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Archive for agosto 2015

giuramento-fascistaMorti a migliaia. Abbiamo portato la guerra ovunque per badare ai nostri sporchi interessi; abbiamo bombardato popoli inermi senza pietà, abbiamo armato macellai e ucciso la pietà.
Migliaia, centinaia di migliaia di morti, dilaniati dalle bombe al fosforo, distrutti dall’uranio depotenziato, fatti a pezzi dai missili dei nostri aerei “democratici”.
Morti a migliaia e non bastano. Ora ammazziamo anche i superstiti, gli sventurati in fuga dalla guerre che abbiamo voluto, dai criminali che abbiamo sostenuto, dalla barbarie che abbiamo coltivato e alimentato, armandola e scatenandola.
Morti a migliaia. Soffocati nei camion, annegati nel Mediterraneo, consegnati ai carnefici da cui scappavano. Ovunque gente annichilita nei campi di concentramento, martirizzata dai manganelli e dai gas di fronte ai nostri muri di filo di spinato, ai nostri confini chiusi, alla sbirraglia scatenata. Così stiamo mettendo a tacere per sempre coloro che abbiamo spinto alla disperazione.
I terroristi siamo noi, siamo noi gli autentici e impuniti tagliagole. Noi i veri integralisti, noi gli assassini della verità.
A me non basta più puntare il dito sui colpevoli, accusare gente come Napolitano, che si porta sulla coscienza la Costituzione democratica, assassini, come buona parte di chi governa da anni l’Italia e l’Europa. La mia coscienza mi domanda sempre più insistentemente che intendo fare per fermarli, che farò per evitare che figli e nipoti – uomini e donne che domani ci ricorderanno – non dicano di noi ciò che abbiamo potuto dire noi della stragrande maggioranza degli europei degli anni Trenta e Quaranta: voltarono la testa da un’altra parte.
E’ tempo di agire seriamente e di tirare il dado senza esitazione. E’ tempo di reagire, a costo di trovarsi soli e pagare i prezzi che vanno pagati, quando la legalità diventa tragedia e copre l’oscena ferocia del potere. Ormai non resta altra via se non quella aspra, difficile e dolorosa della dignità e dell’onore. Come Matteotti, Amendola, Gobetti, Gramsci, Pertini, i fratelli Rosselli, Terracini, Salvemini e tanti altri, noi dobbiamo costringere i turpi criminali a trascinarci in manette davanti ai loro complici tribunali; li dobbiamo mettere spalle al muro, dobbiamo farci arrestare se occorre, processare e, come i nostri nonni, dovremo usare le aule giudiziarie come arma di denuncia, trasformarci da accusati in accusatori, da “imputati” in giudici. Non resta altro. A partire da settembre, quando la scuola incatenata dovrà scegliere tra la resa e la disobbedienza, ognuno di noi avrà l’occasione per dire basta. E’ tempo di tornare al ciclostile e costruire dissenso, ma questo lavoro si fa anzitutto con l’esempio. Bisogna dire no e pagarne le conseguenze. Solo così i giovani si muoveranno.

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copLa crisi d’identità di ciò che resta della sinistra appare ormai singolarmente complementare alla ”concezione terapeutica” della funzione di governo che ispira la rozza, ma efficace prassi politica di Renzi. La sinistra si sente “malata” e Renzi si comporta come il medico con il paziente.
Se il fascismo, per dirla con Gobetti, voleva “guarire gli Italiani dalla lotta politica”, utilizzando come medicina la “fede nella patria”, Renzi “cura” la crescente paura dell’imprevisto, con ripetute iniezioni di ottimismo. L’Italia fascista si resse su una cambiale firmata in bianco: il regime professava “nuove convinzioni” e lasciava credere che tanto bastasse a modificare la realtà dei fatti. Renzi promette ciò che sa di non poter mantenere, sposta in avanti l’ora dei conti e raccoglie il temporaneo trionfo della facilità, della fiducia, dell’entusiasmo. Il fascismo ci condusse al disastro. Renzi rischia di ripetere l’impresa. Intanto, ieri come oggi, la fuga in avanti cancella conquiste e diritti in nome di una presunta “malattia” ed esaurisce la complessità delle dinamiche sociali in una “professione di convinzioni”.
Una sinistra attestata con orgoglio sulla barricata del suo sperimentato sistema di valori, più che balbettare formule teoriche, ricorderebbe l’efficacia della pratica, smonterebbe con l’analisi della realtà e la produzione di “fatti nuovi e alternativi” l’infantile fiducia ottimistica in un mondo semplificato secondo le misure di Renzi. Una sinistra convinta di se stessa tornerebbe a credere alla storia più che al progresso e costruirebbe la sua prima trincea negli Enti locali; provocando la crisi, dov’è decisiva, e ovunque affermando la superiorità di una sana “anarchia” contro le false dottrine democratiche di un centralismo sempre più autoritario, che sta smantellando la Costituzione.
Se qualcosa vuol “vivere a sinistra”, occorre che la gente di sinistra – molto più numerosa e attiva di quanto si creda – faccia vivere nelle realtà locali le mille articolazioni della prassi sociale e lotti per “prendere i Municipi”. Per farlo, occorre aprire lo scontro con la borghesia non con l’intento di “escludere”, ma con l’occhio attento alla dinamiche interne alle classi sociali, per intercettare e includere le sempre più ampie fasce proletarizzate. In questo senso ci sono due punti fermi dai quali partire: la storica “polemica contro gli italiani”, di Gobetti, in un antifascismo che era antiautoritarismo. e il diritto a reagire, individuato da Gramsci, quando l’eversione viene dall’alto, da ceti dominanti che mettono arbitrariamente mano alle regole che essi stessi si sono dati. Gobetti sostenne che l’antifascismo, prima di essere ideologia, è un istinto. Bene. E’ quell’istinto che deve indurci a difendere la Costituzione da un governo che la stravolge. Anche qui, non si tratta di violare la legge, ma di esercitare il sacrosanto diritto che Dossetti rivendicò nel dibattito dell’Assemblea Costituente.
Di fronte a quella metà del Paese che non vota perché non si sente rappresentata, ci sono due strade: le rigide formule ideologiche, che dividono, allontanano la gente e consentono a Renzi di trasformare l’astensione in un micidiale strumento di potere, o la “disobbedienza” come base programmatica di una sinistra che batta in breccia la menzogna sulle false “maturità democratiche” straniere. Prima tra tutte quella tedesca. Una sinistra che si affermi, partendo dalle lotte dei movimenti nelle realtà locali, costruendo un nuovo modello di governo, che passi per una “cessione di potere” delle Istituzioni a comitati di lotta e realtà di base. Una sinistra che attinga a piene mani dalla sua storia, come accade in Grecia: mutualismo, cooperazione, solidarietà, autogestione. Su questa base di rinata consapevolezza, si potranno poi raccogliere mille esperienze in una sola forza che si scagli contro i proconsoli dell’Europa delle banche.
Dal momento che il ”nuovo” è rappresentato da Renzi, soprattutto come “falsificazione narrativa”, meglio rifarsi a schemi e approcci “antichi”. Se è vero che Gobetti non aveva torto e “il fascismo fu soprattutto un’indicazione di infanzia”, non è meno vero che l’antifascismo, il seme da cui nasce la Repubblica, fu prova di maturità, fu il tarlo del cosiddetto “consenso”, consentì la Resistenza e costituì la prova storica che il fascismo non è stato “l’autobiografia della nazione” ma era e rimane il baluardo su cui s’infranse un regime. L’Italia di Renzi, che ripropone ed esaspera il concetto di nazione, che riporta all’ordine del giorno la guerra, che impone la collaborazione delle classi, cancella la partecipazione popolare alla lotta politica e asservisce la scuola, cancellando la libertà d’insegnamento, l’Italia di Renzi non è fascista nel senso storico, ma si prefigura come la manifestazione di un male genetico della democrazia borghese di fronte alle gravi crisi finanziarie: una feroce reazione liberal-liberista. A questo punto, se qualcosa vuol vivere a sinistra, occorre tornare almeno a due punti fermi ai quali ancorarsi: la cultura antifascista e i valori e le pratiche di quel socialismo che è stato storicamente la sola alternativa possibile alla barbarie.

Fuoriregistro e Contropiano, 27 agosto 2015

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Il Manifesto, che me l’aveva chiesto, non l’ha poi pubblicato. Ringrazio la “Sinistra Quotidiana”.

 La sinistra Quotidiana

Addio ad Ada Grossi, la voce libera dell’antifascismo

ago 22, 2015

ada-268x300Il “Mundo” e il “Paìs” l’hanno ricordata ai lettori: Ada Grossi, figura di rilievo dell’antifascismo, la voce di «Radio Libertà», che da Barcellona parlò all’Italia della Spagna libera, è morta a Napoli l’8 agosto scorso, nel silenzio indifferente di un Paese che ha commemorato persino il fascista Almirante.
Nata nel 1917, ebbe un’infanzia segnata da eventi terribili: l’ascesa di Mussolini, Matteotti ucciso, la dittatura, contro la quale fu subito il padre, Cesare Grossi, socialista, noto penalista e amico di Enrico De Nicola e Roberto Bracco. A nove anni, nel 1926, Ada fuggì in Argentina con la famiglia: la madre, Maria Olandese, promettente soprano, che a Pietroburgo aveva cantato per lo Zar, il padre e i fratelli, Renato e Aurelio. Più umana dell’Europa unita, Buenos Aires accolse gli immigrati; i ragazzi proseguirono gli studi e il padre trovò da vivere come rappresentante di vini. Una vita segnata dagli stenti, che non impedì a Cesare Grossi di rafforzare l’opposizione al fascismo, assieme alla moglie, preziosa collaboratrice nella gestione di una sorta di “Soccorso Rosso”, e diventare un riferimento per i fuorusciti. In questo ambiente, fatto di solidarietà tra esuli e amore per la libertà, si formò Ada, che nel 1936, a 19 anni, scoppiata la guerra civile, accorse con la famiglia in Spagna al fianco dei repubblicani.
A Barcellona, diventata «speaker» della sezione italiana di «Radio Libertà», creata dal padre su mandato del governo repubblicano, Ada ruppe il silenzio imposto dalla censura fascista e portò nelle case degli italiani la voce della Spagna aggredita, scatenando l´ira impotente di Mussolini. Rosselli aveva appena lanciato il suo monito – «Non vinceremo in un giorno, ma vinceremo» – e lei rilanciò la sfida, denunciando la furia criminale degli aggressori nazifascisti. Anni fa, raccontando a un pugno di studenti la sua storia, Ada affidò ai giovani di un tempo diverso dal suo un incancellabile esempio di quella «dimensione etica» dell´agire politico, ormai cancellata dalla crisi di valori di una società priva di memoria storica. Quei giovani ne ricavarono un libro stupendo.
Tornata dalla Spagna negli anni Settanta, Ada Grossi ha vissuto tra noi fino alla fine, in un Paese in cui la degenerazione della vita pubblica apriva spazi a una destra rozza, ma efficace, che colpiva al cuore l´ethos politico da cui nacque la repubblica: pace, libertà, solidarietà e giustizia sociale, i valori per cui da giovane s’era battuta…

Chi desidera proseguire, può cliccare sul link: “La Sinistra Quotidiana

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scansione0012Ho contato mille parole retoriche, cento invenzioni di storici improvvisati e qualcuno giura persino che nel 1944 eravate in non so quale Brigata Garibaldi. Ho letto sciocchezze di ogni tipo, non ho trovato una sola parola che ti ricordasse, Aurelio, fratello di Ada, che a diciotto anni hai combattuto nella neve ghiacciata di Teruel e ci hai lasciato un occhio. Tranne i tuoi due parenti stanchi, nessuno ha mosso un dito per te, che a 96 anni vivi – ma meglio sarebbe dire sopravvivi – e sei più solo. Vivi circondato dall’indifferenza. Ciao, Aurelio, uomo solo e compagno che avrebbe meritato ben altra sorte. Di aiutarti da vivo, non ne parla nessuno, ma sta certo: gli antifascisti da operetta domani ti piangeranno e si mostreranno tutti molto addolorati.

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Ada Grossi la voce antifascista che parlava a “Radio Libertà”

Ada Grossi, storica figura dell’antifascismo, s’è spenta a Napoli l’8 agosto. Nata nel 1917, si trovò subito nella bufera: Mussolini, l’omicidio Matteotti e le minacce squadriste al padre, l’avvocato Cesare, amico di Bracco e De Nicola. A nove anni, nel 1926, la fuga a Buenos Aires con la madre, Maria Olandese, che in Russia aveva cantato per lo zar, col padre e con i fratelli, Renato e Aurelio.
Più umana dell’Europa unita, l’Argentina accolse gli immigrati e diede lavoro all’ex avvocato. Una vita dura, che non impedì a Cesare e Maria di fare da riferimento per gli esuli italiani.
Ada divenne donna così, tra comizi e “sovversivi” e nel 1936, a soli 19 anni, quando scoppiò la guerra civile spagnola, accorse in aiuto dei repubblicani. A Barcellona fu la “speaker” di “Radio Libertà”, creata dal padre per il governo Caballero.
Voce della Spagna libera, Ada superò la censura fascista, svelò agli italiani i crimini del regime e consegnò alla storia le ragioni della democrazia.
Tornata in Italia negli anni Settanta, invecchiò in un Paese in cui la crisi economica apriva la via a forze politiche decise a colpire i valori su cui fonda la Repubblica: pace, libertà, giustizia sociale e solidarietà. I valori che il fascismo negò.
Benché anziana e stanca, ha suscitato emozioni fino alla fine, offrendo ai giovani un esempio di quella “dimensione etica” dell’agire politico, svanita nella crisi di valori di un mondo malato di consumismo. Aveva ricordi belli e dolenti: il padre a Napoli, sorvegliato a vista dai fascisti, che non tolse mai dallo studio una foto di Matteotti e la madre, che intimidì gli squadristi con la dignità dello sguardo. Ricordava la Spagna, la guerra civile, i fratelli al fronte coi repubblicani, i concerti della madre per i soldati negli ospedali, Aurelio ferito a un occhio, la sconfitta, la fuga sui Pirenei sotto il tiro dei caccia e i combattenti internati in Francia.
Era orgogliosa delle parole del questore di Napoli che attribuì a “Radio Libertà” il risveglio dell’antifascismo e per zittirla impiantò una stazione radio “disturbatrice”, ma il passato poteva pesarle più della solitudine. Non dimenticò mai il dolore per la famiglia dispersa nei campi francesi d’internamento, le baracche di lamiera roventi d’estate e gelide d´inverno, l’attacco dell’Italia fascista alla Francia e le ritorsioni. Nel 1940, sposato nel campo di Argelés-sur-Mere Enrique Guzman de Soto, ufficiale repubblicano e noto oppositore dei falangisti, tornò in Spagna col marito, che presto però fu arrestato. Dei familiari, Cesare, Maria e Aurelio finirono al confino politico e Renato, chiuso in manicomio sui Pirenei per un esaurimento nervoso, pagò il prezzo più caro. Quando l’Italia assalì la Francia, fu sottoposto a un’atroce terapia d’insulina e poi consegnato ai fascisti, che l’annientarono con gli elettrochoc. La Spagna di Ada, però, non fu mai odio. Nelle sue parole c’erano il sapore della libertà che aveva respirato a Barcellona e l’orgoglio di chi ha lottato fino in fondo per la libertà.
Caduto il regime e tornati liberi a Napoli, i Grossi si scontrarono con un’amara realtà: i fascisti erano tutti ai loro posti e Cesare, radiato dall’albo degli avvocati, dovette ricorrere in Tribunale. Privi di tutto, non chiesero nulla. Fino alla fine Ada ha ritenuto di aver fatto solo il suo dovere, proponendo così un’idea della politica incompatibile con la sua immagine attuale e un modello alternativo di classe dirigente: quella che non cerca compensi e non fa patti con la coscienza. Un esempio prezioso per i giovani e una speranza che non muore con lei.

La Repubblica (Napoli) 19 agosto 2015

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Ricevo e volentieri pubblico una “lettera aperta” del nipote di Ada Grossi. Di mio aggiungo solo che capisco e condivido pienamente ognuna delle sue osservazioni e registro alcuni dati sconcertanti: “Repubblica” mi ha chiesto un articolo, ma mi ha posto limiti incredibili (3600 battute spazi inclusi: poco più di un necrologio, insomma). In quanto al Manifesto, che pure mi ha chiesto di ricordare Ada, deve aver smarrito l’articolo che ho inviato… La nota più dolente, però, viene dalla diserzione degli antifascisti napoletani. Tutti, nessuno escluso: quelli cosiddetti “di base” e quelli “istituzionali”: movimenti, partiti e Amministrazione. Al cimitero, quando l’urna cineraria di Ada è stata collocata nella tomba accanto ai genitori, eravamo presenti in quattro: io, il nipote Aitor, spagnolo che vive a Parigi, Sylvia, la figlia madrilena di Ada e Ida Mauro, una studiosa che vive e lavora a Barcellona. Sembra impossibile e posso anche sbagliare, ma credo che Aitor abbia ragione: Ada e i suoi familiari pagano ancora il prezzo della loro indipendenza di pensiero e la loro militanza nel campo socialista e anarchico che per tanti “compagni antifascisti” è stato e rimane quello del “nemico di classe”. Non dimenticherò mai quello che è accaduto e nessuno mi toglierà più dalla testa che tra tanti che parlano e spesso straparlano di antifascismo, gli antifascisti autentici sono davvero pochi.

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Buongiorno a tutti.

Voglio, dinnanzi tutto, ringraziare fraternamente Ida Mauro, Alfredo Giraldi, Laura Martucci e l’associazione AltraItalia per la loro sensibilità nella rivendicazione senza contropartite, né distorsioni, della figura di Ada Grossi e dei Grossi in generale, così come il professore Giuseppe Aragno, diventato oramai un amico, per il duro, non sempre riconosciuto – ma spesso vampirizzato – lavoro di ricerca e di rivendicazione della verità storica intorno alla famiglia Grossi e all’Antifascismo napoletano, fatto di tantissimi eroi, piccoli e grandi, che la Storia avrebbe dimenticato se non fosse stato per il suo lavoro rigoroso. Tengo a sottolineare che il professor Aragno dispone del “placet” della nostra famiglia (o di quello che ne rimane) per costituirsi in esponente di riferimento per tutto ciò che riguarda le vicende dei Grossi.
Aggiungo ai ringraziamenti il personale del Memorial Democràtic de Catalunya, rappresentato dal suo Direttore il signor Palou-Loverdos.

Siccome, dopo tutto, Ada Grossi era mia nonna e sembra che in questo ballo di articoli, omaggi ed interventi di esponenti diversi – per non dire spesso dispari e purtroppo, in certi casi, addirittura deliranti o peggio: tendenziosi – sia a volte difficile poter dire la mia, colgo la triste occasione del decesso di Ada per esporre una serie di considerazioni personali a suo riguardo – facendo quasi a meno sinora della possibilità di poter, finalmente, elaborare il lutto come lo intendo – di cui spero il lettore saprà perdonare la redazione in un italiano poco più che aprossimativo, data la mia nazionalità spagnuola e cultura fondamentalmente francese.
Sarò forse borioso, ma l’importante e di farmi capire.

Osservo con tristezza alcuni fenomeni inquietanti, endemici, non tanto perché siano impostati stavolta intorno alla figura di mia nonna e della mia famiglia, ma perché si tratta di manifestazioni rivelatrici di un modo di fare che obbedisce, in sostanza, alla pratica triste di sfruttare il contro-potere via l’anti-potere (o che si presume tale) per finanziare il discorso del Potere, o di tante atomizzate espressioni del potere: Il potere di punire e di premiare, il potere di distorcere, il potere di ricordare o di lasciar marcire nell’oblio, il potere di appropriarsi del lutto o dell’operato altrui a mo’ di mattonella per edificare la medesima tribuna nel senso della versione ufficiale della Storia, essendo l’ufficialità un cumulo di menzogne plausibili che si erigono in verità suprema.
Qui abbiamo un mostro bicefalo con due schieramenti ben complici, dentro ai quali qualsiasi essere umano debba venir integrato o, altrimenti, dimenticato o distrutto, senza scordarci che l’integrazione forzata è una forma di distruzione dell’identità individuale, per quanto nega la capacità intrinseca dell’essere umano di decidere “per se”. Uno stupro di “conversione” che nemmeno lo Stato fascista ha operato coi suoi nemici, come nella barzelletta dell’Ebreo que va a Belfast e che viene interrogato alla volta da un tipo del Sinn Fein e da un lealista orangista:
– Sei Cattolico o sei Protestante ?
– No, sono Ebreo.
– Già, ma sei Ebreo Cattolico o Ebreo Protestante?

L’importante è negare l’esistenza delle Terze Vie, quelle che non ubbidirono né agli ordini del Rais, né alle istruzioni dei Comitati Centrali, invece sempre ben considerate attualmente – e con la dovuta preoccupazione – nei calcoli elettorali, quando si tratta di valutare l’impatto della – apparentemente – passiva “maggioranza silenziosa”. Con i Grossi, e attraverso la figura di Ada, si tratta di distorcere l’esistenza di una minoranza attiva, non integrata, non integrista, non integrabile “tale quale”, come se fosse una pedina, nelle eroiche masse del panegirismo stalinista e delle sue successive, ma pur sempre gargantuesche, decaffeinizzazioni, togliattiane o carrilliste esse fossero e così via: Non credo alla sincerità della spogliarellista, ne al suo erotismo di plastica.

Nel caso della famiglia Grossi, la Terza Via è consistita nella semplice logica di tradurre l’impostazione di etica umanista, non serva di fanatismi ideologici, nella logica conseguente dell’azione. Il loro solo “-ismo” collettivo come famiglia combattente è stato l’Antifascismo, un fronte che volendosi unitario è stato poi capitalizzato da chi, sempre ed ancora, insiste nel mettere in testa al plotone dell’Antifascismo la bandiera della vittoria dell’8 maggio del 45, quella che cancella tanto le purghe avvenute in Spagna (e altrove) dal ‘37 fino alla disfatta – chiusura di Radio Libertà e “processi” tentati contro mio bisnonno l’avvocato Cesare Carmine nel campo di Gurs compresi- quanto elimina opportunamente la dozzina di orologi da polso nell’avanbraccio del soldationk che posiziona la citata bandiera di Stalin sul tetto del Reichstag sulla leggendaria foto di propaganda sovietica.

Il giornale spagnuolo EL MUNDO, di destra sensazionalista di stile “hard-fighetto”, mette in atto un articolo che sintetizza in modo cristallino la logica bicefala di quanto esposto prima: Il “patto tra gentlemen” che profitta a tutti, agli Stalinisti e agli Anticomunisti.
Si basano su una serie di distorsioni storiche di fonte “ignota” – io so benissimo quale – che portano mia nonna Ada a diventare una specie di “tigressa rossa”, che avrebbe salutato a Radio Libertà la vittoria di Guadalajara sulle truppe del contingente fascista italiano, avvenuta grazie al concorso di fantasmatiche masse di carri armati sovietici (questo è il processo di stalinizzazione forzata che si paga a modo di “tassa” per esistere virtualmente: Ma i carri sovietici arrivarono più tardi, e di concorso sovietico a Guadalajara non ci fu nemmeno l’ombra: fascisti che pensavano di fare una passeggiata militare in una specie di Abissinia europea si fecero stravolgere dai ben decisi anarchici di Cipriano Mera).

Il discorso è chiaro: Stalinizzata Ada Grossi, stalinizzata ”avant la lettre” la vittoria di Guadalajara, si dispone già di un personaggio fabbricato e schierato col comunismo, quale Uomo di Marmo di Wajda, rivendicabile dall’”ufficialità” polverosa dei perdenti del 48, tutti gli alibi compresi. Un po’ di Brigate Internazionali qui (sembra fossero l’agenzia viaggi monopolistica per venire a combattere in Spagna: Questo si, i Grossi se ne andarono da Barcellona a marzo del 1939 e non un anno prima, senza omaggi Komintern) un po’ di Carlo Roselli qua (mia nonna non lesse mai un discorso di Roselli) e abbiamo già creato l’icona appropriabile ed utilizzabile… Che EL MUNDO, può sfruttare per il suo anticomunismo di natura, li dove anarchici, trotzkisti o terze vie “altrimenti” e fottutamente conseguenti fino alla fine – come quella della famiglia Grossi – non sono orwellianamente mai esistite o costituiscono, casomai, “un point de détail dans l’Histoire” come direbbe Le Pen, tra i due papponi monopolizzatori della Storia, della “destra” e della “sinistra”.

Ada Grossi, cosi stal-impacchettata, diventa già rivendicabile, “politically correct and integrated, Ldt.” (come-volevasi-dimostrare), affinché l’eterna tribuna stalinista, paleo o neo che sia, possa rendere omaggio a se stessa, così come la destra può continuare con la sua demonizzazione “réac” d’ufficio.
Se non sei né Burger King né MacDonald’s, te lo facciamo diventare lo stesso: Scegli o taci.

Non cito EL PAIS se non per dire che codesto giornale, diventato da tempo un misto tra Sorrisi & Canzoni e le Selezioni del Reader’s Digest, fa di Ada Grossi una specie di Marco di De Amicis, partita “da se”, “indignata” (ora tutto è stile hesseliano, dans l’air du temps) per un “breve lasso di tempo” (in realtà, 10 anni) in Argentina (A soli 9 anni ! Da sola!) forse a cercare la sua mammina cara nella Pampa prima di andare in Spagna a combattere, sí, ma soltanto con la voce (pacifista indi, rivendicabile dalla socialdemocrazia “light” che odia “gli spargimenti di sangue o di detersivo”). “Radio Libertà emetteva dall’Italia” (sic!), immagino Mario Appelius fosse un nobile e leale concorrente inter pares. Ada Grossi, già anziana, “era timida” e “passeggiava da sola” nel quartiere a Napoli, sotto lo sguardo (si suppone che intenerito, forse chissà, anche lacrimoso) di fantasmatici vicini del rione.
Ebbe comunque il tempo, secondo alcuni (ancora fantasmatici) storici di influire, nel dopoguerra, nella redazione dell’articolo 21 della Costituzione (nientemeno! E questo dalla Spagna franchista e col marito Enrique in carcere, caspita !). Sicuramente fece ancora in tempo di aiutare Armstrong a sbarcare sulla Luna, chissà. Non si merita un articolo ne EL PAIS se, almeno, non si sono fatte tutte queste cose “veramente importanti”.

Creare un alone iconico e fantasioso che sia pubblicitariamente rivendicabile, il tutto per seppellire l’unica verità intorno alla figura di Ada Grossi, indissociabile da quella dei suoi genitori e dei suoi due fratelli: Nella modestia che porta ad accompagnare spontaneamente il pensiero con l’azione, senza bandiere vittoriose, né benedizioni dei potenti del momento, da soli e per propria iniziativa, avendo perso tutto per non guadagnare altro che la dignità che emana dal silenzio, la famiglia Grossi risulta troppo esemplare, troppo modesta, troppo indipendente, troppo inclassificabile e indi, troppo scomoda per potersela appropriare così come essa fu.
Non sia che altri, guidati dal loro senso etico, ne prendano esempio, mandino affanculo le eterne bandiere rosse de “la rivoluzione domani, compagno, oggi no, già sai come funziona” e così un business di truffa politica che dura da quasi un secolo finisca qui, “per mancata clientela”. Capisco sembri meglio fare i Frankenstein-panegiristi che chiudere bottega.

Il lutto altrui non è una successione di sufflè, consommabili e rinnovabili. Ci vuole il cuore, che non sa di calcoli ne di buone ragioni. Altrimenti, meglio che i corvi, così discreti quando non si avventurava carogna da inghiottire, se ne stiano oggi in silenzio.

Aitor Fernández-Pacheco y Guzmán, nipote di Ada Grossi.
Paris (France).

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1ee22f2315e59b7d767bb3607da30e03_LDopo la sfida sulla Napoli derenzizzatta, il discorso si affina. Si gioca a carte scoperte e senza politichese.
Un progetto chiaro, un sistema di valori pienamente condivisibili, un metodo che coinvolge pienamente la base e alcuni incontestabili dati di fatto. La città che non vota più per disgusto – più o meno il 50 % degli aventi diritto – ha trovato un riferimento, che non è e non vuole essere semplicemente l’uomo che “sfida il sistema” e il leader carismatico. De Magistris costituisce oggi il perno attorno a cui tendono a raccogliersi con pari dignità un insieme di forze rappresentative delle lotte e della volontà di cambiamento che in città si tocca con le mani. La sfida è sul rifiuto del neoliberismo, la lotta per la legalità repubblicana contro un sistema autoritario. Nulla di plebiscitario e nulla di improvvisato. Per quanto mi riguarda è l’esito naturale di un incontro tra percorsi diversi che, pur provenendo da esperienze di vita lontane tra loro, giungono a condividere un obiettivo decisivo: la difesa dei diritti dei lavoratori, delle libertà politiche e civili. Un moderno antifascismo, contro una moderna forma di eversione e lo strapotere della finanza, la cui forma di governo privilegiata è quella autoritaria e neofascista, incarnata in un crescendo dai governi Monti, Letta e soprattutto Renzi.
A Napoli ognuno ha nelle proprie mani le chiavi di un’officina in cui costruire il futuro della città e un laboratorio sperimentale che può diventare modello nazionale.
Mettiamoci all’opera!

Intervista a Luigi De Magistris su Contropiano.

Agoravox, 14 agosto 2015

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L_escola del marDomani alle 21 a Piano di Sorrento, grazie all’ospitalità del sindaco, prof. Giovanni Ruggiero, assieme a Ida Mauro, avrei dovuto parlare di scuola e dei galantuomini fascisti che a Barcellona bombardarono l’Escola del Mar. Il programma però ha subito una variazione obbligata e nella penisola sorrentina ricorderemo anche Ada Grossi. Sarà con noi Sylvia, la figlia madrilena, che in questi giorni mi ha domandato più volte che fine hanno fatto gli antifascisti in Italia e soprattutto nella città in cui Ada e i suoi sono nati. Ieri ai funerali dell’ultima donna che partecipò alla guerra di Spagna eravamo in quattro: io, la figlia Sylvia, il nipote Aitor e Ida, che vive a Barcellona, ma è in vacanza a Sorrento. E’ incredibile, ma così: sia pure mettendo assieme un cumulo di sciocchezze, “El Mundo” ha ricordato i cinque napoletani.
Mentre ringrazio il prof. Ruggiero e la bella cittadina sorrentina, non ho dubbi: fosse morto un “repubblichino”, avremmo visto in piazza bandiere rosse e militanti decisi a sbarrare il passo ai fascisti, i quali, va detto, avrebbero certamente organizzato a Napoli un’adunata.Per Ada, invece, non s’è mosso nessuno. E qui mi fermo, per carità di patria

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