel 1940, non ancora diciottenne, «assieme ad alcuni coetanei, aveva creato una associazione a sfondo nettamente antifascista che si applicava nella diffusione in pubblico di foglietti stampigliati recanti la scritta ‘Morte a Mussolini’». Il Pansini, scriveva il questore, «deve ritenersi uno dei principali responsabili del movimento, per avere ideato e coordinato la attività antifascista ». In quegli anni, Napolitano, concittadino di Adolfo, faceva la fronda nei GUF, ma lì si fermava. Pensava forse che, sebbene fascista la legalità andasse rispettata e, sia come sia, non fece nulla per violarla.
Pansini, al contrario, riteneva che una legalità lontana dalla giustizia sociale fosse uno strumento di controllo in mano al potere, sicché, entrato in contatto con Ferdinando Pagano, un ragazzo espulso da tutte le scuole d’Italia per il rifiuto di cantare l’inno fascista,  e coi giovani comunisti del circolo «Karl Marx» di Torre Annunziata, ottenne che i due gruppi clandestini lavorassero uniti, ignorando le  distanze ideologiche. Ne nacque un’attività che non fu solo propaganda. Individuati i picchiatori della milizia, gli antifascisti, infatti, li sorprendevano quando erano isolati e rendevano loro pan per focaccia, spedendoli difilato al pronto soccorso. In termini di legalità, quei giovani avevano torto: benché formata da squadristi che non andavano per il sottile, la Milizia, riconosciuta dalla legge, era un corpo dello Stato «coperto» dal potere. Arrestato in seguito alla delazione di una cameriera, insospettita da una pistola scoperta in un cassetto – gli trovarono in casa una stampiglia costituita da caratteri tipografici di piombo e «numerosi fogliettini stampigliati che si accingeva a diffondere» – Pansini, «pericoloso all’ordine pubblico», ma non ancora diciottenne, se la cavò con un anno di carcere espiato in un istituto per minori.
Liberato, si iscrisse ad Architettura, ma non fece la fronda: tornò all’attività clandestina e i conti col fascismo li chiuse tragicamente il 30 settembre del 1943, quando morì, armi in pugno, combattendo nelle Quattro Giornate di Napoli. Aveva contribuito così alla sconfitta del regime, ma non ebbe medaglie: quelle andarono soprattutto a «scugnizzi», perché si volle ignorare il valore politico della sommossa. I popoli che si rivoltano in armi per la libertà non piacciono a nessuno, nemmeno alle democrazie nate da una guerra di popolo. In quanto a Pagano e ai comunisti del «Karl Marx», rifiutato l’accordo con Badoglio e l’alleanza con la DC, lottarono tra i lavoratori per tutta la vita, ma sparirono dalla storia, espulsi dal PCI in cui, intanto, apparso con gran scelta di tempo, Napolitano, immacolato, vergine e schierato per la continuità dello Stato, iniziava una carriera fulminante.
E’ trascorsa una vita. Le carte con cui mi misuro e il tempo nel quale vivo pongono domande complesse, ma alcune risposte sono nei fatti. Il giovane Pansini fu un delinquente? La sua figura è per i giovani un modello positivo, o i Mazzini e i Pertini sono diventati esempi negativi? Cosa farebbe oggi Adolfo, mentre il Paese che volle libero e per il quale fu imprigionato, lottò e perse la vita, torna lentamente servo?
Spry o manganello, Pansini sarebbe un ragazzo libero e ardimentoso, un eroe, se ha senso ancora la parola abusata, e non c’è dubbio: si rivolterebbe contro l’idea che un Parlamento illegittimo metta mano alla «sua» Costituzione e finirebbe schedato tra i nuovi «caporioni». E’ vero, sì, l’antifascista di ieri troverebbe questori pronto a denunciarlo, poliziotti autorizzati a manganellarlo e una «legalità» che lo condannerebbe. I nuovi pennivendoli lo definirebbero certamente «violento» e «terrorista», ma «bandito» fu Pansini per i nazifascisti e a questo siamo: bisogna scegliere: o «malfattori» o inquadrati nella legalità rappresentata da Giorgio Napolitano, che «bandito» non è mai stato.

Uscito su “Contropiano“, “Report on line” e “Liberazione” col titolo Adolfo Pansini e l’inganno della legalità; su “Fuoriregistro” col titolo Adolfo Pansini non fu presidente.

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