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Archive for maggio 2013

Vnews-680x452[1]Lo sanno tutti, ma nessuno lo dice. L’Unione Europea è un’arma micidiale in mano al capitale. La stampa che conta esprime solo il punto di vista dei padroni e non ci sono giornali a lanciare l’allarme: i Parlamenti dei singoli Paesi sono espropriati e non possono  adoperarsi per i bilanci degli Stati. L’inganno del debito pubblico da risanare e il Fiscal Compact che impone il pareggio di bilancio in un ventennio, spostano l’asse del potere in mano a tre organismi non elettivi e cancellano la divisione dei poteri che si controllano a vicenda. Nessuno, infatti, ha il potere di controllare l’operato di quell’associazione a delinquere a fini di usura che politologi e carrozzone mediatico amano definire Troika: BCE, Commissione e Consiglio europeo.

Lo sanno tutti. La democrazia parlamentare è stata cancellata: l’Unione europea è in mano a ceti oligarchici e non possiede legittimazione democratica. Ha provato a chiederla, la Francia e l’Olanda gliel’hanno negata, ma non s’è preso atto della condizione di aperta illegalità in cui essa opera e non si è provato nemmeno a dare risposta alla domanda chiave posta da quel rifiuto: se nessuno ha mai autorizzato il trasferimento dei poteri e non c’è un organo decisionale legalmente riconosciuto dai popoli dell’Unione, chi rappresenta la Troika che pretende di governarla e qual è la sua legittimità?

Lo sanno tutti. L’Unione Europea non chiama i cittadini degli Stati membri a decidere sui suoi Trattati, sull’accentramento dei poteri e sulle politiche di austerità che impone, perché ne ricaverebbe una inappellabile sconfessione. Così stando le cose, l’Unione Europea è una dittatura di classe imposta dall’alto con la violenza.

Lo sanno tutti. Qui da noi, però, Saviano, Travaglio e una pletora di predicatori ci riempiono di notizie sui manovali della mafia, su “Ruby rubacuori” e sui processi di Berlusconi, ma non si parla mai dello scandalo Europa! In Italia, per zittire chi si avventura sulle mine, si sostiene che non si può indire un referendum popolare. C’è di mezzo l’art. 75 di quella Costituzione che si può stracciare ogni giorno facendo guerre e finanziando le scuole cattoliche, ma diventa intoccabile, se si tratta di questa Europa nata antifascista e diventata nazifascista. L’Europa di Monti, che assegna all’Esecutivo il compito di educare i Parlamenti, l’Europa delle banche, liberiste coi profitti e socialiste con le perdite, l’Europa delle élite e dei poteri forti, che soffoca i popoli cancellandone i diritti.

Lo sanno tutti. L’articolo 75, per ragioni storiche oltre che logiche e cronologiche – l’Unione Europea non era all’ordine del giorno dell’Assemblea Costituente – non riguarda e non poteva riguardare la nascita di una realtà politica sovranazionale che implica cessioni parziali o totali di sovranità. Per la nostra Costituzione, infatti, la sovranità appartiene in maniera inalienabile al popolo e non c’è trattato internazionale che possa limitarla. Perché ciò accada, il popolo italiano deve essere evidentemente chiamato a pronunciarsi. D’altra parte, è proprio certo – e se è certo, dov’è scritto? – che l’Unione Europea, intesa come nuova entità politica, abbia una sua legittimità, priva com’è di una Costituzione scritta da un’Assemblea Costituente eletta dai cittadini degli Stati che la compongono?

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Il nodo viene al pettine e il pasticcio berlingueriano di una “scuola a tre gambe” – Stato, Enti locali e “privato partitario” – si rivela per quello che è: un trucco per aggirare la Costituzione. Per coprire scelte ignobili, si levano di solito nobili bandiere, e non fa meraviglia se a difesa delle dissennate e arbitrarie decisioni che ne sono derivate in tema di finanziamenti alle scuole, scende in campo una peregrina dottrina: un principio costituzionale va interpretato in relazione alle discussioni avvenute in sede di formulazione, avendo ben presente il contesto storico, culturale e politico in cui fu sancito. Testo definitivo, contenuto e persino significato linguistico, cedono così il passo a letture di parte e non c’è più certezza. Per quanto riguarda il terzo comma dell’articolo 33, per il quale domenica c’è a Bologna un referendum che fa tremare quanto ancora sta in piedi del PD, la formulazione è lapidaria: “Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato“. Piaccia o no, la prescrizione è inequivocabile: fatevi tutte le scuole private che volete, quattrini pubblici non ve avrete perché lo vieta la Costituzione.
Applicando, però, il metodo nuovo degli scienziati cattolici e di una imprenditoria che fiuta l’affare e vede nella formazione privata la gallina dalle uova d’oro, è facile puntare il dito: chi si ferma al senso letterale dell’articolo, non tiene nel debito conto il contesto e la discussione da cui scaturì l’articolo. Se lo facesse, l’inviolabile posto di blocco, guardato a vista da cinque inequivocabili paroline dei padri costituenti – “senza oneri per lo Stato” – sarebbe finalmente aggirato e l’altolà non avrebbe più senso. A piazzarle lì, come un macigno sulla via del business, infatti, sostengono i cattoliberoaffaristi in veste di ermeneuti, fu la banda malandrina dei laici: il repubblicano Pacciardi, il comunista Marchesi, l’azionista Codignola e quell’anima persa di Corbino, liberale che ancora non s’era pentito per Porta Pia e il papa costretto a rinunciare al potere temporale. Basta leggere gli atti della Costituente per capire come stanno le cose. Quando il dibattito giunse al dunque e fu chiaro che c’era chi puntava ai quattrini e chi alle coscienze da manipolare, il Paese nuovo, quello che aveva fatto la Resistenza armata contro il fascismo, decise per una volta di tener testa fino in fondo alla conservazione e non capitolò. Certo, se oggi si desse peso prevalente alle strumentali proteste del democristiano Gronchi, ex Sottosegretario all’Industria nel primo governo Mussolini, la lettura sarebbe diversa. E’ un fatto, però: i “sinistri figuri” che s’erano levati in armi contro il duce non stettero al gioco di questo tiepido “antifascista” che, nel fuoco della guerra di liberazione, s’era limitato a qualche abboccamento clandestino con De Gasperi sotto il manto protettivo del Vaticano. Si lasciò spazio a ogni tesi, come si doveva, ma la discussione non poteva durare in eterno e, senza sottoscrivere alcun impegno, Codignola tagliò corto: “è stabilito che non c’è diritto costituzionale a chiedere tale aiuto“. Il concetto era quello iniziale – fate, se volete, ma solo se potete – e il testo non mutò di una virgola: “senza oneri per lo Stato”.
Se si volesse leggere la Costituzione in base al contesto storico e al metodo dei neosofisti, d’altra parte, non sarebbe difficile per i laici ricavarne vantaggi. Una prova? Non occorre sforzarsi. Basta partire dall’articolo uno. Sarà pur vero, infatti, che “l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro” ma, nell’acceso dibattito, Basso e Amendola, a nome di socialisti e comunisti, avevano proposto una definizione molto più classista: “repubblica dei lavoratori“. Che si fa dei padroni se passa il principio del contesto storico? E che si fa con la costituzionalizzazione dei Patti del Laterano? I fautori del “nuovo” sanno che nella discussione sull’articolo 7 Labriola fu davvero durissimo, come attestano gli atti dell’Assemblea: “Non esiste realtà di equivoco“, dichiarò. “Con queste parole si affermano due cose: che lo Stato deve avere, e quindi ha, una religione; che questa religione è appunto la cattolica“. In quanto a Calamandrei, fu, se possibile, ancora più pesante: “Il principio della eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, della libertà di coscienza, della libertà di insegnamento, il principio della attribuzione esclusiva allo Stato della funzione giurisdizionale, tutti questi principi costituzionali sono menomati e smentiti da norme contenute nei Patti Lateranensi“. Così stando le cose, che si fa con la Chiesa? Si dice a papa Francesco che il Laterano non entra nella Costituzione?
Chi mira a rendere legale il finanziamento illegalmente assicurato dallo Stato alle scuole private si provi pure a dimostrare che il contesto prevale sul testo nell’interpretazione della legge, però sia chiara a tutti la conseguenza: in base allo stesso principio, la Chiesa dovrà rinunciare alla sua invadente presenza nella nostra vita politica.

Uscito prima su “Fuoriregistro” del 18 maggio 2013 col titolo “Scuola e Costuzione” e poi sul Manifesto del 25 maggio 2013 col titolo che appare sul blog.

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Non sarà l’ultima spiaggia: il conflitto dura da troppo tempo per terminare in un giorno. Dovesse andar male, non avremo perso la guerra, ma quella che si combatterà il prossimo 26 a Bologna non è certo una battaglia locale e non riguarda le scelte di un Comune: mentre le scuole statali vivono di stenti, decidere se lo Stato e gli Enti Locali possono continuare a finanziare le scuole private, per lo più confessionali, benché la Costituzione lo vieti, farlo, per di più, con un’iniziativa promossa dal basso, nella più assoluta indifferenza della politica, che ormai non ha voce quando si tratta di valori repubblicani, è cosa che riguarda non solo chi fa scuola, ma tutto intero il Paese.
Val la pena ricordarlo, per domandarsi che senso abbia l’insolito silenzio del ciarliero Napolitano: non sa, non vuol sapere, fa Ponzio Pilato e si lava le mani? Val la pena prendere atto: si possono fare tutte le chiacchiere progressiste di questo mondo, quando però di mezzo ci sono gli interessi del Vaticano, le trincee diventano immediatamente contrapposte. Senza tentare improponibili paragoni tra Presidenti eletti e silurati dai sedicenti democratici, bisognerà pur dirlo: mai come in questo caso la distanza tra il laico Rodotà, che sta coi referendari, il silente Napolitano e il clerico-moderato Romano Prodi che si schiera col privato, si è dimostrata così incolmabile; mai l’indigenza culturale del Partito Democratico è apparsa più evidente, mai più disperata la speranza di rinnovamento di chi ha creduto nel governo Letta: la ministra Maria Chiara Carrozza si è pronunciata contro i “referendari“.
S’è fatto un gran parlare del modernissimo papa Francesco, si sono visti i nostri politici far la fila proni davanti al soglio di Pietro e sgomitare nella gara tra francescani più francescani di Francesco, e lui, Francesco, il papa della “rivoluzione delle idee“, il “rinnovatore” venuto dalla fine del mondo, c’è stato servito in tutte le salse e a tutte le ore – radio, carta stampata e telegiornali – con un intento nemmeno dissimulato: farci credere che, contro la storia e grazie alla divina Provvidenza, un “uomo nuovo” possa cambiare la natura conservatrice della Chiesa: Ecco però che, dopo il copione recitato a memoria, un dato culturale insopprimibile e profondo ha inconsciamente dettato un moto istintivo dell’animo: l’esorcismo in Piazza San Pietro. Un gesto, uno solo, ha spezzato l’incanto e rivelato l’inganno. Dietro la rivoluzione francescana c’è la Chiesa di sempre, quella con le sue scuole che continuano ad avere una visione del mondo in cui trovano posto diavoli ribelli coi forconi, il limbo e il paradiso, l’inferno e il purgatorio, la rassegnazione di chi porge l’altra guancia, piega il capo, si dichiara impotente contro il potere e attende un riscatto escatologico, il miracolo, la resurrezione, il benevolo gesto di un “potere altro” che ci “doni” la salvezza: “vade retro, Satana“.
Di questo si tratta, non della comunità del compianto Don Gallo, ma di Santa Romana Chiesa, che costrinse Galilei disperato a ritrattare, della Chiesa che torturò selvaggiamente Giordano Bruno. Di questo, di una dottrina politica che è stata ed è un pilastro della reazione, di quella Chiesa che coi soldi dello Stato, nelle sue scuole, mette al bando Darwin e sottopone la scienza e la filosofia ai principi della teologia.
E’ questo che vogliamo? Questo è scritto nella nostra Costituzione?

Uscito si “Fuoriregistro“, “Report on line” e “Liberazione” (col titolo Referendum: ancora sui finanziamenti alle scuole paritarie) il 23 maggio 2013.

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Si lavora sottotraccia ma, tessera dopo tessera, il mosaico ormai prende forma. Nel dilagante analfabetismo di valori, molti stentano a capirlo, tuttavia la direzione si va  facendo sempre più chiara, anche se la minaccia che vi si coglie intimorisce a tal punto, che tanti si rifiutano di vederlo: tentativo dopo tentativo, passo dopo passo, l’epilogo appare inevitabile e  il regime autoritario si accinge a presentare il conto.
Poiché un’infamia ha sempre motivazioni nobili, anche stavolta la vergogna ha una giustifica: si tratta di “difendere la democrazia”. A dar retta ai compagni di Letta il giovane, infatti, i movimenti sono malati. Mancano di democrazia interna e sono privi di trasparenza. Nonostante lo spettacolo a dir poco indecente offerto dai partiti, l’attenzione di Finocchiaro e Zanda, autoproclamatisi medici fiscali, non s’è rivolta, perciò, ai partiti politici, ma ai movimenti. Il democratico duetto, infatti, invece di proporre una nuova legge elettorale, ha pensato di impedire il voto a chi ancora dissente. Naturalmente, Anna Finocchiaro si è subito affrettata a spiegare: “Non si tratta di norme per chiudere la partecipazione. Al contrario, la legge serve per garantire la trasparenza della vita interna dei partiti e la stessa partecipazione”. Una dichiarazione che sarebbe davvero ridicola, se la faccenda non rischiasse di diventare drammatica. Il Movimento 5 Stelle ha vinto le elezioni? Sì, ma non accadrà mai più: se passa la democratica proposta dei democratici esponenti del democratico Partito Democratico, infatti, i Movimenti sono fuorigioco: si voterà solo per i  partiti

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La storia non si fa coi se, ma i se possono dirci ciò che non sarebbe stato. Senza gli Occhetto, i D’Alema e i Napolitano, il Pci non si sarebbe sciolto, Monti e Letta non avrebbero mai fatto un governo e questa crisi, se fosse venuta, sarebbe stata affrontata diversamente. Non è andata così e in un quadro di dubbia legalità costituzionale eccoci a Monti e Letta. Dopo il “professore”, con Letta cambia qualcosa? Sì, certo. Letta è molto peggio. Col primo era salva la forma: un presidente della repubblica, sia pure discutibilmente, decise per un governo tecnico e i partiti consentirono. Non sci furono elezioni. Letta invece ha fatto un governo dopo un voto politico e contro l’impegno preso con gli elettori. Questo in un contesto europeo sempre più cupo.
Quando si parla di Europa, il riferimento al Manifesto di Ventotene è di prammatica. Lo fanno tutti. Tutti però evitano accuratamente di ricordare due dati: il primo è che si tratta di un documento antifascista, il secondo che individua lucidamente i futuri nemici dell’Europa dei popoli. Chi sono per Spinelli, Colorni e Rossi questi nemici? Le idee a Ventotene erano chiare: i “gruppi del capitalismo monopolista che hanno legato le sorti dei loro profitti a quelle degli Stati” e “le alte gerarchie ecclesiastiche, che solo da una stabile società conservatrice possono vedere assicurate le loro entrate parassitarie”. Di tali forze il Manifesto tenta una descrizione che fa pensare subito a Monti, Letta e, più in generale, al PD e ai nostri ultimi governi. Una somiglianza straordinaria: “uomini e quadri abili ed adusati al comando, che si batteranno accanitamente per conservare la loro supremazia. Nel grave momento sapranno presentarsi ben camuffati. Si proclameranno amanti della pace, della libertà, del benessere generale delle classi più povere. Già nel passato abbiamo visto come si siano insinuati dentro i movimenti popolari e li abbiano paralizzati, deviati convertiti nel preciso contrario. Senza dubbio saranno la forza più pericolosa con cui si dovrà fare i conti”.
Alla luce dell’esperienza, sbaglieremmo a cercare in queste parole il blocco sociale e il groviglio di interessi che si schiera oggi in campo antieuropeista; quando non è nazionalista, infatti, quel campo è una conseguenza della tragedia che viviamo. Sono piuttosto forze che hanno elaborato e  imposto un’altra idea di Unione Europea, un’idea antitetica a quella antifascista di Ventotene. L’Europa, per dirla con Monti, in cui l’Esecutivo assume un ruolo pedagogico rispetto al Parlamento, l’Europa delle élite, delle banche e dei poteri forti. In una parola: l’Europa antipopolare che oggi ci soffoca e non bada alla sua legittimità democratica e alla rappresentatività politica; la governano infatti una Commissione di nominati e non ha una Costituzione votata che sancisca la nascita di una sovranità. Se uno ci pensa, uno strumento di attacco ai diritti e alle conquiste dei lavoratori – cuore pulsante della storia contemporanea – che ci conduce ben oltre il Novecento e salta indietro a piè pari oltre Montesquieu, oltre la divisione di poteri che si controllano reciprocamente e oltre la sovranità popolare, Un nuovo “antico regime”. Si addolcisce la pillola parlando di “postdemocrazia”, ma chi ha formazione marxista ricorda un monito terribile: socialismo o barbarie.
In questo quadro si collocano gli eventi di casa nostra, soprattutto se, da Monti a Letta, si esaminano in rapporto a un dato di fatto: la forzatura della Costituzione. Tutti sanno che la Consulta non ha ritenuto legittimi molti punti della legge Calderoli, nessuno dice però che, così stando le cose, potrebbe essere illegittimo l’operato delle Camere e dei Governi. Nessuno dice che la legge del fascista Acerbo nel 1923 poneva soglie di sbarramento per giungere al premio di maggioranza che quella Calderoli non prevede. E’ il dato storico a suggerire quello politico: la repubblica antifascista ha leggi meno democratiche di quelle fasciste. Questo spiega l’intento di Letta – riscrivere la Costituzione nata dall’esperienza antifascista – e dà un chiaro significato politico alla rivalutazione storiografica del fascismo e alla pietra tombale caduta sull’antifascismo. Non è un caso se, per giustificare la sostanziale saldatura del blocco borghese reazionario che è alla base del governo Letta, si tiri fuori la “pacificazione”. Di pacificazione si parlò, dopo la caduta del fascismo, quando si riciclò il personale fascista con la legge sull’epurazione di Azzariti, ex presidente del tribunale della razza e futuro primo presidente della Corte Costituzionale, e in piena repubblica magistrati e questori di provenienza fascista poterono colpire partigiani e lavoratori, fiancheggiare camerati e stragisti e gettare la croce sugli anarchici. Di pacificazione si riparlò, quando fu messo da parte l’antifascismo, riesumando i cosiddetti “ragazzi di Salò”, e di pacificazione si torna a parlare oggi, per giustificare un tradimento del voto popolare, che somma la destra e la sedicente sinistra e le schiera a difesa dell’Europa delle banche. Una difesa che impone la riscrittura della Costituzione.
Senza una sinistra schiettamente anticapitalista e internazionalista questo progetto è destinato al successo. Rimettere in campo una sinistra, però, non significa decidere a priori se essa debba essere riformista o rivoluzionaria: sarebbe come preparare la guerra e non avere esercito. Delle modalità di lotta è inutile discutere se, per rimetterla in campo, non si torna prima ai suoi valori di riferimento. Il tema della legalità, per dirne una, bandiera dei governi alla Letta, storicamente non riguarda la sinistra, nata lottando con una legalità che si faceva scudo dei codici per imporre lo sfruttamento. La sinistra sa bene che ci sono state la “legalità” crispina e quella fascista e sa che Terracini e Pertini detenuti furono ben più onesti dei loro giudici e carcerieri. La sinistra e la Costituzione sono per la giustizia sociale. L’idea delle relazioni tra le classi nelle vertenze sindacali, che unisce Marchionne e Letta non è liberale o liberista; è corporativa e, quindi, neofascista. La sinistra è per il sindacato di classe che non rinuncia al conflitto. Se non sono tempi da consigli di fabbrica e soviet, si può e si deve difendere da Napolitano e soci una democrazia parlamentare. Non ci sono guerre umanitarie. Sinistra e Costituzione ripudiano la guerra che non sia di liberazione. La sinistra è antimperialista e non ritiene terrorista chi ci combatte nei Paesi che occupiamo. Per la sinistra si tratta di partigiani, come partigiani e non banditi furono i nostri ragazzi nella Resistenza. Per la sinistra la scuola è statale; i privati istituiscono loro scuole ma lo fanno senza oneri per lo Stato. Si conviene che il voto è l’espressione della volontà popolare? D’accordo. Storicamente, però, la sinistra sta con la parte di Europa in cui il diritto ha radici latine e ha sempre visto nel sistema proporzionale la via maestra della rappresentatività in Stati di democrazia. Non si tratta di un dato tecnico, ma di un valore storico. La legge “truffa” del 1953, proposta dal democristiano Scelba e passata coi voti della sola maggioranza, modificò in senso maggioritario la legge proporzionale nata nel 1946, assegnando il 65% dei seggi della Camera alla lista o alla coalizione che avessero superato il 50% dei voti validi. La sinistra lottò compatta per non farla passare – il ricordo del fascismo bruciava ancora troppo per dividersi – la subì in Parlamento, ma la sconfisse nel Paese; nessuno opinò che Parri e Calamandrei col movimento di Unità Popolare non fossero “sinistra” e il loro 0,6% fece mancare al blocco di potere conservatore il quorum per ottenere il premio di maggioranza.
Per battere Monti, Letta, Merkell, la BCE e il dilagante autoritarismo reazionario, l’Italia di sinistra e l’Europa dei popoli devono passano per un crocevia: l’unità rispetto al quadro dei valori storici di riferimento.

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Statemi a sentire e datemi una risposta se vi riesce. Vediamo che idea vi siete fatti della valutazione e, per favore, non fate quella faccia. Sono discorsi all’ordine del giorno. Partiamo dalla cronaca e stiamo ai fatti. Com’è andato lo sciopero dei Cobas per boicottare il primo giorno dei test Invalsi? Non lo sapete? Ma allora non leggete l’Huffington Post! Se l’aveste letto, il 10 maggio, lo sapreste: “Invalsi, boicottaggio fallito a scuola“. E’ così, credeteci, basta coi dubbi e non tirate fuori la storiella dei punti di vista e del sistema di valori di riferimento. Il valore di riferimento lo decide il valutatore e se v’hanno insegnato a leggere i fatti in un contesto, se avete imparato che esistono obiettivi minimi e massimi, che si può avere i numeri contro e vincere moralmente, se state appresso alla favola di Silvio Pellico che con le “sue prigioni” costò all’Austria quanto Waterloo a Napoleone, beh, snebbiatevi il cervello e prendete atto: Pellico era un “perdente“, un contestatore da tre soldi che non seppe evitare la galera. E anche con Gramsci, piantatela per favore. Gramsci era un “sovversivo” ed ebbe quello che si meritava. Il sistema di valori di riferimento era all’epoca quello fascista e conta quel conta. La verità la dicono i vincitori e c’è una gerarchia. Se i vostri insegnati non l’hanno capito, cercate di ricordare: al test che vi chiede se Gramsci finì in galera perché era un delinquente, perché lottava per la giustizia sociale o, che ne so, perché era un illuso sognatore, scartate l’illuso perché romantico non si porta, non optate per la giustizia sociale, perché di questi tempi come valore di riferimento è un disastro e andate sul sicuro: un volgare malfattore. Non potrete sbagliare.
Torniamo al dunque. Stabilito il punto – il disastro dei Cobas – la domanda che logicamente si pone è il perché della Caporetto. Badate, però, che a usarle bene le parole, nel “modo” si può leggere la causa e, quindi, la risposta che vi si domanda è un giudizio di valore. Se vi chiedo com’è fallito e decido che la risposta esatta è “in modo naturale” – così sostiene l’indiscutibile Huffington Post – non c’è dubbio: non si tratta del modo, ma della causa. Era naturale che fallisse, lo era perché negava il “valore” di riferimento. Voi potete pensarla molto diversamente, ma nel sistema di valori del valutatore “i test Invalsi fanno parte della natura della scuola” e “i docenti lo sanno, gli studenti lo sanno, i genitori lo sanno“. Sarà falso, sarà sconvolgente – la scuola ha cambiato natura! – ma voi dovete sapere che per superare il test, questo va detto. Lo dovete sapere voi e lo dovranno imparare gli insegnanti che vi preparano ad affrontare i test. Nell’idea reiterata e mai dimostrata di “naturale” c’è il concetto chiave dell’Huffington Post: esistono un corso delle cose, una concatenazione logica degli eventi, una filosofia della storia che non vi riguardano; appartengono al valutatore. Chi risponde ai test è libero di scegliere tra risposte date, non ha la libertà di immaginare soluzioni che guardino a dimensioni diverse. Dalla maieutica di Socrate che vi chiedeva di cercare liberamente la vostra verità, siamo passati alla libertà condizionata di scegliere tra verità date. La “naturalità” dell’Invalsi si fa divinità: la critica è bestemmia o, peggio, negazione. Al test fondamentale, quello che chiede cosa vuole chi critica l’Invalsi, si possono dare molte risposte, e in tanti l’hanno data, non ultimi e non da ultimi, Vertecchi e Israel, ma l’unica risposta buona per il valutatore – è l’Invalsi che valuta l’Invalsi – è la più ideologica di tutte: chi critica l’Invalsi “rifiuta di valutare i livelli di apprendimento degli studenti“, sostiene l’Huffington Post.
Le cose non stanno così. Prima di valutare coi test, occorre condividere i presupposti, intendersi sul concetto. Una scuola è un luogo di lavoro? Un no sarebbe ideologico e un sì deformante. “Anche”, si potrebbe rispondere. Però poi occorrerebbe definire il mondo con cui riempire quell’anche, riconoscere che esistono una “scuola” in senso concettuale e migliaia di scuole diverse tra loro. Perché l’Invalsi? E’ naturale, risponde il giornale di Lucia Annunziata. Naturale. E’ un mantra. A cosa e a chi servono i test? “Servono per monitorare il Sistema nazionale d’Istruzione e confrontarlo con le altre realtà comunitarie ed europee“. Ma che paragone sarà mai quello che confronta realtà così diverse tra loro? Un sistema che va per tagli lineari e disinveste, con uno sul quale s’è scommesso a suon di milioni?
La prima volta che ho incontrato l’Invalsi, eravamo a metà degli anni Settanta. Allora si chiamava ispettore, ma rispondeva come oggi a logiche di potere. Scienziato della borghesia, giunse in classe e non si annunciò. Era in terra di camorra, ma non lo sapeva. Chiese ai ragazzini irrequieti l’inno d’Italia e non ebbe risposta, trovò che quasi tutti scrivevano pensierini acuti ma erano “scadenti” nel dettato. Era lui che correva, pieno di sé, ma non riuscii a fermarlo. S’era fissato col suo impeccabile abbigliamento e insisteva: – Di che colore sono i pois della mia cravatta? Lo chiese a bruciapelo a un soldo d’uomo, e quello strinse i grandi occhi neri e li fece inespressivi. Era un segno di difesa minacciosa, ma nemmeno questo sapeva. Insistette con due di quelli più lindi e pinti e fu silenzio di tomba. Prima che aprisse ancora bocca, lo bruciai sul tempo – State a sentire. L’ispettore vò sapè ‘o culore de’ palle ca tene ncopp’a cravatta. Fu un coro immediato: – Rosse e gialle! Rosse e gialle!
– Sono figli di povera gente, sibilai. Il francese non lo conoscono e i pois li chiamano palle!
Un lieve tic all’occhio, un saluto indispettito e se ne andarono via, lui, la cravatta e i pois. Uscendo, leggeva dal registro a voce alta una mia relazione: “Qui è legione straniera. Un avamposto nel deserto. La scuola c’è per segnare un possesso: territorio della repubblica. Ci manca tutto, comanda la camorra. La mia cultura non serve: sto imparando il mestiere sulla pelle degli alunni.
Quando il Direttore mi chiamò, aveva un’ombra negli occhi e le labbra, curve in basso, disegnavano una piega amara. Si agitò un attimo, nel grigio doppiopetto trasandato e poi sbottò: – Ma che mi hai combinato? Se n’è andato come un pazzo! Gliela do io la legione straniera! Gliela do io! Un pazzo pareva. Raccontava senza nascondere un’ilarità compiaciuta e complice che gli sollevava la piega della bocca fino a disegnarvi un sorriso.
– Dice che il biennio non lo passi – proseguì provando a farsi serio. Avresti dovuto vederlo: se n’è andato furioso, ma non farà il cretino. Non ha gli elementi e lo sa.
Gli dissi delle palle sulla cravatta. Rise fino a congestionarsi, tossì e riprese fiato accendendo una sigaretta che lo rimise miracolosamente in sesto.
Sono passati decenni. C’è un’Italia che vive ancora così e forse peggio. L’Europa dell’Invalsi non c’è. E nemmeno lo Stato. E’ una lotta al coltello con la malavita organizzata. Naturale? Tutto quello che c’era di “naturale” è andato distrutto.

Uscito su “Fuoriregistro” il 10 maggio 2013 e sul “Manifesto” il 12 maggio 2013

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18430_13215_20130507-yy2_Image[1]«Al mio popolo gli ho tolto la pace» – scrisse Don Milani – «ho affrontato le situazioni con la durezza che si addice al maestro, ma mi sono attirato contro l’odio dei potenti». Il governo Letta, invece, che pure si dice nato per pacificare, l’odio l’ha scatenato sui ceti subalterni e in cambio del consenso dei più forti ha seminato subito la guerra: da Milano a Napoli un’inquietante sequela di violenze: cariche, manganellate, ferimenti e fermi. Sintomi di una impotenza che si spiega anche senza Marx. «Finché esisterà proprietà privata», spiegò Thomas More, «non ci sarà nessuna speranza di trovare cure appropriate. Cercando di curare una parte del corpo politico, inevitabilmente scateni malanni nell’altra, perché ciò che funziona da medicina per una persona, può essere veleno per un’altra; non si può in alcuno modo dare qualcosa a qualcuno senza sottrarla a un altro».
Questo governo di pace, mette mano alla violenza perché soffre di una insanabile contraddizione; si proclama democratico ma è costretto a cercare l’impossibile equilibrio fascista: quello corporativo. «E’ una pia illusione, non vi riuscirà» direbbe Don Milani, che Letta ama citare, «e se vi riuscisse, sareste creature disumane e nessuno vi vorrebbe». La verità è che l’utopia pericolosa non è quella di Campanella o More. L’utopia perniciosa va cercata nel sedicente «realismo politico», che in nome nella ragion di Stato sogna di cancellare il conflitto tra le classi sociali, mettendo d’accordo gli interessi dei ceti dirigenti. Il fascismo, in realtà, l’ha dimostrato: chi impedisce il contrasto aperto tra bisogni collettivi, fa degli avversari nemici inconciliabili e più che «incontri» genera ferocissimi scontri.
I fatti di Milano e Napoli sono stati, in questo senso, campanello d’allarme e prova del nove. Napoli soprattutto aveva ieri in sé tutti gli elementi che trasformano una notizia in monito e disegnano il quadro d’un governo nato male, di un’avventura che s’annuncia tragedia: un ministro «invisibile» che, giunto in città, si blinda in Prefettura, un fascio-camorrista indagato e condannato più volte che scatena impunemente squadristi contro operai disoccupati e studenti, la polizia che prima lo ignora e poi lo spalleggia, caricando con estrema violenza  un corteo pacifico, fermo e del tutto inoffensivo. Laura Boldrini, così attenta alla rivalutazione del fascismo e alla condizione femminile, provi a procurarsi i filmati: scoprirà un clima da “anni Venti” e vedrà quante botte si sono rivolte non a caso a donne adolescenti, che tenevano stretto come la speranza un innocuo striscione. Vedrà un giornalista malmenato perché filmava imprese cilene e un vicequestore esagitato che s’è già distinto il Primo Maggio, in un quartiere stretto d’assedio con un disprezzo inaccettabile e provocatorio. Chi tutto questo l’ha visto non può fare a meno di domandarsi come si fa ad affidare l’ordine pubblico a un funzionario che sta in piazza come fosse alla guerra.
Torni in città quando vuole, la ministra Carrozza, senza scorta e senza comunicati stampa; ci venga come fosse una cronista, interroghi i commercianti e chi abita nelle strade sconvolte dalle cariche. Scoprirà che, mentre era a San Pietro a Maiella, orgoglio d’una città che il malgoverno non riesce a piegare, cariche brutali, premeditate e ingiustificate sconvolgevano l’abituale tranquillità di vie laboriose e civili. I testimoni le diranno, indignati e concordi, che il «capo degli agenti», l’uomo che gestiva i poliziotti, «gli  ha comandato di legarsi i caschi perché immediatamente avrebbero caricato i ragazzi anche se non avessero fatto gesti violenti». Si rivolga alle autorità di Pubblica Sicurezza e scoprirà che la giornata difficile che ha vissuto a Napoli non è figlia del caso o di una inesistente violenza dei giovani manifestanti; se ancora non l’ha capito, vedrà così che il suo vero problema non sono stati gli studenti contestatori, ma i colleghi di governo. Venga e non ci metterà molto a scoprirlo: Maurizio Fiorillo, vice questore e protagonista degli incidenti, è un reduce di Genova 2001, di una delle pagine più buie della storia della polizia e della repubblica. In quel tragico luglio del 2001 era a Piazza Alimondi e vide morire Giuliani. Ai Magistrati si limitò poi a raccontare che la morte del giovane l’aveva vista «da lontano». Più chiari e rivelatori  i ricordi di ciò che accadde subito dopo la morte. Giuliani «indossava un passamontagna nero che copriva il volto. E’ stato tolto da noi quando sono venuti i medici rianimatori». dichiarò agli inquirenti il Fiorillo, «Abbiamo notato immediatamente che aveva un buco in fronte o qualcosa del genere; al momento sulla fronte non c’era molto sangue e, quindi, poteva sembrare opera anche di una pietra. Infatti, ricordo che a terra c’erano delle pietre […] ma non ricordo se una di esse fosse insanguinata».
La «cosa del genere» era il foro d’un proiettile sparato da un carabiniere e i sassi non c’entravano nulla. Ma questo conta poco. Mette i brividi scoprire che molti anni dopo la tragedia di Piazza Alimondi, nel cuore di una crisi economica che tende a sfociare sempre più chiaramente in crisi sociale e istituzionale, gli uomini di Genova tornino alla ribalta e con loro, al centro della scena, schierata in piazza contro i nostri ragazzi che lottano per rivendicare diritti negati, riappare una polizia cilena, il vero collante che unisce e rende inaccettabile maggioranza forze politiche ormai prive di credibilità: la crescente e patologica insofferenza per le regole della democrazia,

Uscito su Liberazione.it il 9 maggio 2013

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